Guida semiseria alle prime elezioni col fantasma

Le premesse sono chiare: andrà tutto male. O bene, dipende dai punti di vista. Quella che è appena cominciata è la campagna elettorale più anomala della storia repubblicana. Una campagna con alcune prime volte e parecchi déjà vu. Vediamo una a una le variabili che incombono nei prossimi due mesi di calendario con vista sul 25 settembre, cominciando dagli elementi inediti.

Campagna tropicale Non era mai accaduto che la caccia all’elettore si svolgesse con il solleone. Siccome le disgrazie non vengono mai da sole, ad alzare la temperatura di un confronto già febbrile di suo in qualsiasi stagione dell’anno, stavolta si aggiungono anche le temperature record dell’estate più torrida dell’era moderna. Troveremo militanti che ci vogliono convincere a scegliere la parte giusta in spiaggia, nei rifugi di montagna, nei traghetti per le isole. Troveremo volantini e santini elettorali nel b&b e nei chioschi dei pedalò. Conquisterà il voto chi offrirà la granita migliore.

Pd b&b Bellicista e banchiere. Tra le prime volte della campagna in corso c’è l’inedito posizionamento del partito scarrozzato da Enrico Letta, il segretario più innovativo di sempre. Il Pd infatti è tutto cambiato. Irriconoscibile? Ma no, è finalmente libero dalle zavorre della tradizione. Basta con le pedanterie del pacifismo, meglio un bel elmetto e una mimetica griffata Ispi. Idem per la difesa dei lavoratori e dei ceti deboli, che appartengono all’archeosinistra. Ai tempi del Covid si portano di più banche e banchieri. Quella per SuperMario non è una sbandata, una cotta passeggera. Il feeling tra i dem e le banche viene da lontano, ricordate Carlo Padoan presidente di Unicredit? Con Draghi è solo salito a Palazzo Chigi. Per restarci? Sarebbe lui il perfetto candidato premier del campo-largo-meno-5stelle. Se no, a spoglio ultimato partirà la processione verso Città della Pieve per convincerlo a tornare in sella. L’Umbria è regione di santuari…

Con il fantasma E qui ecco un altro inedito: le elezioni fantasy. Un banchiere si aggira per la campagna. SuperMario c’è o non c’è? Gioca con noi o si nasconde? Lo si nota di più se si candida ma resta in disparte, o se non si candida e lo si deve supplicare molto? Dai Mario salvaci tu. Nell’attesa ci si può sempre rinfrescare con l’Agenda Draghi. Cioè il draghismo senza Draghi. Che, se non è efficace proprio come un condizionatore, almeno ci illude quanto un ventilatore.

Passiamo ora alle variabili note e già attive o in procinto di esserlo.

Allarme democratico Il tasto on è già stato premuto. Il fascismo è alle porte. L’onda nera. Le «nubi nere» all’orizzonte. I nazisti e il passato che non passa. Lo scrivono anche i giornali stranieri che di sicuro hanno fonti attendibili e al di sopra delle parti. Per non parlare dei giornaloni italiani. Del resto Giorgia ha un cognome con la stessa iniziale di Mussolini. L’abiura non ha mai convinto. «Il fascismo male assoluto»: Gianfranco Fini sì, era un vero compagno. Invece Giorgia M. figlia del secolo ci riporta in braccio ai militanti di Forza nuova, le SS del Terzo millennio. Mica come quei bravi ragazzi del battaglione Azov.

Papa straniero Caccia al. È un gioco di società dei fogli di riferimento, vediamo chi ha l’idea giusta. Nomi a caso del passato: Nanni Moretti, Roberto Saviano, Liliana Segre… Adesso si parla di Maurizio Landini e di Luigi De Magistris. Ma il più cool è sicuramente Beppe Sala, con il suo «modello Milano». Città di single e aperitivi. Le famiglie sono così esigenti, signora mia, meglio se stanno in periferia. Beppe potrebbe essere l’uomo giusto del grande rassemblement che accelera la svolta green e promuove l’agenda Lgbt sdoganando le adozioni per le coppie gay. Monopattini e calze arcobaleno. Indossando dei bermuda viene anche meglio. E la guerriglia tra nordafricani in Stazione centrale? Ma quella è già pevifevia, noi vinciamo nel centvo stovico.

Liti a destra Puntuale come a ogni tornata elettorale, va in scena la rissa sulle liste e sul candidato premier. Non ci s’inventa campioni di autolesionismo da un giorno all’altro. La premiata ditta Giorgia-Matteo-Silvio non si smentisce mai. Se poi ci si aggiunge anche Antonio (grisaglia) Tajani… L’ultimo ballottaggio a Verona fa da memento. E come dimenticare la non candidatura di Guido Bertolaso a Roma? Però per il 25 settembre si può fare di meglio. Il premier lo deciderà, con regola cristallina, il partito della coalizione che prenderà più voti? O, per impapocchiare tutto, lo decideranno i parlamentari eletti? E se lo decidessero i referenti europei di Fdi, Lega e FI? E i governatori di centrodestra, perché no? Perdere da favoriti è un’arte sopraffina.

Endorsement inattesi Giuliano Ferrara ha annunciato il suo voto per il Nazareno. Il Pd del ddl Zan, dei matrimoni gay, dell’utero in affitto, della cannabis legalizzata. È quel Giuliano Ferrara che nel 2008 si scatenò in difesa della vita inventando una visionarissima Lista pazza contro l’aborto? Pare di sì. Come si cambia quando c’è di mezzo la comune passione a stelle e strisce. Francesca Pascale invece ha annunciato che lascerà l’Italia se vinceranno i sovranisti. Chiara Ferragni e Gegia resteranno?

Inchieste della magistratura Ancora non pervenute. Ma date tempo. Perché in questi casi la tempistica è fondamentale. Per influire a dovere nelle urne, i provvedimenti devono smuovere un’onda emotiva. E, com’è noto, le emozioni durano lo spazio di un coito. Perciò vedrete che alla vigilia arriverà sicuramente qualcosa di sugoso. Tipo un’indagine per cessione di droga contro Luca Morisi. Do you remember?

Macchina mediatica Ai posti di comando. Lucia Annunziata ha rinunciato alla trasferta in Ucraina per montare la guardia democratica. Marco Damilano sta raggiungendo in anticipo la postazione della striscia quotidiana su Rai 3. Con grande abnegazione ci si riducono le ferie per garantire il servizio al momento del bisogno. Nella grande stampa tornano a martellare i veterani di tante battaglie. È vero, i giornali ormai non li legge più nessuno. Ma ci sono i tg e le maratone, le feste dell’Unità (senza il giornale) e i PremiStrega, i 100.000 volontari e le LucianeLittizzetto. Sommati, fanno la realtà parallela, praticamente una distopia. La bolla dei pesci rossi. Fatta di appelli di sindaci e interviste a Gianrico Carofiglio, di MonicheMaggioni e immancabili patti della Repubblica (non il giornale, o forse sì), di palingenetici piani green, transizioni ecologiche e climate change. E di cinghiali. Ma perché rovinare la narrazione con la dura realtà? L’unico dettaglio da sistemare potrebbe essere l’esito del voto. Ma, eventualmente, a impapocchiarlo ci penserà Sergione nostro, come al solito. Fulminante il post di GianniKuperlo su Twitter appena (auto)giubilato il Migliore: «Siamo pronti per perdere le elezioni e governare lo stesso».

