Perché desideriamo vedere e ascoltare i vecchi

La guerra. Tutto ruota attorno a lei. O almeno al dopoguerra. Chi l’ha vissuto e chi no. Fa la differenza, oggi. Eccome, se la fa. Parlando dei componenti della classe dirigente attuale, intervistato dalla Verità, Peppino Caldarola, uomo di sinistra (74 anni), ha detto che non hanno vissuto «la guerra e il dopoguerra, non hanno visto il colera a Napoli e Bari, erano bambini durante il sequestro Moro, ragazzi durante il terremoto dell’Aquila». Appartengono a «una classe dirigente che, non per colpa sua, non si è confrontata con nessuno dei drammi italiani contemporanei». E che perciò è impreparata sia culturalmente che psicologicamente. Riflettendo sui cinquantenni, la generazione a cui appartiene, Antonio Scurati ha scritto sul Corriere della Sera: «Sono arrivati del tutto impreparati all’appuntamento con la loro storia… Il loro apprendistato alla vita è stato un lungo apprendistato all’irrealtà televisiva. Avevano vent’anni quando hanno assistito dal salotto di casa alla prima guerra in diretta televisiva della storia umana, trenta quando sono stati bersagliati attraverso gli schermi televisivi dal terrore mediatico, quaranta quando l’odissea dei dannati della terra è approdata alle spiagge delle loro vacanze… Hanno la casa al mare e il cellulare di ultima generazione… hanno avuto più cani che figli e adesso rischiano la vita per portare il loro barboncino a pisciare». Un’autocritica spietata, se vogliamo. Ma onesta.

È fuori di dubbio che i quarantenni e cinquantenni l’abbiano avuta facile. Più per merito dei padri che per demerito loro. Hanno trovato un Paese ricostruito, florido, moderno. Una civiltà, l’Occidente, mediamente ricca e proiettata verso un futuro radioso. Non è colpa loro. Adesso però sono, siamo, spiazzati. Mentre i vecchi lo sono meno. Ora che il gioco si fa duro – che a tutte le latitudini siamo accomunati dallo stesso destino e raramente l’abbiamo avvertito così insidioso – i duri sono loro. Gli ottantenni. Fateci caso. Papa Francesco (83), ha compiuto il gesto che resterà nella mente e nella storia di questa pandemia. Da solo, in quella piazza deserta, eppure affollata dal mondo intero. Un mondo disarmato, fragilissimo, impotente, tremebondo. Lui, in piedi, a elevare un’invocazione al Padreterno. Poi, fatte le debite proporzioni, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (79) che, riscattando alcune recenti latitanze, si è svegliato dal torpore per difendere il nostro Paese, e non le ha mandate a dire all’improvvida presidente della Bce Christine Lagarde esponendosi sul fronte europeo. Oppure il regista Pupi Avati (81), che ha preso carta e penna e ha scritto alla Rai per chiedere di ridimensionare il condizionamento del mondo pubblicitario e degli esami dell’auditel e stravolgere i palinsesti per favorire una crescita culturale anche delle giovani generazioni, programmando film classici, concerti, documentari e biografie dei nostri grandi artisti. Un’iniziativa che ha subito raccolto Renzo Arbore (82), un grandissimo vecchio della nostra tv. L’elenco potrebbe continuare con i tanti vecchi autorevoli che i giornali intervistano in questi giorni. Come Eugenio Borgna (89), per esempio, luminoso psichiatra che ha paragonato l’epidemia di oggi con l’esperienza che visse, tredicenne, nel 1943. Quando, inseguita dai tedeschi, la sua famiglia fu costretta a lasciare la casa paterna e avventurarsi nella notte, in montagna: «Fino a quel momento il sentiero dell’adolescenza mi appariva rettilineo. Improvvisamente, era divenuto buio e tortuoso. Non capivo cosa ci stesse opprimendo. I militari tedeschi erano un nemico oscuro. Tutto poteva concludersi da un momento all’altro. Oggi nulla sappiamo del coronavirus e nulla sapevamo allora di quel nemico comparso, scomparso, incombente. Anche allora, come oggi, fede e speranza si alleavano per offrirci la possibilità di un cammino più sereno».

La guerra. O almeno il dopoguerra. I nostri vecchi hanno parole meno ambigue, più dirette, più solide. Più capaci di confortare nella paura. Ci sono passati. Sanno cos’è. Quando, adolescente, sentivo i racconti di mio padre o di mio nonno sulla guerra, fremevo perché i miei occhi non erano rivolti al passato, ma al futuro. La guerra era una realtà distante. Una specie di leggenda nera, per tenerci tranquilli. Oggi siamo imprevedibilmente finiti dentro qualcosa che le assomiglia parecchio. Parliamo di nemico, di trincea, di prima linea, di ospedali da campo. Viviamo anche un’intransigente autarchia domestica. E molti di noi cercano conforto nella storia e nella migliore letteratura. Per vedere come abbiamo vissuto e come siamo usciti dalla peste. O dall’epidemia di spagnola, un secolo fa. In fondo, i vecchi, quelli della guerra e del dopoguerra, sono il pezzo di storia che abbiamo più vicino a noi. Vicino in tutti i sensi. Sono anche i più forti. E i più fragili. In questa guerra.

