«Ormai Bologna è una città in mano agli antagonisti»

Il caso Bologna, perché di caso si tratta. Bologna che conferisce la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese malgrado altre città, governate dalla sinistra, gliela neghino. Bologna, dove l’università si oppone all’istituzione di un corso di laurea per gli iscritti all’Accademia militare. Bologna, dove la Chiesa è guidata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. Bologna, di cui è sindaco il democratico Matteo Lepore, delfino di Elly Schlein, già vicepresidente della regione Emilia-Romagna, che lo indica spesso come esempio di amministrazione illuminata. Bologna, infine, dov’è difficile trovare chi abbia voglia di raccontare quello che succede davvero con l’attuale blocco di potere, che non è più quello dell’Ulivo. Questo coraggio ce l’ha Elena Ugolini, ex preside del liceo Malpighi, ex sottosegretario all’Istruzione e all’università del governo Monti, candidata sconfitta con il 40% dei consensi alle regionali di un anno fa con una lista civica che ha aggregato il centrodestra e ora battagliera consigliera regionale.
Che tipo di città è oggi Bologna?
«È una città sempre bella e “accogliente”, ma insicura, sporca e paralizzata dai lavori in corso per il tranvai. Una città dov’è impossibile trovare casa a un affitto ragionevole per uno studente o un giovane lavoratore. Una città piena di studenti che sono la sua ricchezza fin dal 1089, anno di fondazione dell’università, e ora anche di turisti. Una citta in cui negli ultimi anni molti negozi sono stati chiusi a causa della politica penalizzante nei confronti dei piccoli esercizi commerciali. Infine, è una città con molte zone pericolose e non accessibili».
È esagerato definirla «una città estremista» come ha fatto il senatore di Fdi Marco Lisei?
«È una città nella quale il governo della parte più ideologica, fondamentalista, presuntuosa e moralizzatrice di una certa sinistra ne condiziona la vita e lo sviluppo».
Era la città dell’Ulivo, ora di chi è?
«Le persone che hanno costruito l’Ulivo, una sinistra dialogante non sempre in conflitto con la cultura cattolica, oggi sono molto a disagio. Adesso è la città di Lepore e del suo giro. E di chi accetta che i centri sociali la mettano a soqquadro, non una ma due volte, tre volte, quattro volte…».
È la città degli antagonisti?
«Certo. Dietro il tono in apparenza gentile di Lepore prevale l’antagonismo di sostanza, come ha fatto capire la richiesta al ministro degli Interni di pagare i 100.000 euro di danni causati dai cortei pro Pal in occasione della partita di basket tra Virtus e Maccabi Tel Aviv».
Sul Foglio Giuliano Ferrara ha scritto un articolo accorato per il degrado intellettuale che la affligge.

«Quando scrive che è una città sporca e insicura dice il vero. Qualche giorno fa una storica guida turistica mi ha detto che un grande tour operator ha deciso di escludere Bologna dai suoi circuiti perché ha avuto troppe lamentele dai turisti per il degrado ambientale, la percezione di insicurezza e le molestie subite».
Mentre Firenze ha deciso di revocare la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, Bologna sembra decisa a confermarla.
«Al consiglio comunale di lunedì il sindaco ha avuto l’occasione di rivedere la decisione, invece ha detto che  ci sono “cose più importanti” di cui occuparsi. E, confermando il riconoscimento, ha chiesto più attenzione alla parole della Albanese».
Nemmeno Romano Prodi lo farà recedere?
«Ne dubito. Prodi ha detto che perseverare è diabolico».
Oltre al dissenso del professor Gianfranco Pasquino già manifestato un mese fa e ribadito ieri al Corriere della Sera se ne sono registrati altri?
«Quello di Elisabetta Gualmini, arrivato prima ancora dell’agghiacciante dichiarazione della Albanese sull’assalto alla Stampa. Poi Virginio Merola, sindaco di Bologna prima di Lepore, si è dissociato lunedì con un post prima dell’inizio del consiglio comunale. E ci sono anche i dubbi di Stefano Bonaccini».
Perché il sindaco si è speso impedire la disputa della partita di basket tra Virtus e Maccabi Tel Aviv?

«Perché per lui garantire l’ordine e la sicurezza consiste nel lasciare parti della città in mano ai centri sociali. C’è un filo di collegamento tra chi governa la città in modo apparentemente democratico e chi la occupa condizionandola con la violenza».
Era anche un modo per legittimare i contestatori?
«Con la motivazione della sicurezza si accetta che le attività della città siano interrotte perché i contestatori hanno più diritti degli altri».
Che idea delle istituzioni manifesta questo comportamento?
«Di istituzioni che danno messaggi contrastanti. Da una parte si chiede aiuto alle forze dell’ordine per evitare scontri, dall’altra non si accetta la creazione di zone rosse dove esercitare un controllo preventivo. Gli agenti della polizia locale sono in una situazione di debolezza. Per esempio, non hanno in dotazione il teaser».
Perché l’università ha negato la possibilità che gli studenti dell’Accademia militare di Modena frequentino un corso di laurea in filosofia?

«In realtà, la richiesta del capo di Stato maggiore dell’Esercito Carmine Masiello di iscrivere 15 cadetti alla facoltà di filosofia non è stata neanche messa all’ordine del giorno del dipartimento. I Collettivi universitari hanno subito accusato la militarizzazione dell’università. Che, a quel punto, si è trincerata dietro problemi organizzativi e di costi. Ma l’Accademia era pronta a pagare i corsi. Il meccanismo è il solito: una parte del corpo docente ha il filo diretto con i collettivi che osteggiano la richiesta dell’Accademia».
Perché altri corsi in ingegneria, scienze politiche o diplomatiche che si tengono in seno all’Accademia o a Reggio Emilia non hanno trovato ostacoli e questo sì?
«Perché Bologna non è una città libera. Le faccio un altro esempio».
Prego.
«L’Alma Mater ha respinto la proposta di collaborazione di Leonardo, un’istituzione che collabora con oltre 100 atenei italiani ed esteri».
I collettivi hanno influenzato la decisione del rettore?

«Certo. Ma la responsabilità è del dipartimento che, nell’ambito dell’autonomia didattica, può dire faccio il corso oppure no».
Come si è comportato il sindaco in questa occasione?
«Si è lamentato dell’interferenza del governo, rivendicando l’autonomia di Bologna e dell’università».
Giorgia Meloni poteva non intervenire sull’argomento?
«Credo che il governo non possa non occuparsi di Bologna perché si verificano fatti inaccettabili che richiedono un intervento. Al contrario, io ringrazio gli esponenti del governo perché non ci lasciano soli».
Com’è l’agibilità politica all’Alma Mater?
«Ci sono aule perennemente occupate. Soprattutto c’è un clima di insicurezza e di degrado in tutta la zona universitaria, nel centro della città, che dalle 18 del pomeriggio è ostaggio degli spacciatori e in balia dei collettivi. Qualche giorno fa l’università ha tolto i ponteggi dalle facciate appena ridipinte, ma il giorno dopo erano già piene di scritte contro Piantedosi e Tajani. Sebbene tutti conoscano gli autori di queste scritte perché sono sempre i soliti nessuno interviene».
Che tipo di rapporto intrattiene il sindaco con i centri sociali?
«Ci sono edifici pubblici anche in pieno centro cittadino stabilmente occupati da loro. È una situazione profondamente ingiusta e che perdura da diversi anni grazie a bandi che si aggiudicano sempre i soliti perché cuciti su misura sulle loro attività».
E sul terreno economico come si muove l’amministrazione?
«Anziché incoraggiare l’iniziativa dei cittadini tende a intimidirla. Alla convention nazionale di Confabitare di fine novembre si è sottolineato il turismo fonte di ricchezza grazie alla crescita da 1 a 2,5 milioni di visitatori annui. L’ex capo delle Sardine, Mattia Santori, che ha la delega ai giovani e al turismo, è intervenuto per mettere in guardia sulla volatilità del turismo. C’è una mentalità recessiva… Le faccio un altro esempio…».
La ascolto.
«In queste settimane si sta esaminando un progetto della giunta regionale sugli affitti brevi: la relatrice Simona Larghetti di Avs ha postato un video in cui sventola trionfante il testo della legge: “Purtroppo, non possiamo mettere un tetto al prezzo degli affitti brevi, non possiamo espropriare”. Ma almeno con questa legge riusciremo a limitarli».
Come procede l’esperimento delle pipette per fumare il crack?
«È stata un’operazione di propaganda per proclamarsi città in cui ci si può sballare e drogare tranquillamente. Dall’analisi delle acque reflue emerge che Bologna, secondo i dati del dipartimento per la politica antidroga della Presidenza del consiglio, è la città con il più alto consumo di metanfetamine in Italia».
Che tipo di presenza ha la Chiesa guidata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei?
«Una caratteristica che tutti riconoscono a Zuppi è che sa voler bene alle persone e ha costruito una trama di rapporti positivi. E questa trama di bene è un grosso dono che la Chiesa sta facendo alla città. Penso che sia fondamentale uscire dalle sacrestie e seguire ciò che ha detto papa Leone XIV ad Assisi: è bene che i cattolici intervengano nel dibattito pubblico senza farsi intimidire. Lo dovrebbero fare anche i cattolici che sono nel Pd e hanno responsabilità pubbliche».
Ci sono i cattolici nel Pd, ma il Pd va da un’altra parte?
«In questo momento sono una minoranza in grandissima difficoltà».
È stupita che nella classifica per la qualità della vita delle città Bologna sia al quarto posto?
«È una classifica giornalistica che non si basa su ricerche scientifiche. L’attrattiva di Bologna per i giovani, il turismo, la cultura e il tempo libero si basa su qualità che prescindono da chi la governa. Ripeto: bisogna vedere come vengono stilate queste graduatorie. Per esempio, sulla giustizia e la sicurezza siamo al 102esimo posto».
Considerato che Matteo Lepore è una creatura di Elly Schlein dobbiamo immaginare che l’Italia governata da lei sarebbe pro Pal, amica degli antagonisti e pronta a liberalizzare l’uso degli stupefacenti?
«Temo di sì. Non dimentichiamo che la conquista di Bologna da parte di questa sinistra è cominciata nel 2013 proprio con la Schlein leader del movimento Occupy Pd. Bologna è un laboratorio importante. Per questo, se i cittadini che non si riconoscono in questa cultura si rassegnassero al dominio della sinistra, commetterebbero un gravissimo errore».

