Il vero anti Donnarumma è Sandro Tonali

Eppure non ci sono solo i superprocuratori, gli agenti, le commissioni, i parametri zero, le plusvalenze… Non ci sono solo Mino Raiola e Gianluigi Donnarumma, sonoramente fischiato durante la partita della Nazionale contro la Spagna. Non c’è solo la legge dei bilanci (molti in rosso a forza di strapagare giocatori e agenti, salvo poi inventarsi la Superlega per provare a ripianarli). Ci sono anche storie diverse, meno glamour. Come quella di Sandro Tonali, lodigiano, classe Duemila, per un anno compagno di squadra del portiere più forte del mondo prima che decidesse di trasferirsi al Paris Saint Germain perché il Milan non soddisfaceva le sue richieste economiche.

Dicono gli addetti ai lavori più scafati che nel calcio il tempo del romanticismo è scaduto. Com’è finita l’èra delle bandiere e dell’attaccamento ai colori. I calciatori sono professionisti, è giusto che vadano dove sono più pagati. E pazienza se i tifosi si sentono traditi. Sui giornaloni l’esecrazione dei fischi che hanno riempito il catino di San Siro è unanime. Al freddo ragionamento economico si somma il moralismo che stigmatizza la persistenza dello spirito d’appartenenza a una società anche quando gioca la Nazionale. La maglia azzurra è più importante dei club, e via predicando. Con sconfinamenti buonisti sulla serata dei tormenti di Gigio, «un campione emigrato e segnato dalle vicende contrattuali» (Corriere della Sera). In realtà, i fischiatori hanno dato sfogo istintivo ai giudizi espressi da gente come Arrigo Sacchi («Ha fatto prevalere l’avidità sulla professionalità») e Fabio Capello («È stato irriconoscente verso il Milan. Per tutto ciò che aveva fatto per lui e la famiglia quando era ragazzino, avrebbe dovuto comportarsi diversamente»).

Ci sono storie che mostrano un approccio diverso. Tifoso milanista fin da bambino, durante il calciomercato 2020 Tonali, ambito da molti grandi club, ha dato mandato al procuratore di puntare sul rossonero. Arrivato in prestito dal Brescia, nel primo anno ha deluso le aspettative. Gli osservatori parlavano di bluff, di giocatore non da Milan. Si ventilava il mancato riscatto del prestito. Il coronamento del sogno di bambino lo bloccava, togliendogli disinvoltura in campo. Invece i dirigenti hanno deciso di dargli fiducia e lui, pur di essere confermato, si è ridotto l’ingaggio di ¼: da 1,6 a 1,2 milioni l’anno. In quest’inizio di stagione ha conquistato il posto da titolare ed è sempre tra i migliori. Nell’attesa che arrivi la chiamata di Roberto Mancini, stasera scenderà in campo da capitano dell’Under 21. Saranno i colpi di coda del romanticismo…

 

La Verità, 8 ottobre 2021

La nostra nouvelle vague deve ancora studiare

Assalto all’Olimpo respinto. Detronizzazione degli dei rinviata. E, a quanto si è visto sul centrale del Roland Garros, non di poco. Ieri era la giornata test del tennis italiano. I nostri talenti emergenti alla prova degli invincibili. Gli under 20 di belle speranze a confronto con i numeri uno. Lorenzo Musetti, 19 anni, al cospetto di re Novak Djokovic e Jannik Sinner, suo coetaneo, a misurarsi con sua maestà Rafa Nadal. Se per il talento di Carrara non si nutrivano particolari speranze considerando che si trattava di una serie di prime volte – primo slam, primo match contro il numero uno del mondo e sul campo centrale parigino – qualche ambizione in più era riposta sul martello di San Candido, in possesso di un pizzico di esperienza nei cosiddetti major e reduce da altre due sconfitte contro l’imperatore della terra rossa che potevano essergli servite da apprendistato. Potesse essere questa la volta buona. Invece no. È ancora presto. Abbiamo peccato di presunzione. Abbiamo cullato una dolce illusione. I nostri golden boy non sono ancora «pronti per la Rivoluzione francese». I diamanti vanno ancora raffinati. C’è da crescere e migliorare. C’è da lavorare sui punti deboli. Bisogna colmare delle lacune. Ognuno ha le proprie, diverse l’uno dall’altro, materia dei rispettivi coach. Simone Tartarini di Musetti e Riccardo Piatti di Sinner.

«Siamo noi la Next gen. Io, Rafa e Roger», aveva scherzato un paio di settimane fa al termine degli Internazionali di Roma Nole Djokovic. E per ammorbidire la battuta aveva aggiunto: «Anche il signor Pietrangeli è un Next gen». Ma al di là della boutade di un campione sempre ironico come il serbo, bisogna riconoscere che, da quanto visto ieri, probabilmente saranno altri giocatori a portare le prime insidie ai Big Three. Per esempio Stefanos Tsitsipas, se vincerà il tabù degli slam. O Daniil Medvedev, se riuscirà a controllare i suoi sbalzi temperamentali. Noi ci stiamo avvicinando. Mai come quest’anno abbiamo avuto una batteria di giocatori competitivi e legittimati a stare nei primi venti posti del ranking. Però, come detto, ci sono ancora un po’ di cesti da fare.

Ieri a deludere maggiormente le attese è stato Sinner. Dopo una partenza balbettante aveva infilato una serie di quattro giochi consecutivi. Il pallino era in mano a lui, sempre con i piedi vicino alla riga di fondo e Nadal a difendersi due metri più indietro. Sul 5 a 4, l’altoatesino ha servito per conquistare il primo set, ma lì qualcosa è successo. Il majorchino veniva da 32 set consecutivi vinti a Parigi e chissà, forse qualcosa è scattato nella testa di Jannik. Fatto sta che ha infilato una serie di errori gratuiti che hanno dato il là alla rimonta del suo rivale. Da 5 a 3 per lui fino allo 0 a 4 del secondo set, ha perso otto game consecutivi quasi non giocando. Poi poco alla volta ha ripreso a martellare con il rovescio e ad anticipare con il dritto, ma giunto a servire per il 4 pari ha ceduto nuovamente la battuta. Due cedimenti inaspettati di Sinner, sempre considerato un giocatore di grande equilibrio e forza mentale, in grado di giocare con lucidità nei momenti topici delle partite. Probabilmente, l’autorevolezza dell’avversario ha pesato, scoprendo una certa difficoltà a reggere la tensione, su cui sarà necessario lavorare. Come sarà necessario farlo sul gioco a rete, se si vuol puntare a posizioni di vertice assoluto.

