Ferretti, il punk convertito non rilevato dai navigatori

Vive in un posto fuori dal mondo, ma ben dentro il mondo. Andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti all’indomani del successo di Trump vuol dire regalargli una vittoria facile. Non tanto per l’esito del voto, quanto per la fragorosa sconfitta dei media. «La notte dei risultati guardavo la tv. Giornalisti e commentatori fissavano le loro macchinette, i loro tablet, e non dicevano niente. Erano allibiti. La corrispondente della Rai osservava la carta degli Stati: Hillary Clinton ha vinto in tutte le città, ma ha perso la Casa Bianca. Quando contano la quotidianità e la vita reale, la campagna esiste ed è in grado di scardinare luoghi comuni, sondaggi e analisi. Nel ventennio tra i Sessanta e gli Ottanta le nostre generazioni hanno sopravvalutato il potere salvifico della musica», ammette Ferretti. «Negli ultimi decenni abbiamo mitizzato i media e la tecnologia. Crediamo di essere connessi con il mondo stando davanti alle macchinette. Io credo che siamo più connessi guardando fuori dalla finestra, seguendo le stagioni, osservando il creato. Oggi piove e questo modifica il mio agire: lo so e lo capisco immediatamente, anche se ignoro le determinazioni del Protocollo di Kyoto».

Sessantenne, fondatore del gruppo punk Cccp – Fedeli alla linea e poi dei Csi (Consorzio suonatori indipendenti), uno che negli anni ’80 sfoggiava cresta viola, catene e stivali militari, dopo una lunga stagione filosovietica si è riavvicinato al cristianesimo. Fa ancora il cantante e il cantastorie, pochi concerti per mantenersi. Porta in giro gli spettacoli di «Teatro barbarico» con Marcello Ugoletti, «il signore dei cavalli», una ventina. Cerreto Alpi è un paese di 60 anime, adagiato a 1000 metri sui crinali dell’Appennino emiliano che digrada sulla Liguria. Un paese di pastori, battuto da venti ruvidi, il centro abitato più grosso si chiama Ventasso. Se lo digiti sul navigatore esce «corrispondenza non trovata». Eppure è un posto vitale, dove alcuni giovani hanno deciso di restare. È nata la Fondazione Giovanni Lindo Ferretti, «la più scalcagnata che esista», poi c’è la cooperativa che gestisce il Circolo sportivo e culturale, il bar e le feste d’estate, quando il Cerreto si popola. «Queste attività non derivano da un progetto, ma dalla vita che progredisce. Sono sempre più insofferente alle ideologie. M’interessa fare le cose, non discuterci sopra. Lavoro per la conservazione e la rigenerazione del vivere in montagna».

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

La casa dove Ferretti è tornato a vivere all’inizio dei Novanta è un rustico con stanze grandi e senza porte. «Dicendola in sintesi, io ho salvato questa casa e lei ha salvato me. I miei vecchi l’avevano modificata per rimuovere i ricordi della guerra, sebbene avesse una storia antifascista, cattolica e tradizionalista. C’erano le volte a crociera, i mobili di famiglia. Qualcosa sono riuscito a conservare, ma abbiamo perso molti pezzi. Qui c’era e c’è la cucina. Sotto, le stalle». Il piano superiore è un grande open space di legno con molti posaceneri – Ferretti fuma come un turco – e librerie fino al soffitto. «Ho uno spacciatore di libri usati e poi compro volumi di storia dell’arte e storia della Chiesa, di montagna, cavalli e pastorizia. Fu durante un viaggio in Mongolia che decisi di vivere qui, non solo di abitarci. Nel deserto dei Gobi avevamo preparato il campo per la notte. Era il tramonto, mi sono allontanato salendo su una collina. E ho realizzato che nelle case dei pastori dov’ero stato per due settimane avevo visto le stesse abitudini, gli stessi sorrisi, le stesse cose di quand’ero bambino. Allora, ho pensato che dovevo riscoprire la mia infanzia». Lei però viveva già qui da parecchi anni. «Sì, ma ero sempre in giro. Il buono è che con i concerti dei Csi avevo guadagnato un po’ di soldi. Mentre la casa cadeva a pezzi. Eravamo nel 1999, fine secolo e fine millennio. Ho mandato mia madre e mio zio al mare e, con un ingegnere e un architetto, abbiamo cominciato a lavorare. Dovevamo finire per novembre, ma l’inverno ci ha sorpresi. È piovuto per quattro giorni e quattro notti, abbiamo rischiato l’alluvione. Dormivo qui, non c’era il tetto, di notte mi alzavo a spalare la neve per non rimanere bloccato. Poco alla volta abbiamo rifatto il solaio… Mia madre è tornata il 24 di giugno, San Giovanni. Entrando predisse i commenti dei miei amici: “Cazzo, che bella casa!”, e quelli delle sue amiche: “Che casa di merda!”. Indovinò». Il meglio doveva ancora arrivare. «Dopo l’estate cominciai a star male. Un disagio che credevo psicologico, dovuto alla nausea dello stare sul palco. Mi dolevano le mani, pensavo fossero reumatismi causati da quell’inverno al freddo. Era un tumore alla pleura. Quando asportarono la massa tumorale i medici rimasero esterrefatti perché, nonostante il tabagismo, i polmoni erano perfettamente sani, immuni persino dal fumo passivo. Ebbi la conferma che la vita è qualcosa di misterioso. Ora quando mi dicono che fumo come un turco, rido. Penso di far parte di quel 25 per cento di esseri umani che non patisce conseguenze dalla frequentazione del tabacco».

