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L’autismo dei migliori avvelena ogni dialogo

Siamo diventati un Paese autistico. Cioè, lo siamo da tempo, ma è come se la pandemia da Covid-19 avesse radicalizzato e accelerato una tendenza in atto. Forse era inevitabile. Era inevitabile che l’avvento di un fatto inedito come un’epidemia planetaria portasse a esasperare le differenze, a divaricare le weltanschauung, le diverse visioni del mondo. Da una parte c’è infatti l’ideologia con i suoi derivati, il primo dei quali è il complesso di superiorità strisciante nell’area progressista. Dall’altra c’è il pragmatismo, magari un po’ qualunquista del buon senso. Le conseguenze delle due concezioni sono uno spettacolo quotidiano sotto gli occhi di tutti. Parlando della pandemia, nel primo caso si pontifica a reti e giornali pressoché unificati, sicuri di essere dalla parte giusta della storia. Nel secondo si rischia di amplificare posizioni poco credibili e spesso molto rudimentali. Tuttavia, considerando il fatto che, come si è soliti dire, la scienza procede per approssimazioni e giunge a regole definitive solo dopo infinite prove sul campo, forse sarebbe il caso di non distribuire certezze e imporre comportamenti come fossero dogmi assoluti e incontrovertibili. Lo dico da vaccinato fino alla terza dose.

Questa lunga premessa serve solo per sottolineare che le guerre di religione hanno fatto il loro tempo. Purtroppo, però, spesso accade che l’autismo dei buoni avveleni i pozzi del dibattito, riducendo drasticamente gli spazi del dialogo fin quasi a renderlo impossibile. L’abbiamo visto in modo esemplare l’altra sera quando, mentre stava tentando d’illustrare dei dati, l’ex presidente di Pubblicità Progresso e consigliere Rai, Alberto Contri, è stato costretto ad abbandonare #cartabianca per non sottostare alla gragnuola d’insulti scagliati dal giornalista saltafila Andrea Scanzi. Il tutto con l’approvazione degli altri ospiti (tranne uno) e nonostante il tentativo di Bianca Berlinguer di sedare gli animi. È un copione che si rifrange all’infinito, come l’immagine tra due specchi, nelle strisce d’informazione quotidiana di La7, di cui Otto e mezzo è l’esempio più plastico. La conduttrice, infatti, con i suoi cortigiani abituali, è la campionessa assoluta di questo autismo dei migliori. Quello che mal tollera le voci dissenzienti, le depotenzia nella loro capacità espressiva. Il catalogo è ricco. Nonostante la giornalista-scrittrice si spertichi negli inviti pubblici ad abbassare il grado di testosterone in politica per dare finalmente spazio all’empatia femminile, appena si appropinquano alla sua cattedra Giorgia Meloni o Maria Elena Boschi subiscono un trattamento da posto di polizia venezuelano. Al di là dell’appartenenza di genere, la discriminazione riguarda diffusamente le posizioni di tipo conservatore e si applica ai temi etici, alla giustizia, alla gestione dei flussi migratori oltre che, ovviamente, al Covid. Il problema è che la conduttrice di Otto e mezzo prolifera dentro e fuori la rete di appartenenza dove, non a caso, la tentazione di promuovere «un’informazione meno democratica» è di casa.

Secondo Ernesto Galli della Loggia il peccato è già ampiamente commesso: «Nell’arena pubblica specie radiotelevisiva», ha scritto restando voce solitaria sul Corriere della Sera, «capita quasi sempre, infatti, che il punto di vista culturalmente conservatore sia implicitamente spogliato di qualunque contenuto e dignità ideali, e quindi preliminarmente stigmatizzato come indegno di vera considerazione». Nel dibattito televisivo «la modernità diviene un feticcio da adorare» e a illustrarne le meraviglie, ha proseguito lo storico, viene regolarmente «chiamato il noto scrittore X o il brillante filosofo Y, a obiettare ad esse, invece, un qualche maldestro parlamentare della Lega o di Fdi, al massimo il giornalista di qualche foglio di destra». Regolarmente maltrattato.

