Come ti scarico il Freccero non più allineato

Il tiro al Freccero è il nuovo gioco di culto della gente che piace. Nella Terza repubblica si porta con vezzosa nonchalance, e un pizzico di livore, più o meno come l’apertura al gender perché no?, o il fastidio per gli ospiti non filo Pd nel salotto di Lilli Gruber. Nel caso di Carlo Freccero, bisdirettore di Rai 2, la faccenda è più divertente. Perché, curiosamente ma neanche troppo, i detrattori dell’ultim’ora dell’ex guru tornato sul luogo dell’editto sono i fan della penultima. Totem intoccabile, deus ex machina e re Mida fino al precedente giro di giostra, ora è un cialtrone, un inetto impresentabile, e il sottofondo di disapprovazioni e di dinieghi accompagna ogni sua mossa. Custodi del bon ton tv, sacerdoti di ortodossie, interpreti del pensiero corretto esternano disappunti, prendono distanze, segnano in rosso le intemperanze del saltimbanco dei palinsesti. Gli esempi si sprecano. Un autorevole osservatore dei media come Francesco Siliato, prof universitario che registra quotidianamente i verdetti Auditel nell’account di Twitter @StudioFrasi, perde la proverbiale indipendenza per segnalare con cinguettii ad hoc quanto certi programmi frecceriani si discostino dalla media di rete. Il principe indiscusso della critica, sua maestà Aldo Grasso, conclude le sue note sul Festival di Sanremo suggerendo «il programma che Freccero non farà mai: il reality della Sala stampa, con televoto». Contrariato si mostra pure Luca Bottura, autore in palmo di mano ai giornaloni che si proclama fan pentito del nostro uomo ora che si è schierato dalla parte dei gialloblù. Si potrebbe continuare, ma questo è il punto perché, gratta gratta, c’è il sospetto che dietro le analisi e le disquisizioni alate, ci sia la scelta di campo di Carlo il caldo. E allora non gliene si fa passare una, i flop di Popolo sovrano e di Povera patria soprattutto. Niente attenuanti riguardanti budget e vincoli di convivenza con altri dominus dei palinsesti. Fosse rimasto nell’alveo giusto tutto sarebbe perdonato, magari con annessa promozione al rango di vittima del perbenismo bigotto. Oggi però i perbenisti sono altri. Mentre lui rimane il solito convinto paladino del primato della libertà e della televisione anche sulla politica. Per questo ha cavalcato il berlusconismo e l’antiberlusconismo, e cavalca il pop e il situazionismo, il Sessantotto e il sovranismo. Quanto ai programmi, si fanno, si disfano e si aggiustano (e speriamo che The Voice of Italy funzioni). Lunga vita al fuori corso Carlo Freccero: non ci fosse, nel grigiore del pensiero unico uno così bisognerebbe inventarlo.

La Verità, 27 marzo 2019

Fenomenologia dell’Ariston correct (non è un drink)

Ah, gli esperti. I giurati di qualità. I critici specializzati. Studiati e competenti. Appollaiati nelle poltroncine dell’Ariston. Asserragliati nella sala stampa a insultare i concorrenti sgraditi. Se un brano di Marocco pop ha vinto il 69° Festival della Canzone italiana lo dobbiamo a loro. Ai sacerdoti delle sette note. Agli esperti del salottino colto. I telespettatori, il pubblico da casa, la gente che canticchia i ritornelli avevano scelto diversamente. Ora apriti cielo. Putiferio sui social. Mitragliate di giudizi. Articolesse schierate per giorni, c’è da giurarci. Sotto accusa il regolamento, i vertici Rai e il direttore artistico. E probabilmente pietra tombale sul Claudio Baglioni ter. Il quale, non a caso, a risultato ancora caldo, si è pronunciato in favore del ritorno al televoto puro e semplice: «Penso che se il festival vuole essere veramente una manifestazione popolare deve essere giudicata solo dal televoto», ha scandito. Si vedrà.

