Ridate l’orrido patriarcato alle autrici femministe

Ci sono la governante, la levatrice e la portalettere, in una sorta di sezione «mestieri di una volta». Poi ci sono le figure eccentriche, sonnambule e donne che incartano la frutta. Le storie di integrazione negata, di ribellione e riscatto, di esortazioni pedagogiche un po’ ruffiane. Il tutto in una melassa vagamente piagnucolosa. A volte, un giro in libreria può rivelarsi illuminante. Nel suo strepitoso Egemonia senza cultura (Silvio Berlusconi editore), Andrea Minuz racconta quando, a metà degli anni Novanta, la visita alla Strand di New York gli aprì gli occhi sul provincialismo dell’editoria italiana. I testi di Louis Althusser, Bertolt Brecht o Franco Fortini che studiava all’università, presentati come nuove tavole della Legge, erano esposti nello scaffale del «pensiero marxista e post-marxista». Cioè, erano proposti come una visione di parte, non come il «canone» elettivo o i testi sacri della Cultura con la maiuscola. Senza andare tanto lontano né pretendere di smascherare altre truffe ideologiche, una più semplice sosta nella libreria di quartiere può fornire curiose informazioni su come funziona la narrativa nostrana. Basta uno sguardo al bancone delle novità e ci si fa un’idea di ciò che viene proposto ai lettori e alle lettrici italiane. La libreria in questione si trova all’interno di un grande centro commerciale di una città del Nord ed è, quindi, frequentata in prevalenza, ma non solo, da donne. La differenza da altri negozi riguarda solo l’accostamento dei volumi, tutti rintracciabili ovunque, magari più distanziati tra loro. Nello store del centro commerciale il colpo d’occhio è solo più immediato. Intanto, i colori vivaci di tutte le copertine, come per infondere un senso di euforia o almeno di ottimismo. Poi, i titoli, le fascette e gli elogi firmati per indurre all’acquisto. Rivelatori sono soprattutto i titoli dei romanzi. Direte, che sguardo superficiale… Proprio così, la rapida occhiata trasmette la percezione sintetica. Una marmellata di sentimentalismo. Una vernice omologata di ego-vittimismo. Una spalmata di femminismo spicciolo e intimista.
Al centro del bancone troneggia La femminanza, romanzo di Antonella Mollicone per l’editrice Nord. Il volto di una giovane donna del primo Novecento spicca sopra la fascetta: «Una Cerchia (in maiuscolo) di donne che condivide saperi antichi e verità immutabili. Un legame di sorellanza che trascende ogni legame di sangue». La femminanza: intreccio di femminismo sorellanza complicità solidarietà femminile eccetera. Il contraltare di maschianza, forse. Anzi no, a chi è mai venuta in mente la maschianza? Siamo in un paesino del Lazio, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, in una storia di nonne e bisnonne dell’autrice. Vi ricorda qualcosa? La matrice di molte di queste opere è C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Le nonne, i lavori umili, l’orrido patriarcato. È la vena d’oro di buona parte di questa produzione letteraria: si torna a quell’epoca e a quei soprusi maschili, quasi fermando il tempo, come se poi non ci fossero state le battaglie delle mamme femministe di mezzo secolo dopo. Così, ecco la galleria dei mestieri dei tempi andati. La portalettere di Francesca Giannone, «vincitore del Premio Bancarella 2023», come segnala la solita fascetta: Salento anni Trenta. La levatrice di Bibiana Cau, Sardegna anni Venti, altra storia del filone empowerment femminile su cui è specializzata l’editrice Nord. Sempre in Sardegna, ma a fine Ottocento, è ambientato La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani), candidato al Premio Strega: una donna fragile, «preda fin da bambina di svenimenti», in fuga da un matrimonio che è «il luogo più pericoloso per lei». Dal primo Novecento siciliano invece proviene L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo (Garzanti) che, mischiando figure storiche e personaggi di fantasia, narra l’epopea della dinastia Tarocco. È Serena Bortone a farci fare un salto negli anni Sessanta, raccontando per Rizzoli Le dirimpettaie, tre donne «che si incontrano sul pianerottolo e piano piano diventano indispensabili l’una per l’altra, legate da un’amicizia quotidiana, fatta di confidenze, silenzi e osservazioni reciproche», finché arriva la liberazione del Sessantotto e, d’incanto, tutto cambia. Si attendono gli spin off con Le inquiline, Le portinaie, Le affittacamere… e non sono da invidiare editor e redattori (maschile onnicomprensivo) per lo sforzo di fantasia indispensabile per inventare nuovi titoli calamita. Tra Milano e la campagna francese di oggi ci porta La governante, romanzo d’esordio per Marsilio di Csaba della Zorza. Naturalmente non mancano le storie di integrazione e di emancipazione complicate come in Estranea di Yael Van Der Wouden (Garzanti), candidato al Premio Strega europeo, e in Questo posto mi sta respingendo di Andrea Martina (66thand2nd). Ad assemblare l’intero campionario fornendogli una prospettiva più ideologica è arrivato fresco fresco in questi giorni La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta (Rizzoli) di Marianna Aprile. Ma, non fosse altro che per la logorrea del titolo, sull’opera della mancata toga rossa non può bastare un semplice colpo d’occhio.
Altri filoni hanno, invece, ambizioni etiche o pedagogiche e le intestazioni suonano sentenziose e imperative. Come Parlami di casa di Jean Cummins (Feltrinelli), o Promettimi che non moriremo di Mara Carollo (Rizzoli), altra storia con al centro una donna ribelle che lascia il Veneto per inseguire un amore e un lavoro, un po’ come si è visto in Vermiglio di Maura Delpero. Oppure Non scrivere di me di Veronica Raimo (Capponi editore) e Bagna i fiori e aspettami di Lidia Ravera (Bompiani) che, secondo a chi è rivolto l’invito, un figlio un marito un’altra donna, può adombrare prospettive completamente diverse. Insomma, vien quasi da dar ragione alla Viola Ardone di Tanta ancora vita (Einaudi), un titolo che sembra cambiare l’ordine delle parole come si fa con gli addendi. Solo che in matematica «il prodotto non cambia», mentre in letteratura non ci si capisce un’acca. E si esce dalla libreria più incavolati di come ci si è entrati.

 

La Verità, 15 aprile 2026

Il carabiniere tradito da un marocchino e da un Pm

Quella che leggete in questo articolo è una storia esemplare, paradigmatica del momento in cui viviamo, in cui alcuni magistrati contestano o contraddicono gli atti dei rappresentanti delle forze dell’ordine. È una storia che meriterebbe grande visibilità, un film o una serie tv, per intenderci. Condensata in un libro intitolato Il punto di fuga, scritto da Guido Mezzera (postfazione di padre Mauro-Giuseppe Lepori) e pubblicato dall’editore Cantagalli, che racconta i fatti contenuti nel diario dal carcere di un carabiniere, detenuto eccellente. In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir») il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un Pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi ndr) … Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal Pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo… Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!»
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio “perché proprio a me?”. Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto».
Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.

 

La Verità, 28 gennaio 2026

La svolta di Fedez: «A destra c’è più umanità»

Forse la candidatura al Premio Strega, come auspica in un’overdose di entusiasmo Mario Adinolfi, non è l’approdo più naturale del nuovo libro di Federico Leonardo Lucia noto come Fedez. Non lo è per due motivi. Perché è assai probabile che il suo autore non ci tenga particolarmente. E perché la più importante competizione letteraria italiana è l’apoteosi dell’amichettismo, linfa dei circoli editoriali nostrani. E, considerato il disincanto con cui il rapper descrive il mondo musicale – case discografiche, manager e agenti – è verosimile che, allo stesso modo, diffidi dei codici di quello editoriale.