Il trampolino di lancio è sempre quello, l’autismo dei buoni. Cioè l’incapacità di mettersi in discussione e di ascoltare visioni diverse. Come definire per esempio il comportamento del Fatto quotidiano in materia di giustizia? La sequela di smentite alle sue tesi giunte dalle sentenze sulla mega tangente Eni o sulla trattativa Stato-mafia sono per caso servite a ridurre il digrignar di denti che attraversa le pagine del quotidiano diretto da Marco Travaglio? Ancor più testardi dei fatti, si prosegue monoliticamente nella medesima direzione.

Dubbi non sono ammessi. Dopo esser stato contestato da larga parte dei movimenti femministi e fermato in Parlamento, ora il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia viene riesumato dalla rete Re.a.dy (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni) che unisce regioni ed enti locali a guida progressista attraverso «azioni informative e formative» rivolte «a tutta la popolazione» per promuovere iniziative di sostegno dell’agenda Lgbt. In pratica, Re.a.dy opera per affermare un ddl Zan strisciante e mascherato in appoggio alle giornate del Gay Pride, nell’ambito del quale l’associazione stessa è nata. Siccome si è dalla parte del giusto, si procede imperterriti. Lo stesso si può dire per le campagne per la legalizzazione della cannabis e il suicidio assistito promosse in pieno stato d’emergenza. Il quale, evidentemente, ha importanza intermittente. Come ha ben reso il tweet di Gavino Sanna (presidente dell’Associazione consumatori del Piemonte): «Maestà, il popolo ha fame. Dategli bagni inclusivi e linguaggio gender neutral». Ma forse l’esempio più involontariamente comico di autismo dei buoni è la recente intervista concessa da Carmen Consoli al Corriere della Sera. Dopo aver spiegato di aver scelto il padre di suo figlio in un catalogo per la fecondazione assistita praticata in una clinica specializzata a Londra, rispondendo a Walter Veltroni che le chiedeva quale fosse oggi «la virtù che sta sparendo più pericolosamente», la cantante siciliana ha detto: «Empatia. Una notevole diminuzione di empatia, una grande rimonta del narcisismo. Crea sterilità. È tutto usa e getta. Le persone si trattano come se fossero un telefonino». Testuale. L’autismo è inscalfibile e impedisce di pensare a sé stessi in modo critico. Nel caso non ha aiutato a farlo nemmeno l’intervistatore, autore a sua volta anche del pamphlet Odiare l’odio, il cui titolo postula da solo che c’è un odio buono e uno cattivo. E, ovviamente, quello buono è il suo.

Recita il vocabolario Treccani alla voce autismo: «In psichiatria, la perdita del contatto con la realtà e la costruzione di una vita interiore propria, che alla realtà viene anteposta, come condizione propria della schizofrenia e di alcune manifestazioni psiconevrotiche».

Post scriptum Per fortuna esistono piccole, ma significative eccezioni. Esempi di rottura dell’impermeabilità nei confronti del reale e di chi la pensa in modo diverso. Li enumero sinteticamente. La convention di Atreju, dove sono sfilati i leader di tutti i partiti. La decisione di Repubblica di arruolare Luca Ricolfi tra i suoi editorialisti. La revisione dei toni critici di Antonio Socci su papa Francesco. Non è detto che dietro questi esempi ci siano intenzioni romantiche. Di sicuro non ci sono complessi di superiorità.

 

La Verità, 16 dicembre 2021

 

«Il ddl Zan punta a rieducare i nostri figli»

Dottor Alfredo Mantovano, ci sono novità dalla Feltrinelli? Il libro da lei curato per l’editore Cantagalli Legge omofobia: perché non va è arrivato negli store della catena?

«Forse è un po’ presto perché, dopo il blocco riscontrato una settimana fa, c’è stato il chiarimento tra l’editore, il distributore e la rete delle librerie. Ci vuole qualche giorno perché la distribuzione sia a pieno regime, ma confido che ciò avvenga presto. Feltrinelli si è scusata perché il libro non era acquistabile nei suoi punti vendita».

Secondo lei si tratta di un fatto casuale o è sintomo di qualcos’altro?

