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Quando, da anarchico, De André difendeva la Lega

È giusto creare un dialogo, altrimenti non saremmo un Paese democratico». E poi: «Che ne sa Alice del nonno?». Bisogna ringraziare Dori Ghezzi per i suoi interventi durante e dopo il concerto di Diodato per ricordare Fabrizio De André. Domenica sera, la presenza tra il pubblico di Matteo Salvini stimola le proteste di una spettatrice del festival Time in jazz, in Sardegna: «Non posso rimanere ad assistere al concerto vista la sua presenza», sbotta una ragazza interrompendo l’esibizione del cantante. Nessun accenno a Giorgio Gori, eurodeputato Pd, e della moglie Cristina Parodi, seduti lì a fianco. Il pubblico si spazientisce per l’interruzione e contesta la contestatrice. Con poche parole Dori Ghezzi zittisce la ragazza insofferente e riporta la situazione nell’ambito del buon senso: «La penso diversamente, io sono di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. Altrimenti non saremmo un Paese democratico». Il concerto riprende, senza altri incidenti, ma con un disagio strisciante. Il giorno dopo la reazione sui social di Alice, nipote del grande cantautore, rinfocola la querelle: «Mio nonno avrebbe fermato il concerto e avrebbe chiesto a Salvini che c…o ci faceva lì», posta la figlia di Cristiano. «Io non so che cosa sia riuscito Salvini a capire dai testi di mio nonno. Forse la musica, forse la, la, la… perché sui testi, evidentemente, abbiamo avuto qualche problema di comprensione. Dire che i loro pensieri, i loro valori e la loro idea (dei leghisti ndr) di società siano diametralmente opposti è un eufemismo». Pronta la risposta di Salvini: «Davvero siamo arrivati al punto di chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi deve andarsene? Io sono anche abituato a contestazioni e insulti, a volte può accadere, nessun dramma… Funziona così, si chiama democrazia. Ma nessuno può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere o non leggere, quali film guardare. Amo De André dai tempi del liceo, grazie ai dischi dei miei genitori…». La conferma giunge dalla stessa Dori Ghezzi: «Salvini si è sempre dichiarato amante di Fabrizio e conosce le sue canzoni a memoria». Il secondo «sdeng», Dori lo suona alla nipote presuntuosa e saputella: «Dobbiamo rispettarci, anche con chi la pensa diversamente. Alice? Cosa ne sa lei del nonno…».

Già, che cosa ne sa? Anarchico e libertario, De André non ha mai demonizzato la Lega, anzi. Ai tempi, alcune sue dichiarazioni furono interpretate da certi giornalisti come un endorsement verso il movimento di Umberto Bossi. Così, lo riporta la biografia Non per un dio ma nemmeno per gioco di Luigi Viva (Feltrinelli), «De André precisò di aver simpatizzato per qualcosa che somigliava molto a una Lega, il Partito sardo d’azione, e che la Lega era un movimento centrista, non un fenomeno di destra confondibile con il fascismo». E per definire in pubblico il proprio pensiero disse: «Io sono talmente favorevole al decentramento che darei autonomie speciali persino ai condomini». In un’intervista rilasciata nel 1992 a Giuseppe Attardi in occasione di una tournée nei teatri, definì ancora meglio la propria opinione: «Dopo che vedo sfilare migliaia di persone sotto Palazzo Venezia alzando il braccio e gridando “duce duce”, non posso dire che la Lega è di destra: c’è qualcosa più a destra di loro. Ho visto nel programma di Gad Lerner un gruppo di skinheads, non mi è sembrato che sulle teste rapate avessero il marchio di Alberto da Giussano. Quindi, io non la demonizzerei. Anche perché demonizzando il fenomeno leghista, che poi è un contenitore di protesta, si demonizzerebbero diversi milioni di italiani che hanno mandato in Parlamento cinquanta persone. Con questo non voglio assolutamente dire che io sono leghista», aveva chiarito l’autore di La guerra di Piero. «La mia esperienza regionalistica l’ho avuta con il Partito sardo d’azione, nato da una scissione del Pci sardo. Certo, non può essere assimilato alla Lega… Le regioni italiane», si legge ancora in quell’intervista, «sono state tenute insieme con la colla dal 1840 in poi: ci sono differenze enormi, forse ci tiene uniti una lingua. Non credo che l’intendimento della Lega, nella quale ci sono anche ex comunisti, sia quello della secessione. Così com’è per la Sardegna: vuole semplicemente un maggiore decentramento di poteri. Ed essendo io un libertario, non posso non auspicarlo».

