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«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

«Tv e giornali sono pieni di tronisti della letteratura»

Uno scrittore selvatico. Un autore che sceglie il margine. Solitario, fiero, iconoclasta. Posseduto da una furia lucida e distruttiva. Contro la religione e tutte le chiese, compresa quella dell’editoria e dei salotti letterari. La politica l’ha abbandonata svariati decenni fa. La televisione la evita. La tecnologia e i social li usa il meno possibile. Originario del Polesine, vive a Desenzano del Garda, dov’è stato a lungo bibliotecario comunale (quella biblioteca affacciata sul lago è un posto eletto). I suoi libri sono sassate, gorghi neri, storie di perversioni ordite in una cornice grottesca che svela una satira mostruosa e amara. Sto parlando di Francesco Permunian: «Ho compiuto 70 anni e non devo fare alcun esercizio di paraculaggine perché non appartengo ai tre ambiti che sostengono la produzione letteraria in Italia».

Quali sono?

«Le università, le scuole di scrittura e i media. L’emblema di queste sinergie era Umberto Eco. Anni fa Ferdinando Camon, che gentilmente aveva presentato un mio libro, mi disse che per imporsi serve un buon editore e la collaborazione con un giornale. Invece il mio istinto mi porta a starmene fuori dalla pista del circo. Se entro anch’io nella pista non posso più scrutare le maschere. Poi c’è l’orgoglio di chi è nato in un paesino tra l’Adige e il Po nel 1951, anno della grande alluvione».

Come si esprime questo orgoglio?

«Se riuscirò ad affermarmi lo farò solo per il valore della mia scrittura, della mia qualità letteraria. Questa è stata la sfida di tutta la mia vita. In un diario di Valentino Zeichen, il poeta muto della Grande bellezza di Paolo Sorrentino, ho trovato questa riflessione: “In una società come l’attuale, dove tutti hanno ambizioni letterarie, che centuplica di anno in anno gli autori, la probabilità di venire letti in un futuro prossimo è pressoché nulla. Poiché il mercato suddivide la notorietà passeggera fra tanti autori, interscambiabili, è preferibile che l’eccezione non si manifesti per non essere d’intralcio”».

Cosa voleva dire?

«Zeichen viveva orgogliosamente al margine, come uno spatriato nella patria delle belle lettere. E non si manifestava per non essere d’intralcio all’andazzo letterario generale».

Il suo ultimo libro, Giorni di collera e di annientamento, pubblicato da Ponte alle grazie, è un anti-romanzo?

«È un romanzo che disobbedisce alle regole delle scuole di scrittura oggi tanto in voga: quindi, sì. Non è un ovetto confezionato secondo i loro dettami da manuale scolastico. Non è il frutto di una ferita di plastica e senza sangue, anche se tecnicamente perfetta».

Dove nasce la sua furia contro il mondo dell’editoria e la religione bislacca?

«La storia inizia e finisce con le anguane, figure palustri mostruose della mitologia. Le immaginavo nella grande palude in cui si era trasformato il Polesine dopo l’alluvione. Appartengono a quel sacco amniotico adolescenziale che mi ha influenzato psichicamente prima che letterariamente. Queste anguane, silenti nel percorso del libro, rispuntano per partecipare al sabba finale. Dalla palude del Polesine a quella dell’editoria, anch’essa popolata di mostriciattoli, il passo è breve».

E la religione?

«È l’altro bersaglio. Tuttavia, in questo libro nichilista dalla prima all’ultima pagina, c’è un barlume, un chiarore antelucano che il protagonista intravvede in lontananza, scrutando la Strada dei crocefissi che i pellegrini percorrevano a piedi nel secolo scorso. Come fece David Herbert Lawrence con la sua compagna prima di fermarsi sul Garda ad abbozzare L’amante di Lady Chatterley. È la mia idea giansenista di religione, pura e lontana dal potere clericale. Altrettanto, vorrei la letteratura immune dalla corruzione dell’editoria».