 

La Verità, 5 dicembre 2025

«La separazione delle carriere è di sinistra»

Anna Paola Concia, sono passati dieci giorni dalla sua lettera aperta alla sinistra. Reazioni?
«Nessuna».
Silenzio tombale?
«Qualcuno mi ha scritto privatamente, ma nessuna risposta pubblica. Perciò ignoro completamente cosa pensino».
Dieci giorni fa, Anna Paola Concia, ex parlamentare Pd, attivista dei diritti civili, omosessuale dichiarata che vive con la compagna a Francoforte ma è presentissima nel dibattito italiano, curatrice del volume appena uscito Quel che resta del femminismo (Liberilibri) e fondatrice del Comitato per il sì al referendum sulla separazione delle carriere dei giudici, ha scritto sul Foglio un accorato j’accuse contro il dogmatismo della sinistra che, per stigmatizzare i critici dell’estremismo woke, non esita ad applicare «censura, violenza, gogna, emarginazione, esclusione».
Sperava in una risposta dai leader o da persone rappresentative dei partiti a cui si è rivolta?
«Quella lettera era il frutto di una lunga riflessione. Ho letto parecchi saggi di autori stranieri sull’argomento e da tanto tempo mi interrogo su questi temi. L’ho scritta con il cuore in mano, nella speranza che, almeno, facesse riflettere».
Insomma, si aspettava qualcosa di più?
«So che tanti condividono quelle riflessioni, ma non si espongono».
Per paura, pigrizia, rassegnazione?
«Essendo stata a lungo nel Pd, penso che non si voglia mettere in discussione la linea del partito».
Per non disturbare il manovratore?
«È un momento delicato, in cui è difficile fare discussioni aperte sull’efficacia di alcune battaglie sui diritti civili e sulle donne».
Si aspettava un segnale da Elly Schlein?
«No. Magari una riflessione l’avranno fatta tra loro. Forse da qualche riformista mi aspettavo una reazione, anche privata».
Invece?
«Qualcuno mi ha scritto, bell’articolo… Con qualche riformista del Pd mi sarebbe piaciuto fare due chiacchiere. Ma la tendenza a rimuovere è prevalente. Comunque, a me farebbe piacere che anche la destra si interrogasse sui diritti civili».
Giusto.
«Penso che la polarizzazione tra destra e sinistra su questi temi sia una iattura che non fa fare neanche mezzo passo avanti. La sinistra ha il monopolio dei diritti civili e la destra il monopolio anti diritti civili. È una situazione manichea che, secondo me, non corrisponde neanche alla realtà delle persone sia di destra che di sinistra, perché ci sono posizioni miste e più sfumate».
Nel finale della lettera ha scritto di non riconoscersi «in questa sinistra che ha sostituito il pensiero con la paura di sbagliare parola». E quando si sbaglia cosa succede?
«Ormai la politica ha adottato le formule e le modalità oppositive dei social. Invece di provare a confrontarsi, se si sbaglia parola piovono scomuniche».
Mi viene in mente la vicenda dell’ex assessore alla cultura di Livorno Simone Lenzi.
«La conosco. Grazie al comportamento di cui il Pd locale non può andare orgoglioso, sono diventata amica di Lenzi. Ha subito la gogna…».
Aveva ironizzato sull’arte didascalica postando la statua di una donna con il pene, un trans, accompagnata dalla parola «woman».
«È stato accusato di essere omofobico e transfobico, cosa falsa, e fatto fuori dall’incarico di assessore, ruolo nel quale ha sempre dimostrato grande attenzione ai diritti Lgbt».
Mi viene in mente anche il caso del ministro Eugenia Roccella, crocifissa per aver parlato delle «gite» ad Auschwitz che hanno lasciato in eredità molto antifascismo senza cancellare l’antisemitismo.
«Quel concetto si poteva esprimere meglio. Mi è capitato di portare dei ragazzi ad Auschwitz e riconosco che c’è una riflessione da fare su ciò che hanno prodotto le visite ai campi di concentramento e le giornate della memoria. È giusto interrogarci sulla retorica della Shoah, perché oggi l’antisemitismo è riscoppiato in tutto il suo orrore. Il ministro non ha usato le parole giuste, ma senza gridare allo scandalo, le avrei corrette, raccogliendo il suo invito a riflettere sull’argomento».
Ha anche detto che le università, che dovrebbero essere il luogo del confronto, sono diventate luogo di settarismo.
«L’ho scritto anch’io. Le università tolgono la parola a chi dissente, impedendo il confronto tra chi ha idee diverse».
Rinfreschiamo la memoria con il caso di Emanuele Fiano?
«E il caso di Maurizio Molinari, di David Parenzo e di Daniele Capezzone, l’unico non ebreo dei quattro».
Che reazioni ha avuto la sua denuncia del dogmatismo che accomuna le battaglie Lgbt e pro Pal?
«Irritate. È evidente che spesso quelle battaglie sono portate avanti dalle stesse persone, con modalità politiche per me inaccettabili».
Ha evidenziato un parallelismo scomodo tra battaglie Lgbt e pro Palestina.
«Sono battaglie diverse, assimilate dallo stesso dogmatismo, che ha allontanato molte persone di sinistra, costrette a rifugiarsi nel silenzio per non essere massacrate».
Come valuta l’innamoramento italiano per il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani?
«La sinistra è sempre affascinata dal Papa straniero. Premettendo di aver votato per Mamdani, Antonio Monda ha scritto che sarebbe un errore madornale illudersi di applicare le sue proposte in Italia. Ho letto su un giornale un titolo sognante: “Se Mamdani fosse sindaco di Milano…”».
È un’infatuazione?
«Chi di noi non è d’accordo con il sostegno ai deboli, gli asili e i trasporti gratuiti. Sono una donna di sinistra, approvo il sostegno ai più deboli, tanto più in una città dov’è difficile vivere anche per il ceto medio. Se lo facessero il giorno dopo il comune di New York sarebbe in bancarotta. Non sono i buoni propositi, ma le ricette a dover funzionare. Perciò, sarei più prudente».
Fondamentalismo islamico e estremismo Lgbt sono la nuova miscela vincente?
«No perché, com’è noto, sono incompatibili. La sinistra deve togliersi il prosciutto dagli occhi, riconoscendo che l’estremismo islamico cancella le donne, ammazza gli omosessuali e discrimina i diversi».
Come mai una contraddizione così palese non ha sfiorato le piazze pro Pal?
«È una domanda da rivolgere a loro. Come fate a giustificare Hamas che ammazza gli omosessuali e opprime le donne? Da femminista universalista, mi batto per i diritti delle donne ebree, palestinesi,  iraniane, afghane…».
In Italia, nominando vicepresidente della Toscana Mia Diop, si copia la formula Mamdani?
«Pur apprezzandola, penso che un ruolo così di primo piano potrebbe non giovare né a lei né al suo futuro politico».
Lei è tra i fondatori di «Sìsepara», il Comitato per il sì al referendum sulla separazione delle carriere: gli anatemi se li cerca?
«Da 30 anni sono favorevole alla separazione delle carriere che è da sempre una battaglia della sinistra. Sarebbe sorprendente se arrivasse un anatema su un argomento oggetto di referendum e che a sinistra è stato ampiamente condiviso».
La rigidità che si registra dipende dal ruolo della magistratura militante?
«In questo momento, soprattutto nel Pd, si discute se sia il caso di schiacciarsi sulle posizioni dell’Anm. Questa legge è una parte della riforma che vuole promuovere il giusto processo, con un giudice terzo e una carriera separata da quella del Pm. È una legge in vigore in tutte le democrazie occidentali. L’articolo 104 della Costituzione non cambia, viene solo aggiunta la creazione di due Csm, uno per i giudici e l’altro per i Pm. L’indipendenza della magistratura, che è un principio importante, rimane inalterata. Quello che decade è il potere delle correnti che decidono trasferimenti, promozioni, incarichi…».
È il sistema del sorteggio che disturba i magistrati?
«Che è già in uso nella composizione del Tribunale dei ministri. L’Anm obietta che chiunque non può far parte del Csm. Perché? I magistrati superano già un concorso e per accedere al Csm devono avere anni di esperienza. Il paradosso è che chi sostiene la riforma ha più fiducia nella competenza dei giudici di quanto non ne abbiano i contrari».
Perché il presidente dell’Anm Cesare Parodi evita il confronto con il ministro Carlo Nordio?
«In Germania non sarebbe possibile che, per contrastare una legge del Parlamento, un gruppo di magistrati aprisse la sede del loro comitato nel palazzo della Cassazione. Qui l’imparzialità dei giudici è sacra: non possono andare in tv e rilasciare interviste. Evitare il confronto con il ministro per non trascinare il dibattito sul terreno politico, come ha detto Parodi, è pura ipocrisia. Con il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto l’ha fatto».
Ernesto Galli della Loggia ha scritto che eticizzando la politica la sinistra tende a concepirla «come lotta tra il bene e il male, eredità della sua convinzione… di essere la rappresentante per antonomasia del progresso», il che instaurerebbe un senso di superiorità e toglierebbe legittimità all’avversario. È così?
«Sì, è così. Bisogna riconoscerlo».
La sinistra ha metabolizzato l’arrivo al governo di una destra guidata da una donna o deve fare ancora un po’ di strada?
«Penso che l’abbia faticosamente metabolizzato».
In una recente intervista il professor Luca Ricolfi ha detto che «gli intellettuali e i giornalisti di sinistra sono la maggiore sciagura cognitiva che si sia mai abbattuta su uno schieramento politico: anziché aiutare a comprendere la realtà, fanno l’impossibile per celarne i lati sgradevoli». Cosa ne pensa?
(Ride) «È una lettura severa che forse non aiuta la riflessione. Ma, non è stato il destino cinico e baro a far vincere la destra nel 2022. Interrogarsi sulle ragioni e su che cosa di noi ha contribuito alla vittoria della destra aiuterebbe a non perseverare nell’errore».
Ho visto che ha gioito per il suicidio assistito contemporaneo delle gemelle Kessler: non è estremismo woke anche quello?
«No e sono contenta di vivere nel Paese dove questo è possibile. Forse bisognerebbe interrogarsi laicamente su questo tema. Anche perché non è un obbligo, ma una libera scelta in una società civile. Sono per il libero arbitrio sulla propria vita e sulla propria morte».
Contesto l’uso dell’aggettivo propria: non decidiamo noi di venire al mondo perciò non possiamo disporne.
«Invece, nel momento in cui veniamo al mondo, nell’età adulta siamo padroni della nostra vita».
La morte diventa un fatto di carte bollate?
«Non è così. Il suicidio assistito non è una scelta leggera. Evidentemente il dolore di vivere era più forte del dolore di morire».
Quella che lei chiama società libera e civile nasconde il nichilismo?
«Non è nichilismo».
E che cos’è?
«Una scelta di autodeterminazione».

