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Toh, si rivede Ronaldinho, ma la serie è già extralarge

Oggi avremo conferma della possibilità di aggiungere un quarto episodio alla docuserie Ronaldinho l’inimitabile, da qualche settimana visibile su Netflix. A 46 anni il fuoriclasse di Porto Alegre tornerà a giocare in Italia, in Serie C, nell’ambizioso Ravenna di Ignazio Cipriani, rampollo della celebre dinastia veneziana che, insieme con Ariedo Braida, ex manager del Milan berlusconiano, e all’allenatore Andrea Mandorlini, ha allestito una squadra che già quest’anno ha sfiorato la promozione in B. Dopo «Avevo un sogno», «Il migliore del mondo» e «Chi ha detto che ero finito?», il quarto capitolo potrebbe intitolarsi «La passione non muore», ma va detto che già i primi tre risultano un tantino dilatati e ridondanti. Questi biopic servono alle piattaforme per provare ad ampliare il pubblico degli abbonati coinvolgendo le community di fan e tifosi delle diverse star sportive. Sono principalmente operazioni di marketing che privilegiano i tratti leggendari dei protagonisti, spesso sfumando quelli più controversi.

Fessura tra i dentoni e occhi sgranati, Ronaldo de Assis Moreira detto Ronaldinho è stato uno dei calciatori più talentosi di sempre e risparmiamoci le classifiche. Dal Grêmio, la squadra di Porto Alegre dove già militava il fratello Roberto Assis, poi suo agente, al Paris Saint-Germain e al Barcellona, passando per il Milan prima di tornare in Brasile al Flamengo e all’Atletico Mineiro, nei primi vent’anni del secolo Ronaldinho ha vinto tutto quello che si poteva vincere sia a livello individuale che di squadra, in Europa, in Sudamerica e con la Seleçao. «Forse lui è stato più importante per me di quanto io lo sia stato per lui», dice Lionel Messi, presentando il compagno che lo accolse giovanissimo nello spogliatoio del Barcellona e gli servì l’assist per il primo gol in blaugrana. È uno dei tanti gioielli tecnici che deliziano i cultori e si alternano ai pochi momenti opachi della vita di questo campione votato all’allegria e alla spensieratezza, anche quelle della vita notturna. Eccessi che irritavano i tifosi e i dirigenti delle varie società e dai quali tentava di proteggerlo il fratello-manager. Come in occasione dello strano arresto avvenuto in Paraguay dove entrambi erano andati esibendo documenti falsi. Una vicenda presto chiarita e di cui Roberto Assis si è assunto piena responsabilità. «Mi abituai a essere un campione fin da giovane e questo mi viziò», ammette lui stesso. Facendo anche onesta autocritica per l’assenza, a causa di una partita, nel giorno della nascita dell’unico figlio.

Bentornato in Italia, Ronaldinho. Sperando che non sia solo un colpo di coda della saudade.

 

La Verità, 23 giugno 2026

Jamie Vardy e una storia di riscatto senza melassa

In queste serate mondiali durante le quali si ascoltano storie di riscatto nel Sud del globo o dalla povertà del Continente nero fa, a suo modo, da controcanto la biografia di un bad boy raccontata nel docufilm di Netflix Untold UK: Jamie Vardy. Spesso questi biopic enfatizzano i tratti eroici del protagonista al fine di soddisfare i fan. Qui si sceglie un profilo più cronistico della parabola del calciatore di Sheffield, vincitore della Premier League 2016 con il Leicester City di Claudio Ranieri, quando i bookmaker davano 5000 sterline contro una di puntata per la vittoria finale. E quando Vardy stabilì il record di 13 gol segnati in partite consecutive e approdò alla Nazionale, sempre con il suo animo da dilettante e lo slang di periferia. Che il docufim mantiene senza edulcorare le parolacce, in un ritratto schietto come gli occhi di Jamie che guarda nella telecamera rispondendo alla domanda: se dovessi definirti con una sola parola, quale sarebbe? I compagni di squadra e di bisboccia dicono «velocità», «grinta», «amico», «pazzo» mentre lui chiede una birra e spara: «cazzone». Alcolista, rissoso, inquieto, la sua è la storia del «più grande underdog di tutti i tempi». E qui, per la verità, la spia della retorica lampeggia. Sta di fatto che, scartato a 16 anni dalle giovanili della squadra della sua città perché troppo basso, entra in fabbrica per 30 sterline a settimana e si accontenta di giocare nella settima divisione inglese. I gol arrivano a raffica, come le sbronze al pub. Ci pensano gli «Inbetweeners», i compagni di bevute, a tenerlo in carreggiata finché qualcuno lo segnala a un procuratore che s’innamora del suo talento, fiuto del gol e freddezza sotto porta. Jamie ha già 21 anni e sembra tardi per sfondare. Invece, la scalata è vertiginosa. Non che le intemperanze cessino, dentro e fuori dal campo, ma ci pensa la moglie Rebekah a dargli stabilità. Quando arriva al Leicester di anni ne ha 25. Dopo la salvezza conquistata grazie ai suoi gol, la società licenza l’allenatore e chiama a sorpresa Claudio Ranieri. Ma i contraccolpi non sono finiti. Prima l’accusa di razzismo per l’appellativo «giap» rivolto a un ragazzo durante una rissa in birreria, poi la drammatica scoperta che il padre biologico non è il genitore con cui è cresciuto.
Quest’anno, Vardy, nonostante gli infortuni, ha giocato nella Cremonese, retrocessa in B, e nel primo episodio del suo podcast ha detto che la Serie A è «lenta e difensiva». Opinione più che rispettabile. La tempra non mente. E nemmeno il talento, se ben indirizzato.

