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Il carabiniere tradito da un marocchino e da un Pm

Quella che leggete in questo articolo è una storia esemplare, paradigmatica del momento in cui viviamo, in cui alcuni magistrati contestano o contraddicono gli atti dei rappresentanti delle forze dell’ordine. È una storia che meriterebbe grande visibilità, un film o una serie tv, per intenderci. Condensata in un libro intitolato Il punto di fuga, scritto da Guido Mezzera (postfazione di padre Mauro-Giuseppe Lepori) e pubblicato dall’editore Cantagalli, che racconta i fatti contenuti nel diario dal carcere di un carabiniere, detenuto eccellente. In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir») il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un Pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi ndr) … Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal Pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo… Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!»
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio “perché proprio a me?”. Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto».
Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.

 

La Verità, 28 gennaio 2026

Il viaggio di Adolescence nell’inferno dei ragazzi

Ci si prepara ad andare al lavoro e a scuola quando, mitra spianato, la polizia fa irruzione nella casa dei Miller. Siamo in una tranquilla cittadina britannica, ma quel ragazzino dev’essere arrestato. La madre urla, ancora in vestaglia. Il padre non capisce cosa sta accadendo, la sorella si rannicchia in bagno. Jamie Miller è accusato di aver ucciso Katie, una compagna di scuola, la sera prima nel parco con sette coltellate. Mentre i poliziotti gli leggono i suoi diritti, si fa la pipì addosso. Sembra un ragazzo qualsiasi di una famiglia qualsiasi. È mai possibile che un adolescente di 13 anni sia colpevole di un crimine tanto efferato? Siamo di fronte a uno scambio di persona? A un tragico errore giudiziario? Il dispiegamento di forze è esagerato. L’adolescente viene portato alla centrale di polizia: fotografato, spogliato, perquisito, rinchiuso in cella. Padre e madre sono attoniti. Sono i primi dieci minuti di Adolescence, la miniserie che, da pochi giorni visibile su Netflix, ha scalzato Il Gattopardo dal primo posto delle più viste. Da quel momento, la storia afferra il telespettatore e non lo molla più per i quattro episodi che la compongono, in un crescendo claustrofobico angosciante.
Creata da Stephen Graham (magistrale anche nel ruolo del padre) e Jack Thorne, e diretta da Philip Barantini, è un thriller psicologico girato in piano sequenza, con un’unica macchina da presa che ci porta dentro l’orrore di mondi apparentemente normali, invece totalmente estranei agli adulti. A cominciare dalla tranquilla ma inesplorata cameretta del ragazzino: «Che male può fare chiuso lì dentro?», si giustifica il padre di Jamie quando lo assale il senso di colpa per averlo trascurato. Inesplorato è anche lo strapotere dei social che, con la loro spietatezza, alimentano frustrazione, odio e rabbia: «L’80% delle donne va con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche», svela Jamie (lo straordinario esordiente Owen Cooper) per spiegare il bullismo di cui lui e i suoi amici sono vittime e l’istinto di rivalsa che prende il mondo degli «incel», i celibi involontari, rifiutati sessualmente dalle donne.
Sebbene, in un certo senso, salvi la famiglia, Adolescence non dà risposte comode. Ma apre domande drammatiche che mettono di fronte a responsabilità radicali perché fotografa l’inferno quotidiano, riscontrabile in tante notizie di cronaca (basta ricordare Qui non è Hollywood sul delitto di Avetrana). Un inferno fatto di adolescenti in balia del vuoto. E di adulti – professori, psicologi e genitori – ignari e impotenti.

 

La Verità, 20 marzo 2025

«Sono ateo (provvisorio), ma credo in Lucifero»

Intelligenza magmatica, ragionamento proteiforme, linguaggio minaccioso, Quirino Principe è uno degli intellettuali più controversi della cultura contemporanea. Nato a Gorizia 87 anni fa, vive a Milano dove cura la sua incessante attività di traduttore, musicologo, saggista, critico e consulente editoriale. Forse lo si potrebbe inserire nella galleria dei grandi reazionari ma, nella sua vanità, rifiuterebbe anche questa collocazione. Si definisce ateo, salvo riconoscere e, in un certo senso esaltare, la figura di Lucifero. Non a caso, se lo si definisce «un tizzone d’inferno» s’inorgoglisce. Intervistarlo vuol dire infilarsi in un ingranaggio infernale. Ha un così elevato concetto di sé da permettersi risposte particolarmente sprezzanti.

Professore, come mai da qualche tempo non la si legge e non la si ascolta?
«Le contro-domando: dove diavolo dovrei scrivere o parlare affinché mi si legga o mi si ascolti?».

