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Fabula veneta: incontri con scrittori, editori, poeti

Questo libro è una creatura venuta su spontanea. Gratuita come certe piante che spuntano sul ciglio della strada. Piante laterali e strane, difficili da trovare negli erbari o negli album di botanica. Così è questa raccolta, cresciuta a margine della collaborazione con La Verità, la testata per la quale realizzo interviste settimanali e, fra queste, alcune a scrittori, editori e poeti veneti. Era pronta per la tipografia all’inizio dell’anno, ma d’accordo con l’editore abbiamo deciso di rinviarne la pubblicazione a causa dei fatti che tuttora condizionano la nostra quotidianità.

Sono trevigiano di origine e vivo alle porte di Padova, dove sono tornato dopo venticinque anni trascorsi a Milano. Incontrare questi autori è stato un modo di riallacciare i legami con la mia terra e approfondirli. Dopo le prime chiacchierate, qualcuno di loro mi ha sollecitato a farne altre e a raccoglierle. A un certo punto ho iniziato a dar credito a quel suggerimento, non senza un residuo scetticismo. Non sono uno specialista, non sono un critico letterario, non ho le cosiddette letture giuste. Sono solo un giornalista atipico. Curioso delle persone più che amante delle parole. Anzi, per le parole nutro una certa diffidenza.

In un primo tempo questo libro avrebbe dovuto intitolarsi Parole venete. Ma non mi girava bene in testa. In Tracks (Tracce), un film di John Curran del 2013 che narra la vicenda reale di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano per andare a vedere l’oceano, c’è una frase che mi ha colpito. Dopo giorni di cammino solitario quella ragazza si era imbattuta in alcuni indigeni che l’avevano ospitata e con i quali aveva dialogato. «Come?» le aveva chiesto un amico fotografo: «Ci sono tanti modi per comunicare… Le parole sono sopravvalutate».

«Le parole sono importanti», diceva qualcuno. Ed è vero. Ma sono anche sopravvalutate, tanto più oggi. Nella vita quotidiana, in televisione, nei talk show, spettacoli del parlare, e ancor più nei social media, la parola domina, spadroneggia. Senza che, peraltro, ne sia rispettato lo scopo: essere ascoltata. Gli esempi si sprecano. Viviamo in una società sempre più autistica, nella quale le relazioni e i dialoghi veri scarseggiano, chiusi come siamo dentro il nostro ragionamento, la nostra certezza di avere ragione. Così il titolo è cambiato in Fabula veneta, nel tentativo di sottolineare il valore dell’ascolto.

Mi piacciono le interviste perché m’incuriosisce l’altro. L’altra persona. Fare domande serve a soddisfare la curiosità. Perciò, sempre per stare al titolo, abbiamo deciso di inserire la parola «incontri». E di arricchire il contenuto della «fabula» con i ritratti di tutti i protagonisti firmati da Loris Boschieri, in arte Bosk. Non è un libro di discussioni letterarie, di critica, o sui destini della narrativa del Nordest. Ma un’antologia un po’ selvaggia di incontri con persone che scrivono in prosa o in versi e si occupano di libri.

Chi sono veramente questi scrittori? Che vita conducono? Sono solitari, socievoli o social, come si dice oggi? Che cosa sta loro a cuore, oltre il successo delle loro fatiche? L’editore-scrittore-affabulatore Ferruccio Mazzariol mi ha detto: «Io sono convinto che la narrativa sia lo strumento rivelatore più acuto della condizione umana, ancora più della teologia». E la scrittrice-teologa-insegnante Mariapia Veladiano: «I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Queste persone si dedicano alla letteratura in un territorio definito, con qualche sconfinamento fuori dal Veneto. Da qui è sorta un’altra domanda. Tra questi autori ci sono delle linee comuni, un tratto esistenziale o psicologico che li avvicina? Oppure è ancora attuale il ritratto un filo inquietante che dei Narratori del Veneto faceva Guido Piovene: «Al Veneto socievole potremmo sostituire l’immagine d’una famiglia (poco espressa in profondità) di caratteri saturnini, strani, intricati, fegatosi, misantropi e un po’ deliranti: funghi cresciuti sotterranei e pipistrelli cavernicoli». Esiste, insomma, una geoletteratura veneta e del Nordest? O esistono delle affinità esistenziali, delle nervature psicologiche e, di conseguenza, letterarie? La grande maggioranza degli interpellati rifugge la formula. Non c’è una comunità di scrittori veneti, meno che mai del Nordest. Sono categorie superate, mutuate da sintesi giornalistiche. Gli scrittori sono esseri solitari, piuttosto individualisti. Che, in questa periferia editoriale, stentano a fare gruppo. Qualcuno abbozza timidamente l’idea della «società letteraria», ma è una suggestione alla quale non si dà troppo credito. In generale, tutti scrivono isolandosi, qualcuno soggiacendo alle proprie ossessioni, tormento, alimento creativo, linfa vitale.