Varie ed eventuali Inutile dilungarsi, già ci stanno deliziando. Allarme dei mercati, spread in rapida risalita, agenzie di rating, prelati e vescovi post-ulivisti, centri e centrini con la schiena dritta, ma la scoliosi del patto di desistenza inclinata a sinistra…

Andrà tutto bene o tutto male. Buona campagna a tutti.

 

La Verità, 26 luglio 2022

 

Sinner-Djokovic sulla scacchiera di Wimbledon

A volte il tennis sembra somigliare al gioco degli scacchi. Diventa una questione di testa, di pause e di mosse giuste, studiate a tavolino. Ce l’ha fatto pensare Jannik Sinner, nelle ultime due partite vinte, contro John Isner e Carlos Alcaraz. Due match splendidi, capolavori di tattica. Oggi, però, l’asticella sale ancora. E di parecchio. Di fronte a Sinner ci sarà Novak Djokovic, il campione in carica di Wimbledon che nel 2021 sconfisse Matteo Berrettini, quest’anno eliminato dal Covid. Sul campo centrale dell’All england tennis and croquet club si staglierà una montagna più alta di quelle, scalate finora. Stan Wawrinka, ex numero 3 del mondo, vincitore non più giovanissimo di tre slam, regolato in 4 set. Il più abbordabile Mikael Ymer (numero 88), superato piuttosto agevolmente. Isner, un big server secondo il verbo di Sky Sport, osso durissimo sui prati. Alcaraz, numero 6 del ranking e pronosticato presto in vetta da gran parte degli addetti ai lavori. Curiosamente, in questo momento Djokovic è solo numero 3 della classifica mondiale, dietro a Daniil Medvedev e Alexander Zverev, entrambi assenti a Wimbledon, il tedesco perché infortunato e il russo perché russo e vabbè (anzi no), ma è un’altra storia. Dopo la rumorosa esclusione agli Open australiani e la sconfitta patita da Rafa Nadal a Parigi, Nole non potrà partecipare ai prossimi Open degli Stati Uniti a causa del rifiuto a vaccinarsi, e pure questa è un’altra molto controversa storia. Sta di fatto che per lui Wimbledon ha il sapore della sfida per dimostrare di essere tuttora vincente, riavvicinando Nadal nel numero degli slam vinti: 22 a 20 per lo spagnolo. Assai difficile, dunque, che Sinner possa domarlo. Però, mai dire mai. Perché qualcosa dev’essere pur cambiato nella testa, nei muscoli e nell’autostima del ventenne campioncino di Sesto Pusteria.

Fino a una settimana fa non aveva mai vinto una partita sull’erba. Sempre spedito a casa all’esordio persino al primo turno dell’Atp di Eastbourne, propedeutico alla 135ª edizione dei Championships nella quale ora si trova ai quarti, davanti a quella montagna. Come abbia fatto, sono in tanti a chiederselo. Reduce da una stagione balbettante, privo di trofei, protagonista di ripetuti ritiri a causa di frequenti infortuni – l’ultimo al ginocchio al Roland Garros mentre stava dando una lezione ad Andry Rublev – nonostante in uno spot recitasse «Tu sei futuro», all’orizzonte del rosso altoatesino iniziavano ad addensarsi le nubi dell’incertezza. L’inatteso divorzio, in febbraio, da Riccardo Piatti, lo storico coach con cui lavorava da sette anni, e la scelta di un nuovo team capeggiato da Simone Vagnozzi, sembrava non dare i frutti sperati. Con lui «sto di più in campo, privilegiamo la qualità sulla quantità… Ho sperimentato cose diverse, che prima non sentivo», aveva spiegato a Gaia Piccardi del Corriere della Sera, ribadendo la gratitudine verso Piatti e i meriti del lavoro con lui, ma anche sottolineando «che dopo un giorno con Simone mi sembrava di conoscerlo da vent’anni». Eppure, per l’altoatesino il salto di qualità non s’intravedeva.

Abituato a imparare anche dai campioni di altri sport, pronto ad andare a sciare con Lindsey Vonn, a incontrare Ibrahimovic a Milanello («la sua voce mi è rimasta stampata in testa»), a leggere la biografia di LeBron James, Jannik ha continuato a crederci e a lavorare. Dopo il ritiro a Parigi, ha annunciato l’inizio della collaborazione con Darren Cahill, già ottimo doppista australiano, che da allenatore ha portato Lleyton Hewitt a essere il più giovane sul primo gradino del mondo e, al contrario, nel 2003 ha aiutato André Agassi a diventare il più anziano giocatore in vetta al ranking. Stesso risultato raggiunto con Simona Halep, in vetta alla classifica femminile tra il 2016 e il 2017. Certo, neanche lui possiede la bacchetta magica, il tennis è il più complesso e sfaccettato degli sport individuali.

Però nei match contro Isner e Alcaraz, qualche novità tattica si è iniziata a vedere. Contro il gigante americano (208 cm), reduce da una convincente vittoria sull’idolo di casa Andy Murray, Sinner ha attuato un piano di bombardamento al corpo. Chi ha braccia e gambe lunghe si destreggia bene se può attivare gli arti nella loro ampiezza, mentre patisce le palle che arrivano addosso perché è più macchinoso nel coprire la figura. Per tutto il match Jannik gli ha servito in pancia, costringendo Isner a sbagliare spesso o a rimandare risposte innocue. La sfida contro Alcaraz, meglio posizionato di Sinner in classifica, era stata presentata come la sfida tra i due candidati al primato futuro. Considerato l’erede di Nadal, lo spagnolo è giocatore dagli enormi mezzi tecnici e atletici, che si galvanizza quando sale la temperatura agonistica e nei duelli prolungati con rincorse ai quattro angoli del campo. Contro di lui, Sinner ha accorciato gli scambi, puntato sui colpi d’inizio gioco, servizio e soprattutto risposta, sfruttato il tempo a disposizione tra uno scambio e l’altro. Così è riuscito a raffreddare la partita, conservando sempre un ottimo grado di lucidità, senza farsi condizionare dal fatto che l’avversario lo attendeva impaziente per avviare il gioco.

Se il tennis è uno sport globale, fatto anche di testa e di tempi, in certi momenti, sul rettangolo verde di Wimbledon è sembrato profilarsi il quadrato bianconero di una scacchiera, dove ognuno dei giocatori cercava di portare la sfida sul terreno preferito. Così, con la sua freddezza e la sua flemma, il rosso Sinner, ha vinto un grande match contro pronostico.