Il protagonista del libro, un crooner di provincia che vorrebbe diventare il nuovo Fred Bongusto, vince il Premio Strega cui lo iscrive il suo manager. Cosa vuole esprimere con questo corto circuito?

«La casualità e l’arbitrarietà dei premi. Roberto Vecchioni fa parte della giuria del Campiello, Walter Veltroni ne è il presidente. È l’esempio plateale di come la letteratura sia ridotta a mondanità e marketing editoriale».

Da dove ha tratto la storia di don Fifì che rinuncia alla carriera canora dopo aver vinto il premio Strega?

«Eravamo al Castello Sforzesco per la presentazione di La terra della prosa – Narratori italiani degli anni zero di Andrea Cortellessa. Con me c’era Eugenio Baroncelli, un autore molto apprezzato che pubblica da Sellerio, che m’invitò a Ravenna. Dove scoprii che era un cantante di un gruppo rock. È lui, in un certo senso, ad aver ispirato la figura del mio protagonista».

Le scuole di scrittura sono posti così meschini?

«Sono centinaia in Italia. Anche a causa dei bassi compensi dei giornali, ho diversi amici che ci lavorano per arrotondare. Non ne possono più, loro per primi vedono che è inutile. Non si diventa scrittori perché ti danno il diploma della scuola. La voce per cantare o ce l’hai o non ce l’hai. Pietro Citati diceva che la grande scrittura non si insegna, tuttalpiù si può insegnare a scrivere decorosamente».

Sbertuccia i vincitori dello Strega che diventano pastonisti dei grandi quotidiani.

«Sono la maggior parte, devono mantenere visibilità. Se lo sai gestire bene lo Strega è un’assicurazione sulla vita. Come lo Zecchino d’oro o il Festival di Sanremo».

Un editor che va a Predappio sul sidecar di fabbricazione teutonica di una naziprostituta è il peggior sberleffo alla letteratura da talk show della domenica sera?

«È una presa per il culo che manda a ramengo tutta l’intellighenzia radical chic. Io prendo in giro il potere, la politica e la religione, salvo solo la scrittura. Non mi ammorbidiscono né i salotti della sinistra né quelli che sono contro i salotti della sinistra».

Però non tutti i vincitori dello Strega sono malvagi, Emanuele Trevi elogia la sua scrittura nella fascetta promozionale del romanzo: è una contraddizione?

«No, assolutamente. Il suo apprezzamento non ha a che fare con lo Strega vinto nel 2021, Trevi è un estimatore della mia scrittura da 20 anni. Fu il primo a lodare Cronaca di un servo felice, il mio primo romanzo rifiutato da una trentina di editori. In caso di ripubblicazione si è detto pronto a scriverci un saggio».

Cosa intende per librificio?

«È la produzione sfrenata di romanzi e romanzetti. E un romanzificio, soprattutto. Le piccole editrici sono con le spalle al muro e quindi investono sulla quantità. Chi resta a galla dopo due o tre settimane viene ripubblicato, gli altri scompaiono. Vellicando il narcisismo imperante, le scuole di scrittura hanno trasformato l’editoria in un reality di massa. Come i telespettatori i lettori non vogliono più fare il pubblico, ma salire sul palco come avviene nei reality».

Che cosa pensa delle classifiche di vendita?

«Alberto Arbasino diceva che valutare la letteratura in base alle classifiche è come valutare i ristoranti in base al numero dei coperti. Vincerebbe sempre un Motel Agip dell’autostrada».

Sono farcite di volti tv e di autori del giornalismo militante?

«È il trionfo del fazismo di massa, di cui i tronisti della letteratura sono i corifei. È la società di massa delle lettere».

Un dispositivo indistruttibile?

