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Dopo le dimissioni dei capi Trump querela la Bbc

Uno scontro internazionale in piena regola e di proporzioni inaspettate. La Casa Bianca contro la Bbc. Donald Trump che annuncia una querela miliardaria. Il presidente della tv britannica Samir Shah che sul caso in questione ammette «un errore di valutazione» e scarsa tempestività nella risposta dell’azienda. Il premier Keir Starmer, che tramite una portavoce, tenta di mediare e di placare l’ira del presidente americano negando che la Bbc sia «corrotta». All’indomani delle dimissioni dei vertici dell’emittente, il Ceo Tim Davie e la responsabile delle News Deborah Turness che, bontà loro, hanno ammesso le responsabilità, l’incidente diplomatico tra Washington e Londra è deflagrato. La manipolazione operata in un documentario di grande ascolto del discorso tenuto da Trump il 6 gennaio 2021, alla vigilia dell’assalto armato al Campidoglio, in cui lo si faceva passare per un fanatico violento, potrebbe costare caro alla British Broadcasting Corporation. Se la Bbc non si conformerà alle sue richieste, «il presidente non avrà altra alternativa», si legge nella lettera inviata alla Broadcasting house, «che far valere i suoi diritti legali ed equi, tutti espressamente riservati e non rinunciabili, anche avviando un’azione legale per un risarcimento danni non inferiore a un miliardo di dollari» (760 milioni di sterline).

Con il passare delle ore, l’irritazione dev’essere lievitata nello Studio ovale della Casa Bianca. Dopo una prima reazione, in cui sul suo social Truth aveva definito la Bbc «corrotta» e «disonesta», realizzando che ai suoi danni è stata compita un’azione studiata a tavolino, il tycoon ha deciso di passare al contrattacco. Nel documentario trasmesso alla vigilia delle elezioni del novembre 2024, nel seguitissimo programma di approfondimento Panorama si faceva dire a Trump che sarebbe stato pronto a partecipare alla protesta dei manifestanti di Capitol Hill «per combattere come un dannato». Il filmato ometteva invece la parte in cui il capo della Casa Bianca esortava i militanti a «far sentire la propria voce in modo pacifico e patriottico». In sostanza, un taglia e cuci fazioso. Un video truccato. Una fake news che completava una copertura della campagna elettorale già nettamente sbilanciata in favore dei democratici.
«Riconosciamo che il modo in cui il discorso è stato montato ha dato l’impressione di un incitamento diretto a un assalto violento», ha ammesso Shah in una lettera alla responsabile della Commissione parlamentare per la cultura e i mezzi d’informazione, Caroline Dinenage. «La Bbc vuole quindi scusarsi per quest’errore di valutazione. Faremo di tutto per recuperare la fiducia degli spettatori», ha concluso il presidente del Cda della televisione. Difficilmente questa ammissione basterà a placare la collera del capo della Casa Bianca. Pur provando a mediare, il premier Starmer ha tentato di difendere, tramite una portavoce, il prestigio della tv di Stato che a Londra è (o era?) un’istituzione ed è finanziata da un canone la cui entità è decisa dal governo. Il quale «sostiene una Bbc forte e indipendente; che ha un ruolo essenziale nell’era della disinformazione», ha affermato la portavoce, sottolineando che il gruppo deve perciò «garantire un’alta qualità» e «correggere rapidamente gli errori». Ci vorranno anni per recuperare la credibilità perduta.

Tutto era cominciato una settimana fa quando il quotidiano conservatore Telegraph aveva pubblicato un documento redatto da Michael Prescott, un importante giornalista inglese ex consulente per gli standard della tv britannica, nel quale si denunciavano le pesanti manipolazioni operate nella copertura della campagna elettorale americana, sul conflitto a Gaza e riguardo alla comunità trans. Un’opera di falsificazione ad ampio raggio. Prescott ha rivelato di aver scritto «quel promemoria per disperazione», dopo essersi dimesso da consulente per il controllo sugli standard dell’emittente. «E dopo aver constatato l’inazione del comitato esecutivo della Bbc quando i problemi erano stati denunciati perché si presentavano in modo ricorrente».

Oltre all’enorme caso Trump, polemiche stavolta all’interno dei confini nazionali ha suscitato anche l’informazione sul conflitto in Medioriente perché parti consistenti dell’opinione pubblica considerano il network troppo vicino alle istanze palestinesi. Nel febbraio scorso, a seguito delle proteste del pubblico, Bbc News ha deciso di rimuovere dal servizio di streaming un documentario sulla Striscia dopo che è emersa l’identità, fino a quel momento tenuta nascosta, delle fonti del filmato. Erano un bambino figlio di un funzionario del governo guidato da Hamas e la figlia di un capitano della polizia di Gaza.
È di qualche giorno fa, invece, la notizia della giornalista Martine Croxall, volto storico del telegiornale raggiunta da una lettera di richiamo per aver corretto in diretta una frase durante un notiziario del giugno scorso. L’iniziativa della giornalista aveva provocato la reazione di 20 telespettatori. La frase in questione, scritta dalla redazione, era «pregnant people» (persone incinte), che la conduttrice, leggendo il gobbo, aveva rettificato in «pregnant women» (donne incinte). Secondo i 20 reclami giunti all’emittente, l’errore dell’anchorwoman è stato accompagnare la correzione con una lieve smorfia del volto e un sopracciglio alzato, interpretate come disapprovazione e fastidio. Sui social media la polemica è presto lievitata. J.K. Rowling ha commentato: «Da oggi ho una nuova presentatrice preferita alla Bbc». La protesta dei telespettatori sensibili alle cause transgender ha innescato la procedura di verifica dei codici deontologici e degli standard di imparzialità che hanno coinvolto il desk della redazione Lgbtq (esiste anche questo) di Bbc News. Tutte policy aziendali di cui l’emittente va fiera. Il risultato della meticolosa indagine ha portato al richiamo della giornalista storica che dovrà riferire ai vertici, ora privi di Deborah Turness, dimessasi per qualcosa di più dell’inarcamento di un sopracciglio. Tuttavia, proprio la notizia delle dimissioni dei capi è, forse, l’unico elemento positivo della faccenda. Per il resto, insieme all’azione legale minacciata da Trump, il fragore provocato dal crollo del mito è assordante. Un mito di imparzialità e credibilità andato in frantumi a causa della militanza di giornalisti che si proclamano indipendenti. «No, non è la Bbc», cantava Renzo Arbore. Non lo è più.

