Del Santo elabora il lutto al Grande Fratello Vip

Bisogna misurare le parole, la materia è incandescente. Il dolore di una madre che ha perso un figlio suicida di 19 anni. Peraltro il secondo, dopo che il primo, a 4 anni, era precipitato dalla terrazza di un grattacielo. Una storia straziante. Un dolore lancinante, indicibile. Perciò, bisogna stare attenti, andarci molto molto piano e, soprattutto, non giudicare.

La madre è Lory Del Santo, ex bigliettaia nel Drive in di Antonio Ricci, poi showgirl, ospite del panfilo dell’imprenditore saudita Adnan Khashoggi, compagna del mitico Eric Clapton dal quale ebbe Conor, il bambino morto tragicamente cadendo dal cinquantatreesimo piano a New York. Del padre di Loren, invece, il diciannovenne che viveva a Miami e un mese fa si è tolto la vita a causa di una malattia cerebrale, la madre non ha mai voluto rivelare l’identità. Fin qui quelli che chiameremmo grossolanamente antefatti ma che mai lo potranno essere: mai la morte di un figlio, peraltro suicida, potrà essere rimossa. Tuttavia, tornando alla madre, dopo la decisione di rinunciare alla partecipazione al Grande fratello vip maturata in seguito alla tragedia, Lory Del Santo si è ricreduta. Dopo giorni intrisi di sofferenza e lacrime («Ho cercato di vivere da sola questo periodo senza parlare con nessuno. Senza amici. Senza poter dire la verità», ha detto a Silvia Toffanin di Verissimo) ora la showgirl crede «che la Casa del Grande Fratello sia l’unico posto in cui possa sentirmi protetta. Potrebbe essere una terapia». Testuale.

Il ripensamento ha comprensibilmente preso in contropiede i dirigenti di Endemol e di Canale 5 che producono e diffondono il programma. È certo che la probabile partecipazione di Lory Del Santo al reality avrebbe un effetto tonificante sugli ascolti. E quindi: «Non facciamo sciacallaggio sul dolore di una persona», è stata la risposta degli uomini Mediaset. E anche: «Possiamo privare una donna che soffre di quello che lei ritiene un aiuto? Sarà lei a decidere se e quando entrare nella Casa» perché, si osserva, il dolore di una madre «va sempre rispettato».

È così, infatti. Ma proprio per rispetto di un dolore tanto straziante, proprio per prenderlo sul serio e senza giudicare in alcun modo, mi permetto di dubitare. Ti muore un figlio e «l’unico posto» dove pensi di essere «protetta» e di elaborare il lutto è un reality show? Se fosse davvero così, qualcuno dovrebbe fare un profondo esame di coscienza. Ma magari può essere anche il caso che la madre addolorata rifletta bene se lo strumento scelto sia davvero adeguato allo scopo. Anche perché è facile che lì dentro il dolore di madre diventi parte delle dinamiche dello spettacolo e del gioco. Alfonso Signorini ha osservato che chi entra nella Casa lo fa per giocare e dunque «non ci può essere il compatimento». I dubbi e le perplessità si accavallano. L’eventizzazione del dolore non mi convince. Lory Del Santo ha accennato anche al fatto che «ci sia un confessionale, per parlare in ogni momento con qualcuno, può farmi bene».

A questo punto ammetto tutto il mio disagio di uomo di un altro secolo e di un altro mondo. E chiedo: quel dolore di madre non merita un confessionale vero? Una volta, per condividere certe tragedie, per lenire lo strazio e la solitudine, c’era il padre spirituale, c’era il gruppo di amici più stretti, c’erano i famigliari e anche lo psicologo. Oggi tutto è social, tutto è stories, virtuale, visibilità, comunicazione. Le icone del nostro tempo sono gli influencer, le star del web, Chiara Ferragni e Fedez con il loro matrimonio digitale, sintetico, globale. All’eventizzazione dell’esistenza mancava solo l’elaborazione del lutto, la metabolizzazione della morte.

Buona fortuna Lory Del Santo. Un grande abbraccio.