Chissà se il recupero di qualche lettura aiuterà Alice a non inscatolare il nonno in uno schema prestabilito, buoni da una parte reietti dall’altra. Anarchico e libertario lo era davvero De André, e mai avrebbe coniato gerarchie di rispettabilità sociale. «Salvini mi ha detto che se c’era bisogno se ne sarebbe andato», ha detto ancora Dori. «Fabrizio non avrebbe mandato via nessuno. Ai suoi concerti qualcuno approfittava per fare contestazione politica, ma lui sedava, non mandava via nessuno. E alla fine stavano tutti zitti a sentire il concerto».

Purtroppo, nella nostra Italia tanti giovani sono stati educati nel clima e nella retorica dei migliori, basta riavvolgere il nastro. Sottolineando l’importanza del rispetto «di chi la pensa diversamente», Dori Ghezzi ha evidenziato una sensibilità diversa da quella di Francesco Guccini, fresco di beatificazione laica non solo del cardinale amico e presidente della Cei, Matteo Zuppi. Il Maestrone era solito rivendicare la differenza – anzi, chiamiamola pure superiorità – della sinistra sul resto del mondo e dei suoi testi rispetto a quelli dei colleghi, De André compreso. Saputo della predilezione di Giorgia Meloni per alcune sue canzoni, Guccini aveva osservato: «Vuol dire che non ne ha capito il testo». Nel giorno della sua morte, il premier ha detto: «Continuerò a cantare le sue canzoni anche se non ne sarebbe contento e nonostante abbia letto le sue dichiarazioni livorose nei miei confronti». L’amore per la libertà non è acqua.

 