 

La Verità, 18 giugno 2026

Due poliziotti rivali a Oslo come a Gotham city

Semplificando, Detective Hole, la nuova serie nordic noir di Netflix, è una storia da poliziotto buono e poliziotto cattivo. Una trama a tinte cupe, in una parola, nichilista, tipica di tutta la serialità scandinava degli ultimi anni. Qui, però, nel classico scenario gotico nordeuropeo si innesta la rivalità da poliziesco americano nella variante letteraria dei detective antagonisti: il poliziotto tormentato ma talentuoso, che cerca di rifarsi una vita (Tobias Santelmann), e l’avversario spietato ma corrotto (Joel Kinnaman), che è anche il capo della sezione omicidi. A nobilitare lo show si aggiungono le firme di Jo Nesbø, autore di La stella del diavolo (Piemme) dal quale lui stesso trae la sceneggiatura, e di Nick Cave, creatore della colonna sonora, impreziosita da inserti dei Ramones. Mentre una Oslo che sembra una Gotham city del Nordeuropa accentua le tonalità plumbee del racconto.

Quando il perverso rituale che accompagna una serie di macabri delitti rivela l’esistenza di un serial killer i due investigatori che si detestano sono costretti a collaborare. Le indagini assumono così un doppio registro: la caccia all’assassino seriale e l’inchiesta sottotraccia sulla seconda vita del capo, adepto di una setta neonazista che vuole ripulire l’umanità «dalla spazzatura». Nella vita di Hole, che invece sta provando a emanciparsi dall’alcol, un nuovo trauma fa affiorare fragilità dal passato che ostacolano il tentativo di costruire una nuova stabilità con la compagna (Pia Tjelta) e suo figlio.

Senza risparmio di qualche eccesso splatter, il conflitto tra gli antieroi si fa sempre più crudo. Ma la semplificazione è riduttiva e la storia va oltre lo scontro tra i due investigatori, offrendo qualche spunto stimolante. Per esempio, sulla posizione subalterna della polizia alla quale è impedito il possesso di armi anche nel mezzo di una guerra tra bande particolarmente violenta. La carenza di strumenti e l’impotenza a far rispettare la legge può spingere uno sbirro poco equilibrato a sconfinare nel giustizialismo e nella vendetta privata. Chi è in prima linea nella lotta al crimine raramente è in grado di gestire i traumi prodotti da una professione che travolge spesso la vita privata. Ai demoni di Hole fa da contraltare il grumo di una religiosità nera che può divenire incubatrice di un fanatismo patologico e finanche diabolico. Come quello che abbiamo visto emergere nei recenti fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti alcuni adolescenti soggiogati da certe paranoie sataniste diffuse sul Web.

 

La Verità, 8 aprile 2026

Giuli risponde: «Sistema perverso, lo bonificherò»

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di Via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data – 23 dicembre 2025 – del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house. Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra – Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del Dipartimento cinema e audiovisivo Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution Srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, il film di Giulio Base sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate.
Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono. Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura Gianmarco Mazzi stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento? Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.