Certamente più entusiasmante è stata la prova di Musetti, talento cristallino che dopo due splendidi set ha dovuto ritirarsi sullo 0 a 4 del quinto. Ma le prime due ore di partita avevano autorizzato a sognare. Perché Lorenzo metteva in mostra un tennis champagne, fatto di vincenti che riscuotevano anche l’applauso dell’avversario. Rovesci lungolinea lasciavano fermo Nole, smorzate, veroniche di tocco e dritti a tutto braccio. Sorprendeva l’assenza di emozione al primo match contro il numero uno del mondo. L’incoscienza del talento. O il talento dell’incoscienza. Di sicuro, un talento accompagnato da umiltà e sapienza tattica. «Creatività e costruzione insieme», come dice il suo coach Tartarini, perché la creatività da sola può generare confusione. Il secondo set era più o meno la copia del primo. La resistenza del grande campione, uscito tante volte indenne dall’inferno, e la rivelazione di un nuovo sicuro protagonista che fa della fantasia la cifra del suo tennis. Così si gioca in Paradiso, si dice in questi casi.

L’incantesimo però si rompeva. Non era immaginabile che Djokovic perdesse tre set a zero. Così com’era prevedibile che Musetti avesse un calo. In realtà, è stato un crollo verticale. Perché d’improvviso affioravano i 19 anni di Musetti e le tossine del lungo match vinto due giorni fa contro Marco Cecchinato al termine di altri cinque set molto lottati. Il terzo e il quarto finivano in un soffio. E a metà del quinto gettava la spugna. Ma le immagini dei primi due set il pubblico del Philippe-Chatrier le conserverà a lungo.

L’assalto all’Olimpo è rinviato. C’è ancora molto da lavorare… Domani tocca a Matteo Berrettini provarci con Djoker Nole.

 

La Verità, 8 giugno 2021

 

Favola di Natale: Il fattore umano del Milan

Massì, scriviamolo: quest’anno la favola di Natale è quella del Milan. Scriviamolo, rischiando un po’, perché poi magari la storia non sarà a lieto fine. È molto possibile, se non proprio probabile. Però scriviamolo lo stesso perché, in tempi di sofferenze e tragedie, forse la favola del Milan può alleggerirci un po’ e aiutarci a ritrovare un briciolo di leggerezza.

Qualcuno tra gli osservatori inizia ad accorgersene. Comincia a cogliere che nella parabola della squadra che un anno fa perdeva 5 a 0 in casa dell’Atalanta e ora è in testa al campionato di Serie A, c’è qualcosa di più di un mero fatto tecnico. Rileggiamo l’incipit di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport dopo il successo all’ultimo respiro contro la Lazio: «Stefano Pioli ha la faccia radiosa di George Bailey quando alla fine abbraccia i suoi ragazzi a un passo dal Natale: La vita è meravigliosa! Neanche Frank Capra avrebbe immaginato un film del genere…». Sempre dopo il fischio finale di Milan-Lazio i giornalisti di Sky Calcio Show hanno chiesto al capitano Alessio Romagnoli che cosa sia scattato nella squadra che, da ingenua e fragile, si è trasformata in un gruppo mai rassegnato e dalle infinite risorse? Quale alchimia si sia instaurata tra i giocatori e l’allenatore? «C’è un’intensità nel Milan che nessun altro ha, qualcosa di antico, di poco descrivibile, che copre i limiti di giornata… Una squadra di amici», ha sintetizzato Mario Sconcerti sul Corriere della sera. Poi, certo, potrà accadere che lo scudetto lo vinceranno l’Inter o la Juventus come quasi tutti gli addetti ai lavori pronosticano. I valori tecnici alla fine non mentiranno e le rose sono di valore diverso. Il Milan, per dire, è la squadra più giovane del campionato, nonostante il trentanovenne Zlatan Ibrahimovic. Eppure è lì, per ora. Eppure ha superato mille avversità, finora. Compreso il Covid dell’allenatore, del vice e del giocatore più determinante.

La chiameremo «fattore umano» la favola di questo Milan. Un fattore nel quale Pioli ha i meriti principali. Insieme a Paolo Maldini. E anche agli altri dirigenti, compreso Zvonimir Boban che si è dimesso. Basta tornare all’inizio di questo disgraziato 2020. Poco dopo quello 0-5 patito a Bergamo, Maldini e Boban convincono l’amministratore delegato del fondo Elliott Ivan Gazidis a richiamare Ibrahimovic dal viale del tramonto dei Los Angeles Galaxy. Sarebbe arrivato da salvatore della causa. Da deus ex machina. E l’investitura avrebbe stuzzicato assai il suo considerevole ego. Nel frattempo il destino di Pioli il traghettatore è segnato. Al suo posto viene allertato Ralf Rangnick, coach teutonico circondato da un alone messianico, depositario di un calcio moderno e dogmatico. È tutto fatto. Motivo per cui il poco diplomatico Boban rilascia un’intervista dopo la quale non può che andarsene. Ma, a sorpresa, dopo il lockdown la squadra inizia a dare segnali di risveglio e il brutto anatroccolo a trasformarsi. L’assenza dei tifosi sulle tribune, la minor pressione e un clima più disteso resettano la scheda madre dell’ambiente. La cura Ibra e il nuovo modulo tattico fanno il resto. 2-0 alla Roma, 3-0 in trasferta alla Lazio, vittoria in rimonta sulla Juventus, pareggio con l’Atalanta mostrando un calcio prolifico. Nel frattempo, interrogato sul suo futuro, Pioli non fa una piega, nessuna smorfia di amarezza o di orgoglio. «Io faccio il mio lavoro fino all’ultimo giorno, giochiamo una partita alla volta. Poi la società prenderà le sue decisioni». Un autocontrollo raro nel mondo del calcio (e non solo) dove, alla prima difficoltà, dirigenti e coach sono abituati a sbottare e a togliersi sassoloni dalle scarpe, magari anche maltrattando giornalisti e commentatori. Pioli vuol far parlare i risultati. E il fattore umano inizia a lasciare il segno. I giocatori sono compatti dalla sua parte. Gli osservatori cominciano a dire che meriterebbe di portare avanti il lavoro iniziato. La sera del 21 luglio (vittoria sul Sassuolo), tornando clamorosamente e meritoriamente sui suoi passi, Gazidis ufficializza la conferma dell’allenatore. Il resto è storia recente. Il Milan non perde in campionato da 26 partite e ha conquistato i sedicesimi dell’Europa League. Chi ha visto i filmati dei tifosi che hanno accompagnato il pullman allo stadio nella luce rossa dei bengala o le facce dei giocatori a fine partita inizia a capire che, dentro tutto questo, c’è qualcosa di speciale. «Giochiamo con il fuoco dentro», ha sintetizzato Pioli.