«Gli editori non sono benefattori, ma imprenditori che devono far quadrare i conti. È inutile arrabbiarsi. Se incassano con i libri di cantanti calciatori e giocolieri, poi magari riescono a pubblicare qualche buon romanzo. Ma non tutti sono Roberto Calasso o Elvira Sellerio che combinavano la qualità con il bilancio».

Mischiando devozioni e perversioni la sua farsa tocca i vertici del grottesco?

«Se guardiamo agli scandali degli ultimi anni, non mi pare di aver inventato nulla. La Chiesa è devastata dalla pedofilia ed è un miracolo che Cristo riesca ancora a tenere in piedi la cattedra di San Pietro. Poi c’è una cosa più sottile: l’ipocrisia del perbenismo cattolico, il quieto vivere piccolo borghese che riduce il messaggio a pratica devozionale. È difficile da smascherare. Io osservo da fuori anche questo spettacolo, forse il più bello e potente, una macchina di potere, preghiere e grida infernali».

Preti stravaganti, prostitute naziste, dentisti sposati con bambole di plastica: è così infernale la provincia?

«È la mia percezione. Rendo tutto paradossale e parodistico per far deflagrare quei personaggi, che altrimenti diventerebbero macchiette».

Non rischiano di esserlo già?

«Il prossimo lavoro sarà intitolato I demoni beati, da una frase di Gottfried Benn, contenuta nel suo saggio Invecchiare come problema per artisti. E sarà ancora peggio! Alzando al massimo il voltaggio rischi infatti di stonare, ma è un rischio da correre».

Nella sua opera, si sente in sottofondo una risata mostruosa e disperata.

«Onestamente è così. Il nichilismo passa per la lotta con il demone, per la paura d’impazzire. Sono le ossessioni con cui devo fare i conti. Uso la scrittura come terapia. Perciò la mia è una letteratura di sopravvivenza, di vita e di morte».

Per l’uomo contemporaneo la salvezza viene dalla tecnologia e dalla finanza.

«Sono cose estranee al mio mondo. Ho altre ossessioni, leggo poesie e diari. La tecnologia e i social li frequento il minimo indispensabile, con l’aiuto di mia figlia. Resto nel sacco amniotico della mia provincia».

Dal quale evade con internet.

«Certo. Oggi, per esempio, ho saputo che nel 2023 l’editore Francisco Magallanes di Buenos Aires pubblicherà il mio libro».

 

La Verità, 6 novembre 2021

«Racconto il vero Carlo e smonto i miti del cinema»

Enrico Vanzina, che cosa le manca di più di suo fratello Carlo?

«La forza che mi dava. Il ricordo, la sua quasi presenza, seduto davanti a me in ufficio, ci sono. Mi manca la forza che avevamo insieme. Eravamo il mix misterioso di due fratelli che hanno vissuto insieme tutti i giorni della loro vita».

Il 13 marzo, giorno in cui compirebbe 69 anni, è anche il giorno in cui morì Steno, vostro padre, nel 1988. Come lo trascorrerà?

«Con Carlo eravamo già abituati a questa coincidenza di date, che ci impediva di festeggiare il suo compleanno perché prevaleva sempre un velo di malinconia. Adesso la malinconia è ancora più densa».

Sceneggiatore di tanti film di successo, scrittore e giornalista, estroverso, sportivo e di due anni più vecchio di lui, in Mio fratello Carlo (HarperCollins) Enrico Vanzina racconta l’ultimo anno del regista di tante commedie brillanti, alle prese con il melanoma che l’ha portato alla morte, l’8 luglio 2018. È un libro struggente, ora tra i primi 54 candidati al premio Strega, nel quale Enrico annota che il fratello preferiva il cinema a lieto fine, «forse perché nella vita non c’è quasi mai». E nel quale ricorda che, dopo aver visto il filmino della laurea della figlia Isotta alla quale non aveva potuto presenziare, Carlo disse: «Adesso basta». Lo disse «con profonda intenzione, facendomi capire che le sue parole erano una battuta chiave della nostra storia… Carlo era rimasto vivo, contro tutte le previsioni mediche, solo con la formidabile forza della sua testa… È stato mio fratello a decidere di morire», scrive Enrico. «La morte non l’ha sconfitto. Su di lei, ha vinto lui».