Un libro-svolta

Ciò detto, Adinolfi ha ragione quando afferma che L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) è un grande libro. Una messa a nudo di un’anima tormentata e in costante eruzione. Una confessione sincera. Un’autobiografia senza filtri e reticenze. Un flusso di coscienza scritto in un italiano privo di manierismi. Sul nostro giornale abbiamo spesso aspramente criticato il personaggio per le intemperanze, le finte trasgressioni, i narcisismi esasperati, le prese di posizione preconcette e violentemente faziose. Tutte situazioni assai indigeste, dalle dichiarazioni ambigue sulla legge Zan agli insulti ai politici del governo Meloni fino al bacio gay sul palco dell’Ariston con Rosa Chemical. Ma qui siamo di fronte a una svolta perché in queste pagine s’intravede un cambiamento. Una maturazione, forse. «Una storia, quando ci sei in mezzo, non è una storia, è solo caos, confusione», riflette Fedez. «È soltanto dopo che diventa una storia, che prende una forma. È quando la racconti a te stesso o a qualcun altro. Perché di certi demoni ci si libera soltanto raccontandoli». La scrittura è presa di coscienza e, a un tempo, liberazione. Una confessione strategica? Fatta per soldi? «Forse è vero, non m’importa», ammette lui. «Ma ha senso se anche solo una persona,» dopo averla letta, «si sentirà meno sbagliata, imperfetta, fallita soltanto perché il mondo intorno urla che lo è».
Finora Fedez ha attraversato un’infanzia complicata, l’esperienza del bullismo subito (e replicato), l’adolescenza nei centri sociali, il successo fin dai primi rap, l’assunzione selvaggia di sostanze, la popolarità travolgente (anche per lui), lo star system, una serie tv sulla sua vita di coppia, il cancro, la depressione, gli psicofarmaci, il pessimo Sanremo 2023, quello in cui c’era anche Chiara Ferragni, lo scandalo del pandoro e la separazione, il pensiero del suicidio, la politica e la vicinanza a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, la filantropia ai tempi del Covid, la frequentazione a sorpresa di esponenti di destra, il podcast più seguito d’Italia e il rapporto controverso con alcuni giornalisti in auge.
Dopo e a causa di tutto questo, il personaggio è finalmente diventato persona? Aver sfiorato l’autodistruzione può produrre un nuovo inizio. Riflettendo a voce alta, citando inconsapevolmente Blaise Pascal e l’incapacità dell’uomo «di stare in pace da soli in una camera», Fedez riconosce che «l’incapacità di essere soli non è più un tratto patologico, è diventata una condizione antropologica. Una forma di panico diluita nella normalità. Non riusciamo a stare soli. Neanche per un’ora. Ci troviamo nei soliti posti. Siamo tutti là fuori a evitare qualcosa. A fingere di divertirci, a prenderci in giro, a raccontare storie che non finiscono mai… Nessuno dice che stare soli fa paura». Grande presa di coscienza, maturata dopo una lunga sequenza di sconfitte e delusioni.

La politica

Dopo una fase di avvicinamento al M5s, alla «Notte dell’onestà» in piazza del Popolo a Roma si consuma il distacco. Il rapper interviene davanti a 100.000 persone dicendo che avrebbe preferito una manifestazione senza simboli di partito. Grillo s’incazza e si consuma la rottura. È rottura anche con Matteo Renzi, alla prima cinematografica di un film tratto dal Codice da Vinci di Dan Brown, dove si fa sentire mentre dice che «Renzi ha fatto un discorso stupido». Mai decollato il rapporto con Alessandro Zan, sebbene lui venisse dipinto come «Federico Arcobaleno» perché aveva criticato la bocciatura della proposta di legge nella commissione presieduta dal leghista Andrea Ostellari. «La verità», scrive, «è che non ho mai detto: “La legge Zan è una bomba”. Per me era un provvedimento scritto male. Non ho grande stima di Alessandro Zan, credo che reciti una parte e, quando gli chiedi di partecipare a un confronto con Adinolfi, lui non lo fa… perché lo teme. Dialetticamente Adinolfi lo uccide». La morale è la seguente: la sinistra ti usa. «Chiaro, tutti in politica ti usano, ma quantomeno la destra, umanamente parlando, sa relazionarsi con le persone… mentre gli uomini di sinistra ti spolpano e dopo ti voltano le spalle… Ho sempre avuto rapporti umani con persone che, nei fatti, hanno idee diverse dalle mie. Quando mi sono ammalato di cancro, per esempio, Salvini è stato quello da cui sentivo, quando mi scriveva, della vera empatia… Per un mese, ogni settimana mi ha scritto per sapere come stavo. Il che non cambia la mia valutazione rispetto al Salvini politico, ma cambia la mia valutazione rispetto al Salvini uomo. Persone con cui avevo rapporti migliori invece non ci sono state: Di Maio, Conte, non pervenuti».

Chiara e l’altra

Nella sua spogliazione, racconta anche com’è franata l’unione con Chiara Ferragni. Come, fin dall’inizio, abbia mantenuto la relazione nascosta con Angelica. E poi come si è passati dalla favola all’incubo. Dall’essere le persone più famose d’Italia dietro al solo Silvio Berlusconi (parola del Cav medesimo), alla presa d’atto di provenire da mondi, famiglie ed estrazioni sociali inconciliabili. Il luccichio glitterato altoborghese e la ruvidità del mondo trap. Il lusso patinato e la frequentazione di malviventi. E come, dopo quel Sanremo, il cancro, lo scandalo del pandoro e i tradimenti, si è arrivati alla rottura. «Io e mia moglie eravamo diventati nel frattempo una specie di famiglia icona pop, un fenomeno di costume, la più ingombrante favola mediatica della nostra epoca. Il grande amore. L’unione perfetta. Uno di quei trucchi di prestigio che, se li guardi bene, ti accorgi che non c’è niente di magico, solo tanta fatica, e colla, e molte mani dietro al sipario. E allora sì, a un certo punto ho voluto mostrare i fili. I meccanismi. Le crepe… Ho incontrato Angelica poco prima di sposarmi con Chiara. Era un sentimento forte, sì, qualcosa che ti prende il petto e ti fa sanguinare».

Ricominciare

Alla fine, in fondo alla notte lontano da tutto e da tutti, alla fine di questa «radiografia dell’anima» emerge la consapevolezza di non essere un esempio né un eroe. «Non sono neanche un uomo buono», ammette, se qualcuno l’avesse caso mai ipotizzato. «Sono uno che ha perso il controllo e che ha dovuto imparare a camminare sulle macerie. E prima di ricostruire ha dovuto distruggere tutto. Radere al suolo. Mettere le mani nella merda e dire: ok, vediamo se c’è ancora qualcosa di vivo qui sotto… Perché cambiare è uno sforzo da bestia. È scavarsi via le unghie, è spaccarsi in due, è dire addio a un pezzo di vita solo perché non ti salva più». Speriamo sia davvero così, caro Fedez. E, soprattutto, speriamo che questa nuova consapevolezza sia sufficiente per ricominciare.