Oggi, davanti a una parete di nome Djokovic, quale strategia riuscirà ad allestire?

 

La Verità, 5 luglio 2022

 

Spector: «Così rendo tutti pazzi per il padel»

Gustavo Spector è mister padel. Oggi è Commissario tecnico della nazionale e coach dei maestri federali, ma la sua è una piccola storia di pionierismo sportivo. Argentino di Tucuman, classe 1969, lo conosco da una ventina d’anni quando, entusiasta e coinvolgente, arrivò nel circolo dove giocavo a tennis. A un certo punto ripescò dalla sua gioventù il padel, convincendo il titolare a ospitare un campo, pur pagato di tasca propria. Oggi in Italia i giocatori sono oltre mezzo milione, i campi circa 3.000 e il World padel tour è trasmesso da SkySport. Questa settimana al City Padel di Milano e sul «centrale» montato appositamente in Piazza Città di Lombardia, davanti alla sede della Regione, si sta disputando un Fip gold, torneo internazionale che dà i punti per accedere al Wpt.

Com’è cominciato questo fenomeno?

«Alla fine del 2001, per curiosità, ho voluto informarmi sullo stato del padel in Italia. Scoprii che si giocava quasi solo a Bologna, dove c’erano 4 campi. Allora la federazione non apparteneva alla Federazione italiana tennis come adesso».

Quanti giocatori lo praticavano?

«Circa 300, dei quali solo una cinquantina erano tesserati».

Aveva davanti una prateria?

«Era strano che si giocasse così poco, visto che i primi campi erano stati montati nel 1991».

Un seme mai germogliato.

«C’era un campo a Vicenza, un altro a Bari, altri isolati qua e là. Nel 2002 ero andato a giocare a Riva del Garda in un campo, poi smontato».

C’erano tutti i motivi per lasciar perdere?

«Sì, ma nel 2007 Daniel Patti, allora presidente della federazione, mi propose di seguire la nazionale sia maschile che femminile. Per un anno, sono andato un week end al mese a Bologna ad allenare giocatori e giocatrici. A quel punto ho iniziato a pensare di fare qualcosa a Milano. In un circolo privato in zona San Siro, alcuni amici avevano allestito due campi, ma poi li avevano smontati. “Possibile che uno sport così divertente non sfondi?”, mi dicevo. Così, nel 2012 ho comprato il primo campo e l’ho montato in un circolo a Peschiera Borromeo, appena fuori Milano».

Oggi il padel è una moda, un fenomeno, una malattia o una mania?

«Malattia no. È un fenomeno in espansione perché è coinvolgente».

In che senso?

«È lo sport più inclusivo perché può essere praticato da chiunque, da un ottantenne o da una donna di qualsiasi età. In certe città la presenza femminile sfiora il 50%. Qualche giorno fa, al Tennis club di Cagliari mi ha avvicinato una persona di 80 anni dicendomi che gioca tre volte la settimana. Ha smesso il tennis perché non migliorava, mentre nel padel constata ancora dei progressi».

Perché è così in espansione?

«Perché, essendo semplice, possono giocarlo tutti. Un po’ come avviene per il ping pong e il calcetto, anche il padel si può iniziare a giocare subito. Si può entrare in campo e giocare, senza passare da lunghe fasi di apprendimento».

Il principiante si diverte?

«Senza una lezione, può cominciare a giocare. Nel padel basta che ti spieghino le regole e riesci a divertirti. Poi c’è un altro fatto che spiega il fenomeno».

Ovvero?

«Le persone adulte hanno trovato uno sport che li aiuta a tenersi in forma, divertirsi e socializzare. Perché una delle componenti principali del padel è la socializzazione».

Come in tutti gli sport, mi pare.

«Insomma… Nel tennis, a fine partita lo sconfitto è scontento e sedersi al bar a fare due risate non è così automatico. Nel padel, che si gioca in doppio, è abitudine nel corso della stessa partita scambiare i compagni. Perché una regola importante è che, quando si perde il punto, la colpa è sempre del compagno. Se si è perso con uno, si vuol vincere giocando con un altro».

Per dimostrare che la colpa della sconfitta non era tua e non perdere autostima?

«Esatto. Trovare l’alibi della sconfitta fuori di sé può aiutare a continuare. Infine, i tempi morti tra un punto e l’altro sono minimi e il passaggio dall’insuccesso al successo può essere rapido. Si ha subito l’opportunità di superare il senso di frustrazione per un errore. Nel golf e nel tennis le sensazioni negative durano più a lungo».

Quando ha iniziato a girare l’Italia per istruire i primi maestri immaginava un’esplosione così?

«Vedevo a Milano e anche a Roma che più la gente giocava, più rimaneva e portava amici. Perciò credevo fosse possibile una crescita. Forse non così veloce».

Quanto ha aiutato il fatto che lo pratichino tanti ex calciatori?

«Lo spirito di emulazione è importante. In Argentina i primi giocatori erano persone appartenenti alla media e alta borghesia. In Spagna, il secondo paese dov’è più diffuso, ci giocava José María Aznar. Gli italiani sono un popolo di calciatori. Il fatto che persone come Francesco Totti e molti altri giochino a padel, lo ha reso popolare e ne ha velocizzato l’espansione».

Chi è l’ex calciatore più forte?

«Tra quelli con cui ho giocato io, Esteban Cambiasso».

C’è stato un momento di svolta, qualcuno che ha accelerato questo processo?

«Nel 2014 la Federazione italiana tennis ha preso sotto la sua gestione anche il padel. Poi il presidente Angelo Binaghi e Michelangelo Dell’Edera, capo della formazione, mi hanno designato Ct della nazionale e responsabile della formazione padel per la Fit».

Che seguito ha il suo canale YouTube?

«È un canale di tutorial e video sui colpi e le situazioni di gioco che ho iniziato a sviluppare insieme a Lorenzo Cazzaniga, direttore della rivista online Padelmagazine. Finora abbiamo raggiunto 1,8 milioni di visualizzazioni».

Il tennis è lo sport individuale più completo e complesso: cos’ha il padel che il tennis non ha?

«Abbiamo detto semplicità e socializzazione. Aggiungerei una forte componente ludica. Nel tennis appena capisci di essere bravino cominci ad allenarti, ma in quel momento cominci a perdere buona parte del divertimento. Nel padel non si perde mai».

Che cosa rende il padel moderno e adatto allo spirito del tempo?

«L’infinità di situazioni che si presentano in una partita. Ogni volta che entri in campo puoi vedere una giocata totalmente inedita».

Entri in campo, cioè nella gabbia?

«Questa è una parola che non amo perché sa di reclusione e contraddice quello che abbiamo detto: il padel è divertente. I vetri e le pareti sono parte attiva del gioco e ti aiutano a recuperare la palla».

