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Perché «Er gol de Turone» non va mai in archivio

Lui, Maurizio «Ramon» Turone, il suo gol non l’aveva mai rivisto in questi 40 anni e più. Per non acuire la percezione netta dei romanisti di essere stati defraudati di una rete valida e della probabile conquista dello scudetto, stagione 1980-81, invece andato alla Juventus. Lo ha fatto in occasione di Er gol de Turone era bono, documentario di Francesco Miccichè e Lorenzo Rossi Espagnet, presentato alla Festa del cinema di Roma e riproposto domenica su Rai 1 (ora su Raiplay). È domenica 10 maggio 1981, dopo un intero campionato a rivaleggiare, al Comunale di Torino si gioca Juventus-Roma, ultima occasione della squadra di Paulo Roberto Falcao e allenata da Nils Liedhom di scavalcare la Juventus di Zoff, Gentile, Cabrini… con Giovanni Trapattoni in panchina, al momento avanti di un punto. I bianconeri sono ridotti in dieci per l’espulsione di Beppe Furino quando, al 27° del secondo tempo, Turone insacca su imbeccata di Roberto Pruzzo. L’arbitro Paolo Bergamo convalida la rete, ma il guardalinee Giuliano Sancini tiene la bandierina alta per il fuorigioco.

Attraverso le testimonianze dei protagonisti, gli juventini Cesare Prandelli e Andrea Marocchino, i romanisti Falcao, Pruzzo e Conti, i ricordi di Enrico Vanzina e Paolo Calabresi, tifosi della Roma, dei giornalisti sportivi, compreso Gianni Minà che intervista Giulio Andreotti, il documentario, inclinato da parte romanista, presenta il «cold case» del calcio italiano. In realtà, sebbene ci fossero già stati segnali di direzioni arbitrali discutibili, tipo quelle di Concetto Lo Bello, il gol di Turone è il peccato originale, la matrice di una serie di episodi successivi in partite decisive per l’assegnazione del titolo, tutti dello stesso segno (dal rigore negato all’Inter per il fallo dello juventino Juliano su Ronaldo, al gol non visto di Muntari in un Milan Juventus, fino alla mancata espulsione di Pjanic in un altro Inter Juventus). È questo il motivo per cui quell’annullamento non sarà mai acqua passata. All’epoca non c’era il Var, unica tecnologia che avrebbe potuto redimere quel peccato originale (non ancora come s’è visto di recente i falli di mano). C’erano solo i suoi antenati, la moviola di Carlo Sassi e il Telebeam di Giorgio Martino, significativamente di opinioni opposte. Era un altro calcio, con altre strumentazioni. Tuttavia, una continuità rimane, ben espressa da Luca Beatrice: «La Juventus ha vinto negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta… sempre. Le altre vittorie sono anomalie». Al quale, con sagacia irriducibile, ribatte Gian Paolo Ormezzano: «I gol segnati alla Juve sono sempre buoni».

 

La Verità, 31 marzo 2023

Perché il Milan sgobba molto ma segna poco

Stanchezza per la lunga rincorsa. Panchina corta. Rilassamento di alcuni giocatori, soprattutto le punte. Voci di mercato e incertezza sul futuro con l’avvicinarsi del finale di stagione. Sono alcuni dei tanti motivi individuati nel calo del Milan delle ultime settimane. Io vorrei segnalare un’altra lacuna, piuttosto determinante e su cui ho letto poche riflessioni: la sterilità offensiva. Una sterilità evidente di una squadra che, questo è l’apparente paradosso, sviluppa una notevole mole di gioco. Perché?

Provo ad andare oltre l’apparenza. Nelle ultime cinque partite il Milan di Gattuso ha realizzato tre gol: Bonucci su calcio d’angolo alla Juve, Kalinic in girata a centro area al Sassuolo, Bonaventura da fuori con il Torino. Zero reti con Napoli e Benevento. Il Milan gioca prevalentemente sulle fasce, spedendo pedissequamente cross in area che partono da Calabria o Rodriguez, oppure con il dribbling all’interno, o anche sul destro, di Suso. Il fatto è che non abbiamo questi grandi colpitori di testa. Per dire: domenica scorsa a Quelli che il calcio c’era ospite uno che si chiamava Mark Hateley e tutti ricordiamo un suo gol in un derby, sovrastando Fulvio Collovati.

I cross sono uno schema abbastanza aleatorio, speri che la prenda uno dei tuoi, circondato dai difensori. Ma se invece di Andry Shevchenko o Oliver Bierhoff hai Kalinic, a cui la palla sbatte addosso, non vai lontano. Solo Bonaventura, non certo uno specialista anche per questioni di statura, ha fatto un paio di gol di testa. Eppure noi giochiamo quasi solo sulle fasce, con Suso-Calabria e Bonaventura-Rodriguez. Se non c’è Calhanoglu, ancora di più. Qualche gol è arrivato con tiri da fuori, sempre Bonaventura, Suso e lo stesso Calhanoglu.

Mai che un milanista arrivi davanti alla porta, dopo un triangolo, un’azione in velocità, in seguito a un assist (tipo Iemmello del Benevento, per capirci) per una stoccata facile. C’è anche un certo egoismo, forse dettato da frenesia, quando un attaccante arriva in zona tiro si mette in proprio senza appoggiare al compagno, magari in posizione più felice.

Il Milan fa possesso palla, tira molto in porta, scaraventa in area tanti palloni, eppure segna poco. Anche le goleade con le squadre di bassa classifica scarseggiano. Voglio dire, per chiudere: c’è povertà di schemi offensivi, poche alternative al cross e al dribbling e tiro di Suso, pochi assist, pochi attacchi centrali che non siano il tiro da fuori. Difficile fare tanti gol in questo modo. Forse il ricorso al trequartista è inevitabile.