 

La Verità, 21 novembre 2025

 

«Il corpo è merce digitale, la libertà è nel pudore»

Giornalista e conduttrice televisiva, laureata in filosofia all’università Cattolica del Sacro cuore a Milano, Monica Marangoni ha condotto diversi programmi non solo in Rai. Nudo tra sacro e profano – Dall’età dell’innocenza all’epoca di Onlyfans (Cantagalli), con postfazione dello stesso editore David Cantagalli, è il suo primo saggio. Una riflessione particolarmente attuale dopo la scoperta, e la chiusura, di alcuni siti che, con l’Intelligenza artificiale, abbinano corpi nudi femminili a volti noti del mondo dell’informazione, dello sport e della politica.

Monica Marangoni, perché oggi un saggio sul nudo?

«Perché il nudo non è un semplice tema estetico: è un linguaggio che attraversa i secoli e che oggi, paradossalmente, torna a interrogarci più che mai. Ogni epoca ha raccontato sé stessa attraverso il modo in cui mostra o nasconde il corpo. Nel libro ho cercato di comprendere che cosa la nostra epoca dica di sé, di noi, di questa umanità smarrita fra l’esaltazione e l’umiliazione del corpo. Fra l’idolatria dell’immagine e la sua mercificazione. Oggi il corpo è esposto ovunque ma quasi mai compreso: ha perso la sua dimensione trascendente, la sacralità originaria. Ho sentito il bisogno di interrogare la storia – dell’arte, della filosofia, della fede – per capire quando abbiamo smarrito la percezione del mistero che abita in noi e come il corpo sia stato lentamente trasformato in profitto, consumo, spettacolo».

L’esibizione della nudità e l’uso del corpo sono oggetto di visioni del vivere diverse.

«Un corpo nudo non è mai solo carne: è un’idea di uomo, di bene, di verità. L’esposizione del corpo s’intreccia con i nuclei centrali del pensiero, con la nostra visione del mondo. La domanda che attraversa le pagine del mio libro è proprio questa: “Innocenza o giustificazione del nudo?”. In altre parole, mi sono chiesta: possiamo ancora oggi guardare e ammirare un corpo nudo in maniera innocente, come Adamo ed Eva prima della caduta? Oppure ogni nostro sguardo è inesorabilmente filtrato da giudizi etici e morali che appartengono alla nostra storia culturale? Da quel “prima” e “dopo” del racconto biblico si è generata un’interminabile ricerca di giustificazioni per un nudo che non può più definirsi semplicemente “buono”. ll nudo è uno specchio della nostra coscienza: rivela il modo in cui l’uomo percepisce sé stesso in rapporto al divino e alla propria libertà».

Oggi non prevale in modo incontrastato un’idea cosificata del corpo, la sua mercificazione?

«Sì, purtroppo. In alcune epoche la nudità aveva un senso spirituale: il corpo era misura dell’armonia, un’eco della perfezione del cosmo. Oggi, invece, la nudità si è fatta frammento, superficie, esca. Abbiamo perso la memoria del corpo come rivelazione e lo abbiamo ridotto a esibizione da commercializzare nelle vetrine scintillanti del mondo digitale. Invece di cercare il significato del corpo, cerchiamo lo sguardo che ci conferma. Posto, ergo sum».

In che modo l’idea del corpo nudo come esaltazione dell’armonia e della bellezza, persino di una razionalità che avvicinava agli dèi come nell’antica Grecia, è recuperabile?

«Lo è soltanto se la bellezza tornerà a essere un linguaggio dell’anima. I Greci celebravano il corpo perché vi scorgevano un ordine superiore, un riflesso del bene e della bellezza; nel libro lo sintetizzo con kalokagathia. Recuperare quel senso del nudo significa ritrovare un’idea di armonia che unisce visibile e invisibile. È un ritorno alla bellezza come verità rivelata, non come provocazione».

Il sottotitolo del suo libro che dice «tra sacro e profano, dall’età dell’innocenza all’epoca di Onlyfans» vuole indicare i due estremi opposti?

«Sì, ho voluto attraversare due poli antitetici della nostra storia: la Grecia classica e la contemporaneità. Nel mondo ellenico il nudo trovava la sua giustificazione in un orizzonte etico e metafisico. Oggi, invece, dopo il trauma surrealista, il corpo si è frantumato: non è più specchio dell’armonia ma teatro del conflitto, della pulsione, dell’inconscio. André Breton affermò che “la bellezza sarà convulsa o non sarà”, e così è stato. Il nudo, tra sacro e profano, racconta i segni di questa frattura tra idealizzazione e scomposizione, fino ai nostri giorni in cui OnlyFans è divenuto il simbolo di un’epoca che ha trasformato la nudità in contenuto e il contenuto in merce».

Forse c’è qualcosa che supera l’estremo di Onlyfans? Che cosa pensa dell’Intelligenza artificiale e della creazione in siti come Miamoglie, Phica.net e Socialmediagirls di soggetti inesistenti che abbinano a volti noti di attrici, sportive, giornaliste e donne politiche corpi nudi creati al computer?

«Gli episodi recenti sono la nuova frontiera dell’abuso: non c’è più neppure un corpo reale da sfruttare, ma una copia dell’anima violata. È la negazione stessa della persona. Queste manipolazioni mostrano come la tecnologia, quando si sgancia da una bussola etica, diventi strumento di violenza e di degradazione. Non è solo un problema di privacy: è una questione di sguardo, di dignità, di verità sul corpo. L’Intelligenza artificiale produce corpi “perfetti” ma disincarnati: non sperano, non soffrono, non amano. Sono simulacri, fantasmi estetici generati da algoritmi. È il trionfo della finzione sul vissuto. In questo senso, l’Intelligenza artificiale ci costringe a chiederci se siamo ancora capaci di riconoscere il mistero dell’incarnazione o se lo abbiamo definitivamente barattato con l’illusione del download».

Di quale cultura e mentalità sono figlie queste azioni?

«Di una cultura che ha separato l’immagine dalla verità. È il frutto di un relativismo estetico e morale che, come affermò Benedetto XVI, asseconda soltanto “l’io e le sue voglie”. L’Intelligenza artificiale che spoglia non è altro che lo specchio di una società che non sa più riconoscere la verità dietro l’apparenza. Il problema non è la tecnologia, ma l’uomo che la usa senza radici spirituali: quando si perde la percezione del sacro, anche l’immagine diventa profanazione».

Perché, a differenza di ciò che avveniva nell’antica Grecia dove l’esposizione del nudo riguardava il corpo maschile, l’atleta e il guerriero, oggi ha come oggetto prevalentemente il corpo femminile?

«Perché nella cultura classica il nudo maschile celebrava la forza, l’eroismo, la ragione. Il nostro tempo, invece, cerca l’emozione. Il corpo femminile ha preso il posto dell’eroe: è diventato il nuovo campo su cui si esercita il desiderio, lo sguardo, il consumo, dimenticando che la donna è epifania e grazia, sorgente di vita, simbolo vivente del mistero della creazione».

Che cos’è l’imperialismo del look?

«È la tirannia dell’apparire. Viviamo immersi in una società in cui l’identità si misura in pixel, coincide con la visibilità e la visibilità con il consenso. È un nuovo totalitarismo estetico che sostituisce la sostanza con l’immagine. L’unico modo per salvarsi è tornare al pudore, non come censura, ma come atto di libertà: la scelta consapevole di come mostrarsi o di custodirsi».

Quanto influiscono sul primato dell’immagine formule e codici della comunicazione pubblicitaria?