 

La Verità, 11 novembre 2025

Sarà pure Realpolitik, ma sembra un talk di La7

Dopo 2 ore e 14 minuti di servizi e interventi la costruzione di Realpolitik è crollata come un castello di carte scosso da un urto al tavolo su cui era allestito. Il copione seguito fino a quel momento era tutta la Flotilla minuto per minuto, con l’abbordaggio della Marina militare israeliana e i collegamenti dalle piazze d’Italia, Roma, Milano e tutte le altre date per scontate, per dire che dietro la «missione umanitaria» c’è un’adesione diffusa e unanime. Questo schema si era protratto con pochi dissensi degli ospiti non allineati, quando Tommaso Labate ha dato la parola a Federico Rampini, collegato da casa sua negli States. L’abbordaggio alla Flotilla e l’adesione delle piazze alla missione era quello che si aspettava? «Devo dire che qui negli Stati Uniti se ne parla abbastanza poco», ha esordito lo scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, «se guardate il sito del New York Times, che pure è un giornale molto attento alle questioni internazionali e al Medio Oriente e con una linea editoriale pro palestinese, la Flotilla non è fra i dieci titoli principali. Qui si parla piuttosto del Piano per Gaza e della possibilità che Hamas lo accetti. Io seguo anche molti giornali internazionali e tutti, come anche qui in America, ritengono che il futuro del popolo palestinese dipenda più dal Piano Gaza che non dalle sorti della Flotilla». Castello crollato e gioco finito.
Fino a quel momento, il Pååiano per Gaza come pure l’intervento di Sergio Mattarella e la disponibilità del Patriarcato latino di Gerusalemme a distribuire il cibo ai palestinesi, non erano quasi stati citati. È bastato allargare lo sguardo per accorgersi che la narrazione dominante in Italia è frutto del provincialismo ideologizzato dei nostri media. Stupisce che, da qualche tempo, vi si stia accodando anche Rete 4, in particolare con il nuovo programma di Labate (mercoledì, ore 21,30, share del 5% e 650.000 spettatori). Walter Veltroni, Vincenzo De Luca, Virginia Raggi, Giuseppe Conte, Elly Schlein in collegamento e Maurizio Landini sono stati protagonisti dei faccia a faccia delle prime due puntate (3,7 e 3,6% di share). La terza, mentre scorrevano le immagini dalle barche degli attivisti e dalle piazze pro Pal e dopo un collegamento con Francesca Albanese, ha visto fronteggiarsi prima Debora Serracchiani e Galeazzo Bignami ai quali si è aggiunto Nicola Fratoianni, e poi due giornalisti di Libero e della Stampa, tra i quali è spuntato Stefano Bonaccini da Bruxelles. Il parterre di Realpolitik è un piano inclinato sempre da una parte. Anche per questo, oltre che per l’insistenza degli applausi in uno studio che ricorda quello di DiMartedì, vien da chiedersi se si è sintonizzati su Rete 4 o su La7.

 

La Verità, 3 ottobre 2025

«Il Papa a Gaza? Ascolterà lo Spirito Santo»

Teologo, già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger nella Congregazione per la dottrina della fede e poi durante il suo pontificato, don Nicola Bux conserva autorevolezza e lucidità di giudizio di quella stagione. Ieri ha letto l’intervista alla Verità nella quale Carlo Freccero racconta il suo sogno di vedere papa Leone XIV andare a Gaza a sporcare la sua veste bianca con il sangue della guerra.
Don Nicola, anche lei è un sognatore?
«Ho letto e sono ammirato di quanto Freccero ha espresso con singolare profondità, individuando il nodo della vicenda che credo sia non appena di Gaza, ma del mondo intero perché quello che accade lì è, in un certo senso, emblematico di ciò che accade nel mondo. Condivido soprattutto la convinzione di Freccero per il quale una nuova narrativa possa venire dalla religione».
Che cosa le fa venire in mente l’immagine del Papa pellegrino disarmato a Gaza?
«Mi ricorda il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 e le macerie del quartiere di San Lorenzo dove Pio XII si recò per portare consolazione alla popolazione. E mi ricorda anche Giovanni Paolo II che si recò a Sarajevo. Diciamo che entrambi gli episodi giustificano in qualche maniera il sogno di Freccero».
Al fianco di Pio XII c’era un giovane Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. La Chiesa sta dove il popolo è sofferente?

