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«Il corpo è merce digitale, la libertà è nel pudore»

Giornalista e conduttrice televisiva, laureata in filosofia all’università Cattolica del Sacro cuore a Milano, Monica Marangoni ha condotto diversi programmi non solo in Rai. Nudo tra sacro e profano – Dall’età dell’innocenza all’epoca di Onlyfans (Cantagalli), con postfazione dello stesso editore David Cantagalli, è il suo primo saggio. Una riflessione particolarmente attuale dopo la scoperta, e la chiusura, di alcuni siti che, con l’Intelligenza artificiale, abbinano corpi nudi femminili a volti noti del mondo dell’informazione, dello sport e della politica.

Monica Marangoni, perché oggi un saggio sul nudo?

«Perché il nudo non è un semplice tema estetico: è un linguaggio che attraversa i secoli e che oggi, paradossalmente, torna a interrogarci più che mai. Ogni epoca ha raccontato sé stessa attraverso il modo in cui mostra o nasconde il corpo. Nel libro ho cercato di comprendere che cosa la nostra epoca dica di sé, di noi, di questa umanità smarrita fra l’esaltazione e l’umiliazione del corpo. Fra l’idolatria dell’immagine e la sua mercificazione. Oggi il corpo è esposto ovunque ma quasi mai compreso: ha perso la sua dimensione trascendente, la sacralità originaria. Ho sentito il bisogno di interrogare la storia – dell’arte, della filosofia, della fede – per capire quando abbiamo smarrito la percezione del mistero che abita in noi e come il corpo sia stato lentamente trasformato in profitto, consumo, spettacolo».

L’esibizione della nudità e l’uso del corpo sono oggetto di visioni del vivere diverse.

«Un corpo nudo non è mai solo carne: è un’idea di uomo, di bene, di verità. L’esposizione del corpo s’intreccia con i nuclei centrali del pensiero, con la nostra visione del mondo. La domanda che attraversa le pagine del mio libro è proprio questa: “Innocenza o giustificazione del nudo?”. In altre parole, mi sono chiesta: possiamo ancora oggi guardare e ammirare un corpo nudo in maniera innocente, come Adamo ed Eva prima della caduta? Oppure ogni nostro sguardo è inesorabilmente filtrato da giudizi etici e morali che appartengono alla nostra storia culturale? Da quel “prima” e “dopo” del racconto biblico si è generata un’interminabile ricerca di giustificazioni per un nudo che non può più definirsi semplicemente “buono”. ll nudo è uno specchio della nostra coscienza: rivela il modo in cui l’uomo percepisce sé stesso in rapporto al divino e alla propria libertà».

Oggi non prevale in modo incontrastato un’idea cosificata del corpo, la sua mercificazione?

«Sì, purtroppo. In alcune epoche la nudità aveva un senso spirituale: il corpo era misura dell’armonia, un’eco della perfezione del cosmo. Oggi, invece, la nudità si è fatta frammento, superficie, esca. Abbiamo perso la memoria del corpo come rivelazione e lo abbiamo ridotto a esibizione da commercializzare nelle vetrine scintillanti del mondo digitale. Invece di cercare il significato del corpo, cerchiamo lo sguardo che ci conferma. Posto, ergo sum».

In che modo l’idea del corpo nudo come esaltazione dell’armonia e della bellezza, persino di una razionalità che avvicinava agli dèi come nell’antica Grecia, è recuperabile?

«Lo è soltanto se la bellezza tornerà a essere un linguaggio dell’anima. I Greci celebravano il corpo perché vi scorgevano un ordine superiore, un riflesso del bene e della bellezza; nel libro lo sintetizzo con kalokagathia. Recuperare quel senso del nudo significa ritrovare un’idea di armonia che unisce visibile e invisibile. È un ritorno alla bellezza come verità rivelata, non come provocazione».

Il sottotitolo del suo libro che dice «tra sacro e profano, dall’età dell’innocenza all’epoca di Onlyfans» vuole indicare i due estremi opposti?