Il Festival di Sanremo è lo specchio del «Bipaese». Del Paese diviso in due. Élite da una parte, popolo dall’altra. Giurie di esperti e televoto. Una rappresentazione plastica di due mondi che non comunicano, non si integrano. Anzi, confliggono. Certo, non tutta la kermesse riproduce la divisione, ma l’esito finale sì. La 69ª edizione del Festival della Canzone italiana l’ha vinta Alessandro Mahmoud, nato a Milano da madre sarda e padre egiziano, in arte Mahmood. «Marocco pop» è la definizione che lui stesso ha dato di Soldi, il brano trionfatore. Non è questo il problema, può vincere uno o l’altro, si possono avere gusti differenti. La cosa che fa sorridere è la genesi del verdetto finale. Come ci si è arrivati. Niente crociate, sono solo canzonette. Ma a un giorno di distanza dal risultato c’è di che divertirsi. Ormai è noto, tra i tre finalisti le preferenze del televoto, che pesa per il 50%, avevano premiato la canzone di Ultimo (I tuoi particolari) con il 46,5%. Il Volo (Musica che resta) era secondo con il 39,4% e Mahmood terzo con il 14,1%. Sono state la giuria dei giornalisti (che pesa per il 30%) e quella di qualità (20%) a capovolgere il risultato scaricando su Mahmood il 63,7% dei loro voti. Risultato finale: 38,9% per Mahmood, 35,6 per Ultimo e 25,5 per Il Volo. Già prima, al momento dell’esclusione di Loredana Bertè dai posti di vertice, la classifica era stata contestata dalla platea. Subito dopo ha suscitato la reazione scomposta di Ultimo, sconfitto sul filo di lana. La notte non ha smorzato i toni: sia la Bertè sia Ultimo hanno disertato Domenica in, probabilmente in segno di protesta.

Adesso tra analisti e opinionisti social è una corsa affannosa a ridimensionare il ribaltone dell’Ariston. A dire che no, non è giurie chic contro televoto, élite contro popolo: non bisogna offrire nuovi argomenti all’allergia all’Italia meticcia di Matteo Salvini. Se non è così, offrissero una chiave di lettura alternativa e dignitosamente attendibile. Basta un giro su Twitter per capire il tenore dell’imbarazzo. Già ieri mattina Stefania Carini aveva anticipato l’andazzo: «Oggi per spiegare Sanremo 2019 sarà “voto popolare/gialloverde vs élite giuriagiornalisti/piddini”? Nel dubbio torno a dormire». Flavia Amabile della Stampa invece era sicura: «Quest’Italia in cui l’opposizione è il Festival di Sanremo», twittava sopra il link di un pezzo senza la notizia del vincitore. La sintesi sembrava buona, anche se non si capiva se approvava o ce l’aveva con il Pd e Forza Italia. Chissà; forse sarebbe stato più corretto: «Quest’Italia in cui l’opposizione sono le giurie dell’Ariston». Comunque, ecco Tommaso Labate del Corriere fare un passo avanti e dare la linea: «Chiunque butti in politica la vittoria di Mahmood regala a Salvini l’occasione di posizionarsi ancora una volta dalla parte del popolo (il televoto che aveva premiato Ultimo) contro l’élite (che han fatto vincere Mahmood). Facciamo che sono solo canzonette?». Tagliava corto Boris Sollazzo: «Mahmood vince. Salvini chiuderà il porto di Sanremo…».

Fino a prima del colpo di mano delle giurie era un festival filato liscio, nella sua modestia. Qualche monologo non riuscito, qualche altro sì e senza autocensure (Pio e Amedeo). Serata dopo serata, soprattutto Virginia Raffaele era riuscita a trovare il dosaggio giusto tra i compiti di conduttrice e il talento di comica poliedrica, erede di Anna Marchesini (superlativo il medley d’imitazioni dell’ultima sera). Certo, qualche canzone era borderline, qualche altra superflua. Ma ci sta, «nessuno è perfetto», aveva chiosato il direttore artistico. I superospiti italiani avevano compensato uno show zavorrato dall’overdose di rap e trap. E svecchiare pubblico e partecipazioni era un altro dei meriti del Festivalone che, ha enfatizzato qualcuno, aveva annullato anche l’idea che potesse sbucare da un momento all’altro gente come Al Bano o Toto Cutugno. Una grande svolta, sembrava; volendo dimenticarsi Pippo Baudo, Ornella Vanoni e Patty Pravo atterrata direttamente dal bar di Guerre stellari (copyright Renato Franco). Poi l’impennata del politicamente corretto…

Qualche anno fa il televoto determinava da solo il verdetto e le community dei talent show facevano vincere i concorrenti usciti da Amici come Marco Carta, Valerio Scanu e la stessa Emma Marrone. Fu Fabio Fazio a reintrodurre le giurie di esperti e giornalisti come correttivo della troppa democrazia attribuendo loro il 50% del giudizio. Con Carlo Conti, nella serata finale i giornalisti venivano sostituiti dalla giuria demoscopica che affiancava quella di qualità. Con Baglioni sono tornati i giornalisti.

