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The paper, una sitcom prigioniera del cazzeggio

C’è un dettaglio curioso nella promozione e nella trama di The paper, la nuova sitcom di punta di Sky, dieci episodi già disponibili on demand sulla piattaforma che raccontano le bizzarre vicende di un giornale di provincia americano, il Toledo Truth Teller, ed è la stranezza di chiamare caporedattore quello che è a tutti gli effetti un direttore. È un dettaglio rivelatore dell’autoreferenzialità della serie spin off di The office. Se infatti il titolo professionale rispettasse il ruolo, un direttore con mano libera sulla redazione e il resto, «l’ultimo vero monarca» sulla terra, tutto sarebbe più prevedibile e scontato. Invece, l’arrivo del «nuovo caporedattore» è perfetto per innescare il conflitto con chi l’ha preceduto, la mitica Esmeralda Grant di Sabrina Impacciatore, più preoccupata di trovare lo smalto giusto che le notizie. C’è da stupirsi se il suo malizioso ostruzionismo rende ancora più accidentata la quotidianità già fiaccata dalla concorrenza del Web e dei social media? Del resto, il giornale è solo una delle tante costole dell’azienda che commercializza vari derivati dalla cellulosa, compresi quelli di uso più prosaico. La sigla di partenza dice già tutto: la carta di giornale serve per avvolgere le focacce, per coprire la testa dei muratori e assorbire l’olio dei fritti. Però, adesso in redazione si cambia e al posto delle agenzie si attingerà alla fantasia e alla creatività dei cronisti, nessuno dei quali ha mai scritto un pezzo neanche per il giornalino del liceo. Pazienza se si chiacchiera amabilmente mentre il grattacielo di fronte sta andando a fuoco. Chissà come, prima dell’avvento del nuovo «visionario» capo (Domhnall Gleeson), il Toledo Truth Teller arrivava alle edicole della cittadina dell’Ohio. Però non bisogna formalizzarsi perché la plausibilità della storia è l’ultimo dei problemi di una sit che vorrebbe far ridere. Nell’improbabile redazione, ignara dell’uso delle fonti e delle regole basilari dell’informazione, attecchiscono i flirt più ovvi e il cazzeggio più inconcludente. Il fatto è che, nonostante la presenza tra gli autori di Ricky Gervais e Stephen Merchant, la ricercata demenzialità della trama si rivela un accrocco squinternato di gag e situazioni dal modesto potenziale comico. Nemmeno la parodia della giornalista svampita e traffichina di Sabrina Impacciatore basta a farla evadere dalla bolla di autoreferenzialità e narcisismo di cui è prigioniera. Poche le aspettative che ci riesca anche nella seconda stagione tanta è la presunzione da primi della classe.

 

La Verità, 1 febbraio 2026

«Mattarella calpesta i limiti della Costituzione»