«Sì, ho voluto attraversare due poli antitetici della nostra storia: la Grecia classica e la contemporaneità. Nel mondo ellenico il nudo trovava la sua giustificazione in un orizzonte etico e metafisico. Oggi, invece, dopo il trauma surrealista, il corpo si è frantumato: non è più specchio dell’armonia ma teatro del conflitto, della pulsione, dell’inconscio. André Breton affermò che “la bellezza sarà convulsa o non sarà”, e così è stato. Il nudo, tra sacro e profano, racconta i segni di questa frattura tra idealizzazione e scomposizione, fino ai nostri giorni in cui OnlyFans è divenuto il simbolo di un’epoca che ha trasformato la nudità in contenuto e il contenuto in merce».

Forse c’è qualcosa che supera l’estremo di Onlyfans? Che cosa pensa dell’Intelligenza artificiale e della creazione in siti come Miamoglie, Phica.net e Socialmediagirls di soggetti inesistenti che abbinano a volti noti di attrici, sportive, giornaliste e donne politiche corpi nudi creati al computer?

«Gli episodi recenti sono la nuova frontiera dell’abuso: non c’è più neppure un corpo reale da sfruttare, ma una copia dell’anima violata. È la negazione stessa della persona. Queste manipolazioni mostrano come la tecnologia, quando si sgancia da una bussola etica, diventi strumento di violenza e di degradazione. Non è solo un problema di privacy: è una questione di sguardo, di dignità, di verità sul corpo. L’Intelligenza artificiale produce corpi “perfetti” ma disincarnati: non sperano, non soffrono, non amano. Sono simulacri, fantasmi estetici generati da algoritmi. È il trionfo della finzione sul vissuto. In questo senso, l’Intelligenza artificiale ci costringe a chiederci se siamo ancora capaci di riconoscere il mistero dell’incarnazione o se lo abbiamo definitivamente barattato con l’illusione del download».

Di quale cultura e mentalità sono figlie queste azioni?

«Di una cultura che ha separato l’immagine dalla verità. È il frutto di un relativismo estetico e morale che, come affermò Benedetto XVI, asseconda soltanto “l’io e le sue voglie”. L’Intelligenza artificiale che spoglia non è altro che lo specchio di una società che non sa più riconoscere la verità dietro l’apparenza. Il problema non è la tecnologia, ma l’uomo che la usa senza radici spirituali: quando si perde la percezione del sacro, anche l’immagine diventa profanazione».

Perché, a differenza di ciò che avveniva nell’antica Grecia dove l’esposizione del nudo riguardava il corpo maschile, l’atleta e il guerriero, oggi ha come oggetto prevalentemente il corpo femminile?

«Perché nella cultura classica il nudo maschile celebrava la forza, l’eroismo, la ragione. Il nostro tempo, invece, cerca l’emozione. Il corpo femminile ha preso il posto dell’eroe: è diventato il nuovo campo su cui si esercita il desiderio, lo sguardo, il consumo, dimenticando che la donna è epifania e grazia, sorgente di vita, simbolo vivente del mistero della creazione».

Che cos’è l’imperialismo del look?

«È la tirannia dell’apparire. Viviamo immersi in una società in cui l’identità si misura in pixel, coincide con la visibilità e la visibilità con il consenso. È un nuovo totalitarismo estetico che sostituisce la sostanza con l’immagine. L’unico modo per salvarsi è tornare al pudore, non come censura, ma come atto di libertà: la scelta consapevole di come mostrarsi o di custodirsi».

Quanto influiscono sul primato dell’immagine formule e codici della comunicazione pubblicitaria?

«Enormemente. La pubblicità è la nuova teologia del desidero. Ha trasformato il vedere in desiderare e il desiderare in consumare. Compriamo non ciò che ci serve, ma ciò che vorremmo essere».

Quanto la comunicazione virtuale, l’avvento dei social e le piattaforme di incontri hanno aggravato la mercificazione del nudo?

«Moltissimo. Oggi ci si incontra postando foto e facendo scrolling. Il corpo è diventato un profilo, il nudo una valuta. Tutto si consuma alla velocità del pollice: eros senza attesa, desiderio senza profondità».