 

Lettera a Dagospia, 22 settembre 2018

 

Gabanelli crocifissa dai sacerdoti dello snob food

Io sto con Milena Gabanelli. Certo che sì. Sarà un fatto generazionale, un’idiosincrasia, una cosa di formazione. Siamo nati negli anni Cinquanta, quando al primo capriccio davanti a un piatto sgradito i nostri genitori ci parlavano dei bambini del Biafra; siamo cresciuti a pasta al pomodoro e bistecche; apparteniamo a una cultura nella quale a tavola prima di tutto ci si nutre e le «esperienze estetiche» vengono dopo. Fatto sta che, personalmente, preferisco la trattoria al ristorante gourmet, l’osteria all’officina stellata, la comanda con il cameriere che ti dice abbiamo pasta e fagioli, carbonara e fettuccine al salmone piuttosto di certe alate descrizioni di pietanze che ci metti di più a capire di cosa si tratta che a mangiarle, pardòn, degustarle. La cultura degli chef, il food, il gourmet, le classifiche delle guide, l’impiattamento e tutto il resto ci stanno togliendo il gusto del cibo semplice. La riprova sono le fortune di dietologi e nutrizionisti, categoria rivale, parallela e sotterraneamente alleata, dei masterchef. Sui social imperversano foto e post di uova al tegamino, meringate, insalate vegane, branzini al sale, spaghetti al ragù e bigné. Seppellirei tutto con un bel chissenefrega.

Sulla pagina Facebook di Dataroom Milena Gabanelli ha provato a farsi «due risate» postando la foto di un laconico antipasto in un ristorante fuori Bologna, con tre righe tre di commento. Trattavasi in realtà di stuzzichino, un «amuse-bouche» di benvenuto offerto dallo chef prima di avviare il rodeo della degustazione, come ha precisato non senza pedanteria una lettrice. Le tre righe tre hanno squarciato le cateratte della lesa maestà con relativa pioggia di gamberi rossi, di filippiche sterminate, di perché sì e perché no, sull’importanza dell’industria gourmet, del made in Italy nel mondo, del contributo al Pil e via pontificando.

La foto dell'antipasto o «amuse-bouche» postata da Milena Gabanelli

La foto dell’antipasto o «amuse-bouche» postata da Milena Gabanelli

Intoccabili, inviolabili, immacolati, gli chef stellati sono la nuova aristocrazia morale, la crème del presente, l’icona del successo. Nuove rockstar, nuovi idoli dei gggioovani quanto i fashion blogger e i calciatori. Ogni epoca ha i suoi modelli. Nei Settanta i cantautori, negli Ottanta i giornalisti, poi i sarti e i creatori di moda, nell’ultimo decennio i cuochi, pardòn, chef. Senza soffermarsi sull’inflazione di programmi, spot e marchi sponsorizzati dai vari Antonino Canavacciuolo, Alessandro Borghese, Bruno Barbieri, Chef Rubio e soci che affollano la giornata televisiva, per rendere l’idea dell’allure che avvolge la nuova casta, avete presente la smorfia con la quale nello spot di un noto marchio di spaghetti italiani un altro di questi sacerdoti commenta la «creazione» culinaria del divino Roger Federer?

Carlo Cracco, il primo di questa nidiata di guru, l’ha capito e ha deciso di tornare a cucinare, dosando le apparizioni. Meglio decongestionare l’ambiente ormai prossimo alla guerra di religione come dimostrano le conseguenze allo scanzonato post dell’ex conduttrice di Report. Ma basta! Scendiamo dal pulpito e andiamo tutti a farci una pizza, senza tanti birignao.

La Verità, 13 agosto 2018

Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

De Benedetti, Lilli Gruber e il Marchese del Grillo

Per quale motivo l’ingegner Carlo De Benedetti è andato ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, finendo per sparare contro Eugenio Scalfari e sconfessare la direzione di Repubblica, il giornale che è il suo «grande amore», ma con il quale i rapporti sono «assenti»? Doveva giustificare un altro tipo di rapporti, quelli privilegiati con Matteo Renzi, che gli hanno permesso una speculazione in borsa, fonte di un rapido profitto di 600.000 euro. Per farlo, ha elencato le frequentazioni con tutti i presidenti del consiglio italiani e i governatori della Banca d’Italia dell’ultimo quarantennio, le cene e gli inviti di presidenti americani e francesi, cancellieri tedeschi, premier britannici. Tutte cose normali, per l’Ingegnere che, oltre a quelle della conduttrice, non ha dovuto rispondere a domande di altri scomodi giornalisti. Insomma, perché ci è andato? Per imitare Alberto Sordi in Il Marchese del Grillo: «Io so’ io e voi…». Quando l’arroganza nasconde debolezza. E dilata le crepe nell’impero.