La Verità, 12 agosto 2026

Il cantastorie anarchico che piaceva anche a destra

Se n’è andato nella sua Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano dove trascorreva sempre più tempo ora che faticava a leggere e per scrivere doveva farsi aiutare: Francesco Guccini aveva 86 anni, una moglie, Raffaella Zuccari, una figlia, Teresa, e contava centinaia di concerti, decine di libri e canzoni, alcune miliari, svariati Premi Tenco. Se n’è andato nella casa dei nonni paterni, il buen retiro del guerriero o, forse, del maestro di ribellioni, lui che aveva il diploma magistrale (e si era fermato alle soglie della laurea, ma aveva accettato quella honoris causa in Scienze della formazione). Ha salutato malinconicamente dalla collina pistoiese dove da qualche anno riceveva le visite dei giornalisti che vi si spingevano per stimolarne le nostalgie e celebrarne l’aura da Che Guevara della poesia, senza il basco e il sigaro, ma con un pizzico di carisma generazionale. Sebbene avesse rinunciato da tempo a comporre canzoni e a esibirsi in pubblico scegliendo di dedicarsi ai racconti, ai romanzi e ai gialli (con Loriano Machiavelli), la sua morte è una grande perdita per l’intero mondo artistico italiano. A piangerlo sono non solo gli esponenti e i rappresentanti del milieu democratico. Appresa la notizia, la Camera gli ha tributato un lungo e spontaneo applauso. L’ex premier ulivista Romano Prodi ha confidato di aver perso «un amico»; il conduttore tv Fabio Fazio ha assicurato: «Si porta un pezzo delle nostre vite»; per il presidente della Cei, Matteo Zuppi, il cantautore modenese «era un narratore dell’anima»; la segretaria del Pd Elly Schlein ha sottolineato che «non ha mai smesso di stare dalla parte degli ultimi». Per volontà dell’artista i funerali si svolgeranno in forma privata, mentre la famiglia ha dato appuntamento a Bologna in settembre per una cerimonia commemorativa.
Dall’aspetto ieratico per la statura, la chioma e la barba nerissima, Guccini comunica fin da giovane impulsi di rivolta. Non è, però, un sentimento di derivazione borghese-studentesca. Figlio della cultura contadina e di un impiegato delle Poste internato in un lager nazista per aver rifiutato l’arruolamento nella Rsi, emana un istinto di ribellione anarchica, di socialismo ottocentesco e lotte partigiane. Dopo l’esperienza fallimentare da insegnante e la parentesi di giornalista alla Gazzetta di Modena che gli consente di intervistare Domenico Modugno, fresco vincitore del Festival di Sanremo, si aggrega alle band che animano la riviera romagnola. Superato l’apprendistato nelle balere con la giacca argentata catarifrangente, i testi delle sue prime canzoni cominciano a guardare indietro. Ha conosciuto Victor Sogliani e Alfio Cantarella, due dei futuri fondatori, con Maurizio Vandelli, dell’Équipe 84, per la quale scrive Auschwitz/Bang Bang (1966). Cantata da Caterina Caselli e dai Nomadi, è anche la controversa Dio è morto, testo ispirato da Allen Ginsberg e titolo da Frederich Nietzsche. Censurata dalla Rai, è trasmessa dalla Radio vaticana perché «se dio muore è per tre giorni e poi risorge». Scavallato il Sessantotto, «ma io non sono mai stato comunista», eccolo tornare alla «fiaccola dell’anarchia» che ispira La locomotiva (1972), tratta dalla storia del macchinista bolognese Pietro Rigosi che nel 1893 si lanciò contro il «treno di lusso» dove, nella sua mente infervorata di vendetta sociale, viaggiavano «i re e i tiranni». La scrive «in venti minuti. Eppure è lunghissima: tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. Una canzone nata fortunata». Tanto da essere tradotta anche all’estero e amata non solo a sinistra. Lui stesso ha raccontato senza scandalizzarsi che Gianni Alemanno proponeva in un locale di Roma letture dei testi delle sue canzoni. Per l’anticonformismo, la critica ai falsi intellettuali e il rifiuto degli orpelli Giorgia Meloni amava soprattutto Cirano, arrivando a invitarlo ad Atreju, ma ricevendone un cortese rifiuto.
L’uomo non era facile, consapevole della sua cultura, abituato alla deferenza, pronto a reagire alle critiche. Quando Riccardo Bertoncelli stronca per il troppo intimismo Stanze di vita quotidiana esortandolo al maggior impegno, reagisce con L’avvelenata, un testo intinto nel turpiloquio che di rado esegue nei suoi tour e qualche anno dopo confessa di non amare.
Anche a quelli del suo giro non risparmia stoccate. Più trascinante di Francesco De Gregori, più militante di Fabrizio De André, più ribelle di Antonello Venditti, in Via Paolo Fabbri 43, siamo nel 1976, punzecchia le «tre eroine della canzone italiana» («La piccola infelice – Lilly ndr -, si è incontrata con Alice ad un summit per il canto popolare, Marinella non c’era, fa la vita in balera…»). Più volentieri condivide il palco con i colleghi della Via Emilia, Luciano Ligabue, Zucchero Fornaciari e Lucio Dalla, ma anche con Roberto Vecchioni e Giorgio Gaber. È il decennio del femminismo e della contestazione e anche le storie private sono attraversate dalla lotta di classe. Quello portato da lui è «un eskimo innocente, dettato solo da povertà», mentre la sua prima moglie, di estrazione borghese, indossa «il paletot». L’amore per Roberta Baccilieri declina, ma l’Eskimo diventa simbolo di una stagione, divisa proletaria contro lo Stato, il 1978 è l’anno del sequestro Moro.
Il carisma del Maestro di Pàvana resta segnato dal decennio politico della «rivolta sociale», rispolverata oggi da Maurizio Landini. E da lui carezzata nelle ultime interviste, dispiaciuto perché non se ne vede traccia contro «la destra sempre più spudorata». Musicalmente, è identificato dagli anni che vanno da Dio è morto a Eskimo, con quei testi sterminati per declinare nel dettaglio l’estrinsecarsi dell’ideologia nella sua purezza. «Chi dice che destra e sinistra sono uguali di solito è di destra», ha detto un paio d’anni fa al giornalista di Rolling Stones che si era arrampicato sull’Appennino. Invece no, la sinistra è diversa, argomenta. Rispunta il complesso di superiorità dei buoni, la differenza di chi sta dalla parte giusta della storia. È il punto debole anche della produzione musicale di Guccini. Al quale sfugge spesso la distinzione tra i cantautori migliori e gli altri, cultura alta e bassa. Replicando a Jovanotti che aveva osservato che «Gloria di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla Locomotiva», obietta che «anche La locomotiva era una canzone semplice, una canzone popolare… ma dietro ci sono dei libri, ci sono letture, c’è un lavoro intellettuale… C’è tutto un mondo diverso che dietro Gloria non c’è». Probabilmente, uno come Giorgio Gaber non l’avrebbe detto.
Anche se c’è l’agnostico, non l’ateo, c’è l’uomo in ricerca, convinto dalla moglie e da Zuppi ad andare in visita a papa Francesco per non precludersi la possibilità di un dopo ora che è spiccato dalla «pedana di lancio», in fondo, Guccini rimaneva soprattutto un nostalgico delle rivoluzioni. Ma purtroppo, disse con rammarico al solito giornalista, «per il momento non ne vedo in arrivo. Al massimo ci sono solo evoluzioni».