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante abbia avuto un tumore alla pleura

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante un tumore alla pleura

La giornata di Ferretti è piuttosto atipica per una persona che sta nell’Appennino. Sveglia tra le 7 e le 8, colazione con lo zio novantenne. Un paio d’ore dedicate alla scrittura e alla lettura dei giornali. Dopo pranzo un po’ di riposo e ancora lettura e cura dei cavalli. «D’estate c’è molto più da fare. Da qualche anno ci siamo proposti di recuperare le feste tradizionali, il 24 giugno, la Festa del ritorno dalla transumanza, e il 9 settembre. Per le persone che stanno qui d’estate, in alternativa alle Notti bianche, abbiamo inventato la Notte oscura: per contemplare le stelle, ascoltarci, godere il silenzio. Abbiamo ideato degli spettacoli senza elettricità, con il fuoco e i cavalli. Così è nato il teatro equestre. Niente di forzato: mostriamo alla gente quello che Marcello è in grado di fare, attualizzando il patto di mutuo soccorso tra uomini e cavalli che risale alla notte dei tempi».

Algeria, Sudafrica, Jugoslavia, Mongolia, Russia, Gerusalemme: ha viaggiato parecchio, Ferretti, come ha raccontato, con scrittura ancestrale, nel bellissimo Reduce (Mondadori). «Io sono il terminale di un cammino e di una devozione lunghissima. Ho riabbracciato la mia storia, la tradizione. Come tanti giovani ho provato di tutto per trovare la mia strada. Il campionario delle mode culturali ti offre dal buddismo tantrico ai fiori di Bach per garantirti un benessere, più o meno artificiale. Ma nemmeno l’appagamento artistico e culturale possono rispondere alle domande di senso. Restava sempre un vuoto, una mancanza, che solo l’incarnazione del cristianesimo è riuscita a colmare. Più che un semplice fatto logistico, il ritorno a casa ha rimesso a posto il mio errare. Oggi vedo che c’è differenza tra una giornata in cui c’è spazio per la preghiera e una in cui non ce n’è. Quando assistevo mia madre malata di Alzheimer, a una certa ora la situazione peggiorava. Allora recitavamo il rosario, lentamente. Pian piano si calmava. Quel momento modificava la realtà, il resto non m’interessa. Le letture psicologiche, le obiezioni razionaliste: guardo tutto con ironia. Come guardo con una certa perplessità le esortazioni a essere un cristiano perfetto, missionario». Sta parlando del Papa? «Non precisamente. Però papa Francesco non mi piace. Il Papa è il Papa e non sono io a dire se va bene o no. Non mi piacciono le sue posizioni sull’immigrazione e le guerre mediorientali. È difficile ascoltare un Papa che usa il linguaggio di Hillary Clinton e dice l’esatto contrario di quello che dicono i patriarchi del Medio Oriente. Per fortuna non siamo nel campo della dogmatica. No, il mio non è un cristianesimo individualista e spiritualista. Credo che per essere cristiani non sia necessario essere santi o mistici. Abbiamo dimenticato la dimensione sociale della fede, la devozione comunitaria, che per me è molto importante. Ho un padre confessore, padre Maurizio, che mi accompagna. Sto con il salmista quando dice che “il mio peccato mi è sempre davanti”. Quando qualcuno sfoga le sue frustrazioni gli consiglio di andare a confessarsi. Perché non possiamo riconoscere la nostra colpa e accettarci come creature? Ci crediamo padroni del mondo. In pochi anni abbiamo vissuto una rivoluzione antropologica per la quale pretendiamo figli a nostra immagine e somiglianza anche se siamo omosessuali. E crediamo di governare gli Stati con gli algoritmi delle nostre macchinette. Poi si va a votare e vince Trump. E magari un campagnolo analfabeta l’aveva intuito meglio di tanti analisti del web».

È arrivata l’ora di risalire in macchina per tornare nel mondo rilevato dal navigatore.

 

La Verità, 13 novembre 2016

Sgarbi a Renzi: «Occupare le tv non porta consenso»

Ha visto Vittorio Sgarbi, anche Il Foglio licenzia.

«Francamente, non sapevo del licenziamento di Alessando Giuli, m’informerò».

Qualcosa le posso dire anch’io: Giuli era condirettore, un giornalista di destra non allineato e in dissidio non solo politico con Claudio Cerasa. È stato progressivamente messo ai margini fino alla decisione di fare a meno di lui alla scadenza del contratto.

«Se è andata così, mi spiace molto. Finora non ho percepito nessuno dei licenziamenti di cui si è parlato come volontà diretta di Renzi. All’inizio, quello di Belpietro mi era sembrato un fatto di arroganza della proprietà. Essendoci una storica sintonia tra Belpietro e Feltri, quell’avvicendamento avrebbe potuto avvenire in modo diverso. Subito non l’avevo attribuito al tentativo di pilotare l’informazione nella campagna referendaria. Poi ho parlato con Belpietro e ho capito che c’era dell’altro».