Rai 1, il referendum costituzionale di Fazio

Molte cose accomunano Fabio Fazio e Matteo Renzi, oltre allo share non entusiasmante, anche se in lievissimo rialzo, di ieri (15.4%). Innanzitutto l’area politico culturale di riferimento, per la parte di FF già magistralmente fotografata da Edmondo Berselli. Poi una certa sopravvalutazione, forse indotta da consigli(eri) sbagliati. Un percettibile distacco dalla prosaica realtà. La propensione, bisogna dare atto, a metterci la faccia: pure troppo. Infine, la tendenza alle scommesse azzardate, nelle quali si spicca il balzo da un posto sicuro, senza trovare dall’altra parte il ramo cui aggrapparsi, maggioranza referendaria o primato dell’audience che sia. Non sarà che l’ambizione di vincere su Rai 1  sta diventando il referendum costituzionale di Fabio Fazio?

Sciallo, D’Orrico: troppo facile stroncare Bebe Vio

Stroncare l’ultimo libro di Bebe Vio Se sembra impossibile allora si può fare (Rizzoli) può essere gioco facile, soprattutto se ci si chiama Antonio D’Orrico. Nella sua «pagella» settimanale su La Lettura il principe dei critici letterari ha ironizzato sullo stile smart con cui l’atleta paralimpica racconta la sua storia di resilienza. Che passa anche per un semplice: «Stai scialla!». Gioco facile, dunque: basta pattinare sullo slang giovanilistico con la matita blu… Attaccare Bebe può pure portare un pizzico di visibilità. Più difficile spossessarsi del blasone. Stai sciallo, Antonio.

La smemoria di Anzaldi sulle epurazioni

Strappato al suo habitat naturale, l’ossessione antifaziana, Michele Anzaldi si aggira spaesato e smemorato dalle parti dell’editto renziano. La faccenda è esilarante dato il fatto che il protagonista della sua applicazione è stato proprio lui con il suo diuturno interventismo, superiore persino a quello di qualsiasi direttore generale. Ma tant’è. Ci sono vari modi per promulgare e applicare un editto. Quello frontale e impulsivo di Sofia che tutti ricordiamo, e quello più scientifico e protratto nel tempo che è sotto gli occhi degli osservatori più indipendenti tra i quali non si annovera il segretario della Commissione di Vigilanza che, in un lungo post sulla sua bacheca Facebook rilanciato dal sito Dagospia, mischia le carte e mimetizza le responsabilità. Facendola breve, il risultato è la Rai del pensiero unico renziano di oggi, l’azzeramento delle voci indipendenti messo in atto dagli zelanti esecutori del capo e del suo fedele successore. L’inopinata cancellazione di Virus di Nicola Porro fu l’atto d’esordio di Ilaria Dallatana alla direzione di Rai 2. Tanto che, come chiunque ricorderà, anche la presidente Monica Maggioni chiese in Vigilanza il ripristino del pluralismo. Fino a ieri, persino in epoche di strapotere governativo, una rete e un tg erano riservati all’opposizione, oggi il Tg3 è diretto da Luca Mazzà, ex vicedirettore di Rai 3 premiato dopo aver lasciato la responsabilità di Ballarò in polemica con Massimo Giannini (successore di Giovanni Floris, già accasato a La7 per scansare la collisione inevitabile) considerato troppo antirenziano. A sua volta, sempre come chiunque ricorderà, Giannini era settimanalmente attaccato dall’allora premier per i suoi ascolti inferiori a quelli dei film di Rete 4. Fino al previsto epilogo al quale proprio Anzaldi non fu estraneo dopo che il conduttore aveva parlato di «rapporto incestuoso» del ministro Maria Elena Boschi con la Banca Etruria dove il padre occupava un ruolo dirigenziale. Giannini fu rimosso e sostituito da Gianluca Semprini. Avvicendata da Mazzà, a sua volta era stata rimossa dal Tg3 Bianca Berlinguer, alla quale è stata concessa, per disperazione, #cartabianca dopo il flop di Politics (pochi mesi dopo il direttore di Rai 3 Daria Bignardi si è dimessa). Al troppo anarchico Massimo Giletti è stato tolto il format di successo che aveva creato e conduceva da 13 anni, quell’Arena che aveva 4 milioni di telespettatori (oltre il doppio di quelli che seguono le sorelle Parodi) per offrirgli in cambio la conduzione di alcune serate musicali. Per il finale di stagione della serie Strane dimissioni in Viale Mazzini bastano le parole di Milena Gabanelli: «In campagna elettorale mi volevano defilata». Dunque, prima no alla direzione del portale delle news online, poi no alla striscia dopo il Tg1. Nel suo spaesamento forse Anzaldi non s’è avveduto che tutto questo è accaduto mentre si preparava un referendum che il suo capo aveva reso epocale e ora si approssimano le elezioni di primavera, altro appuntamento che molti considerano di un certo rilievo. Per dire, è un caso che gli uomini del capo propendessero per la Rai come sede del confronto tra Renzi e Di Maio? E sarà il calendario elettorale il motivo per cui non si hanno più notizie del Piano dell’informazione, quella bizzarra fissa su cui sono inciampati Carlo Verdelli e Antonio Campo Dall’Orto? O forse tutto tace perché, in fondo, il Piano è già operante e si chiama normalizzazione?