«Lo dico senza puntare l’indice, ma credo rifletta un contesto culturale per il quale, se di discriminazione si vuole parlare, riguarda chi solleva perplessità anche articolate verso certi assiomi».

Pacato nel linguaggio e frastagliato nel ragionamento, alle sintesi a effetto Alfredo Mantovano preferisce la citazione di documenti e precedenti giuridici. Leccese, 63 anni, più volte parlamentare nelle liste di centrodestra, ripetutamente sottosegretario dell’Interno, nel 2013 ha scelto di tornare in magistratura, e di dedicarsi agli studi e all’attività del Centro Rosario Livatino, di cui è vicepresidente.

Il ddl Zan contro l’omofobia è scritto male o maliziosamente?

«Senza fare processi alle intenzioni, il testo è un blocco unico perciò non emendabile».

Qual è la sua critica principale?

«I punti più controversi, come l’identità di genere, sono proprio quelli più ideologici. Ma non c’è disponibilità a rivederli perché per i promotori sono qualificanti. Il testo è fatto in modo che se si toglie una parte cade l’impalcatura».

Per esempio?

«Poniamo di eliminare l’articolo 7 che istituisce la Giornata contro l’omolesbobitransfobia. E poniamo che, una volta approvata la legge, un’associazione Lgbt chieda di spiegare la teoria gender in una scuola. Il preside che si appellasse alla necessità del consenso dei genitori, come prevede la legge vigente, potrebbe essere coinvolto in un procedimento giudiziario, perché la sua cautela verrebbe letta come discriminazione. In queste condizioni, secondo lei quanti sarebbero i presidi disponibili a opporsi seriamente?».

Perché l’articolo 1 ridefinisce sesso, orientamento sessuale e identità di genere?

«Queste definizioni sono state introdotte dopo i rilievi di genericità sollevati nel dibattito alla Camera. Ma il rimedio è peggiore del male perché la genericità è aumentata. Il problema non è solo l’eventuale sentenza di condanna, ma ciò che succede prima. Per esempio, un Pm può ottenere intercettazioni telefoniche e ambientali e misure restrittive della libertà. In questa situazione nessuno proverà a esprimere un’opinione dissonante e l’effetto censura o omologazione è assicurato».

L’identità di genere presidiata da sanzioni a cosa mira?

«A mettere in sicurezza le conquiste degli anni e dei mesi passati. Benché la Cirinnà sia legge da 5 anni sopravvive il diritto di non condividere l’equiparazione tra unioni omosex e famiglia basata su uomo e donna. Allo stesso modo, benché sia giurisprudenza, si può eccepire anche sulla stepchild adoption. Con l’approvazione del ddl Zan, guai a chi le metterà in discussione».

In Italia l’adozione di coppie omogenitoriali non è ancora legge e il ddl Zan non la prevede. La maternità surrogata è uno step ulteriore, sebbene messo in calendario dalle famiglie arcobaleno.

«Due mesi fa le sezioni unite civili della Corte di Cassazione hanno legittimato l’iscrizione all’anagrafe come proprio di un bambino ottenuto all’estero presumibilmente attraverso la maternità surrogata. Non è uno step ulteriore, un piede sul gradino c’è già. Si potrebbe evitare di salirci anche con il secondo se il Parlamento varasse una legge che vietasse il ricorso alla maternità surrogata oltre che in Italia anche all’estero».

La magistratura supplisce alla latitanza della politica?

«È una legge della fisica: il vuoto viene sempre riempito».

La legge Zan è motivata da una reale emergenza?

«L’emergenza è solo mediatica. Se il ministero dell’Interno non dice stupidaggini, dal 2010 l’Osservatorio contro le discriminazioni conta una media di 26,5 segnalazioni all’anno. In termini numerici è poco meno di quello che per il bullismo accade in una singola scuola in un anno».

Eppure la politica discute di questo: un’isteria?