 

La Verità, 14 gennaio 2026

 

Soldi pubblici alla serie su Corona: Giuli risponda

Al ministero della Cultura, in particolare alla Direzione generale cinema e audiovisivo, i conti continuano a non tornare. Dal punto di vista dei contribuenti, s’intende. Perché, visti dall’angolazione dei fruitori dei finanziamenti del dicastero di Via del Collegio romano, produttori cinematografici e televisivi, broadcaster e piattaforme multinazionali, i conti tornano alla grandissima, eccome. Dopo la scoperta documentata su questo giornale da Davide Perego con una lunga e meticolosa inchiesta su decine di film e opere di scarso o inesistente interesse pubblico, alcune nemmeno approdate nei cinema, altre programmate in sale deserte, ma sostenute a vario titolo per anni e per svariate decine di milioni dai contributi del ministero della Cultura, prima con Dario Franceschini e poi con i suoi successori Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli nel governo Meloni, dopo tutto questo si auspicava che i criteri di assegnazione dei medesimi fondi venissero ampiamente revisionati. Purtroppo, sembra di poter dire con una certa dose di rammarico che non è così.
Questo giornale nei giorni scorsi ha svelato che la controversa docuserie Fabrizio Corona – Io sono notizia dal 9 gennaio in programmazione su Netflix ha ricevuto dal ministero della Cultura quasi 800.000 euro (793.629 per l’esattezza), praticamente un terzo dell’intero budget (2.448.556 euro) per realizzarla. I cinque episodi diretti dai registi di documentari Massimo Cappello e Marzia Maniscalco sono prodotti da Bloom media house, una società dal portafoglio scarno di cui nell’homepage del sito si legge: «Siamo una società di produzione che si occupa di ideazione, scrittura, adattamento e produzione di contenuti audiovisivi per i differenti media: televisione, cinema e web». E che, tuttavia, è riuscita a convincere la mega piattaforma a diffondere una docuserie definita da Aldo Grasso sul Corriere della Sera «un brutto spot che cerca di trasformare un pregiudicato (bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false…) in uno spregiudicato, un mitomane in un eroe del nostro tempo». Oppure raccontata da Antonio Dipollina su Repubblica come una lunga spiata sul retrobottega del berlusconismo, «una vasca di liquami» su cui «gettare benzina… accendere, godersi lo spettacolo e farci più soldi possibile». Anche noi, nel nostro piccolo, l’abbiamo rubricata come «un monumento a un campione di nichilismo… un genio del male».
Tuttavia, il punto della faccenda non è la moralità del soggetto dell’opera, né la sua qualità. Ma l’entità del contributo pubblico assegnato con il meccanismo del credito d’imposta, il famigerato tax credit. Non si tratta, cioè, di «contributi selettivi», ovvero fondi assegnati dopo che una commissione di esperti ha esaminato la sceneggiatura, valutato la necessità di incoraggiare autori alla loro opera prima o di premiare lo sforzo produttivo per un film d’essai o di interesse culturale per il suo «valore artistico, storico o antropologico». No, il sostegno con il tax credit avviene, per così dire, in modo automatico, sulla base di criteri asettici e, messa così, può essere pure peggio perché praticamente si tratta di finanziamenti pubblici a pioggia. Quali sono questi criteri? Che i produttori che ne fanno richiesta abbiano una loro attività riconosciuta e che l’opera abbia un’adeguata visibilità. Qualcos’altro? Sì, che il film o la serie in questione non incentivi l’odio razziale o di genere, l’uso della pornografia e altre amenità. Ma questa valutazione diciamo così, contenutistica, può aversi solo a posteriori, facendo eventualmente scattare la revoca del finanziamento erogato qualora qualcuno alzi il ditino ed eccepisca.
Non è questo il caso di Fabrizio Corona – Io sono notizia, un documentario che inanella una serie di opinioni, racconti e aneddoti circa l’attività dell’ex re dei paparazzi, suffragati o contraddetti dal medesimo Corona. Zero elaborazione, zero scrittura. Ma ciò che davvero sconcerta è che, alla fine, transitando dalla società Bloom media house, il denaro dei contribuenti sia finito a Netflix. La quale, senza il sostegno pubblico, avrebbe verosimilmente pagato l’intero esborso per l’acquisto della docuserie. Lo stesso si può dire di Paramount+; che avrebbe pagato l’intero budget di Vita da Carlo (quarta stagione). E di Sky Italia, che avrebbe saldato l’acquisto di Gomorra – Le origini, o della terza stagione di Call my agent. Questo solo per stare ad alcuni altri titoli che hanno ottenuto l’erogazione del ministero della Cultura con il medesimo decreto del 23 dicembre scorso che riguarda la serie su Corona. È difficile spiegarsi perché ci sia bisogno di questo sostegno pubblico e aziende multinazionali potentissime come Netflix, Paramaount+ (Skydance media) e Sky (Comcast corporation) possano indirettamente usufruire del denaro dei contribuenti italiani.