Semmai il Nordest rimane come riferimento socio-economico. Ferdinando Camon, che si definisce scrittore della crisi, cita Charles Pèguy, secondo il quale «la scomparsa della civiltà contadina è il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». È una buona chiave per comprendere lo smarrimento della seconda metà del secolo scorso, nel quale sorgono e si definiscono le vocazioni di quasi tutti gli intervistati. Il tramonto dell’universo contadino, con i suoi riferimenti religiosi e culturali, è lo scenario in cui si esprime anche Luciano Cecchinel e, in parte, Francesco Permunian. Dopo di loro prende corpo una generazione diversa (Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Francesco Maino, Vitaliano Trevisan…), più sociale e, a tratti, sociologica, alla ricerca di nuovi equilibri che possano fornire risposte adeguate alla crisi che ha aperto il nuovo millennio. Ma le risposte, il più delle volte, non si trovano. Motivo per cui, in alcuni dominano risacche di nichilismo, di pessimismo e non speranza. Insieme a quello con Vitaliano Trevisan, il dialogo più drammatico e commovente allo stesso tempo, mi sembra quello con Nico Naldini. L’intervista a lui, quella a Gianfranco Bettin e Luciano Cecchinel sono totalmente inedite. Le altre sono rielaborazioni e integrazioni, più o meno robuste, di conversazioni pubblicate nei quotidiani per i quali ho lavorato negli ultimi anni. Ma ognuna è frutto di un incontro preparato, partecipato e ripensato appositamente per questa nuova pubblicazione. Il risultato è un prodotto eterogeneo e privo di qualsiasi ambizione sistematica.

Toccherà ai lettori dire se questa piantina selvaggia è gradevole oppure no.

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Nota introduttiva di Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre nelle migliori librerie del Veneto e su tutti i siti di e-commerce

«C’è più teologia nei romanzi che nei trattati»

Una scrittrice teologa. Una preside delle superiori che ha vinto il premio Calvino, per autori inediti. E che, sempre con La vita accanto (Einaudi), è giunta seconda al Premio Strega, prima di collezionare numerosi altri premi.  Vicentina, collaboratrice di Repubblica e della rivista Il Regno, Mariapia Veladiano è seguita da un folto gruppo di lettori ed è sempre ben recensita dai media mainstream. Purtroppo, come rivela in questa intervista, è timida. E la timidezza, unita alla consapevolezza del talento, può creare distanza. La stessa che s’instaura, a volte, tra la cattedra e i banchi degli studenti.

Perché si chiama Mariapia? Due nomi in uno, attaccati. Il secondo indica anche una direzione, una dirittura, se così si può dire…

«Piaceva ai miei genitori. È un nome impegnativo, è vero, soprattutto se si crede che il nome orienti la vita, anche solo per il fatto di essere chiamati infinite volte con il proprio nome».

È laureata in teologia, oltre che in filosofia: direzione confermata?

«C’è una storia e forse il nome ne fa parte. Ma così senza troppo cercare, mi vien da dire che altri nomi hanno un maggiore destino teologico. Elizabeth, ad esempio: Elizabeth Green, Elizabeth Schlüssler. Anche se Maria, nelle sue varianti linguistiche, sembra essere davvero un poco un destino nel mondo della teologia al femminile: Mary Collins, Rosemary Radford Reuther, Mary Daly. Comunque io non sono una teologa. Ho studiato teologia e poi ho scritto romanzi. Felice di avere studiato teologia ma inadatta a occuparmene. C’è una pretesa nella teologia, quella di affrontare un tema chiudendo il cerchio del ragionare. La vita non chiude mai i cerchi. I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Perché ha scelto d’intraprendere questi studi?

