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«Lezioni di mafie» e lezioni di marketing

Comincia dalla Locride la prima delle quattro Lezioni di mafie che Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Napoli, terrà al mercoledì sera su La7. Questa è dedicata al «Potere della ’ndrangheta», materia che il magistrato e saggista conosce a fondo quanto il territorio nel quale si muove con disinvoltura essendo originario di Gerace (ore 21,20, share del 7,1%, 1,1 milioni di telespettatori). Coadiuvato da Antonio Nicaso, docente di Storia sociale della criminalità organizzata e suo partner in numerose pubblicazioni, e da Paolo Di Giannantonio, ex conduttore del Tg1 e di Unomattina, il procuratore illustra meccanismi, storia e gerarchie delle ’ndrine, le formazioni più blindate e impenetrabili dell’arcipelago criminale nostrano. Qui non ci sono passaggi da una cosca all’altra e, a differenza dei clan camorristici e di Cosa nostra, i collaboratori di giustizia sono più unici che rari. Nonostante il titolo del format, lungi da ambizioni pedagogiche, l’approccio è investigativo, pragmatico e fattuale. Nel Teatro Palladium è stato convocato un gruppo di universitari di Roma 3 che partecipano alla lezione con domande preparate. Ci sono due cattedre e uno schermo nel quale scorrono i servizi sia per il pubblico del teatro che per quello a casa. Messa così, difficile immaginare qualcosa di più statico e antitelevisivo. Per fortuna, non si rimane a lungo nel teatro-aula, ambiente che Gratteri frequenta abitualmente quando nel tempo libero incontra gli studenti. Le parti più fruibili sono quelle in esterna, i dialoghi all’aperto con Nicaso chissà perché schermato da occhiali da sole, sugli intrecci fra religiosità e «la picciotteria», antenata della ’ndrangheta nel profondo Aspromonte, o le connessioni ramificate con gli ambienti della politica. In studio si smonta il mito dei guadagni elevati con il crimine, vero solo per i livelli gerarchici più alti. A confronto con galoppini e manovali, un idraulico o un elettricista fanno molti più soldi e soprattutto vivono meglio. C’è spazio anche per una citazione autoreferenziale quando si passa per il centro storico di Gerace, «qui sopra negli anni Ottanta c’era la prima radio privata ionica». Indovinate chi era il dj?

Non deve sorprendere il buon risultato di ascolti di un programma un filo noioso e poco accattivante. È semplicemente un format mirato sul pubblico di riferimento della rete. A differenza di quello che alla prima uscita è parso non essere Realpolitik di Tommaso Labate, altro conduttore originario della Locride. Per l’audience di Rete 4 (3,7% di share), Walter Veltroni, Vincenzo De Luca e Virginia Raggi tutti insieme in una sera, forse sono un po’ troppi.

 

La Verità, 19 settembre 2025

Dialoghi, ritmo e ironia premiano The Gentlemen

Aristocrazia e criminalità, Downton Abbey e Pulp fiction, Paolo Sorrentino e Quentin Tarantino: a forza di citare e contaminare, Guy Ritchie ha messo in piedi un suo stile personale. Confronto tra opposti, dialogo tra antagonisti, galleria di orgogliose tribù. La formula raggiunge l’alta definizione in The Gentlemen (spin-off dell’omonimo film del 2019), miniserie in otto episodi visibile su Netflix di cui, oltre a dirigere i primi due, il regista di The Snatch e RocknRolla, solito sbizzarrirsi nei territori della criminalità britannica, è creatore e showrunner.