 

La Verità, 4 aprile 2020

Ma i guru da quarantena non parlano di salvezza

Brulicano peggio dei ribelli alla clausura. Si dibattono. Si affannano. Alla frenetica ricerca di parole, di soluzioni, di ricette, di decaloghi per contrastare la disgrazia. Per dirci come dobbiamo comportarci. Per dare a tutti le chiavi interpretative della tragedia. Ogni giorno c’è un nuovo maestro del pensiero. Un intellò che ci trasmette ciò che ha imparato. Come dobbiamo vivere e affrontare la pandemia. Come dobbiamo vivere e affrontare la paura. Chiusi nel nostro rifugio. Al confino domestico. Perché «dopo» il mondo sarà migliore, assicurano. Noi stessi saremo migliori, più solidali, altruisti, empatici. Sapremo apprezzare anche quello che prima ci infastidiva. In forza di cosa è difficile a dirsi. Per quanto si dia da fare, di fronte alla disgrazia che accomuna i destini dell’intero pianeta la cultura mainstream, umanitarista, filantropica, positivista mostra tutta la sua insufficienza. La sua pochezza. C’è la versione volontaristica di Alessandro Baricco, il guru dei guru, che su una doppia di Repubblica ha constatato, infastidito, che «abbiamo troppa paura di morire». Suvvia, la paura della morte va gestita, controllata, organizzata nella comunità. Sfugge il come. Però, facciamoci coraggio, ha esortato l’autore dei Barbari, «è il momento dell’audacia». Perché la pandemia è solo un livello più elevato del Game. Basta fare l’aggiornamento. Poi c’è la versione tra l’ombelicale e l’autocommiserante di Antonio Scurati, riconosciutosi nella generazione dei cinquantenni «in coda per il pane». Uomini e donne «tristi, incongrui a loro stessi… arrivati del tutto impreparati all’appuntamento con la loro storia». Il quale, pur ammettendo «la fine di una certa idea di modernità», ha decretato che se «un’epoca è finita, un’altra comincerà». Anche lui, tuttavia, senza riuscire a suggerire una strada, qualcosa che mostri un cambio di passo. Infine, c’è la versione narcisistico nichilista di Sandro Veronesi, considerata la messe di recensioni devote al suo Colibrì, probabile successore di Scurati allo Strega, il quale ha dichiarato che il virus siamo noi, noi specie umana: «A che cosa serviamo, ormai, noi uomini sulla terra? Perché dovremmo continuare a vivere, noi, dopo che la Madre terra si è sbarazzata di altre migliaia di specie inutili o dannose?». Ben venga il coronavirus, quindi, e facciamo piazza pulita di questa escrescenza nociva, di questa piaga purulenta e nefasta che è la specie umana. Non è bello il mondo popolato di farfalle e gladioli?

No. Parole nuove non se ne leggono né se ne ascoltano nelle pensate degli intellettuali cool. È vero, si parla molto del «dopo» e del «quando». Perché è chiaro che ci sarà un prima e un dopo. Il Covid-19 stabilirà una cesura temporale. Ma grazie a cosa il dopo sarà migliore non si riesce ad intuirlo. Leggendo certi distillati sembra di trovarsi davanti a un acquario. O all’orchestrina del Titanic che suona senza avvedersi che il pensiero unico si avvicina pericolosamente all’iceberg. Nessuno che si fermi per farsi qualche domanda. Solo risposte, ricette. La presunzione dell’intellò non flette nemmeno di fronte a un microrganismo invisibile che ci sta gettando nel panico. Il superomismo di cui abbondano i nostri giornali risulta patetico e velleitario nella convinzione che, per aggiornare il computer del mondo, bastino «le piccole cose», «la solidarietà», «essere insieme». E tutto andrà bene. Per chi resterà.

Autocritiche zero. Allora proviamo a fare un passo indietro a fine Novecento, senza menarla troppo. Trent’anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino il Nuovo ordine mondiale ha fatto decollare la globalizzazione. Il paradiso terrestre era dietro l’angolo. Certo, c’erano le guerre asiatiche, ma c’era anche un gendarme che dettava l’agenda. C’erano le Nazioni unite, erano conflitti tutto sommato locali. Intanto, nell’Occidente progredito, passavamo dall’inseguire la società perfetta all’inseguire l’esistenza perfetta. Nascita e morte quando decidiamo noi e come vogliamo noi. A illuderci che l’Eden fosse a portata di mano è arrivata la rivoluzione digitale. Così ci siamo ancor più convinti di essere invulnerabili, onnipotenti, capaci di programmare tutto. Mondo perfetto, stiamo arrivando.

Poi invece son successi alcuni fatti imprevisti. Senza aprire il file «Migrazioni» o il file «11 settembre», c’è stata prima la crisi finanziaria di Wall Street (2008), il cui smaltimento appare tuttora remoto. E adesso quella di Wuhan, che vi si sovrapporrà, e vedremo come andrà a finire. Inizia perciò a insinuarsi il sospetto che queste crisi non siano solo incidenti di percorso, ma effetti non collaterali della cultura dominante.

Questa prova ci cambierà, si ripete. Ed è probabile. Ma che cosa ci garantisce che sarà in meglio? L’uomo rimane un essere limitato, ce lo spiega la morte e ce lo dovrebbe spiegare questa situazione. La scienza e la tecnologia progrediscono e grazie a dio continuano a farlo. Ma, con tutto il nostro impegno, alla fine quello che ci inventeremo non potrà non riprodurre il nostro limite ultimo. La nostra ambiguità. Il pensiero unico contemporaneo rimuove questo dettaglio, dibattendosi nell’acquario. In quella che tanti poeti hanno chiamato «stanza». Il perimetro della ragione intesa come misura delle cose. Un perimetro che, per quanto lo allarghiamo, a un certo punto finisce.

Forse l’unica vera lezione che dovremmo apprendere è una buona dose di umiltà. Ora che siamo blindati dentro le nostre stanze possiamo capirlo. Per quanto progrediamo, per quanto esploriamo, tutto ciò che facciamo, alla fine, s’imbatterà nel limite. «Fermatevi e sappiate che io sono Dio», recita il salmo 46. Solo un Altro che bussa alla porta può farci uscire dall’isolamento.

L’ultimo libro di Daniele Mencarelli s’intitola Tutto chiede salvezza (Mondadori). La parola che la cultura contemporanea non sa pronunciare è questa. Non è una parola astratta, una categoria filosofica, una pensata di qualche intellettuale ambizioso. È un incontro. L’ha pronunciata anche papa Francesco nella memorabile piazza san Pietro deserta: «Nessuno si salva da solo». Già. Prima ancora che per un fatto sociologico, perché per salvarci serve un Salvatore. Il romanzo di Mencarelli è il diario autobiografico del Trattamento sanitario obbligatorio cui fu sottoposto dopo che in un accesso di follia si era scagliato con violenza contro il padre. Lo presero e lo portarono nel reparto psichiatrico. Un giorno suona il campanello della stanza dov’è ricoverato insieme ad altri cinque malati reclusi. «Apro. A un centimetro dal mio viso mi ritrovo mio padre. Il suo stupore più grande del mio… Restiamo a guardarci, ognuno fa dell’altro il suo speciale inventario… Mio padre allarga le braccia… Ci abbracciamo». Come sarà stato quell’abbraccio?