Andrà come andrà. E non è affatto detto che sarà «tutto bene» come preconizzavano i balconi del primo lockdown o come, appunto, favoleggiano i film natalizi di Capra. I valori tecnici contano e sono dalla parte di squadre che hanno investito e investono di più. E poi, tutta questa storia messa su solo per l’incornata allo scadere di Theo Hernandez. Tutto vero: pura fortuna e puri dettagli. Chissà.

Di Pioli, leader mite, si è sempre detto che con le sue squadre partiva bene ma si spegneva presto. Ora è sotto monitoraggio. La mattina del 4 marzo 2018 allenava la Fiorentina quando nella camera di un albergo di Udine dove, al pomeriggio, avrebbe dovuto sfidare l’Udinese, Davide Astori fu improvvisamente trovato senza vita. Quel giorno la Serie A fu sospesa. Pioli dice spesso che la morte di quel giocatore esemplare lo ha segnato come uomo e come allenatore. Chissà se quella tragedia c’entra qualcosa con la favola di oggi.

Sì, dopo l’estate di Paolo Rossi l’Italia svoltò

Sulla morte dolorosa di Paolo Rossi si è detto che le sue prodezze ai mondiali del 1982 segnarono l’inizio della rinascita italiana dopo la stagione degli anni di piombo. Si è detto che tutti ricordiamo dove ci trovavamo il giorno della finale contro la Germania. Infine, si è detto che dopo, per molti anni, quando si andava all’estero chi ci incontrava diceva: Italia, Paolo Rossi.

Quel giorno, 11 luglio 1982, studente di Scienze politiche fuori corso, con la vecchia 127 che mio padre mi aveva lasciato, ero andato a trovare la fidanzata che lavorava come assistente in una colonia ad Arabba, nelle Dolomiti, per mantenersi gli studi universitari. Ero voluto rimanere con lei fino all’ultimo, prima di prendere la strada del ritorno verso Padova dove, con i Cattolici popolari, avevamo organizzato un paio di settimane di festa di fine anno accademico. Film, concerti, dibattiti…

Era molto difficile allora realizzare queste iniziative perché gli anni di piombo non sono stati solo un’indovinata immagine giornalistica. Sebbene il 7 aprile del 1979 fossero stati arrestati alcuni esponenti di Autonomia operaia tra i quali un certo Toni Negri, a Scienze politiche, la mia facoltà, noi Cattolici popolari non potevamo alzare un dito. Manifesti strappati, volantini scaraventati a terra, tremebondi interventi in assemblee gremite, in una delle quali, zittendo gli ululati dei censori, un giovane Massimo Cacciari che la coordinava mi consentì di arrivare affannosamente alla fine.

Nel 1982 l’evento della Festa dei Cp era il Mundial e, con una certa incoscienza, avevamo affittato il palasport San Lazzaro, allestendovi il megaschermo per la visione delle partite della nazionale. Era una squadra con molti elementi della Juventus, ma nella quale ci si riconosceva oltre le tifoserie, sia perché la squadra di Torino non aveva ancora vinto troppo in modi discutibili, sia perché era soprattutto la nazionale di Enzo Bearzot. C’erano il vecchio e ieratico Dino Zoff, Claudio Gentile il mastino, il brasiliano di Nettuno Bruno Conti, il bad boy Marco Tardelli e lui, Paolo Rossi: ragazzo di provincia desideroso di riscatto, campione di furtiva semplicità, talento e regolatezza. Durante i turni eliminatori, nonostante i nostri inviti, al palasport si radunavano poche centinaia di persone con trombette da tifosi come allo stadio. Divenne una bolgia ribollente, man mano che, superato il girone eliminatorio grazie alla differenza reti, tra le quali nessuna di Rossi, il cammino dell’Italia si era fatto promettente con la squillante vittoria sull’Argentina di Maradona e soprattutto con quella sul Brasile di Falcao, con i tre gol di Pablito, uno più bello dell’altro a suggellare il miracolo di Davide contro Golia.

Prima dell’inizio delle partite dicevamo sempre due parole di saluto ai presenti, ricordando il banchetto libri, quello delle bibite… Ma quella domenica, imboccata la strada di ritorno dalla montagna mi ero incagliato negli ingorghi del traffico di rientro dalla gita festiva. Alla fine, dopo un viaggio rocambolesco costellato di manovre e sorpassi da arresto immediato, riuscii a entrare nel palazzetto già buio proprio mentre finiva l’Inno di Mameli. La partita iniziò maluccio, con il rigore sbagliato da Cabrini dopo l’atterramento in area di Conti, rimpianto sul quale si soffermò Nando Martellini nell’intervallo ancora sullo zero a zero. Da un altro calcio piazzato battuto di sorpresa scaturì il primo gol di Rossi che precedette quello di Tardelli… Quella notte la vecchia 127 fece gli straordinari con il clacson che urlava come lui. Era la voglia di spensieratezza di quell’Italia fino allora ripiegata in un inverno di guerriglie e attentati. Le braccia al cielo di Rossi, la pipa di Bearzot, lo scopone scientifico in aereo con Pertini furono l’inizio di una nuova stagione. Un’estate di grazia. Qualche mese più tardi mi sarei laureato e due anni dopo avrei sposato la ragazza della colonia. Un decennio più tardi, ottobre 1992, eravamo a Tamandarè, Brasile, per l’adozione di Alberto, il nostro primo figlio. Giocavamo sulla spiaggia e Gena, la signora che ci ospitava, vedendoci palleggiare disse: Italia, Paolo Rossi.

Tennis, il ricambio generazionale è a un passo

Dunque, Dominic Thiem (27 anni) e Daniil Medvedev (24) hanno battuto Novak Djokovic e Rafa Nadal, numero uno e due del mondo, e si giocheranno il titolo di Maestro del 2020, anno anomalo anche per il tennis. Solo chi non ha seguito con attenzione lo svolgimento dei turni dei due gironi può parlare di sorpresa. Per dire: Thiem ha battuto Nadal con due tie break al culmine di uno dei match più spettacolari e avvincenti dell’anno, Medvedev ha rifilato un doppio 6-3 a uno svogliato Djokovic. Anche nel 2019 Nadal e Djokovic non arrivarono in fondo alle Atp Finals, fermati addirittura nei rispettivi Roun robin, e la finale fu tra Thiem e uno Stefanos Tistsipas che, in stato di grazia, la conquistò motivando previsioni di un futuro in vetta al circuito che, invece, sembra almeno posticipato. Il torneo che chiude l’anno tennistico ha sempre qualcosa di strano e imprevedibile e forse non può essere preso come oro colato dei reali valori in gioco. Basta pensare che Nadal non l’ha mai vinto, anche perché si disputa sul veloce. I test più probanti sono gli slam lunghi due settimane e al meglio dei cinque set. Tutto vero, però.