In superficie ci sono la rispettabilità e l’eleganza della sfarzosa tenuta di campagna dei duchi di Halstead, dinastia di antico lignaggio. Ma appena si scava dietro gli stemmi nobiliari, ecco spuntare le sorprese. La prima arriva quando, alla morte del capostipite, il secondogenito Eddie (Theo James), ufficiale dell’esercito, viene richiamato dal fronte e scopre dal testamento di essere l’erede del titolo e del patrimonio. Il primogenito (Daniel Ings), infatti, è dedito alla droga e causa di guai in serie. La seconda sorpresa è che nei sotterranei, in concessione a un clan di gangster, brulica la coltivazione della marijuana, fonte di proventi che consentono il mantenimento del blasone familiare. Tuttavia, all’improvvisa dipartita del patriarca, il fiorentissimo business scatena gli appetiti di una serie di loschi personaggi, decisi a impossessarsi della magione a ogni costo. All’astuto erede non resta che accettare la pericolosa ma intrigante alleanza con la cinica Susie (Kaya Scodelario), braccio operativo del gran capo del racket (Ray Winstone) che sta scontando una pena… in un magnifico resort.

È solo una delle numerose finte contraddizioni di questa storia che inanella colpi di scena tra sette di religiosi violenti, trafficanti che brandiscono machete, zingari spietati e boxeur che alimentano scommesse in nebbiose palestre. Pur con qualche inevitabile calo, Guy Ritchie e gli altri tre registi escogitano situazioni tra il grottesco e il visionario, plausibili grazie all’originalità della trama, alla qualità delle interpretazioni e alla precisione dei dialoghi. Questi nobili criminali compiono i più efferati misfatti sfoggiando abiti sartoriali, rispettando il galateo e sorseggiando whisky a lungo invecchiamento. Ma soprattutto esprimendosi in un linguaggio consono alla loro tradizione. Così, alla fine, la raffinatezza della confezione fa dimenticare l’oggetto del contendere tra le fazioni in gioco. Al punto che anche l’erede, deciso in un primo tempo a disfarsene, inizia a prenderci gusto.

 

La Verità, 29 marzo 2024

Carofiglio fa centro con il carabiniere melomane

Ecco dov’era finito Gianrico Carofiglio. Non vedendolo da qualche tempo nel salotto giacobino di Lilli Gruber me lo cominciavo a chiedere con un filo di preoccupazione. Possibile che l’ex pubblico ministero di Bari, l’ex deputato Pd, l’ex (speriamo) conduttore di flop televisivi, il docente universitario, il cintura nera VI Dan di karate, lo scrittore di gialli e saggista pluripremiato… possibile che un talento così poliedrico e presenzialista abbia improvvisamente deciso di mollare tutto senza avvisare? Invece lunedì sera Rai 1 ha sciolto i nostri Dilemmi (parlando di flop): stava scrivendo l’adattamento televisivo della trilogia che ha per protagonista il maresciallo Pietro Fenoglio. D’altronde, con quel po’ po’ di curriculum, il nostro è un intero ciclo produttivo. Or dunque, lunedì sono andati in onda i primi due episodi del Metodo Fenoglio intitolati L’estate fredda e ambientati nella Bari dei primi anni Novanta.

Meno indisponente di Rocco Schiavone, meno corale e dinamico dei Bastardi di Pizzofalcone, Il metodo Fenoglio si distingue per la tecnica delle indagini del maresciallo dei carabinieri di origini piemontesi trapiantato in Puglia. Un tipo molto fascinoso. Letterato, amante delle buone maniere e dell’opera che ascolta munito di cuffie anche quando vaga a piedi per la città, è un investigatore che coglie piste da dettagli insignificanti, evita l’uso delle manette, vorrebbe arrestare i criminali servendosi della psiche e non porta volentieri la pistola perché la sua vera arma è l’empatia. Un carabiniere che ha dei trascorsi movimentisti se ora va ripetendo ai suoi impulsivi collaboratori che «la nuova rivoluzione è la pazienza». Insieme a un carabiniere così – magari da magistrato Carofiglio ne ha conosciuto uno con questi tratti – l’altro personaggio forte della serie è Bari, quella del lungomare con i lampioni, quella barocca dei vicoli e delle chiese, quella del porto e delle periferie da far west. Il mix funziona (20,8% di share e 3,8 milioni di telespettatori).

Nell’estate del 1991 l’omicidio di un usuraio rompe la routine della guerra tra bande. Fenoglio (Alessio Boni) e il pm (Giulia Vecchio) sospettano un’escalation del sistema criminale, ipotesi alla quale dovrà arrendersi anche lo scettico colonnello Valente (Francesco Foti) quando, mentre la Sacra corona unita muove i primi passi, il teatro Petruzzelli brucerà in un incendio doloso.