«Enormemente. La pubblicità è la nuova teologia del desidero. Ha trasformato il vedere in desiderare e il desiderare in consumare. Compriamo non ciò che ci serve, ma ciò che vorremmo essere».

Quanto la comunicazione virtuale, l’avvento dei social e le piattaforme di incontri hanno aggravato la mercificazione del nudo?

«Moltissimo. Oggi ci si incontra postando foto e facendo scrolling. Il corpo è diventato un profilo, il nudo una valuta. Tutto si consuma alla velocità del pollice: eros senza attesa, desiderio senza profondità».

Pensa che si debba intervenire a livello legislativo ponendo delle regole per arginare questo fenomeno, per esempio in rapporto alle generazioni più giovani?

«Le leggi servono e ben vengano le leggi sulle manipolazioni dell’Intelligenza artificiale e i limiti ai minori per l’accesso ai social. Ma le regole non bastano: puoi vietare un click, non colmare un vuoto che è educativo e prima ancora esistenziale».

E l’espansione di una certa comunicazione enfaticamente improntata alla fluidità, vedi il recente esempio della rivista Glamour che ha assegnato il premio donne dell’anno a nove persone trans, quanto complica il recupero di un rapporto libero e sereno con la corporeità e la nudità?

«In una società liquida, in cui tutto si fa fluido, anche il corpo perde il suo ancoraggio simbolico. E se non esiste più un limite, esso smette di rivelare e comincia a confondere. Il rischio è che si disperda quella tensione tra maschile e femminile che è la grammatica stessa del creato».

In che modo il cristianesimo ridefinisce il rapporto con il corpo, l’affettività e l’eros?

«ll cristianesimo riconcilia la carne e lo spirito: non veste il corpo per nasconderlo, ma lo riveste di senso. È qui che nasce quella che nel libro chiamo la “nudità redenta”: memoria viva della nostra origine divina, corpo che si offre per amare e non per sedurre, in cui l’eros si purifica e si trasfigura nell’agape».

Dopo anni di predicazione moralista che le viene spesso rinfacciata, oggi la Chiesa è in grado di proporre un rapporto equilibrato e risolto con il corpo?

«Il cristianesimo è l’unica religione che ha redento il corpo. Da limite, il corpo diventa “tempio dello Spirito”, luogo in cui l’invisibile si rende visibile. È una visione rivoluzionaria: restituisce alla carne una dignità che nessun’altra cultura aveva immaginato. Essa diventa linguaggio di Dio, segno della sua presenza e persino promessa di resurrezione dei nostri corpi glorificati».

 

La Verità, 6 novembre 2025

 

 

«Il movimento dei Kirk è molto più del Maga»

Assuntina Morresi è docente di Chimica Fisica all’università di Perugia e vice capo di gabinetto del ministero per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità. Dopo aver assistito alla cerimonia per la morte di Kirk, ha scritto un articolo per Il Timone, intitolato: «Dal memorial di Charlie al risveglio cristiano di una generazione».
Che legame ci può essere fra quei funerali e una possibile rinascita religiosa?

«C’è un legame di partecipazione e di istanze ideali. I ragazzi che partecipavano agli incontri con Charlie Kirk cercavano un dialogo vero, facevano la fila per arrivare davanti al suo tavolino. Non erano ragazzi ideologici… Vedendoli, mi sono tornate alla mente le assemblee in università della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta quando ci interrogavamo su tutto. Ho rivisto l’esperienza fatta in Comunione e liberazione. Ho risentito quella tensione. Allora non c’era la rete, oggi c’è. Ma nel movimento di Kirk i confronti avvengono in presenza».

Lei ha scritto che il Tpusa (Turning point Usa) «è molto più del Maga» (Make american great again), in Italia si pensa che sia un braccio elettorale di Trump.
«Invece il Turning point è nato nel 2012, Kirk aveva 18 anni. È attecchito e cresciuto nelle università e nelle scuole prima e a prescindere da Trump. I Maga non nascono nelle università e nelle scuole. Trump arriva dopo, quando diventa portavoce di un popolo che non aveva rappresentanza politica. Anche Elegia americana di JD Vance è stato scritto prima. Ed è stato Kirk a segnalare Vance a Trump. Kirk non ha avuto cariche né nell’amministrazione né nei Maga. Il reverendo Rob McCoy, che ha parlato alla cerimonia in quanto pastore di Kirk, non fa parte del cartello Maga. Trump, che non è legato a nessun pastore, rappresenta l’America profonda, non necessariamente le comunità religiose».
Lei ci ha visto un’analogia con Silvio Berlusconi.
«Berlusconi non rappresentava un’esperienza religiosa, l’ha intercettata a un certo punto. Così Trump rappresenta un’istanza ideale anche tramite l’esperienza di Kirk. I ragazzi del Turning point continuerebbero a esistere anche se Trump perdesse. Ai funerali Gesù e la Bibbia sono stati nominati molto più di Trump».

Che cosa l’ha colpita della cerimonia?

«La partecipazione alla preghiera, prima ancora che alla cerimonia. Mi sono collegata prima che iniziasse e ho ascoltato tre ore di canzoni e inni religiosi. Le persone cantavano con le braccia alzate».

Che cosa le ha trasmesso la testimonianza della moglie?

«Mi hanno colpito due fatti. Il primo è che chiaramente non c’entrava con Trump. Quando ha detto che perdonava l’assassino di suo marito perché Gesù ha perdonato e perché anche Charlie l’avrebbe fatto, Trump ha detto, rivolto a lei: “Tu li perdoni, ma io li odio i miei oppositori”. Però l’ha detto scusandosi: “Mi dispiace”. Questo, secondo me, marca una differenza importante. Perché, in un certo senso, ha fatto capire che la posizione di lei era più evoluta».

E il secondo fatto?

«Perdonando l’assassino di suo marito, Erika, di formazione cattolica, ha assunto un ruolo guida nel movimento. Le è stata riconosciuta una leadership. È come se, in qualche modo, il perdono si proponga come testimonianza di comunione fra confessioni diverse. Molto più di tante formule pensate a tavolino, ecumenismi e sinodalità varie. Erika ha detto che Charlie voleva salvare i giovani come quello che l’ha ucciso».

Perché sono convinti che la loro fede contenga la salvezza per tutti?

«Perché vivono integralmente la fede. Il loro punto di riferimento non è il partito, ma l’esperienza religiosa. Dio patria e famiglia lo hanno vissuto, e lo stanno tuttora testimoniando, nel loro matrimonio. Questo vale anche per Marco Rubio e JD Vance».

Perché le nostre gerarchie hanno mantenuto grande distacco, quasi un imbarazzo, davanti a questo fenomeno e alla testimonianza di Erika Kirk?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Forse non l’hanno capito, forse hanno dato una lettura iniziale troppo politica e, in quel caso, sono state spiazzate da qualcosa di molto diverso. Qualcosa di fronte a cui c’è solo da alzarsi in piedi, grati».

La seconda smentita, oltre a quella che riguarda la riduzione del Tpusa a una sezione Maga, è che la testimonianza della vedova ridimensiona le accuse di fascismo e razzismo?
«Non ho visto niente del genere in quella cerimonia. Dove sono fascismo e razzismo? È chiaro che con i Maga ci sono interazioni, e ci sono diverse anime tra loro. Ma Tpusa non è un braccio armato, un collateralismo elettorale. La fede di quei ragazzi ha determinato la loro presenza nell’agorà pubblica. Dopo la morte di Kirk sono andati in chiesa».
Lei ha tracciato un parallelo tra il movimento di Kirk e Comunione e liberazione nelle università degli anni Settanta. 

«Entrambi mettono Cristo al centro. Negli anni Settanta Cl voleva fare la messa di Pasqua nell’orario scolastico e non fuori. Adesso non sarebbe possibile. Chiedeva le aule universitarie per gli incontri di catechesi perché diceva che Cristo c’entrava con la vita quotidiana e con lo studio. Non c’erano i Maga quando Kirk ha fatto i Turning point, non c’era Berlusconi quando è nata Cl».

Un altro parallelo riguarda il contesto di violenza. Si è detto che il clima di odio di oggi è paragonabile a quello che portò all’esplosione del terrorismo, mentre ora vediamo frange manifestare in modo violento, in particolare per il popolo palestinese.
«Le analogie ci sono e riguardano la piena agibilità agli spazi democratici. Mi chiedo che cosa accadrebbe se si volessero promuovere in alcune università dibattiti e confronti davvero liberi sull’aborto, il tema transgender e Israele. Provate a mettere un banchetto di libri con una bandiera di Israele in università…».

Il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha detto che per vincere l’odio serve una nuova narrativa. La religione può esserlo?
«Per accogliere l’altro devi essere certo anche di te stesso, devi avere una tua ipotesi. La sfida di Israele è la più vertiginosa perché quella è una guerra di religione. Di una religione come quella islamica degenerata in ideologia che ha alimentato il terrorismo».

Fra l’islamismo e l’ebraismo, il cristianesimo è l’unica religione che può testimoniare la misericordia?

«La misericordia tiene conto della verità dei fatti, non li minimizza.  prescinde dalle responsabilità o le nasconde. La vedova di Kirk ha parlato dell’assassino di suo marito. Il perdono non è buonismo, ma è consapevole di chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Israele ha vissuto in una continua minaccia di aggressione. Sono d’accordo con Pizzaballa, serve una postura diversa: quella dei francescani in Terra santa fa sì che intorno a loro non si combatta».

In un’intervista alla Verità, Carlo Freccero ha detto che sogna di vedere Leone XIV andare a Gaza a sporcare di sangue la sua veste bianca.