«La spavalda esigenza di trovare una risposta al problema del male. Il male è il problema».

Ho letto il primo e l’ultimo dei suoi libri, La vita accanto e Lei: sbaglio se dico che è una scrittrice che attinge altrove?

«Spero proprio che non sia così! La scrittura chiede un tale lavoro di concentrazione, un abitare in un punto interiore lontano da tutto. Quando scrivo non leggo nemmeno il giornale, per non essere, come dire, distratta, a livello di stile, parole, immagini».

Intendevo che non attinge alla solita sociologia, agli equilibri e ai disequilibri economici e di classe, ma alla psiche, alla riflessione introspettiva, al senso religioso e ai suoi misteri?

«Questo sì, ma è un altrove in cui tutti abitiamo. Il luogo delle domande che ci portano verso la nostra comune umanità. Un luogo in cui ci si ritrova così simili».

Come le è venuto di scrivere la storia di Rebecca, una bambina molto brutta dal nome elegante e raffinato?

«Rebecca è un nome biblico, è la moglie di Isacco. Il nome significa “colei che avvince”, un nome antifrastico perché la Rebecca del romanzo si percepisce brutta. Porta il dolore nel nome, il dolore di non essere stata amata. I genitori bellissimi si aspettavano una bambina bellissima. Non so come sia arrivata questa storia. Le storie arrivano, e non è una frase retorica. Si presentano. Da insegnante ho sempre sentito la paura di non essere accettati che i ragazzi e le ragazze portano nelle aule. Paura diventata sempre più forte in questi nostri tempi tremendi, così giudicanti».

Ha fatto esperienza di essere respinta, rifiutata?

«E chi non l’ha fatta?».

Il sentimento di esclusione è il dolore più grande?

«Sì, credo di sì. Non essere amati. Come si può vivere? Questa è la felicità promessa dal Vangelo: ciascuno è amato quali che siano le sue azioni, i suoi pensieri, le sue capacità».

L’esperienza della sofferenza rende più attenti e sensibili al mistero delle altre persone?

«Purtroppo non è sempre vero. A volte ci si inasprisce, irrigidisce. Credo che la differenza la faccia l’esser soli oppure no. Quando non si è soli, sia il dolore che la paura hanno meno potere sul nostro diventare».

La madre di Rebecca si suicida perché non supera il dolore di quella figlia, ma la scena del rifiuto del funerale che non viene celebrato «semplicemente perché nessuno sapeva occuparsene» è raggelante. L’assenza della fede coincide con la mancanza di un conforto anche umano, con un’aridità desolante?

«No no. In quel caso manca umanità, non fede. Quella di Rebecca è una famiglia in cui nessun affetto riesce ad esprimersi liberamente. È questo il dramma. Il rispetto del padre per il mutismo della moglie è un mutismo a sua volta, un modo per non affrontare il dolore».

Recensendo La vita accanto Ferdinando Camon ha parlato di «catastrofe», «tragedia», «miracolo». Il miracolo è accettare il proprio destino, amarlo, restare nel proprio segmento? La grandezza dell’umiltà e nell’umiltà è nell’accettazione, dalla quale trasfigurare il quotidiano?

«Non è una regola. Quando le cose hanno un margine di cambiamento, si deve lavorare per cambiarle. Rebecca disobbedisce, guadagna un proprio spazio, vede, osserva, agisce come può, per cambiare le cose che però, come dire, accelerano senza che lei possa fermarle. Ma lei non rinuncia a capire e quando finalmente ha gli strumenti per farlo, sceglie quello che le permette una vita per quanto possibile serena. A volte i ragazzi mi hanno chiesto perché non avessi giocato la carta del successo per celebrare il riscatto di Rebecca. Il successo è il grande feticcio dei nostri giorni, il toro d’oro a cui sacrificare le vite. Il successo è sempre un’eccezione. La stragrande parte delle nostre vite è normale ed è nella normalità dei rapporti, nella quotidianità di un lavoro che deve essere parte della vita e non altro dalla vita, è in questa normalità che va cercata la nostra parte di felicità».

Come ha preso corpo l’intuizione di una biografia di Maria, madre di Gesù?

