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«Faccio politica per la mia famiglia: i follower»

In un appartamento di una palazzina a schiera tra Padova e la Riviera del Brenta vive Sara Piccione, 19 anni, 515 mila seguaci su TikTok e 336 mila su Instagram, candidata alle amministrative del 12 giugno con «Padova di Tutti», lista considerata «a sinistra del Pd». Ad attendermi, davanti alla casa della «Chiara Ferragni del Nordest», c’è Salim El Maoued, candidato sindaco e medico di origine libanese. Lei è la sua mutuata più famosa. Voce dolce, occhi da cerbiatto e unghie come lame di porcellana rossa, Sara è un cucciolo che può graffiare.

Mi racconti la tua giornata tipo?

Dopo colazione pubblico qualche storia per dare il buongiorno ai miei follower. Poi vado a scuola e anche da lì posto qualcosa o rispondo alle richieste di consigli. Quando torno a casa verso sera, faccio i video per TikTok e posto altre storie. È il mio lavoro, poi vado a cena.

Che scuola fai?

Ho fatto un corso di estetica di tre anni. Ora sto frequentando un altro anno per poter aprire un centro estetico.

Niente università?

Finito quest’anno vorrei prendere un diploma alla scuola serale che mi dia la possibilità di accedere all’università. A Ferrara c’è un corso di estetica.

In cosa consiste precisamente il lavoro d’influencer?

Se un brand mi chiama per una sponsorizzazione, ci mettiamo d’accordo sul tipo di collaborazione e scegliamo se pubblicare un post o una storia. È l’attività dell’imprenditrice digitale; nel caso di TikTok si chiama «content creator».

Immagino che tu ne tragga un guadagno.

A volte sì, a volte no, dipende dal brand.

Che tipo di brand ti contattano?

Della moda, in generale.

Che oggi si dice fashion?

Non proprio. La moda riguarda il vestire. Il fashion ha a che fare con le sfilate, le tendenze…

Scegli di postare su Instagram o TikTok in base al target o ai contenuti?

Ai contenuti. Su TikTok la maggior parte degli influencer sceglie tra comedy e balletti. Io invece metto insieme comedy, balletti e trend.

Fai tutto da sola o ti fai aiutare da un personal branding?

Mi arrangio da sola. Se ho bisogno di consigli chiedo alla mia agenzia.

Cioè?

Un’agenzia di influencer.

È una notizia.

Sono agenzie che ci aiutano e ci danno dei consigli. Trovano le collaborazioni, contattano i clienti che cercano le sponsorizzazioni, trattano con loro.

E se sei indecisa su un post chiedi a loro?

A volte suggeriscono qualche correzione o anche di evitare. Poi, però, decido io.

Come li paghi?

Si trattengono una percentuale.

Perché i tuoi post si concludono spesso con «Amori»?

È un modo carino di rivolgermi ai followers e farli sentire ancora più dentro la famiglia.

Cosa vuol dire esattamente?

Che non sono solo dei numeri, ma un gruppo di persone che mi seguono e magari si ispirano a me. Cercano dei consigli e tu un po’ gli fai da madre, da sorella maggiore, da migliore amica.

Amore e famiglia non sono parole un po’ impegnative?

No, perché? Sui social c’è gente che si è affezionata a me. Se li chiamassi semplicemente «ragazzi» potrebbe sembrare che non mi interessano abbastanza. Invece tengo a loro, ne ho conosciuti molti, non tutti perché abitano ovunque…

Su Instagram ci sono dei post più riflessivi e ispirati, che non c’entrano con la moda: è tutta farina tua?

A volte prendo spunto da un testo sul Web e lo modifico. Elimino ciò che non c’entra con me ed elaboro e propongo dei pensieri miei.

Che cos’hai tratto dalla partecipazione al Collegio di Rai 2?

Mi ha cambiato, sono cresciuta tanto. Prima ero molto timida, a scuola stavo sempre zitta. A 15 anni non uscivo di casa, non riuscivo a farmi degli amici. Dopo Il Collegio ho superato la timidezza e altre paure.

Tipo?

Parlo con i professori e… cose più private.

Perché hai deciso di candidarti alle elezioni di Padova?

Voglio aiutare i giovani e le donne.

Le ragazze?

Anche i ragazzi.

Da consigliere comunale quale sarebbe la tua prima proposta?