«Io sogno invece la libertà per i cristiani nei Paesi islamici. Libertà di espressione anche per chi non è musulmano. Sarebbe un primo vero passo verso la pace. Lasciate i cristiani liberi di esserlo, senza rinchiuderli nella parrocchietta. Questo sarebbe il vero inizio di una narrativa diversa. Lasciare che Charlie metta il tavolino del Turning point anche in quei paesi».

 

 

La Verità, 26 settembre 2025

«Il Papa a Gaza? Ascolterà lo Spirito Santo»

Teologo, già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger nella Congregazione per la dottrina della fede e poi durante il suo pontificato, don Nicola Bux conserva autorevolezza e lucidità di giudizio di quella stagione. Ieri ha letto l’intervista alla Verità nella quale Carlo Freccero racconta il suo sogno di vedere papa Leone XIV andare a Gaza a sporcare la sua veste bianca con il sangue della guerra.
Don Nicola, anche lei è un sognatore?
«Ho letto e sono ammirato di quanto Freccero ha espresso con singolare profondità, individuando il nodo della vicenda che credo sia non appena di Gaza, ma del mondo intero perché quello che accade lì è, in un certo senso, emblematico di ciò che accade nel mondo. Condivido soprattutto la convinzione di Freccero per il quale una nuova narrativa possa venire dalla religione».
Che cosa le fa venire in mente l’immagine del Papa pellegrino disarmato a Gaza?
«Mi ricorda il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 e le macerie del quartiere di San Lorenzo dove Pio XII si recò per portare consolazione alla popolazione. E mi ricorda anche Giovanni Paolo II che si recò a Sarajevo. Diciamo che entrambi gli episodi giustificano in qualche maniera il sogno di Freccero».
Al fianco di Pio XII c’era un giovane Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. La Chiesa sta dove il popolo è sofferente?

«Questo è il suo statuto fondativo. La parrocchia di Gaza è retta da don Gabriel Romanelli che appartiene all’istituto del Verbo incarnato. Questo istituto è famoso per stare nelle situazioni più emarginate del mondo. La parrocchia riunisce anche la presenza dei cristiani ortodossi. Don Romanelli ha ribadito che loro non si muoveranno da lì».
L’immagine di papa Pacelli con le braccia allargate tra la gente di Roma è rimasta nella storia.
«È così, certo. Tuttavia, all’indomani della sua elezione, nella messa in Cappella sistina con i cardinali, papa Leone XIV ha detto che “noi dobbiamo sparire perché Cristo rimanga”. Un’espressione molto importante. Che ci deve far riflettere perché purtroppo, nell’attuale sensibilità mediatica, una visita del Papa, qualsiasi Papa, avrebbe un forte impatto mediatico, ma potrebbe avere anche un contrappeso negativo, di appagamento dello spettacolo».
Freccero non la immaginava con questa inclinazione.
«
No, anzi. Ammiro la sua idea perché egli stesso ha detto che sarebbe espressiva di una religione che si fa carico del dolore dell’umanità a differenza delle altre due religioni, l’ebraica e l’islamica, incapaci di usare la misericordia perché prigioniere della legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente. Dicendo che si è dimenticato il comandamento “non uccidere”, papa Leone ha voluto richiamare la radice della guerra. Non dobbiamo avere paura a dire che questa radice si chiama peccato. Quando Freccero dice che la religione cristiana ha conservato una integrità dovrebbe includere che bisogna avere il coraggio di dire che la causa prima delle guerre, degli omicidi e delle violenze si chiama peccato. Proprio papa Pio XII diceva che “il peccato più grande nel mondo d’oggi consiste nel fatto che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato”».
Che immagine sarebbe quella di papa Leone XIV tra le macerie di Gaza?
«Sarebbe l’immagine replicata di Cristo presente nel mondo e nell’umanità sofferente. Certamente avrebbe una sua efficacia. Però, in realtà, non sarebbe nient’altro che un’enfasi di quello che la Chiesa già fa a Gaza. Don Romanelli, il patriarca Pierbattista Pizzaballa e gli altri religiosi orientali dimostrano che la Chiesa non abbandona il popolo».
È vero, la Chiesa è già presente in quella tragedia. Ma l’andarci di proposito del vicario di Cristo in terra potrebbe produrre anche un soprassalto emotivo?
«Non dubito che un atto del genere avrebbe tale impatto e porterebbe a riflettere. Tuttavia, occorre valutare ciò che rimarrebbe a carico di coloro che vivono lì tutti i giorni. I padri francescani, la comunità di cui fa parte il patriarca di Gerusalemme, da otto secoli sono nella Terra santa e, grazie alla loro minorità, al basso profilo, riescono a mantenere la posizione tra gli opposti contendenti. Perché, come mi hanno detto diversi cristiani del posto, il problema non è la guerra di Gaza ma la persistenza dei cristiani in quella regione».
Che cosa potrebbe smuovere una visita di papa Prevost a Gaza?
«Realisticamente, credo quasi nulla perché le parti non guardano al Papa come a un’autorità morale, ma come a un capo politico. Dai musulmani viene percepito come il capo dell’Occidente. Anzi, dalle fasce più estremiste, come il capo delle crociate. Gli ebrei non lo vedono come il vicario di Cristo, ma con sospetto, come una presenza che potrebbe interferire negli affari del Paese. Leone XIV dovrebbe calibrare l’iniziativa con i cristiani locali, soprattutto adesso che c’è una recrudescenza degli ebrei radicali contro i cristiani. In particolare, dovrebbe confrontarsi con il patriarca di Gerusalemme che è un profondissimo conoscitore del mondo ebraico».
Un gesto così potrebbe scalfire l’insensibilità di Benjamin Netanyahu e dei terroristi di Hamas?
«Forse sì, perché è vero che qualsiasi gesto dirompente può avere effetti imprevisti. Tutto è possibile. Il Papa potrebbe sentirsi ispirato a rompere degli schemi e a osare. Quando Paolo VI andò in Terra santa nel 1964 era ben conscio che sarebbe stato strumentalizzato. Però osò farlo dopo aver accuratamente preparato quell’azione. Le problematiche sono complesse».
Sarebbe un gesto profetico, una testimonianza oltre i protocolli della diplomazia che appartiene a una Chiesa del martirio?
«Quando si dice “gesto profetico” si dice Spirito santo. In passato vescovi e preti hanno promosso marce per la pace in luoghi di guerra, ma dopo tanti anni siamo al punto di prima. Il problema è la conversione del cuore dell’uomo a Dio, all’amore per il prossimo e alla grazia. Questo è un lavoro diuturno, non basta un gesto, per quanto eclatante. La Chiesa va in tutto il mondo a far conoscere il vangelo per far conoscere Dio. Questo cambia l’uomo perché quando si conosce e ama Dio non si fa la guerra».
Questa idea è poco realistica e nemmeno ipotizzabile?
«È ipotizzabile perché il Papa è assistito in modo speciale dallo Spirito santo. Se lo farà sarà perché si sarà sentito incoraggiato a farlo. Se non lo farà vuol dire che lo Spirito santo non gliel’ha suggerito».

 

La Verità, 21 settembre 2025

 

«Sogno il Papa che sporca la veste di sangue a Gaza»

Ci penso da giorni, settimane. E non se ne va, questo pensiero. Mi chiedo: che cosa accadrebbe se papa Leone XIV andasse a Gaza? Ora. Andasse fisicamente. E la sua veste bianca si sporcasse con il sangue della guerra? Dei morti ebrei e palestinesi, i due popoli che si odiano? È un pensiero che non se ne va: che cosa accadrebbe? Forse il mondo si fermerebbe. Tratterrebbe il fiato. Forse per un momento si fermerebbe anche l’odio. Lì, in quella terra. In quelle macerie dell’umanità. Dove la ferita è più profonda e purulenta, nella carne del mondo».

Da geniaccio visionario, Carlo Freccero immagina. Segue i voli della sua mente. È molto più che un ex vulcanico direttore di televisioni. Molto più dell’ex uomo di Silvio Berlusconi e dei primi palinsesti di Canale 5 e poi di La Cinq in Francia, di Italia Uno e Rai 2. Freccero è un intellettuale non allineato. In gioventù è stato credente, poi ha letto Jean Paul Sartre e si è allontanato. Oggi è un uomo di 75 anni che continua a studiare e a interrogarsi. A non arrendersi alle lascivie del nichilismo. E a farsi domande davanti alle sciagure del mondo. Il Covid. Le guerre. Le risposte delle ideologie con le loro pretese di aggiustare i popoli a immagine e convenienza delle élite. Risposte sempre più insufficienti e che, alla fine, con le loro agende e i loro reset, producono nuove violenze come abbiamo visto con l’assassinio di Charlie Kirk. E nuovi soprusi, come vediamo attraverso la manipolazione continua dell’informazione, ultimo caso i droni russi che avrebbero provocato la distruzione di un’abitazione in Polonia e armato l’operazione Sentinella dell’Est della Nato. E allora, dice Freccero: «Solo la religione, anzi, solo il cristianesimo può, forse, rappresentare una novità».

Ripartiamo da quel pensiero che non se ne vuole andare.

«Anzi, si precisa progressivamente in forza di altri fatti».

Per esempio?

«Gliene faccio uno molto importante, che hanno visto tutti, ma che l’informazione unica ha stolidamente ignorato».

La ascolto.

«Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha concluso l’ultima Mostra del cinema invitando a parlare in un videomessaggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il quale ha richiamato la cronaca di tutti i giorni e le immagini continue “che parlano di morte, dolore e distruzione. Siamo talmente pieni di dolore che sembra non esserci spazio per quello di altri, un clima di odio sempre più profondo nelle popolazioni ebree e palestinese”. E poi ha detto soprattutto un’altra cosa, il cardinale».

