«Per il No al referendum una squadra di smemorati»

Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati l’Italia è la Cenerentola della separazione delle carriere insieme alla Grecia. Persino il Vaticano ha introdotto da più di un lustro la separazione».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».

 

La Verità, 10 marzo 2026

«La riforma mi avrebbe salvato dalla persecuzione»

Ex senatore pd, animato da senso di giustizia e impegnato nella difesa dei diritti sociali, Stefano Esposito è stato vittima di una lunga e persecutoria indagine della Procura di Torino. La racconta in Massacro giudiziario (Liberilibri) di Ermes Antonucci e in questa intervista.
Se dovesse definire con un’immagine la vicenda di cui è stato vittima quale userebbe?
«Il tritacarne».
Composto da?
«Un mix di elementi di cui non sono né il primo né, temo, l’ultimo a essere vittima: il teorema del pm Gianfranco Colace e i media che l’hanno veicolato. È il famoso circuito mediatico giudiziario, che trita chi ci finisce dentro».
Nella prefazione a Massacro giudiziario, Giuliano Ferrara cita Il processo di Franz Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, un mattino fu arrestato». Lei non è stato arrestato, perché dice che lo avrebbe preferito?
«Perché, visti gli adempimenti cui è sottoposta una persona privata della libertà, avrei potuto dire la mia. Invece, in 2.589 giorni, quant’è durata la mia vicenda, non sono nemmeno riuscito a depositare una memoria».
Sette anni d’indagine e 500 intercettazioni non autorizzate, viene in mente il film Le vite degli altri.
«Il riferimento è appropriato perché nel 2020 ho scoperto che erano state attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Giulio Muttoni, un imprenditore mio amico, per sorvegliare me. Intercettazioni avvenute senza soluzione di continuità dal gennaio 2015 al marzo 2018».
Com’è possibile che 500 intercettazioni, una piccola parte delle 30.000 che hanno riguardato Muttoni, siano state attivate mentre era senatore senza autorizzazione del Parlamento?
«È un grande mistero sul quale ha fatto luce, con una sentenza inusuale per durezza, la Corte costituzionale parlando di “indagine preordinata”».
I capi d’accusa erano corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite.
«La corruzione sarebbe nata nel 2010, ma si sarebbe concretizzata nel 2015, e già questo la dice lunga sulla preordinazione. Inoltre, sarebbe avvenuta mediante un prestito di Muttoni con un bonifico restituito a un tasso di favore. Questa era, per la Procura, la prova della corruzione. Un pm antimafia mio amico mi ha detto: “Sei l’unico cittadino italiano che ha incassato una tangente tramite un bonifico, restituito”».
Un bonifico tra due preveggenti.
«Ho fatto una telefonata, cinque anni dopo il bonifico, a Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione ndr), per chiedere informazioni sulla procedura che avrebbe riguardato l’azienda del mio amico colpita da un’interdittiva antimafia. Appena ricevuta la documentazione dell’indagine, i pm di Roma, titolari per competenza territoriale, l’hanno smontata alla radice».
Poi le contestavano il regalo di un Rolex e di un tapis roulant.
«Il Rolex non è mai esistito, come hanno scritto sempre i pm di Roma. Quanto al tapis roulant, è vero che l’ho ricevuto ma anche che l’ho immediatamente restituito. Tutte evidenze presenti nelle carte dell’accusa, ma ignorate».
Qualcuno poteva interpretare il suo interessamento per l’appalto del Forum dello sviluppo economico locale come un contrasto alla società del Lingotto dove si tiene il Salone del libro?
«Il paradosso di quella vicenda è che fui proprio io a insistere affinché il comune di Torino non affidasse l’appalto direttamente al mio amico, ma venisse indetta la gara. Altro che turbativa d’asta».
Lei era un esponente del Pd favorevole alla Tav?
«Forse ero l’unico senza ruoli istituzionali che si batteva per la Torino Lione. Anche sindaci e governatori, da Mercedes Bresso a Giorgio Chiamparino a Piero Fassino erano favorevoli».
Quindi il suo impegno non avrebbe dovuto esporla?
«Mi ha esposto rispetto alle timidezze dei miei colleghi di partito. Non dimentichiamoci che c’erano e ci sono molti sindaci in Val di Susa, consiglieri regionali e comunali del Pd che strizzano l’occhio ai No Tav».
E al centro sociale Askatasuna?
«Il movimento No Tav non esiste nella sua inclinazione violenta senza Askatasuna. Sono inscindibili».
Il suo impegno ha cozzato contro i poteri forti della città o per accusarla i magistrati hanno fatto da soli?
«Credo che in città si sia creato un contesto che già 15 anni fa definivo zona grigia, esattamente come l’ha definito di recente la procuratrice generale Lucia Musti. Siccome non ho condotto una battaglia silenziosa, intorno a me si formò un clima d’insofferenza che qualcuno può aver raccolto».
Era un presunto colpevole?
«Per il pm Colace e chi ha retto la Procura dal 2015 al 2022 l’obiettivo non era istruire il processo ma, con l’avviso di garanzia e la chiusura delle indagini, minare la mia reputazione».
Com’è possibile che abbia saputo dell’archiviazione dell’indagine di sei mesi prima solo grazie all’interrogazione parlamentare di Ivan Scalfarotto al ministro Carlo Nordio?
«Questo è il sistema. La norma prevede che l’indagato sia informato dai pm in caso di rinvio a giudizio, non in caso di archiviazione. A proposito di parità tra accusa e difesa…».
Qual è il costo umano di questa disparità?
«In queste situazioni si continua a omettere che un indagato inizia a scontare la pena dal momento in cui riceve l’avviso di garanzia. Se sei innocente, come nel mio caso, la sconti da innocente».
Che impatto ha avuto questa vicenda sulla sua famiglia?
«Devastante. Il prezzo più alto lo sta pagando mia moglie Rachele che continua ad avere problemi perché la società per cui lavora non ha, come tutte le società con la testa negli Stati Uniti, una compliance particolarmente garantista. In sintesi, ha perso il ruolo che aveva e, nonostante l’indagine sia terminata come abbiamo detto, nessuno glielo ha restituito. Questo ha prodotto il ricorso a cure farmacologiche…».
E gli effetti sui suoi figli?
«Ricordo che una sera Francesco è tornato a casa da scuola dopo che un compagno gli aveva dato del figlio del mafioso. Mi son dovuto trattenere dal telefonare al papà di questo ragazzino e dall’intervenire in altre situazioni analoghe perché le poche energie dovevo concentrarle nella battaglia per dimostrare la mia innocenza».
Come ha fatto a non ammalarsi?
«Non so se non mi sono ammalato, mi tengo sotto controllo. Di sicuro non sono più la persona che ero».
Chi è oggi?
«Un padre e un marito che cerca di portare avanti la propria vita garantendo il miglior standard possibile alla propria famiglia. È faticoso raggiungere questo obiettivo, ma forse ci sto riuscendo. Naturalmente non ho più niente a che fare con la persona che faceva politica 18 ore al giorno e si occupava della vita degli altri. Purtroppo, sono diventato molto cinico…».
Di che cosa vive?
«Ho un’attività di consulenze amministrative, legislative e di relazioni istituzionali per imprese».
Si è mai rimproverato un eccesso di generosità?
«Altroché. Se mi fossi comportato come alcuni miei colleghi che i problemi li schivavano, sicuramente non mi sarei trovato in questa situazione. E, magari, invece di due mandati parlamentari ne avrei fatti quattro. Ma non ho mai interpretato la politica come un mestiere».
Il pm Colace ha avuto sanzioni disciplinari?
«Il Csm l’ha sanzionato con il trasferimento da Torino a Milano, dal penale al civile e con la perdita di un anno di anzianità. La gup Lucia Minutella ha subito una censura. Siccome entrambi hanno fatto ricorso, sono sanzioni ancora sub iudice».
Come si è comportato il suo partito negli anni dell’indagine?
«Un minuto dopo la sua pubblicazione tante persone sono scomparse. Non gli amici, come Matteo Orfini, Emanuele Fiano, Andrea Orlando, Simona Malpezzi, Gianni Cuperlo, Francesco Verducci e naturalmente Scalfarotto, che peraltro non era più nel Pd. Ho riscontrato maggiore vicinanza da altri partiti che dal mio».
Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata in vigore la separazione delle carriere?
«Posso presumere che un gip distinto avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il gup fosse lì per fare quello che voleva il pm».
Sarebbe bastato controllare le date e la tracciabilità del famoso prestito.
«Sarebbe bastato aver letto le memorie del mio avvocato».
Oltre alla separazione tra pm e giudici quant’è importante la responsabilità civile dei magistrati?
«L’istituzione dell’Alta corte disciplinare è uno dei punti qualificanti della riforma. Come tanti che hanno vissuto un’esperienza simile alla mia non nutro sentimenti di vendetta, ma mi auguro che si possa stabilire un principio per cui un magistrato che dispone di enormi poteri sulle vite delle persone, di fronte a un errore conclamato e ripetuto, sia sanzionato come avviene per tutte le categorie professionali. Di fatto, oggi, i magistrati, pm e giudici, godono di un’impunità pressoché assoluta».
Cosa pensa delle dichiarazioni di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo?
«Quelle del 2020 e 2021, quando urlavano contro il sistema delle correnti dal quale erano esclusi o quelle che oggi le rinnegano?».
Quelle in cui affermano che votano Sì al referendum mafiosi e massoni mentre votano No le persone per bene.
«Gratteri è mille miglia lontano dalla cultura garantista alla base della nostra Costituzione. Ci si riempie la bocca della Costituzione più bella del mondo, ma ci si dimentica la pagina che parla della presunzione d’innocenza. Ne sono conferma gli esiti di troppe indagini, comprese le sue, costellate da centinaia di innocenti, distrutti».
I magistrati dell’Anm temono più la separazione, il sorteggio dei membri dei Csm o l’Alta corte disciplinare?
«Temono il sorteggio perché verrebbe meno la loro funzione di potere e distribuzione degli incarichi. E temono l’Alta corte perché un soggetto esterno ai meccanismi attuali qualche sanzione seria nei confronti dei magistrati che sbagliano la applicherebbe».
Come fanno i fautori del Sì al referendum a sopravvivere nel Pd di Elly Schlein?
«Non lo so. Ho scelto di star fuori da questo Partito democratico che ha abbandonato la cultura garantista e l’impegno in favore dei cittadini per privilegiare quello di bottega. La separazione delle carriere era nel Dna della sinistra, ma è stata piegata a una battaglia antigovernativa. Naturalmente chi ha deciso di rimanere ha il mio rispetto, ma credo che l’attuale Pd non c’entri nulla con quello fondato con Walter Veltroni al Lingotto. Oggi il Pd va al traino del M5s, di Avs e di un’associazione privata che si chiama Anm».

