Toh, si rivede Ronaldinho, ma la serie è già extralarge
Oggi avremo conferma della possibilità di aggiungere un quarto episodio alla docuserie Ronaldinho l’inimitabile, da qualche settimana visibile su Netflix. A 46 anni il fuoriclasse di Porto Alegre tornerà a giocare in Italia, in Serie C, nell’ambizioso Ravenna di Ignazio Cipriani, rampollo della celebre dinastia veneziana che, insieme con Ariedo Braida, ex manager del Milan berlusconiano, e all’allenatore Andrea Mandorlini, ha allestito una squadra che già quest’anno ha sfiorato la promozione in B. Dopo «Avevo un sogno», «Il migliore del mondo» e «Chi ha detto che ero finito?», il quarto capitolo potrebbe intitolarsi «La passione non muore», ma va detto che già i primi tre risultano un tantino dilatati e ridondanti. Questi biopic servono alle piattaforme per provare ad ampliare il pubblico degli abbonati coinvolgendo le community di fan e tifosi delle diverse star sportive. Sono principalmente operazioni di marketing che privilegiano i tratti leggendari dei protagonisti, spesso sfumando quelli più controversi.
Fessura tra i dentoni e occhi sgranati, Ronaldo de Assis Moreira detto Ronaldinho è stato uno dei calciatori più talentosi di sempre e risparmiamoci le classifiche. Dal Grêmio, la squadra di Porto Alegre dove già militava il fratello Roberto Assis, poi suo agente, al Paris Saint-Germain e al Barcellona, passando per il Milan prima di tornare in Brasile al Flamengo e all’Atletico Mineiro, nei primi vent’anni del secolo Ronaldinho ha vinto tutto quello che si poteva vincere sia a livello individuale che di squadra, in Europa, in Sudamerica e con la Seleçao. «Forse lui è stato più importante per me di quanto io lo sia stato per lui», dice Lionel Messi, presentando il compagno che lo accolse giovanissimo nello spogliatoio del Barcellona e gli servì l’assist per il primo gol in blaugrana. È uno dei tanti gioielli tecnici che deliziano i cultori e si alternano ai pochi momenti opachi della vita di questo campione votato all’allegria e alla spensieratezza, anche quelle della vita notturna. Eccessi che irritavano i tifosi e i dirigenti delle varie società e dai quali tentava di proteggerlo il fratello-manager. Come in occasione dello strano arresto avvenuto in Paraguay dove entrambi erano andati esibendo documenti falsi. Una vicenda presto chiarita e di cui Roberto Assis si è assunto piena responsabilità. «Mi abituai a essere un campione fin da giovane e questo mi viziò», ammette lui stesso. Facendo anche onesta autocritica per l’assenza, a causa di una partita, nel giorno della nascita dell’unico figlio.
Bentornato in Italia, Ronaldinho. Sperando che non sia solo un colpo di coda della saudade.
La Verità, 23 giugno 2026