Perciò, si può dire che, nella sua tragicità, la vita di suo fratello abbia avuto un lieto fine?

«Forse sì. È come se Carlo avesse deciso di smettere di lottare quando un grande lieto evento è entrato nella sua vita, la laurea di sua figlia. E questo, in qualche modo, gli ha dato la forza di abbandonarsi».

Anche «scrivere serve a sconfiggere la morte», come disse Ennio Flaiano rispondendo a una sua domanda quando lei era bambino?

«La mission della morte è fare scomparire le cose. Quando uno scrive invece le cose rimangono. Non solo nel ricordo».

I lettori possono incontrare Carlo attraverso il suo libro?

«Anche con i suoi film, naturalmente. Ma la scrittura ha una forza particolare perché si colloca negli scaffali delle case. I lettori possono ritrovare in un libro una situazione o una frase che li ha colpiti ed è rimasta dentro di loro».

Per uno scrittore è difficile non mettere su carta un’esperienza che l’ha coinvolto e cambiato?

«Sono lontano dalla scrittura personalizzata in voga di questi tempi al cinema, nella narrativa e nel giornalismo. Lo scrittore dimostra la sua grandezza quando sa narrare qualcosa di lontano da sé, senza bisogno di raccontare fatti privati».

Perché in questo caso ha fatto una scelta diversa?

«Sono stato quasi spinto dalla mano di Carlo. È stato lui a incoraggiarmi a scrivere. Non l’ho fatto certo per elaborare il lutto».

Si potrebbe pensarlo.

«Credo di no. Come ha detto Giuseppe Tornatore alla presentazione, Carlo mi ha chiesto di scrivere la sceneggiatura della sua andata via. E questo perché voleva diventare solo Carlo, non Carlo Vanzina: uno nel quale tutti possono riconoscersi».

A un certo punto scrive: «Dopo la malinconia delle feste…»: la vostra storia è un dramma vissuto tra set cinematografici, suite di lusso e red carpet?

«È così. Raccontando il Carlo vero smonto tutti i luoghi comuni del mondo scintillante del cinema. Emergono gli affetti, le contraddizioni del lavoro, le difficoltà economiche che non sono mancate. Il cinema visto da dentro è molto diverso dall’immagine che manda all’esterno».

Cineasti della leggerezza, ma abitatori delle profondità dell’anima?

«Non sta a me dirlo».

Eravate due fratelli anche amici o due amici anche fratelli?

«Fondamentalmente eravamo due fratelli perché avevamo ben presente di essere figli di Steno. Attraverso un legame di sangue abbiamo ricevuto una visione del mondo e, in un certo senso, il compito di diffondere, attraverso il cinema, leggerezza, umorismo, divertimento, critica sociale. Esser stati generati da un padre così ci faceva sentire molto fratelli. Poi però eravamo anche amici. Alla base dell’amicizia c’è il saper perdonare i difetti dell’altro. Tra fratelli di solito prevale la critica al carattere, ma noi ci perdonavamo i nostri reciproci difetti».

La consapevolezza di appartenere a una dinastia si è vista durante la mostra su Steno.

«Fu uno dei momenti che ci ha più uniti, perché facendo qualcosa per papà l’avevamo fatta anche per noi. Il senso della nostra famiglia è sempre stato un punto fermo».

Perché scrive papà e mamma con l’iniziale maiuscola?

«Perché sono antico e quando leggevo da bambino si usava così».

Anche per rispetto e senso dell’autorità?

«Sì, e per una forma di riconoscenza».

Sua cognata, Elisa Melidoni, avrebbe voluto che il periodo della malattia restasse privato?