Per capirne di più ci siamo rivolti alla Direzione generale del cinema e dell’audiovisivo del ministero. Dove ci hanno chiesto di inviare una mail…

 

La Verità, 13 gennaio 2026

Chi è il mostro di Firenze? Ma è ovvio, il patriarcato

Era la serie più attesa dell’anno. Per la scabrosità dell’argomento e per la qualità degli autori e dei produttori che la firmavano. Per fare un sommario paragone con un prodotto altrettanto sponsorizzato, l’origine de Il Mostro non è dichiaratamente politica com’era quella di M – Il figlio del secolo di un anno fa. La serie sul mostro di Firenze in onda su Netflix diretta da Stefano Sollima, scritta con Leonardo Fasoli e Stefano Bises e prodotta da The Apartment e Alter Ego, ambiva a illuminare il capitolo più oscuro della cronaca nera del Novecento: otto duplici omicidi commessi dal primo serial killer italiano che, dal 1968 al 1985, hanno sconvolto un’intera generazione, rimanendo tuttora senza un colpevole. Nemmeno l’apprezzato regista di Romanzo criminale, Gomorra e Suburra (un po’ meno di Acab) azzarda un tentativo di risposta al più complicato enigma criminale italiano. Anzi, Sollima si concentra sull’antefatto della vera stagione del mostro, l’omicidio della coppia composta da Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, realizzato, secondo gli inquirenti, con la stessa Beretta calibro 22 usata per i successivi delitti. La trama scava nella pista sarda, presto abbandonata dalle indagini, per circostanziare la genesi di quegli orrendi crimini nella peggiore sottocultura patriarcale, specchio dell’Italia dell’epoca. Difficile non intravvedere in questa operazione il furbo tentativo di iscrivere quell’oscuro passato nell’attualità dominata dal dibattito mainstream sui diritti civili.

Tra Barbara Locci, la moglie umiliata di Stefano Mele, e la sostituto procuratore (Liliana Bottone) che, mentre le indagini «brancolano nel buio» delle campagne popolate di guardoni e degli scantinati delle famiglie patriarcali, è da subito certa che l’obiettivo dell’assassino sia umiliare il corpo delle donne, sfila il campionario delle piu truci perversioni maschili. Del resto, il mostro è uno o più uomini. Impaginata come Avetrana – Qui non è Hollywood in quattro episodi, ognuno intitolato a un possibile colpevole, e recitata da attori poco noti o scarsamente riconoscibili, Il Mostro ripropone i fatti della notte del 21 agosto 1968 (la stessa in cui le truppe sovietiche invadono Praga) da quattro punti di vista diversi, intrecciando e contrapponendo le versioni degli indiziati. Nella mente del telespettatore si affastellano le domande. E solo alla fine dell’ultimo episodio spunta Pietro Pacciani, in un finale aperto di quello che appare il lungo prequel di una seconda stagione. Probabilissima dopo il successo, non solo italiano, di questa prima.

 