«Questo è il suo statuto fondativo. La parrocchia di Gaza è retta da don Gabriel Romanelli che appartiene all’istituto del Verbo incarnato. Questo istituto è famoso per stare nelle situazioni più emarginate del mondo. La parrocchia riunisce anche la presenza dei cristiani ortodossi. Don Romanelli ha ribadito che loro non si muoveranno da lì».
L’immagine di papa Pacelli con le braccia allargate tra la gente di Roma è rimasta nella storia.
«È così, certo. Tuttavia, all’indomani della sua elezione, nella messa in Cappella sistina con i cardinali, papa Leone XIV ha detto che “noi dobbiamo sparire perché Cristo rimanga”. Un’espressione molto importante. Che ci deve far riflettere perché purtroppo, nell’attuale sensibilità mediatica, una visita del Papa, qualsiasi Papa, avrebbe un forte impatto mediatico, ma potrebbe avere anche un contrappeso negativo, di appagamento dello spettacolo».
Freccero non la immaginava con questa inclinazione.
«
No, anzi. Ammiro la sua idea perché egli stesso ha detto che sarebbe espressiva di una religione che si fa carico del dolore dell’umanità a differenza delle altre due religioni, l’ebraica e l’islamica, incapaci di usare la misericordia perché prigioniere della legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente. Dicendo che si è dimenticato il comandamento “non uccidere”, papa Leone ha voluto richiamare la radice della guerra. Non dobbiamo avere paura a dire che questa radice si chiama peccato. Quando Freccero dice che la religione cristiana ha conservato una integrità dovrebbe includere che bisogna avere il coraggio di dire che la causa prima delle guerre, degli omicidi e delle violenze si chiama peccato. Proprio papa Pio XII diceva che “il peccato più grande nel mondo d’oggi consiste nel fatto che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato”».
Che immagine sarebbe quella di papa Leone XIV tra le macerie di Gaza?
«Sarebbe l’immagine replicata di Cristo presente nel mondo e nell’umanità sofferente. Certamente avrebbe una sua efficacia. Però, in realtà, non sarebbe nient’altro che un’enfasi di quello che la Chiesa già fa a Gaza. Don Romanelli, il patriarca Pierbattista Pizzaballa e gli altri religiosi orientali dimostrano che la Chiesa non abbandona il popolo».
È vero, la Chiesa è già presente in quella tragedia. Ma l’andarci di proposito del vicario di Cristo in terra potrebbe produrre anche un soprassalto emotivo?
«Non dubito che un atto del genere avrebbe tale impatto e porterebbe a riflettere. Tuttavia, occorre valutare ciò che rimarrebbe a carico di coloro che vivono lì tutti i giorni. I padri francescani, la comunità di cui fa parte il patriarca di Gerusalemme, da otto secoli sono nella Terra santa e, grazie alla loro minorità, al basso profilo, riescono a mantenere la posizione tra gli opposti contendenti. Perché, come mi hanno detto diversi cristiani del posto, il problema non è la guerra di Gaza ma la persistenza dei cristiani in quella regione».
Che cosa potrebbe smuovere una visita di papa Prevost a Gaza?
«Realisticamente, credo quasi nulla perché le parti non guardano al Papa come a un’autorità morale, ma come a un capo politico. Dai musulmani viene percepito come il capo dell’Occidente. Anzi, dalle fasce più estremiste, come il capo delle crociate. Gli ebrei non lo vedono come il vicario di Cristo, ma con sospetto, come una presenza che potrebbe interferire negli affari del Paese. Leone XIV dovrebbe calibrare l’iniziativa con i cristiani locali, soprattutto adesso che c’è una recrudescenza degli ebrei radicali contro i cristiani. In particolare, dovrebbe confrontarsi con il patriarca di Gerusalemme che è un profondissimo conoscitore del mondo ebraico».
Un gesto così potrebbe scalfire l’insensibilità di Benjamin Netanyahu e dei terroristi di Hamas?
«Forse sì, perché è vero che qualsiasi gesto dirompente può avere effetti imprevisti. Tutto è possibile. Il Papa potrebbe sentirsi ispirato a rompere degli schemi e a osare. Quando Paolo VI andò in Terra santa nel 1964 era ben conscio che sarebbe stato strumentalizzato. Però osò farlo dopo aver accuratamente preparato quell’azione. Le problematiche sono complesse».
Sarebbe un gesto profetico, una testimonianza oltre i protocolli della diplomazia che appartiene a una Chiesa del martirio?
«Quando si dice “gesto profetico” si dice Spirito santo. In passato vescovi e preti hanno promosso marce per la pace in luoghi di guerra, ma dopo tanti anni siamo al punto di prima. Il problema è la conversione del cuore dell’uomo a Dio, all’amore per il prossimo e alla grazia. Questo è un lavoro diuturno, non basta un gesto, per quanto eclatante. La Chiesa va in tutto il mondo a far conoscere il vangelo per far conoscere Dio. Questo cambia l’uomo perché quando si conosce e ama Dio non si fa la guerra».
Questa idea è poco realistica e nemmeno ipotizzabile?
«È ipotizzabile perché il Papa è assistito in modo speciale dallo Spirito santo. Se lo farà sarà perché si sarà sentito incoraggiato a farlo. Se non lo farà vuol dire che lo Spirito santo non gliel’ha suggerito».

 

La Verità, 21 settembre 2025

 

«Sogno il Papa che sporca la veste di sangue a Gaza»

Ci penso da giorni, settimane. E non se ne va, questo pensiero. Mi chiedo: che cosa accadrebbe se papa Leone XIV andasse a Gaza? Ora. Andasse fisicamente. E la sua veste bianca si sporcasse con il sangue della guerra? Dei morti ebrei e palestinesi, i due popoli che si odiano? È un pensiero che non se ne va: che cosa accadrebbe? Forse il mondo si fermerebbe. Tratterrebbe il fiato. Forse per un momento si fermerebbe anche l’odio. Lì, in quella terra. In quelle macerie dell’umanità. Dove la ferita è più profonda e purulenta, nella carne del mondo».

