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La terrazza della Biennale? Lontana da quelle romane

Tutta un’altra terrazza. Veneziana, non romana, ettorescolamente parlando. Una terrazza sul Canal grande, Ca’ Giustinian, sede della Fondazione La Biennale presieduta dall’indomito e controverso, Pietrangelo Buttafuoco. Spirito libero, liberissimo, avvezzo a posizioni scomode e urticanti e a una affabilità autentica, tanto da avere pochi paragoni. C’è la Festa del Redentore, come ogni anno nel terzo fine settimana di luglio, per memorare l’anniversario della fine della peste, che in due anni dal 1575, decimò la popolazione della Serenissima. Per l’occasione, la laguna si trasforma in un pandemonio di imbarcazioni, feste, canti, riti, tavolate anche molto goduriose, concluse dallo spettacolo pirotecnico della notte del sabato. 450 anni fa il Senato veneziano decise la costruzione alla Giudecca di una chiesa, ex voto dell’intera cittadinanza. E da allora, per volere del doge Alvise Mocenigo, si ricorda l’avvenimento. Per grazia ricevuta. Perciò, al quinto piano di Ca’ Giustinian la terrazza è affacciata sulla storia, sulla fede e sull’identità veneziana. Domenica, grazie al ponte di barche allestito per l’occasione che attraversa il canale della Giudecca, c’è stata la processione verso la chiesa per la celebrazione eucaristica, presieduta dal patriarca, monsignor Francesco Moraglia.
La condivisione della serata dei fuochi dal belvedere è una consuetudine inaugurata nel 2009 dall’allora presidente, Paolo Baratta. E, negli anni, è diventata appuntamento sempre più prestigioso. Ma ora che con Buttafuoco la Fondazione Biennale si è fatta più prossima ai veneziani e non solo, con eventi che si susseguono oltre le esposizioni e la Mostra del cinema, come la rinascita della Rivista trimestrale, la nuova sede dell’Archivio storico e le lectio magistralis, anche la terrazza sui fuochi del Redentore assume un carattere più definito. Un’espressione di differenza.
La Rai ha appena cancellato Lupus in fabula, la striscia radiofonica che Buttafuoco conduceva su Radio 1, 10 minuti alle 6.50 del mattino, giustificando la decisione con le parole del direttore di Radio Rai, Nicola Rao: «Quella fascia oraria è destinata ad altro». Espressione laconica che fa pensare a un ordine eseguito (simile a quello, come ha ricordato Francesco Borgonovo, attuato un anno fa per la soppressione di Giù la maschera di Marcello Foa, altro intellettuale disallineato). Inevitabile leggerla come una punizione perché Buttafuoco non ha chinato il capo ai diktat europei e governativi (mentre la filiera veneta, da Luca Zaia al suo successore Alberto Stefani fino al sindaco Simone Venturini è tutta dalla sua parte) che vietavano la riapertura del Padiglione russo, di proprietà della Russia stessa, all’ultima Esposizione d’arte contemporanea. Il presidente della Fondazione veneziana lo sapeva da un bel po’ e non se l’aspettava. Ma non ha voluto creare casi e ora non ha alcuna intenzione di fare il martire. L’autogol dei potenti è autoevidente. E ci si augura lo sia anche per chi, a sinistra, si elegge diuturnamente vittima del fascismo piangendo la fine della libertà d’espressione e la democrazia in pericolo.
Quanto dista la terrazza di Ca’ Giustinian per la Festa del Redentore, o «Festa famosissima», dai salotti, dalle trattorie, dai balconi sporgenti sul potere e sottopotere, dove si decidono nomine, posti, strapuntini e conduzioni televisive? «È una terrazza agli antipodi, diametralmente opposta a quelle romane», si lascia sfuggire Buttafuoco. Che quando poi, nel corso della serata, incrocia il cronista si porta le mani alle orecchie e strizza l’occhio. Ma soprattutto si cuce la bocca. Rifiuta repliche. Rifiuta padri e padrini. Zitto anche a proposito di «un islamico che festeggia il Redentore», forse a riprova della sua religiosità consapevole e moderata. E tira dritto, concentrato sui prossimi eventi. Giovedì, insieme al direttore della Sezione cinema Alberto Barbera, presenterà il cartellone dell’83ª Mostra, in programma dal 2 al 12 settembre, dov’è attesa la riscossa degli autori italiani (Nanni Moretti, Gianni Amelio e Mario Martone tra i probabili, e speriamo non ci sia troppa politica di mezzo), ignorati prima al Festival di Berlino e poi a quello di Cannes. Per l’autunno, probabilmente il 4 ottobre, nell’800º anniversario della morte di San Francesco, la Biennale propone la lettura dell’XI canto del Paradiso della Commedia di Dante Alighieri, arricchita dagli intermezzi del patriarca di Venezia. A seguire, dopo il festival musicale (10-24 ottobre), un evento dedicato a Pavel Florenskij, ancora da perfezionare.
Calendario fitto, dunque. Con Roma e i suoi palazzi sempre più lontani. Anche se prima dell’inizio della festa il presidente della Camera, il veronese Lorenzo Fontana, è passato a salutare i vertici della Fondazione. Ma ora la sera è diventata notte, in compagnia di Ottavia Piccolo, Giovanni Caccamo, erede artistico di Franco Battiato, è il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli. Esplodono i primi fuochi. Tizzoni che squarciano il buio. Pioggia di scintille che precipita nel bacino di San Marco, popolato di centinaia d’imbarcazioni luccicanti. Spettacolo memorabile. Il balcone di Ca’ Giustinian si sporge ancora di più sulla bellezza. Anni luce lontano dalla terrazza romana in cerca di autori e padrini. Ettorescolamente parlando.