La Verità, 28 ottobre 2025

In Untamed la natura ostile cela i segreti dell’anima

Selvaggio, ruvido e indomabile come la natura. Come certe foreste o certe pareti inviolabili di montagna. Anche se sono quelle del Parco nazionale di Yosemite, in California. La traduzione nel titolo della miniserie è Untamed, sei episodi prodotti da Warner Bros appena usciti e in testa al gradimento del pubblico di Netflix. I protagonisti quasi si specchiano uno sull’altro. Il cupo ranger della Sezione investigativa del National park service, Kyle Turner, interpretato da Eric Bana (Hulk), e la natura dei tremila chilometri quadrati del grande Parco californiano (in realtà la serie è stata girata nella provincia della British Columbia, in Canada). Maestosa, scoscesa e fitta di segreti come l’anima turbata degli agenti che indagano sulla misteriosa morte di una ragazza che precipita dalla cima del costone di una parete per scalatori. L’ipotesi che si tratti di un suicidio non convince Turner e il suo capo (Sam Neill, quello di Jurassic Park) che gli affianca Naya Vasquez, un’agente messicana alle prime armi (Lily Santiago), appena arrivata da Los Angeles. La collaborazione tra loro, però, è tutt’altro che fluida. Entrambi convivono con vicende traumatiche che affondano nel passato: Turner si sente in colpa per aver perso l’unico figlio in circostanze ancora poco chiare e si è separato dalla moglie (Rosemarie DeWitt); Vasquez è una madre single, in fuga da un marito violento che continua a inseguirla. Man mano che le indagini procedono, inoltrandosi nei cunicoli più impervi del Parco popolato da nativi americani, ma anche da strane sette e da clan di spacciatori, l’intrigo si fa fitto e impenetrabile come la vegetazione della foresta. Anche perché, nel frattempo, un’altra agente comincia a fare domande su un caso irrisolto dallo stesso Turner, cinque anni prima. Così, mentre il ranger solitario comincia a condividere il dolore che lo lacera riavvicinandosi all’ex moglie, si allontana la soluzione del mistero della ragazza precipitata dalla montagna.

Sceneggiata da Mark L. Smith (e dalla figlia Elle), già autore di Revenant – Redivivo e della serie American primeval, pur priva di particolari innovazioni registiche, Untamed si giova del continuo raffronto tra le attraenti ma inquietanti panoramiche naturali e le ombrosità dei protagonisti, alle prese con i propri demoni che affiorano come certi cadaveri sulle acque di uno stagno di montagna. Non siamo certo di fronte a un capolavoro, ma a qualcosa di vedibile in una stagione non particolarmente ricca di offerte.

 

La Verità, 20 luglio 2025

Le distopie di Black Mirror sono dietro l’angolo

Distopie ravvicinate. Situazioni di un futuro pessimo, inquietante, in realtà non così fantascientifico e  ipotetico, ma verosimile, plausibile. Sono gli scenari preconizzati dalla settima stagione di Black Mirror, sei episodi antologici disponibili su Netflix, ognuno a sé stante, creati da Charlie Brooker. Le prime produzioni, dal 2011 in poi, erano particolarmente geniali e disturbanti, insignite di premi ed elogiate della critica. Le ultime sono divenute via via più ordinarie. Com’è la settima stagione? Sempre un ottimo prodotto, «che vuole tornare alle origini», secondo l’ideatore: provocatorio, alimentatore di riflessioni e dibattiti, ma un tantino più pop.

In un’azienda dolciaria, la creatrice di leccornie al cioccolato subisce la vendetta ad alta sofisticazione informatica di un’ex compagna bullizzata al liceo che ora diventa la sua Bestia nera. A Hollywood, uno studio cinematografico in crisi inserisce star del presente nei vecchi film in bianco e nero come Hotel Riviere, solo che, una volta implementati, gli attori si ribellano al copione. In Come un giocattolo, un critico di videogame s’impossessa del programma di un gioco trasformandosi nell’allevatore di legioni di Tamagotchi che prenderanno tragicamente il potere. Guidato da un avatar nei ricordi alimentati dalle fotografie dell’epoca, Paul Giamatti compone per la compagnia Eulogy il memoriale immersivo della sua ex fidanzata defunta. Il sesto episodio, Uss Callister: Infinity, è il sequel della parodia di Star Trek iniziata nella quarta stagione della serie.
Di tutte, la storia più efficace è la prima, Gente comune. In una cittadina britannica marito e moglie che si adorano stanno provando ad avere un figlio. Ma a lei, insegnante, diagnosticano un tumore al cervello che la renderà un vegetale. A meno che non s’iscriva al programma di Rivermind, una nuova app che farà il back up in un server della parte malata, sostituendola con materia artificiale in cambio di un modico abbonamento. Purtroppo, sono indispensabili gli aggiornamenti e i servizi che prima erano basici ora si pagano. Come si paga l’eliminazione delle inserzioni pubblicitarie che scattano autonomamente nell’espressione del nuovo cervello. La spirale di incubi che avviluppa la coppia è altamente drammatica.