Scorrere i nomi dei componenti la giuria di qualità, alcuni dei quali hanno anche sorprendentemnte presentato i cantanti, è istruttivo. Insieme al presidente Mauro Pagani, curriculum indiscutibile, ci sono Serena Dandini, Claudia Pandolfi, Beppe Severgnini, Elena Sofia Ricci, Ferzan Ozpetek, Camila Raznovich e Joe Bastianich la cui competenza musicale, a differenza della inclinazione politica, risulta piuttosto vaga. Quanto al ruolo dei giornalisti specializzati, bastava leggere la solita Stefania Carini in tempo reale: «Tutto il cucuzzaro sui Soldi!!!! riassunto del clima in sala stampa». Oppure guardarsi i video postati da Cosmopolitan («Sala stampa pazza di @Mahmood_Music») per vedere il tifo sfrenato e il battito a tempo con il ritornello di Soldi, oppure gli insulti al Volo al momento della comunicazione del terzo posto.

Sia chiaro: nessuno ha niente contro Mahmood, il suo timbro inconfondibile e il sound urban della canzone. È solo che il «Marocco pop» con il narghilè e il Ramadan stona un filino come vincitore del Festival della Canzone italiana.

Quello che maggiormente disturba è il fatto che pochissime persone, competenti ma politicamente orientate, pesino quanto masse di telespettatori e ascoltatori. E, agendo da squadra, riescano a capovolgerne il pronunciamento. L’ha capito anche Baglioni: «Questa mescolanza, il fatto di avere tre o quattro giurie spezzettate rischia di essere discutibile». Viene il sospetto che più che votare la canzone, i membri del salottino colto abbiano votato il cantante.

La Verità, 11 febbraio 2019

Fazio, Gruber e le altre sfumature anti gialloblù

Certo, ci mettono del loro e parecchio. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, Danilo Toninelli e Rocco Casalino. Ingenuità, inesperienza, smania di apparire, dichiarare, concionare. E poi litigi: non voglio passare per fesso; e io per bugiardo… Sarà giovane età: So’ ragazzi, verrebbe da dire, se la situazione non fosse seria. Però se proviamo a prendere in esame l’ultima settimana di talk show e approfondimenti vari, dobbiamo riconoscere che la televisione è tutta schierata contro il governo gialloblù. Amplificatore delle agenzie di rating e alleata dei commissari europei più brontoloni. Una tv monocolore d’opposizione, un monoscopio antigovernativo, con una sfumatura diversa per ogni canale.

Il caso più clamoroso ed esplicito è quello di Che tempo che fa, Rai 1. Dopo la polemica sul ruolo di Carlo Cottarelli che tutte le domeniche fa le pulci alla manovra e invita gli italiani a fare sacrifici a 6.500 euro a ospitata, Fabio Fazio ha pensato bene d’invitare il sindaco di Riace Domenico Lucano, indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma eroe conclamato del suo socio Roberto Saviano (se ne parlerà in uno dei prossimi Cda Rai). Opposizione frontale.