Il licenziamento di Giuli, di cui ieri ha dato notizia La Verità, è solo l’ultimo di una serie che comprende quello di Maurizio Belpietro da Libero, il siluramento di Bianca Berlinguer dal Tg3 e la sostituzione di Massimo Giannini alla conduzione di Ballarò con un talk show che fa meno ascolti. (Sgarbi risponde al telefono in una pausa del festival letterario Babele a Nord Est di cui è direttore artistico, da ieri in corso a Padova). «Non mi sono parsi l’esito di un atto di autorità del premier. Poi, certo, chi c’è dentro, ha altri argomenti. Mi auguro che non siano avvenuti solo per la campagna in favore del Sì al referendum. Cioè, mi riservo di pensare che le motivazioni siano più complesse».

Forse, in qualche caso non c’è un diktat diretto, ma la sudditanza o l’acquiescenza di chi gestisce giornali e telegiornali.

«Certi casi mi sembrano più clamorosi, altri più subdoli».

È una delusione dal Foglio che ha sempre vantato la propria indipendenza e ospita firme che vanno da Sel a Cl?

«Ho sempre trovato il Foglio di Giuliano Ferrara un giornale politico nonostante l’apparenza saggistica e la qualità delle firme. Il giornale più ricco. All’inizio berlusconiano, poi filoberlusconiano, poi un po’ bigotto durante la campagna contro l’aborto, ora renziano con Cerasa. A differenza di molti giornali che si fingono indipendenti mentre sono molto politici, il Foglio, da indipendente, ha sempre scelto una parte per avere una tutela di cui, invece, non ha bisogno. Come volesse essere adottato».

L’adozione è pienamente avvenuta.

«Dichiararsi non indipendente è un modo di rispondere alle critiche per un licenziamento».

Tornando al renzismo, secondo lei non pecca d’intolleranza? Guardi anche il boicottaggio ai talk show scomodi di La7.

«A un certo punto, a margine dello spostamento della Berlinguer, si è letto che tutta la stampa e la televisione erano allineate alle posizioni del Sì. Invece non siamo arrivati a questo. Il No prospera. E poi c’è un altro fatto sottovalutato…».

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer a «Politics» di Rai 3

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer a «Politics» di Rai 3

Dica.

«Chi punta a occupare le tv non sempre ottiene il risultato sperato. La dittatura della comunicazione non porta consenso. Il monopolio non è garanzia di vittoria. L’efficacia della comunicazione non è un fatto di quantità. La Lega vinse senza televisione. Le porto un esempio famoso. Quando, all’inizio degli anni ’90, ad un confronto tv, De Mita parlò un quarto d’ora nel suo politichese, e Bossi dopo aver a lungo ascoltato gli rispose “ma tachete al tram”, stravinse Bossi. Puoi comprarti il Sì di Libero, del Foglio e dell’Unità, ma poi magari vince il No anche se privo di un organo ufficiale. Questo lo dico senza voler giustificare nulla».

Il boicottaggio riguardava i programmi di La7, dove il premier non può influenzare nomine di conduttori e direttori.

«Certo, certo».

Perché il renzismo è così intollerante con giornalisti e commentatori?

«Non ho questa sensazione. Non ce l’avevo nemmeno con Berlusconi. È una filosofia che funziona sul Fatto demonizzare l’avversario, creando mostri del male assoluto. Io ho quasi tenerezza per Renzi perché lo vedo debole sul piano dei contenuti e della politica. Lo vedo sopraffatto dai No. Essendo uno che, come e più di Berlusconi è uomo del fare, in un Paese immobile come il nostro lo vedo sconfitto dagli ostacoli, dalle scelte conservatrici. Renzi mi appare come un San Sebastiano che prende frecce da tutte le parti. Questo non significa che condivida la sua riforma della Costituzione. Tutt’altro».

Nel mondo renziano c’è una sopravvalutazione dell’immagine? Che cosa pensa della cena alla Casa Bianca e del parterre di ospiti che il premier si è portato?

«Una sceneggiata segno di debolezza. Alcide De Gasperi non avrebbe avuto bisogno di andare con Totò da Harry Truman. Questo parterre di ospiti è anche un errore di comunicazione».

Una parte della delegazione italiana che ha partecipato alla «State dinner»: Roberto Benigni, Bebe Vio e Raffaele Cantone

Alcuni degli invitati italiani alla «State dinner»: Roberto Benigni, Bebe Vio e Raffaele Cantone

Si spieghi.

«I cittadini italiani che li vedono salire sull’aereo di Stato per andare a cena con il presidente americano s’incazzano. Se Benigni fosse andato col suo aereo privato, forse avrebbe avrebbe bonificato l’abuso. Questa trasferta così annunciata non porta nessun consenso. Forse ne fa perdere. Magari, se avessero usato un aereo di linea in seconda classe… Se uno fa un errore di comunicazione come questo qualcosa che non mi torna. Vuol dire che è in un momento di difficoltà».

Addirittura.

«Sono convinto che vincerà il No. Rastrellare consensi illustri come quelli di Benigni, di Armani, degli industriali rientra nella logica dei poteri forti che quando c’è un governo, per loro convenienza sperano che duri. Credo che Renzi sia entrato in un vortice di antipatia difficile da ribaltare, perché ormai prevale l’onda di malumore diffuso che somiglia a quella vista quest’estate in occasione delle vacanze con aereo privato di Paolo Bonolis».

Che cosa pensa della tendenza a voler impedire il dissenso e a sistemare amici ovunque?