 

La Verità, 7 marzo 2026

«Voterò sì, non perdono i persecutori di mio padre»

Gaia Tortora, chi era tuo padre?
«Un uomo per bene. Che amava leggere e fare il suo lavoro. Un giornalista prima e un conduttore televisivo poi».
Come si comportava in famiglia?
«Era una persona normale. Nonostante fossimo consapevoli della sua popolarità, siamo cresciuti in un clima in cui vigevano le regole delle persone normali. Non abbiamo mai respirato l’aria della popolarità o del vippismo, come si dice oggi. Anche in seguito questo ci ha aiutato a mantenere la barra a dritta».
L’hai riconosciuto nell’interpretazione di Fabrizio Gifuni nella serie tv di Hbo Max Portobello diretta da Marco Bellocchio?
«Ho ritrovato lo spirito di mio padre. Ovvio che nessuno fisicamente potrebbe mai somigliargli, ma con la voce e lo sguardo, Gifuni si è calato nello spirito della persona, non del personaggio. Si vede che ha studiato».
Che ricordo hai del giorno dell’arresto quando hai sostenuto l’esame di terza media?
«Ho un ricordo molto nitido di una giornata iniziata in maniera un po’ strana. C’era un certo lavorio in casa, si abbassava il volume della radio, il telefono che squillava… Cose che attribuivo al mio esame. Invece, era altro».
Vi ripetevate che l’equivoco si sarebbe chiarito in fretta, questione di ore.
«Era evidente che doveva essere così, una svista che si sarebbe chiarita rapidamente».
Hai collaborato alla realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno attinto al tuo libro Testa alta, e avanti?
«È un lavoro iniziato tre anni fa e loro hanno letto tutto quello che c’è in giro. Ci siamo visti, mi aggiornavano. Ma io non ho messo bocca su nulla. Intanto, perché c’era un signore che si chiama Marco Bellocchio, poi per preservare la libertà eventuale di poter dire che un film non mi piace».
Invece?
«È un lavoro molto coraggioso, che finalmente restituisce dignità e verità alla storia di mio padre».
Bellocchio si controlla più che in altre occasioni?
«Anch’io temevo le sue visioni, invece qui è stato molto asciutto».
C’è una scena in cui insieme a tua sorella Silvia e alla zia Anna visitate in carcere il papà, ma lui vi dice di non tornare: come vivesti quella decisione?
«Il carcere è un posto dove nessuno ha voglia di vedere un proprio famigliare. A quei tempi i colloqui avvenivano attorno a un tavolone dove ti dovevi quasi sdraiare per toccare un braccio dell’altro. Capii che il suo desiderio fosse evitare quel genere di situazioni».
Avevi 14 anni e, come si direbbe oggi, il diritto alla spensieratezza: come ha segnato la tua adolescenza quella tragedia?
«Ha segnato tutta la vita, non solo l’adolescenza. Ho capito verso i 50 anni quanto ha inciso su di me, in tutto. Nei rapporti con gli altri, nel volerli proteggere a costo di farmi del male. Da adulta ho iniziato a chiedermi che tipo di persona sarei stata se non fossi entrata in questo inferno».
È importante saperlo?
«È molto buddista dirsi “questa è la mia storia e basta”. Ma ogni tanto la testa va lì, e penso che sarei stata una ragazza più spensierata, senza il carico di dolore che si è accumulato nella vita con perdite su perdite».
Compresa quella di tua sorella Silvia.
«Che è morta a 59 anni, la stessa età in cui morì mio padre. Per fortuna mia madre, mancata nel giugno scorso, è arrivata a 92 anni. Convivo con il fatto di essere sola al mondo».
Tuo padre era l’unico uomo in una famiglia di donne. Che cosa vuol dire quello che scrivi nel libro: «ci siamo tutti trasformati nei doppi di noi stessi»?
«Vivi accantonando il te stesso vero, reale, che vorrebbe piangere, urlare e lasciarsi andare, e indossi i panni di un soldato che vuole raggiungere il prima possibile l’obiettivo».
Come hai potuto sopportare tutto questo dolore?
«Fingendo di non sentire, sostanzialmente, come fossi morta. Cosa che ho pagato con una serie di sintomi che sono emersi in età adulta».
Nella serie qualche scena ti ha commosso più di altre?
«Due forse. Quella del Pulcinella che danza nel corridoio della galera che è una citazione delle lettere rivolte ai giudici da mio padre. E il colloquio con il compagno di cella, il rivoluzionario interpretato da Pier Giorgio Bellocchio, quando mio padre gli dice: “tu sai perché sei qui, io no”».
C’è qualche momento che invece ti ha convinto di meno?
«Francamente no».
Uno dei pregi della serie è mostrare che i pentiti vivevano a stretto contatto nella caserma Pastrengo di Roma e trascorrevano insieme il tempo libero?
«Non solo, godevano di privilegi e potevano montare o smontare le loro versioni. Non a caso si chiamava Grand Hotel Pastrengo».
Un altro pregio è sottolineare la complicità tra la procura di Napoli e i cronisti di giudiziaria?
«Per come sono andate le cose, più che cronisti erano dei passa veline. Gli uffici della Procura le passavano e loro le pubblicavano senza verificarle e condendole di aggettivi vomitevoli».
Quanto ti dispiace che non l’abbia prodotta la Rai e che non la vedrà un pubblico più ampio?
«Mi dispiace per tutte le persone che mi stanno fermando e che non possono permettersi una piattaforma. Rai Fiction partecipa con una piccola quota. D’altra parte, quando gli americani hanno visto il soggetto sono impazziti e hanno deciso di farne un lancio mondiale».
Qual è stata la causa principale di ciò che è accaduto a tuo padre?
«Ho 56 anni e ancora me lo chiedo. Pensa com’è difficile vivere con questo tarlo nella testa».
È stato vittima di un errore giudiziario o di qualcos’altro?
«Per sintesi lessicale, televisiva ed editoriale si parla di malagiustizia o di errore. Io ritengo ci sia stata in quella magistratura e in quell’informazione del dolo».
Cioè?
«Non verificando e non cercando i riscontri, automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole. Sai che quello che fai è sbagliato. Quando c’è dolo c’è responsabilità».
Quanto fa male riconstatare che gli inquirenti non hanno verificato le falsità dei pentiti?
«Fa male tutti i giorni, non solo quando se ne parla per una serie o per altro».
Sarebbe bastato chiamare il numero di telefono annotato nell’agendina della compagna di Giuseppe Puca sotto il nome di Enzo Tortona?
«Per questo dico che c’è dolo. Sarebbe bastato anche un accertamento bancario, piccole cose».
I mancati controlli e la superficialità delle indagini derivano da arroganza e presunzione dei magistrati?
«Non lo so. Capisco che voi colleghi poniate la domanda a me, ma forse non sono io a dover rispondere. Quando si mette in piedi un’operazione come quella contro la Nco (Nuova camorra organizzata ndr) se si sfila l’imputato eccellente magari tutto l’impianto accusatorio crolla».
Arroganza e presunzione sono vizi da cui la magistratura di oggi si è liberata?
«Non mi piace generalizzare proprio perché credo nella giustizia, ma non voglio avere paura della giustizia. Non penso che tutti abbiano vizi come quelli che aveva chi ha gestito le indagini su mio padre».
Che cosa pensi del fatto che i magistrati che l’hanno condannato hanno fatto carriera?
«Che è un’assoluta vergogna. E che nei curriculum dei magistrati, molti dei quali sono bravissimi, bisogna controllare quante inchieste hanno portato a buon fine e quante no».
Secondo te, come hanno continuato a vivere quelli che dopo 11 mesi dall’assoluzione in Cassazione hanno appreso della morte di tuo padre?
«Sinceramente cos’hanno fatto o non fatto dopo non lo so e non mi interessa. Di certo, non li perdono».
Che cosa pensi del fatto che negli ultimi sette anni sono stati pagati dallo Stato 220 milioni di risarcimenti per ingiuste detenzioni, 78 dei quali in Calabria dove Nicola Gratteri è stato titolare di numerose importanti inchieste?
«Penso che questo potrebbe essere uno dei casi in cui controllare il curriculum. E che il dottor Gratteri abbia detto una cosa molto grave qualche giorno fa. Stigmatizzando, oltre a massoni deviati, indagati e imputati tra coloro che votano Sì al referendum, ha dato un marchio di colpevolezza a persone che il nostro ordinamento giudiziario presume innocenti fino al terzo grado di giudizio. Sono francamente basita che quando questo signore viene intervistato nessuno glielo ricordi».
Che cosa insegna la vicenda di tuo padre riguardo al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati?
«Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito della riforma anche con un governo di centrosinistra».
Perché prima dell’uscita della serie su Hbo Max alcuni media orientati verso il No hanno preventivamente messo in guardia da strumentalizzazioni?

«Se è per questo ho sentito dire anche che il caso di mio padre è stato un errore del fato. Così come a destra qualcuno lo sventola a sinistra lo si vive con imbarazzo. La libertà ha un prezzo anche se, personalmente, non sono collocabile né a destra né a sinistra. Credo che la gente abbia il cervello per informarsi, guardare un film e decidere. Poi, purtroppo, ora il tema è diventato politico. Abbiamo già visto altri referendum dove entra di tutto come in un frullatore».
Oltre che per favorire la terzietà del giudice nel processo, lo smantellamento delle correnti serve a rendere un po’ meno intoccabile la più intoccabile fra le categorie professionali?