 

La Verità, 7 agosto 2026

Non venero i cantautori, ma se si convertono…

Uffa, ancora i cantautori. È stata questa la mia reazione alla doppietta di interviste del Corriere della Sera a Francesco Guccini e Roberto Vecchioni. Un mese e mezzo prima c’era stata quella, un po’ diversa, a Jovanotti, da cui tutto è partito. Megainterviste, doppie pagine dense e ricchissime. Al netto del fatto che a un giornale come il nostro mai la concederebbero – non si sa se per snobismo o per pregiudizio ideologico – tuttavia continuo a chiedermi perché nella terza decade del Terzo millennio continuiamo a regalar loro cattedre magistrali. I cantautori storici, come Guccini e Vecchioni, hanno conquistato il successo in una stagione precisa, un decennio disgraziato di violenza e terrorismo, eppure pontificano tuttora su canzoni di mezzo secolo fa da pulpiti argentati: programmi tv, case editrici, testate giornalistiche, tutto molto chic.
Perdonerete la digressione: musicalmente, non sono mai stati la mia preferenza. In casa, con un fratello e una sorella maggiori, si ascoltavano di più Mina, Lucio (Mogol) Battisti e «i complessi». Poi, grazie a un amico, mi avvicinai al rock progressivo dei Jethro Tull e della Premiata Forneria Marconi da Impressioni di settembre in poi e, da lì, alla fusion e al jazz, sempre per il primato della musica sulle parole cariche di implicazioni ideologiche. E se qualcuno dei cantautori mi emozionò, fu il Lucio Dalla visionario ed esistenziale di L’ultima luna, Caro amico ti scrivo, Anna e Marco, prima della scoperta dell’intelligenza anarchica e abrasiva di Giorgio Gaber, tuttora attualissimo. In ogni caso, erano ascolti che non avevano nulla di assoluto. Perché buona parte di quel decennio lo trascorsi impegnato in altre faccende – frequentando da fuori sede e privo di attrezzature musicali dignitose, la facoltà di Scienze politiche di Padova, egemonizzata da Toni Negri – essendomi imbattuto, senza meriti, in una storia che aveva riferimenti ben diversi dai cantautori. Non essendolo stati allora, meno ancora li venero maestri oggi. Anche quando, nelle serate tra amici, qualcuno ci invita a riflettere su una frase di un loro brano con l’enfasi degna di una lirica lepoardiana, ne riconosco la qualità, ma senza riuscire a sperticarmi. Così come mi è accaduto leggendo le interviste di cui sopra.
Devo dire che Jovanotti non parlava da un po’, causa il grave incidente di cui è rimasto vittima. E chissà, forse per la travagliatissima esperienza, me l’ha fatto trovare diverso da come lo ricordavo. Meno allineato al mainstream. Più coraggioso su temi come fede e ragione: credere «è una scelta, ed è anche un lavoro, dettato dal destino. Sono un illuminista riluttante… Ho una formazione razionale. Ma lascio la porta aperta al mistero, anzi spalancata. E ci passa una corrente travolgente. Una volta Saviano mi invitò in una sua trasmissione a cantare Imagine. Dissi di no… Non voglio cantare un mondo in cui non esista la religione. Un mondo senza religioni sarebbe peggiore, perché la fede è la cosa più umana di te». Su papa Francesco: «Umanamente, Francesco mi piace, mi diverte, mi emoziona. Gli si vuole bene. Ma l’idea che la Chiesa si debba trasformare in una onlus non mi pare del tutto condivisibile». Su Donald Trump e la sinistra: «Trump è un fenomeno del nostro tempo, e come tutti i fenomeni, anche i più inquietanti, è un’occasione per distinguere cosa Trump non è, e farla fiorire. Ha vinto nettamente, e gli elettori meritano rispetto. Dall’altra parte gli altri non sono riusciti a darsi una leadership forte, che si occupasse dei temi che davvero interessano… Gli eccessi della cultura woke sono controproducenti». Jovanotti con quell’intervista è stato la molla delle successive perché ha avuto l’azzardo di dire che non lo convince «la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. Gloria di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla Locomotiva di Guccini». Proprio questo non si perdona a Lorenzo Cherubini: la pari dignità alla cultura bassa rispetto a quella alta. Così le interviste successive sono nate per rimarcare la differenza di lignaggio. «Al Corriere stavamo pensando a una serie di interviste ai grandi artisti italiani, per farci raccontare la “loro” canzone. Inevitabile a questo punto cominciare da lei e dalla Locomotiva. Quali libri ci sono dietro?», ha stuzzicato Guccini, Aldo Cazzullo. Adombrato, il «maestrone» di Pavana, che pure iniziò come cantante e chitarrista di orchestrine da balera, ha evidenziato tutta la filigrana del suo inno all’anarchia. Ora non vi tedierò con un’altra raffica di citazioni gucciniane salvo quella in cui si stupisce che il cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei, sia «un amico, per quanto mi sembra impossibile avere un amico cardinale», con cui va persino in pellegrinaggio in Vaticano (ma questo al Corriere non l’ha detto). «Pensi se un giorno fossi amico di un Papa… Ma forse sarebbe troppo grossa», ha messo le mani avanti.
Vecchioni, invece, arrivato a stretto giro, ha condito con citazioni di Orazio Luci a San Siro e di Somerset Maugham e del Talmud babilonese Samarcanda. Ma la sua intervista è densa di rivelazioni dolorose, il suo alcolismo e il suicidio del figlio, affetto da sindrome bipolare, e bisogna inchinarsi davanti alla generosità di Vecchioni, forse in parte debitrice alla moda dell’oversharing, l’eccesso di condivisione, di cui sono fatte queste confessioni (lo dico da parte in causa, dedicandomi al genere) contenenti traumi ed esperienze drammatiche che non sempre si sa dove sfocino. Nel caso di Vecchioni, sembra in modo più esplicito e consapevole rispetto a Guccini, a uno sguardo di fede, che ha ben «tre motivi», e che l’ha portato qualche mese fa a tenere un concerto in piazza San Pietro, alla presenza di papa Francesco.
Ecco, curiosamente si finisce sempre lì. Tuttavia, la mia irritazione di partenza, lungi dallo sparire perché non amo la facile distribuzione di patenti magistrali della società dello spettacolo, è solo compensata da quello che sembra l’arrivo degli esponenti della «cultura alta» allo stesso approdo del più popolare e umile Enzo Jannacci. Il cantore dei perdenti e dei disperati che diceva che «abbiamo tutti bisogno della carezza del Nazareno» (la prima volta quando si parlava di Eluana Englaro).
Dunque, cari cantautori, benvenuti tra noi.
Post scriptum Se vi capita di andare su Spotify, provate ad ascoltare i podcast ricavati per Chora Media dalle lezioni di don Luigi Giussani