«È la filosofia di Amici miei, altro sintomo di debolezza. Stare con quelli di cui posso fidarmi anziché con quelli che hanno merito non è una psicologia da leader, ma da persona sulla difensiva. Se credo che la Berlinguer non sia dalla mia parte, non la sostituisco con un altro, ma tento di ottenerne la neutralità. A Santoro Berlusconi ripeteva: “Si ricordi che lei è servizio pubblico”. Invece, lui sceglie gli amici, che non sono amici perché sono d’accordo con lui, ma sono d’accordo con lui perché sono amici. È il rovesciamento della celebre formula amicus Plato sed magis amica veritas (“Platone mi è amico ma mi è più amica la verità” ndr)».

Una degenerazione già vista e che lei conosce.

«Quando Berluscnoni piazzava Previti, Urbani o Letta aveva comunque una considerazione del valore professionale delle persone scelte. Nel caso di Renzi l’unica discriminante è il fatto amicale. Questa operazione non è mai vittoriosa. Il consenso deriva dalla capacità di persuasione. Berlusconi diceva sempre che il presidente del Consiglio non ha potere. Poi ci siamo accorti che quando è arrivato Renzi ha fatto più cose. Come dimostrano i casi di Cossiga, Napolitano e Mattarella, penso che il potere non sia quello che hai per contratto, ma quello che riesci a ottenere con la persuasione».

Carlo Freccero dice che siamo entrati nell’era della post democrazia, nella quale è decisiva la propaganda.

«La propaganda si esplica attraverso la retorica che è il sintomo della mancanza di capacità di persuasione, quella che, per esempio, Renzi aveva dimostrato in occasione della riforma del jobs act. La persuasione è il contrario della propaganda perché ha come obiettivo convincere nel merito chi è contrario. Jung, padre della psichiatria moderna, ha scritto che il limite della Trinità cristiana è non aver inglobato il diavolo facendo la quaternità. Renzi divide il mondo in amici e nemici e si trincera dietro ai suoi. Invece, avrebbe dovuto lasciare al suo posto la Berlinguer e chiederle di essere equa».

 

La Verità, 19 ottobre 2016

 

Freccero: per cacciare Renzi mi alleo con la destra

Il vero oppositore di Matteo Renzi non è un politico di lungo corso assetato di rivincita. Non è uno showman leader di un movimento. Non è un comico televisivo molto in auge. È Carlo Freccero. Un filosofo dei media, utopista e disinteressato, consigliere d’amministrazione Rai suggerito dal M5S, uomo di televisione tra i più carismatici e vulcanici in circolazione, con un curriculum pieno di cicatrici e medaglie, dalla partecipazione alla genesi della tv commerciale come consigliere del primo Silvio Berlusconi alla prestigiosa parentesi come direttore di La Cinq e poi di France 2, quindi da oppositore sui canali Rai del Cavaliere sceso in politica. Colpito ma non affondato dall’editto bulgaro. Autore a tutto campo di saggi su media e tv. Ecco, si capisce come mai l’intellettuale contro il premier, ribattezzato “il ragazzo del contado di Firenze”, è una guerra asimmetrica che sta creando problemi a chi ha più potere.

Il premier Matteo Renzi, bersaglio di Carlo Freccero

Il premier Matteo Renzi, bersaglio di Carlo Freccero

Carlo Freccero, perché ce l’ha a morte con Renzi?

«Perché è autoritario, accentratore, governa con i suoi quattro amici e le lobby».

Di premier accentratori ne sa qualcosa…

«In confronto a quello che sta facendo Renzi l’editto bulgaro era un atto poetico».

Addirittura.

«Massì, un impeto, una stizza, una reazione frontale. Qui subiamo manovre scientifiche, calibrate. La censura berlusconiana nella tv generalista è ruspante, mentre quella dei politici 2.0 è subdola, invisibile, avvolgente».

Lei si sente in missione per conto del No?

«Sono in tour. Sono stato a Pescara da quelli di Sel, a Roma con Massimo D’Alema, a Matera con Forza Italia, a Savona… Adesso voglio andare anche ai raduni della Lega. Per mandare a casa Renzi mi alleo anche con la destra».

Un’alleanza strategica, ma temporanea, immagino.

«Non si tratta di rapporti personali, si tratta di idee. Nei giorni scorsi Salvatore Merlo sul Foglio ha sostenuto che anche per il referendum la scelta non è sulle idee e i contenuti, ma sulle persone. Ancora una volta il discorso non riguarda la riforma della Costituzione, ma la presunta simpatia/antipatia, credibilità o involontaria comicità del No e del Sì. Come dire: “Vuoi mettere Renzi rispetto al baffuto D’Alema e all’ipercinetico Brunetta?”. Come se il referendum si risolvesse in un concorso di simpatia tra due testimonial».

Ammetterà che Renato Brunetta e Massimo D’Alema compongono una strana coppia.

«La coppia dei testimonial del No suscita l’ironia dei renziani proprio perché tra loro profondamente diversi, eterogenei, non omologati. Il pensiero unico trova divertente e deride ciò che non è formattato, riproducibile industrialmente. Come l’orata da porzione, l’hamburger rigorosamente stampato, il prodotto standard. In questo momento la differenza non è tra destra e sinistra, ma tra pensiero unico, diktat del governo, e opposizione. Tutto ciò che si oppone a questa schiforma mi va bene. E che il fronte del No sia fatto di differenze, anche eccessive, non è solo bello, ma anche didascalico».