«Forse per renderla più equilibrata. Tanti magistrati che non appartengono alle correnti principali non toccano palla e così sono obbligati ad affiliarsi. Secondo me, questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e di un suo corretto funzionamento».
Premesso che fu il ministro della Giustizia fascista Dino Grandi a unificare le carriere e che l’ex partigiano Giuliano Vassalli voleva separarle, perché Elly Schlein, Massimo D’Alema, Romano Prodi e Rosy Bindi si sono espressi in favore del No?

«Sinceramente non lo so. Rispetto tutte le opinioni e potrei fare altri nomi di persone di centrosinistra che trovano le ragioni del Sì negli opposti orientamenti di Grandi e Vassalli. Forse coloro che votano No lo fanno all’interno di una logica politica. Siccome al governo c’è una maggioranza di centrodestra, bisogna combattere questa coalizione con tutte le forze».

La Verità, 22 febbraio 2026

«Il fascista Grandi unì le carriere, invece Vassalli…»

Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo semplicemente che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo. E poi non voglio diventare un vecchio che passa le giornate a litigare sui social».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto».
«Perché il cielo era azzurro ed il mare salato»…
«Sì, era un tempo in cui le cose erano più nitide e si chiamavano con il loro nome. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano no le persone per bene e votano sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli non è nuovo a manipolazioni, qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il no non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: sig. Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Altri infortuni del comitato per il No?
«Non so come sia venuto in mente al suo social media manager il meme delirante di quell’adunata di CasaPound usata per dire che chi vota sì è fascista. Peraltro, dimenticando che l’unificazione delle carriere fu voluta da Dino Grandi, all’epoca ministro della Giustizia del governo fascista. Almeno un pizzico di memoria storica potrebbero anche averla».
A proposito di sovrapponibilità, Il foglio ha documentato quella tra le dichiarazioni di Grandi e di Debora Serracchiani, responsabile giustizia dem, o di Cesare Parodi, presidente dell’Anm.
«Di fatto questa sovrapponibilità c’è. Si fa di questa battaglia una difesa dell’indipendenza della magistratura come se venisse messa a rischio da questa riforma: ciò che naturalmente non è».
Poi c’è stato il video con i ragazzi medaglie di bronzo del curling.
«Altro scivolone terribile perché svela l’idea per la quale, siccome ci si ritiene nel giusto, chiunque fa qualcosa di buono deve pensarla come noi e quindi lo arruoliamo senza neanche chiederglielo. Un atteggiamento di una prepotenza insopportabile».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa Pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?

«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il no e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il no alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
La convince la rimonta del no che secondo i sondaggi di Youtrend e Ipsos-Doxa sarebbe in atto?
«Francamente non seguo mai molto i sondaggi perché ritengo che bisogni seguire prima la propria coscienza. Siamo un Paese conservatore nel quale il conservatorismo è molto ben rappresentato anche a sinistra».
La convince che secondo altri sondaggi (di Alessandra Ghisleri e Antonio Noto) la preferenza del no sarebbe determinata dall’opposizione al governo Meloni più che dal contrasto alla riforma?

«Per quanto mi riguarda voterò sì per fare un favore a me stesso più che alla Meloni».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?

«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd e chi realizza i suoi meme hanno il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
Quando fu costretto a dimettersi da assessore alla Cultura di Livorno per dei post poco woke coniò l’espressione «narcisismo etico». Da allora questa patologia è regredita?
«Direi che è sempre saldamente incistata nel campo largo».
Negli ambienti della magistratura il senso di superiorità morale ha una variante specifica?

«Può darsi. Ma non conosco un numero sufficiente di magistrati per fare una diagnosi».
Si sentono investiti della missione di correggere l’azione della politica soprattutto quella di un governo di centrodestra?

«La dichiarazione di De Cataldo sul ruolo di controllo della magistratura lo dice fuori dai denti».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?

«Sicuramente sì. Paradossalmente, persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».

 

versione integrale

(parziale su La Verità, 18 febbraio 2026)

«Il leader del campo largo? Lo cercano a Medjugorje»

Striscia la notizia che non striscia è un esperimento riuscito?
«È un esperimento riuscitissimo. Tra le trasmissioni di Canale 5 andate in onda contro Don Matteo è quella più vista degli ultimi cinque anni. Quindi chi ha deciso, nonostante la perplessità di molti, di piazzarci in questo giorno assolutamente non favorevole, l’ha comunque azzeccata».
È riuscita la prima puntata o l’idea della prima serata?
«Ci è stato chiesto di realizzare una trasmissione in prima serata che noi abbiamo cercato di costruire con l’idea della parodia del varietà. Ma manteniamo i nostri servizi e le nostre inchieste, che restano fortissime».
È un ciclo di cinque serate, che ascolti dovete fare per allungarvi la vita?
«Per ora sono state stabilite cinque puntate che finiscono prima del Festival di Sanremo. L’ascolto che ci ha chiesto Pier Silvio Berlusconi per la prima puntata di 2,5 milioni di telespettatori è stato ampiamente superato. Se poi si guarda la sovrapposizione con Don Matteo superiamo anche i 3 milioni, quindi l’obiettivo è raggiunto. Spero non le dispiaccia».
Farete un altro ciclo?
«In questa stagione ci sarebbe qualche problema organizzativo perché Iacchetti ha il suo tour a teatro e io stesso avrei degli impegni. Semmai sarebbe un progetto per la prossima stagione».
La prima puntata avete avuto ospiti Fiorello, Maria De Filippi e Alex Del Piero: è difficile mantenere questo livello anche stasera?
«L’impatto degli ospiti dipende anche da cosa gli fai fare. Gli ospiti di questa sera sono Lorella Cuccarini, Checco Zalone, Gerry Scotti, Gabriel Garko, Emanuela Folliero, i Cugini di Campagna e i Bellissimi di Rete 4: Nuzzi, Giordano, Del Debbio. Per un uccellaccio del malaugurio come lei, le sembrano sufficienti?».
Celentano non siete riusciti a convincerlo o Claudia Mori si è messa di traverso come sembrava dalla vostra gag?
«Era solo una gag in purezza».
Fingo di crederci.
«Secondo lei mandiamo un sosia di Rocky a gridare Adriano Adriano sotto le mura di una presunta casa Celentano? Era una presa in giro della ricerca degli ospiti del varietà. “Allora chi invitiamo? Mina, Celentano…”. Anche perché, con rispetto parlando, è più famoso Sylvester Stallone di Celentano».
La presenza di Enzo Iacchetti vi ha tolto qualcosa?
«Qui la aspettavo. La presenza di Iacchetti è fonte di una campagna di odio violenta da parte di gente organizzata».
Addirittura.
«Come li giudica migliaia di commenti sui social che invitano a cambiare canale mentre lui è in video? Il movimento si chiama “Iacchetti? No, grazie!”. Un linciaggio alla persona teso esclusivamente a fomentare odio. Si mostra una foto fake di Iacchetti con un cartello davanti alla Tour Eiffel che dice “cosa ne pensate se me ne andassi fuori dall’Italia?”. Su una frase che Iacchetti non ha mai detto, né ha mai attaccato la Meloni, si forma una valanga di insulti e minacce contro lui e la trasmissione: non guardatela, cambiate canale…».
Un po’ si è esposto?
«Essendo l’uomo più buono del mondo si è esposto, mettendoci la faccia, quando a metà settembre scorso nel programma di Bianca Berlinguer, mentre parlava dei bambini morti a Gaza, il rappresentante della comunità ebraica gli ha detto “definisci bambino”. Una frase orrenda. Vuol dire che certi bambini si possono ammazzare e altri no? A quel punto Enzino ha sclerato. Farlo diventare per questo l’ideologo dei pro Pal è semplicemente ridicolo. Nessuno di noi è antisemita. Siamo semplicemente contro la guerra, come delle innocue aspiranti Miss Italia. Ma per gli haters questa semplice frase, dirsi contro la guerra, significa schierarsi politicamente. Falso, perché qualunque cattolico dovrebbe essere contro la guerra».
Anche nelle successive ospitate ha assunto posizioni oltranziste.
«Non mi risulta. Mi risulta che abbia una posizione preoccupata, pacifista e senz’altro contro Netanyahu. La stessa che hanno anche ambienti ebraici che ci seguono e ci stimano».
In compenso avete avuto la complicità dei mammasantissima di Mediaset: Gerry Scotti ha ospitato Greggio e Iacchetti per un lungo promo, Maria De Filippi ha fatto l’inviata.
«Striscia è la trasmissione più iconica di Canale 5. Quella che l’anno scorso, dopo i programmi di Maria al sabato, faceva più ascolti».
Cosa vi dà e cosa vi toglie la prima serata?
«A me dà l’idea di una nuova sfida, che può eccitare anche alla mia età. Era una scommessa difficile, con tanti gufacci che prevedevano la nostra fine e ora, dopo la prima puntata, si chiedono come faremo la seconda».
Meno denuncia e più varietà?
«No, le denunce rimangono. Abbiamo fatto pezzi che ci hanno provocato da subito grossi grattacapi tipo quello sui neomelodici. L’esperimento sociale di Valerio Staffelli sta facendo milioni di visualizzazioni».
Non è che invecchiando sta diventando più buono?
«Sono sempre stato buono, anche troppo».
La caricatura di Sergio Mattarella funziona?
«Era una gag episodica, messa lì semplicemente per prendere in giro il varietà. Guardate che ci siamo impegnati, abbiamo sei veline, lo studio più grande, l’orchestra, stiamo cercando Celentano e abbiamo anche Mattarella».
È lui il vero capo dell’opposizione?
«Io lo vivo sempre come un pacato democristiano».
Della sinistra democristiana.
«Lo dice lei, io non penso».
Se farete un altro ciclo condurranno sempre Greggio e Iacchetti?
«Dipende dagli impegni di tutti».
Si possono sempre cambiare i conduttori: Pio e Amedeo?
«Hanno il loro varietà».
Bonelli e Fratoianni?
«Se non ce la fanno nemmeno a condurre un partito che avrebbe potenzialità enormi, come pensa che possano condurre una cosa complessa come un varietà».
Fabrizio Corona e Alfonso Signorini?
«Nel 2017 il magazine di Signorini aveva suggerito la conduzione di Corona e io risposi che glielo avrei fatto condurre insieme ad Alfonso Signorini, entrambi completamente nudi, e i loro corpi sottoposti a una salatura. Al posto delle veline, due capre dei Pirenei. Risate assicurate».
Il Gabibbo sulla neve delle Olimpiadi di Milano-Cortina produrrebbe un bell’effetto cromatico?
«Non è escluso, se accadono fatti che lo stimolano. Siamo sempre sul pezzo».
Stefano De Martino è il conduttore più talentuoso dell’ultima generazione?
«È senz’altro il più poliedrico, difatti l’avevo individuato per fargli condurre Striscia. Io e lui eravamo d’accordo già nell’ottobre 2023, ma poi si è perso tempo sul contratto. E quando Amadeus se n’è andato nella primavera del 2024, la Rai ha bloccato De Martino». 
Affari tuoi è all’ultima stagione?
«È ancora vivo e vegeto. Se si tiene il pacco da 300.000 euro fino alla fine, come han fatto l’altro giorno, e ci si allunga nell’orario, è tutt’altro che morto. È chiaro che ha una difficoltà per cui deve essere alternato. Dopo la trentesima volta che vedi da una parte 300.000 e dall’altra 20 euro anche il più tonto si insospettisce».
Perché la generazione dei quarantenni come Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Andrea Delogu, Diaco, faticano a sfondare?