Nelle ricette che leggiamo quotidianamente la parola salvezza non compare. Io stesso la pronuncio con pudore e zero meriti. Perché è una parola che contempla l’iniziativa di un Altro. Perché è un dono, un atto gratuito di Dio… Protesi verso i nostri traguardi, non riusciamo ad accorgerci di questo atto. A riconoscerlo nel desktop dei nostri computer. Perché non ci riusciamo? Semplice, perché Dio siamo noi.

 

La Verità, 31 marzo 2020

Il virus e il «suggeritore» della Preghiera del Papa

Quell’immagine resterà a lungo nella mente dei fedeli e degli uomini di tutto il mondo. Come un frame, un fotogramma del grido dell’umanità, a testimonianza di quest’epoca di tragedia. Per quanto contano, lo confermano anche i dati di ascolto da record di Rai 1, in proporzione un’antenna locale: 8,6 milioni di telespettatori e il 32,7% di share, (ai quali vanno aggiunti i 2,8 milioni con il 10,6% di Tv2000, e le platee minori di RaiNews24 e SkyTg24). C’era idealmente tutto il mondo nella piazza san Pietro deserta. Tutto il mondo «flagellato dalla tempesta». La piazza solitamente affollata, gremita. Meta abituale dell’assembramento devoto. Pioveva al tramonto, a Roma. E, nella luce bluastra, si è udito il silenzio. Si è udita la voce flebile di papa Francesco. Si è udito il suono delle campane. Si è udito l’urlo delle ambulanze. Tutto si è fuso nella preghiera elevata da Bergoglio, protetto da una tettoia approntata sul sagrato della basilica. «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città, si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti», ha detto Francesco. E poi ancora. «Con la tempesta è caduto il trucco degli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego». Dallo studio di Rai 1, commentavano il vaticanista Ignazio Ingrao e monsignor Filippo Di Giacomo.

Mentre si ascoltava colpiva l’immagine dell’uomo vestito di bianco, sotto una tettoia anch’essa bianca, solo in mezzo al colonnato del Bernini. Francesco ha riproposto il vangelo della barca nel mare in tempesta, con gli apostoli spaventati mentre Gesù dorme, in apparenza indifferente. Fino a quando lo svegliano perché si vedono in pericolo. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?», si sentono rispondere. «La fede non è tanto credere che Tu esista», ha chiosato Francesco, «ma venire a Te, fidarsi di Te… Con Dio a bordo non naufragheremo». L’immagine della barca è servita a Bergoglio per sollecitare tutti alla solidarietà, «fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme». È giusto, tutti insieme. Ma il Papa ha fatto il Papa. E davanti alla pandemia sembra che la voce della massima autorità religiosa mondiale sia la più dotata di credibilità.

Era stato don Marco Pozza, durante una puntata domenicale di A sua immagine, collegato dal carcere di Padova di cui è cappellano, a invitare il Pontefice a un gesto di preghiera da piazza san Pietro. Un gesto con tutte le televisioni collegate, che avesse il sapore dell’evento. Bergoglio gli ha dato ascolto, come sta facendo da qualche tempo. Don Marco lo intervista da tre anni nei cicli sulla preghiera trasmessi da Tv2000. Insieme con alcuni detenuti del carcere padovano, ha partecipato alla stesura delle riflessioni della prossima Via crucis. Ha collaborato anche al testo della preghiera di venerdì sera. Al termine della quale, dopo l’adorazione al Santissimo in una ritualità che ha mostrato tutto il peso di duemila anni di storia, Francesco ha impartito la benedizione Urbi et Orbi con la concessione dell’indulgenza plenaria. Che, nell’impossibilità di accedere ai sacramenti in tempo di quaresima, accorda il perdono a tutti coloro che lo chiedono. Mentre la impartiva dall’ingresso della basilica, le sirene delle ambulanze si confondevano con il suono delle campane.

 

La Verità, 29 marzo 2020

I guru brulicano più dei ribelli alla quarantena

Ricette. Risposte. Buonismi. Moralismi. Esortazioni. Richiami. Inviti. Migliorismi. Non passa giorno senza che qualche maestrino dispensi le proprie tavole dell’etica. La propria pensata. Ho imparato questo, ho imparato quello. Dobbiamo fare così, dobbiamo vivere colà. Si comincia a non poterne più di questi guru da quarantena. Anzi, per dirla elegante, cominciano a devastarci… Pontificano dai giornaloni. Sui social. Tutti indistintamente. Nei talk show c’è sempre un telepredicatore, un saggio autonominato. La lista è lunga. C’è lo scrittore premiato (A. S. indovinate) che dice che questa pandemia «ha messo fine alla modernità» e bisogna ricostruire una cultura della morte. C’è il conduttore televisivo mainstream (F. F.) che dice che si è accorto che «non ci sono più i confini» (mentre tutti li chiudono, non solo a noi italiani). C’è l’ex politico di primissimo piano, fondatore di partiti e alleanze, ora scrittore e regista (W. V. facilissimo), che tratteggia «la nostra strategia di vittoria» e dice che dopo saremo migliori se faremo come dice lui. C’è l’attore da festival e da cover di settimanale (E. G. fattibile) che dice che «la felicità è quando riusciamo a perderci negli altri» e che lui non sta nei social perché sta nei (centri) sociali. C’è la titolare di un salottino di snob tv (D.B.) che dice che ha imparato «qual è l’ora esatta in cui spunta il sole» (càspita!). C’è lo scrittore magistrato in odore di premio (G. C. non è difficile) che dice che ha imparato che è meglio aspettare di conoscere prima di pontificare. Solo che per esprimere questo concetto nudo e crudo, quattro parole di numero, impiega un’intera pagina del solito giornalone con profluvio di citazioni colte e esibizione di travaglio interiore.