Carlo Freccero: «I nuovi media passano presto dalla favola all'incubo»

Carlo Freccero: «I nuovi media passano presto dalla favola all’incubo»

Al Festival di Camogli dov’era stato invitato per una lectio su Media apocalittici e integrati in omaggio a Umberto Eco, Freccero ha condito di citazioni la critica «.it», «.com» e «.net»: «Ricordatevi, accade sempre così: quando appare un nuovo media, il telefono, la televisione, ora la Rete, sembra una fatina. Ma dopo un po’ la favola si trasforma in incubo…». Chissà cosa ne pensa l’amico Beppe Grillo. Dopo l’intervento ecco l’assalto di ex allievi, signore estasiate, telespettatori dei talk di La7. «Mi raccomando, votiamo no. Così lo mandiamo a casa».

Un mantra. Una missione che sembra un’ossessione.

«Macché ossessione. Renzi governa con le lobby e la propaganda. Un caro amico che parla per metafore e di cui non faccio il nome, dice che il premier pubblica troppi dischi e così non va più in classifica».

Sarà mica Pierluigi Bersani questo amico?

«No, è un uomo di spettacolo. Comunque, la tecnica è la propaganda, ormai è parte integrante della politica. E io rispondo con le stesse armi».

Va bene: mettiamo che la sua missione abbia successo. Chi mette al posto di Renzi? Disfare è facile.

«Uno migliore si trova. Il popolo è sovrano e non devono decidere le banche o la J. P. Morgan che ha chiesto esplicitamente una riforma delle costituzioni dei Paesi dell’Europa meridionale. Su questo mi trovo d’accordo con Giulio Tremonti».

«Con Giulio Tremonti - dice Freccero - abbiamo un patto stile Amici miei»

«Con Giulio Tremonti – dice Freccero – abbiamo un patto stile Amici miei»

Qualche sera fa su Raitre, a Gianluca Semprini che gli chiedeva delle pensioni Tremonti ha risposto parlando della riforma del Senato…

«Meraviglioso. È una gag, una goliardata stile Amici miei. Con Tremonti abbiamo un patto, andiamo in tv e tiriamo fuori il referendum a prescindere. Tremonti vede l’apocalisse del capitalismo».

Adesso anche Maurizio Gasparri parla di pensiero unico.

«C’è una collaborazione politica. Con Gasparri ci chiamiamo per nome. Con Brunetta ci scambiamo messaggini».

Cosa fa l’avversione per Renzi…

«Qualche sera fa ero a Matera ad un evento del centrodestra. Alla sera In Onda invita in collegamento me e Quagliariello. In studio c’erano Alessandra Moretti e Renata Polverini. Si parla della riforma costituzionale e del referendum. Alla fine Quagliariello fa la sintesi: “Vedi, Moretti, voi avete come alleato Verdini, noi abbiamo Freccero…”».

Da Bari, però, Renzi l’ha bacchettata dicendo che lei parla della riforma costituzionale come di una «riforma mussoliniana».

«Me l’hanno detto. Io però non ho mai usato quell’espressione. Magari ho detto di peggio. Ma come ho risposto all’agenzia che me l’ha riferito, bisogna ricordarsi che anche Pinocchio è originario del contado di Firenze. Al tempo del fascismo gli italiani avevano affidato la gestione del Paese a un uomo forte, che però aveva i suoi interessi nel Paese stesso. Oggi si vuole rafforzare un esecutivo che è espressione di interessi in conflitto con i nostri come le banche e le multinazionali».

Con l’endorsement dell’ambasciata americana e i suggerimenti di Angela Merkel, la battaglia si è fatta parecchio seria…

«È esattamente ciò che volevo dire. Le multinazionali americane sono disposte a investire da noi solo a condizione che gli eventuali profitti che da questi investimenti scaturiranno non ricadano sul territorio, ma ritornino integri alla patria di provenienza della multinazionale o, addirittura, ai paradisi fiscali dove hanno fittiziamente posto la residenza. Il caso Apple insegna».

Il simbolo della Apple, recentemente multata dalla Ue

Il simbolo della Apple, recentemente multata dalla Ue

Perché il referendum unisce destra e sinistra?

«Non c’è niente di strano nel fatto che destra e sinistra si alleino in nome del No. In un regime culturale – in cui la storia è morta, la differenza soppressa e solo il pensiero unico è considerato legittimo – è naturale che le frange del No si uniscano. In Grecia, Alexis Tsipras è riuscito a fare il governo con la destra, per evitare di unirsi a quelli che la crisi l’avevano prodotta. Io non mi sento in contraddizione con la sinistra. Possiamo dare al termine sinistra tantissimi significati. Ma, come diceva il grande sociologo Raymond Aron, su un unico punto c’è certezza: il termine sinistra deriva dalla collocazione fisica che aveva l’opposizione nel Parlamento post-rivoluzionario francese. Stare a sinistra significa opporsi».

A proposito di opporsi, non trova che, a differenza della sinistra del suo partito che vivrebbe perennemente in congresso, Renzi stia facendo qualcosa di concreto per il Paese?

«In questi anni, la propaganda del fare con cui siamo stati bombardati ha trasformato la Costituzione in un reperto archeologico da rottamare perché si oppone alla governabilità. Questo fare incessante ci chiede solo di spogliarci continuamente dei nostri diritti».

Lei è stato suggerito nel Cda Rai dal Movimento 5 stelle. Pensa che la débâcle della giunta Raggi sia recuperabile o i grillini hanno perso definitivamente in credibilità?

«I grillini hanno imparato che le bugie fanno parte della gestione del potere. Hanno fatto molti pasticci, è chiaro. Ma mi auguro che trasformino la scivolata in una rincorsa per risalire. Magari approfittando dell’occasione del referendum».