Metterei più tram di sera in modo che i giovani non debbano tornare a casa a piedi con la paura di imbattersi in uno spacciatore dietro l’angolo.

Che cosa vuol dire essere a sinistra del Pd?

Siamo una lista civica, né di destra né di sinistra. Io mi sento di centro.

Sei mai stata al Festival di Sherwood?

Non ho tempo, studio o lavoro con i social.

Conosci il centro sociale Pedro?

Ne ho sentito parlare, ma non è uno dei miei posti.

Mancano luoghi di aggregazione per i giovani?

Mancano soprattutto nelle periferie che sono ridotte malissimo. Serve qualcosa per unire i giovani, palestre comunali, sale studio… Questo è un altro dei miei obiettivi.

Conosci il nome di qualcuno che è stato importante per Padova?

(…) Lo sguardo si orienta verso El Maoued, che la incoraggia: «Su… un medico… Vincenzo Gallucci, il primo italiano a fare il trapianto di cuore…».

Il nome di Toni Negri ti dice qualcosa?

(…) Sempre El Maoued: «Devi saperlo!».

C’è bisogno di studiare…

Lo so. Nei giorni scorsi un giornale locale ha innescato una polemica.

Ti hanno criticata?

Hanno scritto che la mia candidatura è la prova della crisi della politica. Ma io non vedo alcuna crisi, perché per me e i miei followers la politica non è mai esistita. L’unica volta che si è occupata di noi è stato per chiuderci in casa, metterci in Dad e accusarci di essere gli assassini dei nostri nonni.

I followers sono elettori? Se ti votasse solo l’1 per cento saresti eletta.

La maggioranza di loro non sono padovani. Che problema c’è se un’influencer vuole rappresentare il disagio e le speranze dei giovani?

Di sicuro fai parte di un’operazione di marketing per la lista.

Sono stata io a dire a Salim: «Se vuoi ci sono». «Bisogna riconoscerlo», interviene El Maoued, «oggi la politica è anche questo. Siamo amici da sempre, la conosco da quando è piccola, quasi come fosse mia figlia».

Hai mai il dubbio di essere finita in un gioco più grande di te?

No. Sono convinta e decisa ad aiutare le giovani donne a essere più protagoniste.

Vuoi fare spettacolo o politica?

Non faccio politica. Provo ad aiutare i giovani visto che sono stati zitti per molto tempo. Il mio campo è lo spettacolo, che può rappresentare una possibilità per la mia generazione.

Cosa guardi in tv?

Reality e serie… il Grande fratello vip. Invece L’Isola dei famosi non mi piace.

Ti spedisco in convento?

M’incuriosisce, ma non l’ho ancora visto.

Le serie preferite?

Gossip girl mi piace un sacco. Poi La regina del sud e Sabrina. Tutte su Netflix.

Ti piacciono i Måneskin?

No, non mi piace la loro musica.

Che musica ti piace?

Blanco è molto bravo. Sono contenta che abbia vinto Sanremo.

Farai delle manifestazioni pubbliche durante la campagna elettorale?

Lavorerò soprattutto con i social. E poi, sì, a metà maggio dovrei presentare una serata in un parco della città con dieci band musicali.

Il tuo modello è Greta Thunberg o Chiara Ferragni?

Sono persone diverse. Mi piace Greta, però anche Chiara Ferragni ha aiutato tanti bambini. È una domanda difficile, vorrei essere un po’ tutt’e due.

 

Panorama, 4 maggio 2022

Sofia Viscardi, una teen ager che può far paura

Mi spiace, ma sto con Giampiero Mughini. E con le 80 copie di Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti, piuttosto che con i 2 milioni e oltre di seguaci nei vari social di Sofia Viscardi, intervistata con grande risalto dal Corriere della Sera. Sto con Mughini non per un vezzo snobistico, per una vezzosa scelta in favore delle minoranze di qualità alla Nanni Moretti in Caro diario. È che le folle mi fanno paura. Anzi, non è neanche questo. Dipende dalla qualità delle folle, da che cosa le mette insieme e le fa essere. In realtà, non mi convince proprio il mondo che diffonde Sofia Viscardi. Non tanto i social e il web, tout court. Quanti vantaggi portano, quanta velocità ci regalano, quanto apprendimento, a volerli sfruttare con intelligenza. Non mi convincono la mentalità, la cultura, il mood della social star. Sofia Viscardi ha concesso un’intervista ad Aldo Cazzullo di una paginata, intitolata: «Vi spiego chi sono i vostri figli». I miei hanno qualche anno di più dei suoi 19, ma lo stesso il titolo mi ha attirato. Ho letto e mi son detto: boh? Cos’è questo mondo orizzontale? Questa massa di follower? Conquisto «la loro attenzione, mica la loro anima», si è difesa lei. E meno male.

