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Django è arrivata anche la tua ora: adesso sei fluido

Non si salva neanche Django. Nemmeno lui. Con la sua impenetrabilità. Il suo alone di mistero. L’artiglieria pronta a fare giustizia. È arrivata la sua ora. E a noi prudono le mani. L’irritazione monta anche se, in fondo, lo stupore è contenuto. Dopo il principe di Cenerentola, al quale si vuol vietare il bacio salvifico perché «non consensuale», e il femminicida Don Josè, che nel finale corretto dell’opera di Bizet viene giustiziato da Carmen, anche il più iconico dei nostri cowboy è caduto nella rete della narrazione woke. Sospiro di rassegnazione. Emoticon con la bocca storta. Ticchettio nervoso delle dita. Mica facile vederlo dibattersi tra le maglie della fluidità e di certe, insistenti, reminiscenze gaie senza fare una piega. «È un personaggio che ci ha permesso di resettare i codici del virile, restituendo un nuovo punto di vista sulla mascolinità», garantisce Francesca Comencini, direttrice artistica e regista dei primi quattro episodi dei dieci della nuova serie originale Sky (con Canal+, Cattleya e Atlantique productions) da stasera in onda sulla pay tv e in streaming su Now. «Un lupo solitario pieno di misteri e ferite, con un cuore caldo, quasi incandescente, in una cornice molto fredda», assicura sempre la regista. Del resto produttori, sceneggiatori e anche Matthias Schoenaerts, l’attore protagonista, sono convinti che pochi generi (cinematografici) si adattino come il western a superare confini e infrangere regole. E quindi, vai con la rivisitazione dei generi, quelli «semplicisticamente» binari.

Si diceva che, in fondo, lo stupore è contenuto. Dalle parti della perfida Albione i prelati della Chiesa anglicana stanno pensando di riscrivere il Padre nostro con l’asterisco in ossequio alla neutralità gender. La cultura woke senza più argini di alcun tipo, siano i confini degli Stati nazionali o le fedi religiose, è diventata canone. E si stende automaticamente su tutto. Usciamo ammaccati dall’ultimo Festival di Sanremo che ha esaltato la fluidità gender davanti a milioni di telespettatori, conclamando quello che ormai si vede in modo sempre meno furtivo nelle campagne pubblicitarie dei prodotti più cool. Non c’è spot di auto e di cellulari senza un bacio lesbo. Per contro, i concorsi di bellezza sono considerati retrogradi – vedi l’oscurantismo che ha colpito Miss Italia – se non si mostrano inclusivi annoverando qualche trans.

«Negli hotel del Sudamerica e del Giappone, scrivevano direttamente Django, non Franco Nero», ci ha rivelato in un’intervista l’interprete originale. E ancora: «L’eroe del west non si sa da dove viene e dove va».

Come lui, anche questo Django compare qualche anno dopo la fine della guerra di secessione trascinando una bara. Ma all’opposto della figura misteriosa e violenta che abbiamo visto nel film di Sergio Corbucci (1966) che ha ispirato la versione Unchained di Quentin Tarantino (2012), questo solitario, più agnello che lupo, incline alla tenerezza e alle sfumature sentimentali, con capelli e cappello che lo fanno somigliare a Raz Degan, è pieno di passato, di conti da aggiustare, turbamenti, traumi, soprusi subiti. Un personaggio da interviste di Vanity Fair. Con coming out annessi. Infatti, chiacchiera molto. Argomenta. Con frasi da talent show («tutti hanno diritto di avere una seconda chance»), giustificati da storie sofferte, maltrattamenti… Il padre era un ubriacone, anche se nel rude west del 1872 adesso si dice «alcolizzato». E lui, a sua volta, ora cerca di farsi perdonare dalla figlia che non ne vuole sapere. E che vive a New Babylon, una città libera, multietnica, costruita sul fondo di un cratere, e vuole sposarne il fondatore (Nicholas Pinnock). Dall’altra parte ci sono i cattivi, fanatici religiosi tenuti in pugno dalla spietata schiavista (Noomi Rapace), una summa di malvagità all’ennesima potenza. Però, oltre il manicheismo da terza elementare, quando entra in scena lui, il western torna esistenziale, come si usa da un po’ per tentare di resuscitare il genere. Purtroppo con dialoghi di anacronistica banalità: «Se vuoi restare qui devi avere una visione. Un uomo che non sa sognare è un uomo perduto», gli dice il fondatore della comunità dopo che Django ha preso a scazzottate il campione locale. A completare la galleria c’è anche Manuel Agnelli con fluente capigliatura corvina e barba candida, chissà se anche lui per qualche trauma subito.