Quale?

«Che c’è bisogno di una nuova narrativa e di nuovi linguaggi per provare a sconfiggere questo odio».

La politica non ce la fa?

«No. E questo è l’altro fatto che consolida la mia riflessione. Lo vediamo tutti i giorni. Lo tocchiamo con mano. Anche Donald Trump con tutto il suo impegno, tutti i suoi interessi e tutto il suo narcisismo, non ce la fa. È chiaro, no? Netanyahu invade Gaza con la ferocia che vediamo e lui risponde che non sa e deve informarsi. È un modo ambiguo di camuffare la sua impotenza, di fatto lasciando andare le cose. Lo stesso sta accadendo con Putin e Zelensky».

E allora?

«Allora le parole di Pizzaballa hanno approfondito il mio tarlo. Solo la religione può essere questo nuovo linguaggio, questa nuova narrativa. Che cosa accadrebbe se Leone XIV andasse a Gaza, con la sua veste bianca. A sporcarla con il sangue della guerra e dei morti. Che cosa accadrebbe se andasse lì, se si inginocchiasse tra le macerie, pellegrino inerme, nel posto dove la ferita è più profonda e lacerante?».

Le rigiro la domanda.

«Penso che saremmo costretti a fermarci. Tutti. Penso che il mondo trasalirebbe. Avrebbe un attimo di stupore. Di sospensione. Forse lo avrebbe anche Netanyahu e lo avrebbero anche i terroristi di Hamas. Lo spero. Voglio crederci».

In questi giorni il Santo Padre ha detto che a Gaza c’è «una situazione inaccettabile» e che «Dio ha comandato di non uccidere».

«Esattamente. E la sua voce è la più forte e potente. Ma io mi domando, senza voler essere né presuntuoso né invadente – lo so che il rischio di sembrarlo è molto elevato ma va bene, rischio – mi domando: perché non far seguire un grande gesto, una grande testimonianza a queste parole, a queste esortazioni. In fondo, perché è stata geniale l’idea di Buttafuoco alla fine della Mostra del cinema? Perché, invece di appiattirsi sui soliti proclami e i soliti conformismi degli attori con la kefiah o dei patetici militanti della Flotilla schierati da una parte sola, ha coinvolto uno che vive lì».

In fondo, se vogliamo accentuare la visionarietà, la suggestione della sua idea, è il metodo dell’incarnazione cristiana.

«In un certo senso sì. Leone XIV ci metterebbe il suo corpo, la sua persona fisica. Da pellegrino disarmato. A me vengono in mente anche le crociate».

Questa sarebbe una crociata disarmata.

«Come posso dire: una crociata mistica».

Ricorderebbe anche un’immagine del Vecchio Testamento, quella di Abramo che sale al monte per il sacrificio di Isacco.

«Questo lo lascio dire a a lei. Però il riferimento al sacrificio ci può stare».

Per altro, sebbene nella sua prima intervista abbia precisato che è necessario fare una «una distinzione tra la voce della Santa Sede che promuove la pace e il ruolo di mediatore, che è molto diverso e non è altrettanto realistico», papa Leone XIV si è anche detto «molto consapevole delle implicazioni di pensare al Vaticano come a un mediatore».

«Infatti, anche questo mi fa sperare. Tuttavia, il pellegrino disarmato è più del mediatore. La mediazione appartiene ancora alla sfera della politica e della diplomazia. Che, certo, può essere molto importante, in una situazione come questa. Invece, la mia provocazione ha più a che fare con la sfera della testimonianza e del sacrificio».

Però io le faccio due obiezioni. La prima: noi siamo nessuno e ignoriamo quali implicazioni avrebbe ora un viaggio del Papa a Gaza. Ricordiamoci che stiamo parlando del Vaticano, stiamo peccando di superbia.

«È vero, è così. Siamo ignoranti e possiamo apparire anche arroganti, lo so. Ma direi in un altro modo: siamo ingenui. E l’ingenuità ha una sua purezza e una sua forza».

Ha la forza bambina della speranza, direbbe Charles Péguy.

«Mi dica la seconda obiezione».

Il Papa non può essere l’aggiustatore del mondo. Lo dice e lo ripete, il suo compito è innanzitutto testimoniare Cristo all’umanità, confermare la fede nelle persone.

«E il suo andare lì, nel luogo della croce, nel Calvario contemporaneo, non sarebbe una grande testimonianza a Cristo?».

Bisogna capire che cosa ne pensa il Papa, qual è il suo primo e vero compito.

«Non tocca certo a noi suggerire nulla, ci mancherebbe. Ma a me pare che il punto sia la differenza della testimonianza cristiana in un mondo in cui le altre grandi religioni vengono piegate all’odio. Invece, il messaggio cristiano è amore. La Terra santa è la terra delle grandi religioni monoteiste, ma solo il cristianesimo conserva questa integrità. Però, forse per reazione alle crociate o anche all’Inquisizione, si è intimidito, abbandonando il pensiero forte e scegliendo il silenzio. È proprio questo il paradosso».

Quale?

«Che in una fase di integralismi e fanatismi crescenti rimane zitta l’unica fede che predica amore anziché odio. La Chiesa ha sempre dato asilo ai fedeli di tutte le confessioni. Il patriarca è rimasto a Gerusalemme, non solo come scudo delle vittime, ma anche a testimonianza dell’identità cristiana, di accoglienza e amore. Mi spingo a dire che certamente anche Pizzaballa sarebbe felice della visita di Leone XIV».

Il cui pontificato sarebbe profondamente segnato da quel gesto.

«Penso di sì. Ma ripeto, con umiltà e ingenuità, non sarebbe un bel modo di caratterizzarlo?».

 

La Verità, 20 settembre 2025

«Vorrei parlare di politica senza risse e tifoserie»

Tommaso Labate è il giornalista che rivelò il piano per la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Quella volta il Quirinale smentì con una nota ufficiale, ma poi si sa come andarono le cose. Eppure Labate, cronista politico del Corriere della Sera, conduttore televisivo e radiofonico, si considera ancora un ragazzo di Calabria, precisamente di Marina di Gioiosa ionica, il paese dove, quando può, ritorna. Pier Silvio Berlusconi lo considera «un bravo giornalista e una faccia televisiva». «Sono contento di questa stima, spero di meritarla», abbozza lui.
Come nasce Realpolitik, in onda dal 17 settembre su Rete 4?
Nasce dalla voglia di raccontare la politica oltre la contrapposizione tra le tifoserie, per mostrarne i meccanismi dietro la scena. E per far capire l’attinenza che ha con la vita di tutti i giorni.
Spesso ospite di talk show, già co-conduttore con David Parenzo di In onda e poi al timone di Non è un paese per giovani su Radio 2: come si accinge a questa nuova avventura?
Con lo spirito che mi ha sempre guidato, occupandomi di politica. Cioè con l’assillo di farmi comprendere dal numero più alto possibile di persone. Quando scrivo o lavoro a un programma tv la mia testa è sempre rivolta a chi c’è dall’altra parte. Ora questa urgenza l’avverto ancora di più.
Che eredità raccoglie nella serata di Fuori dal coro di Mario Giordano?
Fuori dal coro non lascia eredità perché si sposta alla domenica. Quanto a Mario Giordano, che avevo intervistato per il Corriere, è stato il primo a scrivermi appena uscita la notizia. Un messaggio bellissimo.
Come farà quando l’Inter giocherà in Champions di mercoledì?
Bella domanda. Spesso, per motivi di lavoro o di famiglia, vedo le partite in differita. Mi sono abituato a sconnettere i dati del cellulare o a viaggiare in treno avvolto in una sciarpa per estraniarmi. Una sera ho viaggiato imbacuccato per preservare la visione notturna di un Inter Spal.
In uno studio televisivo sarà difficile isolarsi.
Infatti, spero che l’Inter giochi sempre di martedì (ride).
Quale sarà la specificità di Realpolitik?
Ci saranno retroscena, analisi, approfondimenti, sondaggi. I programmi che si occupano di politica sono tutti bellissimi.
Questa è una democristianata.
Realpolitik sarà bellissimo in un modo diverso.
Metterà a confronto posizioni opposte?
Preferiamo la contrapposizione sui perché a quella sulle persone. Mi spiego: non mostreremo il servizio su Donald Trump per farlo commentare in studio da chi lo ritiene un genio e da chi lo considera un pericolo per la democrazia mondiale. Diversamente, ci interessa capire perché Trump ha fatto o detto certe cose. Vogliamo capire i meccanismi della politica.
Contenuti sì, tifoserie no?
Esatto. Ci saranno confronti anche accesi, ma sui perché degli argomenti. Avremo ospiti che non si vedono altrove e con un elevato grado di autorevolezza.
Qualche nome?
Se anticipassi gli ospiti, Realpolitik dovrebbe cambiare nome.
Come le sarà d’aiuto l’esperienza di ospite degli ultimi anni?
In questo lavoro tutto è utile. Joseph Conrad si chiedeva come spiegare alla propria moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando. Usare un mezzo pubblico, fare colazione al bar, fare la fila alla cassa non automatica del supermercato, guardare in faccia le persone può essere più utile che andare in tv.
Senza porsi limiti, chi è l’ospite che vorrebbe avere a tutti i costi?
Potrei dire il Papa, ma non lo dico. Mi guida uno scaramantico attaccamento alla realtà. L’intervista agognata è quella che realizzi davvero non quella che sogni.
Il suo debutto prosegue il tentativo di allargare l’offerta giornalistica di Rete 4 iniziato con Bianca Berlinguer?
Quando chiami una persona nuova in un palinsesto di successo allarghi. Se aggiungi un posto a tavola per un amico in più, la tavolata si allarga per forza.
Si presenti con un mini identikit.
Mi chiamo Tommaso Labate, vengo da Marina di Gioiosa ionica, un paesino di 6000 anime, vivo a Roma, sono solidamente attaccato alle mie radici, alla mia identità e alla credibilità che spero di essermi costruito. Tengo molto a tutte e tre queste caratteristiche perché so che se ne perdi solo una poi non la ritrovi più.
È un giornalista progressista, conservatore, di centro?
Un giornalista che si ritiene onesto e che non fa sconti. Nessuno mi ha mai accusato di essere stato sleale o di essermi fatto condizionare da convinzioni personali. Se qualcuno sostiene il contrario sono pronto a difendermi anche davanti a un Gran giurì.
Che cosa guarda in tv?
Tanto calcio e tanto tennis.
E che cosa evita?
Le serie tv. Le trovo complicate da seguire in coppia; uno si addormenta, l’altro no… Preferisco un buon film. Sono un telespettatore più moderno che contemporaneo.
Un bel libro letto quest’estate?
Rimini di Pier Vittorio Tondelli. È la storia di un giornalista che viene mandato a dirigere il dorso adriatico di un quotidiano nazionale. Rileggerlo mi ha dato il senso dell’inizio di una nuova avventura.
Cosa pensa del fatto che Giorgia Meloni non parla volentieri con la stampa italiana?
Penso che con la stampa del proprio Paese si dovrebbe parlare sempre. Non credo nella disintermediazione, che si possa comunicare solo attraverso i propri canali. I giornalisti non sono l’arbre magique della macchina, ma lo sterzo o il cambio, senza i quali la macchina no va o non va bene.
E cosa pensa dell’atteggiamento dei giornalisti alle conferenze stampa di Mario Draghi?
Draghi ha parlato con i giornalisti italiani molto più di quanto ci si aspettasse. Personalmente, non applaudirei nemmeno se la conferenza stampa la tenesse mia madre. Al contrario di molti colleghi, non ho mai pensato che avesse chance di diventare presidente della Repubblica.
Mentre Draghi era di default SuperMario, Meloni dovrebbe essere Mary Poppins ma non lo è?
Su questo mi accodo al carrozzone. Draghi era SuperMario non per il lavoro da premier, ma per il famoso «wathever it takes» pronunciato da capo della Bce. La prova è che Monti, suo omonimo e anche lui presidente di un governo di larghe intese, nessuno l’ha mai chiamato SuperMario.
E la Meloni obbligata a essere Mary Poppins?
Quando sei premier nessuno ti fa i complimenti. Il rispetto delle promesse elettorali è un criterio sopravvalutato oltre che erroneo. Il governo gialloverde si è distinto per aver assolto alle promesse elettorali dei suoi soci: il reddito di cittadinanza da una parte e quota 100 dall’altra. Eppure, oggi chi vorrebbe di nuovo il governo gialloverde? Spesso ci concentriamo sul mantenimento delle promesse e poco sulla loro qualità e i loro effetti sul Paese.