«Non rispondo su mia cognata».

Perché non presenziò alla proiezione alla Festa di Roma di Il cinema è una cosa meravigliosa, il docufilm di Antonello Sarno su suo fratello?

«Perché rivederlo mi avrebbe fatto troppo male. L’ho visto in dvd, ma da solo. Quando, presentando il libro, ne parlo in pubblico, si riapre una ferita».

È contento che sia stato proposto da Masolino D’Amico al premio Strega?

«Mi sorprende perché non ci ho mai pensato; però faccio lo scrittore ed è capitato. È stata un’iniziativa della casa editrice che ha chiesto se qualcuno era interessato a proporlo e Masolino D’Amico ha manifestato il suo gradimento. Da parte mia non c’è stata alcuna rincorsa».

A proposito di premi, all’inizio di aprile dovrebbe esserci la consegna dei David di Donatello ai quali i fratelli Vanzina non sono mai stati candidati. Come mai?

«Non so spiegarmelo. Abbiamo vinto tanti premi e si scrivono libri sul nostro cinema, ma i David non hanno mai spostato lo sguardo su di noi. Penso con rammarico che Carlo se lo meritasse, per esempio, con Sapore di mare. La mia è solo una constatazione, non nutro alcun risentimento».

Perché il cinema popolare resta spesso escluso da questi premi?

«Non sempre. In tanti ambienti colti la commedia è considerata un genere di serie B. Ma la Mostra di Venezia ha conferito il Leone alla carriera a Mario Monicelli e Dino Risi».

Alla carriera.

«La penalizzazione della commedia non è un fatto solo italiano. Flaiano diceva che, con il tempo, quasi tutti i film drammatici diventano comici. Mentre, aggiungo io, i film comici se lo sono davvero, sono eterni».

La critica vi snobbava perché vi considerava rappresentanti del disimpegno qualunquista?

«È una lunga storia ormai completamente risolta. Ci consideravano cantori acritici dell’alta borghesia. Molti giornalisti si sono ricreduti, scoprendo che eravamo stati degli anticipatori e che i nostri film ironizzavano su certi tic. Ho lavorato con tanti registi e posso dire che le rivalutazioni tardive sono numerose».

C’è un difetto d’origine della critica cinematografica?

«Io la rispetto. Fin dal dopoguerra alcuni pregiudizi hanno spinto la critica a non incensare chi non era allineato. È accaduto anche nella letteratura. Lo dico senza nessun senso di frustrazione, ma come pura osservazione di realtà».

Perché ha firmato l’appello scritto da Pupi Avati perché Vittorio Cecchi Gori sconti la pena agli arresti domiciliari?

«È una lettera affettuosa che non si avventura in valutazioni giuridiche. Cecchi Gori ha fatto quello che ha fatto e non ci compete. Ma ha 78 anni, ha avuto un ictus e versa in una situazione psicofisica che ci sembra poco compatibile con otto anni di carcere. Senza dimenticare ciò che di buono questa persona ha fatto».

Parlavamo del cinema scintillante, poi ci sono storie come la sua e di tanti produttori che stentano…

«C’è sempre grande attenzione internazionale sul nostro cinema. Ma, nonostante i grandi proclami, prescindendo dal momento di queste settimane, il cinema in sala attraversa una fase di assestamento per rispondere all’esplosione delle nuove piattaforme. Oltretutto questo avviene in un momento in cui, se si toglie Aurelio De Laurentiis, sono scomparsi i produttori con un nome e cognome e le grandi compagnie sono gestite in modo asetticamente manageriale».

C’è anche Pietro Valsecchi di Taodue.

«Meno male che c’è, però fa parte del gruppo Mediaset».

E si regge soprattutto sui film di Checco Zalone.

«Che io adoro e lui lo sa. Ma il cinema italiano non può stare in piedi solo grazie a lui».

Perché si producono tante opere d’autore con finanziamenti pubblici e pochi film popolari?