È così, perché a volte, i guru con cattedra mediatica, sono protagonisti di disinvolte piroette. Prima sottovalutatori, minimizzatori, stigmatizzatori del razzismo incipiente, coniatori di hashtag modaioli, do you remember #abbracciamouncinese, illuministi frequentatori di chinatown, mangiatori d’involtini primavera a scopo dimostrativo, poi improvvisamente convertiti al pugno duro con sanzioni, o alle prudenze e alla sobrietà, diffusa in posa pensosa da qualche talk show left oriented di cui sono assidui. State sicuri, accendete la tv o andate in edicola sfidando il pericolo, e un cantautore moraleggiante, un attore di teatro con il fervorino incorporato lo trovate sempre. È un brulicare quasi più fitto di quello dei ribelli agli arresti domiciliari. Gli assembramenti di maître à penser sono roba da aperitivo sui Navigli ai tempi della Milano da bere. Nella melassa dominante non hanno bisogno di esibire autocertificazioni, tanto nuotiamo tutti nello stagno del buonismo politicamente corretto. Gli apocalittici sono perfettamente integrati.

Questa è la situa. Alla tragedia della pandemia si aggiunge la farsa dei sacerdoti del bene. E la distopia si tramuta in fantasy horror. Perché, in fondo, tutto questo proliferare di decaloghi nasconde un deficit, un’impasse, un gigantesco, sinistro vuoto d’aria. È l’insufficienza, lo spiazzamento dell’umanitarismo, della cultura liberal, del positivismo scientista, della filantropia dei buoni. Una particella invisibile sta mettendo in ginocchio secoli di progresso. La morte falcia come ai tempi della peste. Su una cosa aveva ragione il primo guru, Antonio Scurati sul Corriere della Sera: «L’epidemia ha messo la parola fine su un’idea di modernità». Un’idea basata sull’onnipotenza della scienza e l’invulnerabilità dell’uomo. Del superuomo. Com’è possibile che la scienza non abbia la soluzione? Che la medicina non abbia il vaccino? La vertigine e il panico ci assalgono. E come nei laboratori scientifici è tutta una corsa alle sperimentazioni per trovare le contromisure, così nei dorati pensatoi del progressismo è tutto un proliferare di alambicchi e alchimie alla ricerca delle formulette per la psiche.

Ricette e risposte, si diceva. E se, invece fosse il caso di fermarsi un po’ di più sulle domande? Sugli interrogativi che questa situazione pone alla nostra società lanciata verso il radioso futuro promesso dalla globalizzazione?

Volevate la decrescita felice? Eccovi accontentati. Come dite? Non è felice? Ah, ok. Ricalcolo…

 

I laici citano sant’Agostino, il Papa Fabio Fazio

Apro il Tg1 delle 13.30 e trovo come prima notizia l’intervista di Francesco a Repubblica. In bella evidenza copia del quotidiano e il sorprendente endorsement papale a Fabio Fazio. In fondo, è pur sempre un conduttore di Mamma Rai. Cambio canale, perplesso. Ma il tg di La7, di proprietà di Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera, la ignora. Sarà mica che Bergoglio è finito dentro il gioco dei media e dei poteri forti?

Un Papa nonno non me l’aspettavo. Soprattutto, mi aspettavo di più da un Papa. Da papa Francesco. Lo dico con dolore. Con rammarico e delusione, purtroppo. In mezzo a tanti guru da quarantena che imperversano ovunque, sui giornaloni, sui social e in tv, da Bergoglio mi aspettavo parole ultime. Parole che vanno all’essenziale. Siamo messi faccia a faccia con la morte. Con il destino. Non alla rinuncia all’apericena sui Navigli. Siamo a confronto con il pericolo massimo che si fa prossimo, in modo imprendibile come raramente capitato dalla fine della Seconda guerra mondiale. C’è una pandemia, uno scenario dai risvolti drammatici che coinvolge l’intero pianeta.

Ci era andato vicino domenica scorsa Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, scrivendo che «torna la voglia di parole vere». E, non a caso, aveva citato proprio Bergoglio che, sempre domenica, con un gesto commeovente era andato a piedi a pregare nella chiesa di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Vergine «Salus populi romani». Un pellegrinaggio, meglio di tante parole. Per questo, in mezzo alla selva di consigli, decaloghi e omelie di tanti telepredicatori, da Francesco ci aspettavamo qualcosa più di un paterno buffetto sulla guancia. «Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro». Fin dalle prime righe sembrava di sentir parlare Fazio. Lui. Possibile? Ma di fronte a questa situazione un Papa non dovrebbe parlarci del Salvatore? Di un Tizio che è morto in croce per riscattarci dalla fragilità, dalla provvisorietà? Antonio Scurati agli albori dell’epidemia ha scritto che dobbiamo ricostruire «una coscienza collettiva della nostra finitudine». Se non è questo il cristianesimo che cosa lo è? Se non lo dice la massima autorità mondiale, il Vicario di Cristo, chi lo fa? Avete presente, qui ci vorrebbe l’emoticon con il faccino interrogativo e il pollice e l’indice attorno al mento.

Immerso nelle perplessità ho proseguito la lettura fino all’epifania. «Mi ha molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio…». Ma dai? «Che cosa in particolare?» gli ha chiesto il giornalista. «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, «quando dice: “È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua”. Questo passaggio mi ha molto colpito». Papale.

Ora questa faccenda si presta ad alcune considerazioni. La prima è una domanda. Davvero Francesco aveva letto Fabio Fazio del giorno prima? O qualcuno gliel’ha segnalato? E davvero il Papa ha confessato questa impressione senza che magari il suo confidente abituale a Repubblica incoraggiasse, diciamo così, la conversazione di ieri? E se così fosse, a che situazione saremmo di fronte? Sono solo domande, eh.

Il secondo quesito è nel merito. Stiamo sempre parlando del custode della cristianità o di un ministro del Tesoro italiano che stigmatizza le conseguenze, pur nefaste, dei comportamenti degli evasori?

La terza è una considerazione. Gli psichiatri e gli intellettuali laici in questo momento tanto drammatico citano Le confessioni di Sant’Agostino, per dire, e il pontefice eleva Fazio a nouveau philosophe.