Diretto da Alessandro Casale, la serie è un crime che tiene sullo sfondo la sfera dei sentimenti del maresciallo, della compagna (Giulia Bevilacqua) e della misteriosa pm. Un prodotto seducente e… molto carofigliano.

 

La Verità, 30 novembre 2023

«Agenti in minoranza, ritorni la leva obbligatoria»

L’hanno ribattezzata la ristoratrice investigatrice. Ma Barbara Bet, veronese, 45 anni ben portati, è molto altro. Laureata in Sociologia alla Sapienza di Roma, collaboratrice di riviste del Gruppo Cairo, «panelista» di 100% Italia, il programma di Tv8 condotto da Nicola Savino in cui, sulla base dei sondaggi dell’Istituto Piepoli, si divulgano preferenze e tradizioni del Belpaese, volto emergente delle tv non solo locali. In questi giorni ha sanato con coraggio un episodio di microcriminalità che ha colpito uno dei suoi ristoranti. «Da un mese», dice in una saletta dell’elegante «Du Schei», «ho un servizio di sicurezza, ma quel furto è avvenuto due settimane fa».

Com’è stato possibile?

«Era il giorno libero del bodyguard».

Cos’è successo?

«Quel signore è entrato nel ristorante e ha rubato il monopattino di un dipendente».

A quel punto?

«Era l’undicesimo furto in sei mesi, sempre qui. Biciclette elettriche, motorini… Il mio dipendente se lo stava pagando a rate. Allora, mi è scattata la molla».

E?

«Guardando le telecamere ho visto che quel signore era penetrato in casa con disinvoltura. Se ti rubano una bici senza lucchetto per strada, ci sta. Ma se ti entrano facilmente in casa e si portano via un bene di tua proprietà vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa».

Mi sa di sì.

«Ho visto che era scappato verso Porta Vescovo, una zona pericolosa, con immigrati che bivaccano, spacciano, minacciano».

È un immigrato?

«No, un italiano tossicodipendente».

Le forze dell’ordine?

«Il mio dipendente è andato a far denuncia, ma loro non volevano perdere tempo a cercarlo, c’è un furto ogni cinque minuti e, di sicuro, il monopattino era già stato venduto».

Lei, nel frattempo?

«Sono andata a cercarlo da sola».

Cos’è successo?

«Ho mostrato il video e trovato molta omertà. Solo un extracomunitario, a sua volta tossicodipendente e bisognoso della dose giornaliera, ha venduto l’informazione per 20 euro. In pratica, un’estorsione. Ma siccome ero determinata, ho pagato. L’extracomunitario mi ha indicato il bar, dicendo che lui non sarebbe venuto».

Quant’è durata questa vicenda?

«Un paio di giorni. Lui l’ho trovato subito, ma non aveva il monopattino avendolo già venduto, come avevano detto i carabinieri. Gli ho mostrato il video, all’inizio ha fatto il gradasso. Ho minacciato di chiamare le forze dell’ordine… Rideva. Ma avendo la droga in tasca procurata vendendo il monopattino, non voleva problemi e ha promesso che il giorno dopo l’avrebbe riconsegnato».

Il giorno dopo?

«Sono tornata nella zona, stavolta scortata da un uomo della security e un dipendente che l’ha trovato. Gli ho chiesto la restituzione, lui mi ha indicato l’acquirente che, a sua volta, voleva essere pagato. Ho sborsato altri 50 euro per recuperare un oggetto che era nostro».

Morale?

«Non è giusto pagare per riavere quello che ti rubano. L’ho fatto per i miei dipendenti che fanno sacrifici per comprarsi biciclette o monopattini per venire a lavorare».

Chi è il dipendente derubato?

«Un ragazzo pakistano di 26 anni. Non può comprarsi un’auto perché manda i soldi alla famiglia in Pakistan. Gli avevano già rubato una bicicletta. Questi ragazzi abitano in zone periferiche e poco servite dai mezzi, se rimangono a piedi non sanno come venire a lavorare».

