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Carlo Delle Piane, il cinema come zona franca

Una pallonata in pieno volto a dieci anni e un incidente automobilistico a 37. Sono stati gli infortuni, i casi della vita, si potrebbe dire, a regalarci Carlo Delle Piane così come lo ricordiamo, ora che ci ha lasciati a causa dei postumi dell’emorragia cerebrale che lo colpì nel 2015. Aveva 83 anni. L’attore più timido e riservato del cinema italiano era anche il più professionalmente longevo, avendo festeggiato all’ultima Mostra del cinema di Pesaro i settant’anni di una carriera ricca di 110 film. Iniziata quando, dodicenne, gli assistenti di Duilio Coletti lo reclutarono alla scuola media Pio XI di Roma, per affidargli il ruolo di Garoffi in Cuore. Era il 1948 e il suo volto era già inconfondibile per il naso scalinato a causa di quella violenta pallonata.

Un ragazzino dalla faccia strana. Brutto o bruttissimo, per dirla tutta. Perfetto per il cinema. Al quale si avviò più che altro «perché era un modo per non andare a scuola e per mettermi qualche soldo in tasca». Figlio di un sarto istrione, che inventava strani infortuni per giustificare i ritardi delle consegne, e di una madre casalinga, allergica a qualsiasi contatto fisico, con una faccia così Carletto non poteva che avviarsi a una luminosa carriera di caratterista. Nel 1951 è già al fianco di Totò in Guardie e ladri, regia di Mario Monicelli e Stefano Vanzina (Steno), nella memorabile scena in cui declama al padre il tema che lo riguarda: «Mio padre non è quello che si può dire un bell’uomo…». Soprattutto è uno che per sfangarla rubacchia «stoffe, orologi, ombrelli e pure copertoni». «Ma perbacco…». Nello stesso anno veste i calzoni corti di Pecorino, figlio di Aldo Fabrizi e Ave Ninchi in La famiglia Passaguai, Fabrizi anche in regia. E la sua interpretazione è così convincente che il nomignolo gli resta a lungo appiccicato. Fin quando, cioè, non sterza in generi e ruoli diversi, al fianco di Alberto Sordi, Vittorio De Sica («mio padre inconsapevole»), ancora Totò e Fabrizi, suo primo vero amico nel mondo del cinema, come lui stesso raccontava nelle poche interviste che concedeva: schivo, fobico, prigioniero di un reticolo di manie igieniste che gli impedivano una vita normale. Gli esplosero nel 1973 dopo quell’incidente d’auto che lo lasciò un mese in coma. Al risveglio dal quale trovò il solo Aldo a rimbrottarlo ai piedi del letto: «A Carlè, ma quanto cazzo dormi?».

Le commedie del dopoguerra, i musicarelli, il neorealismo e l’epoca delle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani, Delle Piane attraversò tutte le stagioni cinematografiche da perdente che fa risaltare le doti del protagonista. Fu Pupi Avati in una delle sue più felici intuizioni a trasformare poco alla volta il grande caratterista in attore protagonista. L’outsider diventa vincente. Sempre senza eccessi, recitando per sottrazione, come piaceva a lui, alla maniera di Buster Keaton, il suo modello di riferimento.

La prova generale avvenne in Tutti defunti…tranne i morti, dove Delle Piane fu ancora comprimario. Ma da allora il sodalizio tra il misantropo attore romano e il regista bolognese divenne uno dei più fecondi degli ultimi decenni, consacrato dalla conquista della Coppa Volpi alla Mostra di Venezia del 1986 – superato il favoritissimo Walter Chiari – per l’interpretazione dell’avvocato Santelia, l’enigmatico pokerista di Regalo di Natale. Fu quella la parte più riuscita di tutta la sua filmografia, in gara con il timido professore di Una gita scolastica, di tre anni prima, innamorato di una collega che lo illude senza ricambiarlo. Avati aveva scovato la vena profonda e malinconica di un grande attore che, dopo i musicarelli, si stava rassegnando alle commedie scollacciate con Carmen Villani.