In cosa deve migliorare per espandersi ancora?

«Dovrebbe diventare sport olimpico. Obiettivo al quale sta lavorando Luigi Carraro, dal 2018 presidente della Federazione internazionale padel».

Tra quanto tempo la nazionale italiana potrà competere con la sua Argentina?

«Difficile dirlo, forse una decina d’anni. Oggi abbiamo 4 giocatrici che possono entrare nelle prime 50 migliori coppie del mondo. Ricordiamo che l’Argentina ha iniziato 30 anni prima di noi e la Spagna 20. Adesso i tempi si accorciano grazie alla tecnologia, ma per creare un vivaio serve qualche anno».

Se dovesse dare un consiglio a chi è all’inizio?

«Primo: direi che, anche se non è necessario, fare i primi passi con un maestro aiuta. Secondo: a chi non ha mai giocato direi assolutamente di provare, perché è uno sport che dà gioia».

 

La Verità, 6 novembre 2021

Il vero anti Donnarumma è Sandro Tonali

Eppure non ci sono solo i superprocuratori, gli agenti, le commissioni, i parametri zero, le plusvalenze… Non ci sono solo Mino Raiola e Gianluigi Donnarumma, sonoramente fischiato durante la partita della Nazionale contro la Spagna. Non c’è solo la legge dei bilanci (molti in rosso a forza di strapagare giocatori e agenti, salvo poi inventarsi la Superlega per provare a ripianarli). Ci sono anche storie diverse, meno glamour. Come quella di Sandro Tonali, lodigiano, classe Duemila, per un anno compagno di squadra del portiere più forte del mondo prima che decidesse di trasferirsi al Paris Saint Germain perché il Milan non soddisfaceva le sue richieste economiche.

Dicono gli addetti ai lavori più scafati che nel calcio il tempo del romanticismo è scaduto. Com’è finita l’èra delle bandiere e dell’attaccamento ai colori. I calciatori sono professionisti, è giusto che vadano dove sono più pagati. E pazienza se i tifosi si sentono traditi. Sui giornaloni l’esecrazione dei fischi che hanno riempito il catino di San Siro è unanime. Al freddo ragionamento economico si somma il moralismo che stigmatizza la persistenza dello spirito d’appartenenza a una società anche quando gioca la Nazionale. La maglia azzurra è più importante dei club, e via predicando. Con sconfinamenti buonisti sulla serata dei tormenti di Gigio, «un campione emigrato e segnato dalle vicende contrattuali» (Corriere della Sera). In realtà, i fischiatori hanno dato sfogo istintivo ai giudizi espressi da gente come Arrigo Sacchi («Ha fatto prevalere l’avidità sulla professionalità») e Fabio Capello («È stato irriconoscente verso il Milan. Per tutto ciò che aveva fatto per lui e la famiglia quando era ragazzino, avrebbe dovuto comportarsi diversamente»).

Ci sono storie che mostrano un approccio diverso. Tifoso milanista fin da bambino, durante il calciomercato 2020 Tonali, ambito da molti grandi club, ha dato mandato al procuratore di puntare sul rossonero. Arrivato in prestito dal Brescia, nel primo anno ha deluso le aspettative. Gli osservatori parlavano di bluff, di giocatore non da Milan. Si ventilava il mancato riscatto del prestito. Il coronamento del sogno di bambino lo bloccava, togliendogli disinvoltura in campo. Invece i dirigenti hanno deciso di dargli fiducia e lui, pur di essere confermato, si è ridotto l’ingaggio di ¼: da 1,6 a 1,2 milioni l’anno. In quest’inizio di stagione ha conquistato il posto da titolare ed è sempre tra i migliori. Nell’attesa che arrivi la chiamata di Roberto Mancini, stasera scenderà in campo da capitano dell’Under 21. Saranno i colpi di coda del romanticismo…

 

La Verità, 8 ottobre 2021

La nostra nouvelle vague deve ancora studiare

Assalto all’Olimpo respinto. Detronizzazione degli dei rinviata. E, a quanto si è visto sul centrale del Roland Garros, non di poco. Ieri era la giornata test del tennis italiano. I nostri talenti emergenti alla prova degli invincibili. Gli under 20 di belle speranze a confronto con i numeri uno. Lorenzo Musetti, 19 anni, al cospetto di re Novak Djokovic e Jannik Sinner, suo coetaneo, a misurarsi con sua maestà Rafa Nadal. Se per il talento di Carrara non si nutrivano particolari speranze considerando che si trattava di una serie di prime volte – primo slam, primo match contro il numero uno del mondo e sul campo centrale parigino – qualche ambizione in più era riposta sul martello di San Candido, in possesso di un pizzico di esperienza nei cosiddetti major e reduce da altre due sconfitte contro l’imperatore della terra rossa che potevano essergli servite da apprendistato. Potesse essere questa la volta buona. Invece no. È ancora presto. Abbiamo peccato di presunzione. Abbiamo cullato una dolce illusione. I nostri golden boy non sono ancora «pronti per la Rivoluzione francese». I diamanti vanno ancora raffinati. C’è da crescere e migliorare. C’è da lavorare sui punti deboli. Bisogna colmare delle lacune. Ognuno ha le proprie, diverse l’uno dall’altro, materia dei rispettivi coach. Simone Tartarini di Musetti e Riccardo Piatti di Sinner.

«Siamo noi la Next gen. Io, Rafa e Roger», aveva scherzato un paio di settimane fa al termine degli Internazionali di Roma Nole Djokovic. E per ammorbidire la battuta aveva aggiunto: «Anche il signor Pietrangeli è un Next gen». Ma al di là della boutade di un campione sempre ironico come il serbo, bisogna riconoscere che, da quanto visto ieri, probabilmente saranno altri giocatori a portare le prime insidie ai Big Three. Per esempio Stefanos Tsitsipas, se vincerà il tabù degli slam. O Daniil Medvedev, se riuscirà a controllare i suoi sbalzi temperamentali. Noi ci stiamo avvicinando. Mai come quest’anno abbiamo avuto una batteria di giocatori competitivi e legittimati a stare nei primi venti posti del ranking. Però, come detto, ci sono ancora un po’ di cesti da fare.