Quante chance dà al tentativo di Stefano Parisi?

«Malgrado non sia prodiano ha dei modi prodiani e in questo momento non è uno stile adatto alla destra. Tuttavia, ho visto che tra i suoi sponsor c’è Antonio Pilati. E dove c’è Pilati c’è potere».

Come andrà a finire? Tracci uno scenario da qui a fine anno.

«Decenni di centrismo, di dittatura della maggioranza, hanno livellato le differenze sino a provocarne l’estinzione. Io sto parlando adesso non da sinistra, ma prendendo come modello il pensiero liberale. Il terzismo e l’unanimismo hanno affossato le libertà. Perché non si può glorificare l’individuo e, insieme, la maggioranza. È quanto, ad esempio, teorizzavano i radicali. Non esiste libertà senza tutela dell’individuo e delle minoranze. Oggi se sei politicamente scorretto desti scandalo. Invece, per conto mio, il vero scandalo è, al contrario, quando la maggioranza non rispetta la libertà di espressione delle minoranze. E quindi spero che rinascano la destra e la sinistra e non tutto finisca nel grigiore del Partito della Nazione».

 

Post scriptum L’intervista è finita, ma, prima di salutarci Freccero butta lì l’ultima cosetta da niente: «Prima o poi spero di rivedere Silvio Berlusconi. Siamo alla fine della Seconda Repubblica, alla fine di un percorso…».

 

La Verità, 21 settembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

Parenti: “Le Iene si possono fare solo a Mediaset. Ora giro un doc per Vice”

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Scrosati: Gomorra? Non c’è due senza tre e quattro

L’astinenza è finita: domani parte su Sky Atlantic e Sky Cinema 1 la seconda stagione di Gomorra. Avete già deciso anche la terza?

Si, la scrittura è già a buon punto. Stiamo anche già ragionando sulla quarta”.

Squadra che vince non si cambia?

“La squadra è in continua evoluzione, a partire dall’inserimento di Claudio Giovannesi che ha diretto gli episodi 7 e 8. Ma si tratta di una squadra che si basa su fondamenta solide, dal contributo fondamentale di Roberto Saviano a quello cruciale di Stefano Sollima, dal team di Cattleya guidato da Gina Gardini a quello di Sky guidato da Nils Hartmann e dagli sceneggiatori che creano la materia su cui tutta la serie si regge. Rispetto agli attori una delle forze di questo progetto è senza dubbio non aver avuto timore di raccontare quello che accadrebbe nella realtà, dove chi sceglie una vita di violenza è il primo a rimanerne vittima, che vuol dire che i nostri protagonisti possono morire. D’altronde, questa è la lezione che arriva dal miglior cinema di genere, a partire da quello di Scorsese, capace di far morire un protagonista improvvisamente, magari in una scena secondaria. Tanti ci hanno detto ad esempio che Donna Imma non doveva morire. Io sono persuaso del contrario: una storia dove tutti sono a rischio è narrativamente più tesa, ed è più realistica. Anche nella seconda stagione ci sono molte sorprese, ogni puntata potrebbe contenere una svolta davvero inaspettata”.

Andrea Scrosati, 44 anni, vicepresidente di Sky Italia, responsabile di tutti i contenuti non sportivi della tv del gruppo Murdoch è considerato “l’uomo che ha cambiato le sorti dell’intrattenimento in Italia” (Studio). Grazie alla sua spinta e alla sua supervisione sono nati Romanzo criminale, la nuova edizione di X Factor, Masterchef e molti altri progetti. Probabilmente Gomorra è il vertice creativo e produttivo della sua direzione. Finora. Ho parlato con Scrosati dei cambiamenti nel mondo della serialità, americana ed europea.

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Andrea Scrosati, vicepresidente di Sky Italia

Una serie in napoletano stretto è stata venduta in più di 150 Paesi. Come ci è riuscita? E ve lo aspettavate?

“Eravamo convinti della forza di questa storia, ma ammetto che non ci aspettavamo questo successo internazionale. In molti ci dissero che una serie in napoletano non se la sarebbero vista nemmeno a Roma, figuriamoci a Parigi… Credo che oggi il panorama dei prodotti seriali si possa raggruppare in tre macrocategorie: quelle local local, quelle glocal e quelle global. Le local-local sono rilevanti per un singolo territorio, si basano su archetipi ed elementi che fuori dal loro contesto culturale sono di difficile comprensione. Quelle glocal – di cui Gomorra è un esempio perfetto – raccontano archetipi universali in contesti locali, hanno un elemento di grande realismo per un pubblico locale ma allo stesso tempo sono storie evocative anche per chi vive in paesi e realtà diverse. La tensione per il potere, i conflitti generazionali, l’effetto distruttivo della violenza, della corruzione, sono in fondo gli stessi elementi che sono alla base di una serie come Games of Thrones. Esempio perfetto di serie glocal era The Wire, sulla vicenda dei sindacati dei portuali di Baltimora, girata in dialetto stretto. Anche in quel caso si era partiti con un cast ignoto a livello internazionale. Ma come accadde per Idris Elba che da The Wire in poi è divenuto una star globale, così Fortunato Cerlino (Pietro Savastano) dopo Gomorra ha già recitato in due stagioni di Hannibal e sta lavorando ad altri progetti internazionali”.

Dovesse dire qual è il suo maggior punto di forza indicherebbe il cast corale, la qualità della scrittura, l’imprevedibilità della trama o altro?