’Namo bene, direbbero a Roma.

Ma Fazio parla ancora di aprire tutti i porti

Delizie. Chicche. Perle assolute. Fabio Fazio non ce l’ha fatta a risparmiarci i suoi apprendimenti. I suoi upgrade morali, buonisti. Più forte di lui. Come biasimarlo, è in buona compagnia. I guru imperversano. Sui social. In tv. Sui balconi. E sui giornali, naturalmente. «Tutte le cose che sto imparando dall’isolamento». S’intitolava così il distillato, catarifrangente nella primissima di Repubblica. Un rosolio di saggezza. Una leccornia da cattedra di antropologia. Da rubare il posto a fior di psicanalisti e psichiatri. «Sono giorni durissimi», è il vertiginoso incipit, «in cui abbiamo tutti modo di riflettere sul significato delle parole e su tutti quei gesti quotidiani piccoli e preziosi che ci mancano». Però non perdiamoci d’animo, «proviamo a mettere ordine, non solo nei cassetti di casa e nelle tasche dei vestiti dimenticati nell’armadio», suggerisce FF nei panni della sua colf. Non facciamolo solo nel guardaroba, «ma in noi stessi». E come? Qui viene il bello: «Mettiamo in fila, tutti insieme, le cose che ogni giorno stiamo imparando». Per esempio, rimettendo «in ordine la scala di valori» (versione colf). Che, ai primissimi pioli (punto 4), ha l’importanza di «ricordarsi che è ora di riconnettermi con la Terra e con l’ecosistema» (‘Mo me lo segno, Massimo Troisi). Al punto 5, un’illuminazione tira l’altra, FF si è «reso conto che le cose capitano anche contro la volontà degli uomini» perché, avverte, «non siamo onnipotenti». Minchia! Verrebbe quasi da dire. Quasi, però, per non rallentare l’escalation, perché «il significato delle parole è sacro». E «mi sono ripromesso di pretendere che chi ha ruoli di responsabilità e di governo sia più preparato di quelli che da lui sono governati» (ripromesso). Correndo a perdifiato tra codeste meraviglie si arriva all’aver «imparato il valore di una stretta di mano», che precede l’aver «imparato l’importanza di tendere la mano». Preludio ai due insegnamenti finali, quelli che, se si apprendono per davvero, fanno vincere la lotteria perché sono i più difficili ma importanti: nessuna conquista è senza sacrifici. Quindi ecco qua, ora che dovunque li stanno chiudendo, Fazio si è «reso conto che i confini non esistono e che siamo tutti sulla stessa barca». E quindi, finale insospettato, «dal momento che siamo tutti nella stessa barca (panfilo o gommone?), è meglio che i porti, tutti i porti, siano sempre aperti. Per tutti». A costo di approdare nella zona rossa.

Nel cristianesimo c’è l’idea di morte che cerchiamo

Stimolato da un tweet, ieri mattina ho letto con una certa curiosità la riflessione di Antonio Scurati sul Corriere della sera intitolata «Quando va in pezzi l’idea di modernità». Tema invitante. Quale sarà la modernità che si sta sgretolando? Ed è proprio così? «In Occidente», di fronte all’apocalisse, «dovremmo ricostruire una coscienza collettiva della finitudine umana, una cultura della morte», esorta il vincitore del premio Strega. Giusto. Purtroppo però, quest’allarmata meditazione rimuove una cosa da nulla che si chiama cristianesimo.

Ben oltre lo scambio di accuse tra minimizzatori e presunti catastrofisti – nonché razzisti perché volevano subito adottare drastiche misure preventive – ora che si sono registrati i primi decessi indigeni, l’avvento del Coronavirus e la relativa esplosione della sindrome da contagio scuotono alla radice una certa idea di progresso e di Occidente. Diventano palesi i limiti della scienza e della medicina. Diventano evidenti i rovesci della medaglia chiamata globalizzazione. I pilastri della modernità di questi decenni si chiamano scienza, tecnologia, globalizzazione. Magari scritte con la maiuscola. Tutte cose buone, s’intende. Irrinunciabili, e cui continuare a ricorrere. Forse, però, anche qualcos’altro serpeggia in queste ore; un’altra parola descrive il sentimento dominante. È l’impotenza, il senso di sproporzione di fronte a qualcosa di più grande delle nostre risposte. Sentimento non facile da ammettere, per noi uomini del Terzo millennio.

Con l’esplosione del Covid-19 stiamo scoprendo che la fine del mondo può non essere una deflagrazione, uno schianto prodotto da un pulsante premuto sulla consolle della guerra nucleare, come narrato in decine di film e romanzi che qualche anno fa erano di fantascienza. Con il diffondersi dell’Aids, le esplosioni di Chernobyl e Fukushima, i contagi della Sars e le ramificazioni del terrorismo islamico, quel cinema e quella letteratura sono diventate opere vintage. E la realtà è più subdola e allarmante, perché la fine del mondo o la sua riduzione a un cumulo di macerie come in La strada di Cormac McCarthy, potrebbe avvenire per il propagarsi di un’invisibile particella umida diffusa da un colpo di tosse. Uno starnuto ci seppellirà? Non male come beffa.

A complicare il quadro ci si è messo pure il politicamente corretto, ormai partner abituale delle sciagure, fastidioso come la nebbia di notte in autostrada. In un impeccabile articolo sul Quotidiano nazionale Massimo Donelli ha citato la circolare dell’Università della Svizzera italiana di Lugano, dove insegna, nella quale il rettore chiedeva «a tutti i membri, compresi gli studenti, della comunità accademica di ritorno dalla Cina di studiare/lavorare da casa per un periodo di 14 giorni». Nella progredita Svizzera niente accuse di razzismo e xenofobia, come quelle scaricate addosso ai governatori del Nord Italia che suggerivano di sottoporre ad analogo trattamento i bambini reduci da laggiù. Più o meno nelle stesse ore, il sindaco di Milano Giuseppe Sala si faceva fotografare nella Chinatown cittadina per compiacere i suoi elettori cinesi. «Siamo stati capaci di trasformare una questione virale in una questione razziale», ha concluso Donelli. Autocritiche però non se ne vedono.