Ieri a deludere maggiormente le attese è stato Sinner. Dopo una partenza balbettante aveva infilato una serie di quattro giochi consecutivi. Il pallino era in mano a lui, sempre con i piedi vicino alla riga di fondo e Nadal a difendersi due metri più indietro. Sul 5 a 4, l’altoatesino ha servito per conquistare il primo set, ma lì qualcosa è successo. Il majorchino veniva da 32 set consecutivi vinti a Parigi e chissà, forse qualcosa è scattato nella testa di Jannik. Fatto sta che ha infilato una serie di errori gratuiti che hanno dato il là alla rimonta del suo rivale. Da 5 a 3 per lui fino allo 0 a 4 del secondo set, ha perso otto game consecutivi quasi non giocando. Poi poco alla volta ha ripreso a martellare con il rovescio e ad anticipare con il dritto, ma giunto a servire per il 4 pari ha ceduto nuovamente la battuta. Due cedimenti inaspettati di Sinner, sempre considerato un giocatore di grande equilibrio e forza mentale, in grado di giocare con lucidità nei momenti topici delle partite. Probabilmente, l’autorevolezza dell’avversario ha pesato, scoprendo una certa difficoltà a reggere la tensione, su cui sarà necessario lavorare. Come sarà necessario farlo sul gioco a rete, se si vuol puntare a posizioni di vertice assoluto.

Certamente più entusiasmante è stata la prova di Musetti, talento cristallino che dopo due splendidi set ha dovuto ritirarsi sullo 0 a 4 del quinto. Ma le prime due ore di partita avevano autorizzato a sognare. Perché Lorenzo metteva in mostra un tennis champagne, fatto di vincenti che riscuotevano anche l’applauso dell’avversario. Rovesci lungolinea lasciavano fermo Nole, smorzate, veroniche di tocco e dritti a tutto braccio. Sorprendeva l’assenza di emozione al primo match contro il numero uno del mondo. L’incoscienza del talento. O il talento dell’incoscienza. Di sicuro, un talento accompagnato da umiltà e sapienza tattica. «Creatività e costruzione insieme», come dice il suo coach Tartarini, perché la creatività da sola può generare confusione. Il secondo set era più o meno la copia del primo. La resistenza del grande campione, uscito tante volte indenne dall’inferno, e la rivelazione di un nuovo sicuro protagonista che fa della fantasia la cifra del suo tennis. Così si gioca in Paradiso, si dice in questi casi.

L’incantesimo però si rompeva. Non era immaginabile che Djokovic perdesse tre set a zero. Così com’era prevedibile che Musetti avesse un calo. In realtà, è stato un crollo verticale. Perché d’improvviso affioravano i 19 anni di Musetti e le tossine del lungo match vinto due giorni fa contro Marco Cecchinato al termine di altri cinque set molto lottati. Il terzo e il quarto finivano in un soffio. E a metà del quinto gettava la spugna. Ma le immagini dei primi due set il pubblico del Philippe-Chatrier le conserverà a lungo.

L’assalto all’Olimpo è rinviato. C’è ancora molto da lavorare… Domani tocca a Matteo Berrettini provarci con Djoker Nole.

 

La Verità, 8 giugno 2021

 

Favola di Natale: Il fattore umano del Milan

Massì, scriviamolo: quest’anno la favola di Natale è quella del Milan. Scriviamolo, rischiando un po’, perché poi magari la storia non sarà a lieto fine. È molto possibile, se non proprio probabile. Però scriviamolo lo stesso perché, in tempi di sofferenze e tragedie, forse la favola del Milan può alleggerirci un po’ e aiutarci a ritrovare un briciolo di leggerezza.

Qualcuno tra gli osservatori inizia ad accorgersene. Comincia a cogliere che nella parabola della squadra che un anno fa perdeva 5 a 0 in casa dell’Atalanta e ora è in testa al campionato di Serie A, c’è qualcosa di più di un mero fatto tecnico. Rileggiamo l’incipit di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport dopo il successo all’ultimo respiro contro la Lazio: «Stefano Pioli ha la faccia radiosa di George Bailey quando alla fine abbraccia i suoi ragazzi a un passo dal Natale: La vita è meravigliosa! Neanche Frank Capra avrebbe immaginato un film del genere…». Sempre dopo il fischio finale di Milan-Lazio i giornalisti di Sky Calcio Show hanno chiesto al capitano Alessio Romagnoli che cosa sia scattato nella squadra che, da ingenua e fragile, si è trasformata in un gruppo mai rassegnato e dalle infinite risorse? Quale alchimia si sia instaurata tra i giocatori e l’allenatore? «C’è un’intensità nel Milan che nessun altro ha, qualcosa di antico, di poco descrivibile, che copre i limiti di giornata… Una squadra di amici», ha sintetizzato Mario Sconcerti sul Corriere della sera. Poi, certo, potrà accadere che lo scudetto lo vinceranno l’Inter o la Juventus come quasi tutti gli addetti ai lavori pronosticano. I valori tecnici alla fine non mentiranno e le rose sono di valore diverso. Il Milan, per dire, è la squadra più giovane del campionato, nonostante il trentanovenne Zlatan Ibrahimovic. Eppure è lì, per ora. Eppure ha superato mille avversità, finora. Compreso il Covid dell’allenatore, del vice e del giocatore più determinante.

La chiameremo «fattore umano» la favola di questo Milan. Un fattore nel quale Pioli ha i meriti principali. Insieme a Paolo Maldini. E anche agli altri dirigenti, compreso Zvonimir Boban che si è dimesso. Basta tornare all’inizio di questo disgraziato 2020. Poco dopo quello 0-5 patito a Bergamo, Maldini e Boban convincono l’amministratore delegato del fondo Elliott Ivan Gazidis a richiamare Ibrahimovic dal viale del tramonto dei Los Angeles Galaxy. Sarebbe arrivato da salvatore della causa. Da deus ex machina. E l’investitura avrebbe stuzzicato assai il suo considerevole ego. Nel frattempo il destino di Pioli il traghettatore è segnato. Al suo posto viene allertato Ralf Rangnick, coach teutonico circondato da un alone messianico, depositario di un calcio moderno e dogmatico. È tutto fatto. Motivo per cui il poco diplomatico Boban rilascia un’intervista dopo la quale non può che andarsene. Ma, a sorpresa, dopo il lockdown la squadra inizia a dare segnali di risveglio e il brutto anatroccolo a trasformarsi. L’assenza dei tifosi sulle tribune, la minor pressione e un clima più disteso resettano la scheda madre dell’ambiente. La cura Ibra e il nuovo modulo tattico fanno il resto. 2-0 alla Roma, 3-0 in trasferta alla Lazio, vittoria in rimonta sulla Juventus, pareggio con l’Atalanta mostrando un calcio prolifico. Nel frattempo, interrogato sul suo futuro, Pioli non fa una piega, nessuna smorfia di amarezza o di orgoglio. «Io faccio il mio lavoro fino all’ultimo giorno, giochiamo una partita alla volta. Poi la società prenderà le sue decisioni». Un autocontrollo raro nel mondo del calcio (e non solo) dove, alla prima difficoltà, dirigenti e coach sono abituati a sbottare e a togliersi sassoloni dalle scarpe, magari anche maltrattando giornalisti e commentatori. Pioli vuol far parlare i risultati. E il fattore umano inizia a lasciare il segno. I giocatori sono compatti dalla sua parte. Gli osservatori cominciano a dire che meriterebbe di portare avanti il lavoro iniziato. La sera del 21 luglio (vittoria sul Sassuolo), tornando clamorosamente e meritoriamente sui suoi passi, Gazidis ufficializza la conferma dell’allenatore. Il resto è storia recente. Il Milan non perde in campionato da 26 partite e ha conquistato i sedicesimi dell’Europa League. Chi ha visto i filmati dei tifosi che hanno accompagnato il pullman allo stadio nella luce rossa dei bengala o le facce dei giocatori a fine partita inizia a capire che, dentro tutto questo, c’è qualcosa di speciale. «Giochiamo con il fuoco dentro», ha sintetizzato Pioli.