Le due semifinali di ieri erano già in partenza molto incerte e, da ciò che si era visto, Rafa e Nole non partivano con un gran favore dei pronostici. Qui il mio tweet. https://twitter.com/MCaverzan/status/1330089069397897219

Il campo ha poi confermato l’impercettibile appannamento che da un po’ sembra avvolgere il numero uno del mondo, meno spietato e invalicabile del solito. Come se la routine e l’abitudine a vincere stessero togliendo smalto al suo gioco. Thiem si è dimostrato più protagonista, in possesso di una condizione atletica straripante e di una superiore fiducia nei propri mezzi, che gli hanno consentito di rimontare da 0-4 nel tie break decisivo dopo quasi tre ore di un match tesissimo giocato punto a punto. Nadal sembra iniziare a pagare le fatiche del suo tennis ultra dispendioso, in difficoltà a reggere la regolarità e al tempo stesso l’assoluta imprevedibilità del tennis di Medvedev. Nel terzo set è apparso stanco, con gli occhi infossati. Ha provato a variare intensificando le discese a rete, ma venendo spesso infilato o mancando di precisione nelle volée. Destino che lo accomuna a Djokovic, anche lui spinto a un gioco d’attacco per uscire dal palleggio titanico di Thiem. Sorte paradossale: due giocatori come Nadal e Djokovic scelgono il gioco a rete per non subire quello da fondo campo dei propri avversari.

Forse è presto per dire che l’atteso cambio generazionale è avvenuto. Come detto, le Atp Finals sono probanti fino a un certo punto, tanto più al termine di un anno così particolare. Però, viste le personalità dei protagonisti – senza scordare del tutto Tsitsipas (22) e dando il tempo necessario alla maturazione di Jannick Sinner (19) – forse si può iniziare a dire che nuovi Fab four si affacciano.

Cercando l’antivirus tra video, ricette e buonismi

Misantropie. Un titolo da non prendere troppo sul serio. Una provocazione. Poco più che un gioco, come suggerisce il plurale. Un’idea per rappresentare dei moti di reazione, degli impeti. La misantropia è un sentimento di odio del genere umano. O di disprezzo e sfiducia, secondo diverse gradazioni. Così, la definiscono dizionari ed enciclopedie. Questo titolo mi è stato rimproverato da qualcuno che ha letto i post del diario nel sito dell’editore che ora, benevolmente, lo pubblica in edizione cartacea, accompagnato dalle immagini del portale pixabay.com, scelte e abbinate ai testi da Paolo Spinello. È vero, la misantropia è un sentimento ostile e negativo, ma lungi da me nobilitarlo oltre la formula della provocazione. Non a caso, queste note sono popolate di amici.

L’idea non originalissima di tenere un diario della pandemia mi è venuta, come a tanti, per l’eccezionalità della situazione nella quale ci siamo trovati. Una circostanza inedita, almeno per chi ha meno di ottant’anni. I più vecchi, infatti, qualche confronto hanno potuto farlo – e si è abbondantemente fatto – con la guerra e, soprattutto, il dopoguerra. Per trovare un’altra vera pandemia, invece, bisogna andare all’influenza spagnola alla fine della Prima guerra mondiale. Servono i libri di storia. Dunque, l’epidemia da Covid-19 è qualcosa di inedito per noi. L’invito alla riflessione è scaturito dalla novità della circostanza che ci ha sfidato. Ha sfidato il nostro cuore e la nostra ragione. Ha interrogato il nostro essere a un livello radicale. Ne è venuta, dicevo, l’idea del diario che, come si è visto, ha stimolato scrittori, letterati, filosofi, autori di cinema e serie tv, giornalisti…

Perché Misantropie? Il titolo nasconde la seconda motivazione. Se questa situazione è così inedita e pervadente, se coinvolge e interroga il nostro essere imponendoci un cambiamento di abitudini e comportamenti, se ci troviamo inusitatamente reclusi per tante ore al giorno davanti a schermi di varie dimensioni o sul divano a leggere; insomma, se ci troviamo in una condizione che richiama certe distopie cinematografiche o letterarie, possibile – mi son chiesto – che siamo già pieni di risposte, di ricette e decaloghi? Possibile che dopo pochi giorni siamo già pronti a dire quello che abbiamo imparato? I moti di reazione sono sorti leggendo queste lezioni, questi consigli. Sentendo il paternalismo diffuso. La mia reazione ha trovato ulteriore fondamento in un pensiero di Blaise Pascal: Tutti i mali degli uomini derivano da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli in una camera (Blaise Pascal, Pensieri, Einaudi, Tornio, 1962; alcune edizioni dei Pensieri riportano Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di stare da solo in una stanza). Noi siamo così. Insofferenti a questa stasi, ribadita dal filosofo e matematico francese con le parole stare, stanza. Fatichiamo a so-stare. A stare di fronte a qualcosa di imprevisto. E anche a stare con noi stessi. Cerchiamo subito soluzioni e distrazioni. Da qui, mi pare, è venuto quel diluvio di articoli, interventi, commenti, esibizioni e anche diari, di certi guru da quarantena. Uno tsunami collaterale, con la sua dose di nocività. Mi è parso che questa ondata di risposte contenesse poca sorpresa e poco spiazzamento, molta pedagogia e molto buonismo. Come se chi distribuiva queste risposte ci fosse già passato, fosse esperto. Mai come in questo periodo, «esperto» mi è parsa parola abusata.

Personalmente, ho pensato che confrontandomi con questa situazione, provando a stare senza far nulla in una stanza, avrei potuto trarne qualcosa di buono. In questo stare avrei potuto cercare l’antivirus. Un antivirus diverso dal vaccino che speriamo troverà presto la scienza.

Da subito, però, ho avvertito un pericolo. Suggerito da una frase che qualcuno ha scritto sui muri di alcune città sudamericane: La romantización de la cuarantena es un privilegio de clase. Anche il mio diario poteva e può aver corso questo rischio. La quarantena trasformata in un esercizio romantico, in un incubatore di narcisismo, favorito dal privilegio di essere in sal, acquistabile qui

ute e di vivere in una casa dignitosa. Un rischio concreto. Che però ho accettato di correre, consapevole che l’occasione determinata dal coronavirus poteva essere irripetibile.