Da geniaccio visionario, Carlo Freccero immagina. Segue i voli della sua mente. È molto più che un ex vulcanico direttore di televisioni. Molto più dell’ex uomo di Silvio Berlusconi e dei primi palinsesti di Canale 5 e poi di La Cinq in Francia, di Italia Uno e Rai 2. Freccero è un intellettuale non allineato. In gioventù è stato credente, poi ha letto Jean Paul Sartre e si è allontanato. Oggi è un uomo di 75 anni che continua a studiare e a interrogarsi. A non arrendersi alle lascivie del nichilismo. E a farsi domande davanti alle sciagure del mondo. Il Covid. Le guerre. Le risposte delle ideologie con le loro pretese di aggiustare i popoli a immagine e convenienza delle élite. Risposte sempre più insufficienti e che, alla fine, con le loro agende e i loro reset, producono nuove violenze come abbiamo visto con l’assassinio di Charlie Kirk. E nuovi soprusi, come vediamo attraverso la manipolazione continua dell’informazione, ultimo caso i droni russi che avrebbero provocato la distruzione di un’abitazione in Polonia e armato l’operazione Sentinella dell’Est della Nato. E allora, dice Freccero: «Solo la religione, anzi, solo il cristianesimo può, forse, rappresentare una novità».

Ripartiamo da quel pensiero che non se ne vuole andare.

«Anzi, si precisa progressivamente in forza di altri fatti».

Per esempio?

«Gliene faccio uno molto importante, che hanno visto tutti, ma che l’informazione unica ha stolidamente ignorato».

La ascolto.

«Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha concluso l’ultima Mostra del cinema invitando a parlare in un videomessaggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il quale ha richiamato la cronaca di tutti i giorni e le immagini continue “che parlano di morte, dolore e distruzione. Siamo talmente pieni di dolore che sembra non esserci spazio per quello di altri, un clima di odio sempre più profondo nelle popolazioni ebree e palestinese”. E poi ha detto soprattutto un’altra cosa, il cardinale».

Quale?

«Che c’è bisogno di una nuova narrativa e di nuovi linguaggi per provare a sconfiggere questo odio».

La politica non ce la fa?

«No. E questo è l’altro fatto che consolida la mia riflessione. Lo vediamo tutti i giorni. Lo tocchiamo con mano. Anche Donald Trump con tutto il suo impegno, tutti i suoi interessi e tutto il suo narcisismo, non ce la fa. È chiaro, no? Netanyahu invade Gaza con la ferocia che vediamo e lui risponde che non sa e deve informarsi. È un modo ambiguo di camuffare la sua impotenza, di fatto lasciando andare le cose. Lo stesso sta accadendo con Putin e Zelensky».

E allora?

«Allora le parole di Pizzaballa hanno approfondito il mio tarlo. Solo la religione può essere questo nuovo linguaggio, questa nuova narrativa. Che cosa accadrebbe se Leone XIV andasse a Gaza, con la sua veste bianca. A sporcarla con il sangue della guerra e dei morti. Che cosa accadrebbe se andasse lì, se si inginocchiasse tra le macerie, pellegrino inerme, nel posto dove la ferita è più profonda e lacerante?».

Le rigiro la domanda.

«Penso che saremmo costretti a fermarci. Tutti. Penso che il mondo trasalirebbe. Avrebbe un attimo di stupore. Di sospensione. Forse lo avrebbe anche Netanyahu e lo avrebbero anche i terroristi di Hamas. Lo spero. Voglio crederci».

In questi giorni il Santo Padre ha detto che a Gaza c’è «una situazione inaccettabile» e che «Dio ha comandato di non uccidere».

«Esattamente. E la sua voce è la più forte e potente. Ma io mi domando, senza voler essere né presuntuoso né invadente – lo so che il rischio di sembrarlo è molto elevato ma va bene, rischio – mi domando: perché non far seguire un grande gesto, una grande testimonianza a queste parole, a queste esortazioni. In fondo, perché è stata geniale l’idea di Buttafuoco alla fine della Mostra del cinema? Perché, invece di appiattirsi sui soliti proclami e i soliti conformismi degli attori con la kefiah o dei patetici militanti della Flotilla schierati da una parte sola, ha coinvolto uno che vive lì».

In fondo, se vogliamo accentuare la visionarietà, la suggestione della sua idea, è il metodo dell’incarnazione cristiana.

«In un certo senso sì. Leone XIV ci metterebbe il suo corpo, la sua persona fisica. Da pellegrino disarmato. A me vengono in mente anche le crociate».

Questa sarebbe una crociata disarmata.

«Come posso dire: una crociata mistica».

Ricorderebbe anche un’immagine del Vecchio Testamento, quella di Abramo che sale al monte per il sacrificio di Isacco.

«Questo lo lascio dire a a lei. Però il riferimento al sacrificio ci può stare».

Per altro, sebbene nella sua prima intervista abbia precisato che è necessario fare una «una distinzione tra la voce della Santa Sede che promuove la pace e il ruolo di mediatore, che è molto diverso e non è altrettanto realistico», papa Leone XIV si è anche detto «molto consapevole delle implicazioni di pensare al Vaticano come a un mediatore».

«Infatti, anche questo mi fa sperare. Tuttavia, il pellegrino disarmato è più del mediatore. La mediazione appartiene ancora alla sfera della politica e della diplomazia. Che, certo, può essere molto importante, in una situazione come questa. Invece, la mia provocazione ha più a che fare con la sfera della testimonianza e del sacrificio».