Al risveglio dal coma di quell’incidente l’indole di Carletto s’era fatta più crepuscolare. Non porgeva la mano, non toccava le maniglie delle porte, si sedeva solo su un fazzoletto strategico. Sceglieva i ristoranti in base al bagno pulito e spazioso, «tanto mangio solo patate lesse». Una schiavitù. «Le fobie sono il rovescio della depressione», mi disse una volta Anna Crispino, la cantante napoletana e donna straordinaria che da fan era divenuta sua moglie dopo averlo incontrato alle prove di uno spettacolo. Solo sul set le paranoie lo abbandonavano. Il cinema lo riscattava. Era una zona catartica. Una terapia: «Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Quando recito divento il personaggio che interpreto. Allora tocco, abbraccio, sono libero».

«Anche se fingeva di averlo superato, in realtà il cruccio per il suo aspetto aveva scavato in lui», riflette Avati. «E certo non lo aiutavano i ruoli in cui gli si chiedeva di far ridere accentuando gli occhi stralunati. Quello con Carlo è stato uno dei rapporti più belli e profondi di tutta la mia vita. Quando presentammo Una gita scolastica a Venezia non ci aspettavamo quell’accoglienza. Poi arrivò il successo di Regalo di Natale. Era stato mio fratello Antonio a impormelo dopo averlo conosciuto in un cinema d’essai, ma io non ero per nulla convinto. Poi ne scoprii l’animo. Un mondo ricchissimo, dietro quei suoi complessi e quel senso di inadeguatezza nel quale mi riconoscevo anch’io. Con lui non servivano tante parole, eppure era il più efficace nel restituire i personaggi che avevo in mente. Dopo un trentennio di film insieme ero sicuro che potesse camminare con le sue gambe: stento a perdonare i miei colleghi che non lo hanno considerato come meritava».

 

La Verità, 25 agosto 2019

«Drive in? Nacque tutto da un mio programma»

«No, guardi, le interviste alla mia età sembrano coccodrilli anticipati. E poi sono quasi sempre noiose…». Difficile annoiarsi con lei. «Va bene, ma facciamo una cosa rapida». Romano, settantun anni, intrattenitore e autore televisivo, commediografo, sceneggiatore e doppiatore di successo oltre che storico conduttore dei Fatti vostri, Giancarlo Magalli è uno che conosce tutto e tutti. D’accordo, facciamo presto, ma non sia riluttante. Con tutte le vite che ha…

Cominciamo da quella meno nota: come ha fatto a diventare maggiore di polizia?

«Polizia locale, precisiamo, i vigili urbani. Negli anni Ottanta due o tre notti a settimana mi aggregavo alle pattuglie come volontario. I dirigenti del corpo mi hanno dato questo titolo. Sono orgogliosi di avermi tra loro e io di starci».

Due o tre notti a settimana in pattuglia per fare cosa?

«Ho partecipato a decine d’interventi. Ho scoperto la vita delle guardie mediche, il pronto soccorso, l’obitorio, l’albergo del popolo e quanti pazzi vagano per la città».

Adesso non va più in pattuglia?

«No, partecipo a qualche cerimonia. A dare il benvenuto ai 300 nuovi assunti c’eravamo io, la sindaca e il comandante dei vigili».

È anche socio benemerito dell’Associazione nazionale carabinieri?

«Sono molto legato all’Arma. Da allievo di cavalleria volevo optare per i carabinieri, ma mio padre si oppose. Così divenni anch’io ufficiale di cavalleria. Come socio d’onore presento i concerti e le manifestazioni dell’Arma all’Arena di Verona, all’Auditorium…».

Il titolo di commendatore al merito della Repubblica a cosa lo dobbiamo?

«A Oscar Luigi Scalfaro che me l’ha dato per il lavoro nel sociale, per Telethon e altre cose che non vado a raccontare, ma chi le deve sapere poi le sa».

Tutta questa bontà evapora appena compare Adriana Volpe?

«Non voglio parlare di Adriana Volpe, una persona che ottiene visibilità solo parlando di me».

Altra vita: primo animatore turistico italiano.

«A Natale del 1967 andai con i miei genitori in vacanza in montagna. L’8 gennaio dovevo partire militare, perciò volevo divertirmi. Organizzavo le gare di slittino e di sci e le serate per gli ospiti. Nello stesso albergo c’erano anche i dirigenti dell’Eni: “Perché non viene a fare l’animatore da noi che dobbiamo aprire un villaggio sul Gargano?”. “Dopo il militare, tra un anno e mezzo, si può fare”. E così fu».