La Verità, 4 novembre 2017

Il noir Rai: i dissidenti sono stati dimissionati

La fine era nota. Prevista. Annunciata. L’addio di Milena Gabanelli alla Rai era nel disordine delle cose come un rigore al 90° per la Juve in epoca pre Var. L’ultimo episodio dell’ordinanza renziana che colpisce i giornalisti non ossequienti non stupisce più di tanto. Anzi,  zero sorprese, checché ne dica il direttore generale Mario Orfeo, confessatosi «stupito e dispiaciuto». Dei sentimenti della presidente Monica Maggioni, invece, al momento non si hanno notizie. Non pervenuto nemmeno Michele Anzaldi, portavoce del capo in materia, il cui orizzonte sembra interamente ingombrato da Fabio Fazio. Certi silenzi sono rivelatori. Chi parla con donchisciottesca generosità è il consigliere Carlo Freccero: «Spero ancora di trattenerla», dice, proponendo una striscia quotidiana alle 21 su Rai 3. Vedremo.

Inutile rifare tutta la storia. I lettori della Verità avevano appreso il 23 ottobre scorso dell’idea di Gabanelli di tornare in video con un miniprogramma quotidiano dopo il Tg1 delle 20 una volta constatato lo stallo di Rai24, il portale dell’informazione online per dirigere il quale l’ex conduttrice di Report era stata assunta dall’allora dg Antonio Campo Dall’Orto. Il suo successore, Orfeo, ha rigettato l’idea replicando che quattro minuti di data journalism (fatti attraverso i numeri) erano difficili da incasellare nel palinsesto. Figurarsi, con le elezioni dietro l’angolo. E ha controproposto la condirezione di Rainews24 e la co-conduzione con Sigfrido Ranucci del programma dal quale un anno fa Gabanelli si era spontaneamente ritirata. La proposta è risultata poco credibile anche in prospettiva, considerato che l’attuale vertice scadrà a luglio, subito dopo le elezioni, e chissà chi comanderà allora e cosa deciderà di fare dell’informazione, non solo quella online, del cui Piano si son perse le tracce.

Finale annunciato, dunque. Come quello dei precedenti capitoli, anzi, episodi, trattandosi ormai di una serie. Dimissioni in Viale Mazzini potrebbe essere il titolo perfetto della fiction di sicuro insuccesso, sottotitolo Quegli strani addii dalla tv di Stato. Il guaio è che non siamo nella finzione, ma nella realtà della Rai renziana. Ricordate? L’ex sindaco di Firenze era premier da poche settimane quando, il 13 maggio 2014, ospite di Giovanni Floris a Ballarò, promise: «Voglio che la Rai sia di tutti e non dei partiti, perciò non metterò mai bocca su palinsesti, conduttori e direttori».  Illustrando il programma dei mille giorni, il 30 luglio sintetizzo: «La Rai va tolta ai partiti per darla al Paese». Capita l’antifona, proprio Floris era già passato a La7. Nicola Porro invece aspettò l’inusitata cancellazione di Virus per trasferirsi a Matrix di Canale 5. Massimo Giannini, successore di Floris a Ballarò, durò due stagioni, sostituito da Gianluca Semprini prelevato appositamente da Sky. La cancellazione di Massimo Giletti senza valide ragioni di natura editoriale per affidare la domenica pomeriggio alle sorelle Parodia (copyright Maurizio Crippa del Foglio) che non raggiungono la metà dell’audience dell’Arena è storia recente. L’episodio di Gabanelli è però il più clamoroso, considerato che la giornalista e il suo programma, di cui ha ceduto lo storico marchio all’azienda (a differenza di ciò che hanno fatto Bruno Vespa con Porta a Porta e Fazio con Che tempo che fa), sono sempre stati portati a paradigma di cosa sia servizio pubblico.