Perché si è interrotta la sua collaborazione con Il Sole 24 ore?
«Mi ero stancato di recensire libri di altri. La funzione di recensore è interessante, ma a un certo punto ha cominciato a starmi stretta. Perciò avevo più volte proposto di occuparmi di letteratura tedesca, inglese, ispanico-americana, mitteleuropea, slava. Non sono solo uno studioso di musica, ho tradotto Ernst Jünger, Karl Jaspers, molti altri autori, un numero indescrivibile di Lieder e di testi di teatro d’opera».

E dal Sole come le hanno risposto?
«Non ci fu né richiesta né risposta. Avevo altro cui pensare, e per cui soffrire maledettamente. Era appena morta mia moglie, dopo 60 anni precisi di matrimonio felice e fedele. Non occorre essere religiosi per essere fedeli, non occorre essere ricchi come il patriarca Kyrill o come i vari Ronaldo, Mask, Bezos, per essere felici. Sono molto affezionato e grato al Sole 24 ore, però non posseggo competenze soltanto musicali, anche se a qualcuno sfugge l’esistenza di una mia forte professionalità anche al di fuori della musica. Questo non vale solo per Il Sole 24 ore, ma anche per altri committenti».

Per esempio?
«La Rai».

Che cosa faceva per la Rai?
«Quando la Rai era meno nepotista e meno corporativa, avevo qualche spazio possibile: musica, poesia, teatro, filosofia… La domenica tenevo una rubrica molto seguita su Radio 3, La spina nel fianco. Nella sua conduzione,  fra l’altro, proponevo ogni settimana un sonetto che, attraverso diabolici depistaggi, invitava gli ascoltatori a individuare un autore, un’opera o un episodio di storia della musica».

Una rubrica esoterica?
«Ma quale esoterica? In quella rubrica mi divertivo con l’enigmistica, e qui l’esoterismo c’entra come il classicissimo cavolo a merenda. Cerchiamo di non usare parole a vanvera, e di conoscere bene il significato delle parole, prima di attingere al lessico italiano, che sospetto essere enigmatico per troppi miei connazionali! Lei è certo di sapere esattamente che cosa significhi “esoterico”? Quella rubrica era, per me,  un esercizio di tecnica versificatrice come parodia dei poeti stilnovisti, e, per il pubblico, un’occasione per saggiare il livello culturale medio degli italiani. Quella rubrica, che mi aveva molto divertito, era piuttosto un impagabile incentivo a una mia naturale tendenza,  quella a non avere peli sulla lingua e a non avere rispetto per le nullità travestite. Infatti, l’allora direttrice di Radio Tre troncò di brutto quella rubrica, in atto da due anni – era la fine del 1999 – per “punirmi” dell’avere io osato citare in modo “irrispettoso” i nomi di Francesco Rutelli e di Alessandro Baricco. Nella fattispecie, dovendo, per depistare gli ascoltatori, citare Bonifacio VIII a proposito di Dante, e avendo bisogno di una rima in “-elli”, avevo indicato quel papa – a me odioso, come lo sono per me tutti i papi, anzi, tutti gli ecclesiastici di tutte le religioni monoteistiche – con un “irriguardoso” endecasillabo: “… il primo precursore di Rutelli”. Ovviamente, alludevo alle analogie tra le due colonne di pellegrini che vanno verso San Pietro (Inferno, 28-33) oppure ne ritornano indietro: espediente di regolazione del traffico, “copiato” da colui che  era sindaco di Roma alla fine del secolo XX. Non vedo come potessi avere “offeso” Rutelli, tipo simpatico ma allora troppo sollecito nel fornire i servigi del Comune di Roma al Vaticano, More solito, del resto:  per me, incrollabilmente laico, è insopportabile questo ricorrente servilismo delle laiche istituzioni pubbliche italiane a favore di Santa Madre Chiesa. Quanto a Baricco… ebbene sì, nel sonetto della settimana successiva fui io ad essere molto antipatico. Lo riconosco: meritavo una punizione. Mi scusi: c’entra, tutto questo, con il concetto di esoterismo?».

Non le sfugge certamente che di lei si parla come di un «tizzone d’inferno». Che cosa la attrae verso l’elemento infernale?
«Io sono ateo come visione del cosmo, anche se non escludo l’impensabile, l’indescrivibile, il “totalmente altro”, come lo chiama Max Horkheimer. Marxista eretico, nel suo penultimo libro parla del “totalmente altro” come di una necessaria idea collaterale che deve accompagnarci quando parliamo del certamente definibile. Pur essendo ateo contemplo il demoniaco e l’infernale come ne hanno parlato le grandi religioni».