«Evidentemente non faticano abbastanza».
È difficile gestire inviati e collaboratori che lavorano e guadagnano parecchio meno di prima?
«Nella fase iniziale lo è stato perché si era detto che si partiva a novembre. Invece, per motivi anche misteriosi, siamo partiti dopo metà gennaio. Ci siamo trovati in difficoltà soprattutto con chi non aveva preso altri impegni per aspettare di partire con noi per realizzare indagini che richiedono parecchio lavoro. Strada facendo anche questa situazione si risolverà».
Ha detto che Striscia è «unica e irripetibile, un bene della nazione»: troppo?
«È la trasmissione dei record. Se fossimo stati sostituiti da una trasmissione più moderna allora avremmo un rimpianto. Ma siccome siamo avvicendati da un format che viene da lontano e nelle altre reti si fa una tv antica, continuiamo a essere la trasmissione più moderna, provocatoria e soprattutto utile al pubblico in circolazione».
L’hanno chiamata a tenere una lezione alla Sorbona, fanno tesi di laurea su Striscia, le manca il Nobel per la cultura pop, che per altro non c’è?
«Fu un ciclo di lezioni alla Sorbona che la responsabile del Celsa Françoise Boursin definì formidable».
In francese suona meglio. Un’installazione di Striscia al Moma ci starebbe?

«Certo».
È un programma immutabile o una versione corsara è possibile?
«Dimostra di sapersi adeguare a varie formule».
Pier Silvio l’ha invitato a cena dopo che ha detto di non averlo mai visto per più di cinque minuti a quattr’occhi?
«Sì, ma non a quattr’occhi. Meglio per tutti e due».
A proposito, quando è a Cologno pranza con la squadra di autori e la sera nel residence con chi cena?
«A Cologno non pranzo, nel senso che mi accontento di una roba che noi chiamiamo cibo d’autore, focaccette, dolcetti, schifezzuole… Altri autori prima o dopo mettono i piedi sotto la tavola. La sera vado al ristorante o ceno al residence da solo. E, fieramente, mi lavo anche i piatti».
E dopo si sciroppa i talk show e i programmi d’inchiesta?
«No, non li guardo».
Il preferito e il meno amato?
«Davvero, non li guardo. La sera leggo o svengo».
A Stefano Lorenzetto l’85enne Pierluigi Magnaschi, il più vecchio direttore di giornali del mondo, ha confessato che dalle 3 alle 5 di notte legge tutti i quotidiani, stranieri compresi. Lei che abitudini ha?
«Ringrazio Lorenzetto per le pulci ai giornali che fa per tutti noi».
Ma le sue abitudini?
«Leggo fino all’una di notte e poi ricomincio alle sei e mezza».
Da quale giornale inizia?
«La Stampa di Torino».
E quello che le dà più soddisfazione?
«Mmmh… direi Playboy, se c’è ancora…».
Con Marina Berlusconi che rapporto ha?
«Sono anni che non la vedo, l’ultima volta fu all’uscita del Teatro Manzoni. Però mi piaceva quando scriveva contro Carlo De Benedetti».
Auspica che uno fra lei e Pier Silvio scenda in campo?
«Veramente avevo sentito parlare di Massimo Doris. Fossi nei figli di Berlusconi invece che scendere, salirei a Saint Moritz e terrei il telefono spento per un mese».
Rimpiange i tempi della sit Il Cavaliere mascarato?
«Berlusconi dava spunto a tutti i satirici, ci faceva vivere di rendita».
Durante il caso Giambruno si diceva che avesse nel cassetto altri fuorionda, invece…
«Tutto quello che avevo è andato in onda. Anche perché quella performance l’aveva fatta a Milano mentre a Roma era molto più prudente. Ho aspettato per avere nuovo materiale, ma non sono arrivate altre gioie».
L’ha mai incrociato negli studi di Cologno?
«Mai».
Forza Italia ha bisogno di volti nuovi o va bene così?
«Potrei dare consigli fraudolenti».
La ascolto.
«Non mi viene in mente nessuno. Anzi sì, Lele Mora».
Volti nuovi per il Pd?
«Più che di volti mi sembra abbia bisogno di programmi».
Elly Schlein, sotto gli slogan niente?
«Intanto, ha resistito più di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, è chiaro che verrà spazzata via, come da abitudine, non dalla destra, ma dai suoi cacicchi».
Può essere segretario del Pd una che ha l’armocromista e la cittadinanza svizzera?
«Sono in conflitto d’interessi perché dal punto di vista della satira è il paradosso ideale. L’anno scorso ci abbiamo campato tutta la stagione».
È in conflitto d’interessi perché è del Pd?
«No, da semplice cittadino penso che un’opposizione forte faccia bene al Paese».
Chi vedrebbe come futuro segretario, Beppe Sala o Maurizio Landini?
«Nessuno dei due».
Giorgio Gori?
«Lui di varietà se ne intende. Saprebbe organizzare un grande show».
E come futuro candidato premier del centrosinistra?
«A Medjugorje si sta aspettando un’apparizione».
Chi è il leader di partito con maggiori doti mediatiche, dialettiche?
«Matteo Renzi, ma, per fare un esempio calcistico, sembra uno di quei virtuosi nel palleggio a bordocampo che poi in squadra fanno danni».
Di Donald Trump si sottolineano troppo i lati negativi?
«Fa di tutto perché si sottolineino quelli».
Almeno non è ipocrita: fa la guerra alle guerre, al green deal e al woke?
«Secondo me queste azioni fanno parte della sua enorme ipocrisia».
È andato a vedere il film di Checco Zalone?
«Sì e mi è anche piaciuto. Sono andato nei giorni scorsi a un’ora improponibile e il cinema era pieno».
L’ultima volta che ha votato?
«Ho rimosso».
Al referendum sulla separazione delle carriere voterà?
«Voglio farmi condizionare dagli ultimi giorni della campagna referendaria per decidere se farlo o no».
Mandi un buffetto al suo amico Beppe Grillo.
«Beppe sa che può sempre contare su di me».
Che impressione le ha fatto l’ultimo post introspettivo?
«Ribadisco la risposta precedente».
È più ingiustificata la superiorità morale della sinistra o il vittimismo della destra?
«Due cialtronate ingiustificabili».
Se lo aspettava che Giorgia Meloni durasse così a lungo?
«L’Italia è comunque sempre stata sostanzialmente un paese di destra. Meloni ormai incarna un intrepido esempio della Resistenza, non so se le farà piacere».

 

La Verità, 29 gennaio 2026

«Ateo fino a 40 anni, ora sono davvero Laudadio»

Ateo ribelle fino a quarant’anni e poi credente. Niente folgorazioni o cadute da cavallo, però. Ma circostanze e situazioni curiose, la prima è stata quella di anticipare, a sorpresa, il nome scelto da Jorge Mario Bergoglio, «Francesco». Ma guarda che finora nessuno si è chiamato così e di solito un Pontefice sceglie il nome di un predecessore, gli era stato fatto notare. Invece… Poi altri fatti, il libro Per una Chiesa scalza di Ernesto Olivero che qualcuno gli ha regalato, il rapporto con don Silvano Lucioni… Max Laudadio, 54 anni, attore, presentatore, storico inviato di Striscia la notizia, protagonista del musical Aladin, unisce tutti questi puntini in Il Cantico delle formiche (TS edizioni), una sorta di autobiografia esistenziale, civile e famigliare.
Chi era suo padre, al quale dedica il libro?
«Un uomo che partendo da un livello basso di cultura mi ha insegnato a essere interessato alla vita e a valori come il rispetto della famiglia, per la propria compagna, per i figli, e a non mancare agli appuntamenti importanti per loro. Quando sei bambino lo vedi come un supereroe. Crescendo, impari a riconoscere un uomo che sbaglia come tutti, rendendo più reale e solida l’immagine che hai di lui».
Nel primo capitolo parla della sua ricerca della felicità: può risultare qualcosa di sentimentale in un mondo pieno di violenze e contraddizioni?
«In realtà, credo che tutti cerchiamo questa benedetta felicità. Magari diciamo che viviamo per qualcos’altro, ma poi le scelte mirano a quell’obiettivo. Mentre da giovani la identifichi con il denaro, la carriera, le case che compri, andando avanti la abbini a qualcosa di più profondo. Certo, non tutti si fermano davanti a uno specchio chiedendosi che cosa ci manca per essere felici. Sì, in un mondo così può apparire un fatto sentimentale, ma da idealista spero che questa ricerca riguardi tutti. Io parlo della fede che è servita a me, ma non posso pretendere che sia universale. Però sono sicuro che non può coincidere con qualcosa di materiale».
Scrive che «la vita ha avuto bisogno dell’irrazionalità per dialogare con l’anima»: cosa vuol dire?