Però io le faccio due obiezioni. La prima: noi siamo nessuno e ignoriamo quali implicazioni avrebbe ora un viaggio del Papa a Gaza. Ricordiamoci che stiamo parlando del Vaticano, stiamo peccando di superbia.

«È vero, è così. Siamo ignoranti e possiamo apparire anche arroganti, lo so. Ma direi in un altro modo: siamo ingenui. E l’ingenuità ha una sua purezza e una sua forza».

Ha la forza bambina della speranza, direbbe Charles Péguy.

«Mi dica la seconda obiezione».

Il Papa non può essere l’aggiustatore del mondo. Lo dice e lo ripete, il suo compito è innanzitutto testimoniare Cristo all’umanità, confermare la fede nelle persone.

«E il suo andare lì, nel luogo della croce, nel Calvario contemporaneo, non sarebbe una grande testimonianza a Cristo?».

Bisogna capire che cosa ne pensa il Papa, qual è il suo primo e vero compito.

«Non tocca certo a noi suggerire nulla, ci mancherebbe. Ma a me pare che il punto sia la differenza della testimonianza cristiana in un mondo in cui le altre grandi religioni vengono piegate all’odio. Invece, il messaggio cristiano è amore. La Terra santa è la terra delle grandi religioni monoteiste, ma solo il cristianesimo conserva questa integrità. Però, forse per reazione alle crociate o anche all’Inquisizione, si è intimidito, abbandonando il pensiero forte e scegliendo il silenzio. È proprio questo il paradosso».

Quale?

«Che in una fase di integralismi e fanatismi crescenti rimane zitta l’unica fede che predica amore anziché odio. La Chiesa ha sempre dato asilo ai fedeli di tutte le confessioni. Il patriarca è rimasto a Gerusalemme, non solo come scudo delle vittime, ma anche a testimonianza dell’identità cristiana, di accoglienza e amore. Mi spingo a dire che certamente anche Pizzaballa sarebbe felice della visita di Leone XIV».

Il cui pontificato sarebbe profondamente segnato da quel gesto.

«Penso di sì. Ma ripeto, con umiltà e ingenuità, non sarebbe un bel modo di caratterizzarlo?».

 

La Verità, 20 settembre 2025

«Foa chiuso dalla Rai perché privo di affiliazioni»

Luca Ricolfi è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, insegna Analisi dei dati all’università di Torino ed è stato collaboratore di Giù la maschera su Radio 1 ideato e condotto dall’ex presidente della Rai Marcello Foa.
Professore, che cosa pensa della chiusura del programma?
«Sono sconcertato, non ne capisco le ragioni. Ma l’aspetto più inquietante è il silenzio che è immediatamente calato sulla vicenda. Nessuna spiegazione da parte dei vertici aziendali, nessuna presa di posizione pubblica da parte del mondo politico. Come già accadde nel caso del professor Marco Bassani, punito dall’Università per un tweet politicamente scorretto, la solidarietà verso il censurato arriva solo per vie private, da colleghi o amici che, però, di prendere una posizione pubblica non se la sentono proprio. Possiamo leggere tutto questo come indice di vigliaccheria, conformismo, opportunismo. Ma come sociologo mi sembra di poter dire che la radice non è individuale – ognuno fa i conti con la dotazione di coraggio e indipendenza di cui dispone – ma sociale: negli ultimi 5-6 anni, complice il Covid e due guerre drammatiche, nelle nostre civilissime società democratiche si è instaurato un clima di intimidazione e di paura che ci rende tutti più prudenti, timorosi di assumere posizioni che qualcuno potrebbe giudicare inaccettabili, con conseguente emarginazione di chi le professa. Anche in una cena privata, siamo tutti più guardinghi di un tempo. E se ci invitano a firmare un appello, troviamo difficile sottrarci, perché il clima è intimidatorio e manicheo».

Lei è stato tra gli opinionisti fissi del programma: ha interrotto la collaborazione perché si era trovato male?

«Assolutamente no, mi ero trovato benissimo, il mio ritiro è stato dovuto soltanto a ragioni personali, di scarsa compatibilità con altri impegni.

Che cosa apprezzava di più e cosa di meno del programma?

«Due cose apprezzavo più di altre. La prima è che, pur avendo a disposizione un’ora di tempo, Foa non è mai caduto nella tentazione del <minestrone> di argomenti, come fanno tanti programmi. E sa come mai poteva reggere un’intera ora su un unico argomento? Perché dietro quell’ora c’era tantissimo lavoro dello staff – Nancy Squitieri, Mauro Convertito e altri – che permetteva al conduttore di approfondire il tema, anziché toccarlo superficialmente per poi passare ad altro. Senza contare il valore aggiunto della sondaggista Alessandra Ghisleri, una miniera di informazioni sugli atteggiamenti della popolazione. La seconda cosa che apprezzavo è la scelta dei temi, compresi i tre tabù di questi anni: Covid, Ucraina, Gaza (per non parlare dei tabù minori come Vannacci e l’annullamento delle elezioni in Romania. Ora che ci penso, forse è questo che è stato fatale al programma. Perché Giù la maschera non solo non evitava gli argomenti tabù, ma li affrontava senza la pretesa di indicare il punto di vista corretto».

Mentre collaborava, e anche dopo se ha continuato a seguirlo, immaginava che avrebbe potuto incontrare degli ostacoli?

«Non mi è mai venuto in mente, il programma era ok e Foa un ex presidente Rai».