Quanti ristoranti ha?

«Quattro, tutti in centro a Verona. Nonostante le difficoltà si tira avanti. Fare l’imprenditore in Italia non è semplice, perciò ho aperto anche una pizzeria all’estero. In Corea del Sud».

Mentre parliamo le arriva sul cellulare la notifica dell’Agenzia delle entrate che avverte dell’obbligo di pagare entro il 2 ottobre 200 euro per il registratore telematico per la lotteria degli scontrini «che non fa più nessuno. Io di ristoranti ne ho quattro».

Come li ha avviati quattro ristoranti?

«Il primo, il Bertoldo, è di famiglia. Gli altri li ho presi durante la crisi del Covid perché venivano svenduti. Sono stata lungimirante. Il lockdown è stato un momento di svolta anche a livello commerciale. C’è chi non ce l’ha fatta e chi è rinato. Il Bertoldo l’ho tenuto aperto durante il lockdown cambiando il codice Ateco in servizio mensa. Ho seguito tutti i protocolli, non si è ammalato nessuno. Le forze dell’ordine erano sempre qui, in un mese ho avuto 45 controlli. Nemmeno loro sapevano che con il servizio mensa si poteva lavorare».

E lei come lo sapeva?

«Ho lavorato dieci anni a Roma e sapevo che il ristorante del Senato era aperto. Allora mi sono informata presso un’amica. “Abbiamo il servizio mensa”, mi ha detto. Non ho chiuso, ero in regola. Tuttora ho il servizio mensa per la Pubblica amministrazione, l’Ordine degli avvocati e quello dei giornalisti. Con il servizio mensa l’Iva è al 4%, anziché al 10%. Le pare giusto che compri il vino con l’Iva al 22% e lo venda con il 10%?».

Quanto costa mediamente un pranzo primo secondo e dolce nei suoi ristoranti?

«Trentacinque euro, sotto il prezzo di mercato».

Clientela?

«Medio alta. Ho diversificato l’offerta: un locale per famiglie, uno per gli aperitivi, questo che è di qualità, e una pizzeria».

Le hanno mai contestato scontrini pazzi?

«Mai avuto lamentele, faccio prezzi equi. Pago tutto, contributi, tasse, per ogni cosa c’è lo scontrino. Rimango quasi asciutta. Se le tasse fossero eque le pagherebbero tutti. Ho appena fatto la dichiarazione dei redditi e versato l’85% al fisco. Capisce? L’85%. Per la pizzeria in Corea del sud verso il 18%. Per questo la popolazione evade. Lo dice la parola: si evade da una costrizione, da una trappola. I ristoratori che fanno F24 a raffica lo sanno bene. Su questo fronte c’è molto da fare».

Il personale lo trova facilmente?

«Sì, non è vero che i ragazzi sono degli sfaticati. Quelli che fanno la stagione vogliono tornare. Li tratto bene e li pago bene. I camerieri ragazzini prendono 1600 euro, i più esperti 2200. In cucina, da 2400 a 2600 per 40 ore settimanali, con i turni nel fine settimana».

Perché c’è meno sicurezza ultimamente?

«Perché le forze dell’ordine sono in minoranza rispetto alla criminalità in aumento. È un fatto che interpella il ministero della Giustizia più che le forze dell’ordine locali».

Che cosa si dovrebbe fare per proteggere maggiormente piccoli imprenditori, commercianti e artigiani?

«Sono favorevole alla leva obbligatoria. I giovani potrebbero essere tolti dalla strada ed essere addestrati per aiutare lo Stato a mantenere l’ordine nelle città. Cambierebbe anche la convivenza nel Paese».

C’è qualche responsabilità delle autorità locali?

«Non mi sento di accusare il sindaco o l’assessore. Se sono in minoranza le forze dell’ordine non posso colpevolizzarli. L’assessore all’ordine pubblico ha detto che il pericolo non è reale, ma è una nostra percezione. Sono scoppiata a ridere. Non sono né di destra né di sinistra, ma per le cose giuste. Purtroppo, come milioni di italiani, non vedo un partito nel quale mi riconosco».