«Per definizione la fede è qualcosa di irrazionale: credi in una realtà che non vedi. Credere che Gesù sia il figlio di Dio è un fatto di fede che nessuno, Papa compreso, può dimostrare. Possiamo dire che storicamente è stato un grande uomo, ma la convinzione che Gesù figlio di Dio appartiene al nostro sentire».
Però la ragione, per sua stessa natura, ammette l’esistenza di un oltre trascendente.
«Anche la scienza quantistica afferma che siamo fatti di energia, ma non riesce a dimostrare come nascono i sentimenti. La ragione riconosce che esiste la trascendenza anche se non riesce a penetrarla. Da ateo pensavo, secondo certi stereotipi, che il credente subappaltasse le proprie decisioni. Invece, ho scoperto che ci viene chiesto di metterci in prima linea e agire. Magari anche contro i nostri interessi, perché se siamo con altre persone attorno a un tavolo il Vangelo ci dice di tener conto di tutti e non di pensare solo a noi stessi».
Perché preferisce chiamare quello che le è successo incontro piuttosto che conversione?
«Perché sono un po’ vittima degli stereotipi. Tipo: con l’anello del Papa potremmo sfamare i poveri dell’Africa. Parole come conversione, o anche misericordia, le sento desuete; parole che indicano qualcosa di vecchio».
La decisione di lasciare Milano e andare a vivere a Cuasso al Monte, un paesino del Varesotto a 700 metri di altitudine, è conseguente a questo incontro?
«No, è precedente e dipende dalla salute di mia figlia alla quale il pediatra aveva diagnosticato un’otite da inquinamento. Non sapevo nemmeno che esistesse. Da quel momento Bianca non ha più preso antibiotici».
La baita nel bosco è sinonimo di autenticità?
«Certo. Avere davanti i grattacieli e la movida è diverso dal vivere immersi in panorami che raccontano il mutare delle stagioni e smuovono le emozioni al tramonto. Davanti alla maestosità della natura ti senti una formica di fronte a una vetta».
Sua moglie ha avuto un ruolo nel suo avvicinamento al cristianesimo?
«Il contrario. Lei è sempre stata credente, ma quando ci siamo incontrati e io ero ateo anche lei ha praticato meno di prima. Poi, nella coppia si cammina insieme, le scelte vengono condivise e quando mi sono avvicinato per lei è stato un ritorno a casa. Mia moglie ha una gran testa e doti di razionalizzazione e progettazione unite a onestà e capacità di ascolto incredibili».
Anche se di notte la tiene allerta?
(Ride) «Mi accusa di russare, mentre lei ha il vizio di parlare nel sonno. Fa il sindaco anche dormendo; qualche sera fa riprendeva qualcuno che non pagava le tasse».
La fede ha generato l’attivismo espresso nell’Associazione On o era impegnato anche prima?
«Sono sempre stato attivo nel volontariato, ma adesso il mio impegno è cambiato. Prima cercavo la riconoscibilità, l’articolo di giornale che raccontasse il mio lavoro. Era una forma di egocentrismo. Ora questa ricerca di gratificazione è sparita. La gratuità vera è non cercare un tornaconto, nessuno può vedere interessi personali in ciò che faccio. Se sali su un palco davanti a 10.000 persone un po’ di ego lo devi avere, ma un conto è il lavoro, un altro la vita. Il teatro, l’Agenzia etica, il musical Aladin: tutto è influenzato da quello che mi è capitato».
Che è diventato anche un fatto comunitario?
«È come un’esplosione. La fede non ci obbliga a stare in ginocchio tutto il giorno, ma in prima linea. La preghiera la vivi dentro quello che fai, non vado a dire Gesù vuole questo, da ossessionato o estremista della fede».
Il suo libro è un concentrato di attività e iniziative: trova mai il tempo di rilassarsi?
«Penso che ognuno di noi è chiamato a dare il massimo, amo vedere la gente stare meglio. Poi serve un rilassamento anche fisico. Quando io e mia moglie andiamo qualche settimana a Tavolara l’ozio smuove la creatività, scrivo i miei libri, penso i progetti che poi realizzo. Lo spazio per la famiglia lo trovo sempre».
Il cristiano è un aggiustatore del mondo?
«No, è un uomo fortunato che potrebbe aiutare a migliorare il mondo. Perché le cose che Gesù diceva erano giuste, sfido chiunque a dire che erano sbagliate. Il punto è mettersi in prima linea e applicarle».
Che sintesi ha fatto del tentativo di adozione stoppato dal Tribunale dei minori?
«Viviamo in un Paese costruito su norme e burocrazie che fanno perdere il sentimento e i valori. L’esempio chiaro è un’assistente sociale che ha il potere di giudicare se posso essere un bravo padre, non se sono un pedofilo, un violento o una persona inaffidabile. Non aiuta le famiglie ad accogliere un bambino e dopo a verificare se è stato accolto bene. Prima ti fanno sudare 100 camicie per l’idoneità adottiva, poi quando il bambino arriva, spariscono. Ho fatto mille battaglie su questo».
Che cosa pensa del trattamento riservato ai Trevallion, la famiglia del bosco di Palmoli?
«Penso che si sia superato il limite. È giusto che i bambini abbiano un’educazione e non siano maltrattati, ma è doveroso rispettare le scelte di padre e madre che hanno dimostrato di amarli follemente. È più importante l’amore di questi genitori o che si rispettino le regole della società civile? Trovo tutto assurdo».
Cosa pensa della pratica dell’utero in affitto?
«Ho fatto tanti servizi anche a Striscia: è una scelta che non condivido assolutamente. Ma questo indipendentemente dalla fede. Sono pratiche non giuste. Posso capire una donna che vuole avere un figlio, ma ci sono tanti modi per averlo, primo fra tutti adottarlo. Tutt’altra faccenda è far crescere nel proprio corpo un bambino e poi darlo…».
Dietro compenso.
«In un mondo dove ci sono milioni di bambini che si possono adottare».
Nell’ambiente dello spettacolo e della tv come hanno reagito colleghi e amici davanti al suo cambiamento?
«Non credo che nessuno si sia accorto di niente perché sono lo stesso pirla di prima. Non è che se uno diventa cristiano cambia rispetto a quello che è. Faccio sempre gli stessi errori, ho cambiato solo il modo di fare le scelte. Non penso più solo a me stesso, ma agli altri, questo è ciò che mi ha insegnato la fede. Non sono diventato un supereroe».
Perché ha lasciato Striscia la notizia?
«È stata una scelta ponderata, difficile e sofferta. Dopo 23 anni Striscia è casa mia, lo facevo con l’idea di aiutare qualcuno. Poi, essendo un sognatore, voglio provare altre cose, credo che a 55 anni si possa farlo. Questo mi ha portato in teatro, nel musical e a una serie di idee che spero di realizzare prima possibile».
Me ne può anticipare uno?
«Sto lavorando a un progetto televisivo… Con la certezza che, arrivato al musical, non voglio più uscirne».
Antonio Ricci dice che chi è stato inviato di Striscia lo rimane per sempre.
«Credo sia vero perché lo fai con degli ideali, credi nella giustizia, nell’aiutare gli altri e ti senti chiamato a questo lavoro. Dentro, penso di rimanere sempre un inviato di Striscia. Detto questo, nessuno di noi è una sola cosa, possiamo portare avanti altre professionalità e altri talenti. Rinunciare ai sogni sarebbe un peccato».
«Responsabilità, misericordia, allegria» è il motto di San Domenico Savio che ha adottato: l’allegria può essere obbligatoria?
«Non puoi scegliere di essere felice. Invece l’allegria, essendo sprigionata da un fattore chimico del nostro organismo, può essere indotta in modo più facile. Se al risveglio penso a cose positive, il mio corpo reagisce di conseguenza. In tanti momenti possiamo favorire la nostra allegria».
Papa Francesco, Il Cantico delle creature, l’amore per il Santo di Assisi: il suo è stato un incontro con il cristianesimo o con il francescanesimo?
«Caspita… È un incontro con tutto. Sono un fan sfegatato di San Francesco e un fan sfegatato di Cristo in quanto uomo che ha fatto cose meravigliose. Amo la Chiesa povera di chi si mette a disposizione totale con i sandali, ma conosco preti come don Silvano Lucioni che ha una storia diversa e la stessa fede. Le sensibilità e le correnti appartengono più alla comunicazione che alla concretezza della verità».
La lode a Dio ce l’ha nel cognome: è diventato quello che è sempre stato?
«Non so se sono diventato quello che già ero, so che adesso mi piaccio molto di più».

 

La Verità, 23 gennaio 2026

«Trump agisce, Xi e Putin assistono impotenti»