Su La7 tutte le sere va in onda Otto e mezzo, una newsletter quotidiana nella quale si dice e ridice che i due vicepremier sono inetti, incapaci, maldestri e quanto mai potranno andare ancora avanti, mentre l’Europa, brava e buona, ci rimbrotta bonariamente indicandoci la strada giusta. Dopo aver riciclato Mario Monti come oracolo di Bruxelles (ricordate il mantra: «Ce lo chiede l’Europa»?), ora il nuovo astro è Gianrico Carofiglio, ex magistrato e romanziere con una breve parentesi sui banchi del Pd, convinto assertore dell’alleanza fra M5s e partito democratico. Quanto a Massimo Cacciari, presenza abituale chez Lilli Gruber, la sua apocalisse si dispiega sul governo legastellato come prima aveva fatto con quelli a guida Matteo Renzi, Enrico Letta, Mario Monti, Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Amintore Fanfani… Opposizione militante. Restando nella rete diretta da Andrea Salerno, questa settimana per colpire Di Maio e Salvini Piazza pulita e Propaganda live hanno schierato gli stranieri. Nel giorno della lettera di avvertimento sulla manovra della Commissione europea, Corrado Formigli ha sfoderato un’intervista esclusiva al simpatico Pierre Moscovici, mentre, il giorno dopo, Diego Bianchi, in arte Zoro, ha esibito in studio Michael Moore, il regista americano di Fahrenheit 11/9: «Noi in America con Trump abbiamo copiato Berlusconi, ma ora voi, con Salvini e Di Maio, state cercando di battere Trump». Qualche giorno prima, invece, Giovanni Floris aveva consegnato la puntata di DiMartedì a Renzi, convocato non si è capito bene se come senatore semplice di Scandicci, divulgatore televisivo, conferenziere o angelo della morte della sinistra. Inutile dire che stando alla sua versione, in confronto ai vicepremier attuali, Attila è una crocerossina. Il filo rosso di tutti questi «approfondimenti» lo garantisce l’onnipresente direttore dell’Espresso Marco Damilano. Opposizione scapigliata.

Pigiando sul telecomando, anche su Rete 4 non tira vento favorevole all’esecutivo Conte. Stasera Italia mescola di più gli ospiti, dando voce anche agli esponenti della maggioranza e tentando di mantenere uno spirito pluralista (l’ex ministro Pier Carlo Padoan, il presidente Pd Matteo Orfini, il neopentastellato Gianluigi Paragone). Ma alla fine lo scetticismo salottiero di Barbara Palombelli vince su tutto e tutti. Non va meglio nel racconto del Paese reale proposto dalle inchieste di Gerardo Greco in Viva l’Italia. Opposizione pettinata.

Come oasi d’informazione non troppo orientata finora aveva funzionato il notiziario di SkyTg24, abbastanza asettico e professionale e perciò utile a registrare i semplici fatti della giornata. Purtroppo, da quando è comparso l’ircocervo gialloblù, anche la rete all news di Sky ha smarrito imparzialità. Lo si vede dai toni allarmati, dall’insistenza sulle notizie negative – dall’acqua potabile di Matera ai roghi nell’hinterland milanese – dalla scelta dei titoli e delle analisi nella rassegna stampa. L’apice si raggiunge nell’angolo finanziario affidato a Mariangela Pira, capocordata dell’ascesa dello spread. Opposizione gufa.

Esasperati dalla monocromia si cerca riparo sul Nove, il canale dove a sua volta è riparato Maurizio Crozza. Ma anche qui i suoi Fratelli sono tutti tonti e rispondono ai nomi di Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Giovanni Tria. Almeno quella del comico genovese è satira dichiarata e spazia fino a coinvolgere Renzi, Vittorio Feltri, Fedez e Chiara Ferragni. Opposizione globale.

P.s. Nel frattempo le nomine della Rai sono nuovamente slittate. Se confermate, le indiscrezioni secondo le quali si vogliono valorizzare le risorse interne dell’azienda sarebbero un piccolo segnale di cambiamento.

Del Santo elabora il lutto al Grande Fratello Vip

Bisogna misurare le parole, la materia è incandescente. Il dolore di una madre che ha perso un figlio suicida di 19 anni. Peraltro il secondo, dopo che il primo, a 4 anni, era precipitato dalla terrazza di un grattacielo. Una storia straziante. Un dolore lancinante, indicibile. Perciò, bisogna stare attenti, andarci molto molto piano e, soprattutto, non giudicare.

La madre è Lory Del Santo, ex bigliettaia nel Drive in di Antonio Ricci, poi showgirl, ospite del panfilo dell’imprenditore saudita Adnan Khashoggi, compagna del mitico Eric Clapton dal quale ebbe Conor, il bambino morto tragicamente cadendo dal cinquantatreesimo piano a New York. Del padre di Loren, invece, il diciannovenne che viveva a Miami e un mese fa si è tolto la vita a causa di una malattia cerebrale, la madre non ha mai voluto rivelare l’identità. Fin qui quelli che chiameremmo grossolanamente antefatti ma che mai lo potranno essere: mai la morte di un figlio, peraltro suicida, potrà essere rimossa. Tuttavia, tornando alla madre, dopo la decisione di rinunciare alla partecipazione al Grande fratello vip maturata in seguito alla tragedia, Lory Del Santo si è ricreduta. Dopo giorni intrisi di sofferenza e lacrime («Ho cercato di vivere da sola questo periodo senza parlare con nessuno. Senza amici. Senza poter dire la verità», ha detto a Silvia Toffanin di Verissimo) ora la showgirl crede «che la Casa del Grande Fratello sia l’unico posto in cui possa sentirmi protetta. Potrebbe essere una terapia». Testuale.