 

Panorama, 17 settembre 2025

«L’Unione inventa nemici finti per sopravvivere»

Toni Capuozzo ha trascorso l’estate a Pantelleria a scrivere i testi di un programma televisivo e di uno spettacolo teatrale. «L’anno prossimo saranno 50 anni dal terremoto del Friuli e con il pianista Remo Anzovino, anche lui friulano, vogliamo provare a ricordarlo a modo nostro».
Si prepara anche a tornare in tv: quando e dove?
«In dicembre su Rete 4, con un programma che si chiama I giganti, dedicato ai grandi che hanno fatto la storia. È un ciclo di quattro puntate, cui forse ne seguiranno altri».
Chi saranno i primi giganti?
«Karol Woytila, la Regina Elisabetta, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo da Vinci».
Leonardo?
«È un programma che non ha un tempo di elezione. Potevano esserci l’imperatore Adriano, Ciro il Grande o Giulio Cesare. Sono personaggi scelti in base al peso avuto nella storia, non in base all’epoca».
Di chi è stata l’idea?
«Di Pier Silvio Berlusconi».
C’entra la sua lettera a Silvio Berlusconi quando è mancato?
«Non ci ho pensato. Mi hanno chiesto di raccontare queste figure con il piglio dell’inviato. In passato, ho raccontato tante tragedie e personaggi minori. Dopo aver scartabellato tra i libri di storia, proverò a togliere un po’ di polvere a questi personaggi».
Perché è utile farne memoria?
«Essendomi occupato più volte di conflitti in Europa ho constatato che da una parte, la nostra, tendiamo a condannare la memoria, mentre a Est la si coltiva perché si è consapevoli che il passato insegna. Mi fa pensare la leggerezza con cui certi leader di oggi usano il termine “guerra”. Soffriamo di una forma di anoressia della memoria. Oggi siamo impegnati nella difesa dell’Ucraina e ci sfugge che il Donbass un diritto alla secessione ce l’aveva. Così come ce l’aveva il Kosovo, per difendere il quale siamo intervenuti. Oppure dimentichiamo che c’è stata la Brexit visto che oggi, a capo della coalizione dei “Volenterosi”, c’è il leader britannico Keir Starmer».
Perché ha scritto Vite di confine (Biblioteca dell’immagine): una sorta di «spoon river» sulle tante storie attraversate dai rivolgimenti della Giulia, di Gorizia e dell’Istria?
«Intanto perché sono nato e cresciuto da quelle parti. Poi perché ho passato la vita a raccontare guerre lontane che si combattono per contrasti sul possesso del territorio o delle materie prime. Così ho provato a rileggere la storia di queste terre con l’occhio di chi pensa che non siamo migliori dei russi e degli ucraini o più civili degli ebrei e dei palestinesi. Forse siamo più pacifici perché tanti danni li abbiamo già fatti. Quel confine è stato teatro di due guerre. Ci sono stati il Carso della Prima guerra mondiale e i partigiani di Tito e le foibe nella Seconda. Gorizia e Nuova Gorica sono capitale europea della cultura 2025».
Le comunità su quel confine colpite dalla globalizzazione sono un mondo finito?
«Non credo. La globalizzazione ha spinto per contraccolpo tante comunità locali ad avere più care le proprie radici e la propria storia. Il che non significa essere nemici della globalizzazione, ma guardarla con la propria identità».
Storia e radici sono risorse da cui ripartire?
«Certo. Purtroppo, molti conflitti, come in Siria, in Palestina o tra Russia e Ucraina, sono provocati da contrasti di identità. Due stili di vita, due caratteri e due modi di parlare che ci fanno ragionare in termini di “noi e gli altri” spesso si incarnano come unghie nella storia. I conflitti identitari sono più granitici dei conflitti d’interessi».
Perché in questi casi è più difficile mediare?
«Perché non è facile comprendere le identità senza negarle. Coinvolgere i sentimenti dei popoli è decisivo, ma purtroppo la nostra è un’Europa di ragionieri, non di popoli. Quando pensi a Erasmo puoi sentirti europeo, quando pensi ai trattati no. L’Europa è una banca di storia, di cultura e di appartenenze. Solo con le identità locali si può costruire un’identità comunitaria; essere europei non è in contraddizione con il sentirsi allo stesso tempo siciliani, valdostani o friulani».
Qual è il capitolo di storia ancora da scrivere che queste vite fanno emergere?
«Quello sul male compiuto. Il capitolo sul male che da italiani abbiamo fatto agli slavi durante il fascismo e il capitolo sul male che gli slavi hanno fatto agli italiani: i 600 desaparecidos di Gorizia e le migliaia di infoibati. Basta vedere le difficoltà di condividere sia il Giorno della Memoria che il Giorno del Ricordo per capirlo. Una visione idealistica ci porta a vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ma, sempre parlando dei capitoli da scrivere, ricordiamo che i buoni hanno chiuso la Seconda guerra mondiale lanciando due bombe atomiche su due città di civili».
Che cosa pensa della richiesta della Slovenia di vedersi restituite molte opere d’arte in possesso dell’Italia?
«Penso che il principio della restituzione di beni legalmente acquisiti debba essere applicato con buon senso. La restituzione all’Etiopia dell’Obelisco di Axum aveva un valore simbolico perché diceva il nostro pentimento di Paese colonialista e premiava l’orgoglio indipendentista del popolo africano. Nel caso della richiesta della Slovenia, mi pare appartenga a un puntiglio notarile, figlio della cancel culture che vorrebbe riportare indietro l’orologio della storia. Come in un gioco dell’oca in cui si riparte da zero. L’acquisizione di opere d’arte racconta un’epoca storica come lo fa, a volte egregiamente, l’architettura fascista. Al British museum ci sono pochissime opere british, ma tutti, da europei, ne abbiamo goduto. Se l’Egitto dovesse richiedere indietro le sue opere, il Museo egizio di Torino chiuderebbe».
Com’è nata l’idea di scrivere Cos’è la guerra – I conflitti spiegati ai ragazzi (Signs books)?
«La prima volta l’avevo scritto 15 anni fa per Mondadori. Ho deciso di aggiornarlo su richiesta di alcune scuole e sulla spinta degli ultimi conflitti, a Gaza e in Ucraina, dove il nostro coinvolgimento è maggiore sia a livello emotivo che come fornitori di armi. Da bambino orecchiavo le notizie sulle guerre senza accontentarmi delle versioni cinematografiche dove il buono non moriva mai. Oggi i videogiochi possono far pensare ai ragazzi che la violenza sia virtuale. Anche noi adulti siamo più incapaci di leggere la follia della guerra e più succubi di una paura sottile perché cresciuti in un mondo di pace. Ma se pensiamo che la Svizzera costruisce bunker antiatomici e che le nostre armi sparano al confine tra Ucraina e Russia ci rendiamo conto che la guerra non riguarda solo il passato. Capire i conflitti in modo razionale è importante come capire di salute, di economia, di politica».
Con l’invasione dell’Ucraina stiamo tornando a uno scenario da Guerra fredda?
«È più complicato perché l’America si sta tirando indietro. Questa rischia di essere una Guerra fredda regionale, che riguarda solo l’Europa».
Dall’altra parte, come abbiamo visto a Pechino, si uniscono.
«C’è coesione, a differenza di ciò che c’è nel nostro continente, baciato dal benessere, anziano, e che non ha nessuna intenzione di mandare i propri figli a combattere. Siamo l’Europa dei principi, una specie di club inglese, molto esoso, che dispensa mandati di cattura a questo e a quel nemico che poi vediamo accolto sul tappeto rosso non solo in America. Siamo un club livoroso che non conta niente».
Come giudica la strategia dei «Volenterosi»?
«Nel migliore dei casi, sognano qualcosa che non è. L’accordo di pace con l’odiato Putin è un esercizio verbale. L’Europa sta cercando di giustificare gli errori di questi anni in cui, invece di mettere in atto una grande operazione per spegnere il conflitto, ha perseguito l’idea di combattere “fino all’ultimo ucraino”. Se dal 2014 si fosse concesso quello che si sta definendo adesso si sarebbe evitato il pericolo di trasformare una crisi regionale in una guerra mondiale. Si è dovuto aspettare l’arrivo del puzzone Donald Trump per parlare di pace. Per tre anni l’ha fatto solo il Papa. Mentre si lavora solo per nascondere gli errori compiuti, parlare di difesa della democrazia e del diritto internazionale è recitare una fiaba per bambini».
Diminuiscono anche le speranze di una soluzione in Medio Oriente.
«Lì la pace sembra una missione impossibile. Non ci sono spazi di mediazione a causa del fatto che, da Camp David in poi, i palestinesi hanno rifiutato accordi per i quali oggi brinderebbero. Esaurite le mediazioni resta la forza che, in questo momento, è dalla parte di Israele. Il quale se ne frega delle condanne del mondo. Come diceva Golda Meir: “Preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze”. Non possiamo illuderci che si possa sconfiggere Hamas con strumenti militari: i ragazzi palestinesi che adesso hanno 11 anni, tra altri 10 anni cercheranno di replicare il 7 ottobre».
L’opinione pubblica europea però simpatizza per il popolo palestinese.
«Perché è un’opinione pubblica parolaia. La stessa che pensa di attuare la parità di genere cambiando le desinenze alle parole. O che raccoglie firme per escludere gli attori filo israeliani dalla Mostra di Venezia. Non faccio sconti a Netanyahu, ma non parlo di “genocidio” perché è solo un modo per dirsi dalla parte giusta. “Pulizia etnica” è già abbastanza grave».
Con sollievo di molti, Donald Trump non prenderà il Nobel, magari lo prenderà la Flotilla di Greta Thunberg?
«Sarebbe la tomba del Nobel. Che per altro è già in agonia da quando l’ha conferito a Barack Obama che faceva stragi di civili con i droni. Chi è stato in Afghanistan sa che ogni assembramento, fosse un matrimonio o un funerale, veniva bombardato senza troppe distinzioni. La Flotilla non verrà trattata con i guanti bianchi e Israele sarà accusato di essere violento e repressivo. È una regia già scritta da anime belle».
Cosa pensa degli ultimi richiami al protagonismo dell’Ue?
«Mi sembra una forma di accanimento terapeutico. Per tenere in vita un’istituzione morente e risollevare i consensi calanti in patria, non c’è di meglio che inventarsi un nemico. La Russia che vuole invaderci è perfetta».
È giusto giocare Italia Israele di calcio allo stadio di Udine o pensa che sia inopportuno?
«Per me sì. Si può anche esibire sugli spalti una bandiera palestinese, potrebbe essere un modo polemico di dialogare. Rinunciare alla partita sarebbe la condanna del silenzio».
Un’ultima domanda: che idea si è fatto della chiusura del programma radiofonico di Marcello Foa?
«Negli ambienti dove agisce la criminalità organizzata, le persone che si presentano in pubblico annunciano la propria appartenenza e provenienza. Anche nel giornalismo accade qualcosa di simile. I cani sciolti sono più fragili ed esposti agli attacchi, conviene avere un guinzaglio. Foa non ce l’aveva».