Pensa che si debba intervenire a livello legislativo ponendo delle regole per arginare questo fenomeno, per esempio in rapporto alle generazioni più giovani?

«Le leggi servono e ben vengano le leggi sulle manipolazioni dell’Intelligenza artificiale e i limiti ai minori per l’accesso ai social. Ma le regole non bastano: puoi vietare un click, non colmare un vuoto che è educativo e prima ancora esistenziale».

E l’espansione di una certa comunicazione enfaticamente improntata alla fluidità, vedi il recente esempio della rivista Glamour che ha assegnato il premio donne dell’anno a nove persone trans, quanto complica il recupero di un rapporto libero e sereno con la corporeità e la nudità?

«In una società liquida, in cui tutto si fa fluido, anche il corpo perde il suo ancoraggio simbolico. E se non esiste più un limite, esso smette di rivelare e comincia a confondere. Il rischio è che si disperda quella tensione tra maschile e femminile che è la grammatica stessa del creato».

In che modo il cristianesimo ridefinisce il rapporto con il corpo, l’affettività e l’eros?

«ll cristianesimo riconcilia la carne e lo spirito: non veste il corpo per nasconderlo, ma lo riveste di senso. È qui che nasce quella che nel libro chiamo la “nudità redenta”: memoria viva della nostra origine divina, corpo che si offre per amare e non per sedurre, in cui l’eros si purifica e si trasfigura nell’agape».

Dopo anni di predicazione moralista che le viene spesso rinfacciata, oggi la Chiesa è in grado di proporre un rapporto equilibrato e risolto con il corpo?

«Il cristianesimo è l’unica religione che ha redento il corpo. Da limite, il corpo diventa “tempio dello Spirito”, luogo in cui l’invisibile si rende visibile. È una visione rivoluzionaria: restituisce alla carne una dignità che nessun’altra cultura aveva immaginato. Essa diventa linguaggio di Dio, segno della sua presenza e persino promessa di resurrezione dei nostri corpi glorificati».

 

La Verità, 6 novembre 2025

 

 

La morte di Willy Monteiro Una storia di corpi

Il territorio è un corpo. Una realtà fisica. Tangibile. Un’entità dinamica, che evolve, si modifica. È l’idea di fondo di Preghiera per Willy Monteiro, il viaggio-documentario scritto, diretto e raccontato da Aurelio Picca, proposto qualche sera fa da Rai 3, e tuttora fruibile su Raiplay.

Tre anni fa, la notte tra il 6 e il 7 settembre 2020, Willy Monteiro Duarte, ventunenne di origini capoverdiane, fu brutalmente pestato e ucciso a Colleferro, paese al confine tra le province di Roma, Frosinone e Latina, da un gruppo di ragazzi intervenuti in seguito a una rissa scoppiata per dei banali complimenti a una ragazza. Sebbene le risse post-movida comincino a essere tragicamente frequenti, la morte tanto violenta e gratuita di un ragazzo ben voluto dall’intera comunità non solo giovanile, è qualcosa a cui, per fortuna, a tre anni di distanza si continua a non abituarsi. Nei giorni successivi si svolse una commovente fiaccolata e al funerale al campo sportivo la presenza di 1.300 persone sorprese anche i sacerdoti celebranti. Willy era un ragazzo sorridente, comunicativo, pronto a coinvolgersi, puntuale nel lavoro, sarebbe diventato un uomo serio, affidabile, consapevole come già in parte era, assicura la dirigente dell’hotel presso cui lavorava come aiuto cuoco. Il suo ritratto è arricchito dai racconti delle amiche, dei colleghi, di altri conoscenti. Gli eventi della notte che portarono al brutale pestaggio sono invece ricostruiti attraverso le riprese di Un giorno in pretura, dove sfilano i testimoni e i colpevoli, Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Raffaelle Belleggia.

