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La Rai, un talent show che non crea nuovi talenti

Da quanto tempo la Rai non scova un nuovo talento? Da quanto non ne impone uno? Altrove, in Sky e in Mediaset, si affermano nuovi volti e nuovi artisti. Nella tv pubblica il parco delle star è sempre lo stesso da un decennio almeno. Ai nuovi direttori di rete, che nuovi cominciano a non esserlo più tanto essendo trascorsi oltre sei mesi dalla loro nomina, toccherebbe pensare anche a questo. Invece, novità all’orizzonte se ne vedono pochine. Basta dare una rapida scorsa ai palinsesti in fase di lancio per rendersene conto. Le cosiddette novità o sono ripescaggi dal passato più o meno remoto (Pippo Baudo, Michele Santoro, Gad Lerner, Heather Parisi), oppure sono innesti provenienti dalla concorrenza (Mika, Pif, Gianluca Semprini). Andando a memoria, l’ultimo volto nuovo scoperto, coltivato e imposto in casa è Costantino della Gherardesca, il nobile del trash inventato da Piero Chiambretti, era il 2001, in Chiambretti c’è. Altri nomi? Bisogna fare un discreto sforzo mnemonico per ricordarsi di Marco Paolini, sconosciuto fuori dai circuiti del teatro civile quando fu fatto esordire su Rai 2 da Carlo Freccero nel 1997 (Il racconto del Vajont), poi di Teo Mammucari, nato iena nel 1999 ma consacrato da Libero l’anno successivo (sempre su Rai 2). Poi, sul fronte dell’informazione, Milena Gabanelli, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Gerardo Greco, Marco Travaglio… Venendo avanti negli anni, deserto.

Costantino della Gherardesca, forse l'ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

Costantino della Gherardesca, forse l’ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

In Mediaset e Sky le cose vanno diversamente. La scoperta di quest’inizio stagione su Canale 5 si chiama Ilary Blasi. Certo, è in pista da anni alle Iene, ma come spalla di Mammucari. Ora, alla guida del Grande Fratello Vip, il suo coattismo è l’unico ingrediente che consente di metabolizzare le overdosi cafonal del reality di Canale 5. Poi Belén, finalmente approdata al bancone di Striscia la notizia dopo anni di apprendistato. Tina Cipollari, creatura di Maria De Filippi e personaggio cult non solo di Pechino Express. E Alvin, ottimo inviato dell’Isola, ora in odore di consacrazione alla guida di un game musicale.

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

La lista delle nuove scoperte di Sky è ancora più lunga e passa dai talent show: da Alessandro Cattelan, già iena su Italia 1 e poi nel cast di Quelli che il calcio ma definitivamente affermato a X Factor, a Fedez e Mika, fino a Manuel Agnelli, ultima rivelazione del talent musicale. Altri nomi: Joe Bastianich e Lodovica Comello, nuovo volto di Tv 8. Dopo il caso Semprini, partito maluccio, proprio Mika, prossimo protagonista di quattro one man show su Rai 2, sarà il test per capire se questi nuovi talenti funzionano solo sulla tv a pagamento e si perdono appena buttati nel mare aperto della tv generalista. Oppure se si tratti di un problema di direzione editoriale e assistenza autoriale come la vicenda di Politics sembra far intendere.

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Allargando la visuale, bisogna dire che, rispetto a cinque o dieci anni fa, il sistema televisivo è radicalmente cambiato. Le emittenti sono aumentate, nuovi editori sono entrati nella competizione della tv generalista e i direttori delle reti pubbliche hanno molte meno possibilità di sperimentare. Anzi, devono ottenere subito buoni risultati di audience, altrimenti, come certi allenatori di calcio… La breve durata del loro incarico è, comunque, un fatto istituzionale. Trascorsi tre anni arrivano i nuovi capi e scatta lo spoil system. Quindi, qualcuno osserva, manca il tempo per trovare e far crescere talenti e nuovi personaggi. Certo, di sicuro il tempo c’entra. Ma più che come durata, c’entra come capacità di interpretarne lo spirito. Da un po’ la Rai agisce come un’azienda vecchia, sganciata dai movimenti e dalle tendenze reali che agitano la società e la vita quotidiana della gente. Facendola breve: manca di contemporaneità. Basta vedere il ritardo accumulato sul terreno della digitalizzazione, ora faticosamente colmato dalla nuova dirigenza. Per anni i suoi dirigenti hanno vissuto chiusi nell’acquario di Viale Mazzini, distanti dagli ambienti vitali dei giovani, degli artisti, degli intellettuali. Ora questa chiusura rischia di aggravarsi a causa della sindrome d’assedio provocata dagli attacchi quotidiani, spesso gratuiti, della politica. Qualche anno fa, per tentare di colmare questa distanza si era creato una sorta di laboratorio per la formazione di nuovi talenti, ma i risultati sono stati modesti. Non si tratta di costruire artisti a tavolino, secondo qualche magico algoritmo. Lo scouting dei talenti si fa cercandoli dove sono, uscendo in strada per intercettare la vitalità, le potenzialità e i fermenti che già esistono. E che vanno solo riconosciuti e coltivati.

 

La Verità, 28 settembre 2016

Montalbano, la Tipo e il tempo sospeso di Vigata

La cosa più sorprendente delle tante che si vedono in una puntata de Il Commissario Montalbano è che ha ancora una Fiat Tipo. Una Fiat Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe quasi da scrivere bleu, come si diceva fino a qualche decennio fa, tanto è vintage. La Tipo è un’auto che ha almeno una ventina d’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese la casa madre ne sta proponendo un nuovo modello che di quella conserva solo il marchio. Quando sulle nostre strade sfrecciava la Tipo, il Muro di Berlino era appena caduto e l’euro era ancora fantascienza, perciò si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. Dunque, quella del poliziotto più amato dagli italiani (ieri ha sfiorato il 41 per cento di share con 10,3 milioni di spettatori) non può che essere una macchina un tantino malandata e con i cerchioni ammaccati. Il padrone non è tipo che si formalizza e bada al sodo. Però, questa cosa della Tipo è divertente perché dà il polso del successo della serie di Raiuno tratta dai libri di Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti. Si fa presto a dire “Montalbano è rassicurante”. In realtà è molto più di questo, perché il poliziotto che tutti invidiamo vive in un tempo e in un luogo particolari, quasi una dimensione sospesa, senza l’urgenza della contemporaneità, considerata dalla critica la categoria discriminante delle fortune di una serie o di un film. Anzi, paradossalmente, proprio la non ricerca delle mode e dell’attualità, è uno dei principali segreti del successo della fiction.

Per dire, arriva la prima interruzione pubblicitaria e veniamo bombardati di spot con i nuovi modelli di Suv e monovolumi, con il sistema uconnect e i portelloni che si aprono con un battito di ciglia. C’è appena stato il Salone di Ginevra e il settore dell’auto è tra quelli che trainano la ripresa. Ma di tutto ciò, giustamente, Montalbano se ne strabatte i cabbasisi. Anche perché a Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, la Tipo mai che finisca in una coda o incroci un’auto che procede in direzione opposta, nelle indagini il suo pilota s’inoltra spesso su strade sterrate e il doppio bluetooth non serve. Per la verità, serve pochino anche il cellulare stesso. In casa, Salvo nostro usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non si vede traccia.

Beato Montalbano. Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa. Invidia: molto anche per quel vivere con lentezza, per quell’assenza di stress, per il tempo sospeso, i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi e nessuna ressa, le nuotate con l’acqua tutta per lui. Come le strade…