Su Dagospia Giampiero Mughini ha criticato il dialogo Giorello-Viscardi

Su Dagospia Giampiero Mughini ha criticato il dialogo Giorello-Viscardi

Perché su questo io sto con lo psichiatra Eugenio Borgna che ritiene condivisione, connessione e community, simboli della rivoluzione digitale, «parole che restano in superficie, che non colgono comunità reali». Chissà quanto ne ha coscienza la social star che snocciola meet-up interrotti dai carabinieri per eccesso di assembramenti e visualizzazioni a milionate. Andando avanti a leggere si trova una lunga serie di esperienze accumulate, di citazioni virtuali, di teen-scrittori, youtuber, Chiara Ferragni (che è la fidanzata di Fedez, in caso sfuggisse, lanciata da sua madre), di posti visitati. A 19 anni non ancora compiuti è stata in Marocco a Essaouira e Marrakech, conosce le Cicladi maggiori, le «spiagge ventose della Spagna e del Portogallo per fare kitesurf», Amsterdam. Una volta, con espressione oggi desueta, si sarebbe detto: una ragazzina viziata. Che ha cambiato quattro o cinque scuole superiori perché «rispondevo; e questo ai professori non piace». Che con la sua famiglia, per la morte del nonno, anziché celebrare il funerale ha fatto «un aperitivo con un po’ di musica: lui aveva voluto così».

A parte immaginare il classico «aborro» di Mughini, non sono principalmente spaventato da tutto questo apparato, da tutta questa liturgia radical chic. Anche, s’intende, ma solo in parte. Di più mi spaventa l’assenza di una domanda, di un cruccio, di una ferita, qualcosa di mancante, un moto di rabbia. Nel mondo pieno di esperienze e di precocità ma ultimamente piatto che trasuda dall’intervista latitano verticalità e profondità. Non c’è una sofferenza, un dolore, qualcosa d’inspiegato. Una surfista della parola. Una surfista dei social. Non c’è nulla di quello che Alessandro D’Avenia, da mesi ai primissimi posti della top ten con il suo saggio-romanzo su Giacomo Leopardi, chiamerebbe fragilità. Non so voi, ma io a una diciannovenne senza fragilità stento a credere. A ben guardare non è colpa sua se a milioni la seguono. È la fotografia del nostro tempo. Ma dobbiamo farci spiegare da una ragazza così chi sono i nostri figli? Non scherziamo.

Alessandro D'Avenia alla Gran Guardia di Verona (Anto/Fotoland)

Alessandro D’Avenia alla Gran Guardia di Verona (Anto/Fotoland)

Sono andato a rileggermi altre cose di Sofia Viscardi, scoprendo che nel giugno scorso, in occasione dell’uscita di Succede, titolo vagamente saccente del suo primo romanzo, il Corriere della Sera ha dedicato una lunga conversazione sulla Lettura tra lei e Giulio Giorello, nientemeno. Ciò che suscitò la reazione di Mughini di cui sopra. E certo, a pensarci: quante domande sull’impiego delle nostre energie migliori e sulla consapevolezza del ruolo educativo di noi adulti.

C’è solo un punto dove Sofia Viscardi lascia trapelare qualcosa, ed è dove risponde alla domanda se «crede nella vita dopo la morte». «Credo che ci sono cose che non possiamo sapere», ammette. Ma è un punto che sfila via perché subito dopo dice di non essere religiosa. Invece, riconoscere che esistono cose che «non possiamo sapere» è l’atto più razionale della ragione: ammettere la possibilità di qualcosa che non si riesce a misurare e controllare. Proprio questa umiltà della ragione è l’inizio del senso religioso, del porsi le domande sul perché della vita e della morte… Ecco: che oltre due milioni di persone seguano una ragazza così, mi fa pensare. E preoccupa.

Sto con Mughini, Borgna e D’Avenia, gente più fragile di Sofia Viscardi. Alla quale, peraltro, auguro tutto il meglio possibile.