Black Mirror ribadisce che la tecnologia ci domina, ci schiavizza e ci pervade al punto che, a forza di sperimentazioni e avanguardie, rimaniamo vittime degli stessi meccanismi che mettiamo in atto o a cui ricorriamo. Ma in fondo, non è quello che, in un certo senso, è accaduto e continua ad accadere con la creazione di continue ed esagerate emergenze e con le loro presunte contromisure?

 

La Verità, 19 aprile 2025

Preoccupati e boomer, al cinema ritornano i papà

Cinema e televisione si accendono sui padri. S’interrogano sul loro ruolo e sulle loro responsabilità. Niente padri-amici e nemmeno vecchi e inflessibili patriarchi, grazie a Dio. Era ora, verrebbe da dire, e pazienza se Dario Franceschini che fantastica sul matronimico avrà un mancamento. La tendenza è significativa perché cresce lontano dalle fumisterie ideologiche del cosiddetto patriarcato che, secondo studiosi autorevoli come Luca Ricolfi, oggi esiste solo nelle comunità di immigrati (mentre al cinema lo abbiamo visto di recente in Vermiglio di Maura Delpero, un film su un paesino montano alla fine della Seconda guerra mondiale).
No, film e serie tv ci propongono un approccio diverso, più psicologico, determinato da problematiche educative che fanno i conti con i deragliamenti esistenziali di adolescenti e ragazzi. E ci presentano genitori che fanno mestieri tradizionali, tranvieri, ferrovieri, idraulici; padri sorpassati dalla contemporaneità e sprovvisti delle chiavi d’ingresso in territori stranieri: dipendenze dall’alcol e dalle droghe, militanze estreme e violente, manipolazioni della rete e ricatti dei social. Sono genitori lacerati dal nichilismo dei figli, ai quali riescono a contrapporre poco se non, forse, una presenza. Un «esserci» che, comunque, è già qualcosa. Del resto, quello del padre e della madre è un mestiere che nessuno insegna.
Premiato come miglior attore all’ultima Mostra di Venezia, in Noi e loro di Delphine e Muriel Coulin, ora nelle sale, Vincent Lindon incarna la preoccupazione di Pierre, un ferroviere vedovo alle prese con due figli, uno studioso e positivo, l’altro, irrequieto e oppositivo. Siamo in un paesino della Lorena che ruota attorno al liceo scientifico e alla squadra di calcio, ma mentre il primo ragazzo entra alla Sorbona e si trasferisce a Parigi, il secondo si lega ai gruppi violenti di estrema destra. È la sua pagina Facebook a svelare la militanza pericolosa, fatta di slogan xenofobi e palestre di skinheads scalmanati. Inevitabile che il conflitto con il padre, una vita da sindacalista, avveleni la quotidianità domestica. «Mi sento tradito», accusa il genitore che, tuttavia, non riesce a fare breccia nell’oltranzismo cieco del figlio. Fino all’epilogo in cui deve ammettere la resa.
Il titolo scelto dalla distribuzione italiana di I Wonder (cita un’espressione del padre: «Quando si comincia a dire noi e loro… non può che finire male») per tradurre l’originale Jouer avec le feu, sottolinea le tonalità politiche del racconto. È simbolica la scena in cui il padre-ferroviere avanza di notte sui binari con una torcia che illumina il buio. I suoi ideali di giustizia sociale non valgono più per il figlio esagitato. Un film che fa pensare chi si rivede nei panni di quel genitore: il confine tra pressione e lassismo è sottile. Nota a margine: prima o poi qualcuno narrerà di un padre cattolico con un ragazzo che si perde nei centri sociali dell’estrema sinistra?
Nelle sale dal 10 aprile, La casa degli sguardi, diretto e interpretato da Luca Zingaretti, racconta la vicenda di Marco, un giovane che si esprime felicemente in poesia, ma è così sensibile al dolore che lo circonda da anestetizzarsi ricorrendo all’alcol. Segnato anche dalla morte della madre e dalla fine di un importante rapporto affettivo, la rovina incombe. Non c’è altro appiglio che il lavoro in una cooperativa di pulizie all’ospedale Bambin Gesù di Roma, a contatto con la sofferenza dei bambini malati di tumore. «Sei sicuro che sia il posto giusto per me?», chiede al padre, tranviere, anche lui privo di certezze. Ci penseranno i colleghi di lavoro, con la loro umanità, un misto di cinismo e tenerezza, ad aiutarlo a contenere la deriva. Ancor più, risulteranno determinanti la pazienza e l’amore del papà che, pur senza fare l’amico né fornire risposte preconfezionate, sceglie semplicemente di esserci.
Per fare di questo rapporto il cuore narrativo del suo debutto da regista, Zingaretti ha scelto di espungere le figure della madre e delle suore che assistono i bambini, invece centrali nell’omonimo romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli al quale si è «liberamente» ispirato.
Al centro dei quattro episodi di Adolescence, la serie creata per Netflix da Jack Thorne e Stephen Graham, c’è invece l’universo virtuale degli adolescenti di oggi, territorio vergine per i loro genitori. I quali, nella modesta casa di un sobborgo britannico, precipitano in un incubo quando la squadra di polizia vi irrompe all’alba per arrestare il figlio tredicenne. La sera prima è stata uccisa con sette coltellate una sua compagna di scuola e tutti gli indizi conducono a quel timido adolescente che vive barricato nella sua cameretta. È lì dentro, protagonista di una vita virtuale, che ha accumulato la rabbia per l’esclusione e il rifiuto da parte delle coetanee che lo bullizzano fino a scatenarne la vendetta, tutt’altro che virtuale. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro… Che male poteva fare lì dentro?», s’interroga il padre, interpretato dallo stesso Graham, annientato dall’incredulità e dal dolore.
È un racconto angosciante, che pone più domande che risposte. Ma fotografa alla perfezione l’impreparazione e l’impotenza degli adulti davanti alla pervasività manipolatoria dei social media e alla spietatezza di certe community, basate su selezioni, reputazione e soprusi. Una tossicità e una spietatezza che ritroviamo spesso nelle notizie dei telegiornali.