Scurati suggerisce equilibrio tra le reazioni d’isteria e d’inerzia di fronte al diffondersi del morbo. Le emergenze portano a galla la nostra vera natura, di che pasta siamo fatti, quale consistenza abbiamo. Ma, in assenza di vaccini, non si sa in forza di che cosa si può raggiungere quell’equilibrio. E chi è ansioso, fragile o solo? O, al contrario, è snob, cinico o stanco? Di fronte all’apocalisse, la modernità dell’equilibrio non regge. Così come si mostra carente l’Occidente della tecnica. «Dopo decenni di malintesa e malriposta euforia edonistica», bisogna affermare che la «coscienza collettiva della finitudine umana» esiste già. Si chiama cristianesimo e ha originato l’Occidente moderno. Ma è un Occidente che non sconfinfera ai nostri intellò, propensi alle terze vie dell’etica e delle buone maniere.

«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora», ammoniva Gesù al termine della parabola delle dieci vergini in attesa dello Sposo (Mt 25, 1-13). A Padova, dove vivo, si è registrato il primo morto italiano da Covid-19. In questa stessa città è vissuto san Leopoldo Mandić, frate cappuccino noto per la sua abnegazione di confessore, morto di cancro all’esofago, da poco proclamato patrono dei malati di tumore. Presto, sono sicuro, qualcuno troverà anche il patrono dei malati di Coronavirus. Ma chissà se piacerà a Scurati.

 

La Verità, 23 febbraio 2020

L’eredità di Sanremo? Il gender fluid è «avanti»

A bocce ferme… Oddio, non fraintendete, non fate i soliti maschilisti («Qui c’è del boccismo», direbbe Fiorello). Insomma, a riflettori spenti, che cos’ha lasciato in eredità la settantesima edizione del Festival di Sanremo? Oltre alla vittoria di Diodato, alla reunion dei Ricchi e Poveri, alla disunion di Bugo e Morgan, alla resilienza di Paolo Palumbo e all’amicizia tra Fiore & Ama (auguri per Sanremo 2021, podologo permettendo); oltre a tutto questo, qual è il vero messaggio, il testimone consegnato ai posteri dal Festivalone appena concluso? Pensiamoci bene. Più ancora della lotta alla violenza contro le donne, con tanto di monologhi e schieramenti di star (nessuno che abbia ripescato Donne di Zucchero, Festival 1985), qual è stato il vero lascito, strisciante, ma ribadito in svariate forme e situazioni più o meno artistiche e poco subliminali? Qual è il pensiero unico tracimato dall’Ariston? L’avanguardia è gender fluid, ecco il messaggio, e dite se non è vero. Gli outfit di Achille Lauro, il sermone di Roberto Benigni con la password biblica all’amore omosex, le fierezze di Tiziano Ferro… Uniamo i puntini. La bisessualità, anzi, la polisessualità, l’amore tra uomo e uomo, tra donna e donna, che però non disdegnano la contemporanea e tradizionalissima eterosessualità: tutto questo è il futuro, il progresso, persino l’ecosostenibilità, considerato che c’è chi comincia a suggerire la rinuncia a far figli come arma anti inquinamento. L’uscita dalla vetusta sessualità binaria (c’è del «binarismo»?) è contemporanea, moderna, disinibita, persino ecologica. Libera: ecco la parola (ma «liberismo» non va bene). Quello che va bene è assecondare gusti e inclinazioni. Nessuno può dettarci come esprimere le nostre passioni. Siamo nel Terzo millennio. Questa è la nuova frontiera del costume e del lifestyle. Ancora ci si scandalizza? Tiziano Ferro monologheggia: «Non sono sbagliato. Nessuno lo è». Parliamone senza manicheismi. Ma considerata l’aria che tira e il protagonismo della minoranza omo e bisex, non vorremmo si ribaltasse l’emisfero e, per compiacere mode e modernità, la maggioranza etero diventasse improvvisamente noioso simbolo rétro.

Tornando alle canzonette, nessuno scandalo, pura registrazione dei fatti. Meglio, fatterelli. Il gender fluid è stato il tema ricorrente della kermesse, testimonial ufficiale Achille Lauro fin dalla prima apparizione con body glitterato («glitteratismo»?). Dopo, molto altro. Al punto che vien da dubitare sia stato tutto studiato, programmato, scritto. O forse no, la polisessualità ormai è talmente naturale da venir fuori spontanea. Operazione studiata, ideologia o tendenza inarrestabile, non si sa cosa sia più preoccupante. Ecco i fatterelli. La precisazione di Tiziano Ferro dopo aver cantato «per la prima volta» al maschile Almeno tu nell’universo e la sua rima con «tu che sei diverso», canzone che Bruno Lauzi aveva destinato a una donna (Mia Martini, Sanremo 1989, èra di amori tradizionali). La lectio biblica di Benigni, il teologo di Sanremo, sul Cantico dei cantici gay friendly che ha fatto esultare una buona fetta del popolo dei social, intere redazioni di riviste patinate, backstage e passerelle del fashion, schiere di millennials queer e di critici snob per la demolizione della famiglia tradizionale consumata nell’orario di massimo ascolto. La tendenza era stata magistralmente anticipata da Dagospia che già la prima sera aveva appaiato le foto di Elettra Lamborghini e Achille Lauro in pigiama nude look sberluccicanti, con la fulminante didascalia Genitore 1 Genitore 2. Antimoralisti in visibilio. Poi dicono che la musica passa in secondo piano. A un festival della canzone, oltre che indossare capi firmati o citare look storici, bisognerebbe anche saper cantare, o no? Andiamo avanti. Ecco altri ammiccamenti e baci, compreso quello per la pace tra Fiorello e Ferro, con tanti saluti al marito di quest’ultimo e giuliva corsa nel retropalco. Altre apparizioni, nessuna esclusa, dell’interprete di Me ne frego nei suoi variopintissimi travestimenti da Ziggy Stardust, diva del cinema muto, Elisabetta Tudor regina d’Inghilterra e d’Irlanda. Una sfilata coreografica, una galleria d’invenzioni sceniche inneggianti al transessualismo e alla contestazione della famigerata sessualità tradizionale, sottolineata con altri baci e strusciamenti a Edoardo Manozzi (in arte Boss Doms), il truccatissimo chitarrista accompagnatore.