Il ripensamento ha comprensibilmente preso in contropiede i dirigenti di Endemol e di Canale 5 che producono e diffondono il programma. È certo che la probabile partecipazione di Lory Del Santo al reality avrebbe un effetto tonificante sugli ascolti. E quindi: «Non facciamo sciacallaggio sul dolore di una persona», è stata la risposta degli uomini Mediaset. E anche: «Possiamo privare una donna che soffre di quello che lei ritiene un aiuto? Sarà lei a decidere se e quando entrare nella Casa» perché, si osserva, il dolore di una madre «va sempre rispettato».

È così, infatti. Ma proprio per rispetto di un dolore tanto straziante, proprio per prenderlo sul serio e senza giudicare in alcun modo, mi permetto di dubitare. Ti muore un figlio e «l’unico posto» dove pensi di essere «protetta» e di elaborare il lutto è un reality show? Se fosse davvero così, qualcuno dovrebbe fare un profondo esame di coscienza. Ma magari può essere anche il caso che la madre addolorata rifletta bene se lo strumento scelto sia davvero adeguato allo scopo. Anche perché è facile che lì dentro il dolore di madre diventi parte delle dinamiche dello spettacolo e del gioco. Alfonso Signorini ha osservato che chi entra nella Casa lo fa per giocare e dunque «non ci può essere il compatimento». I dubbi e le perplessità si accavallano. L’eventizzazione del dolore non mi convince. Lory Del Santo ha accennato anche al fatto che «ci sia un confessionale, per parlare in ogni momento con qualcuno, può farmi bene».

A questo punto ammetto tutto il mio disagio di uomo di un altro secolo e di un altro mondo. E chiedo: quel dolore di madre non merita un confessionale vero? Una volta, per condividere certe tragedie, per lenire lo strazio e la solitudine, c’era il padre spirituale, c’era il gruppo di amici più stretti, c’erano i famigliari e anche lo psicologo. Oggi tutto è social, tutto è stories, virtuale, visibilità, comunicazione. Le icone del nostro tempo sono gli influencer, le star del web, Chiara Ferragni e Fedez con il loro matrimonio digitale, sintetico, globale. All’eventizzazione dell’esistenza mancava solo l’elaborazione del lutto, la metabolizzazione della morte.

Buona fortuna Lory Del Santo. Un grande abbraccio.

 

Lettera a Dagospia, 22 settembre 2018

 

Gabanelli crocifissa dai sacerdoti dello snob food

Io sto con Milena Gabanelli. Certo che sì. Sarà un fatto generazionale, un’idiosincrasia, una cosa di formazione. Siamo nati negli anni Cinquanta, quando al primo capriccio davanti a un piatto sgradito i nostri genitori ci parlavano dei bambini del Biafra; siamo cresciuti a pasta al pomodoro e bistecche; apparteniamo a una cultura nella quale a tavola prima di tutto ci si nutre e le «esperienze estetiche» vengono dopo. Fatto sta che, personalmente, preferisco la trattoria al ristorante gourmet, l’osteria all’officina stellata, la comanda con il cameriere che ti dice abbiamo pasta e fagioli, carbonara e fettuccine al salmone piuttosto di certe alate descrizioni di pietanze che ci metti di più a capire di cosa si tratta che a mangiarle, pardòn, degustarle. La cultura degli chef, il food, il gourmet, le classifiche delle guide, l’impiattamento e tutto il resto ci stanno togliendo il gusto del cibo semplice. La riprova sono le fortune di dietologi e nutrizionisti, categoria rivale, parallela e sotterraneamente alleata, dei masterchef. Sui social imperversano foto e post di uova al tegamino, meringate, insalate vegane, branzini al sale, spaghetti al ragù e bigné. Seppellirei tutto con un bel chissenefrega.