«Senza un progetto. In tanti anni di riflessioni, scene, conversazioni messe da parte. Un giorno ho trovato che il libro si stava costruendo per piccoli accumuli. Una lunga frequentazione».

Nel mondo di oggi le figure femminili per le quali ci si batte sono di tutt’altra indole: aggressive, rivendicative, competitive.

«Guardi, io trovo che sia gli uomini che le donne siano, come dire, dipinti, rappresentati dai media molto peggiori di quanto in realtà sono. Le notizie e le copertine inseguono un’attenzione che è sempre più fragile per cui si punta sull’eccesso per colpire. Le donne non sono così come lei dice. Sono rappresentate così con effetti che sarà interessante valutare, soprattutto sulle ragazze più giovani. Ma c’è una quantità di belle persone intorno a noi».

Calarsi nell’intimità di Maria può risultare un po’ ambizioso o presuntuoso? Come ha superato questo rischio?

«Non ho avuto presente questo rischio. È stato un piccolo viaggio dentro il cuore di una madre, sorella di tutte le madri».

Vengono in mente altre scrittrici e scrittori che hanno riempito i vuoti di figure evangeliche oltre i testi sacri come Elena Bono e Charles Péguy. Questi autori sono stati tra le sue letture?

«No».

Com’è nata l’idea che alcuni miracoli di Gesù abbiano avuto un’incubazione nei giochi e nei dialoghi infantili con sua madre?

«Ciascuno di noi porta dentro di sé un immaginario di famiglia. Le parole hanno significati carichi di fatti accaduti a noi, dentro la nostra storia di famiglia. Deve essere stato così anche per Gesù. Quante volte un bambino del tempo vedeva fare il pane in casa e lo vedeva spezzare per i forestieri e per i pasti in famiglia. Lo spezzare il pane è diventato per Gesù il gesto dei gesti. Gesto d’amore assoluto».

Perché sottolinea l’innocenza e la felicità di Maria «una madre che ha amato senza sapere»?

«Perché la vita non si lascia conoscere nel suo senso. Perché il male? Perché un figlio buono che viene ucciso come un delinquente? La domanda è di Maria e di qualsiasi genitore che viva questa esperienza o altre simili. Il teologo Dietrich Bonhoeffer scriveva che il concetto non biblico di senso va sostituito con il concetto biblico di promessa. È la promessa – dell’amore che non finisce – a rendere possibile la vita».

Non è un controsenso per una persona che ha due lauree?

«Studiare è un privilegio. Sono stata fortunata. Studiare è sguardo di comprensione sulla realtà. Gli occhi aperti servono a leggere le ingiustizie del mondo e a trovare strade per ripararle. Per quanto possibile».

Trova che nel mondo contemporaneo si dia troppa importanza al sapere, alla conoscenza, intesi come pretesa di controllare, di possedere il mistero dell’essere?

«Temo che il problema sia il contrario. Oggi si celebra l’ignoranza come un merito. Tremendo».

Sono i «puri di cuore», cioè i poveri in spirito, che «vedranno Dio»?

«Che lo vedono. Sì. Le beatitudini sono al presente. Loro, i puri di cuore e i poveri fin dentro lo spirito, i non arroganti, i non prevaricatori, oggi stanno vedendo Dio, nei poveri della terra, negli offesi dalla violenza».

È per questo che non frequenta i circoli letterari, i salotti, gli ambienti editoriali?

«In realtà sono timida».

Non frequenta nemmeno associazioni e movimenti religiosi, se ho capito bene…

«No, ma sono molto legata alla spiritualità ignaziana».

Ha scritto il suo primo romanzo a 50 anni. E prima?

«Ho letto molto e ho anche sempre scritto, in verità. A 50 ho mandato uno dei manoscritti al Premio Calvino e poi ho pubblicato. Ci vuol coraggio ad esporre la propria scrittura, fino a 50 non sentivo di averlo».

Chi sono i suoi autori di riferimento?

«Che leggo e rileggo: Marguerite Yourcenar e Maria Bellonci. E soprattutto Bonhoeffer».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«I ragazzi che si impegnano malgrado il mondo terribile che noi abbiamo costruito. Anche loro sono migliori di come vengono dipinti, sa?».

 

La Verità, 11 agosto 2019