Federico Rampini, il Risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale quali sarebbero?
«Primo: in geopolitica i rapporti di forze contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati». 
Risiko è il titolo del tuo programma che dal 14 gennaio andrà in onda per sei mercoledì su Canale 5 in seconda serata, un ciclo di docu-film sul nuovo scacchiere mondiale. Come lo racconterai?
«Dalla mia casa di New York e dai luoghi iconici di una città che rimane il centro del mondo, spiego la geopolitica per il pubblico italiano. I potenti della nostra epoca e il Risiko con cui si contendono il mondo. Prima puntata: Trump e le guerre economiche globali. Parto da questo paradosso: Trump va al potere in un’America fortissima, all’apice della sua prosperità economica, eppure sembra voler sfasciare tutto. Come nasce il suo assalto alle regole dell’economia globale che l’America stessa aveva costruito? Seconda puntata, Xi Jinping, il dragone che è sicuro di dominarci. Con i piedi a Chinatown vi racconto la Cina di ieri e di oggi, attingendo alla mia esperienza di cinque anni da corrispondente a Pechino e ai miei viaggi più recenti. Descrivo un Paese da fantascienza, dove ho visto meraviglie tecnologiche che noi occidentali non ci sogniamo. Terza puntata, Putin “latifondista globale“. A seguire: la rinascita di un impero arabo sotto la guida di un principe quarantenne. L’Europa guidata da una Germania che si riarma. L’Africa che nessuno vuole vedere, un continente giovane e dinamico, pieno di problemi ma anche di vigore. Inchieste in movimento, con un ritmo cinematografico, grazie a quel set travolgente che è New York. Capitale globale: contiene letteralmente tutte le nazioni di questo mondo». 
L’arresto di Maduro in Venezuela, le mire sulla Groenlandia e il sequestro delle petroliere russe sono l’inizio di un nuovo imperialismo americano o siamo ancora nell’applicazione della dottrina Monroe, sostanzialmente difensiva rispetto all’espansionismo europeo?
«L’imperialismo americano da due secoli non era mai cessato nell’emisfero occidentale. Il progressista Kennedy inaugurò la sua presidenza nel 1961 lanciando un’invasione di Cuba per rovesciare il filosovietico Castro, fu un disastro ma l’ingerenza era plateale. Bush padre, moderato e multilateralista, mandò reparti militari a Panama per catturare il narco-dittatore Noriega. Trump si distingue solo perché non ha nessun pudore nel dichiarare che gli interessi economici guidano la sua politica estera, e che l’America non si fa condizionare dal consenso delle opinioni pubbliche altrui».
Queste azioni indicano un cambio di strategia o sono coerenti con gli annunci della prima ora?
«Nel recente documento della Casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale c’è scritto tutto. In certi casi c’è continuità rispetto a Obama-Biden: la decisione di procedere a un graduale divorzio dalla Cina, rispetto all’interdipendenza totale del trentennio precedente, cominciò a maturare verso la fine del mandato Obama». 
Panama, Venezuela, Groenlandia, Messico: si torna alla politica delle aree d’influenza?
«No. Non se con questa espressione si allude al fatto che l’America si accontenta di dominare l’emisfero occidentale e gli altri possono fare quel che gli pare altrove. Non si spiega come sia aumentata l’influenza Usa in Medio Oriente, ridimensionando Russia, Cina, Iran».
Molti ritengono che l’esfiltrazione del dittatore di Caracas, che comandava pur avendo perso le elezioni, finisca per legittimare l’aggressione russa all’Ucraina e le possibili azioni di Pechino contro Taiwan: è davvero così?
«Falso, è un teorema che ribalta la cronologia storica. Xi proclama la volontà di annessione di Taiwan dal 2012, quando c’era Obama alla Casa Bianca. Putin invade la Crimea nel 2014 sempre sotto il naso di Obama e invade l’Ucraina nel 2022 durante la presidenza Biden. Anzi, per Xi e Putin è motivo di preoccupazione e imbarazzo lo spettacolo di impotenza che hanno dato al mondo intero, non riuscendo a proteggere i loro alleati in Siria, Iran, Venezuela. Inoltre, è un problema per loro se l’America si conquista il ruolo di arbitro del mercato petrolifero mondiale». 
È più corretto pensare che il capo della Casa Bianca badi soprattutto ai suoi interessi economici e all’approvvigionamento di petrolio, gas e terre rare?
«L’America ha l’autosufficienza energetica, controllare il petrolio venezuelano, condizionare quello iraniano e russo, accresce il suo potere negoziale sui rivali strategici come la Cina. In quanto a terre rare: è passata inosservata la Pax silica con cui l’America coalizza alleati per affrancarsi dal semi-monopolio cinese. Certo che gli interessi economici sono dominanti nella visione di Trump».
La sua preoccupazione maggiore è contrastare l’espansionismo cinese.
«Per ora ci sta riuscendo, il deficit commerciale Usa-Cina continua ad assottigliarsi».
Che effetti ha sul fronte interno questo attivismo del tycoon?
«Salvo che nelle grandi guerre, gli elettori americani non si appassionano di politica estera».
Il mondo Maga avrebbe preferito un maggior impegno sul terreno economico?
«Sì, lo giudicheranno sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione del carovita, a novembre se non saranno soddisfatti manderanno in minoranza i repubblicani alle legislative».
È corretta la sensazione di un JD Vance in secondo piano?
«Sull’Ucraina e sul Venezuela ha avuto più peso Marco Rubio, che è un falco anticomunista in America latina, ma non vuole fare concessioni pericolose a Putin e quindi ha aiutato gli europei e Zelensky».
Queste ultime mosse, soprattutto il sequestro delle petroliere russe, possono compromettere la trattativa per la soluzione della guerra in Ucraina?
«Al contrario. Putin capisce solo il linguaggio della forza».
La trattativa per l’Ucraina ha infranto l’asse tra Londra e Washington su cui si reggeva la Nato?
«Starmer è debole, sfiduciato dagli elettori, quasi al livello di Macron. Sull’immigrazione ha finito per adottare una linea trumpiana. Per la cattura della nave petroliera russa ha messo a disposizione i suoi militari. Fa il possibile per mantenere un buon rapporto con Washington, sulle norme digitali Londra è più favorevole a BigTech di Bruxelles».
Sono realisti o velleitari gli appelli a un maggior protagonismo dell’Ue di fronte all’attivismo di Trump?
«L’Ue ha bisogno di leadership. Storicamente ebbe l’asse franco-tedesco ma con Macron la componente transalpina si è spappolata. Prevedo un ritorno di egemonia germanica. Merz ha le idee chiare su come ridurre la fragilità del suo paese e quindi dell’Europa: riarmo, protezionismo contro la Cina, crescita della domanda interna per non essere al traino dei consumatori americani».
La crisi prodotta dalla guerra in Ucraina poteva bastare a dimostrare che l’architettura dell’Unione europea è strutturalmente fragile e inadeguata?
«Qualcuno ha appreso la lezione ucraina: Germania, Polonia, Paesi Baltici, Svezia, Finlandia. Non è poco».
Che cosa pensi di ciò che sta accadendo in Iran? Da cosa nasce la ribellione al regime degli ayatollah?

«È una protesta economica che coinvolge i mercanti del bazar di Teheran, gli stessi che nel 1979 furono decisivi per cacciare lo Scià. La teocrazia sciita ha impoverito la popolazione e nel 2025 ha perso la credibilità del terrore internazionale che aveva quando Hamas, Hezbollah e Houthi erano all’apice. Però abbiamo visto altre proteste schiacciate nel sangue dal regime. Se la rivolta popolare non ha una leadership organizzata, l’apparato repressivo può prevalere. Forse bisogna sperare che ci sia una faida interna e ne emerga una classe dirigente meno fanatica, meno orientata alla jihad».
Il nuovo ordine mondiale ci fa stare tranquilli o ha un tratto inquietante essendo dominato da personalità come Trump, Xi Jinping, Putin e Netanyahu?
«L’ordine mondiale è sempre stato più caotico e violento di come ce lo raccontiamo. L’illusione che sia esistita una Età dell’oro è specifica all’Europa occidentale: è l’unica parte del mondo dove c’è stata una vera Pax americana per 80 anni. Grazie al deterrente Nato, cioè all’America, i soldati di Mosca potevano massacrare civili a Varsavia, Budapest e Praga, ma non a Berlino Ovest o a Trieste. In quanto all’abitudine di infilare Trump e Netanyahu tra gli autocrati insieme a Xi Jinping e Putin, nasce da un vizio: si scambiano i difetti personali per difetti sistemici. Non basta un leader illiberale per uccidere una democrazia se questa è abbastanza forte da contrastarlo. Lo spettacolo quotidiano dei contropoteri in America ce lo dimostra».  
Con il secondo mandato di Trump e la fine del pontificato di Francesco è tramontato l’ordine obamiano basato su politiche green, diritti Lgbtq, cultura woke e immigrazione: quali sono i cardini del nuovo scenario?
«L’ambientalismo apocalittico era insostenibile e si è fatto del male da solo. Sì, siamo in una fase diversa e questo riguarda anche la cultura woke. Però il quadro è complesso. Da una parte la rivolta contro la dittatura ideologica woke era cominciata nella società civile e nel mondo economico prima che arrivasse Trump. D’altra parte, nelle élite culturali il conformismo woke resta forte. Basta vedere il trattamento inflitto a un film coraggioso come Dopo la caccia di Luca Guadagnino».
Molti Paesi, anche in Sudamerica dal Cile al Perù, forse per reazione allo schema obamiano stanno spostandosi a destra: in forza di cosa i volenterosi europei, in crisi di consensi, resistono e si oppongono?
«Lo spostamento a destra in America latina è provocato dalle stesse cause che hanno fatto vincere Trump: immigrazione clandestina, narcotraffico, violenza criminale. In Europa se esistesse ancora il Partito comunista di Enrico Berlinguer sarebbe quello che era negli anni Settanta: un partito d’ordine, attento ad ascoltare la classe operaia e a tutelarne la sicurezza nei quartieri in cui vive».

 

La Verità, 10 gennaio 2026

 

«La cultura supera la divisione destra sinistra»