Sconfortato per lo stato dell’informazione in Italia e in Europa, stupito di essere tra i pochi ad allarmarsene ma deciso a dar battaglia, già ai vertici di importanti istituzioni della comunicazione, ex consigliere Rai e per vent’anni presidente di Pubblicità Progresso, Alberto Contri ha appena pubblicato La guerra della comunicazione, testo contenuto in Luce (Arca Edizioni), saggio di autori vari, tra i quali lo storico Angelo D’Orsi e la virologa Maria Rita Gismondo.
Professor Contri, in pochi giorni abbiamo registrato l’autocritica del Wall Street Journal sulle previsioni economiche sbagliate, sui dazi e sulla tenuta di Trump, la retromarcia del New York Times sui piani economici soffocanti, le politiche ambientali autodistruttive e l’immigrazione indiscriminata e il ritiro di un articolo di Nature sulle teorie del cambiamento climatico. Che cosa sta accadendo alla comunicazione mondiale?
«Forse sta iniziando a incrinarsi il blocco informativo gestito da Blackrock, il più grande fondo di investimenti mondiale che ramifica il suo potere in 500 multinazionali tra cui sei potenti network di comunicazione. Questi media, forse, lo ripeto, cominciano a realizzare che, oltre un certo limite di bugie, non si può andare perché la popolazione si rende conto della discrasia tra la realtà e la narrazione».
Sono autocritiche e ripensamenti clamorosi di testate prestigiose, come mai non se ne parla nei nostri giornali e nelle nostre televisioni?
«L’unico che le ha riprese è Federico Rampini, tra i giornalisti e analisti più indipendenti in circolazione. Le altre grandi firme ed editorialisti, in Europa e in Italia, continuano la loro routine come se niente fosse».
È curioso che testate e opinionisti in prima linea per la libertà di stampa siano invece retroguardie quando si tratta di dare notizie che implicano un ricalcolo radicale?
«Più che curioso lo definirei drammatico. È un comportamento rivelatore del fatto che costoro si muovono in base a motivazioni ideologiche o a pressioni degli editori, anche in conseguenza del miliardo che hanno ricevuto in 10 anni dall’Unione europea (fonte: Brussels’s Media Machine, Thomas Fazi ndr) – per cui bisogna parlar bene dell’Europa – e dalla presidenza del Consiglio, sotto forma di finanziamenti alla cosiddetta stampa libera. Per esempio, mi ha stupito la richiesta di questi giorni del presidente degli editori Andrea Riffeser che batte ancora cassa a Palazzo Chigi».
Questo flusso di denaro finanzia una sorta di macchina del consenso?
«La sostanza di ciò che vediamo è molto denaro offerto in cambio di una narrazione positiva delle gesta eroiche e progressive di questa Unione europea».
Che cosa pensa della vendita di Repubblica e Stampa, crolla un bastione della sinistra e dell’Italia civile?

«I nodi vengono al pettine. Se guardiamo le statistiche vediamo un crollo progressivo nella lettura dei giornali. Quello che mi stupisce è che coloro che hanno contribuito alla caduta di questi media adesso strillano per il pericolo della fine di un’informazione che libera non era. Possiamo notare il solito doppio standard, silenzio assoluto per la crisi di Stellantis che ha colpito le maestranze e grida per le testate dove lavorano».
Qual è la sua opinione sui nostri telegiornali?
«Ormai, per un osservatore dei media come me, l’ascolto dei tg è una tortura quotidiana».
Addirittura?
«La maggioranza dei nostri telegiornali risponde a una liturgia sempre uguale a sé stessa, con la voce del padrone in primo piano e poi il risibile siparietto del cosiddetto pastone politico in cui, come tante marionette, i vari esponenti politici rivendicano con frasi fatte l’apporto del loro partito a un presunto buon andamento del Paese. Anche l’opposizione è un disco rotto, con le solite figurine di Bibì e Bibò. Per il resto, molta cronaca nera, omicidi, femminicidi e tante canzoni».
Un quadro desolante.
«Fosse solo questo, da giorni in tutta Europa, in Francia, Germania, Spagna, Irlanda ma anche in Gran Bretagna, ci sono migliaia di trattori di nuovo in marcia a sostegno delle proteste degli agricoltori. In Francia da due giorni alcune autostrade sono bloccate. Solo perché la protesta è arrivata a Bruxelles la Rai ha battuto un colpo, ma niente di più».
Come se lo spiega?
«Ci dev’essere una moral suasion, i finanziamenti cui accennavo, per dire che in Europa tutto va ben, madama la marchesa».
Come mai sui social le manifestazioni dei trattori sono visibili?
«Soprattutto su X. Questo spiega l’accanimento e la recente multa di Bruxelles contro il social di Elon Musk. Non a caso, lui stesso ha dichiarato che se avesse censurato maggiormente certe notizie non sarebbe stato sanzionato. La sintesi è questa: i media che prendono denaro sono allineati, i social che non lo sono prendono le multe».
Tg e talk show sono troppo ostaggi della polarizzazione pro o contro il governo Meloni?
«Anche della polarizzazione sul Covid, la Russia, la cultura woke… Magari fosse una polarizzazione tra due poli, purtroppo se ne vede quasi solo uno».
L’ultima vittima è Limes, la rivista di geopolitca di Lucio Caracciolo?
«Certo, contestata solo per aver distinto l’analisi dalla propaganda e ospitato tutte le voci».
A che cosa si riferiva qualche giorno fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando parlava di «opachi centri di potere sottratti alla capacità normativa degli Stati»?