«È una scelta strategica: si fanno 200 film all’anno, forse troppi. Perché solo 30 o 40 si giustificano economicamente, gli altri hanno una resa bassa o molto bassa. Il cinema assistito serve a incentivare una leva di nuovi talenti. Se emergerà sarà stato un rischio giusto. Con tutta questa concorrenza, per i privati che non hanno il sostegno ministeriale, far tornare i conti è sempre più difficile».

Soluzioni?

«Trovare il giusto equilibrio tra cinema d’autore e cinema popolare. Anche fonderli come qualcuno è riuscito a fare. Ma è impresa tutt’altro che facile».

Il libro contiene accenni alla vostra religiosità e alle vostre preghiere non esaudite affinché Carlo guarisse. Eppure non c’è risentimento.

«Carlo era anche più credente di me. Tutti e due siamo convinti, e uso il presente, che Dio non ascolta quello che tu chiedi, perché c’è una giustizia divina che ci supera. Chiedere i miracoli è una debolezza umana. Possiamo solo sperare».

Provando a vivere la sofferenza e la morte nel rapporto con il Padreterno?

«Provando».

Chi le piacerebbe portasse al cinema la vostra storia?

«Non vorrei che questo accadesse. Chi fa il cinema deve essere autore e non oggetto. I film sui protagonisti del cinema non mi sono mai piaciuti».

 

La Verità, 8 marzo 2020

«C’è più teologia nei romanzi che nei trattati»

Una scrittrice teologa. Una preside delle superiori che ha vinto il premio Calvino, per autori inediti. E che, sempre con La vita accanto (Einaudi), è giunta seconda al Premio Strega, prima di collezionare numerosi altri premi.  Vicentina, collaboratrice di Repubblica e della rivista Il Regno, Mariapia Veladiano è seguita da un folto gruppo di lettori ed è sempre ben recensita dai media mainstream. Purtroppo, come rivela in questa intervista, è timida. E la timidezza, unita alla consapevolezza del talento, può creare distanza. La stessa che s’instaura, a volte, tra la cattedra e i banchi degli studenti.

Perché si chiama Mariapia? Due nomi in uno, attaccati. Il secondo indica anche una direzione, una dirittura, se così si può dire…

«Piaceva ai miei genitori. È un nome impegnativo, è vero, soprattutto se si crede che il nome orienti la vita, anche solo per il fatto di essere chiamati infinite volte con il proprio nome».

È laureata in teologia, oltre che in filosofia: direzione confermata?

«C’è una storia e forse il nome ne fa parte. Ma così senza troppo cercare, mi vien da dire che altri nomi hanno un maggiore destino teologico. Elizabeth, ad esempio: Elizabeth Green, Elizabeth Schlüssler. Anche se Maria, nelle sue varianti linguistiche, sembra essere davvero un poco un destino nel mondo della teologia al femminile: Mary Collins, Rosemary Radford Reuther, Mary Daly. Comunque io non sono una teologa. Ho studiato teologia e poi ho scritto romanzi. Felice di avere studiato teologia ma inadatta a occuparmene. C’è una pretesa nella teologia, quella di affrontare un tema chiudendo il cerchio del ragionare. La vita non chiude mai i cerchi. I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Perché ha scelto d’intraprendere questi studi?

«La spavalda esigenza di trovare una risposta al problema del male. Il male è il problema».

Ho letto il primo e l’ultimo dei suoi libri, La vita accanto e Lei: sbaglio se dico che è una scrittrice che attinge altrove?

«Spero proprio che non sia così! La scrittura chiede un tale lavoro di concentrazione, un abitare in un punto interiore lontano da tutto. Quando scrivo non leggo nemmeno il giornale, per non essere, come dire, distratta, a livello di stile, parole, immagini».

Intendevo che non attinge alla solita sociologia, agli equilibri e ai disequilibri economici e di classe, ma alla psiche, alla riflessione introspettiva, al senso religioso e ai suoi misteri?