 

La Verità, 4 novembre 2025

Treno 8017, il disastro dimenticato dalla storia

Lo chiamano il Titanic ferroviario. È il più grave disastro mondiale su rotaia. Ed è accaduto in Italia. A Balvano, un paesino della Basilicata sulla tratta Battipaglia-Potenza (parte della linea Napoli-Taranto). Era il 3 marzo 1944. I morti furono oltre 600, avvelenati dal monossido di carbonio nella Galleria delle Armi scavata per due chilometri nel monte omonimo. Una tragedia dimenticata. Rimossa. Sottaciuta. A causa dell’omertà che ha tentato di frenare la ricerca delle responsabilità. La motivazione di non voler affliggere la popolazione già martoriata dalla guerra non poteva valere per gli anni a venire. Invece, la tragedia di Balvano è rimasta senza colpevoli. Fino a pochi anni fa non c’era nemmeno una targa a ricordarla. Le vittime non erano politicizzabili. Una lapide commemorativa è spuntata solo nel 2017: «In memoria di coloro che persero la vita il 3 marzo 1944, a bordo del Treno 8017, l’Amministrazione comunale di Balvano ed i cittadini vollero porre termine all’oblio, affinché il ricordo perenne costituisca risarcimento morale per le sofferenze di tutti. Balvano, 3 marzo 2017». Pochi e frammentari gli articoli di giornale, usciti anni dopo, soprattutto sulla stampa inglese e americana. Ne scrisse anche l’Europeo che, nel marzo del 1956, strillava in copertina: «Il disastro dell’8017. Fu la più grave catastrofe ferroviaria del mondo. Pochi sanno che accadde in Italia dodici anni fa». Oggi, finalmente, possiamo saperne molto di più grazie al trentennale lavoro di ricerca di Gianluca Barneschi, avvocato, storico e divulgatore, che ha raccolto e incrociato con determinazione e meticolosità certosine, documenti, testimonianze e relazioni della magistratura civile e penale e, soprattutto, i segretissimi atti dell’inchiesta svolta dagli Alleati (spariti in Italia, ma desecretati presso gli archivi britannici), spesso in contraddizione tra loro, per pubblicare Il disastro dimenticato – Treno 8017 Balvano 1944 (Cantagalli editore, 424 pagine più 32 a colori, euro 25). Un saggio aggiornato dopo due precedenti edizioni, uscito a ottant’anni da quella tragica notte, che unisce il metodo storiografico alla competenza forense, la conoscenza del sistema ferroviario alla passione per la giustizia e la verità dei fatti.

Assalto al convoglio

L’8017 era un treno merci trainato da due locomotive a vapore, dove avvenne la più grave sciagura ferroviaria mondiale (il 26 dicembre 2004, nel villaggio di Peraliya, Sri Lanka, morirono 1.700 passeggeri, ma il fatto che il treno sia stato travolto dal maremoto dovrebbe iscrivere la tragedia fra le catastrofi ambientali ndr). Perché un «merci» era carico di uomini, donne e bambini, in totale 700 o 800 persone? Eravamo in piena guerra, l’esercito alleato stava risalendo la Penisola e, dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, mentre governava Pietro Badoglio, il fronte si era spostato più a Nord. Gran parte della popolazione del nostro Meridione, dove il comando delle ferrovie era condiviso tra la Commissione alleata di controllo e il Regno del Sud, soffriva la miseria e la fame. Le tessere annonarie non bastavano più e, dalle città, padri e madri di famiglia si spostavano nelle campagne per approvvigionarsi di cibo e risorse indispensabili alla sopravvivenza. Spesso si ricorreva al baratto. I treni regolari erano sporadici e, quei pochi, resi inservibili dalla folla. Nelle prime settimane del 1944, in Puglia, Lucania e Campania il più grave problema di ordine pubblico era l’assalto ai «merci». Chi veniva respinto ci riprovava alla stazione successiva. Erano persone povere e disperate. Non certo «contrabbandieri» o «viaggiatori di frodo», come vennero sbrigativamente definite nel verbale del Consiglio dei ministri che seguì la tragedia.

Due locomotive

Nel pomeriggio del 2 marzo, dunque, il convoglio muove dalla stazione di Napoli. A Salerno cessa il tratto elettrificato e inizia la trazione a carbone. A Battipaglia, altri 24 carri vengono aggiunti ai 23 di partenza. Le locomotive sono due, una di fabbricazione italiana, guidata dall’esperto Espedito Senatore, e una di fabbricazione austriaca, macchinista Matteo Gigliano. Il particolare è importante perché quella italiana ha la guida a sinistra e quella austriaca a destra: nel momento dell’emergenza, questa circostanza impedirà la comunicazione tra i due macchinisti. La seconda negligenza è che, in caso di convogli particolarmente lunghi, la seconda locomotiva avrebbe dovuto esser posta in coda per evitare la concentrazione dei gas di scarico in un unico punto. Dunque, dopo un viaggio con varie soste, alle 00,50 del 3 marzo, la «bestia d’acciaio» composta da 45 vagoni, 480 metri di lunghezza per un peso di 630 tonnellate, lascia la stazione di Balvano diretta a Bella-Muro ed entra nella Galleria delle Armi con pendenza del 12 per 1000. Finora tutto è andato bene e i macchinisti sono tranquilli.

Precedenti ignorati

Poco prima, però, un altro treno è transitato nell’angusta galleria lasciandovi il proprio deposito di monossido di carbonio. Non ci sono sfiati verso l’esterno. La notte del 3 marzo è particolarmente umida e priva di ventilazione. I gas ristagnano. Nel volume sulla storia del 461° Gruppo bombardieri statunitense si legge che i viaggi di tre tradotte militari Napoli-Cerignola effettuati il 16, 17 e 18 febbraio 1944 si sono arrestati «per un’ora in un tunnel lungo un miglio nel quale più di 500 persone soffocarono pochi giorni dopo». Le salme rimarranno accatastate a lungo per permettere i riconoscimenti e consentire ai parenti delle vittime residenti nei paesi vicini di sottrarre i corpi alle fosse comuni. «È uno dei motivi per cui il bilancio delle vittime non è né sarà mai certo».
A disastro consumato, inizia il rimpallo delle responsabilità. Gli inquirenti italiani denunciano la scarsa qualità del carbone fornito dagli americani. Ma il carbone scadente avrebbe potuto ridurre la resa delle locomotive, non aumentare la produzione di monossido. Per contro, le autorità alleate sottolineano l’approssimazione dei controlli sui passeggeri che non dovevano salire sul treno. Si disquisisce sul peso eccessivo del convoglio. Ma fino alla galleria il viaggio si è svolto senza intoppi e la potenza delle due locomotive era sufficiente al traino. Infine, nessuno di questi elementi spiega perché, improvvisamente, l’8017 si ferma.

Nel buio del tunnel

Percorsi i primi 450 metri del tunnel, la bestia d’acciaio si blocca. La fiammella del lume a olio della garitta si spegne per l’assenza di ossigeno. È il segnale di massimo allarme. In quelle condizioni è impossibile percorrere il chilometro e mezzo che separa dall’uscita della galleria. Il macchinista aziona la retromarcia. Decisione corretta. Ma la difficoltà di comunicazione con il collega della seconda locomotiva complica l’operazione. A farla fallire definitivamente è l’intervento dei frenatori che operano in coda. Pensano che il treno indietreggi per cause accidentali, forse lo slittamento dovuto all’umidità e alla pendenza. Azionano il freno e bloccano il convoglio nel tunnel saturo di anidride. La situazione precipita. In condizioni normali il personale di macchina avrebbe potuto restare cosciente per pochi minuti. Con il treno immobilizzato nel buio tossico, peggio che in una miniera, i tempi di sopravvivenza si riducono drasticamente.