“Come per ogni cosa, il tutto è il frutto di tanti elementi singoli e della loro armonia. Senza una scrittura di straordinario livello non ci sarebbero le basi per nulla. Senza un cast credibile e di grandi professionisti il risultato finale sarebbe imbarazzante. Senza una regia capace di un punto di vista straordinariamente realistico ed originale non ci sarebbero le atmosfere che fanno di Gomorra un prodotto di riferimento internazionale, e potrei andare avanti a lungo”.

Gomorra è stata la prima produzione europea capace di ribaltare il flusso abituale della serialità, dal centro dell’impero alla provincia europea. Che possibilità c’è di ampliare questa direzione contraria?

“Era già successo prima con alcune serie scandinave, ad esempio The Bridge e The Killing. Ed è successo contemporaneamente a Gomorra con Les Revenants di Canal+ e successivamente con una serie tedesca bellissima: Deutschland ’83. È interessante come in alcuni casi il mercato internazionale acquisisce il format per fare un remake, come nel caso delle serie scandinave, e in altri invece acquisisce il prodotto originale doppiandolo o sottotitolandolo, come nel caso di Gomorra e Deutschland ’83. Per un anno Weinstein ha provato a doppiare in inglese Gomorra, poi ha preso atto che la versione in Napoletano era molto più forte e Sundance Channel ha annunciato la messa in onda in originale con i sottotitoli, come è avvenuto per Deutschland ’83.

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Genny Savastano, interpretato da Salvatore Esposito

Il mercato sta anche proponendo prodotti ibridi. L’esempio perfetto è Narcos, serie di Netflix per il mercato americano, diretta da un regista brasiliano (Josè Padilha), prodotta da una casa francese (Gaumont), per il 40 per cento in spagnolo. Questa tendenza crescerà per ragioni industriali. Negli ultimi anni Hollywood è passata da una media di circa 220 serie l’anno alle 450 di oggi (tra nuove e rinnovi). Il ritmo di produzione aumenta, e inevitabilmente diminuisce la qualità del racconto. C’è meno tempo a disposizione. È una trasformazione già avvenuta nel cinema. Producendo di più si vuole andare sul sicuro e si punta su prodotti dove al posto della storia comandano gli effetti speciali… Si è più tranquilli producendo l’ennesimo blockbuster di supereroi che andando alla ricerca di una storia sofisticata…”.

Tornando all’Europa e al suo peso nel mercato…

“C’è uno spazio da riempire. Con l’ingresso di nuovi soggetti anche le piattaforme europee stanno capendo che o producono autonomamente o vengono trascinate in una gara al rialzo per l’acquisizione dei contenuti. Il pubblico europeo e quello asiatico non trovano più la qualità di racconto di qualche anno fa. Ma siccome sono abituati al livello americano, anche i produttori europei e asiatici devono crescere. A Hollywood gli studi che fanno cinema sono gli stessi che producono le serie. Così è in atto una progressiva standardizzazione che rende più difficile soddisfare la richiesta di qualità e originalità. Questo non significa che dagli Stati Uniti non continuino ad arrivare serie straordinarie, come True Detective o House of Cards, ma significa anche che la ricerca di qualcosa di diverso spinge molte star americane ad essere stimolate a lavorare in Europa, come per esempio è avvenuto con Jude Law e Diane Keaton in The Young Pope”.

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

Pablo Escobar (Wagner Moura) in Narcos

L’avvento di Netflix, Amazon e Apple quali cambiamenti sta portando nella produzione di contenuti?

“L’avvento di player come Netflix, Amazon, Hulu, ha reso ancora più competitivo tutto il settore, ha stimolato una corsa alla creatività che può solo avere effetti benefici. D’altro canto però anche per questi player, come per tutta l’industria, c’è un tema di quantità vs qualità. Credo che se si raffronta House of Cards, prima produzione di Netflix, con alcune delle loro produzioni più recenti, la differenza sia abbastanza evidente”.

Negli anni zero abbiamo avuto Mad Men, Lost, I Soprano, Six Feet Under, The Wire, Breaking Bad, West Wing, Glee. Negli ultimi anni dall’America sono arrivati House of Cards, Mr Robot e poco altro.

“Le serie tv sono nate su alcune tv via cavo come luogo della sperimentazione di una scrittura più sofisticata, di plot complessi, mai banali, sfidanti anche per il pubblico. Quando anche i grandi network free americani hanno cominciato a commissionare serie questo ha inevitabilmente portato ad una semplificazione dei linguaggi, ad una minore propensione al rischio, considerando i budget coinvolti. Ma se si vuole produrre innovazione, se si vogliono creare nuovi linguaggi, bisogna necessariamente mettere in conto diversi fallimenti. Il bello è che se non lo fa l’industria mainstream ci sarà sempre qualcuno disponibile a farlo che magari diventerà leader nel mercato dopo pochi anni”.

La globalizzazione è amica o nemica della serialità?

“Può essere entrambe le cose. Se diventa l’alibi per non rischiare e puntare sul minimo comun denominatore si ottiene un effetto-omologazione, un fritto misto senza sapore e personalità. Diversamente, la globalizzazione può essere una grande opportunità di contaminazione culturale. Quando Sollima gira Gomorra2 è inevitabile che utilizzi spunti e idee che derivano da serie del resto del mondo, magari da Narcos, magari da The Wire. Gli sceneggiatori di 1992 sono cresciuti anche con i political drama scandinavi, e così via”.