Cosa pensa del fatto che i dirigenti della Rai non abbiano spiegato all’interessato il motivo della decisione?

«Non mi stupisce, a me sono capitate cose consimili: quando il tuo interlocutore non vuole darti retta, preferisce sparire piuttosto che dire dei no espliciti. È il classico mix italiano di maleducazione, sciatteria, superficialità. Però il caso di Foa va oltre, perché è stato presidente della Rai. Liquidarlo senza una parola è un gesto di arroganza che la dice lunga sui tempi che vive la tv pubblica. E pure sui tempi che viviamo in generale: succede anche all’università, quando un professore sta per andare in pensione – e quindi non conterà più nulla nei concorsi – spesso la deferenza si tramuta repentinamente in indifferenza».

Foa dice che il programma è stato chiuso perché troppo indipendente, concorda?

«Temo che la ragione sia più sottile: non è il suo programma ad essere troppo indipendente, è lui che è troppo libero. Può sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Il problema di Foa è che non è organico né alla destra né alla sinistra, e quindi non ha la protezione che deriva dall’appartenenza. Penso che se avesse avuto una affiliazione, non importa se a destra o a sinistra, il suo programma sarebbe stato difeso con le unghie e con i denti».

Disturbava poteri e ambienti che non potevano tollerarlo?

«Non più di altri scrittori, studiosi o conduttori tv. Il nodo non sono le sue idee, ma la non affiliazione, la non organicità. Possiamo mettere la cosa anche in altro modo. Prendiamo il caso dell’Ucraina. Posizioni anti-occidentali, o ben lontane dalla fedeltà atlantica, sono state più volte espresse anche da persone di sinistra: Massimo Cacciari e Luciana Castellina, ad esempio. Ma nessuno li ha mai lapidati con l’accusa di putinismo, che invece implacabilmente colpisce tanti altri».

Perché?

«Ma è semplice: perché sono dei nostri, appartengono alla cerchia dei progressisti, la loro fede democratica è fuori discussione. Quindi possono dire quel che vogliono, nessuno li accuserà di alcunché. Se invece le stesse cose o cose consimili le dice, o permette che vengano dette, una persona di destra, o accusata di sovranismo, o semplicemente non schierata, scatta la demonizzazione. Che rimane relativamente sopportabile se quella persona ha una contro-appartenenza (ad esempio è iscritta alla Lega, o a Fratelli d’Italia), ma diventa un macigno se quella persona non ha una cerchia che la protegge. Detto brutalmente: nel clima attuale, essere liberi è molto più pericoloso che essere di destra».

Condivide la riflessione di Foa quando dice che poteva aspettarsi un trattamento di questo tipo da una Rai con una dirigenza di sinistra ma non da una Rai con una governance di destra?

«No, su questo la penso diversamente. Non credo che, sul piano culturale, la destra sia più liberale della sinistra. Semmai è meno organizzata, e ha meno truppe».

TeleMeloni, ammesso che ci sia visto che rinnova poco rispetto alle gestioni precedenti, fa notizia perché cancella un irregolare di destra?

«La notizia sarà già sparita dai radar quando questa intervista verrà stampata».

Hanno ragione quegli osservatori che si aspettavano un cambio di passo più netto nella gestione della tv pubblica?

«Direi di no. Quegli osservatori hanno confuso le loro speranze con la realtà».

A suo avviso, questa vicenda è sintomo di qualcosa di più generale?

«Sì, ma è qualcosa di generico e composito: l’arroganza del potere, il disprezzo per la cultura, forse anche il ricambio generazionale negli enti pubblici. Tutte cose di cui la trasmissione Giù la maschera non è l’unica vittima».

Nella gestione dei fondi ministeriali del cinema e nella direzione di alcuni enti culturali qualche segnale di novità si inizia a vedere. È ancora troppo poco?

«È ancora troppo poco, ma è comunque un inizio. Del resto fare peggio del centrosinistra era quasi impossibile».

Alcuni commentatori hanno apprezzato il discorso tenuto da Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, qualcun altro ha osservato che il premier è più efficace quando parla di quando opera in concreto. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che Giorgia Meloni sia altrettanto efficace quando parla davanti a un grande pubblico e quando agisce. Semmai il problema è che i media si occupano molto di quel che dice, pochissimo di quel che fa. Specie se quel che fa è poco spettacolarizzabile, come i primi passi del piano Mattei, o le innumerevoli micro-misure in campo economico-sociale».
Nel contesto di apparati e burocrazie anche internazionali controllati dalla sinistra, bisogna concedere a questo governo un margine di tempo maggiore perché possa essere incisivo?

«Sì, 5 anni non bastano. Ma il problema non sono solo gli apparati e le burocrazie internazionali controllate dalla sinistra, c’è anche il problema delle piccole guerre fra alleati di governo, lo stillicidio di polemiche minori senza che emerga in modo chiaro qual è il disegno del centrodestra, quali sono gli ostacoli da superare, quali sono gli obiettivi realistici».

Se dovesse dare un consiglio non richiesto a questo governo che cosa suggerirebbe?

«Di non nascondere o negare quel che ancora non è stato fatto, e di usare precisamente il non-fatto per chiedere un secondo mandato. Come fece a suo tempo – con successo – il premier riformista Tony Blair».

 

La Verità, 31 agosto 2025

«È una guerra di religione, non contro Netanyahu»

Fuorissimo dal coro, Magdi Cristiano Allam è stato vicedirettore del Corriere della Sera ed europarlamentare, nel 2008 si è convertito al cristianesimo e da vent’anni vive sotto scorta. Nell’ultimo libro, Un miracolo per l’Italia (Casa della civiltà), parla di crisi demografica, potere della finanza speculativa, suicidio della civiltà europea. Oggi è anti islamico senza se e senza ma. Ancora di più dopo il raid terroristico del 7 ottobre.