Andrà come andrà. E non è affatto detto che sarà «tutto bene» come preconizzavano i balconi del primo lockdown o come, appunto, favoleggiano i film natalizi di Capra. I valori tecnici contano e sono dalla parte di squadre che hanno investito e investono di più. E poi, tutta questa storia messa su solo per l’incornata allo scadere di Theo Hernandez. Tutto vero: pura fortuna e puri dettagli. Chissà.

Di Pioli, leader mite, si è sempre detto che con le sue squadre partiva bene ma si spegneva presto. Ora è sotto monitoraggio. La mattina del 4 marzo 2018 allenava la Fiorentina quando nella camera di un albergo di Udine dove, al pomeriggio, avrebbe dovuto sfidare l’Udinese, Davide Astori fu improvvisamente trovato senza vita. Quel giorno la Serie A fu sospesa. Pioli dice spesso che la morte di quel giocatore esemplare lo ha segnato come uomo e come allenatore. Chissà se quella tragedia c’entra qualcosa con la favola di oggi.

Sì, dopo l’estate di Paolo Rossi l’Italia svoltò

Sulla morte dolorosa di Paolo Rossi si è detto che le sue prodezze ai mondiali del 1982 segnarono l’inizio della rinascita italiana dopo la stagione degli anni di piombo. Si è detto che tutti ricordiamo dove ci trovavamo il giorno della finale contro la Germania. Infine, si è detto che dopo, per molti anni, quando si andava all’estero chi ci incontrava diceva: Italia, Paolo Rossi.

Quel giorno, 11 luglio 1982, studente di Scienze politiche fuori corso, con la vecchia 127 che mio padre mi aveva lasciato, ero andato a trovare la fidanzata che lavorava come assistente in una colonia ad Arabba, nelle Dolomiti, per mantenersi gli studi universitari. Ero voluto rimanere con lei fino all’ultimo, prima di prendere la strada del ritorno verso Padova dove, con i Cattolici popolari, avevamo organizzato un paio di settimane di festa di fine anno accademico. Film, concerti, dibattiti…

Era molto difficile allora realizzare queste iniziative perché gli anni di piombo non sono stati solo un’indovinata immagine giornalistica. Sebbene il 7 aprile del 1979 fossero stati arrestati alcuni esponenti di Autonomia operaia tra i quali un certo Toni Negri, a Scienze politiche, la mia facoltà, noi Cattolici popolari non potevamo alzare un dito. Manifesti strappati, volantini scaraventati a terra, tremebondi interventi in assemblee gremite, in una delle quali, zittendo gli ululati dei censori, un giovane Massimo Cacciari che la coordinava mi consentì di arrivare affannosamente alla fine.

Nel 1982 l’evento della Festa dei Cp era il Mundial e, con una certa incoscienza, avevamo affittato il palasport San Lazzaro, allestendovi il megaschermo per la visione delle partite della nazionale. Era una squadra con molti elementi della Juventus, ma nella quale ci si riconosceva oltre le tifoserie, sia perché la squadra di Torino non aveva ancora vinto troppo in modi discutibili, sia perché era soprattutto la nazionale di Enzo Bearzot. C’erano il vecchio e ieratico Dino Zoff, Claudio Gentile il mastino, il brasiliano di Nettuno Bruno Conti, il bad boy Marco Tardelli e lui, Paolo Rossi: ragazzo di provincia desideroso di riscatto, campione di furtiva semplicità, talento e regolatezza. Durante i turni eliminatori, nonostante i nostri inviti, al palasport si radunavano poche centinaia di persone con trombette da tifosi come allo stadio. Divenne una bolgia ribollente, man mano che, superato il girone eliminatorio grazie alla differenza reti, tra le quali nessuna di Rossi, il cammino dell’Italia si era fatto promettente con la squillante vittoria sull’Argentina di Maradona e soprattutto con quella sul Brasile di Falcao, con i tre gol di Pablito, uno più bello dell’altro a suggellare il miracolo di Davide contro Golia.

Prima dell’inizio delle partite dicevamo sempre due parole di saluto ai presenti, ricordando il banchetto libri, quello delle bibite… Ma quella domenica, imboccata la strada di ritorno dalla montagna mi ero incagliato negli ingorghi del traffico di rientro dalla gita festiva. Alla fine, dopo un viaggio rocambolesco costellato di manovre e sorpassi da arresto immediato, riuscii a entrare nel palazzetto già buio proprio mentre finiva l’Inno di Mameli. La partita iniziò maluccio, con il rigore sbagliato da Cabrini dopo l’atterramento in area di Conti, rimpianto sul quale si soffermò Nando Martellini nell’intervallo ancora sullo zero a zero. Da un altro calcio piazzato battuto di sorpresa scaturì il primo gol di Rossi che precedette quello di Tardelli… Quella notte la vecchia 127 fece gli straordinari con il clacson che urlava come lui. Era la voglia di spensieratezza di quell’Italia fino allora ripiegata in un inverno di guerriglie e attentati. Le braccia al cielo di Rossi, la pipa di Bearzot, lo scopone scientifico in aereo con Pertini furono l’inizio di una nuova stagione. Un’estate di grazia. Qualche mese più tardi mi sarei laureato e due anni dopo avrei sposato la ragazza della colonia. Un decennio più tardi, ottobre 1992, eravamo a Tamandarè, Brasile, per l’adozione di Alberto, il nostro primo figlio. Giocavamo sulla spiaggia e Gena, la signora che ci ospitava, vedendoci palleggiare disse: Italia, Paolo Rossi.

Tennis, il ricambio generazionale è a un passo

Dunque, Dominic Thiem (27 anni) e Daniil Medvedev (24) hanno battuto Novak Djokovic e Rafa Nadal, numero uno e due del mondo, e si giocheranno il titolo di Maestro del 2020, anno anomalo anche per il tennis. Solo chi non ha seguito con attenzione lo svolgimento dei turni dei due gironi può parlare di sorpresa. Per dire: Thiem ha battuto Nadal con due tie break al culmine di uno dei match più spettacolari e avvincenti dell’anno, Medvedev ha rifilato un doppio 6-3 a uno svogliato Djokovic. Anche nel 2019 Nadal e Djokovic non arrivarono in fondo alle Atp Finals, fermati addirittura nei rispettivi Roun robin, e la finale fu tra Thiem e uno Stefanos Tistsipas che, in stato di grazia, la conquistò motivando previsioni di un futuro in vetta al circuito che, invece, sembra almeno posticipato. Il torneo che chiude l’anno tennistico ha sempre qualcosa di strano e imprevedibile e forse non può essere preso come oro colato dei reali valori in gioco. Basta pensare che Nadal non l’ha mai vinto, anche perché si disputa sul veloce. I test più probanti sono gli slam lunghi due settimane e al meglio dei cinque set. Tutto vero, però.