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Frank e Claire Underwood, diabolica coppia di House of Cards

Vivendi è entrata in Mediaset Premium nella prospettiva di creare un polo europeo. Anche Sky sta razionalizzando e unificando Italia, Germania e Gran Bretagna. Esiste uno specifico narrativo europeo?

“Certo che sì. Come esiste uno specifico latino americano, mediorientale e così via. Ma direi che esiste anche uno specifico italiano, uno brasiliano, e all’interno dei paesi scandinavi uno danese ed uno norvegese. Eppure l’ultima cosa che devi fare è tentare una definizione di questo specifico, perché è il momento in cui neghi il principio di creatività. Ogni realtà culturale è di per sé fluida, in movimento, si fa contaminare e contamina. Certamente possiamo identificare alcuni generi che alcuni territori hanno sviluppato più di altri, dalle commedie francesi sofisticate e basate sui dialoghi come Cena tra amici ai noir del nord europa. È anche vero però che questi generi sono stati obbligati per decenni dai budget necessari per realizzarli. Ad esempio per cinquant’anni i film di fantascienza realizzati in Italia si contavano sulle dita di una mano perché il mercato non giustificava gli investimenti necessari. Oggi grazie alla tecnologia digitale questo non è più un limite. E così non escludo affatto che nei prossimi cinque anni dal nostro paese possa nascere una serie sci-fi con ambizioni globali, o un film di supereroi. Anzi, in fondo, mi pare che Lo chiamavano Jeeg Robot ha dimostrato che il genere può essere affrontato con un approccio completamente originale ed affascinante…”.

Freccero: la Rai non è morta, è la tv che ha ucciso la realtà

Buongiorno Carlo Freccero, hai letto l’intervista al Fatto quotidiano di Angelo Guglielmi?

“L’ho letta, l’ho letta…”.

L’ex direttore di Raitre dice che il Cda non conta nulla. Che sai parlare ma non fare…

“Non voglio polemizzare con Guglielmi, tanto più che non lo vedo da anni. Lui ha sempre ragione, per definizione. L’unica cosa che non condivido è il giudizio su Campo Dall’Orto. Dire che è gradasso è come dire che Balotelli è disciplinato. E tu sai quanto simpatizzo per Balotelli…”.

Guglielmi dice anche che la Rai è morta.

“Può darsi che lo sia, che fatichi a rinnovarsi. Però una replica di Montalbano dà ancora dieci punti di distacco all’Isola dei Famosi“.

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Su una cosa però l’ex direttore di Raitre ha ragione: la Rai di oggi è fuori dalla contemporaneità. A differenza della televisione che avete fatto voi non dialoga con la realtà. I massimi dirigenti non parlano con gli artisti, con gli scrittori. Pensano che la tv sia sostanzialmente una questione di tecnica…

“C’è questo rischio. Anni fa la televisione era al centro di un movimento. Era un agente di modificazione della realtà. Oggi è al massimo un manuale di istruzioni per la sopravvivenza”.

Facciamo qualche esempio?

“Quindici anni fa il programma di punta era Satyricon, oggi la novità della stagione è Top Gear, un format internazionale. Cogli la differenza?”.

Un programma-provocazione, che modificava gli equilibri della comunicazione e un programma che oggi registra le passioni e le tendenze che già esistono. Altri esempi?

“Nel Duemila il Grande Fratello era l’apogeo della società liberista-individualista, gioiosa e vincente. Il protagonista principale di quella stagione è stato Taricone detto ‘o guerriero, un vincente. Oggi L’Isola, C’è Posta e Ciao Darwin sono l’espressione del declino di quella filosofia. Una volta i reality erano divertimento, oggi sono esibizione di miserie. Li guardo per vedere fino a che punto è arrivata la nostra società, come se leggessi un capitolo de I miserabili di Victor Hugo. Dal neorealismo siamo passati all’iper-realismo, in cui la televisione manifesta inconsapevolmente e inconsciamente la misère du monde.

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Barbara Cappi, l’autrice di Maria De Filippi mi ha inviato il suo romanzo che in qualche modo trasfigura il dietro le quinte di C’è Posta. Straziante. Non voglio giudicarlo sul piano letterario, ma ogni volta che vedo quei programmi, compreso Ciao Darwin, ho talmente empatia verso i protagonisti, che vorrei tanto raccontarli in una docu-soap. Ogni personaggio è un dramma, una sopravvivenza, un atto d’accusa verso la violenza di questa società”.

Tornando alla Rai, i suoi dirigenti non rischiano di isolarsi, di concentrarsi troppo sui format?

“La Rai aspettiamo un attimo prima di giudicarla. I nuovi capi vogliono partire dai generi che nascono dal factual che è una forma di storytelling sulle persone create dalla televisione stessa. La televisione di oggi è autoreferenziale. Elabora programmi su se stessa, sulla sua stessa visione della realtà. Ma perché i factual hanno così successo? Perché rispondono a un’esigenza della vita di oggi. Mentre cresciamo bombardati da una serie di messaggi che dovrebbero incrementare la nostra autostima, le nostre vite sono sempre più deludenti. Se non bastasse, la crisi ha abbassato drasticamente la qualità della vita. Esistono due possibilità di fuga. Da una parte la fiction. Dall’altra la rivendicazione del presente come migliore dei mondi possibili: attraverso la manualistica dei factual il soggetto trasforma la sua quotidianità in spettacolo. Ma la realtà in quanto tale è sparita, come diceva Baudrillard. A questo punto però il discorso si fa squisitamente politico…”.