Impegnandosi, si potrebbe anche tollerare tutto questo fluidismo. Siamo nel Terzo millennio, appunto. La stonatura è negli osanna esagerati, anche quelli di Fiore, il mattatore di questo Festival, che ha voluto puntualmente farsi fotografare al fianco di Lauro. Perché «lui è avanti» («avantismo»?) e «ha riportato a Sanremo le performance che una volta erano di Anna Oxa, Patty Pravo, Renato Zero». Allargando il campo, si potrebbero citare anche Alice Cooper, David Bowie, Ozzy Osbourne, Marylin Manson e chissà quanti se ne dimenticano. Ma tant’è. «Se qualcuno lo fischia, vuol dire che è indietro», ha tagliato corto il talismano dell’Ariston nell’unica sentenza venutagli un po’ così, in un eccesso pedagogico forse sfuggitogli per stanchezza. Evitando i fischi, magari, ci permettiamo di dissentire e di non iscriverci a questo «avantismo». Anche perché, senza amore tradizionale, la stessa specie umana non farebbe molta strada, così per dire. E di difendere la libertà di continuare a baciare una persona dell’altro sesso senza doverci sentire «un passo indietro».

 

La Verità, 10 febbraio 2020

Paolini e l’impossibile automisericordia

La scoperta dell’imperfezione. La propria, insospettata, imperfezione. La scoperta della propria fallibilità. La presa di coscienza del proprio limite, di non essere impeccabili. Se si è onesti con sé stessi, può essere un’esperienza dolorosa. Macerante. Ancor più se si è una star del cosiddetto teatro civile. Una persona che ha fatto tante denunce pubbliche che hanno lasciato il segno. L’intervista che ha concesso ieri Marco Paolini a Gian Antonio Stella del Corriere della Sera è, a suo modo, un documento di che cosa sia l’uomo moderno. L’uomo contemporaneo, con tutte le sue migliori intenzioni. Le più apprezzabili. L’uomo d’oggi, che basta a sé stesso. L’uomo autosufficiente. E, al contempo, un documento della nostra fragilità, della nostra precarietà. In quanto uomini e basta. Uomini qualsiasi.

Riassumo la storia per chi non la conoscesse. Poco meno di un anno fa, il 17 luglio 2018, tornando da un seminario in Trentino, l’attore e regista Marco Paolini ha causato un incidente sull’autostrada A4 Milano-Venezia nel tratto tra Verona sud e Verona est. Distratto da un colpo di tosse che in quel periodo lo perseguitava ma che non aveva ancora fatto in tempo a curare, cambiando corsia, la sua station wagon ha urtato una 500 provocandone il ribaltamento e, due giorni dopo il ricovero in ospedale, il decesso di Alessandra Lighezzolo, 53 anni, una delle due persone che erano a bordo, madre di due figli. Da allora la vita di Paolini è cambiata. È cambiato il suo modo di fare l’attore, di salire sul palco, di rapportarsi al pubblico. Lui, il drammaturgo implacabile di tanti memorabili spettacoli, a teatro, in tv, al cinema (Il racconto del Vajont, Il Milione, I-Tigi Canto per Ustica, Il sergente, La macchina del capo, La pelle dell’orso ecc. ecc.). Non tanto e non solo perché c’è una sentenza a suo carico in cui è scritto nero su bianco «omicida stradale», con la condanna a un anno di reclusione, pena sospesa con la condizionale. No, la questione è più profonda. L’attore ha da subito ammesso la sua colpa, di essere stato lui a causare l’incidente, vincendo lo stupore di essere totalmente incolume pur avendo ribaltato un’altra macchina. «Tutti sappiamo… che una distrazione, un errore, una svista, possono provocare danni irreparabili. Tutti gli amici hanno provato a tenermi su ripetendomelo. Ma non hai modo di prepararti a questo. Quando succede… Undici mesi dopo quel giorno non è cambiato molto. Posso provare a capire me stesso. Ma non riesco a perdonarmi». Ecco.

Riuscire a perdonarsi è la cosa più difficile del mondo. Un’ascesa verticale nel profondo della coscienza. Un’impresa impossibile. L’eterna e impari lotta con il proprio orgoglio. La scoperta della propria inadeguatezza: quando hai sbagliato, commettendo qualcosa di irreparabile. La morte di una persona, tolta definitivamente ai suoi cari. Tutto causato da una semplice «ne.gli.gen.za», sillaba Paolini. Che, onestamente, non si fa sconti. Come non è abituato a farli agli altri, dal palco. La questione è questa. Una distrazione, un colpo di tosse, ti sveglia improvvisamente dall’idea che puoi sempre farcela. Ora non puoi più. Come fai a perdonarti?

L’attore ha scritto alla famiglia della donna morta. Senza ottenere risposta. Ha pensato anche di cambiare mestiere. È dura affrontare il pubblico, provare a far ridere la gente, magari lanciarsi in qualche monologo fustiga costumi con dentro un groppo così. Per un periodo ha cancellato tutte le date, almeno quelle in cui recitava da solo. Poi ha ripreso, pian piano, pensando che quello è il suo lavoro e non ne ha altri e sarebbe ingiusto con sé stesso rinunciare. Però la questione si ripresenta. Come un virus nel retropalco della coscienza: «È ovvio che chi fa il mio lavoro a volte prende posizioni nette. Denuncia. Accusa. Avere commesso un errore così grave ha messo in discussione dentro di me la legittimità di puntare il dito. Da che pulpito! Come fai ad esercitare una funzione critica? Forse non lo puoi fare più. Forse devi stare zitto. Forse la tua pena è il silenzio».

Durissima per un attore, un drammaturgo, un uomo del teatro civile.