Le due semifinali di ieri erano già in partenza molto incerte e, da ciò che si era visto, Rafa e Nole non partivano con un gran favore dei pronostici. Qui il mio tweet. https://twitter.com/MCaverzan/status/1330089069397897219

Il campo ha poi confermato l’impercettibile appannamento che da un po’ sembra avvolgere il numero uno del mondo, meno spietato e invalicabile del solito. Come se la routine e l’abitudine a vincere stessero togliendo smalto al suo gioco. Thiem si è dimostrato più protagonista, in possesso di una condizione atletica straripante e di una superiore fiducia nei propri mezzi, che gli hanno consentito di rimontare da 0-4 nel tie break decisivo dopo quasi tre ore di un match tesissimo giocato punto a punto. Nadal sembra iniziare a pagare le fatiche del suo tennis ultra dispendioso, in difficoltà a reggere la regolarità e al tempo stesso l’assoluta imprevedibilità del tennis di Medvedev. Nel terzo set è apparso stanco, con gli occhi infossati. Ha provato a variare intensificando le discese a rete, ma venendo spesso infilato o mancando di precisione nelle volée. Destino che lo accomuna a Djokovic, anche lui spinto a un gioco d’attacco per uscire dal palleggio titanico di Thiem. Sorte paradossale: due giocatori come Nadal e Djokovic scelgono il gioco a rete per non subire quello da fondo campo dei propri avversari.

Forse è presto per dire che l’atteso cambio generazionale è avvenuto. Come detto, le Atp Finals sono probanti fino a un certo punto, tanto più al termine di un anno così particolare. Però, viste le personalità dei protagonisti – senza scordare del tutto Tsitsipas (22) e dando il tempo necessario alla maturazione di Jannick Sinner (19) – forse si può iniziare a dire che nuovi Fab four si affacciano.

Cercando l’antivirus tra video, ricette e buonismi

Misantropie. Un titolo da non prendere troppo sul serio. Una provocazione. Poco più che un gioco, come suggerisce il plurale. Un’idea per rappresentare dei moti di reazione, degli impeti. La misantropia è un sentimento di odio del genere umano. O di disprezzo e sfiducia, secondo diverse gradazioni. Così, la definiscono dizionari ed enciclopedie. Questo titolo mi è stato rimproverato da qualcuno che ha letto i post del diario nel sito dell’editore che ora, benevolmente, lo pubblica in edizione cartacea, accompagnato dalle immagini del portale pixabay.com, scelte e abbinate ai testi da Paolo Spinello. È vero, la misantropia è un sentimento ostile e negativo, ma lungi da me nobilitarlo oltre la formula della provocazione. Non a caso, queste note sono popolate di amici.

L’idea non originalissima di tenere un diario della pandemia mi è venuta, come a tanti, per l’eccezionalità della situazione nella quale ci siamo trovati. Una circostanza inedita, almeno per chi ha meno di ottant’anni. I più vecchi, infatti, qualche confronto hanno potuto farlo – e si è abbondantemente fatto – con la guerra e, soprattutto, il dopoguerra. Per trovare un’altra vera pandemia, invece, bisogna andare all’influenza spagnola alla fine della Prima guerra mondiale. Servono i libri di storia. Dunque, l’epidemia da Covid-19 è qualcosa di inedito per noi. L’invito alla riflessione è scaturito dalla novità della circostanza che ci ha sfidato. Ha sfidato il nostro cuore e la nostra ragione. Ha interrogato il nostro essere a un livello radicale. Ne è venuta, dicevo, l’idea del diario che, come si è visto, ha stimolato scrittori, letterati, filosofi, autori di cinema e serie tv, giornalisti…

Perché Misantropie? Il titolo nasconde la seconda motivazione. Se questa situazione è così inedita e pervadente, se coinvolge e interroga il nostro essere imponendoci un cambiamento di abitudini e comportamenti, se ci troviamo inusitatamente reclusi per tante ore al giorno davanti a schermi di varie dimensioni o sul divano a leggere; insomma, se ci troviamo in una condizione che richiama certe distopie cinematografiche o letterarie, possibile – mi son chiesto – che siamo già pieni di risposte, di ricette e decaloghi? Possibile che dopo pochi giorni siamo già pronti a dire quello che abbiamo imparato? I moti di reazione sono sorti leggendo queste lezioni, questi consigli. Sentendo il paternalismo diffuso. La mia reazione ha trovato ulteriore fondamento in un pensiero di Blaise Pascal: Tutti i mali degli uomini derivano da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera (Blaise Pascal, Pensieri, Einaudi, Tornio, 1962; alcune edizioni dei Pensieri riportano Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di stare da solo in una stanza). Noi siamo così. Insofferenti a questa stasi, ribadita dal filosofo e matematico francese con le parole stare, stanza. Fatichiamo a so-stare. A stare di fronte a qualcosa di imprevisto. E anche a stare con noi stessi. Cerchiamo subito soluzioni e distrazioni. Da qui, mi pare, è venuto quel diluvio di articoli, interventi, commenti, esibizioni e anche diari, di certi guru da quarantena. Uno tsunami collaterale, con la sua dose di nocività. Mi è parso che questa ondata di risposte contenesse poca sorpresa e poco spiazzamento, molta pedagogia e molto buonismo. Come se chi distribuiva queste risposte ci fosse già passato, fosse esperto. Mai come in questo periodo, «esperto» mi è parsa parola abusata.

Personalmente, ho pensato che confrontandomi con questa situazione, provando a stare senza far nulla in una stanza, avrei potuto trarne qualcosa di buono. In questo stare avrei potuto cercare l’antivirus. Un antivirus diverso dal vaccino che speriamo troverà presto la scienza.

Da subito, però, ho avvertito un pericolo. Suggerito da una frase che qualcuno ha scritto sui muri di alcune città sudamericane: La romantización de la cuarantena es un privilegio de clase. Anche il mio diario poteva e può aver corso questo rischio. La quarantena trasformata in un esercizio romantico, in un incubatore di narcisismo, favorito dal privilegio di essere in sal, acquistabile qui

ute e di vivere in una casa dignitosa. Un rischio concreto. Che però ho accettato di correre, consapevole che l’occasione determinata dal coronavirus poteva essere irripetibile.