Sulla pagina Facebook di Dataroom Milena Gabanelli ha provato a farsi «due risate» postando la foto di un laconico antipasto in un ristorante fuori Bologna, con tre righe tre di commento. Trattavasi in realtà di stuzzichino, un «amuse-bouche» di benvenuto offerto dallo chef prima di avviare il rodeo della degustazione, come ha precisato non senza pedanteria una lettrice. Le tre righe tre hanno squarciato le cateratte della lesa maestà con relativa pioggia di gamberi rossi, di filippiche sterminate, di perché sì e perché no, sull’importanza dell’industria gourmet, del made in Italy nel mondo, del contributo al Pil e via pontificando.

La foto dell'antipasto o «amuse-bouche» postata da Milena Gabanelli

La foto dell’antipasto o «amuse-bouche» postata da Milena Gabanelli

Intoccabili, inviolabili, immacolati, gli chef stellati sono la nuova aristocrazia morale, la crème del presente, l’icona del successo. Nuove rockstar, nuovi idoli dei gggioovani quanto i fashion blogger e i calciatori. Ogni epoca ha i suoi modelli. Nei Settanta i cantautori, negli Ottanta i giornalisti, poi i sarti e i creatori di moda, nell’ultimo decennio i cuochi, pardòn, chef. Senza soffermarsi sull’inflazione di programmi, spot e marchi sponsorizzati dai vari Antonino Canavacciuolo, Alessandro Borghese, Bruno Barbieri, Chef Rubio e soci che affollano la giornata televisiva, per rendere l’idea dell’allure che avvolge la nuova casta, avete presente la smorfia con la quale nello spot di un noto marchio di spaghetti italiani un altro di questi sacerdoti commenta la «creazione» culinaria del divino Roger Federer?

Carlo Cracco, il primo di questa nidiata di guru, l’ha capito e ha deciso di tornare a cucinare, dosando le apparizioni. Meglio decongestionare l’ambiente ormai prossimo alla guerra di religione come dimostrano le conseguenze allo scanzonato post dell’ex conduttrice di Report. Ma basta! Scendiamo dal pulpito e andiamo tutti a farci una pizza, senza tanti birignao.

La Verità, 13 agosto 2018

Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

De Benedetti, Lilli Gruber e il Marchese del Grillo

Per quale motivo l’ingegner Carlo De Benedetti è andato ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, finendo per sparare contro Eugenio Scalfari e sconfessare la direzione di Repubblica, il giornale che è il suo «grande amore», ma con il quale i rapporti sono «assenti»? Doveva giustificare un altro tipo di rapporti, quelli privilegiati con Matteo Renzi, che gli hanno permesso una speculazione in borsa, fonte di un rapido profitto di 600.000 euro. Per farlo, ha elencato le frequentazioni con tutti i presidenti del consiglio italiani e i governatori della Banca d’Italia dell’ultimo quarantennio, le cene e gli inviti di presidenti americani e francesi, cancellieri tedeschi, premier britannici. Tutte cose normali, per l’Ingegnere che, oltre a quelle della conduttrice, non ha dovuto rispondere a domande di altri scomodi giornalisti. Insomma, perché ci è andato? Per imitare Alberto Sordi in Il Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi…». Quando l’arroganza nasconde debolezza. E dilata le crepe nell’impero.

Rai 1, il referendum costituzionale di Fazio

Molte cose accomunano Fabio Fazio e Matteo Renzi, oltre allo share non entusiasmante, anche se in lievissimo rialzo, di ieri (15.4%). Innanzitutto l’area politico culturale di riferimento, per la parte di FF già magistralmente fotografata da Edmondo Berselli. Poi una certa sopravvalutazione, forse indotta da consigli(eri) sbagliati. Un percettibile distacco dalla prosaica realtà. La propensione, bisogna dare atto, a metterci la faccia: pure troppo. Infine, la tendenza alle scommesse azzardate, nelle quali si spicca il balzo da un posto sicuro, senza trovare dall’altra parte il ramo cui aggrapparsi, maggioranza referendaria o primato dell’audience che sia. Non sarà che l’ambizione di vincere su Rai 1  sta diventando il referendum costituzionale di Fabio Fazio?