Il palco ti ha abituato a essere un punto di riferimento, il terminale positivo delle domande del pubblico che paga il biglietto e riempie le sale. Sei una star. Vivi inevitabilmente dentro una bolla. Di invulnerabilità. Di infallibilità. La star è il superuomo per antonomasia. Il prototipo dell’uomo moderno autosufficiente. È abituato a questo. Sul palco non si può sbagliare, con tutti gli occhi addosso. E se si sbaglia, comunque, nulla è così irreparabile. Ma fuori, quando muore una persona per una tua distrazione? Come fai a perdonarti? Forse puoi solo imparare a modulare diversamente le denunce. A puntare meno l’indice. A moderare le accuse con uno sguardo meno spietato e più compassionevole. Forse. In attesa della compassione che solo Dio può avere nei tuoi confronti.

Perché, carissimo Marco Paolini, l’ultima, subdola, rivincita del nostro orgoglio e della nostra presunzione, è proprio pensare di poterci perdonare da soli. Impossibile. Noi da soli siamo imperdonabili a noi stessi, soprattutto se siamo abituati a vincere. Solo un Altro che è morto in croce per noi, può farlo. Più che un’affermazione, il mio è un augurio. Perché, diversamente, senza un Altro che ci perdona, il nostro errore e il nostro male restano irredimibili.

P.s. Chissà, magari prima o poi, la famiglia di Alessandra Lighezzolo risponderà alle sue lettere. Non è detto, ma non è decisivo. Lo è che siano state scritte.

La Verità, 21 giugno 2019

Giusto che Lerner vada in onda, Salvini ha sbagliato

Caro direttore,

concedimi qualche riga per manifestare il mio dissenso sulla campagna contro Gad Lerner di questi giorni. Non che l’editorialista di Repubblica – dov’è stato rilanciato con una certa enfasi dalla direzione di Carlo Verdelli che anche da direttore editoriale dell’informazione Rai l’aveva richiamato in servizio –  non smuova antipatia e avversione con le sue liste di proscrizione, l’intercessione per «le classi subalterne» dall’alto dell’elicottero dell’Avvocato Agnelli e dello yacht dell’Ingegner De Benedetti, le lamentazioni di censure dal pulpito del talk show più glamour di Rai1 dove promuovere il suo Approdo nuovo di zecca su Rai3. Ci sono tutti i motivi perché uno così vada di traverso e provochi contrarietà. All’incirca gli stessi che smuove Fabio Fazio che gli ha fatto da cerimoniere nell’ospitata di cui sopra, e che è pagato in modo esorbitante con il denaro pubblico del canone. Per inciso, lo dissi personalmente al suo agente, Beppe Caschetto, alla presentazione dei palinsesti di due anni fa, quando il passaggio di FF alla rete ammiraglia fu annunciato in pompa magna: «Beppe, vedrai che questo megastipendio diventerà un boomerang». Tanto più ora che Fazio ha scelto scientificamente la rotta di collisione sui porti chiusi salviniani, invitando ogni domenica qualcuno che li contestasse e accampasse ragioni per l’accoglienza urbi et orbi. Riassumendo: il caso Fazio e il caso Lerner si assomigliano per la faziosità dei contenuti, le lamentazioni e la propensione all’autoproclamazione di martiri in favore di telecamera e i giornaloni a fare il tifo. La somiglianza si stempera solo a proposito dei compensi, iperbolico quello di Fazio, tanto che, dopo il ridimensionamento, si accaserà su Rai2, poco proporzionato quello di Lerner se rapportato agli ascolti, solitamente modesti dei suoi programmi.

Detto tutto questo, c’è un motivo ancor maggiore per cui, forse ingenuamente, non avrei inaugurato la campagna contro l’ex conduttore di Milano, Italia. Ed è il principio del liberalismo, l’accettare e il confrontarsi con opinioni contrarie, una certa magnanimità che, ahimè, spesso finisce per mancare agli uomini di potere. Vincere va bene, stravincere meno, recitava un vecchio adagio. Ritengo che Matteo Salvini abbia sbagliato a innescare questa polemica su Lerner, offrendo il pretesto a certe sinistre prefiche di piangere su editti inesistenti. Lo ha fatto da ministro degli Interni, da segretario leghista, da vicepremier? In tutti i casi, mi pare inopportuna. Criticare il volto noto che lamenta censura proprio mentre ha a disposizione microfoni e vetrine tv, va bene. Ma a questo, per conto mio, ci si dovrebbe fermare. Forse anche per malizia. Lerner faccia il suo programma, senza censori sul piede di guerra: sarà un testimonial suo malgrado del liberalismo della Rai al tempo dei gialloverdi (o forse è il caso di dire verdegialli?). Questo sì sarebbe davvero «governo del cambiamento»: tenere lontane le mani della politica dalle scrivanie di Viale Mazzini. Lo hanno promesso anche i governi precedenti senza mai riuscirci, come documentano le dimissioni di Verdelli e ancor prima di Antonio Campo Dall’Orto, indotte dal fuoco amico renziano. Se il governo verdegiallo vuol davvero cambiare, non vieti il ritorno in tv degli avversari ed eviti di mettere becco sulle scelte di amministratore delegato e presidente Rai. A quel punto chi potrà azzardarsi a parlare di bavaglio, censure e mancanza di democrazia? Anche quella di non occuparsi di nomine e di palinsesti della tv pubblica è una promessa che Salvini potrebbe e dovrebbe mantenere.

Siccome però, il pluralismo è sacro in tutte le direzioni, il cambiamento si dovrebbe e potrebbe vedere dall’aggiunta di voci dissonanti rispetto al pensiero unico, un po’ nel solco di quello che sta tentando di fare, magari disordinatamente, Carlo Freccero a Rai2. Qualche suggerimento per promuovere una narrazione alternativa? Ecco i primi che mi vengono, d’istinto, senza pensarci troppo: Alessandro D’Avenia, Paola Mastrocola, Antonio Socci, Davide Rondoni e Giovanni Lindo Ferretti per i temi di approfondimento culturale, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Costanza Miriano per l’attualità, Pupi Avati per la fiction, Federico Palmaroli (Le frasi di Osho) per la satira, oltre al recupero di Milena Gabanelli e Massimo Giletti…

C’è molto da fare, come si vede. E probabilmente c’è spazio per molti, se non proprio per tutti.

Un caro saluto.

La Verità, 3 giugno 2019