Infine, l’ultimo stimolo a rompere gli indugi è stato il riconoscere che la pandemia ha in sé una critica della società contemporanea. È una contestazione implicita ma forte dell’Occidente. Una civiltà con tanti lati positivi ed elementi di benessere, soprattutto dalla metà del secolo scorso in poi. Una civiltà che dobbiamo e vogliamo ricostruire migliore di prima. Ma nella quale, citando Rainer Maria RilkeTutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile (Seconda elegia duinese, Einaudi, Torino, 1978).

La pandemia da Covid-19 poteva, e può essere, un’occasione per rompere questa cappa.

 

Questa è la premessa di Misantropie. Cercando l’antivirus Edizione illustrata Apogeo Editore

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Da Altri a Virtù: dizionario del buonismo da day after

Non bastano il coronavirus, la reclusione e i bollettini quotidiani della Protezione civile. Tra gli effetti molto collaterali dell’epidemia troviamo il profluvio di lectio magistralis. Uno tsunami. Articolesse, pensierini, interventi, interviste, commenti, elzeviri, confessioni e rivelazioni dei guru da quarantena. Tra i quali va annoverato anche Giuseppi Conte con il suo invito a riflettere sulla «scala di valori». Sono i nuovi maître à penser. Gli intellò da day after. Un diluvio, un’ondata buonista che ha invaso le pagine dei giornaloni, i video, i profili social, il display del cellulare. Il guaio è che questo isolamento claustrofobico ci fa stare iperconnessi. Abbiamo tempo – troppo – per leggere le istruzioni dei migliori. I sacerdoti del bene, come li chiama Giampiero Mughini. Lo scrittore in odore di premio, frequentatore di talk show. L’ex politico regista e scrittore pure lui. L’attore da festival e cover di magazine. I conduttori tv mainstream…

Con l’hashtag #lecosechestoimparando Repubblica ha rotto la diga e siamo stati travolti dalla nuova lingua etica. Meglio, da un modo nuovo di usare la solita. Fatta di parole più ispirate, intrise di afflati, esortative, protese a migliorarci. Screziature linguistiche suggerite dal tempo straordinario. Cariche di promesse, di propositi, di spinte al cambiamento. Come se fossero un’unica, gigantesca lettera a Babbo Natale. Anzi, letterina (che magia le piccole cose). Perché abbiamo appreso persino l’ora in cui sorge il sole. Poetico no? Sembriamo una immensa scolaresca. Una classe di buoni che ha imparato la lezione. Ora che abbiamo messo la testa a posto stiamo soffocando nella melassa. Ariaaaaaaa.

La romantización de la cuarantena es privilegio de clase! (Il romanticismo della quarantena è un privilegio di classe!): lo slogan partito dai balconi della Colombia, ora virale sui social, è una sana sferzata di realismo.

Altri. Perdersi negli altri, riscoprire gli altri, accorgersi degli altri, dedicarci agli altri, amare gli altri. Improvvisamente siamo tutti innamorati degli altri. È nato l’altrismo, degno compare del buonismo. Elio Germano, l’ideologo, attore pluripremiato e frequentatore di centri sociali, ha il profilo giusto: «La felicità è quando riusciamo a perderci negli altri», ha confidato a 7 Corriere della Sera. Anche Fiorello ha seminato «altruismo, altruismo, altruismo». Egocentrismo delle star travestito da fervorino.

Baricco. Alessandro. Al fondo di ventimila battute il guru dei guru ammette che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la pandemia è solo un nuovo livello del suo Game. Ma c’è lui con la sua «audacia». «Non sono particolarmente in forma, ma niente mi impedirà di scrivere qui alcune cose che so. È il mio mestiere». Mr. Wolf del progressismo. Per il narcisismo non c’è vaccino.

Bene. #andràtuttobene. Tutto cosa? Bene per chi? Campagna dilagata dai balconi. A braccetto con l’altro slogan: #celafaremo. Striscioni, lenzuolate, flash mob, post it, hashtag, claim, spot istituzionali. Strategia del sorriso, dell’incoraggiamento, dell’ottimismo. Intanto non si trovavano mascherine e finivano i posti di terapia intensiva. «No. Non è andato tutto bene. Prima di uscire sul balcone a cantare Azzurro o Volare bisognerebbe pensare a luoghi come Bergamo. Lo fareste, lì?» (Domenico Quirico, La Stampa).

Cose. Piccole. «Nel tempo ho imparato che le epifanie si dimenticano… Quelle che invece non si dimenticano più sono le piccole cose» (Daria Bignardi, Repubblica). Serve aggiungere altro?

Democrazia. Walter Veltroni, Corriere della Sera: «La democrazia non è per sempre, come il gioiello della pubblicità. La democrazia vince sfide e domina cicloni. Oggi, nell’ora più buia, la democrazia deve essere il rifugio di garanzia di ogni italiano». Picco di retorica, con Parlamento latitante.

Dopo. Quando ne usciremo. Quando saremo fuori. Saremo così, saremo cosà. Il mondo sarà cambiato. La società, il sistema, l’economia, la politica. Dopo, tutto sarà nuovo, migliore. Perché ci ricorderemo delle piccole cose. Degli insegnamenti. Faremo tesoro. Il dopo idilliaco, paradisiaco, edenico. Ma il durante si allunga. Mago Otelma e i suoi adepti.

Ecosistema. «Devo ricordarmi che è ora di riconnettermi alla Terra e all’ecosistema» (Fazio su Rep). Supplente di Greta Thunberg.

Imparare. Il 26 febbraio Gianrico Carofiglio twittava: «Contro l’isteria collettiva comunico che oggi: 1) ho viaggiato in aereo tra persone serene e senza mascherine; 2) sono andato in metropolitana e tutti erano tranquilli; 3) ho preso parte a una tranquilla e affollata presentazione di un libro. Ci tenevo a farvelo sapere». Qualche giorno dopo, il passato da magistrato ha fagocitato il presente d’autore: «Norma da adottare: “Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità competente e finalizzato a contrastare la diffusione di epidemie è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da 1000 a 5000”». Per provare a colmare la distanza tra i due tweet ha riempito una pagina di Repubblica. Invano.

Libri. #nonfarticontagiare. Flash mob promosso dalle sardine con un libro fra i denti. Da acquistare (insieme al cerchietto). È l’«antidoto culturale». I ritardi di Amazon tra le cause dei decessi.