Sciallo, D’Orrico: troppo facile stroncare Bebe Vio

Stroncare l’ultimo libro di Bebe Vio Se sembra impossibile allora si può fare (Rizzoli) può essere gioco facile, soprattutto se ci si chiama Antonio D’Orrico. Nella sua «pagella» settimanale su La Lettura il principe dei critici letterari ha ironizzato sullo stile smart con cui l’atleta paralimpica racconta la sua storia di resilienza. Che passa anche per un semplice: «Stai scialla!». Gioco facile, dunque: basta pattinare sullo slang giovanilistico con la matita blu… Attaccare Bebe può pure portare un pizzico di visibilità. Più difficile spossessarsi del blasone. Stai sciallo, Antonio.

La smemoria di Anzaldi sulle epurazioni

Strappato al suo habitat naturale, l’ossessione antifaziana, Michele Anzaldi si aggira spaesato e smemorato dalle parti dell’editto renziano. La faccenda è esilarante dato il fatto che il protagonista della sua applicazione è stato proprio lui con il suo diuturno interventismo, superiore persino a quello di qualsiasi direttore generale. Ma tant’è. Ci sono vari modi per promulgare e applicare un editto. Quello frontale e impulsivo di Sofia che tutti ricordiamo, e quello più scientifico e protratto nel tempo che è sotto gli occhi degli osservatori più indipendenti tra i quali non si annovera il segretario della Commissione di Vigilanza che, in un lungo post sulla sua bacheca Facebook rilanciato dal sito Dagospia, mischia le carte e mimetizza le responsabilità. Facendola breve, il risultato è la Rai del pensiero unico renziano di oggi, l’azzeramento delle voci indipendenti messo in atto dagli zelanti esecutori del capo e del suo fedele successore. L’inopinata cancellazione di Virus di Nicola Porro fu l’atto d’esordio di Ilaria Dallatana alla direzione di Rai 2. Tanto che, come chiunque ricorderà, anche la presidente Monica Maggioni chiese in Vigilanza il ripristino del pluralismo. Fino a ieri, persino in epoche di strapotere governativo, una rete e un tg erano riservati all’opposizione, oggi il Tg3 è diretto da Luca Mazzà, ex vicedirettore di Rai 3 premiato dopo aver lasciato la responsabilità di Ballarò in polemica con Massimo Giannini (successore di Giovanni Floris, già accasato a La7 per scansare la collisione inevitabile) considerato troppo antirenziano. A sua volta, sempre come chiunque ricorderà, Giannini era settimanalmente attaccato dall’allora premier per i suoi ascolti inferiori a quelli dei film di Rete 4. Fino al previsto epilogo al quale proprio Anzaldi non fu estraneo dopo che il conduttore aveva parlato di «rapporto incestuoso» del ministro Maria Elena Boschi con la Banca Etruria dove il padre occupava un ruolo dirigenziale. Giannini fu rimosso e sostituito da Gianluca Semprini. Avvicendata da Mazzà, a sua volta era stata rimossa dal Tg3 Bianca Berlinguer, alla quale è stata concessa, per disperazione, #cartabianca dopo il flop di Politics (pochi mesi dopo il direttore di Rai 3 Daria Bignardi si è dimessa). Al troppo anarchico Massimo Giletti è stato tolto il format di successo che aveva creato e conduceva da 13 anni, quell’Arena che aveva 4 milioni di telespettatori (oltre il doppio di quelli che seguono le sorelle Parodi) per offrirgli in cambio la conduzione di alcune serate musicali. Per il finale di stagione della serie Strane dimissioni in Viale Mazzini bastano le parole di Milena Gabanelli: «In campagna elettorale mi volevano defilata». Dunque, prima no alla direzione del portale delle news online, poi no alla striscia dopo il Tg1. Nel suo spaesamento forse Anzaldi non s’è avveduto che tutto questo è accaduto mentre si preparava un referendum che il suo capo aveva reso epocale e ora si approssimano le elezioni di primavera, altro appuntamento che molti considerano di un certo rilievo. Per dire, è un caso che gli uomini del capo propendessero per la Rai come sede del confronto tra Renzi e Di Maio? E sarà il calendario elettorale il motivo per cui non si hanno più notizie del Piano dell’informazione, quella bizzarra fissa su cui sono inciampati Carlo Verdelli e Antonio Campo Dall’Orto? O forse tutto tace perché, in fondo, il Piano è già operante e si chiama normalizzazione?

La Verità, 4 novembre 2017