Massimo Giletti negli studi di La7: il suo programma s'intitolerà Non è l'Arena

Massimo Giletti negli studi di La7: il suo programma s’intitolerà «Non è l’Arena»

Fosse una serie noir si direbbe che le vittime sono state suicidate. La morale è la stessa. Chi non è allineato viene, più o meno cortesemente, fatto dimissionare. È un fatto culturale tutt’altro che casuale. La Rai renziana somiglia al Pd renziano. Anziché essere inclusiva e unificante, un posto dove «c’è gloria per tutti», è scissionista, escludente e vagamente settaria. Perde le foglie come i carciofi, ritrovandosi con un’anima sempre più magra come l’audience di certi suoi programmi. A differenza del famoso editto bulgaro, l’ordinanza renziana è qualcosa di più scientifico e meno istintivo. È una strategia protratta nel tempo, una linea di condotta programmata, non applicata ad avversari dichiarati, protagonisti di una campagna esplicitamente conflittuale come fu quella di Enzo Biagi, Michele Santoro e Marco Travaglio contro Silvio Berlusconi. È una disposizione che, in modo più ambiguo e arrogante, si stende su professionisti indipendenti che hanno la sola colpa di non essere allineati alla voce del padrone.

La Verità, 2 novembre 2017

«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Tutto chiaro, sulle notizie cala il sonno di Orfeo

Diradata la foschia, il capo del tg più allineato è diventato direttore generale della Rai. Più chiaro di così? La nomina di Mario Orfeo (a proposito: sarà dg o ad?) è la chiusura del cerchio, la prova del nove, la pistola fumante del pasticciaccio brutto di Viale Mazzini. Orfeo era dal primo momento il candidato dell’inner circle renziano: da Matteo Renzi a Maria Elena Boschi, passando per Luigi Lotti. Mai una lamentela, mai un problema da loro. Anzi, canali lubrificati e connessioni rapide. Gestione perfetta della campagna referendaria con sordina messa agli esponenti del No. Ridimensionamento dello scandalo Consip. Nell’agenda del neodg non mancano buoni rapporti anche con settori del centrodestra, tanto che la nomina è stata condivisa anche in cda, con l’eccezione di Carlo Freccero.

Antonio Campo Dall’Orto ha lavorato due anni per trasformare un’azienda di comunicazione obsoleta in media company. Ha commesso qualche errore, chi non ne fa? Ma si era fatto la balzana idea che la Rai andasse riformata e portata nel Terzo millennio. Pittoresco, quel Campo Dall’Orto. Di tutto ciò alla politica non fregava una beata mazza. C’era il referendum costituzionale e ora si avvicinano a grandi passi le elezioni, con la legge che si riuscirà ad arrangiare senza il concorso dei grillini. Complice, non si sa quanto consapevole, Monica Maggioni, che ora si vede scavalcata dalla scelta di un ex direttore del Tg2 e del Tg1, ha vinto la linea di Michele Anzaldi, il pasdaran renziano che un giorno sì e l’altro pure seppelliva sotto gragnuole di ultimatum giornalisti e conduttori non allineati al verbo del capo.

Tre indizi facevano già la prova. Prima il clamoroso flop di Politics di Gianluca Semprini con il recupero dell’irrequieta Bianca Berlinguer (rimossa dal Tg3) aveva molto innervosito gli ambienti renziani. Poi la bocciatura del piano per le news di Carlo Verdelli, senza possibilità d’illustrarlo in cda, aveva costretto alle dimissioni l’autore. Infine il semaforo rosso allo stesso piano riveduto con la scabrosa proposta di nominare Milena Gabanelli alla direzione del portale Rainews.it è stato il colpo di grazia su CDO. Poche chiacchiere, lo scoglio era il controllo dell’informazione. Altro che la media company, gli stipendi degli artisti e balle varie. Ora di indizi ce ne sono addirittura quattro e tutto è lapalissiano. La nomina di Orfeo, il normalizzatore inviso ai 5 Stelle, quadra il cerchio. La copertura si completerà con la promozione di Antonio Di Bella al Tg1 (o di Andrea Montanari). Per una volta il «solito ignoto» è stato scoperto rapidamente. Si sa, quando si avvicinano le elezioni… «Mario Orfeo, è lei che gestirà la Rai per conto del Pd renziano e della nuova Forza Italia durante la campagna elettorale?». Sì, è lui. Fine delle trasmissioni.