Scena finale

Il monossido di carbonio è un gas insapore, inodore e incolore. In piena notte, la reazione del personale è lenta e approssimativa. Il capostazione di turno di Balvano chiede di fare dei controlli e torna a dormire mentre l’incaricato s’incammina verso la galleria. Quando i soccorritori arrivano, parecchie ore dopo, i passeggeri sono cadaveri. Uno lo trovano con la sigaretta tra le dita, un altro nell’atto di succhiare un uovo. In un carro con una doppia cisterna, quattro uomini sono in piedi, due dei quali con la sigaretta in bocca. Molte le madri con i loro piccoli ancora in braccio. Un professore è seduto con una mano appoggiata alla tempia, in atteggiamento pensoso. Una scena irreale. Si sente solo qualche flebile gemito e il rumore lontano dei motori delle locomotive.
Annota Barneschi: «La morte è arrivata dopo una silenziosa agonia, durata ore, anche se generalmente priva di panico. La maggior parte delle persone perì senza avere percezione della morte incombente e non soffrì, come sarebbe accaduto nel caso di asfissia o esalazioni sulfuree». I passeggeri del Treno 8017 non morirono soffocati, ma avvelenati. Lo confermarono le tracce di sanguinamento dal naso o di saliva dalla bocca dei cadaveri. Fuori albeggiava.

 

Panorama, 20 marzo 2024

Mencarelli ci porta nella ribellione di un padre

Ci sono pochi autori che ti attraversano l’anima come Daniele Mencarelli. Forse c’è solo lui. Perché è questo che fa anche con l’ultimo romanzo, Fame d’aria (Mondadori), il quarto dopo la trilogia autobiografica composta da La casa degli sguardi, esordio pluripremiato e amato da pubblico e critica, Tutto chiede salvezza, Premio Strega giovani e ispirazione di una fortunata serie Netflix e, infine, Sempre tornare, Premio Flaiano. Da poeta qual è, Mencarelli parla al cuore, senza preamboli. Mette al centro il dramma della persona. Nei primi tre era sé stesso, alle prese con le dipendenze più devastanti, provocate dall’urgenza di un senso, dall’indomita ricerca della felicità, dall’insopportabilità del dolore degli altri. Senza patteggiamenti: niente basta a colmare il nostro desiderio, niente lenisce la solitudine del cuore in cerca di un perché.

In Fame d’aria il protagonista è Pietro, un padre cinquantenne che percorre l’Italia con suo figlio, Jacopo, affetto da una forma estrema di autismo. Esausta di chilometri la Golf sulla quale viaggiano si ribella e i due sono costretti a fermarsi per ripararla in un paesino del Molise. Il pezzo di ricambio arriverà solo lunedì e l’imprevista sosta nella locanda di Agata diviene obbligata. Nel borgo in via d’estinzione ci sono anche una farmacia e Oliviero, il meccanico in pensione che si occuperà della Golf. Infine, c’è Gaia, una ragazza tornata a casa per accudire la madre malata. Fine. Non c’è altro, non succede niente… Eppure, sarà una sosta fondamentale. A volte siamo costretti a fermarci. Per sedare, per riparare la nostra ribellione. Come si deve riparare un’auto che non vuole saperne di proseguire.

Nel vuoto assoluto di quel borgo Mencarelli fa accadere tutto. Jacopo non parla, emette sempre lo stesso lamento. Per qualsiasi cosa ha bisogno di Pietro. Vivono in simbiosi. Il padre lo lava, lo pulisce, lo veste, lo soccorre quando fugge sotto la pioggia. Ma è un padre esasperato. Che non si aspetta nulla. Che rifiuta la compassione e tronca le domande con una formula che spiega che suo figlio è affetto da autismo a basso funzionamento: «Non parla, da solo non fa nulla, si piscia e caca addosso». Pietro è carico di rabbia contro il mondo che non si accorge. Contro Dio che sembra non rispondere. L’ultima parola ce l’ha il dolore. La vita ne è intrisa. Intrisa di solitudine. A differenza della moglie, fisicamente distante, che è riuscita ad accettare quella situazione, lui continua a sbattere contro quel perché.

Ridotta all’osso, la storia di Fame d’aria è tutta qui, nella rabbia e nelle domande di Pietro. Nell’incapacità di una misura più grande. Nell’impossibilità della carità. Un padre si dibatte nel profondo e coltiva un progetto, cercando di nasconderlo, senza riuscirci. È una storia con qualcosa di recondito e di non detto che s’insinua tra le pieghe del dramma. Una storia che fa venire alla mente certe ribellioni bibliche, certi commoventi rifiuti del destino. Mencarelli non si perde in descrizioni. Scarnifica il racconto. Rende essenziali i dialoghi. In quel borgo destinato allo spopolamento, dove il progresso si è fermato e non s’intravede un futuro, simbolicamente anche l’unica chiesa è chiusa. Però lì, dove non succede niente, c’è comunque il cielo, contro il quale si alza la ribellione di Pietro. E ci sono delle persone semplici che la vedono e la raccolgono. Come sembra raccoglierla anche il cielo…

Camon si tuffa nella realtà armato di poesia

Coraggiosa, temeraria, ardimentosa è la poesia. S’arrampica, s’avventura, s’inerpica dove la prosa non può. Quando la realtà è groviglio e le risposte latitano ci si appella alla poesia. Non però a una poesia rifugio, che ci ripiega su noi stessi e nella psiche com’è quella che allaga tanta produzione corrente. E nemmeno a quella poesia che chiamiamo impegnata o civile, talmente abituale da risultare ininfluente quando non respingente. Ma a una poesia che si potrebbe definire realista o sociale. Che guarda fuori e si confronta con l’attualità traversata dalla paura. Con gli «spuntoni» del quotidiano e le sue superfici più ruvide e sfuggenti. Non una poesia di risposte, ma una poesia problematica. Che contiene moti di ribellione: all’indifferenza, all’acquiescenza, alla rassegnazione.

Ferdinando Camon è uno scrittore appartato, uno degli ultimi grandi della sua generazione, estraneo ai circuiti festivalieri e della visibilità mainstream. Uno che ha scelto la periferia. Ma, da autore pasoliniano quale si dichiara – Pasolini gran cantore del sociale – non disdegna prender parte con la sua prosa asciutta, solida, terragna. Tuttavia, ci sono circostanze che non trovano quiete e di fronte alle quali il rovello riemerge. È a questo punto che, siccome per Camon «scrivere è più di vivere», conviene ricorrere al linguaggio più evocativo, più provato alle pareti scoscese.

Son tornate le volpi – Come muore la nostra civiltà (Apogeo editore) si compone di 46 liriche che sono altrettante istantanee dense di quesiti e suggestioni, di sussulti e reazioni trattenute, non certo di certezze. È la terza raccolta in versi dello scrittore padovano, dopo Liberare l’animale (Garzanti, 1973) e Dal silenzio delle campagne (Garzanti, 1998), nelle quali tratteggiava la scomparsa della civiltà contadina, per Charles Péguy «il più grande avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». A sua volta Camon si definisce «un narratore della crisi». Che significa «narrare il prezzo del progresso». Perché l’autore di Un altare per la madre e Una malattia chiamata uomo – la crisi di una civiltà e quella dell’io – non trova patria nelle risposte della politica e dei suoi schieramenti, uno o l’altro, nei «medicamenta» del welfare o nell’omeopatia del neoliberismo. Meno che mai nelle promesse edeniche del capitalismo digitale. Le quali, anzi, producono scarti, scorie, escrescenze. «Al computer leggevo questi miei componimenti e mi son chiesto perché non condividerli?», racconta Camon. «Sono le mie reazioni verso il mondo, separate una dall’altra, però insieme compongono un piccolo panorama. Tormentato sì; come si fa a non esserlo? Cambia tutto: il cristianesimo, il capitalismo, la società».