Oblio. «Una promessa: non ci sarà nessun oblio». Titolo del Corsera ad un articolo di Paolo Giordano. Svolgimento: «Non voglio dimenticarmi che l’origine della pandemia non è un esperimento militare segreto, ma nel nostro rapporto compromesso con l’ambiente e la natura, nella distruzione delle foreste, nella sventatezza dei nostri consumi». Memorie da instant book.

Porti. «Sempre aperti. Per tutti»: in entrata però. In uscita, non possiamo andare da nessuna parte.

Prometto. Il verbo della «letterona» vergata da Fabio Fazio su Repubblica. Variante barricadera dell’autore: «Mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati». Vasto programma.

Scala. Di valori, ovviamente. Quella che il premier suggerisce di ripensare e che Fazio vuole rimettere in ordine. E dove, al primo posto, figura «stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Se è in disordine stiamo lontano.

Virtù. Le migliori. Indispensabili a scalare i valori di cui sopra. «Fuor di retorica, se ne sente molta» ha scritto Veltroni. «Gli italiani stanno rispondendo al più lungo coprifuoco della loro storia mostrando le loro virtù migliori. Sobrietà, compostezza, umanità». E zero turpiloquio.

 

Panorama, 1 aprile 2020

 

 

Un dio greco sta scalando l’Olimpo del tennis

Forse abbiamo trovato il numero uno del futuro. È un eroe greco di ventun anni, capelli biondi e un filo di barba che incornicia il profilo da Jesus Christ superstar (copyright Fabio Fognini). Si chiama Stefanos Tsitsipas, è figlio di Apostolos, il padre manager, e di Julia Salnikova, ex tennista russa. Domenica a Londra, al culmine di una settimana di grande tennis e di un match lottato punto su punto con Dominic Thiem, ha conquistato la coppa di «Maestro dei maestri», è questo il titolo che si assegna alle Atp Finals, storicamente chiamate Masters, tra gli otto migliori giocatori della stagione. L’attimo degli astri, però, quello che aveva distillato i segni degli dei era scoccato la sera prima, quando, con un ace, Stefanos si era aggiudicato gioco, partita, incontro, battendo l’idolo dell’adolescenza, il modello inarrivabile, il dio del suo olimpo di giovane ateniese, quel Roger Federer di 17 anni più esperto di lui. Non era solo un risultato contro pronostico, una discreta sorpresa basandosi su ciò che si era visto nei giorni precedenti, il tennis angelicato con il quale Roger aveva surclassato un buon Novak Djokovic, e la lotta di quasi tre ore che aveva costretto proprio Tsitispas a inchinarsi al solito, indomito, Rafa Nadal. Non era solo un risultato inatteso, forse anche un passaggio di testimone, tanto il tennis di Roger e quello di Stefanos sono accostabili per completezza, fantasia, estetica: più calligrafico quello dell’eroe svizzero, più impetuoso, anche per ragioni anagrafiche, quello del discepolo ellenico. Dopo quell’ace definitivo, Stefanos aveva lasciato cadere braccia e racchetta, abbandonandosi al sorriso radioso della felicità.

A volte, nello sport sono i piccoli indizi a suggerire che qualcosa sta accadendo. Sfumature appena accennate nella tavolozza dei fatti e delle colorazioni primarie. E servono poi tante altre pennellate a farle diventare poco alla volta dominanti. Protagoniste del cambio di passo, avvento di una nuova stagione. Rivisitato a posteriori, il Masters di Londra 2019 (dal 2021 al 2025 si disputerà a Torino) potrebbe essere l’evento che ha inaugurato la svolta, gettando le basi del cambiamento. Da un po’ ci si chiede chi succederà ai Big Three, chi verrà dopo la meravigliosa epoca regalata da Federer, Nadal e Djokovic con i loro talenti cristallini, le loro tempre così diverse e complementari nel rivaleggiare e superarsi di continuo, lassù al vertice dello sport individuale più complesso, affascinante e poliedrico che esista. Forse abbiamo trovato la risposta in questo ragazzo di un metro e 93 per 85 chili che già agli Australian Open di gennaio aveva eliminato re Roger.

Corsi e ricorsi, qualcuno potrà obiettare. Già nel 2018 Zverev aveva sconfitto Federer in semifinale e Djokovic in finale. E già allora molti avevano pronosticato un futuro da numero uno al giocatore tedesco, figlio di genitori russi. Ma le previsioni sono fatte per essere contraddette, appunto. E, pur mantenendosi a livelli eccellenti, il 2019 di Zverev non ne ha confermato le ambizioni, palesandone alcuni limiti tecnici e di temperamento. Per contro, di Tsitsipas impressionano le doti di personalità e la solidità del tennis in tutte le zone del campo: di dritto e di rovescio, in attacco e in difesa, di potenza e di ricamo, nei colpi di rimbalzo e in quelli al volo, nei campi veloci e in quelli in terra rossa. Il greco non teme di sfidare Nadal sulla diagonale di sinistra, il suo rovescio contro il dritto arrotato di Rafa, o Federer sulla traiettoria da destra, dritto contro il dritto dello svizzero. E, caratteristica dei fuoriclasse, sa giocare da protagonista i punti importanti dei match, con una maturità di molto superiore ai suoi 21 anni. Alle finali londinesi, Nadal e Djokovic si sono fermati nei gironi di round robin, i due minitornei tra 4 giocatori che servono a laureare i 4 che disputano le semifinali. Solo Federer vi è approdato, poi eliminato dal greco. Gli altri due semifinalisti erano Alexander Zverev, 22 anni, e Dominic Thiem, 26: 3 rovesci a una mano su 4, per la gioia degli esteti. Quel che più conta è che il ricambio generazionale appare avviato. E sembra ben avviata l’ascesa del più giovane di tutti, il greco protagonista di un gioco coraggioso e «completo» (l’aggettivo più ribadito da Paolo Bertolucci in sede di commento), senza schemi fissi, perché privo di punti di debolezza.