È stata Hamas a minacciarla vent’anni fa?

«Sì, nel marzo 2003 mi aveva condannato a morte per le mie critiche agli attentati terroristi suicidi.

Da allora lo Stato italiano, che ringrazio, mi ha dato una scorta affidata all’arma dei Carabinieri. In seguito, in base alle informazioni dei suoi organi, ha deciso di mantenerla».

Che cosa sta succedendo in Israele?

«C’è una guerra scatenata dal terrorismo islamico, con l’eccidio di bambini, donne e anziani bruciati e decapitati, che ha come scopo la distruzione dello Stato ebraico perché Hamas ritiene che Israele sia un territorio occupato islamico».

Il raid di Hamas è immotivato?

«Chiariamo che il terrorismo non è mai di natura reattiva, ma sempre di natura aggressiva. Dal 2005 Israele ha abbandonato la Striscia di Gaza, perciò questa non è una guerra giustificabile dall’occupazione di territori».

Secondo alcune analisi è il comportamento d’Israele la causa dell’azione di Hamas.

«È totalmente infondata la tesi che vede Israele come uno Stato colonialista che avrebbe usurpato i territori dei palestinesi. Israele nasce nel 1948 sulla base di una legittimità internazionale certificata da una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che si basa sulla divisione del territorio chiamato Palestina mandataria in due stati: lo Stato ebraico, sottolineo ebraico, e lo Stato arabo, non palestinese. Fino al 1947 il termine palestinese politicamente non esisteva. Nella storia non sono mai esistiti né uno Stato né un popolo palestinese. Sono entrambi concetti contemporanei. Gli ebrei hanno comprato dei territori dai proprietari arabi e ne sono diventati legittimi proprietari».

Se al posto di Benjamin Netanyahu ci fosse stato un altro leader l’attacco sarebbe avvenuto ugualmente?

«Certo. Non è un’iniziativa di natura politica né territoriale, ma una guerra islamica che attinge dal Corano, che è un testo profondamente antiebraico, e da Maometto che è stato uno stragista degli ebrei».

Perché l’azione iniziata da Hamas si chiama «Tempesta Al-Aqsa»?

«Al-Aqsa è il nome arabo della moschea che sorge a Gerusalemme. Secondo il Corano, nel 621 Maometto sarebbe arrivato alla moschea Al-Aqsa in sella a un cavallo alato proveniente dalla grande moschea della Mecca, e da lì sarebbe asceso al settimo cielo per incontrare Allah, negoziando con lui il numero di preghiere a cui i musulmani sono tenuti».

Questo è il preambolo coranico.

«Destituito di ogni fondamento: nel 621 a Gerusalemme non c’era nessuna moschea. La prima struttura di Al-Aqsa risale al 705, ovvero 84 anni dopo».

Questa guerra deriva dal fanatismo religioso?

«Non è fanatismo perché tutti i musulmani credono che Israele occupi indebitamente la moschea di Al-Aqsa, Gerusalemme, che considerano una città santa islamica, e tutto il territorio dello Stato ebraico».

Per questo i terroristi non gridano «libertà per la Palestina», ma «Allah Akbar»?

«Esatto. Prima di perpetrare qualsiasi atrocità inneggiano ad Allah, proclamano che è il più grande».

Qual è il vero obiettivo di Hamas? O è più corretto parlare di fondamentalisti islamici?

«Abbiamo visto che anche i terroristi islamici di Hezbollah libanese sono intervenuti. A sostegno di entrambi, Hamas ed Hezbollah, l’Iran ha detto chiaramente che si arriverà al trionfo sul regime sionista. Ovvero a eliminare Israele dalla carta geografica».

Se la si osserva si vede che nel Nordafrica e nel Medio Oriente Israele è l’unico Stato non musulmano.

«Sì, anche se Israele, che nasce come Stato del popolo ebraico, a seguito della prima guerra arabo israeliana del 1948, ha inglobato la Galilea dove sorge una comunità araba prevalentemente islamica. La conseguenza è che Israele è uno Stato multiconfessionale. C’è una maggioranza di ebrei, i musulmani sono un po’ meno del 20% e poi ci sono dei cristiani».

Israele è anche l’unica democrazia di quell’area.

«Nel Parlamento israeliano ci sono deputati islamici, alcuni persino contrari al diritto d’Israele a esistere».

Questa crisi si ferma in Medio Oriente?

«No, perché il radicalismo islamico ha attecchito anche in Europa. L’eventuale vittoria di Hamas contro Israele scatenerebbe inevitabilmente i terroristi in Europa allo scopo di sottometterla all’islam. Per questo la guerra che Israele sta subendo ci riguarda tutti».

La reazione di Israele sarà una vendetta?

«Ha detto bene, reazione. Il 7 ottobre il terrorismo islamico palestinese ha scatenato una guerra. Fino a oggi i civili israeliani uccisi sono 1.300 circa, ma è un bilancio destinato a salire. Dal 1948 al 6 ottobre 2023 il totale dei civili israeliani uccisi era di 1723. In una settimana, i civili morti in quattro guerre arabo israeliane, una con il Libano e due intifade, sono quasi pari. Questo ci fa capire il dramma che gli israeliani stanno vivendo».

L’idea di negoziare per arrivare a «due popoli, due Stati» è definitivamente naufragata?