E allora, il prezzo del progresso sono i reietti che popolano gli androni delle stazioni ferroviarie. «Di sera i barboni/ s’addormentano di botto/ tra due cartoni,/ uno sopra e uno sotto./ Li leccano i cani/ con la lingua rosetta,/ li scansano i cristiani/ che vanno di fretta»; (I barboni).

Il prezzo del progresso è il cinismo anche di fronte alla morte più lacerante. «Quando muore una bambina italiana,/ sulla sua tomba, dopo una settimana,/ i famigliari incollano una fotografia,/ in attesa che la lapide sia pronta./ Ci vorrà qualche mese./ Ma il racket albanese/ gira di notte per i cimiteri e porta via/ le foto, da mettere sui passaporti/ delle loro minorenni prostitute…»; (Foto di bambine morte).

Il prezzo del progresso sono i lamenti che salgono dai selciati dei marciapiedi. In Spegnere la cicca sul calcagno un’immigrata che spera di cambiar vita preme un mozzicone sul piede di un bimbo quando si avvicina «un borghese dalla faccia cortese» che «ci casca e mette la mano in tasca».

L’editore Apogeo, che di recente ha pubblicato la versione definitiva del travagliato Occidente, proporrà Son tornate le volpi alla prima edizione del Premio Strega Poesia. «Gli scritti di Camon sono pericolosi», suggerisce Emilio Manco nella prefazione. «Camon viene dalla civiltà contadina che è morta e si porta dentro questo lutto. Qualunque cosa giudichi… lui sotto-sotto si vendica sempre del suo lutto. Che è anche un lutto religioso: il vecchio cattolicesimo è morto e Camon sente questa morte come un’ingiustizia». Che fa pagare a noi, suoi lettori. «Un po’ è vero», ammette lui. «Ma prima di tutti la pago io. Sono stato formato fin da piccolo per vivere tutta una vita dentro una verità, ma così non è. La metamorfosi del sacro la patisco molto».

Camon scandaglia i margini della globalizzazione. Ne incide le contraddizioni e le «catastrofi quotidiane». E ci mostra magrebini ricattatori, mafiosi albanesi che solcano il mare con supermotori da 6.000 di cilindrata, giovani perduti nel vizio che di notte abitano vagoni fermi sui binari morti, suore che assistono prostitute e sono accusate di legittimarne i traffici. Le letture sono molteplici e pure lui si dibatte tra pietà e accusa, tra accoglienza e rifiuto. Assecondare gli espedienti cinici, le derive passive, le ambiguità, le omertà e i soprusi per la sopravvivenza significa razionalizzarli, perpetrarli, moltiplicarli? Accettare la resa dei diseredati e la mancanza di soluzioni dei ricchi e potenti vuol dire rassegnarsi alla sconfitta?

Se scrivere – maggiormente in poesia – è più di vivere, allora può servire a circoscrivere la diffidenza che ci paralizza. Scrivere è circoscrivere: la paura dell’estraneo, del diverso, dell’ignoto. Di trovarsi uno sconosciuto in camera al ritorno dal lavoro, come accade a un architetto che, davanti al coltello dell’intruso africano, fa dietrofront e si rituffa nella notte in cerca di un albergo («È accaduto qui, poco distante da dove vivo»). La paura delle cosche che chiedono il pizzo, dei clan che controllano il malaffare, dei tossici che rubano ovunque.

Altrove affiora la ribellione dell’intellettuale radicato, turbato da un arretramento della nostra civiltà che viene spacciato per accoglienza. L’integrazione vagheggiata rimane chimerica: «Avverrà nei fatti, sarà obbligata dal contatto, dalla convivenza», riflette. Ma non può avvenire a discapito della cultura e della tradizione di chi ospita: «Vengono in casa nostra e accampano nuovi costumi, nuovi diritti». Sono temi che Camon ha già toccato in La mia stirpe (Garzanti), romanzo del 2011 poco citato dalla critica. E che, irrisolti, ripropone in versi anche con maggior schiettezza: «Ormai negli ospedali/ ci son più mussulmani che cristiani,/ e l’associazione dei diritti umani/ alza la voce:/ via dalle stanze la croce». Così il paziente arabo in ginocchio sul tappeto invoca il suo Allah rivolto alla Mecca. Invece il paziente cristiano si volge alla parete vuota per vedere più bianca la vernice dove manca il crocifisso: «Questo lo rende muto:/ è la prova che il suo Dio ha perduto». A scuola, quando la maestra si accorge che l’allievo marocchino ha fatto troppi errori, esclama «Oh, Gesù!». Ma subito trasalisce perché si ricorda che da lui «Gesù non si usa,/ diventa viola/ e gli chiede scusa».

I conflitti sociali non si compongono. I contrasti interiori non trovano soluzione. Forse non resta che seguire le tracce di qualche testimonianza.

 

Panorama, 4 gennaio 2023

L’allarme di Tamaro per il totalitarismo scientista

È un’esortazione tutt’altro che buonista e consolatoria quella che Susanna Tamaro rivolge a chi leggerà Tornare umani, il saggio che manda oggi nelle librerie per l’editrice Solferino. Un testo che aiuta a impossessarci con sguardo critico di questi due anni e mezzo di Coronavirus. Un monito forte, scritto con linguaggio pacato e accessibile, ma sostenuto da un giudizio senza sconti sulla politica, le case farmaceutiche, i media. Si parla del Covid-19, dei confinamenti, dell’Italia regolamentata dai semafori in base al numero dei contagi, delle quarantene indiscriminate dalle Alpi a Capo Passero, dell’idolatria dei vaccini. Ma se ne parla nella cornice della storia della medicina, con lo sguardo al cuore dell’uomo e al suo bisogno di essere salvato.

Tornare umani è una raccolta di idee per la ripresa e resilienza degli uomini di questo decennio di crisi e smarrimenti. Una summa per ricominciare dopo due anni di pandemia. E di infodemia. Che sono il punto di arrivo di un percorso che viene da lontano e che ci ha progressivamente ridotti a una dimensione. «Com’era la nostra società quando è arrivato il virus?», si chiede Tamaro. «All’apparenza, tutto andava nel migliore dei modi ma, per chi era capace di osservare la realtà con un po’ più di attenzione, era abbastanza chiaro che stavamo vivendo gli ultimi giorni di un carnevale protratto troppo a lungo». Le epidemie susseguitesi dalla fine del Novecento erano nient’altro che avvisaglie. E la Sars-Cov-2 è solo l’ultima delle infezioni annunciate, il modo in cui il pianeta Terra si ribella alle umiliazioni che le imponiamo. Altre ne seguiranno. Il paradosso della società carnascialesca è che siamo piegati da una quantità di malattie psicosomatiche, declinazioni di una tristezza abissale. «L’insonnia, l’irritazione, il mangiare smodatamente o il non mangiare affatto: problemi per i quali ci veniva sempre consigliata una pillola. Non dormi? Pillola. Sei triste? Pillola. Mangi troppo? Pillola». La causa è il disconoscimento delle domande fondamentali dell’uomo. «Con un lavoro astutamente tenuto sottotraccia, piano piano, al mondo contemporaneo è stata sottratta l’anima; al suo posto è stato regalato l’intrattenimento, il frenetico succedersi di risposte elargite dai media che non hanno altro scopo se non quello di evitare che le persone comincino a interrogarsi. Eppure, l’uomo che cos’altro è se non un’unica grande domanda?». E quando le medicine vengono usate per soffocare l’inquietudine che cosa sono se non «un mezzo per mantenere il controllo sociale?».