«Questo sì, ma è un altrove in cui tutti abitiamo. Il luogo delle domande che ci portano verso la nostra comune umanità. Un luogo in cui ci si ritrova così simili».

Come le è venuto di scrivere la storia di Rebecca, una bambina molto brutta dal nome elegante e raffinato?

«Rebecca è un nome biblico, è la moglie di Isacco. Il nome significa “colei che avvince”, un nome antifrastico perché la Rebecca del romanzo si percepisce brutta. Porta il dolore nel nome, il dolore di non essere stata amata. I genitori bellissimi si aspettavano una bambina bellissima. Non so come sia arrivata questa storia. Le storie arrivano, e non è una frase retorica. Si presentano. Da insegnante ho sempre sentito la paura di non essere accettati che i ragazzi e le ragazze portano nelle aule. Paura diventata sempre più forte in questi nostri tempi tremendi, così giudicanti».

Ha fatto esperienza di essere respinta, rifiutata?

«E chi non l’ha fatta?».

Il sentimento di esclusione è il dolore più grande?

«Sì, credo di sì. Non essere amati. Come si può vivere? Questa è la felicità promessa dal Vangelo: ciascuno è amato quali che siano le sue azioni, i suoi pensieri, le sue capacità».

L’esperienza della sofferenza rende più attenti e sensibili al mistero delle altre persone?

«Purtroppo non è sempre vero. A volte ci si inasprisce, irrigidisce. Credo che la differenza la faccia l’esser soli oppure no. Quando non si è soli, sia il dolore che la paura hanno meno potere sul nostro diventare».

La madre di Rebecca si suicida perché non supera il dolore di quella figlia, ma la scena del rifiuto del funerale che non viene celebrato «semplicemente perché nessuno sapeva occuparsene» è raggelante. L’assenza della fede coincide con la mancanza di un conforto anche umano, con un’aridità desolante?

«No no. In quel caso manca umanità, non fede. Quella di Rebecca è una famiglia in cui nessun affetto riesce ad esprimersi liberamente. È questo il dramma. Il rispetto del padre per il mutismo della moglie è un mutismo a sua volta, un modo per non affrontare il dolore».

Recensendo La vita accanto Ferdinando Camon ha parlato di «catastrofe», «tragedia», «miracolo». Il miracolo è accettare il proprio destino, amarlo, restare nel proprio segmento? La grandezza dell’umiltà e nell’umiltà è nell’accettazione, dalla quale trasfigurare il quotidiano?

«Non è una regola. Quando le cose hanno un margine di cambiamento, si deve lavorare per cambiarle. Rebecca disobbedisce, guadagna un proprio spazio, vede, osserva, agisce come può, per cambiare le cose che però, come dire, accelerano senza che lei possa fermarle. Ma lei non rinuncia a capire e quando finalmente ha gli strumenti per farlo, sceglie quello che le permette una vita per quanto possibile serena. A volte i ragazzi mi hanno chiesto perché non avessi giocato la carta del successo per celebrare il riscatto di Rebecca. Il successo è il grande feticcio dei nostri giorni, il toro d’oro a cui sacrificare le vite. Il successo è sempre un’eccezione. La stragrande parte delle nostre vite è normale ed è nella normalità dei rapporti, nella quotidianità di un lavoro che deve essere parte della vita e non altro dalla vita, è in questa normalità che va cercata la nostra parte di felicità».

Come ha preso corpo l’intuizione di una biografia di Maria, madre di Gesù?

«Senza un progetto. In tanti anni di riflessioni, scene, conversazioni messe da parte. Un giorno ho trovato che il libro si stava costruendo per piccoli accumuli. Una lunga frequentazione».

Nel mondo di oggi le figure femminili per le quali ci si batte sono di tutt’altra indole: aggressive, rivendicative, competitive.