«Devo rispondere con circospezione e rispetto in quanto commendatore nominato da Oscar Luigi Scalfaro e grand’ufficiale della Repubblica nominato da Carlo Azeglio Ciampi. Ho il più grande rispetto della massima carica dello Stato, ma non posso buttare a mare una reputazione di 50 anni di analista della comunicazione per non rilevare che, negli ultimi anni, le esternazioni del presidente della Repubblica hanno travalicato i limiti previsti dalla Costituzione. Innanzitutto, per la frequenza eccessiva, al punto che, a volte, compare due volte nello stesso tg. Poi perché insieme a osservazioni spesso retoriche, vengono dati precisi indirizzi sia di politica estera che di politica interna. Infine, per gli elementi d’incoerenza».
Per esempio?
«Quando ha detto che “non si cambiano i confini con la forza”, forse non ricordava il suo ruolo di vicepremier nel governo D’Alema che partecipò al bombardamento del Kosovo nel 1999».
Ma gli «opachi centri di potere»?
«In questo caso c’è un’aggressione al sistema dei social network che invece si stanno rivelando vettori di verità. Mentre i media mainstream sono ritenuti detentori esclusivi di questa verità».
Il capo dello Stato che si preoccupa di opachi centri di potere gode dal canto suo di molta visibilità mediatica.
«Posso rispondere che, sul piano della tecnica della comunicazione, esternare ogni giorno che Dio manda in terra riduce automaticamente l’autorevolezza del discorso da qualunque alto pulpito esso provenga».
Se lo aspettava un Mattarella così interventista come negli ultimi tempi?
«Sinceramente no e mi ha molto stupito, come mi hanno stupito anche certi toni. Per esempio, quello del discorso agli ambasciatori in Italia era aspro e aggressivo. E persino intimidatorio quando ha detto che “non è possibile distrarsi e non sono consentiti errori”».
Quel discorso ha avuto anche una particolare tempistica?
«Pronunciato il giorno del vertice di Berlino, nel momento in cui si sta faticosamente cercando una mediazione tra Europa e America sull’Ucraina, è sembrato un intervento a gamba tesa».
Fanno bene i telegiornali a rilanciarlo con puntualità o certi servizi sono una sorta di pedaggio?

«Dimostrano una buona dose di piaggeria. Dal punto di vista tecnico, osservo che purtroppo, dati i suoi toni freddi e anaffettivi, il presidente non è assistito da una particolare grazia nel comunicare».
Tra pochi giorni lo ascolteremo nel discorso di fine anno.
«Francamente, dopo averlo ascoltato tutti i giorni non so che cosa potrà dirci di nuovo se non ribadire le sue idee politiche».
A questo proposito, ricorda che durante il governo Draghi e il Conte II Mattarella fosse così interventista?

«Mi pare che i suoi interventi fossero di meno. Inoltre, mi permetto umilmente di osservare che, essendo già un’eccezione il secondo mandato, forse una particolare prudenza in queste esternazioni sarebbe stata raccomandabile».

 