Quello da cui Django stenta a emanciparsi è il sentimento per il cognato Elijah, con il quale si scambia effusioni alla maniera dei due mandriani dei Segreti di Brokeback mountain, opera prima del gay western. Solo che quelli erano frutto di pura invenzione, creati apposta per infrangere il luogo comune e stupire i perbenisti. Invece Django ha una storia, è l’archetipo della mascolinità. Chissà che cosa ne pensa Franco Nero, qui arruolato per un cameo nei panni del Reverendo Jan. E chissà che cosa starà facendo nella tomba il buon Corbucci e cosa ne penserebbero John Wayne e John Ford. O per venire più vicino a noi, Eastwood e Tarantino. Forse è arrivato il momento di innescare una cultura woke al contrario. E di risvegliare il vecchio Clint e lo scorretto Quentin. Aiutooooo. Ci siete?

 

La Verità, 17 febbraio 2023

 

Interviste a Tarantino: fasulle, curiose, utili

L’intervista a Quentin Tarantino è ormai diventata un genere giornalistico, con le sue brave sottocategorie. Ci sono quelle inutili e spocchiose, quelle curiose, quelle colte.

Intervista onanista. Sottotitolo: Ragazzi, ho intervistato un genio, ma quello davvero figo sono io. Massimo Coppola su Rolling Stone fa domande(?) così: “Il tuo film è in effetti una scultura, più che una serie di fotografie. Non imita la realtà inseguendo la verosimiglianza, ma si riferisce a essa in modo monumentale, allegorico, terribile e scandaloso. E d’altra parte a te piace farci sapere che stiamo guardando un film – non la realtà. C’è anche un divertente voice over, all’inizio del secondo tempo, che riassume per il pubblico gli eventi accaduti nel primo tempo. Tu stai giocando e non hai paura di mostrarci il tuo gioco, non ti interessa la ‘verità’ e questo paradossalmente ti permette di avvicinarti di più a essa, anche se su un altro livello”. Tarantino: “Può essere, ma sai per me non è così importante…”.

Intervista esistenziale. Sottotitolo: Ragazzi, ho incontrato Tarantino per fargli tirar fuori qualcosa di nuovo di sé. Scrive Arianna Finos su Repubblica: “L’invenzione che ha rivoluzionato la vita del giovane Quentin è stata quella del VHS”. “A meno che non fossi tanto ricco da comprarti le pellicole – è Tarantino che parla – i vecchi film potevi vederli al cinema d’essai oppure in tv: ma non avevi scelta e quelli che piacevano a me li davano le emittenti locali alle 4 di notte. Con le videocassette potevi registrarti i film, farti una tua collezione”. A diciannove anni Tarantino fu assunto in un videonoleggio. “Mi fermavo intere serate a parlare con il proprietario, grande cinefilo. In Hateful Eight ho dato il suo nome allo sceriffo morto di Red Rock. Aveva tutti i generi, i classici, le opere straniere. Impressionato dalla mia competenza mi ha dato un lavoro e mi ha salvato. Era un momentaccio, per me… Ancora oggi per me Netflix e lo streaming non esistono. Io registro i film in VHS”.

Intervista cinefila. Sottotitolo: Ragazzi, ho intervistato Tarantino per farmi svelare qualcosa del film che vedrete. Marco Giusti per Troppo Giusti, Raidue: “Quanto contano per il tuo film gli spaghetti western e i thriller nella neve?”. Tarantino: “Gli spaghetti western e il sottogenere del western nella neve sono importanti per me. Ma c’è qualcosa di importante che spesso non si mette in risalto. È l’ombra di Corbucci su di me e sul film, in particolare per l’assenza dell’eroe… La mancanza dell’eroe mette i miei otto personaggi in rapporto con un altro film di Corbucci, I crudeli. C’è una simbiosi tra Hateful Height e I crudeli, proprio per la mia decisione di fare a meno dell’eroe, di non avere un centro morale”. Giusti: “È anche un film sull’America di oggi, immagino”. Tarantino: “Credo che The Hateful sia una riflessione sobria sull’America ai tempi della guerra civile, sull’America nel contesto del dopo guerra civile, che era un mondo quasi post-apocalittico… Siamo in un periodo oggi in cui l’America sembra un Paese diviso, come allora. Non per colpa della guerra civile, della liberazione degli schiavi, ma per l’elezione di un presidente nero. Il western ha raccontato meravigliosamente l’America nei decenni in cui quei film venivano girati, gli anni ’50, gli anni ’70. Spero che possa farlo anche per l’oggi”.