Nelle previsioni sportive il «forse» è d’obbligo e vedremo nei prossimi mesi. Di sicuro, soprattutto negli slam che si disputano 3 set su 5, i Big Three renderanno vita dura alla next gen che scalpita. E nella quale, per altro, non vanno dimenticate le ambizioni della nuova piccola leva italiana. Dopo Adriano Panatta, nel 1975, e Corrado Barazzutti, nel 1978, usciti senza vincere un match, Matteo Berrettini, appena iscritto al club dei top ten, è stato il primo italiano a tornare alle finali dei migliori otto e il primo in assoluto a vincere una partita (contro Thiem). In questo 2019 è stato protagonista di una crescita straordinaria e le doti sia tecniche che mentali fanno molto ben sperare. Berrettini è un giocatore moderno, diverso da tutti quelli che abbiamo avuto finora, potente nel servizio e nel dritto da fondo campo, ma anche in possesso di buon tocco. Ancor più vertiginosa sembra la crescita dell’altoatesino Jannik Sinner appena diciottenne e fresco vincitore delle finali milanesi della Next Gen (e del challenger di Ortisei) che hanno preceduto quelle dell’intero circuito. Se a Berrettini «bisogna dare tempo», come ha suggerito Panatta pronosticandone un futuro ai piani alti, ancor più bisogna avere pazienza con Sinner, promettentissimo puledro purosangue, affidato alle mani esperte di coach Riccardo Piatti.

Nell’attesa, freghiamoci le palme delle mani. La splendida epoca dei Big Three resterà sicuramente irripetibile. Ma chissà, se le promesse dei nostri atleti troveranno conferme, anche per gli italiani il futuro potrebbe riservare ruoli da protagonisti.

 

La Verità, 19 novembre 2019

Sulla strada per Jesolo una visione per il futuro

La strada del mare. Per andare a Jesolo, cinquant’anni fa meta di giochi e tuffi. Oggi porto franco di notti brave, di sballi selvaggi, qualche volta fatali. L’ho rifatta qualche giorno fa, quella strada, e mi ha preso lo sconforto. Allora sognante, un’euforia trattenuta per tanti chilometri. Adesso malinconica, rassegnata.

Questo è un appello sentimentale, ma anche un’esortazione dai risvolti economici. Non si può lasciar cadere così un posto tanto evocativo. Le case coloniche, dove la mezzadria ha rivitalizzato intere campagne, sono disabitate e cadenti. Le terre della bonifica lasciate andare. Dopo vari passaggi di mano, oggi quelle fattorie sono di proprietà di un’azienda agricola (Le Tresse) che riesce a garantire la conservazione del territorio nello stato attuale. Dove sono gli imprenditori illuminati? I politici lungimiranti? Gli assessori al territorio, all’ambiente, alla cultura? Il governatore Luca Zaia?

Me la ricordo, la strada del mare da Portegrandi a Caposile. Spaccava in due la laguna e la campagna mentre io me ne stavo accovacciato sul sedile posteriore della Millecento. Mio padre guidava, mia madre al suo fianco, io dietro, tra mio fratello e mia sorella più grandi. A un certo punto, dopo una curva, il paesaggio cambiava repentinamente. Non c’erano più alberi a ombreggiare il percorso ma, dopo una piccola salita, la strada si spalancava in un panorama nuovo e arioso, prendendo a bordeggiare un fiume, oltre il quale si vedevano canneti, acqua e terre a perdita d’occhio. Una visione placida e misteriosa, presagio di quel mare che avrei trovato più tardi, al termine di un viaggio che allora mi sembrava lunghissimo. A renderlo ancor più meravigliosamente noioso c’era il fatto che quel nastro d’asfalto filava dritto e tutto uguale per parecchi chilometri, al fianco dell’acqua del Sile dalla quale si staccavano vari tipi di uccelli, anatre e gabbiani.

Io, però, ricordo che nel primo tratto volgevo lo sguardo sul lato sinistro della strada che correva tra le propaggini nord della laguna di Venezia e i campi che si estendevano fino alle montagne.

Poi c’erano le case. Case in mattoni, a due piani, isolate davanti ai campi, con le imposte distanziate in modo regolare. Anche tra loro, erano distanziate in modo regolare. Erano squadrate e alte abbastanza da filare parallele alla mia vista dall’argine sopraelevato.

Andavamo a Jesolo, una specie di terra promessa innocente, fresca del boom economico e non ancora divertimentificio selvaggio, la «Rimini veneta» di oggi, con le sue trasgressioni e le baby gang che imperversano, terminale di vite dissolute e in un attimo dissolte da autisti fuori controllo.

Quando la Millecento faceva quella svolta salendo sull’argine e iniziava a correre tra terra acqua e cielo senza altri ostacoli, cominciava davvero la gita, il giorno speciale della festa. I miei genitori chiacchieravano tra loro e tutti si aspettava di arrivare finalmente alla meta. A quel punto, però, quasi a fartela desiderare ulteriormente, il tempo rallentava ancora rendendoci più impazienti, tanto più se, come spesso accadeva, si procedeva incolonnati. Non restava che immergersi nella contemplazione delle case che, chissà perché, erano delle Ca’. Attraevano lo sguardo più della sconfinata laguna che si stendeva sull’altro lato della strada. Tra le imposte, bene in centro sul frontale, campeggiava la scritta che dava il nome ai casolari: Ca’ Romagna, Ca’ Sile, Ca’ Imperia, Ca’ Rinascita, Ca’ Speranza, Ca’ Favorita… Vicino a quei nomi fascinosi e misteriosi spiccava un piccolo stemma del Leone di San Marco. Le case si presentavano. Dicevano chi erano e chi erano i mezzadri che le abitavano, lavorando la terra che le circondava. Famiglie numerose, bambini che giocavano attorno a una fontana, donne che davano i ritmi alle giornate. Erano case coloniche costruite all’inizio del Novecento per la bonifica di quel territorio paludoso, infestato dalla malaria, tra le terre d’Altino e il mare.

L’argine fendeva il paesaggio. A destra una visione dolce ma sfuggente e invalicabile, con i suoi acquitrini e lembi verdi, dominata dalla vegetazione e dalla fauna d’acqua. Un territorio fiabesco, che alimentava la fantasia. A sinistra, un quadro ordinato, geometrico, coltivato dall’uomo, riparato dalla strada più alta dal pericolo di inondazioni. A ogni gita, l’appello delle fattorie diventava una sorta di gioco enigmistico, alleggerendo per qualche chilometro il percorso fino a quando la sequenza delle Ca’ s’interrompeva e lo sguardo poteva dedicarsi al canneto e al fiume, volgendosi verso destra. Come avrebbe fatto poco dopo la Millecento, imboccando decisa la direzione del mare.