La Verità, 21 dicembre 2025

Autogol della destra in Rai: chiuso il programma di Foa

Chiamarla RadioMeloni va di moda, ma poi, se non appartieni al mainstream, con tutte le credenziali e i timbri giusti, non duri. Prima o poi un motivo si trova per buttarti giù ed estrometterti dal consesso. E pazienza se la tua voce allarga il perimetro del dibattito e sfonda i confini del prevedibile. L’autogol di giornata del centrodestra è la cancellazione di Giù la maschera, la striscia del mattino di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai di formazione montanelliana Marcello Foa, con la partecipazione di Peter Gomez, direttore del Fatto quotidiano online, della sondaggista Alessandra Ghisleri, di Giorgio Gandola, grande firma della Verità e Panorama e, all’inizio, del sociologo Luca Ricolfi. Una squadra di conduttori indipendenti. Eppure, sorpresa a ciel sereno: il programma che due anni fa aveva sostituito Forrest di Marianna Aprile e Luca Bottura è sparito dal palinsesto senza spiegazione alcuna. Silenzio dai vertici aziendali. Imbarazzo ai piani alti di Via Teulada. Sverniciato come un graffito su un monumento. Solo che qui si parla di una rubrica radiofonica di approfondimento di un’ora al giorno. Informazione, confronto delle idee, libertà nella scelta degli argomenti. Un programma di cui il servizio pubblico dovrebbe andare fiero. «Pluralismo non è solo far parlare ospiti che hanno opinioni diverse o opposte, ma anche non avere argomenti tabù, affrontando anche quelli che altrove si evitavano», racconta Gomez che si dice «sbigottito» per quanto successo. «In questi due anni, abbiamo parlato di tutti i temi caldi, compresa la riforma della Rai. Mai una volta che sia stato detto: questo argomento meglio evitarlo».
La faccenda clamorosa è che il programma funzionava, sebbene Radio 1 fosse in lieve calo e da qualche tempo abbia deciso di non pubblicare i dati di audience. A confermare il successo della striscia c’erano i riscontri degli ascoltatori, gli apprezzamenti del pubblico, la scia di reazioni sui social. «La cosa curiosa», è sempre Gomez a raccontare, «è che per la strada la gente non mi diceva l’ho vista in tv (per L’alieno in patria, in onda su Rai 3 ndr), ma l’ho ascoltata in radio».
Ieri Foa ha postato sui social un video con tutta la sua amarezza. Dopo la promessa del nuovo direttore di Radio 1 Nicola Rao, considerato vicino a FdI, subentrato a Francesco Pionati, di inclinazione leghista, di farsi sentire entro la prima quindicina di luglio, nessuno si è più fatto vivo. «Come accade in Rai quando c’è un cambio di direttore i partiti politici hanno messo la loro voce per cercare di influenzare i palinsesti. È così da tanti anni. Quello che però è accaduto è abbastanza sconcertante perché il sottoscritto, ex presidente della Rai, non ha avuto notifica della decisione. L’ho appresa per caso dai media. E poi, questo è molto importante, perché gli altri programmi sono stati confermati», continua Foa. «Il principale a essere stato cancellato è proprio Giù la maschera. Finora, nessun politico di centrodestra ha avuto il coraggio di pronunciarsi su questa vicenda».