«Chi dice che bisogna arrivare rapidamente al cessate il fuoco e a negoziati di fatto sostiene Hamas e ne legittima le azioni. Se Israele negoziasse con Hamas la legittimerebbe e si condannerebbe all’estinzione. Perciò, non ha altra scelta che vincere questa guerra in modo totale. L’Occidente deve sostenere Israele perché ciò che oggi sta subendo domani potrebbe accadere a noi in casa nostra. Diversamente, s’innescherebbe un processo a valanga che porterebbe alla negazione del diritto all’esistenza di tutti coloro che non si sottomettono al radicalismo islamico».

L’immigrazione dal Nordafrica è funzionale a questa strategia?

«Lo è. Ci sono tre fattori da considerare a riguardo. Il primo è il tracollo demografico europeo e in particolare italiano che crea un vuoto che viene colmato dalla cosiddetta accoglienza di milioni di clandestini prevalentemente islamici. Il secondo è che l’Europa è già profondamente islamizzata perché si è concessa ai musulmani una cittadinanza facile consentendo loro di avere una rete diffusa di scuole coraniche e moschee al punto che oggi, per esempio nel Regno unito e in Francia, ci sono aree islamizzate dove neppure la polizia entra».

E il terzo fattore?

«È che gli attuali governanti europei rappresentano in modo esplicito o implicito lo strapotere della grande finanza speculativa che promuove il Nuovo ordine mondiale tramite l’abbattimento degli Stati nazionali, lo scardinamento delle identità localistiche, l’omologazione dell’umanità in un meticciato universale. Questo porta le popolazioni europee a essere senz’anima e senza identità, perciò facile preda dei più arroganti e violenti».

Profughi e migranti non sono persone che scappano da miseria e fame più che militanti fondamentalisti?

«Le Procure italiane hanno accertato che tutti i clandestini in partenza dalle coste libiche per salire su imbarcazioni fatiscenti, talvolta perdendo la vita, pagano agli scafisti circa 3.000 dollari a testa. La Procura di Crotone, in riferimento al naufragio di Cutro, ha certificato che ciascuno dei 200 clandestini aveva pagato circa 8.000 dollari. Chi paga questi soldi non può essere un morto di fame. È una strategia d’invasione, anzi di auto-invasione, perché siamo noi che la promuoviamo».

In che senso?

«La consentiamo sapendo che dietro c’è la strategia pianificata da chi vuole destabilizzarci, promuovendo la sostituzione etnica e l’islamizzazione demografica dell’Europa».

È il complotto del piano Kalergi?

«Negli anni Venti il filosofo e politico austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi previde che la popolazione futura europea non sarebbe stata autoctona, ma una popolazione negroide-euroasiatica. Kalergi viene citato come fondatore del paneuropeismo, come il pioniere dell’Unione europea. Ma la mia riflessione non è un’analisi complottista che viene da lontano, leggo i fatti reali del presente».

L’ex ministro dell’Interno ed esponente del Partito democratico Marco Minniti dice che i terroristi non arrivano con i barconi, ma sono immigrati di seconda generazione, perciò il vero antidoto è l’integrazione.

«Sia il terrorista islamico che ha perpetrato la strage di Nizza nel luglio 2016 che quello che ha provocato la strage al mercato di Natale a Berlino sempre nel 2016 provenivano da Lampedusa. Tra coloro che arrivano con i barconi ci sono anche terroristi islamici, lo ha detto qualche giorno fa anche il ministro Matteo Piantedosi. Parlando d’integrazione ricordiamo che in prima fila alle manifestazioni pro Hamas in Europa, compresa quella di Milano dell’11 ottobre, ci sono giovani musulmani di seconda generazione con cittadinanza italiana. Evidentemente non si sono integrati».

Quali sono i centri di reclutamento e diffusione del fondamentalismo?

«Principalmente le moschee perché vi si predica ciò che Allah prescrive nel Corano e Maometto ha fatto e detto. Concetti che ispirano all’odio e alla violenza nei confronti dei miscredenti, cioè tutti i non musulmani a partire dagli ebrei dai cristiani».

Nel giugno del 2014 convocati da papa Francesco il presidente israeliano Shimon Peres e il leader palestinese Abu Mazen piantarono insieme un ulivo come simbolo di pace. Perché non è stato un nuovo inizio?

«Nella storia contano i fatti concreti. Nel settembre del 1993 il leader israeliano Yitzhak Rabin e quello dell’Olp Yasser Arafat si strinsero la mano davanti a Bill Clinton per suggellare gli accordi di Oslo. Nel 2000 lo stesso Arafat rifiutò di sottoscrivere a Camp David un accordo di pace con l’allora premier israeliano Ehud Barak. Un accordo che concedeva ai palestinesi uno Stato sul 97% dei territori occupati nel 1967 e la capitale nel settore orientale di Gerusalemme. Arafat preferì assecondare i terroristi pregiudizialmente contrari all’esistenza di Israele».

Nel suo libro Un miracolo per l’Italia cita Ben Gurion, fondatore dello Stato d’Israele: «Chi non crede ai miracoli non è realista». Cosa ci dice questo realismo a proposito di questa guerra?

«La nascita di Israele è stata un miracolo dopo 2000 anni di diaspora del popolo ebraico. Mi auguro che possa un giorno prevalere la pace tra israeliani e palestinesi. Ma me lo auguro nella consapevolezza che la conditio sine qua non è che vengano sconfitti ed eliminati i terroristi islamici e i terroristi palestinesi tout court. Perché sono loro a essere contrari alla pace».

 

La Verità, 14 ottobre 2023