Qualche giorno fa, mezzo secolo dopo quei viaggi sul sedile posteriore, ho ripercorso la sp47 in scooter, ancora oggi via obbligata per arrivare a Jesolo. A destra, il paesaggio è rimasto identico, la laguna solcata da qualche barchino e le biciclette sulla pista aldilà del Sile. A sinistra ci sono ancora le case coloniche: Ca’ Fertile, Ca’ Feconda, Ca’ Florida, Ca’ Risorta, Ca’ Redenta… Ma non sono identiche a cinquant’anni fa. Sono disabitate, diroccate, coperte da chiome invadenti. Ca’ Florida non lo è per niente. Ca’ Risorta ha il tetto squarciato, le travi tronche, i muri sbrecciati, le finestre con il vuoto dentro. Sono una contraddizione conclamata fra i nomi e lo stato delle cose. In quei nomi però c’era il ciclo della vita fecondata dal cristianesimo. Qualcuno li aveva scelti appositamente perché fossero letti di seguito, correndo sulla strada. Una toponomastica consapevole. Un progetto di civiltà. Un’idea di comunicazione, anche, e piuttosto raffinata.

Mezzo secolo è passato. Quando me ne stavo assorto sul sedile posteriore della Millecento non conoscevo il significato di quelle parole. Ora sì, ma la realtà che indicano oggi resiste solo nella memoria. Questo è un appello sentimentale. L’appello per un recupero intelligente. Per una rinascita di storia e cultura. Sarebbe un grave errore lasciare alla nostalgia un patrimonio così carico di storia e di cultura. Quelle terre vanno riportate nel presente, testimonianza di una storia che si mette al passo con la modernità.

Qualche giorno fa sul Corriere della Sera Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno proposto l’idea d’istituire il «reddito di contadinanza». Non l’ennesima trovata assistenzialista, ma «un modo per coniugare l’ecologia con l’economia, riconoscendo che la radice dei due termini è la stessa: casa». Un modo intelligente per favorire il ritorno alla terra di tanti giovani che aspettano solo un’imbeccata, un piccolo scivolo per superare l’impaccio dell’inizio, per fare formazione e sostenere le start up agricole. Aiutando così la ripresa dell’occupazione giovanile e il rilancio dell’agricoltura. Ecco. Le case della ex bonifica delle terre d’Altino possono essere un perfetto banco di prova di questa proposta. Servono visione, energie, professionalità. E la strada del mare, con quelle Ca’ dai nomi evocativi, molto più che un gioco enigmistico e nostalgico, diventerebbe una testimonianza di creatività e lungimiranza.

La Verità, 2 agosto 2019

Perché la rivalità tra i Big Three resterà irripetibile

«La partita del secolo». «La battaglia degli dei». «La finale più lunga della storia». «La prima finale in cui il vincitore annulla due match point all’avversario», il divino Roger Federer. Novak Djokovic stava ancora masticando l’erba del centrale di Wimbledon per fermare la fuga dell’attimo vincente quando il suo caro amico Fiorello aveva già twittato con abbondanza di punti esclamativi: «Contro tutti! Contro @rogerfederer, contro il pubblico, contro l’Inghilterra, e anche contro Godzilla! Grandissimo @DjokerNole! #Wimbledon2019!».

Il giorno dopo, le definizioni sembrano iperboli e invece no. Si discute appassionatamente se siamo dalle parti della storia o già nella leggenda. Si rincorrono i paragoni con altre memorabili finali, sempre sul verde dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, tempio e tradizione: Borg-McEnroe del 1980 e Nadal-Federer del 2008.

Gli appassionati si dividono a colpi di statistiche e numeri. E, giusto per dare un assaggio di quanto la faccenda non sia capziosa ma difficilmente dirimibile, basta dire che domenica ha vinto il giocatore che ha fatto meno punti (213 contro i 218 del campione svizzero) e meno colpi vincenti (54 contro 94, addirittura 40 in meno).

Il tennis è questo: sport matematico e misterioso al contempo. In cui i punti non sono tutti uguali e uno non vale uno. Vince chi gioca meglio quelli determinanti. Nei suoi due match point Federer ha allargato un dritto in corridoio ed è sceso precipitosamente a rete dietro un attacco corto, tradito a un centimetro dal trionfo da un pizzico di emozione. Così ha vinto «l’intruso», il terzo incomodo nella rivalità classica tra Roger e Rafa, «il primo del torneo degli altri». Così si è scritto. Sebbene Novak sia da parecchio tempo il numero uno (4 degli ultimi 5 slam vinti) e nel computo degli scontri diretti svetti sia contro Federer (26 a 22) che contro Nadal (28 a 26), con superiorità ancora più evidenti dal 2011, anno della consacrazione definitiva, in poi.

Oltre le preferenze e le tifoserie, conta riconoscere la fortuna di poter assistere all’epoca più bella ed entusiasmante del tennis (forse tra le più gratificanti dello sport in generale). Più dell’era della leggendaria rivalità tra l’orso svedese Bjorn Borg e il funambolo ribelle John McEnroe. Più della stagione dei duelli fra l’elegante Stefan Edberg e il bombardiere Boris Becker. Più del confronto tra le diverse filosofie di gioco del sublime attaccante Pete Sampras e l’indomito ribattitore Andre Agassi. Quella di cui oggi abbiamo il privilegio di godere è la rivalità tra i Big Three. Duri a morire nonostante l’età non più verdissima, a dispetto dell’erba che calcano elegantemente. La Next Gen è pregata di accomodarsi in sala d’attesa. La scena è occupata da questo inesauribile confronto a tre facce. Fatto di sorpassi e risorpassi. In cui, sebbene l’estetica si è pronunciata con evidenza in favore di uno di loro, risulta sempre difficile decretare chi sia davvero il più forte, il più vincente.

Quando Federer esegue una volée un’eleganza angelica lo accompagna e non a caso si osserva che «così si gioca in Paradiso». Ma il talento e le doti naturali non si esprimono solo con gesti bianchi, la varietà e la fantasia inesauribile dei colpi. Anche la disponibilità a lottare, la capacità di resistere e non arrendersi sono talenti cui dar merito. Nadal basa il suo agonismo principalmente sullo strapotere atletico e fisico. Quello di Djokovic, quasi un Borg 2.0, probabilmente coltivato fin da bambino quando, durante la guerra del Kosovo, si allenava con Jelena Gencic sui campi di Belgrado appena bombardati, è un agonismo più mentale. Tre campioni con temperamenti e filosofie diverse. È una fortuna assistere alla loro rivalità, così ricca di contenuti e di nobile sportività.

Deglutiti i fili d’erba del centrale, Djokovic ha indicato il cielo che gli ha consentito di realizzare il suo sogno. Federer ha risposto all’intervistatrice che sottolineava quanto a lungo verrà ricordato il match appena concluso che lui, invece, spera di «dimenticarlo presto». Lezioni di umiltà e di distacco che andrebbero prese e trapiantate anche in altri campi.

La Verità, 16 luglio 2019