Poeta, cattolico romagnolo anticlericale, presidente del Comitato per le celebrazioni a 800 anni dalla morte di San Francesco e autore di La ferita, la letizia (Fazi Editore), Davide Rondoni predilige i trasversalismi e rifugge le divisioni schematiche tra destra e sinistra. Soprattutto, rifiuta l’idea della «politica come banco di prova di tutto».
Davide Rondoni, lei sta con Marcello Veneziani o con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli?
«Io sto con Davide Rondoni. Sono amico di Veneziani e anche di Giuli, così come ho tanti amici in ambienti culturali diversi dal mio perché ritengo la capacità di amicizia, che non coincide con il consenso, uno degli insegnamenti più preziosi».
Tornando a Veneziani e Giuli?
«Credo che Veneziani abbia il diritto di criticare, ma forse da un intellettuale mi aspetterei anche delle proposte. Perciò posso capire che di fronte a una critica senza appello il ministro abbia mostrato le unghie».
Ha torto Veneziani quando dice che con il governo Meloni per gli italiani è cambiato poco o nulla?
«Bisogna vedere quanto è largo il campo di osservazione. Per esempio, la posizione dell’Italia in Europa è più forte di prima e questo rappresenta una speranza per un’Europa altrimenti votata al fallimento. Poi mi pare che iniziative importanti siano state prese nel campo della lotta alle dipendenze e nell’attenzione ad alcune esigenze del ceto medio. Certo, occorre fare di più per incentivare i giovani che sono la vera questione dell’Italia di oggi. Su questo punto mi aspetto delle proposte. Soprattutto, confido in alcuni radicali cambiamenti della scuola e dell’università. Anche su questo l’iniziativa degli intellettuali sarebbe opportuna».
Veneziani esorta a dire e fare qualcosa di destra come, in campo opposto, Nanni Moretti invitava D’Alema a dire qualcosa di sinistra?
«Non credo che Veneziani sia così banale, credo che voglia spronare a un’accelerazione. Poi, insisto, non esiste una cultura di destra e una di sinistra».
Il fatto di appartenere alla stessa area elimina il diritto di critica?
«Intanto bisogna capire che cos’è un’area culturale. Esistono aree politiche in cui convivono culture molto diverse».
All’interno della destra ci sono culture differenti?
«Ovviamente. Ma noi analizziamo sempre la cultura dal punto di vista della politica, come se la cultura si compisse nella politica. Mentre invece è il senso critico nei confronti dell’esistenza. Per esempio, ci sono culture che riconoscono il trascendente e culture che non lo riconoscono. Oppure culture che vedono nello Stato il massimo livello della vita pubblica e altre no».
La critica di un intellettuale o quella di un giornale d’area possono essere fonte di arricchimento?
«Se sono intelligenti, certamente».
Come ha trovato la replica del ministro Alessandro Giuli?
«Giuli è un uomo che ama il gesto elegante».
Ottimo eufemismo.
«Ama i gesti un po’ esagerati che appartengono alla sua estetica. Quindi capisco che abbia voluto fare un gesto del genere in risposta a una critica assoluta e, per alcune cose che sta realizzando, un po’ ingenerosa».
Sarebbe stato un segnale di maturità raccogliere la provocazione e invitare Veneziani a suggerire delle riforme o delle iniziative soddisfacenti?
«Non siamo di fronte a due bambini, quindi è inutile dettare il manuale di comportamento».
Ha ragione Franco Cardini quando dice che non ci sono più i Giuseppe Berto e gli Alfredo Cattabiani e il livello intellettuale della destra è crollato?
«Non so a quale perimetro si riferisce Cardini. Come ho già detto non considero destra e sinistra come campi culturali, ma come campi politici. All’amico Cardini dico di stare attenti a non incorrere nel rischio che molti anziani hanno di idealizzare i tempi della loro giovinezza».
È inevitabile che dopo decenni di egemonia della sinistra un cambio di orientamento radicale comporti assestamenti e contraccolpi anche nell’area culturale di riferimento?
«Se ci fosse stata l’egemonia culturale di sinistra non ci sarebbe stato Berlusconi al governo per vent’anni e non ci sarebbe Giorgia Meloni adesso. C’era forse una maggiore organizzazione degli apparati, ma questo non è cultura».
La maggioranza silenziosa esisteva e non aveva voce se non al momento del voto.
«Alessandro Manzoni ci insegna che il succo della storia lo tirano Renzo e Lucia, due ragazzi del popolo, e non i direttori dei giornali. Questo è un avvertimento su ciò che consideriamo cultura. Penso che mia nonna Peppa fosse molto più intelligente sulla vita di tanti blasonati editorialisti di giornale».
Che opinione ha dell’ultimo raduno di Atreju?
«
Non c’ero mai stato prima e quest’anno sono andato perché mi hanno invitato per una conferenza. Non mi permetto di dare giudizi assoluti, mi è parsa una manifestazione popolare».
Giordano Bruno Guerri dice che Meloni preferisce una squadra compatta «con una fede enorme nel silenzio assertivo». Per questo, davanti a una critica il ministro ha reagito in modo così duro?
«Mi sembra offensivo pensare che ci siano intellettuali che prediligono il silenzio assertivo. Faccio un esempio: all’ultima conferenza nazionale sulle dipendenze, Giorgia Meloni ha concluso il suo intervento citando un mio articolo in cui spronavo il governo a fare di più per i giovani».
Che cosa propone per i giovani?
«Constato un paradosso: i nostri giovani sono competitivi e vincenti in tutti gli sport, ma poi sembra che per lavorare a certi livelli debbano andare all’estero. Cioè: abbiamo ragazzi bravi, ma non li facciamo correre. Perciò, avanzo due proposte scomode. La prima: rivedere gli ordini professionali perché favoriscano i giovani invece di rallentarli. La seconda: togliere il valore legale al titolo di studio».
Con quale obiettivo?
«Riconoscere l’energia dei nostri ragazzi e non mortificarli. Invito Giuli, Veneziani e Cardini a unirsi in questa battaglia per una giovane Italia».
La Rai è il test del cambiamento prodotto da un governo: qual è il suo giudizio sulla Rai attuale?
«Mi pare di vedere qualche fiction di buona qualità ed esperimenti interessanti di nuovi programmi. Poi preferisco parlare di poesia più che di televisione».

 

La Verità, 27 dicembre 2025

«Mattarella calpesta i limiti della Costituzione»

Sconfortato per lo stato dell’informazione in Italia e in Europa, stupito di essere tra i pochi ad allarmarsene ma deciso a dar battaglia, già ai vertici di importanti istituzioni della comunicazione, ex consigliere Rai e per vent’anni presidente di Pubblicità Progresso, Alberto Contri ha appena pubblicato La guerra della comunicazione, testo contenuto in Luce (Arca Edizioni), saggio di autori vari, tra i quali lo storico Angelo D’Orsi e la virologa Maria Rita Gismondo.
Professor Contri, in pochi giorni abbiamo registrato l’autocritica del Wall Street Journal sulle previsioni economiche sbagliate, sui dazi e sulla tenuta di Trump, la retromarcia del New York Times sui piani economici soffocanti, le politiche ambientali autodistruttive e l’immigrazione indiscriminata e il ritiro di un articolo di Nature sulle teorie del cambiamento climatico. Che cosa sta accadendo alla comunicazione mondiale?
«Forse sta iniziando a incrinarsi il blocco informativo gestito da Blackrock, il più grande fondo di investimenti mondiale che ramifica il suo potere in 500 multinazionali tra cui sei potenti network di comunicazione. Questi media, forse, lo ripeto, cominciano a realizzare che, oltre un certo limite di bugie, non si può andare perché la popolazione si rende conto della discrasia tra la realtà e la narrazione».
Sono autocritiche e ripensamenti clamorosi di testate prestigiose, come mai non se ne parla nei nostri giornali e nelle nostre televisioni?
«L’unico che le ha riprese è Federico Rampini, tra i giornalisti e analisti più indipendenti in circolazione. Le altre grandi firme ed editorialisti, in Europa e in Italia, continuano la loro routine come se niente fosse».
È curioso che testate e opinionisti in prima linea per la libertà di stampa siano invece retroguardie quando si tratta di dare notizie che implicano un ricalcolo radicale?
«Più che curioso lo definirei drammatico. È un comportamento rivelatore del fatto che costoro si muovono in base a motivazioni ideologiche o a pressioni degli editori, anche in conseguenza del miliardo che hanno ricevuto in 10 anni dall’Unione europea (fonte: Brussels’s Media Machine, Thomas Fazi ndr) – per cui bisogna parlar bene dell’Europa – e dalla presidenza del Consiglio, sotto forma di finanziamenti alla cosiddetta stampa libera. Per esempio, mi ha stupito la richiesta di questi giorni del presidente degli editori Andrea Riffeser che batte ancora cassa a Palazzo Chigi».
Questo flusso di denaro finanzia una sorta di macchina del consenso?
«La sostanza di ciò che vediamo è molto denaro offerto in cambio di una narrazione positiva delle gesta eroiche e progressive di questa Unione europea».
Che cosa pensa della vendita di Repubblica e Stampa, crolla un bastione della sinistra e dell’Italia civile?

«I nodi vengono al pettine. Se guardiamo le statistiche vediamo un crollo progressivo nella lettura dei giornali. Quello che mi stupisce è che coloro che hanno contribuito alla caduta di questi media adesso strillano per il pericolo della fine di un’informazione che libera non era. Possiamo notare il solito doppio standard, silenzio assoluto per la crisi di Stellantis che ha colpito le maestranze e grida per le testate dove lavorano».
Qual è la sua opinione sui nostri telegiornali?
«Ormai, per un osservatore dei media come me, l’ascolto dei tg è una tortura quotidiana».
Addirittura?
«La maggioranza dei nostri telegiornali risponde a una liturgia sempre uguale a sé stessa, con la voce del padrone in primo piano e poi il risibile siparietto del cosiddetto pastone politico in cui, come tante marionette, i vari esponenti politici rivendicano con frasi fatte l’apporto del loro partito a un presunto buon andamento del Paese. Anche l’opposizione è un disco rotto, con le solite figurine di Bibì e Bibò. Per il resto, molta cronaca nera, omicidi, femminicidi e tante canzoni».
Un quadro desolante.
«Fosse solo questo, da giorni in tutta Europa, in Francia, Germania, Spagna, Irlanda ma anche in Gran Bretagna, ci sono migliaia di trattori di nuovo in marcia a sostegno delle proteste degli agricoltori. In Francia da due giorni alcune autostrade sono bloccate. Solo perché la protesta è arrivata a Bruxelles la Rai ha battuto un colpo, ma niente di più».
Come se lo spiega?
«Ci dev’essere una moral suasion, i finanziamenti cui accennavo, per dire che in Europa tutto va ben, madama la marchesa».
Come mai sui social le manifestazioni dei trattori sono visibili?
«Soprattutto su X. Questo spiega l’accanimento e la recente multa di Bruxelles contro il social di Elon Musk. Non a caso, lui stesso ha dichiarato che se avesse censurato maggiormente certe notizie non sarebbe stato sanzionato. La sintesi è questa: i media che prendono denaro sono allineati, i social che non lo sono prendono le multe».
Tg e talk show sono troppo ostaggi della polarizzazione pro o contro il governo Meloni?
«Anche della polarizzazione sul Covid, la Russia, la cultura woke… Magari fosse una polarizzazione tra due poli, purtroppo se ne vede quasi solo uno».
L’ultima vittima è Limes, la rivista di geopolitca di Lucio Caracciolo?
«Certo, contestata solo per aver distinto l’analisi dalla propaganda e ospitato tutte le voci».
A che cosa si riferiva qualche giorno fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando parlava di «opachi centri di potere sottratti alla capacità normativa degli Stati»?