«Isteria è un’espressione un po’ forte. Personalmente, quando ho visto il concerto del Primo maggio mi aspettavo di sentir parlare di morti sul lavoro che ci sono, o di mondo del lavoro prostrato dalla pandemia. Invece ho sentito parlare di un’emergenza che non c’è. Non solo per i numeri del ministero dell’Interno, ma anche perché in caso di aggressione motivata dall’orientamento sessuale la risposta repressiva è già immediata. Ci sono l’arresto e il procedimento penale».

I movimenti Lgbt vogliono affermare la cultura gender per via giudiziaria?

«Lo dicono i suoi promotori: la legge dev’essere uno strumento di educazione. Più corretto sarebbe dire di rieducazione».

Qualsiasi espressione critica nei confronti degli omosessuali, tipo «disapprovo i matrimoni gay» o «gli omosessuali non devono poter adottare» è omofoba?

«Basta vedere che cosa succede negli ordinamenti dove norme simili sono già in vigore. In Spagna nel 2014 il cardinale Sebastian Aguilar fu iscritto nel registro degli indagati proprio per aver pronunciato frasi di questo tipo. Negli Stati Uniti c’è una casistica imponente di perdita di posti di lavoro e di chiusura di esercizi commerciali da parte di chi esprime delle critiche».

C’è differenza tra espressione omofoba e omonegativa?

«È una distinzione presente nella legislazione attuale per la quale, se mi esprimo in modo offensivo nei confronti di una persona omosessuale, sono giustamente sanzionato. Ma questa distinzione scompare con la legge Zan perché tutto sarà considerato omofobo».

Quali sono i precedenti di reati d’odio nel codice penale?

«I reati previsti dalla legge Mancino. Ma qui il riferimento alla razza e all’etnia non è generico come quello all’identità di genere nel testo Zan».

Walter Veltroni ha scritto un libro intitolato Odiare l’odio: c’è un odio più legittimo di un altro?

«Le rispondo così: il diritto penale si basa sul fatto. Qui siamo nel campo dello stato d’animo. Cioè, un conto è giudicare un furto che è un dato oggettivo, un altro è pretendere di giudicare l’intera vita del ladro».

Si punisce uno stato d’animo senza una precisa connessione fattuale?

«Esatto, lo stato d’animo non è qualcosa di ben definibile, come un fatto concreto».

Le problematiche delle persone omosessuali sono il preambolo dell’affermazione di questa filosofia?

«Più che un preambolo sono un pretesto».

Concorda con il sociologo Luca Ricolfi secondo il quale il ddl Zan «è una sorta di cavallo di Troia perché introduce articoli non essenziali alla difesa degli omosessuali»?

«È così. Il quadro sanzionatorio è già completo in ogni sua articolazione. Non esiste nessuna necessità di implementarlo».

L’identità di genere è un passo verso una ridefinizione antropologica?

«Tre anni fa si è posta a carico del servizio sanitario la molecola che blocca lo sviluppo ormonale degli adolescenti che hanno problemi di percezione della propria sessualità. Con la legge Zan un genitore che manifesti al figlio perplessità per l’assunzione della triptorelina o il medico di famiglia che ne illustri gli effetti collaterali potrebbero essere perseguiti penalmente».

Attraverso la sanzione si attua un meccanismo intimidatorio verso chi dissente?

«Quale medico rischierà un processo penale e una sanzione disciplinare provando a contestare questa normativa?».

All’articolo 4 il ddl Zan salvaguarda la libera espressione delle opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee.

«È il capolavoro di questo testo per due ragioni. La prima perché è singolare che si introducano delle sanzioni penali e poi intervenga una clausola di salvezza dalle stesse. Questo rivela che anche il promotore avverte il rischio di un’applicazione arbitraria delle norme. E poi perché, nella fattispecie, si ribadisce qualcosa che è già previsto dall’articolo 21 della Costituzione».

Come va interpretato l’inserimento della tutela delle persone disabili in questo ddl?

«È il fatto che indigna di più perché tutti conosciamo i problemi che affliggono la quotidianità dei disabili. Il riferimento alla disabilità c’è solo nelle norme penali e non nell’assistenza in giudizio come persona offesa e riguardo alle iniziative nelle scuole».

È una foglia di fico?