 

La Verità, 8 gennaio 2025

Da Augias a Serra, chi sono i nuovi guru d’opposizione

L’altra sera ce n’erano due, comodamente adagiati sulle poltroncine di La torre di Babele, nuovo caminetto antigovernativo di La7. Corrado Augias e Michele Serra, categoria guru d’opposizione. Il primo, con l’aria del vecchio saggio richiamato in servizio, transfuga dal servizio pubblico, causa emergenza democratica. Il secondo, costretto ad alzarsi dall’Amaca per gli improrogabili straordinari, motivati dalla medesima emergenza e, va detto, da una certa evanescenza di coloro che l’opposizione dovrebbero farla di professione.

Il dovere chiama; dunque, ai posti di combattimento. Augias e Serra, entrambi repubblicaner, sono i capifila delle due principali scuole di pensiero della nuova genia. La scuola romana e la scuola emiliana. L’altra sera si confrontavano sui «giovani». Capirete. Non hanno più fiducia nel futuro. Hanno paura del clima impazzito, della crisi economico sociale e degli attacchi terroristici. I giovani, dicevano un ottantottenne e un quasi settantenne, considerano l’Italia un «Paese in declino». La tesi è stata plasticamente rappresentata dalla cover dell’ultimo libro firmato da Serra con Francesco Tullio Altan (toujours Repubblica) intitolato Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli), «in cui si vede un popolo che va all’indietro», ha sintetizzato il capofila emiliano. Mentre invece bisogna cercare di uscire in avanti, «buttandola in politica», per esempio come si è fatto nelle bellissime manifestazioni del 25 novembre contro i femminicidi. Insomma, i «giovani, ai quali dobbiamo rivolgerci senza paternalismi», si è detto senza ridere, dovrebbero impegnarsi a scalzare chi comanda in quest’Italia retrograda.