 

La Verità, 4 settembre 2025

«La cacciata di Foa? Tutto inizia dalla riforma Renzi»

Carlo Freccero non è particolarmente sorpreso dalla cancellazione di Giù la maschera, la striscia quotidiana su Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai, Marcello Foa. L’ex direttore di Rai 2, personalità vulcanica che non si fa problemi ad andare controcorrente, propone un ragionamento più articolato che non si limita al livello della dirigenza di Viale Mazzini e alla sua insipienza. «Non mi stupisce che uno dei pochi veri giornalisti in circolazione, Marcello Foa, sia stato cancellato con il suo staff di eccellenza dai palinsesti radiofonici della Rai della prossima stagione».

Non la stupisce perché il programma è stato cancellato per volere della politica?

«Il nuovo direttore di Radio 1, Nicola Rao, persegue una sua linea editoriale che suppongo non tanto dettata da politiche culturali, quanto da esigenze propagandistiche».

Marcello Foa è un ex giornalista del Giornale, un autore di saggi sul controllo dell’informazione, che si può iscrivere al mondo conservatore come la dirigenza della Rai di oggi: non c’è contraddizione nel chiudergli il programma?

«Questa è una lettura superficiale. Da sempre Foa ha fatto della controinformazione il suo terreno d’indagine».

Quindi, lei non è sorpreso.

«No. Perché Foa è rilevante in quanto non allineato e impegnato a smontare la propaganda del potere. Quindi, indipendentemente dalla sua attribuzione a una parte politica, rappresenta il contrario di quella propaganda che ha oramai colonizzato i media mainstream espellendo informazione, pluralismo, cultura».

La chiusura del suo programma è più causata dalla cappa del pensiero unico che dall’irritazione di qualche politico del governo?

«Oggi pensare, riflettere, denunciare è diventato sinonimo di complottismo. E, al di là di ogni schieramento ideologico, rivendicare libertà di espressione viene percepito a livello sociale come una forma di vera e propria insubordinazione all’ordine costituito».

D’accordo. Tuttavia, resta il fatto che ai vertici di questa Rai c’è una dirigenza di destra. Foa ha detto che, se poteva aspettarsi l’estromissione da una Rai di sinistra, certo non se l’aspettava da questa governance.
«Lo capisco. Ma oggi non esistono governi di destra o di sinistra. Esistono governi. E nell’attuale congiuntura politica i governi hanno il compito di attuare agende che non scrivono loro».

E chi le scrive?

«Gli organismi internazionali come l’Unione europea, il World economic forum, l’Organizzazione mondiale della sanità, la Nato, piuttosto che la sigla ultima arrivata, la sedicente coalizione dei volenterosi».
Ma i governi dei diversi Paesi hanno programmi elettorali diversi e rispondono a elettorati diversi.

«I rapporti di forza, soprattutto a livello internazionale, sono altri. Il riallineamento alle agende degli organismi sovranazionali avviene indipendentemente dal messaggio sostenuto in campagna elettorale. Anzi, necessariamente, in contrasto con esso. Che sia di destra o di sinistra questo messaggio va adattato alle necessità di eseguire ordini “dall’alto”. E questo non può che generare frustrazione in quell’elettorato che ha delegato il proprio incaricato a cambiare le cose, a recuperare indipendenza di giudizio, a ricreare un margine di democrazia almeno apparente».
Caro Freccero, a questo punto scatta l’accusa di complottismo.

«Ma quale complottismo… basta guardarsi intorno. Una volta giunti al governo questi delegati del popolo, trasformati in presidenti del consiglio, hanno un unico obiettivo: durare. Quindi non hanno alcun interesse a difendere un’ideologia, che sia di destra o di sinistra. Perché, qualora venisse rievocata, non farebbe che sottolineare lo scostamento dalla linea politica sostenuta in campagna elettorale».
E i media non devono disturbare, è questa la sua tesi?
«Nei confronti dei media i governi non cercano di imporre una linea editoriale, quanto una propaganda autoreferenziale. Non chiedono cultura, ma obbedienza. Non premiano il merito e le eccellenze, anche all’interno della loro area culturale, quanto la difesa dell’operato governativo indipendente da tutto».

Rai compresa? È da qui che deriva la soppressione del programma di Foa?
«Davanti all’ennesimo episodio di attacco al pluralismo Rai come la cancellazione di Giù la maschera non posso che ripetere come un mantra la convinzione che ripeto a partire dal 2015. La causa di tutto risiede nella riforma voluta da Matteo Renzi che ha affidato le nomine Rai direttamente al governo. Si badi bene: non alla politica, al governo».
In questo caso il governo ha soppresso il programma di un giornalista della sua area.

«Gliel’ho già spiegato. I governi oggi rispondono ad automatismi internazionali che hanno abbandonato la contrapposizione destra/sinistra. Se mai attuano la volontà di poteri forti contro il popolo».
Siamo sempre a élite contro popolo?

«Esatto. Le scelte non riguardano più il capitale culturale, ma l’efficienza aziendale e l’obbedienza a decisioni editoriali prese altrove».

Un quadro tragico, senza via d’uscita?

«Al momento non ne vedo».

 

La Verità, 1 settembre 2025