«Il fatto che si chiami a sostegno la condizione di persone che non c’entrano nulla con l’impianto della legge dimostra che i promotori sono consapevoli della debolezza dei loro argomenti».

Come va interpretata l’istituzione della Giornata contro l’omolesbobitransfobia?

«Come abbiamo visto il 17 maggio questa giornata c’è già e coinvolge le più alte cariche dello Stato. La novità introdotta dalla legge è la celebrazione nelle scuole con annesso sostegno finanziario».

Parlavamo di rieducazione.

«Fin dall’età più bassa».

Qual è la vera posta in gioco?

«Una diversa idea di uomo. Il transumanesimo, l’autodeterminazione assoluta. Questa non è una faccenda per giuristi o per un ramo del Parlamento, ma qualcosa che deve far riflettere tutti, al di là dei ruoli istituzionali».

La Chiesa e il mondo cattolico si fanno sentire abbastanza?

«Una parte del mondo cattolico si fa sentire. Anche da parte dei pastori ci sono stati pronunciamenti espliciti. Ma i media mainstream ne riportano solo la parte più morbida. I cattolici dovrebbero accedere direttamente al magistero di Francesco. Che, in materia, si è espresso con chiarezza».

Come giudicherebbe questa legge Rosario Livatino, appena commemorato al Quirinale?

«Per capire il suo pensiero basta rileggersi la conferenza su “Fede e diritto” in cui dice che il diritto dev’essere fondato sul rispetto della natura dell’uomo. Spero che anche Livatino non diventi un santino, ma venga considerato per ciò che ha fatto e detto realmente».

 

La Verità, 22 maggio 2021

«Ddl Zan scritto male: i desideri non sono diritti»

Dirigente del Pd, valdostano, formato nelle comunità di base, militante dei diritti delle persone omosessuali, presidente dell’Arcigay dal 2007 al 2010 e ora di Equality Italia, Aurelio Mancuso è l’estensore dell’appello per la modifica del disegno di legge Zan sull’omotransfobia firmato da oltre 450 personalità dell’area del Partito democratico e di Italia viva, dalla regista Cristina Comencini all’ex presidente dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca, dalla filosofa Francesca Izzo all’ex sindacalista Giorgio Benvenuto.

Perché il vostro appello è rivolto al presidente della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari?

«Chiediamo di essere auditi almeno al Senato, visto che alla Camera non è avvenuto».

Risposte?

«So che la nostra richiesta verrà presa in esame».

C’è un comitato promotore?

«Il soggetto propulsore è una chat su whatsapp di persone di centrosinistra nata sul tema della maternità surrogata. Il lavoro su questo tema è sfociato nell’appello per la modifica del ddl Zan».

Perché la definite «una legge pasticciata»?

«Perché era nata per estendere le aggravanti previste dalla legge Reale-Mancino alle persone gay, lesbiche e trans».

Invece?

«Invece dall’iter della Camera si è via via trasformata in una legge che interviene sul sesso, sulle persone disabili e l’identità di genere. Si è appesantita a causa delle spinte nel Pd e nei 5 stelle».

Il punto che più disapprovate è il ricorso all’identità di genere?

«I punti di dissenso sono due: il modo di intendere il sesso e l’uso dell’espressione “identità di genere”. Sul primo punto è incredibile che le donne siano trattate come una minoranza. Qualche giorno fa in una videoconferenza sul Corriere.it Alessandro Zan ha detto che la legge può combattere anche la misandria».

L’ha evocata per stabilire una sorta di par condicio delle discriminazioni?

«Ma così ha equiparato la misoginia, che è un crimine, con la misandria, che ha rarissimi riscontri nella realtà».

Per i sostenitori del ddl il sesso va messo in relazione ai diritti, cioè a un’ideologia?

«È una componente della condizione umana sottoposta all’autodeterminazione da mettere in relazione alla sfera dei diritti. Noi firmatari dell’appello siamo convinti che questa visione, di derivazione anglosassone, non possa trasformarsi in una legge dello Stato».

Veniamo al secondo punto, l’identità di genere.