È la summa ideologica del lavorio che di questi tempi agita le redazioni dei talk show, dei grandi giornali, delle tv militanti. Cercasi guru d’opposizione disperatamente. Meglio ancora, se dotato di muscoli demolitori. Detto degli straordinari di Serra, che dall’abituale sermoncino a Che tempo che fa ora è ovunque, e del richiamo in prima linea di Augias, da un po’ tutto questo gran daffare rimbalza tra La7 e il Corrierone, tra Repubblica e il Nove. Poi ci pensano siti e piattaforme a rilanciare ultimatum e invettive, implementando e viralizzando l’apocalisse imminente. Autori, cantautori, scrittori, opinionisti, comici, grandi firme, satiri e saltimbanchi sono in trincea mai come ora. L’operazione ha accelerato dopo lo scollinamento del primo anno di governo Meloni perché una serie di nefaste previsioni date per ineluttabili sono state puntualmente smentite. La correzione del Pnrr? Sicuramente bocciata e le rate rinviate sine die (come conferma l’arrivo della quarta tranche all’Italia, primo Paese dell’Ue). Le agenzie di rating? Ci avrebbero di sicuro declassato, innescando la procedura di default (come certifica il mantenimento degli standard e in un caso il miglioramento dell’outlook). Le alleanze internazionali? Godendo di zero autorevolezza, l’Italia si sarebbe rapidamente isolata (come mostrano le missioni con Ursula von der Leyen, il patto con l’Albania sui migranti e le classifiche di popolarità del premier di Politico e Forbes). Poi il Pil sarebbe sprofondato, l’occupazione crollata, l’inflazione avrebbe divorato i nostri risparmi e la popolazione assaltato i centri commerciali mettendo a ferro e fuoco città e campagne.

Pur al netto di alcune gaffe soprattutto a livello di comunicazione e immagine, dai corsi di «educazione alle relazioni» del ministro per l’Istruzione e il merito Giuseppe Valditara alle imprudenze del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, senza tralasciare la gestione di alcune situazioni in Rai, le cose non sembrano esser andate così. I fatti sono testardi e, purtroppo per i professionisti del campo largo, stretto, giusto o ingiusto, il problema della tenuta governativa sussiste. Perciò, saggiamente preoccupate, le migliori menti left oriented stanno producendo il massimo sforzo per chiamare a raccolta la crème. Il pontefice emerito della scuola emiliana Pierluigi Bersani, sempre in vena di metafore contro «le destre» («tra la Meloni e Salvini è in atto la gara del gambero a chi si allontana di più dalla lettera della Costituzione»), si è praticamente trasformato in un arredo degli studi di Otto e mezzo e DiMartedì. Complice un album di Canzoni da osteria, per compattare la squadra, ultimamente è sceso a valle anche Francesco Guccini. Il quale, prima ha guadagnato il salotto di Fabio Fazio, poi è rimbalzato sul Corrierone per confidare ad Aldo Cazzullo che lui non è convinto che Mussolini fosse un genio e che a rovinare tutto fossero quelli che lo circondavano… No e poi no: «Il Duce un genio non era; e temo non lo sia neppure la Meloni». Tiè.

Però, in fondo, gli emiliani sono dei simpatici gigioni. Lambrusco, tigelle, proverbi e una partita a rubamazzo.

Un pizzico di astio in più aleggia invece nella covata romana. La borgatara di Colle Oppio è un’usurpatrice. Mica ha studiato nei licei di Prati. Non ha l’erre francese e neppure l’armocromista. Stia manza, anche se è donna. Più dell’azionista Augias, la demolizione cafonal di Roberto D’Agostino partorisce tre o quattro necrologi governativi al dì, si dice ben visti dal sommo Sergio Mattarella. Per poi tracimare nei talk e nei giornaloni magisteriali. Quelli che, pure, sono già altamente rappresentati dall’attacco a tre punte, di solito composto da Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa e Cazzullo, vicedirettore e firma principe del Corsera. Ubiqui e inflessibili. Spietati ed eleganti. Ma loro, più che veri e propri guru d’opposizione, sono alti funzionari in servizio h 24.

 

La Verità, 13 dicembre 2023