 

La Verità, 27 marzo 2025

Il viaggio di Adolescence nell’inferno dei ragazzi

Ci si prepara ad andare al lavoro e a scuola quando, mitra spianato, la polizia fa irruzione nella casa dei Miller. Siamo in una tranquilla cittadina britannica, ma quel ragazzino dev’essere arrestato. La madre urla, ancora in vestaglia. Il padre non capisce cosa sta accadendo, la sorella si rannicchia in bagno. Jamie Miller è accusato di aver ucciso Katie, una compagna di scuola, la sera prima nel parco con sette coltellate. Mentre i poliziotti gli leggono i suoi diritti, si fa la pipì addosso. Sembra un ragazzo qualsiasi di una famiglia qualsiasi. È mai possibile che un adolescente di 13 anni sia colpevole di un crimine tanto efferato? Siamo di fronte a uno scambio di persona? A un tragico errore giudiziario? Il dispiegamento di forze è esagerato. L’adolescente viene portato alla centrale di polizia: fotografato, spogliato, perquisito, rinchiuso in cella. Padre e madre sono attoniti. Sono i primi dieci minuti di Adolescence, la miniserie che, da pochi giorni visibile su Netflix, ha scalzato Il Gattopardo dal primo posto delle più viste. Da quel momento, la storia afferra il telespettatore e non lo molla più per i quattro episodi che la compongono, in un crescendo claustrofobico angosciante.
Creata da Stephen Graham (magistrale anche nel ruolo del padre) e Jack Thorne, e diretta da Philip Barantini, è un thriller psicologico girato in piano sequenza, con un’unica macchina da presa che ci porta dentro l’orrore di mondi apparentemente normali, invece totalmente estranei agli adulti. A cominciare dalla tranquilla ma inesplorata cameretta del ragazzino: «Che male può fare chiuso lì dentro?», si giustifica il padre di Jamie quando lo assale il senso di colpa per averlo trascurato. Inesplorato è anche lo strapotere dei social che, con la loro spietatezza, alimentano frustrazione, odio e rabbia: «L’80% delle donne va con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche», svela Jamie (lo straordinario esordiente Owen Cooper) per spiegare il bullismo di cui lui e i suoi amici sono vittime e l’istinto di rivalsa che prende il mondo degli «incel», i celibi involontari, rifiutati sessualmente dalle donne.
Sebbene, in un certo senso, salvi la famiglia, Adolescence non dà risposte comode. Ma apre domande drammatiche che mettono di fronte a responsabilità radicali perché fotografa l’inferno quotidiano, riscontrabile in tante notizie di cronaca (basta ricordare Qui non è Hollywood sul delitto di Avetrana). Un inferno fatto di adolescenti in balia del vuoto. E di adulti – professori, psicologi e genitori – ignari e impotenti.

 

La Verità, 20 marzo 2025