«Guardi, io trovo che sia gli uomini che le donne siano, come dire, dipinti, rappresentati dai media molto peggiori di quanto in realtà sono. Le notizie e le copertine inseguono un’attenzione che è sempre più fragile per cui si punta sull’eccesso per colpire. Le donne non sono così come lei dice. Sono rappresentate così con effetti che sarà interessante valutare, soprattutto sulle ragazze più giovani. Ma c’è una quantità di belle persone intorno a noi».

Calarsi nell’intimità di Maria può risultare un po’ ambizioso o presuntuoso? Come ha superato questo rischio?

«Non ho avuto presente questo rischio. È stato un piccolo viaggio dentro il cuore di una madre, sorella di tutte le madri».

Vengono in mente altre scrittrici e scrittori che hanno riempito i vuoti di figure evangeliche oltre i testi sacri come Elena Bono e Charles Péguy. Questi autori sono stati tra le sue letture?

«No».

Com’è nata l’idea che alcuni miracoli di Gesù abbiano avuto un’incubazione nei giochi e nei dialoghi infantili con sua madre?

«Ciascuno di noi porta dentro di sé un immaginario di famiglia. Le parole hanno significati carichi di fatti accaduti a noi, dentro la nostra storia di famiglia. Deve essere stato così anche per Gesù. Quante volte un bambino del tempo vedeva fare il pane in casa e lo vedeva spezzare per i forestieri e per i pasti in famiglia. Lo spezzare il pane è diventato per Gesù il gesto dei gesti. Gesto d’amore assoluto».

Perché sottolinea l’innocenza e la felicità di Maria «una madre che ha amato senza sapere»?

«Perché la vita non si lascia conoscere nel suo senso. Perché il male? Perché un figlio buono che viene ucciso come un delinquente? La domanda è di Maria e di qualsiasi genitore che viva questa esperienza o altre simili. Il teologo Dietrich Bonhoeffer scriveva che il concetto non biblico di senso va sostituito con il concetto biblico di promessa. È la promessa – dell’amore che non finisce – a rendere possibile la vita».

Non è un controsenso per una persona che ha due lauree?

«Studiare è un privilegio. Sono stata fortunata. Studiare è sguardo di comprensione sulla realtà. Gli occhi aperti servono a leggere le ingiustizie del mondo e a trovare strade per ripararle. Per quanto possibile».

Trova che nel mondo contemporaneo si dia troppa importanza al sapere, alla conoscenza, intesi come pretesa di controllare, di possedere il mistero dell’essere?

«Temo che il problema sia il contrario. Oggi si celebra l’ignoranza come un merito. Tremendo».

Sono i «puri di cuore», cioè i poveri in spirito, che «vedranno Dio»?

«Che lo vedono. Sì. Le beatitudini sono al presente. Loro, i puri di cuore e i poveri fin dentro lo spirito, i non arroganti, i non prevaricatori, oggi stanno vedendo Dio, nei poveri della terra, negli offesi dalla violenza».

È per questo che non frequenta i circoli letterari, i salotti, gli ambienti editoriali?

«In realtà sono timida».

Non frequenta nemmeno associazioni e movimenti religiosi, se ho capito bene…

«No, ma sono molto legata alla spiritualità ignaziana».

Ha scritto il suo primo romanzo a 50 anni. E prima?

«Ho letto molto e ho anche sempre scritto, in verità. A 50 ho mandato uno dei manoscritti al Premio Calvino e poi ho pubblicato. Ci vuol coraggio ad esporre la propria scrittura, fino a 50 non sentivo di averlo».

Chi sono i suoi autori di riferimento?

«Che leggo e rileggo: Marguerite Yourcenar e Maria Bellonci. E soprattutto Bonhoeffer».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«I ragazzi che si impegnano malgrado il mondo terribile che noi abbiamo costruito. Anche loro sono migliori di come vengono dipinti, sa?».

 

La Verità, 11 agosto 2019