Destinazione Pugnochiuso, l’attirava il nome?

«La politica non c’entra. Il nome lo inventò Enrico Mattei sorvolando in elicottero la costa. L’Eni stava aprendo una raffineria a Manfredonia, vide questo promontorio a forma di pugno, lo comprò e ci fece costruire un albergo con un centro sportivo per i dipendenti».

Lei capo, gli altri animatori?

«C’era Stefano Disegni, ora disegnatore e fumettista affermato».

Conobbe molta gente?

«Avevo un budget ridottissimo e mi rivolsi ad alcuni impresari pugliesi, chiedendo di trovarmi qualche artista poco esigente. Vennero Pippo Franco, Enzo Beruschi e i Gatti di Vicolo Miracoli. Qualche anno dopo li scritturai per Non stop».

Fiorello non lo incrociò?

«Era tra gli allievi dei corsi per animatori che tenni a Ostuni».

Che allievo era?

«Era uno fra i tanti, non lo conoscevo. Fu lui anni dopo a dirmi che aveva frequentato il corso di Ostuni».

Come avvenne il salto in televisione?

«Pippo Franco fu scritturato per un programma alla radio e mi chiese di scrivere per lui. Poi cominciai a scrivere per altri, da Oreste Lionello a Gianfranco D’Angelo… Finché Bruno Voglino mi propose di fare l’autore di Non stop».

Antenato di Drive in?

«Il vero antenato di Drive in venne subito dopo. La Rai voleva un altro programma con comici sconosciuti. Io replicai che non erano un’infinità e che conveniva sfruttare quelli già scoperti. Mi diedero l’ok e nacque Tutto compreso. C’erano Ezio Greggio, Enzo Beruschi, Gigi e Andrea, Massimo Boldi e Teo Teocoli. Andava in onda da Milano ed era ambientato in un villaggio vacanze».

Guarda caso.

«Berlusconi lo vide e prese Giancarlo Nicotra, il regista, e gran parte del cast. Il secondo anno Antonio Ricci aggiunse altri comici».

A Pronto, Raffaella? inventò il gioco dei fagioli.

«L’avevo visto negli store americani. I negozianti mettevano in vetrina un vaso pieno di fagioli e i clienti tiravano a indovinare. A fine mese chi si era avvicinato di più vinceva una spesa gratis».

La Rai dovrebbe esserle grata a vita perché quel gioco creò la fascia di ascolto di mezzogiorno.

«Per la verità, l’anno prima c’era già stato Il pranzo è servito di Corrado su Canale 5. Quando la Rai decise di provarci, affidò a me e Gianni Boncompagni il compito».

Altro salto, da dietro la telecamera a davanti.

«Avvenne qualche anno dopo a Pronto, chi gioca? condotto da Enrica Bonaccorti. Un giorno lei dovette ricoverarsi improvvisamente e Boncompagni mi disse: “Domani presenti tu, tanto sai come si fa”. Andò bene e così continuai. Anche perché c’era una certa penuria di presentatori perché tanti, da Pippo Baudo alla stessa Carrà, erano andati alla Fininvest».

Da chi ha imparato di più in tanti anni?

«Ho imparato da quelli che guardavo da spettatore. Mario Riva mi ha ispirato, volevo essere come lui».

Renato Rascel come lo ricorda?

«Gli somigliavo fisicamente e nel timbro di voce. Ma era un musicista, un compositore e un grande intrattenitore. Era spontaneo imitarlo. Alighiero Noschese me lo invidiava. Una volta, avrò avuto 4 anni, salii sul palco a tirargli la giacca: “Renato, perché tutti dicono che ti somiglio?”. “Non lo so, fammi vedere la mamma”, replicò lui. Un giornalista poco ironico s’inventò che ero il figlio segreto di Rascel. L’ho molto ammirato, ma niente figliolanze».

Pentito di aver rifiutato la parte di Don Matteo?