Il punto di vista di Tamaro è la persona, irriducibile a organismo biochimico. È la collina umbra, non equiparabile per decreto alle province lombarde. È una vita immersa nella natura, a contatto con le specie animali e i loro cicli vitali, le galline, le mucche, le rondini. In pochi mesi il virus ha reso la nostra società gaudente un cumulo di rovine. E siccome «l’economia ha abbandonato l’etica e si è trasformata in finanza», ora la finanza è il regno degli squali, predatori e voracissimi. Di fronte al dilagare del panico l’arte medica è stata sostituita dal protocollo: qualsiasi altra ipotesi rispetto a «Tachipirina e vigile attesa» viene scartata e demonizzata. «Non sono mai riuscita a vedere le case farmaceutiche come benefiche fatine. L’era dello squalene è la loro epoca», ammette Tamaro. Quando finalmente arrivano i vaccini, malgrado non siano stati testati a sufficienza, vengono idolatrati. «Nel culto del vaccino non era più presente neppure la più lontana parvenza di scienza, perché la scienza è davvero tale soltanto quando ammette il dubbio e la possibilità dell’errore». Invece, se «eretta a verità assoluta non è altro che il volto postmoderno del totalitarismo». Nonostante questo, o forse proprio per questo, quando si scopre che «il vaccino non possiede l’onnipotenza che avevamo sognato», si rammarica la scrittrice, vaccinata a sua volta, scatta la teoria del capro espiatorio: «Il no vax da figura folkloristica si è trasformato nel nemico mortale della nazione» perché non si è inchinato ai protocolli, ai decreti, alle statistiche.

Il punto di vista di Tamaro sono gli studi di scienze naturali e biologia, da Charles Darwin a Konrad Lorenz. Sembra che non abbia fatto altro nella vita. E in questi giorni in cui si cercano uomini e donne per guidare i dicasteri del prossimo governo, un illuminato ministro dell’Ambiente o della Salute potrebbe attingere alla sua idea di «medicina come arte» che utilizza le varie discipline e si relaziona all’unicità della persona. Al contrario, la scienza moderna porta a relazionarsi con l’umanità nell’«universo dell’indistinto. In cosa si manifesta l’universo indistinto? Nella cancellazione della memoria individuale (…); nell’annullamento dell’identità dei popoli ormai amalgamati nel megastore consumistico; nell’annacquamento di ogni pensiero etico – il bene e il male prêt- à-porter: il bene è ciò che per me è bene, il male ciò che per me è male –; nella ridicolizzazione della realtà genitoriale, con la conseguente deriva educativa che priva i bambini della loro dignità e della capacità di lottare, trasformandoli in insetti obbedienti; (…) nella promessa prometeica di vincere l’ultima battaglia, ovvero l’eliminazione della morte».

Sostenuta dalla sapienza orientale, il punto di vista di Tamaro è, come sempre, dove ci porta il cuore. «Ci porta all’umiltà, a inginocchiarci sulla terra e onorarla con lacrime di pentimento perché ci siamo raccontati che era una madre (…) mentre avrebbe dovuto essere una figlia». Ci porta a chiedere perdono alla creazione e alle creature: «Non sarà certo il buco dell’ozono o il riscaldamento climatico a porre fine ai nostri giorni bensì», conclude la scrittrice, «quello, molto più devastante, della cancellazione della nostra anima».

 

La Verità, 18 ottobre 2022

 

Destra-sinistra, mappa culturale con molte rughe

I grandi scrittori saranno anche tutti di destra, ma l’egemonia culturale è ancora di sinistra. La complessa questione tiene banco da decenni su fogli e riviste più o meno specializzate, ma è stata sagacemente rinfocolata da due recenti pubblicazioni di altrettante piccole e vivaci case editrici. De Piante ha appena mandato in libreria (in sole 300 copie) I grandi scrittori? Tutti di destra, volumetto che ripropone e contestualizza il dinamitardo testo scritto da Giovanni Raboni per il Corriere della Sera il 27 marzo 2002. Historica edizioni ha invece ripubblicato nientemeno che L’egemonia culturale di Antonio Gramsci. Due testi a loro modo complementari e illuminanti il paesaggio intellettuale odierno.

All’epoca, Raboni si era permesso di replicare a Francesco Merlo dettosi scandalizzato perché sull’Unità, cioè il foglio ufficiale della sinistra, Angelo Guglielmi aveva ardito recensire in modo men che entusiastico, Umberto Eco, secondo Merlo il «grande intellettuale che da quarant’anni incarna la sinistra per gli intellettuali». L’ex direttore di Rai 3 già membro del Gruppo ’63 si era discolpato confessando che la sua ammirazione per Eco era «così piena (anzi trabocchevole) che tende ad andare oltre la mia capacità di esprimerla inducendomi a denunciare la sofferenza che me ne viene». Qualche giorno dopo intervenne Raboni ribellandosi alle discipline di schieramento in campo letterario e rivendicando libertà dall’«insidioso pregiudizio, quello secondo il quale una persona di sinistra che scrive libri è ipso facto uno scrittore di sinistra e una persona di destra che scrive libri è ipso facto uno scrittore di destra. Non è così…». Al contrario, Raboni tracciava un filo di collegamento in tanti autori del Novecento fra «progressismo politico e conservatorismo stilistico da una parte e fra passione sperimentale e sfiducia nelle magnifiche sorti e progressive dall’altra». L’intervento si concludeva con un lungo elenco di grandi scrittori (riporto solo gli italiani ndr) appartenenti o «collegabili a una delle diverse culture di destra… Croce, D’Annunzio, Carlo Emilio Gadda, Landolfi, Marinetti, Montale, Palazzeschi, Papini, Pirandello, Prezzolini, Tomasi di Lampedusa». La lista avrebbe potuto arricchirsi di altri nomi (Eugenio Corti e Giuseppe Berto, per dire) e allargarsi ad autori non ascrivibili all’emisfero opposto (Guido Ceronetti, Ferdinando Camon…). Ciò detto per mostrare che sempre più, avvicinandosi al presente e considerando anche i cinquanta-sessantenni, quella manichea catalogazione rivela oggi tutta la sua fragilità. Come incasellare, citando ancora all’impronta, autori come Susanna Tamaro, Aurelio Picca, Aldo Nove, Luca Doninelli, Pietrangelo Buttafuoco, Daniele Mencarelli, Vitaliano Trevisan… Nel nuovo millennio la liquidità si espande alla letteratura e la vecchia mappa necessita di aggiornamento.

E qui entra in campo la rilettura gramsciana suggerita da Historica. A stemperare ulteriormente possibili facili entusiasmi – «la vera letteratura è di destra» – concorre infatti la persistenza del sistema edificato dagli «intellettuali organici» della sinistra, figure che alla formazione ideologica uniscono caratura di attore sociale e doti organizzative. Ora, è pur vero che sarebbe errato sovrapporre l’architrave dell’egemonia culturale con la categoria più generica di scrittori. Ma in qualche caso torna conto farlo. Se Tamaro, Picca o Nove non accetterebbero mai di considerarsi organici ad alcunché, sul fronte opposto vive una schiera nata nel brodo dell’intellettuale organico alla maniera di Elio Vittorini, almeno fin quando non si distaccò dal Pci. Scrittore e fondatore di riviste, scisse il paesaggio culturale tra antifascisti comunisti e no. Non a caso da potente editor rifiutò Il dottor Zivago e Il Gattopardo. Cose note.