«Fino a qualche anno fa questa espressione riguardava i transessuali, persone che intraprendevano dolorosi percorsi di transizione, normati anche dalla legislazione italiana. Oggi sulla spinta dei movimenti Lgbt si sta affermando il concetto di genere percepito».

Semplificando, in base a come mi sento in un determinato momento decido se entrare in un bagno o in uno spogliatoio maschile o femminile?

«Ognuno è libero di sentirsi come gli pare, ma l’autopercezione non può diventare legge. Un conto è cambiare le norme sulla transizione che sono del 1982, un altro è dare dignità legislativa alla fluidità a seconda di come ci si alza al mattino. Le faccio un esempio…».

Prego.

«In Messico, siccome la percentuale minima di candidature femminili alle elezioni non era stata rispettata, una lista di soli uomini si è autoproclamata composta di tutte donne. Ripeto: ognuno può percepirsi come vuole, ma lo Stato ha le sue regole».

Diversamente dovrebbe fare una legge per ognuno dei numerosi generi ipotizzati dai movimenti Lgbt.

«Tutti siamo liberi di sentirci secondo i nostri desideri, ma i desideri non sono automaticamente diritti».

Un altro elemento controverso riguarda il linguaggio che potrebbe favorire atti discriminatori.

«In Europa e in America si è deciso di estendere le aggravanti che riguardavano le persone discriminate dalle dittature nazifasciste e comuniste alle persone gay, lesbiche e trans. Questo è l’alveo culturale».

Perché in Italia non basta integrare la legge esistente con le aggressioni a sfondo sessuale?

«Le varie maggioranze di destra e di sinistra che si sono susseguite non hanno mai voluto o avuto la forza di approvare le estensioni alla legge Mancino. Io resto dell’idea che la legge contro l’omotransfobia serva. Il problema è che questa è scritta male».

Scritta male o maliziosamente? Non crede che la tutela delle minoranze nasconda una minaccia alla libera espressione?

«Anche qui c’è da correggere un errore madornale. Tutto ciò che si dice contro gli omosessuali viene tacciato di omofobia. Invece, se dico che sono contro il matrimonio gay o che i gay non dovrebbero poter adottare dei bambini non uso espressioni omofobe, ma omonegative. Invece dire “i gay devono essere tutti bruciati” è istigazione all’odio».

Parlare di padre e madre è discriminatorio verso i bambini di persone omogenitoriali?

«Capisco alcune preoccupazioni però penso che il buon senso e i limiti garantisti del ddl eviteranno degenerazioni giuridiche. Dire che la famiglia è composta da padre e madre appartiene all’espressione del libero pensiero».

Non è troppo ottimista considerando che in tanti documenti al posto della desinenza che indica il sesso si inizia a usare l’asterisco?

«Io non lo uso e sono convinto che chi intenterà cause su questi temi le perderà. Insisto: se la legge l’avessi scritta io avrei puntato sulla prevenzione più che sulle sanzioni. Ricordiamoci che le vere vittime dell’omotransfobia sono le persone trans, uccise per strada perché obbligate a prostituirsi».

Lei parla di prevenzione, ma all’articolo 7 il ddl prevede l’istituzione della Giornata contro l’omotransfobia: lo scopo è l’indottrinamento gender dei bambini nelle scuole?

«La Giornata internazionale contro l’omofobia c’è già dal 2004. Quello che mi preoccupa degli articoli 7 e 8 è che nelle scuole si vada a propagandare la maternità surrogata e il self-identity. Siccome sappiamo che nel movimento Lgbt ci sono associazioni che propugnano la maternità surrogata, nell’appello chiediamo che questa propaganda sia vietata. Come, per esempio, ha fatto la regione Emilia Romagna governata dal centrosinistra, che in un comma ha precisato di non concedere contributi alle associazioni che promuovono la gestazione per altri».

Qualche giorno fa Marilena Grassadonia, esponente di Sinistra italiana e presidente delle Famiglie arcobaleno, ha detto che la legge Zan è solo il primo passo e che i successivi sono l’autocertificazione di genere e l’utero in affitto.

