Manifest e quei misteri che cambiano la vita

Quando c’è la curiosità di vedere come va a finire vuol dire che è stato fatto un buon lavoro. Poi se si raccontano bene anche le storie personali, le premesse sono buone. È partita lunedì sera Manifest, la nuova serie prodotta dal premio Oscar Robert Zemeckis che, raccogliendo sulla Nbc oltre 10 milioni di telespettatori nel giorno della messa in onda, ha registrato il miglior esordio per un drama dal debutto di Blindspot nel 2015. Da noi i 13 episodi sono visibili su Premium Stories (canale 317 di Mediaset Premium e 122 di Sky Italia) con una settimana di differenza dalla programmazione americana.

La storia ricorda da vicino la trama di Lost, motivo per cui gran parte della critica si è mostrata scettica, lamentando assenza di novità e scarsa ricerca autoriale. Anche qui i protagonisti sono un gruppo di passeggeri di un aereo. Ma mentre nel serial firmato da J.J. Abrams in seguito a un’avaria il velivolo atterrava su una misteriosa isola tropicale, qui le persone salite sul volo 828 della Montego Air partito dalla Giamaica il 7 aprile 2013, dopo una improvvisa turbolenza, tornano a casa a New York cinque anni e mezzo dopo. Per loro, però, sono passate solo le poche ore del volo. La misteriosa discrepanza temporale complica non poco le esistenze. La poliziotta Michaela che doveva sposare Jared lo trova maritato con la sua migliore amica. Cal, figlio di Ben, affetto da leucemia, può rientrare in un protocollo di cura, scoperto da Saanvi anche lei passeggera di quell’aereo, che nel frattempo ha mostrato la sua efficacia. La madre di Michaela e Ben, invece, è morta, e a loro non resta che ricordare il suo mantra: «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», dalla lettera di Paolo ai Romani, capitolo 8 versetto 28 (gli stessi numeri dell’aereo). Affiora così la componente mistery della storia. Perché, quasi fossero dei prescelti, i reduci dal volo sono trasformati e si trovano in possesso di nuove facoltà psichiche che permettono loro di prevenire eventi tragici.

Senza grandi ambizioni sperimentali e costruita su una trama semplice anche se non banale, rivolta a un pubblico in prevalenza femminile, Manifest mette a tema il senso di precarietà dell’esistenza muovendo da una domanda implicita: chi saremmo se, d’un tratto, fossimo privati delle nostre sicurezze, dei nostri affetti e dei nostri progetti? Come cambierebbe la nostra vita? A che cosa ci attaccheremmo? Interrogativi non marginali, tanto più nei tempi precari nei quali viviamo, che gli autori svolgono in chiave mistery. Registro plausibile quanto più solide resteranno le vicende dei protagonisti.

La Verità, 3 ottobre 2018