Sta coltivando l’idea di candidarsi?

«Me lo chiedono tutti, ma non lo farò perché so che vincerei facile».

E la sua vita cambierebbe?

«Tanta persone cui sto antipatica mi complicherebbero l’esistenza e io la complicherei a loro».

Lei è una persona nota a Verona.

«Soprattutto per il mio coraggio. Vado in televisione, mi occupo della ristorazione, m’impegno con le associazioni, mi relaziono con le istituzioni. Poi c’è sempre il politico di turno che si propone di aiutarmi, ma gli fanno gola i voti che potrei portargli».

Va in tv, a quali programmi ha partecipato?

«Con il Bertoldo, la trattoria più famigliare, ho partecipato a 4 ristoranti. Poi a programmi di cucina nelle tv locali come giudice. E sono una “panelista” di 100% Italia con Nicola Savino su Tv8. Illustro i sondaggi che conduce l’Istituto Piepoli, spiego le preferenze degli italiani sul territorio».

La prima attività è imprenditrice della ristorazione, la seconda investigatrice, la terza ospite televisiva?

«Mi piace partecipare ai talent show, usare la mia voce per far sì che l’Italia si senta unita e veda che qualcuno si batte per la gente, senza distinzioni fra nord e sud. Se non ci uniamo noi, non ci uniscono i ministeri. Credo che chi governa dovrebbe stare più vicino alla popolazione. Ma se non si avvicinano loro, possiamo farlo noi. I sondaggi che interpellano le persone comuni possono servire a questo. Servirebbe un gruppo di persone comuni con le quali i politici potrebbero interfacciarsi, consultandole costantemente sui temi di tutti i giorni come la sicurezza, la sanità, la scuola, le tasse».

Guadagna di più con i ristoranti o con la televisione?

«Con i ristoranti. Sono anche food coach, insegno marketing della ristorazione per portare avanti le mie attività».

Food coach? Cos’ha di diverso dal dietologo e dal nutrizionista?

«Il dietologo prescrive una dieta, il nutrizionista un piano alimentare, il food coach ha un approccio più motivazionale ed emotivo al cibo».

Le tradizioni gastronomiche italiane sono sufficientemente valorizzate?

«Lavorando all’estero, direi di sì. Dobbiamo esserne orgogliosi e difenderle».

In tv ci sono troppi programmi di cucina?

«Sono tanti, ma sono anche divertenti e istruttivi. Non è scontato che un concorrente di Masterchef diventi un buon imprenditore. Se vinci un cooking show non sai automaticamente gestire un ristorante. Il cuoco è un cuoco, l’imprenditore un imprenditore, magari sa cucinare, ma non sa gestire. Tant’è vero che non tutti i giudici di Masterchef hanno ristoranti di successo. Lancio un’idea: nei programmi di cucina servirebbe anche un giudice donna e imprenditrice».

Si sta candidando?

«Sì. Per questo qualcuno mi attacca: cosa non si fa pur di mettersi in evidenza. Rispondo che non ne ho bisogno perché ho già abbastanza successo. Ma se la mia voce serve per creare nuovi posti di lavoro eccomi qua».

Un paio d’anni fa Arrigo Cipriani ha scritto un libro intitolato Tutti gli chef sono in tv… e noi andiamo in trattoria.

«Sono d’accordo con Cipriani al 100%. Io non ho ristoranti stellati, i giovani di oggi investano nelle trattorie e nelle osterie per tornare alle tradizioni».

La svolta green voluta dall’Europa come si riversa in cucina?

«Faccio un buon pane in casa. Da me le farine animali non ci saranno mai. Piuttosto proverò un modo per allevare il granchio blu, visto che ce n’è in abbondanza ed è buonissimo. Perché ricorrere al cibo sintetico e alla farina di grilli se certe tipologie di pesce si riproducono e sono a disposizione?».

Qual è il vostro piatto forte?

«Il risotto all’amarone».

 

La Verità, 23 settembre 2023