Articoli

Il ritratto intimista di Roby Baggio, campione fragile

Un musone di talento. Solitario, scostante, problematico. È raccontato così Roberto Baggio in Il divin codino, film biografico di Mediaset e Netflix, da qualche giorno visibile sulla piattaforma streaming. Mentre esplodono i fuochi d’artificio per l’arrivo del nuovo anno (il 1988) lui è solo nella casa di Firenze dove, grazie a Dio, arriva la telefonata della fidanzata…
Dopo la miniserie Speravo de morì prima su Francesco Totti, ecco un’altra agiografia di un numero 10 del calcio, croce e delizia del gioco più bello del mondo come confermano le controverse sorti del loro predecessore Gianni Rivera. Nel ritratto del campione di Caldogno, interpretato da Andrea Arcangeli, diretto da Letizia Lamartire e scritto da Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, s’individuano alcune precise scelte. La prima: l’approccio intimista, incentrato sui due infortuni che ne hanno condizionato la carriera, sull’importanza del buddismo che lo ha aiutato a superare prove e delusioni e il rigore sbagliato nella finale mondiale del 1994, fulcro sportivo della storia. La seconda: evitare il ricatto delle tifoserie, oscurando la militanza nei club maggiori, cominciando dalla Juventus e proseguendo con Inter e Milan, per soffermarsi sugli albori (Fiorentina) e il radioso crepuscolo (Brescia), per privilegiare il Baggio della Nazionale e i suoi rapporti conflittuali con i commissari tecnici Arrigo Sacchi e Giovanni Trapattoni. La terza scelta è la centralità del rapporto con il ruvido padre (Andrea Pennacchi) che tenta di forgiarne il carattere, per altro già abbondantemente provato dai ripetuti incidenti che lo costringono a complesse riabilitazioni. Oggi si parlerebbe subito di Baggio modello di resilienza.
Dopo tutte queste altalene, sopravviverà un fondo d’insicurezza nel fantasista fragile e poco amato dagli allenatori, con l’eccezione di Carletto Mazzone (ottimo Martufello), perché il suo talento faceva ombra alle loro strategie. Un’insicurezza acuita dalla ferita dell’errore dal dischetto a Pasadena che stenta a rimarginarsi più delle incisioni sulle ginocchia. Il divin codino è una storia che parte da un paesino di provincia e da una famiglia di otto figli per arrivare a sfiorare la vetta del mondo. Una storia che nell’affresco dell’epoca palesa approssimazioni che retrodatano gli Ottanta e i Novanta di qualche decennio (l’auto con cui il padre lo porta nel ritiro della Fiorentina e i bar in cui si assiste ai Mondiali del 1994 sono di vent’anni prima). E che invece dà il meglio nello scavo psicologico, facendoci comprendere anche la ritrosia del campione una volta dismessi gli scarpini.

 

La Verità, 1 giugno 2021