Un anno fa Giù la maschera era stato potenziato. «Certo», riprende l’ex presidente, «sull’Ucraina, su Gaza, sul Covid non ci siamo appiattiti sulla retorica ufficiale. Anche sull’Unione europea o le elezioni in Romania, ricordo una puntata che fece discutere. Ma davamo spazio a tutte le posizioni». Ogni giorno il programma affrontava un solo argomento introdotto da un breve editoriale di Foa, poi c’erano le interviste, gli approfondimenti e il confronto, mentre la conclusione era affidata al co-conduttore. «Foa è una persona pacata», riprende Gomez, «abbiamo posizioni diverse, ma siamo persone intellettualmente oneste. Il dialogo era sempre tranquillo, poi, certo, qualcuno poteva risultare più efficace di altri, ma questo appartiene all’ordine delle cose».
Giù la maschera era attento alla geopolitica e alle crisi internazionali su cui si faceva vanto di invitare intellettuali autorevoli, dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, a Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, da Alan Friedman, che attaccava immancabilmente Donald Trump, al giornalista Alessandro Nardone che sapeva farne una difesa efficace. Su Gaza e la crisi mediorientale gli ospiti andavano da Fiamma Nirenstein a Gabriele Segre, da Gianandrea Gaiani di Analisi e difesa alla controversa Francesca Albanese. Un programma troppo sovranista? «Un programma libero e per questo, probabilmente, scomodo», è la risposta dell’ex presidente Rai. Avevate qualche nemico dentro l’azienda? Magari l’Usigrai… «Certo, l’Usigrai non apprezzava il nostro lavoro», ammette Gomez, «ma non credo abbia molta influenza sui vertici di questa Rai».
Forse no, adesso però nei suoi uffici scorre lo champagne. Il silenzio dei vertici conferma che la chiusura deriva dalla scomodità di un programma che tra i primi ha rivelato i problemi di salute di Joe Biden. Che ha mandato in onda l’audio di Mario Draghi al Senato in cui diceva che il blocco degli stipendi è stata l’arma scelta per mantenere competitività in Europa. Che sulla crisi tra Israele e Palestina ha tenuto una linea autonoma. E che non disdegnava sconfinamenti su religione e scienza, con le ospitate a Federico Faggin, a Guidalberto Bormolini, padre spirituale di Franco Battiato, alla madre di Carlo Acutis.
Nei giorni scorsi l’ex presidente Monica Maggioni si è licenziata dalla Rai ottenendo la garanzia di mantenere la conduzione di In mezz’ora su Rai 3. «Non si possono fare paragoni», risponde Foa, «perché Monica Maggioni è sempre stata una dipendente Rai, io ho un percorso diverso». Diverso è anche il trattamento riservato ai vostri programmi. «È una domanda da rivolgere ai vertici aziendali». Che però sono spariti. «La mancata comunicazione della decisione con una qualche motivazione è ciò che più mi amareggia. Forse hanno ragione Marcello Veneziani ed Ernesto Galli della Loggia quando parlano della mancanza di un cambio di passo di questa maggioranza. Magari quelle critiche meritano di essere approfondite. Io non ho mai chiesto favori alla politica», conclude Foa, «ma se, forse, potevo aspettarmi di essere estromesso da una Rai di sinistra, mi sembra sorprendente che lo faccia una Rai che si considera di destra».
La chiamano RadioMeloni. Ma FdI e Lega sono riuscite a cancellare uno dei programmi più liberi e indipendenti della Rai. Elly Schlein non avrebbe saputo fare di meglio.