La rilettura del testo gramsciano, con la teoria della formazione del consenso, getta una luce chiarificatrice su ciò che ci circonda. La letteratura sarà di destra, ma la cultura è in mano alla sinistra. L’occupazione delle «casematte dello Stato» – gli apparati della società civile, la scuola, i partiti, i sindacati, la stampa – è perfettamente riuscita. Oggi il Pd è l’unico vero partito rimasto attivo in Italia. La scuola, particolarmente la media superiore, è lastricata dalla presenza di professori e professoresse dem. La carta stampata è in maggioranza appannaggio di giornalisti di sinistra come ha mostrato il rapporto di Worlds of Journalism Study della Columbia University Press (2019, sondaggio demoscopico su 25.700 cronisti di 67 Paesi) che documenta come l’Italia sia il Paese europeo con la stampa più schierata. Parlando dei lettori nel capitolo dedicato al giornalismo, il fondatore del Pci e dell’Unità, scriveva che «devono essere considerati da due punti di vista principali: 1) come elementi ideologici, “trasformabili” filosoficamente, capaci, duttili, malleabili alla trasformazione; 2) come elementi “economici”, capaci di acquistare le pubblicazioni e di farle acquistare ad altri». Va altresì rilevato che quando Gramsci scriveva i suoi Quaderni del carcere non esisteva la televisione e non era perciò prevedibile quanto sarebbe poi accaduto nel servizio pubblico della Rai. Altrettanto non esistevano i saloni del libro pronti a escludere i marchi non allineati, i festival e i premi letterari engagé, Radio 3 e le sue trasmissioni left oriented come gran parte delle case editrici, tutte nuove e capillari «casematte» occupate da scrittori-manager, artisti-organizzatori, intellettuali sociali di cui forse l’esempio sommo è Walter Veltroni, già direttore dell’Unità e fondatore del Pd. Un intellettuale organico che ha fatto il percorso dalla politica alla cultura, non viceversa. Ben oltre una semplice forma di sentimentalismo buonista, il veltronismo è, in realtà, un metodo scientifico che si compendia nell’attività multidisciplinare di giornalista, scrittore, regista, autore di saggi e conferenze, e influenza seguaci e imitatori.

Ora, se questo è il paesaggio, pian piano cominciano finalmente ad allargarsi macchie di resistenza sia a destra che a sinistra, piccole sacche di pensiero alternativo di cui proprio De Piante editore e Historica, del gruppo Giubilei-Regnani, sono un esempio. Altri se ne potrebbero aggiungere (dalla rivista online Pangea e Gog edizioni al sito La Fionda, dalle edizioni Ares con Studi cattolici al fermento dei centri culturali del mondo cattolico), interpreti di una critica al conformismo prevalente non più in grado d’interpretare la contemporaneità. Insomma, l’egemonia non è inattaccabile e la diade destra-sinistra inizia a evidenziare crepe e friabilità. Mappa e categorie novecentesche mostrano le rughe davanti alla crisi della globalizzazione. Il conformismo del politicamente corretto e della cancel culture è di destra o di sinistra? Una certa, inquietante, tendenza alla censura vista all’opera durante la pandemia e ora per la guerra in Ucraina è fenomeno di destra o di sinistra? Nel secolo scorso il pacifismo era di sinistra: e oggi? E le élite, per definizione di destra, oggi dove si collocano? Le risposte non sono scontate.

Dopo le riletture di Raboni e Gramsci, forse potrebbe darci una mano il Giorgio Gaber che sapeva cogliere tic e imbarazzi di destra e di sinistra oltre le solite, pigre, etichette.

 

La Verità, 23 giugno 2022

 

Una storia d’amore nella quale ci ritroviamo tutti

Si legge d’un fiato senza perdere una parola perché parla di noi. Una grande storia d’amore di Susanna Tamaro (Solferino) è un romanzo schietto, solido, struggente. Che appiccica alla pagina con una scrittura scorrevole come un sorso d’acqua fresca. O come il sangue nelle nostre vene. Niente di più vitale. Eppure niente di più gratuito e, allo stesso tempo, di considerato ovvio, scontato, dovuto. Se per l’autrice questo libro è un ritorno alle origini di Va’ dove ti porta il cuore, al flusso del racconto che ha per protagoniste due persone che si mettono reciprocamente in gioco di fronte al destino, per il lettore è un ritorno a casa, alle domande fondamentali, il bisogno d’amore, la ricerca della felicità. Un posto dell’anima nel quale ci si riconosce, si ritrova la bussola delle cose che contano, lontano dalle mode, dalla fatuità, dalla superficie. Niente nuove ideologie, niente nuovi diritti, teorie gender o integralismi ambientalisti. Solo una storia d’amore tra un uomo e una donna: sembra poco, ma di questi tempi, a suo modo, è tanto.

Come in tutta la letteratura di Tamaro, anche qui il mistero da sondare sono le persone.

Edith – che significa «Colei che cerca la felicità» – e Andrea – «Fin da bambino sentivo l’esigenza di raggiungere il cuore vero delle cose» – si incontrano un giorno d’estate su un traghetto che da Venezia fa rotta sul Pireo. Lei, trasgressiva e sarcastica, è diretta in Grecia per festeggiare la maturità appena raggiunta. Lui, ligio e disciplinato, di dieci anni più vecchio, è il capitano della nave. Anche se il primo incontro è uno sfregare di spigoli – o forse proprio per questo – è destinato a lasciare nei pensieri di entrambi tracce che riaffioreranno nelle successive coincidenze. Ma in Una grande storia d’amore, nessuno di questi incontri, di questi «imbattimenti», è casuale. Pur nella palese differenza di temperamento e oltre l’attrazione reciproca, la ricerca di un di più, il non accontentarsi dell’effimero li porta a riconoscersi e a intrecciare i loro passi. Ora, molti anni dopo, mentre non sappiamo dove sia Edith e se ci sia ancora, troviamo Andrea nella grande casa su un’isola del Tirreno, «roccaforte di ricordi». Il suo racconto è un’altalena di prendersi e lasciarsi, di partire e tornare, da soli o accompagnati. Perché le inquietudini, il non appagamento, le perdite, i lutti, le resistenze all’amore, i malintesi e l’ambizione di farsi da sé portano strappi, fughe, sbagli. Come una figlia inattesa da una storia che prometteva e che invece era un bluff. O come la deriva nella quale annegare il dolore di un’assenza incolmabile.

Romanzo di pochissime persone come la maggior parte di quelli di Tamaro, appena i genitori e i figli dei due protagonisti, Una grande storia d’amore è ugualmente un libro di ampio respiro, che include la natura, le api di Edith, i cetacei di Andrea, la prospettiva del tempo. Una storia disseminata di perle sapienti, mimetizzate nel flusso di memoria di Andrea. A proposito del rapporto tra genitori e figli, paragonato a quello della metà del Novecento, quando la ribellione alla strada tracciata era una sfida seria e «si doveva essere davvero sicuri della nuova scelta per compiere un gesto di rottura», perché «i genitori avevano ancora il potere di ripudiarti per una decisione di vita non gradita». Oppure riguardo al dogma della natura che si autogestisce e che produce spontaneamente armonia. Bastava guardare il giardino incolto per accorgersi che «l’idea della saggezza autogenerante della terra poteva imporsi soltanto in un tempo in cui la maggior parte delle persone viveva in ambienti artificiali», non certo quando l’uomo doveva lottare per il cibo e la sopravvivenza. Son pagine in cui ricorre il verbo «domare», utile anche di fronte al disordine o agli istinti e alla rabbia distruttiva. Non c’è ideologia in tutto questo, ma quel buon senso che deriva dall’ascolto del cuore profondo, esercizio ben noto all’autrice. Come quando, a causa di una di quelle sviste nelle quali si può cadere per bisogno d’amore, Edith si trova con «un problema in più» nella pancia. E allora può bastare il suggerimento discreto di una madre – «di solito la vita porta con sé altra vita» – a evitare altri traumi e a credere nel futuro. Un romanzo che riflette sul senso del perdono, sulla possibilità di ricominciare dopo che si è subìto un torto, una slealtà, una ferita che ancora sanguina. Su come riabbracciare un figlio che se n’è andato, trafitto dal dolore. Un romanzo che contiene l’idea che la vita non è una passeggiata tra fiori e cristalli, ma una sfida continua, una provocazione quotidiana a chi siamo e a chi vogliamo essere. Senza alibi o pretese da scaricare all’esterno, sulla società, sui diritti da rivendicare, su ideologie vecchie e nuove. Un romanzo che dice semplicemente che è «difficile esistere quando non ci si rispecchia nello sguardo dell’altro». Perché, come scriveva il filosofo Romano Guardini, «nell’esperienza di un grande amore, tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito».