Non è contraddittorio?
«La mia dichiarazione di ateismo è provvisoria, una messa in sicurezza di fronte all’immagine contraddittoria di Dio data dalle religioni monoteiste. Un Dio geloso, che si arrabbia, si vendica e si occuperebbe di questa piccola specie che è l’homo sapiens. Mentre per me è un concetto altissimo, sublime e parlare di Dio mi risulta difficilissimo. Al contrario, il demonio è qualcosa di prossimo alla nostra esperienza, agli istinti, alle necessità naturali e sane. Il bisogno di mangiare e di provare piacere con il sesso, per esempio. È un’energia presente nel cosmo, nell’istinto di ribellione al potere».

Come trascorre le giornate?
«Le ore diurne lavorando, invece le ore notturne lavorando. Il totale delle ore di sonno durante la settimana è di cinque o sei. Non è insonnia, è lavoro incessante. Se non avessi avuto l’incidente che mi ha spezzato le gambe e un braccio dimostrerei trent’anni di meno e sprigionerei ancora più energia. Purtroppo il 4 giugno del 2011 sono stato investito e da lì è iniziato il mio declino fisico. Il 4 giugno è il giorno di San Quirino: il mio ateismo ne è stato ulteriormente confermato».

In che cosa consiste il suo lavoro?
«Traduzioni, soprattutto dal  tedesco. Saggi per teatri d’opera. Preparazione capillare di lezioni universitarie, a beneficio degli studenti tutti laureati: da 10 anni insegno Storia della Musica in un master post-universitario. Sto preparando la seconda edizione del mio libro su Richard Strauss. Curo con assoluta esattezza le mie lecturae Dantis: una lectura integrale, dal principio alla fine della Commedia. Tengo le lecturae nella sede della casa editrice Jaca Book. Sono arrivato al XXII del Purgatorio.  Di solito, non leggo: recito direttamente, in stile teatrale. Conosco l’intero poema dantesco a memoria».

Lavoro «matto e disperatissimo»?
«Il lavoro non è disperato, è fatica e la si sopporta. Lo studio invece è felicità assoluta».

C’è qualcosa o qualcuno che lenisce la sua solitudine?
«Come dicevo, lo studio. Invece, amo la solitudine. Vorrei assolutamente che mia moglie rinascesse. Anche i miei figli, quando vengono mi fanno felice. Ma sto bene con la solitudine, è così fin da adolescente. È essa il mio vero lenimento».

Perché ritiene l’insegnamento della musica la molla della rinascita?
«Perché è il livello più alto della conoscenza. Forse neanche i musicisti lo capiscono. Platone, Damone, Aristosseno, Plutarco, anche un politico come Pericle, Lucrezio, Quintiliano, Boezio, consideravano la musica una dote indispensabile per ogni uomo di governo. Così anche, in tempi vicini a noi l’hanno capito filosofi come Adorno. La musica è matematica, regina delle scienze, che agisce sui nostri sensi e sulle nostre percezioni. Purtroppo oggi è ritenuta solo una forma di intrattenimento».

Preferisce i grandi compositori del passato?
«La musica non va valutata in base alla cronologia, ma per la sua qualità. Nella mia estetica il bello è ciò che ha forza di significato, il brutto ciò che è debole di significato o ne è privo».

Tre opere che porterebbe su un’isola deserta.
«Facciamo cinque. Don Giovanni di Mozart, il Quartetto opera 132 di Beethoven, la Sonata per pianoforte n. 32 Op. 111 di Beethoven, le Scene per il Faust di Goethe di Schumann, Parsifal di Wagner».

Il più grande direttore d’orchestra del Novecento?
«Sebbene ai direttori d’orchestra si richieda più studio che genio, le propongo una rosa ristretta: Gustav Mahler, straordinario anche come direttore, Bruno Walter, Gino Marinuzzi, Sir Thomas Beecham, e Whilelm Furtwängler. Herbert von Karajan per me è un po’ al di sotto».

Tra quelli contemporanei chi apprezza?
«Oleg Caetani, Riccardo Chailly e Riccardo Muti».

Qual è il suo pensiero riguardo ai generi musicali contemporanei?
«Quali? Me li indichi».

Cosa pensa del jazz?
«È una provincia marginale come, del resto, lo è anche Chopin. Una provincia che pure contiene opere splendide. Come quelle di Cole Porter, George Gershwin, Chick Corea, Ornette Coleman, Duke Ellington… A volte le suono, Sophisticated lady è una delle mie preferite».