Paliano, Lariano, Artena, Colleferro sono i paesi del quadrilatero dove si consuma la tragedia. «Io, che fin da ragazzino conosco questa zona, l’ho vista nei mutamenti degli anni. È come se fosse un corpo tutta questa zona», racconta Picca, scrittore irregolarissimo che vive a Velletri. E che in questo lavoro butta dentro il suo, di corpo. Eccolo percorrere le strade della collina, portarci davanti alla vecchia fabbrica della Snia, nei locali di quella notte maledetta, a Colleferro in Piazza Italia, «a 30 metri da dove è morto Willy», un ragazzo «alto, dal fisico atletico, ma esile», ucciso dai fratelli Bianchi che «hanno i muscoli delle palestre di Mma, non quelli dei lavori dei loro padri e nonni contadini, boscaioli». È una storia di corpi, Preghiera per Willy Monteiro, agli antipodi delle storie virtuali dei social. Una storia di posti diversi dai licei e quartieri romani, perennemente al centro della narrazione mainstream. È la storia di un vuoto cui non ci si abitua.

 

La Verità, 12 settembre 2023

«Zelensky a Sanremo? Affronto alla democrazia»

Nella sua casa tra gli ulivi sopra Velletri, Aurelio Picca sta lavorando al nuovo romanzo. «Un libro coraggioso e audace, come sempre», dice. Del resto, coraggio e audacia gli appartengono, come conferma anche in questa intervista.

Ha visto la serie Call my agent?

«Ho visto qualcosa. C’era Pierfrancesco Favino che faceva Che Guevara. È un bravo caratterista…».

Perché secondo lei gli addetti ai lavori sono in estasi?

«Evidentemente amano questa autofiction, una finzione nella quale i protagonisti sono personaggi reali. Stefano Accorsi fa Accorsi, Paola Cortellesi fa sé stessa e così tutti gli altri. Sembra una duplicazione, una bolla narrativa. Siccome oggi la commedia prende un campo ristretto, come se non si potesse raccontare in modo comico la realtà, ci s’inventa questa escrescenza della commedia. Che, alla fine, è tragica. Il gioco dell’apparire che sostituisce l’incapacità a raccontare la realtà è, a suo modo, tragico».

La gente già va poco al cinema per non vedere i soliti attori, ora si appassiona all’ombelico del cinema, pur raccontato in modo brillante?

«Dovrebbe appassionarsi alle storie di questi grandi attori che fanno sempre più o meno la stessa parte? Qualche tempo fa, vedendo Il bambino nascosto di Roberto Andò, mi sono imbattuto in un Silvio Orlando inedito, un ruolo totalmente inaspettato. Se si esce dalla bolla, anche l’attore diventato seriale può sorprendere. Non così se si resta nella comitiva in gita dei produttori, nel giro dei casinò delle produzioni come mi sembra sia questa serie».

Il cinema sul cinema è l’ombelico del cinema?

«Nessuno rischia più sulle storie psicopatiche e apocalittiche, le storie dell’orrore e della fine del mondo. Che sono le storie della realtà. Nessuno racconta la fine del mondo antico mentre noi contemporanei camminiamo su una strettoia. Vorrei vedere un grande film sulla ricerca di assoluto. Con i teenager che non guardano la tv e puntano al sublime. Perché non alzare il tiro e provare a vedere come si abbracciano i ragazzi, come cercano l’assoluto, l’utopia?».

Il cinema è prigioniero dell’autoreferenzialità come la letteratura?

«Tutto è prigioniero, anche le arti visive, il teatro… Se proponessi al Franco Parenti ogni sera un monologo a canovaccio di 50 minuti come mi accoglierebbero? Si preferisce l’ennesima caricatura di Mussolini… Adesso va molto il rapimento di Emanuela Orlandi, rispolverano anche quello di Mirella Gregori… Su quello che accade oggi fanno la serie tra una settimana, e chi se ne frega del linguaggio cinematografico e della profondità. Vendiamo prodotti da supermercato. Anche nell’arte si privilegia la cronaca bassa».

Agenti, critici, premi, festival, cordate: tutto nello schema dell’amichettismo?