«Devo rispondere con circospezione e rispetto in quanto commendatore nominato da Oscar Luigi Scalfaro e grand’ufficiale della Repubblica nominato da Carlo Azeglio Ciampi. Ho il più grande rispetto della massima carica dello Stato, ma non posso buttare a mare una reputazione di 50 anni di analista della comunicazione per non rilevare che, negli ultimi anni, le esternazioni del presidente della Repubblica hanno travalicato i limiti previsti dalla Costituzione. Innanzitutto, per la frequenza eccessiva, al punto che, a volte, compare due volte nello stesso tg. Poi perché insieme a osservazioni spesso retoriche, vengono dati precisi indirizzi sia di politica estera che di politica interna. Infine, per gli elementi d’incoerenza».
Per esempio?
«Quando ha detto che “non si cambiano i confini con la forza”, forse non ricordava il suo ruolo di vicepremier nel governo D’Alema che partecipò al bombardamento del Kosovo nel 1999».
Ma gli «opachi centri di potere»?
«In questo caso c’è un’aggressione al sistema dei social network che invece si stanno rivelando vettori di verità. Mentre i media mainstream sono ritenuti detentori esclusivi di questa verità».
Il capo dello Stato che si preoccupa di opachi centri di potere gode dal canto suo di molta visibilità mediatica.
«Posso rispondere che, sul piano della tecnica della comunicazione, esternare ogni giorno che Dio manda in terra riduce automaticamente l’autorevolezza del discorso da qualunque alto pulpito esso provenga».
Se lo aspettava un Mattarella così interventista come negli ultimi tempi?
«Sinceramente no e mi ha molto stupito, come mi hanno stupito anche certi toni. Per esempio, quello del discorso agli ambasciatori in Italia era aspro e aggressivo. E persino intimidatorio quando ha detto che “non è possibile distrarsi e non sono consentiti errori”».
Quel discorso ha avuto anche una particolare tempistica?
«Pronunciato il giorno del vertice di Berlino, nel momento in cui si sta faticosamente cercando una mediazione tra Europa e America sull’Ucraina, è sembrato un intervento a gamba tesa».
Fanno bene i telegiornali a rilanciarlo con puntualità o certi servizi sono una sorta di pedaggio?

«Dimostrano una buona dose di piaggeria. Dal punto di vista tecnico, osservo che purtroppo, dati i suoi toni freddi e anaffettivi, il presidente non è assistito da una particolare grazia nel comunicare».
Tra pochi giorni lo ascolteremo nel discorso di fine anno.
«Francamente, dopo averlo ascoltato tutti i giorni non so che cosa potrà dirci di nuovo se non ribadire le sue idee politiche».
A questo proposito, ricorda che durante il governo Draghi e il Conte II Mattarella fosse così interventista?

«Mi pare che i suoi interventi fossero di meno. Inoltre, mi permetto umilmente di osservare che, essendo già un’eccezione il secondo mandato, forse una particolare prudenza in queste esternazioni sarebbe stata raccomandabile».

 

La Verità, 21 dicembre 2025

«Niente scandali: Nato e Ue sono affari di Trump»

Mauro Della Porta Raffo, «uno spettro si aggira per l’Europa»: il trumpismo?
«Volendo fare questo riferimento… Tuttavia, vorrei chiarire che Trump, forse in modo più radicale o violento, non è il primo presidente americano che critica l’Unione europea. Perfino Barack Obama, parlando dei leader dei suoi tempi, li aveva definiti scrocconi».
In quale occasione?
«Si riferiva al fatto che l’America doveva sostenere tutte le spese della Nato mentre gli europei davano le briciole. Sta succedendo la stessa cosa di quando, durante il primo mandato, Trump fu attaccato per il muro al confine con il Messico che, in realtà, già Bill Clinton aveva iniziato a costruire. Il trucco è far credere che tutto inizi adesso».

La conversazione con Mauro Della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per il puntiglio con cui precisa le basi storiche e filosofiche del parlare e dello scrivere comuni, eccelso americanologo e presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, comincia con una digressione estetico linguistica. «Gli europei sono arrabbiati per i modi di quel brutalone di Donald Trump», sintetizza.

Il brutalismo è di moda in architettura, e in politica?
«Dal 2024 qualcosa è cambiato. Il brutalismo deriva dal nome del materiale usato. Il primo fu Le Corbusier ad adottare il béton brut da cui viene il brutalismo che possiamo vedere nella Torre Velasca di Milano».
Le brutali critiche all’Ue contenute nel Piano di sicurezza nazionale della Casa Bianca ribadite al sito Politico sono indebite ingerenze negli affari nostri?
«Perché indebite? Trump parla di una situazione che riguarda gli Stati Uniti perché quasi solo gli americani sopportano i costi della Nato. Il suo scopo è mettere fine al fatto che, grazie all’impegno americano, molti possono tenere chiusi i cordoni della borsa».
Tutto qua?
«C’è anche una questione antropologica. Trump è un maverick, uno che ha cambiato pragmaticamente schieramenti, da posizioni democratiche fino a quelle attuali. E poi è un crank, un eccentrico che procede sulla base di intuizioni. Non sono caratteristiche facili da assorbire e omologare».
Dove sbaglia quando dice di non voler governare l’Europa, ma di volere un’Europa forte?
«Non sbaglia. Hanno sbagliato i governanti europei, sinistri e destri, degli ultimi decenni, che hanno sempre immaginato come perpetuo il fatto che gli Stati Uniti si accollavano ogni responsabilità».
«La cancellazione della civiltà» in vent’anni per mancanza di controllo dell’immigrazione è un’esagerazione?
«Nel 2050, in alcuni Paesi del Nordeuropa si prevedono popolazioni a maggioranza musulmana. Parlando dell’Italia non si è mai capito bene che la vera accoglienza non è far entrare chiunque e poi mandarlo per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi, ma fare in modo che chi viene accettato venga anche assistito e instradato. In Svizzera, quando un immigrato supera un attento esame, lo mandano a studiare la lingua del cantone dove vivrà e poi gli insegnano un mestiere».
Come valuta l’idea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Europa e Africa come «unico continente verticale» con un lago chiamato Mediterraneo?
«La differenza tra Europa, Africa e Arabia è enorme. Mi sembra che Mattarella si sia adattato al volemose bene del politicamente corretto, ma il continente verticale è una negazione della storia».
Bisogna preoccuparsi per l’annunciato disimpegno dell’amministrazione americana dalla Nato?
«Non credo. Ammettendo che gli Stati Uniti si disimpegnino, rimane il fatto tutt’altro che trascurabile che sono una potenza con enormi interessi di livello mondiale».
Un altro elemento di critica di Trump è la censura della libertà di parola.
«La stessa avanzata dal vicepresidente J.D. Vance, il vero intellettuale dell’amministrazione, a Monaco. Aveva criticato i governi europei che non difendono il free speech soprattutto quando i contenuti non sono allineati al pensiero unico».
I volenterosi Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz alimentano «aspettative irrealistiche»?
«Dal punto di vista democratico questi leader non rappresentano nessuno. Macron ha ottenuto appena il 20% di consensi degli aventi diritto al voto. Una persona che nel suo Paese non rappresenta l’80% degli elettori come può dettare le linee politiche in Europa?».
Secondo lei alla riunione di due giorni fa qualcuno ha chiesto conto a Volodymyr Zelensky di come sono stati usati i finanziamenti ricevuti dai Paesi europei?
«Stanno tutti glissando su questo argomento. Forse non lo fa Giorgia Meloni perché su qualche punto ha eccepito. E poi questi leader la smettano di girare in aereo da una parte all’altra dell’Europa invece di telefonarsi. Devono avere poltrone troppo comode su quegli aerei».
Sono «leader deboli, che parlano e non producono mentre la guerra continua» come dice Trump?
«Mi sembra incontrovertibile. Trump è l’unico leader occidentale che cerca di arrivare alla pace».
Che giudizio dà del matriarcato che con Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Kaja Kallas e Christine Lagarde governa la Ue?
«Christine Lagarde sa come ci si veste e come ci si muove, le altre… Non c’era bisogno di tutta questa retorica per vedere le donne al comando. In passato abbiamo avuto Margaret Thatcher, Indira Ghandi e Sirimavo Bandanaraike che negli anni Cinquanta divenne primo ministro dello Sri Lanka senza bisogno di quote rosa».
Nei talk show e negli editoriali dei grandi giornali assistiamo al risveglio dell’europeismo.
«Nel 1951 il Trattato di Parigi ha creato la Ceca (Comunità europea carbone acciaio) e nel 1957 quello di Roma ha dato vita alla Cee (Comunità economica europea). Gli ampliamenti successivi non avevano senso se non per seguire la correttezza politica. So di dire una follia, ma dovremmo tornare a quei due primi accordi».
Invece Romano Prodi suggerisce di metterci dietro il carro franco-tedesco.
«Un carro fragile. Abbiamo detto che Macron non rappresenta nessuno nemmeno nel suo Paese… Quanto alla Gran Bretagna è curioso che conti così tanto ora che è fuori dall’Europa».
La Brexit poteva essere il campanello d’allarme per ridurre le forzature unionistiche e previlegiare un federalismo leggero?
«Non c’è al mondo uno Stato che si sia federato. Federazione si nasce, non si diventa».
Quindi non c’è speranza per gli Stati Uniti d’Europa?
«Non ci si deve nemmeno pensare. Lo sapeva bene Charles De Gaulle, un gigante rispetto ai pigmei di oggi, quando diceva che nemmeno il Regno Unito doveva entrare nella Cee».
È sbagliato l’irrigidimento di molti nostri intellettuali?
«È antistorico. Eppure sanno bene che certi fatti non accadono per la prima volta, anche se fa comodo farlo credere all’opinione pubblica meno informata. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America si è sempre interessata dell’Europa e di influire sui suoi assetti politici, finanziando la Dc per decenni e altri partiti in altri Paesi. Così come Mosca finanziava i partiti comunisti».
Prima di Trump anche Mario Draghi ha sottolineato l’indebolimento dell’Europa e la sua scarsa autorevolezza nello scacchiere mondiale: perché ora ci si scandalizza?
«Non si sa per quale ragione Draghi ha l’allure che gli consente di proporre analisi che hanno eco solo sulla stampa del giorno dopo. Se le stesse cose le afferma quel brutalone di Trump, invece bisogna attaccarlo. Se certe cose vanno male è anche per colpa di chi ha avuto le mani in pasta per 50 anni come Draghi».
Il risolutore del problema non può essere chi l’ha provocato?
«O non è riuscito almeno a evitare che si presentasse».

 

La Verità, 11 dicembre 2025