«Rispondo con una provocazione: se Arcigay e le altre associazioni Lgbt approvassero questo programma io riproporrei il matrimonio egualitario e la riforma della legge sulle adozioni. Purtroppo oggi, a causa della polarizzazione che spacca il fronte politico, è impossibile costruire percorsi riformisti. Anziché parlare dei diritti dei bambini, i veri soggetti deboli, si parla della gestazione per altri perché si privilegiano i desideri degli adulti».

Non si fa prima a rimettere al centro la famiglia?

«Con attenzione. La famiglia è anche una grande questione sociale. Io mi sono battuto per aiutare quelle numerose proponendo di aumentare gli assegni. Perché il centrodestra quando ha governato non ha approvato il quoziente famigliare? Oggi si fanno pochi bambini non per motivi ideologici, ma per motivi economici».

Con la Giornata contro l’omotransfobia arriveremo all’indottrinamento gender dei paesi anglosassoni?

«Sono stato in centinaia di scuole e ho constatato che pongono giustamente dei paletti. Nel nostro appello c’è scritto che bisogna promuovere l’educazione sessuale e alla salute all’interno di un lavoro curriculare sistematico. Non si deve fare propaganda. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti ci si sta accorgendo dei danni causati dall’uso dei bloccanti della pubertà e si comincia a fare marcia indietro».

Perché ha sottoscritto un appello all’Onu contro l’utero in affitto?

«Perché ritengo che comprare, vendere, o anche donare un bambino, come ipocritamente qualcuno dice, leda il diritto proprio del bambino. Se viene abbandonato lo aiutiamo. Ma decidere per contratto che vada a una coppia, etero o omo non m’importa, è una violazione del suo diritto a conoscere la madre che l’ha tenuto in grembo nove mesi. Il secondo aspetto criminale è che ci sono donne obbligate dai mariti e dalla condizione sociale, per esempio nell’Est europeo e nel Sud del mondo, usate come contenitore per fabbricare i figli dei ricchi».

La nostra società decide che si può sopprimere un embrione nel grembo materno e allo stesso tempo che lo si può impiantare a pagamento.

«Io difendo la legge 194, se mai andrebbe pienamente applicata. Ma il discorso ci porterebbe lontano. Sebbene creda che il desiderio di essere genitore vada rispettato, non è un diritto riconosciuto. Altrimenti le costituzioni lo prevederebbero. Se c’è questo desiderio diffuso di genitorialità, perché nel nostro Paese, dove ci sono bambini ancora negli istituti, non si mette mano alla legge sulle adozioni?».

Come spiega il fatto che Enrico Letta ha fatto del ddl Zan una delle battaglie prioritarie del Pd?

«Capisco che Letta sia arrivato quando il treno della legge era già partito, ma quando uno diventa segretario del più grande partito del centrosinistra avrebbe il dovere di ascoltare chi da più di un anno studia e lavora su questi temi».

Nel Pd non c’è confronto sull’argomento?

«Non c’è stato un vero dibattito, decidono gli eletti senza un’adeguata discussione. Per altro in un partito che è nato da culture diverse. È molto difficile riconoscersi su questi temi nel Pd».

Sono credbili coloro che dicono di approvare il ddl per poi migliorarlo? Questa legge comporta un salto di paradigma?

«Se la legge sarà approvata così vedremo come si comporterà il Pd negli step successivi. Quando, cioè, si comincerà a discutere di utero in affitto e di autocertificazione di genere. Vedremo se è già diventato un partito radicale di massa».

La discussione del primo maggio, giorno dei lavoratori, sul ddl Zan non è la prova che è già così?

«Diciamo che lo sta diventando. Ma anche questo è frutto di una tendenza sovranazionale. Da una parte c’è il sovranismo, dall’altra una serie di visioni minoritarie. In mezzo sono rimasti i riformisti e i liberali, schiacciati dalla polarizzazione dei rispettivi campi. Difendo Fedez che si è esposto, ma non può essere il santone del Pd. Lui fa il cantante e promuove le sue attività commerciali. Magari ce lo troveremo in politica. Se ci è arrivato Grillo…».

 

 

La Verità, 15 maggio 2021 (versione integrale)