«Sì, ma niente formule però. Gli editori scelgono sempre al ribasso, autori da 500 parole. Finalmente si stanno rivalutando i provinciali, Luciano Bianciardi, Curzio Malaparte… Qualche anno fa se ne parlavi ti beccavi del fascista come successe a me. Il problema è nato con Italo Calvino che per pubblicare Una questione privata ha aspettato che Fenoglio fosse morto. Si è appiattita la letteratura sulla comunicazione…».

Ci si parla addosso, si rincorre la propria coda?

«Si è raschiato il fondo e non c’è più niente. Se anche nelle antologie scolastiche non ci sono gli autori importanti del Novecento ma quelli che hanno scritto due libri, è inevitabile che la scrittura si fermi a 1000 parole, quando va bene. Anche la scuola è motore di un meccanismo bloccato».

Questo ripiegamento è dettato dalla rivoluzione digitale?

«Viene dall’industria culturale degli anni Sessanta e Settanta che, in nome della rivoluzione, ha distrutto il romanzo. Era uno degli obiettivi della neoavanguardia perché alla rivoluzione non servivano i romanzi. L’esempio più pertinente – lo dico con molto rispetto perché sto parlando di un grande storico medievale e di un grande semiologo – è Umberto Eco. Anche lui ha lavorato per la distruzione del romanzo perché era un teorico della neoavanguardia, come il Gruppo ’63. Poi però ha fatto Il nome della rosa, il grande romanzo comunicativo che ha venduto milioni di copie».

L’autofiction e l’appiattimento sulla comunicazione vengono da lontano.

«Negli anni Novanta alcuni nuovi narratori e poeti hanno ricominciato, tentando di recuperare il romanzo come arte che inventa i mondi. Ma l’industria gioca al ribasso per accontentare il lettore dominato dai mass media e infarcito di comunicazione e informazione».

Ora questo processo è aggravato dai social network?

«È un processo inestricabile. La virtualità non ha allontanato o migliorato l’orrore della realtà, è proprio un altro modo di viverla. La virtualità ha decomposto i corpi, ormai incapaci di vera leggerezza e vera pesantezza. È tutto simulazione».

Il lavoro è postare dei selfie dal salotto di casa.

«Penso agli operai comunisti che si alzavano alle 4 del mattino per andare a lavorare e tornavano alla sera, orgogliosi. In pochi anni siamo passati dal lavoro con il corpo alla cancellazione del corpo».

Che però è molto esibito.

«Un corpo che si vede ma che non si incontra e non si tocca, non è un corpo, ma una sua proiezione. È la stessa differenza che passa tra fare l’amore sul serio e vedere pornografia in rete. La virtualità è tutta pornografia perché si vende una finzione di sensualità e di erotismo che non ha la controprova dell’incontro».

Perché Chiara Ferragni è attesa al Festival di Sanremo come una regina?

«Perché siamo stupidi. Sono convinto che la stragrande maggioranza degli italiani guardi queste cose ma ci rida su, come in una commedia. Purtroppo, nella realtà siamo soffocati dall’orrore per il cinismo montante, la disumanità nei rapporti, l’incapacità di parlarci».

Cosa pensa del fatto che Ferragni ha annunciato di devolvere il cachet del Festival a un’associazione per la difesa delle donne?

«È detestabile che si annunci pubblicamente la beneficenza per accrescere la propria immagine».

Sono le regole della comunicazione?

«Ovviamente, i soldi si devolvono alle donne. Ormai, anche la donna fragile è un cliché esibizionista. Siamo nel post-femminismo dell’esibizione. Perché le donne devono combattere da sole e non insieme agli uomini? La donna fragile è un nuovo stadio dell’evoluzione della specie».

La notizia delle griffe scelte da Ferragni per l’Ariston è stata data al Tg1.

«Siamo in una fase di deragliamento che temo incontrollabile. O c’è un’intenzione precisa per non parlare dell’apocalisse che si avvicina, oppure la visibilità è diventata scientificamente il nuovo idolo e quindi è ancora più folle. Come in una commedia dell’assurdo di Ionesco».