Il John Coltrane di A love supreme e My favorite things?
«Mi piace molto, certo».

Keith Jarrett?
«Interessantissimo. Apprezzo il mixage e le contaminazioni, senza le quali potrebbe risultare un po’ noioso».

Le piace qualcuno degli interpreti popolari della canzone italiana?
«Odio visceralmente tutto ciò che è popolare, o così denominato. Nel suo interesse, non mi faccia andare su tutte le furie».

Cosa pensa del rap?
«Non è musica e nemmeno suono musicale. È un parlato in forma di scioglilingua accompagnato da una consolle. Perciò, essendo non-musica, non mi riguarda professionalmente».

Ha mai visto il Festival di Sanremo?
«Un paio di volte Il Sole 24 ore mi ha chiesto di seguirlo. Ho obbedito con disagio e noia. Ciò che detesto maggiormente sono il contorno di lustrini, coriandoli, luce diffusa, neon, stivaletti di marca…».

Negli ultimi anni è diventato una vetrina gender: conosce Achille Lauro?
«Com’è ovvio, più che conoscerlo, so chi è. Non ho alcuna intenzione di approfondire la sua conoscenza».

Per Uto Ughi i Måneskin sono un insulto alla musica e all’arte.
«Ha perfettamente ragione».

Quest’anno vedrà il Festival di Sanremo?
«No. Non ho intenzione di vomitare».

Salvo sorprese, alla serata finale dovrebbe partecipare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con un videomessaggio: che impressione le fa?
«Penosa. Zelensky era un modesto attore comico che si è trovato per sua sventura in una posizione disperante, affrontata con coraggio. Altri si sarebbero dati alla fuga, invece la sua resistenza lo ha nobilitato. Purtroppo, con questa partecipazione mette la sua figura nobile in un contesto ignobile».

C’è qualcosa o qualcuno che fa eccezione alla sua contestazione della contemporaneità?
«Grrrrrrrrr….. un tipo di domanda che suscita i miei istinti omicidi. Lo volete capire, si o no, che non è questione di cronologia, bensì di qualità, di livello qualitativo? Per favore, non irritatemi ulteriormente con domande senza significato. Alla fine, non rispondo delle mie azioni. Sono un ex ufficiale di artiglieria, e ho un’indole violenta. Non contesto la contemporaneità, dal momento che anch’io sono contemporaneo a me stesso. Contesto, invece, lo schifo».

Che cosa pensa della letteratura italiana contemporanea?
«Non credo che Dio esista, almeno nei termini con cui il cattolicesimo ufficiale, il Papa, monsignor Ravasi, eccetera, ce lo rappresentano. Ma se Dio esiste davvero, ci liberi dall’incubo: ci liberi dall’immaginare che la letteratura sia Gianrico Carofiglio o Alessandro Baricco o Alda Merini! Non mi preoccupa il male, è il nulla a essere spaventoso».

Professore, lei è massone?
«Ci mancherebbe solo questo!!! Mi avrebbe potuto risparmiare una simile domanda, che mi offende gravemente e mi fa infuriare: e non perché io disistimi la massoneria, che è una realtà storica e cui attribuisco qualche pregio per quanto riguarda l’esperienza illuministica della nostra amata Europa. No, ciò che mi offende è l’attribuzione, alla mia persona, dell’obbrobrio di “far parte di qualcosa”, di “condividere essendo in sottordine”. Trovo la domanda gravemente offensiva: da querela, se avessi la sia pur minima fiducia nel trionfo della  giustizia, sia in Italia, sia in Afghanistan,  o altrove. Ma non è forse arcinoto che io voglio essere solo, che non voglio far parte di associazioni, partiti, circoli, parrocchie, cellule, di questo o quello staff, board, team, e via divertendoci  con questo sterco lessicale anglicizzante? Come potrei, Io, Quirino Principe, associarmi a persone o ad ambienti sociali che  sappiano nulla di nulla, che non sappiano usare la lingua italiana, che non sappiano leggere un codice medievale né la grafia musicale espressa in neumi, che non conoscano il greco antico, né il latino, né il sanscrito, né il tedesco, né la matematica, né l’astrofisica, né la meccanica quantistica, né gli scritti musicali di Aristosseno o di Plutarco, né la differenza tra calendario giuliano e calendario gregoriano??? Per favore, smettiamola con queste offese alla mia persona. Rammento che la mia indole è notoriamente molto irascibile, e sono capace di eccessi».

 

 La Verità, 4 febbraio 2023