 

La Verità, 6 ottobre 2020

Fabula veneta: incontri con scrittori, editori, poeti

Questo libro è una creatura venuta su spontanea. Gratuita come certe piante che spuntano sul ciglio della strada. Piante laterali e strane, difficili da trovare negli erbari o negli album di botanica. Così è questa raccolta, cresciuta a margine della collaborazione con La Verità, la testata per la quale realizzo interviste settimanali e, fra queste, alcune a scrittori, editori e poeti veneti. Era pronta per la tipografia all’inizio dell’anno, ma d’accordo con l’editore abbiamo deciso di rinviarne la pubblicazione a causa dei fatti che tuttora condizionano la nostra quotidianità.

Sono trevigiano di origine e vivo alle porte di Padova, dove sono tornato dopo venticinque anni trascorsi a Milano. Incontrare questi autori è stato un modo di riallacciare i legami con la mia terra e approfondirli. Dopo le prime chiacchierate, qualcuno di loro mi ha sollecitato a farne altre e a raccoglierle. A un certo punto ho iniziato a dar credito a quel suggerimento, non senza un residuo scetticismo. Non sono uno specialista, non sono un critico letterario, non ho le cosiddette letture giuste. Sono solo un giornalista atipico. Curioso delle persone più che amante delle parole. Anzi, per le parole nutro una certa diffidenza.

In un primo tempo questo libro avrebbe dovuto intitolarsi Parole venete. Ma non mi girava bene in testa. In Tracks (Tracce), un film di John Curran del 2013 che narra la vicenda reale di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano per andare a vedere l’oceano, c’è una frase che mi ha colpito. Dopo giorni di cammino solitario quella ragazza si era imbattuta in alcuni indigeni che l’avevano ospitata e con i quali aveva dialogato. «Come?» le aveva chiesto un amico fotografo: «Ci sono tanti modi per comunicare… Le parole sono sopravvalutate».

«Le parole sono importanti», diceva qualcuno. Ed è vero. Ma sono anche sopravvalutate, tanto più oggi. Nella vita quotidiana, in televisione, nei talk show, spettacoli del parlare, e ancor più nei social media, la parola domina, spadroneggia. Senza che, peraltro, ne sia rispettato lo scopo: essere ascoltata. Gli esempi si sprecano. Viviamo in una società sempre più autistica, nella quale le relazioni e i dialoghi veri scarseggiano, chiusi come siamo dentro il nostro ragionamento, la nostra certezza di avere ragione. Così il titolo è cambiato in Fabula veneta, nel tentativo di sottolineare il valore dell’ascolto.

Mi piacciono le interviste perché m’incuriosisce l’altro. L’altra persona. Fare domande serve a soddisfare la curiosità. Perciò, sempre per stare al titolo, abbiamo deciso di inserire la parola «incontri». E di arricchire il contenuto della «fabula» con i ritratti di tutti i protagonisti firmati da Loris Boschieri, in arte Bosk. Non è un libro di discussioni letterarie, di critica, o sui destini della narrativa del Nordest. Ma un’antologia un po’ selvaggia di incontri con persone che scrivono in prosa o in versi e si occupano di libri.

Chi sono veramente questi scrittori? Che vita conducono? Sono solitari, socievoli o social, come si dice oggi? Che cosa sta loro a cuore, oltre il successo delle loro fatiche? L’editore-scrittore-affabulatore Ferruccio Mazzariol mi ha detto: «Io sono convinto che la narrativa sia lo strumento rivelatore più acuto della condizione umana, ancora più della teologia». E la scrittrice-teologa-insegnante Mariapia Veladiano: «I romanzi riescono a parlare di teologia rispettando la inafferrabilità della vita. Credo che ci sia più teologia nella letteratura che nei trattati».

Queste persone si dedicano alla letteratura in un territorio definito, con qualche sconfinamento fuori dal Veneto. Da qui è sorta un’altra domanda. Tra questi autori ci sono delle linee comuni, un tratto esistenziale o psicologico che li avvicina? Oppure è ancora attuale il ritratto un filo inquietante che dei Narratori del Veneto faceva Guido Piovene: «Al Veneto socievole potremmo sostituire l’immagine d’una famiglia (poco espressa in profondità) di caratteri saturnini, strani, intricati, fegatosi, misantropi e un po’ deliranti: funghi cresciuti sotterranei e pipistrelli cavernicoli». Esiste, insomma, una geoletteratura veneta e del Nordest? O esistono delle affinità esistenziali, delle nervature psicologiche e, di conseguenza, letterarie? La grande maggioranza degli interpellati rifugge la formula. Non c’è una comunità di scrittori veneti, meno che mai del Nordest. Sono categorie superate, mutuate da sintesi giornalistiche. Gli scrittori sono esseri solitari, piuttosto individualisti. Che, in questa periferia editoriale, stentano a fare gruppo. Qualcuno abbozza timidamente l’idea della «società letteraria», ma è una suggestione alla quale non si dà troppo credito. In generale, tutti scrivono isolandosi, qualcuno soggiacendo alle proprie ossessioni, tormento, alimento creativo, linfa vitale.

Semmai il Nordest rimane come riferimento socio-economico. Ferdinando Camon, che si definisce scrittore della crisi, cita Charles Pèguy, secondo il quale «la scomparsa della civiltà contadina è il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». È una buona chiave per comprendere lo smarrimento della seconda metà del secolo scorso, nel quale sorgono e si definiscono le vocazioni di quasi tutti gli intervistati. Il tramonto dell’universo contadino, con i suoi riferimenti religiosi e culturali, è lo scenario in cui si esprime anche Luciano Cecchinel e, in parte, Francesco Permunian. Dopo di loro prende corpo una generazione diversa (Gianfranco Bettin, Romolo Bugaro, Francesco Maino, Vitaliano Trevisan…), più sociale e, a tratti, sociologica, alla ricerca di nuovi equilibri che possano fornire risposte adeguate alla crisi che ha aperto il nuovo millennio. Ma le risposte, il più delle volte, non si trovano. Motivo per cui, in alcuni dominano risacche di nichilismo, di pessimismo e non speranza. Insieme a quello con Vitaliano Trevisan, il dialogo più drammatico e commovente allo stesso tempo, mi sembra quello con Nico Naldini. L’intervista a lui, quella a Gianfranco Bettin e Luciano Cecchinel sono totalmente inedite. Le altre sono rielaborazioni e integrazioni, più o meno robuste, di conversazioni pubblicate nei quotidiani per i quali ho lavorato negli ultimi anni. Ma ognuna è frutto di un incontro preparato, partecipato e ripensato appositamente per questa nuova pubblicazione. Il risultato è un prodotto eterogeneo e privo di qualsiasi ambizione sistematica.

Toccherà ai lettori dire se questa piantina selvaggia è gradevole oppure no.

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