Sempre al crocevia tra moda e spettacolo, che adesso si chiamano fashion e show, cosa pensa del fatto che per promuovere il nuovo disco i Måneskin hanno simulato un matrimonio?

«Io credo nel matrimonio assoluto, i giochetti non li apprezzo. Quando facevano i baffi alla Gioconda m’incazzavo. Adesso trovo irritante quella pubblicità con l’Ultima cena nella quale Gesù è una mezza femminuccia. Non accetto che una grande cultura sia spazzata via in un gioco di barzellette».

Ma nel rock si è sempre dissacrato…

«Certo, ma qui l’operazione è sottile. Prendiamo queste parole, glamour, fashion, show… Il problema non è che siano declinate in inglese, che è già grave, ma che il loro scintillio annulla la potenza del corpo, la sua realtà».

Lo scintillio sostituisce la carne?

«Esattamente, anche nella malattia o nella sanità. Sostituisce la corporeità in tutte le sue manifestazioni».

È il trionfo dell’immagine?

«Siamo oltre l’immagine, siamo alle ombre cinesi. L’immagine erano anche quelle degli anni Settanta, c’erano le icone… Questa è la frutta caricata di potassio, la carne chimica…».

La barzelletta compensa i limiti artistici?

«Questo non lo so, anche se non trovo grande musica. Lo dico da appassionato di Peter Gabriel, da uno che a 14 anni amava Jumpin’ Jack Flash, tutta la musica italiana anni Sessanta, e poi il travestitismo che però aveva sotto il corpo, dai Roxy Music a Lou Reed a David Bowie. La nudità di Iggy Pop era funzionale alla musica, il corpo era uno strumento, anzi, lo strumento principale».

Perché i Måneskin non si possono criticare?

«Perché sono il punto più alto della vendibilità, della vendibilità facile».

Quest’anno tornano a Sanremo per la terza volta, invece Achille Lauro sarà presente per il quinto anno di fila. È lui il volto identitario della manifestazione più importante della Rai?

«Alcuni suoi pezzi potevano pure piacermi… Il fatto è che si va per annate, ci sono pure Al Bano, Massimo Ranieri e il solito Gianni Morandi».

Questioni di audience e di target?

«Certo. I Måneskin e Achille Lauro sono la pseudo avanguardia, in realtà sono retroguardia perché la trasgressione c’è già stata negli anni Settanta. Poi ci sono i vecchi dromedari e la terra di mezzo. È una parcellizzazione in tante minoranze, come avviene per i diritti civili, dei gay, dei trans, delle donne… La parcellizzazione dei diritti sembra un’avanzata di civiltà, invece produce frammentazione in tante minoranze».

Che cosa indica il fatto che alle ultime sfilate Giorgio Armani ha scelto di tornare al classico facendo indossare i suoi capi a coppie composte da un uomo e una donna?

«È stato un gran signore. Il portabandiera di una nuova avanguardia che si oppone a questa deriva. Da stilista ha dato prova di stile. Anzi, di eleganza: c’è differenza… L’eleganza è naturale, lo stile si acquisisce con gli abiti e il portamento. I veri eleganti sono i bambini e gli animali, perché si muovono con grazia e libertà. Armani ha smesso i panni dello stilista e ha indossato quelli dell’uomo elegante».

Che cosa pensa del fatto che Volodymyr Zelensky sarà ospite in videocollegamento della serata finale del Festival?

«È un’idea pessima. Un una mossa da croupier del casinò. Una politicizzazione estrema».

La maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina eppure si offre a Zelensky la vetrina di maggior ascolto della televisione italiana.

«Infatti, è un affronto alla democrazia. Un inedito. Qualcosa che sa di dittatura mediatica».

I Giganti cantavano: «Mettete dei fiori nei vostri cannoni», stavolta si mettono i cannoni tra i fiori di Sanremo.

«C’è bisogno della guerra tra le canzonette? La decomposizione dei corpi, l’assenza di incontro tra le persone, la vittoria delle ombre cinesi e la parcellizzazione dei diritti non sono già una guerra?».

 

La Verità, 28 gennaio 2023