«Avevo intuito che era una grande occasione professionale. Ma mi avrebbe costretto a stare lontano dalla famiglia troppo a lungo. Avevo una figlia piccola che volevo veder crescere e una moglie cui volevo bene. Anche se oggi il matrimonio è finito non sono affatto pentito di quella scelta».

Cosa c’è di vero a proposito di un suo contatto con Mediaset?

«Con Mediaset ho sempre avuto buoni rapporti. Ma non hanno mai cercato di convincermi. A un certo punto la Gialappa’s mi aveva proposto di lavorare con loro. Ora, con il tetto dei compensi, ci sto pensando».

Quindi si può fare?

«Il mio contratto scade a maggio. Dopo, chissà…».

Capitolo cinema…

«Il cinema lo vivevamo in casa, mio padre era direttore di produzione. Ho fatto il segretario di produzione in alcuni film di Totò e di Roger Vadim. Ma al cinema un mese si lavora e tre no, come diceva mio padre».

L’attore che più la colpì?

«Totò era impossibile non ammirarlo. Ricordo che era già cieco, ma sul set nessuno se ne accorgeva. In Diabolicus doveva giocare a biliardo: imparava la posizione delle bocce sul tavolo, impugnava la stecca e tirava come niente fosse».

Anche nel cinema è stato sia dietro che davanti alla cinepresa.

«Ho partecipato a una quindicina di film; niente di immortale eh. Ma sì, sono stato autore e attore cinematografico, autore e attore teatrale, autore e conduttore tv. Adesso faccio anche il doppiatore».

Nella terza stagione del Collegio su Rai 2 sarà ancora la voce narrante?

«Certo. Mi è piaciuto fin dalla prima edizione, ambientata negli anni del mio liceo, con i banchi di legno e un rigore oggi dimenticato».

Perché le piacerebbe condurre un game show?

«Lo vedrei come una ricreazione dopo 28 anni di Fatti vostri in cui si parla spesso di vicende dai risvolti dolorosi. Un programma in cui si gioca e si scherza, avendone già sperimentati penso che saprei farlo bene».

Hobby preferito?

«Viaggiare con le mie figlie. Andare in Francia, a Londra, in America. Una volta avevo un codazzo di donne, mia madre, mia moglie. Ora sono rimaste loro. Partiamo…».

Cosa guarda in tv?

«Tutto, Pechino Express, Stasera tutto è possibile, film e serie».

Le ultime viste?

«Orange is the new black, Castle, Stranger Things. Le serie sono pericolose, se mi piacciono rischio di stare 10 ore davanti alla tv».

Letture?

«La serata finisce sempre con un libro».

Adesso sul comodino?

«Tre volumi sulla storia delle religioni di Mircea Eliade».

Però. Narrativa?

«Non quella contemporanea. Preferisco Italo Calvino, Giovannino Guareschi, Achille Campanile e gli umoristi degli anni Cinquanta».

Che rapporto ha con i social?

«Su Facebook ho più di 140.000 seguaci, su Instagram un po’ meno. Mi diverto, scrivo dei pensieri stando attento ai pazzi che ci sono in giro. La gente capisce se posti per trarne un vantaggio o per socializzare».

Segue la politica?

«La seguo a volte con passione, altre con paura e preoccupazione. Per tanto tempo abbiamo delegato tutto ai politici o ai preti che ci dicevano per chi votare. Berlusconi ha avuto il merito di favorire il ritorno di partecipazione della gente. Pro o contro di lui».

Il sentimento prevalente adesso?

«Curiosità con tendenza all’ottimismo. Però non è facile. A dar retta alle sibille cumane è tutto un disastro. Ma mi chiedo: con quale autorità scagliate tutte queste invettive? Se avevate tutto chiaro perché non avete agito quando governavate voi?».

Che cosa si aspetta dalla nuova dirigenza Rai?

«Vorrei che durasse più di due anni. Come si fa a rilanciare una grande azienda se non si può fare un piano di lungo respiro? Nemmeno un privato può farcela, figuriamoci la Rai che dipende dalla politica. Quando arrivano i nuovi capi, appena cominciano a capire dove si trovano già se ne devono andare».

Che cosa le dà speranza?

«Le persone che mi circondano. La situazione non è delle migliori, ma le persone sono migliori della situazione».

 

La Verità, 7 ottobre 2018