 

La Verità, 21 luglio 2026

Merlino testimonial della svolta smaltata di Canale 5

Con Myrta Merlino al timone di Pomeriggio cinque s’inaugura la stagione tv più innovativa degli ultimi anni. Per lei è una notevole rivoluzione copernicana. Cambiano la casa, l’orario di programmazione, il pubblico, i contenuti. Specificando: da La7 prima del pranzo, a Canale 5 all’ora del tè. La platea di riferimento sono sempre casalinghe e pensionati ma, verosimilmente, meno da terrazza romana e più da bancarelle. Infatti, ecco il collegamento di «benvenuta» con il «filosofo che va per mercati» Paolo Del Debbio.

Pier Silvio Berlusconi vuole una televisione meno trash e per marcare subito il territorio e magari rosicchiare anche qualche punto di share, parte con una settimana in anticipo sulla concorrenza, ieri sera ha debuttato su Rete 4 anche Bianca Berlinguer. Ma dopo una sola puntata, pur confortata dai buoni ascolti, come rivelato da DavideMaggio.it, il regista di Pomeriggio cinque Ermanno Corbella, fedelissimo della conduttrice arrivato da L’Aria che tira, è già stato avvicendato. Non sono piaciuti il gobbo di carta, aggiornato manualmente da un’assistente, i tempi del racconto e il ritmo dei collegamenti, l’uso del nuovo studio con il pubblico sempre inquadrato dietro gli ospiti.

Merlino si tuffa nei gorghi della cronaca nera, grigia e bianca senza titubanze, lei che finora aveva prediletto i casi della politica e i dibattiti del palazzo. Dagli stupri del branco agli scontrini folli, dai cinque operai morti a Brandizzo all’infermiera uccisa a Roma, fino alla scomparsa della piccola Kata, il palinsesto lo fanno gli argomenti della gente comune, affrontati con ospiti poco inclini agli intellettualismi e, dopo la correzione di rotta, portati al centro dello studio per alimentare il talk show. L’eredità di Barbara D’Urso, salutata e ringraziata in apertura, è pesante: ora la confezione è più patinata, ma alcuni marchi di fabbrica rimangono inalterati. Merlino dà del tu ai testimoni convocati dagli inviati. Congiunge le mani per fare breccia nei cuori dei telespettatori. Sconfina comprensibilmente nell’emotainment, soprattutto quando si parla di violenza contro le donne, chiosandolo con un brano di Ivano Fossati, poco famigliare a queste latitudini. Ricorre alle confessioni a telecamera coperta e ai messaggi audio con voce contraffatta. Promette impegno a fianco delle vittime. Il mainstream è prêt-à-porter, la nuova conduttrice di Pomeriggio cinque officia la svolta smaltata di Canale 5. Vedremo se saprà essere credibile una conduttrice da terrazza romana che parla al pubblico dei mercati o se, strada facendo, qualcos’altro cambierà.

 

La Verità, 6 settembre 2023