Infine, l’ultimo stimolo a rompere gli indugi è stato il riconoscere che la pandemia ha in sé una critica della società contemporanea. È una contestazione implicita ma forte dell’Occidente. Una civiltà con tanti lati positivi ed elementi di benessere, soprattutto dalla metà del secolo scorso in poi. Una civiltà che dobbiamo e vogliamo ricostruire migliore di prima. Ma nella quale, citando Rainer Maria RilkeTutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile (Seconda elegia duinese, Einaudi, Torino, 1978).

La pandemia da Covid-19 poteva, e può essere, un’occasione per rompere questa cappa.

 

Questa è la premessa di Misantropie. Cercando l’antivirus Edizione illustrata Apogeo Editore

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Da Altri a Virtù: dizionario del buonismo da day after

Non bastano il coronavirus, la reclusione e i bollettini quotidiani della Protezione civile. Tra gli effetti molto collaterali dell’epidemia troviamo il profluvio di lectio magistralis. Uno tsunami. Articolesse, pensierini, interventi, interviste, commenti, elzeviri, confessioni e rivelazioni dei guru da quarantena. Tra i quali va annoverato anche Giuseppi Conte con il suo invito a riflettere sulla «scala di valori». Sono i nuovi maître à penser. Gli intellò da day after. Un diluvio, un’ondata buonista che ha invaso le pagine dei giornaloni, i video, i profili social, il display del cellulare. Il guaio è che questo isolamento claustrofobico ci fa stare iperconnessi. Abbiamo tempo – troppo – per leggere le istruzioni dei migliori. I sacerdoti del bene, come li chiama Giampiero Mughini. Lo scrittore in odore di premio, frequentatore di talk show. L’ex politico regista e scrittore pure lui. L’attore da festival e cover di magazine. I conduttori tv mainstream…

Con l’hashtag #lecosechestoimparando Repubblica ha rotto la diga e siamo stati travolti dalla nuova lingua etica. Meglio, da un modo nuovo di usare la solita. Fatta di parole più ispirate, intrise di afflati, esortative, protese a migliorarci. Screziature linguistiche suggerite dal tempo straordinario. Cariche di promesse, di propositi, di spinte al cambiamento. Come se fossero un’unica, gigantesca lettera a Babbo Natale. Anzi, letterina (che magia le piccole cose). Perché abbiamo appreso persino l’ora in cui sorge il sole. Poetico no? Sembriamo una immensa scolaresca. Una classe di buoni che ha imparato la lezione. Ora che abbiamo messo la testa a posto stiamo soffocando nella melassa. Ariaaaaaaa.

La romantización de la cuarantena es privilegio de clase! (Il romanticismo della quarantena è un privilegio di classe!): lo slogan partito dai balconi della Colombia, ora virale sui social, è una sana sferzata di realismo.

Altri. Perdersi negli altri, riscoprire gli altri, accorgersi degli altri, dedicarci agli altri, amare gli altri. Improvvisamente siamo tutti innamorati degli altri. È nato l’altrismo, degno compare del buonismo. Elio Germano, l’ideologo, attore pluripremiato e frequentatore di centri sociali, ha il profilo giusto: «La felicità è quando riusciamo a perderci negli altri», ha confidato a 7 Corriere della Sera. Anche Fiorello ha seminato «altruismo, altruismo, altruismo». Egocentrismo delle star travestito da fervorino.

Baricco. Alessandro. Al fondo di ventimila battute il guru dei guru ammette che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la pandemia è solo un nuovo livello del suo Game. Ma c’è lui con la sua «audacia». «Non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere». Mr. Wolf del progressismo. Per il narcisismo non c’è vaccino.

Bene. #andràtuttobene. Tutto cosa? Bene per chi? Campagna dilagata dai balconi. A braccetto con l’altro slogan: #celafaremo. Striscioni, lenzuolate, flash mob, post it, hashtag, claim, spot istituzionali. Strategia del sorriso, dell’incoraggiamento, dell’ottimismo. Intanto non si trovavano mascherine e finivano i posti di terapia intensiva. «No. Non è andato tutto bene. Prima di uscire sul balcone a cantare Azzurro o Volare bisognerebbe pensare a luoghi come Bergamo. Lo fareste, lì?» (Domenico Quirico, La Stampa).

Cose. Piccole. «Nel tempo ho imparato che le epifanie si dimenticano… Quelle che invece non si dimenticano più sono le piccole cose» (Daria Bignardi, Repubblica). Serve aggiungere altro?

Democrazia. Walter Veltroni, Corriere della Sera: «La democrazia non è per sempre, come il gioiello della pubblicità. La democrazia vince sfide e domina cicloni. Oggi, nell’ora più buia, la democrazia deve essere il rifugio di garanzia di ogni italiano». Picco di retorica, con Parlamento latitante.

Dopo. Quando ne usciremo. Quando saremo fuori. Saremo così, saremo cosà. Il mondo sarà cambiato. La società, il sistema, l’economia, la politica. Dopo, tutto sarà nuovo, migliore. Perché ci ricorderemo delle piccole cose. Degli insegnamenti. Faremo tesoro. Il dopo idilliaco, paradisiaco, edenico. Ma il durante si allunga. Mago Otelma e i suoi adepti.

Ecosistema. «Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi alla Terra e all’ecosistema» (Fazio su Rep). Supplente di Greta Thunberg.

Imparare. Il 26 febbraio Gianrico Carofiglio twittava: «Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo tra persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere». Qualche giorno dopo, il passato da magistrato ha fagocitato il presente d’autore: «Norma da adottare: “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità competente e finalizzato a contrastare la diffusione di epidemie è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da 1000 a 5000”». Per provare a colmare la distanza tra i due tweet ha riempito una pagina di Repubblica. Invano.

Libri. #nonfarticontagiare. Flash mob promosso dalle sardine con un libro fra i denti. Da acquistare (insieme al cerchietto). È l’«antidoto culturale». I ritardi di Amazon tra le cause dei decessi.

Oblio. «Una promessa: non ci sarà nessun oblio». Titolo del Corsera ad un articolo di Paolo Giordano. Svolgimento: «Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi». Memorie da instant book.

Porti. «Sempre aperti. Per tutti»: in entrata però. In uscita, non possiamo andare da nessuna parte.

Prometto. Il verbo della «letterona» vergata da Fabio Fazio su Repubblica. Variante barricadera dell’autore: «Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati». Vasto programma.

Scala. Di valori, ovviamente. Quella che il premier suggerisce di ripensare e che Fazio vuole rimettere in ordine. E dove, al primo posto, figura «stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Se è in disordine stiamo lontano.

Virtù. Le migliori. Indispensabili a scalare i valori di cui sopra. «Fuor di retorica, se ne sente molta» ha scritto Veltroni. «Gli italiani stanno rispondendo al più lungo coprifuoco della loro storia mostrando le loro virtù migliori. Sobrietà, compostezza, umanità». E zero turpiloquio.

 

Panorama, 1 aprile 2020