 

La Verità, 29 agosto 2025

«Macché TeleMeloni, la Rai è piena di woke»

Alberto Contri, le piace TeleMeloni?
«Francamente non riesco a capire cosa sia realmente. È una formula giornalistica, un’etichetta sciocca perché la Rai è da sempre, per definizione, incline al governo del momento. Posso testimoniarlo in prima persona: in Rai la sensibilità governativa si è sempre affermata nella scelta delle persone e nelle carriere da promuovere».
Presidente per vent’anni della Fondazione Pubblicità e progresso, autore e saggista (ultimo libro La sindrome del criceto, Nexus, 2023), Contri ride quando gli ricordo che è stato consigliere Rai dal 1998 al 2002 in quota Forza Italia.
«Così dicevano, ma era anche quella una scorciatoia giornalistica. Quando venni nominato, Fedele Confalonieri mi mandò un messaggio: apprendo dai giornali che sei di Forza Italia, non lo sapevo; e forse non lo sapevi neanche tu. Tant’è vero che poi, insieme a Vittorio Emiliani che avrebbe dovuto essere in quota alla sinistra, promuovemmo eventi come La Traviata a Parigi o chiedemmo ad Antonio Lubrano di spiegare le opere con i sottotitoli, scandalizzando i puristi della lirica».
Poi è stato amministratore delegato di RaiNet che in qualche modo è stata l’antenata di RaiPlay.
«Non in qualche modo, RaiPlay è la figlia diretta di RaiNet, tant’è vero che l’attuale direttrice, Elena Capparelli, era la mia principale collaboratrice. Il presidente invece era Giampaolo Rossi».
Torniamo a TeleMeloni. Questa Rai è totalmente al servizio del governo e del premier?
«Totalmente al servizio… Forse nella gerarchia delle notizie dei tg o nel silenzio su alcune altre».
Per esempio?
«Qualche giorno fa la numero uno dell’Intelligence americana Tulsi Gabbard ha accusato Barack Obama di alto tradimento. Ha detto di essere in possesso di prove che dimostravano la sua influenza sulle indagini sul Russiagate nel 2017 per indebolire Donald Trump. Mentre in America non s’è parlato d’altro per giorni, i nostri telegiornali hanno silenziato la notizia».
Forse si è ritenuto che la Gabbard volesse recuperare considerazione presso Trump dopo che l’aveva criticato per l’attacco all’Iran?
«Ne dubito. Si trattava di una conferenza stampa ufficiale. Con lei c’erano diverse altre personalità che hanno messo a disposizione dei documenti. Invece di dare questa notizia sono stati proposti numerosi servizi sulla vicinanza fra Trump e Jeffrey Epstein, un gossip di tutt’altra importanza».
Se così fosse, sarebbe una conferma dell’inesistenza di TeleMeloni.
«Infatti, perché sono ancora attivi i giornalisti di sempre. Forse una certa inclinazione filogovernativa la si vede nell’eccesso di cronaca nera, utile a non disturbare il manovratore».
Quindi, secondo lei nella gestione dell’informazione TeleMeloni esiste?
«Forse c’è una tendenza fisiologica ad allinearsi. Nulla di diverso da ciò che c’è sempre stato con qualsiasi governo. È il solito doppio standard: se lo fa la sinistra è lealtà culturale, se lo fa la destra apriti cielo. Coloro che oggi accusano li ho visti all’opera per anni».
E cos’ha visto?
«Intervenivano senza troppe remore. Il presidente dell’epoca Roberto Zaccaria aveva codificato il metodo sostenendo che l’informazione andava suddivisa in tre parti, una alla maggioranza, una all’opposizione e una al governo. Così i due terzi degli spazi erano filogovernativi. La stessa spartizione si applicava nei programmi di approfondimento».
Qualche giorno fa l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha replicato alle critiche alla Rai rivendicando il fatto che è «la prima fonte informativa degli italiani» e che sullo sport investe molto e vantando «il ritorno di Benigni». Dobbiamo essere soddisfatti?
«Assolutamente no. Se scorro i palinsesti non vedo novità rilevanti. Non c’è nessuna discontinuità.
Da quanti anni Mara Venier conduce Domenica In, da quanti anni c’è Ballando con le stelle, da quanto tempo c’è Antonella Clerici, che mi sta pure simpatica?».
Squadra che vince non si cambia.
«No, certo. Ma qualche iniezione di novità si potrebbe fare. E poi Rossi dice una cosa più ambiziosa: la Rai racconta il Paese. L’ha detto anche quando ha presentato il Concertone del primo maggio: il nostro è un racconto che rispetta il pluralismo. Quale sarebbe il pluralismo rappresentato da Big Mama? Anche la fiction di oggi è farcita di cultura woke e di figure rappresentative delle comunità arcobaleno».
La Rai vanta anche il successo dell’ultimo Festival di Sanremo e di Affari tuoi.
«È come giudicare il guardaroba di una persona dall’abito per la cena di gala. Poi la quotidianità è tutta virata al relativismo etico».
Le piace di meno l’intrattenimento o l’informazione?
«Mi sembra tutto modesto. Come è modesto l’intero contesto nazionale, e cito la disillusione di Marcello Veneziani per lo stato del Paese. Che inevitabilmente si riflette sulla tv pubblica».
Che dovrebbe avere una funzione diversa?
«Di elevazione del senso critico della popolazione. Se prendiamo la musica c’è da essere scoraggiati, altro che elevazione. Si mira verso il basso perché puntando verso il basso è più facile catturare l’audience. E qui emerge il peccato originale dei due colossi che si contendono la pancia del pubblico».
Diceva della cultura woke nella fiction.
«E anche nei varietà e nei programmi d’infotainment. Mentre in America si registra un decadimento in seguito alla ribellione dei cittadini, in tante trasmissioni della Rai, radio compresa, che seguo per motivi professionali, prevale il woke de noantri».
C’è qualche dirigente in particolare che lo promuove?
«Ricordo che una volta, quando era direttore di Rai 1, Stefano Coletta sbottò contro chi chiamava Rai 1 Gay 1: “A me non interessa con chi vanno a letto i miei collaboratori”. Io dico che quando si manda in onda un numero rilevante di persone di orientamento omosessuale la loro visione si diffonde urbi et orbi. L’ha detto più volte anche Mauro Coruzzi in arte Platinette: mai come ora i gay sono sovrarappresentati in tv. Invece, con grande rispetto per le scelte di ciascuno, sono poco più del 3,5% della popolazione. Nella giuria di Ballando con le stelle, che è il varietà di punta del sabato sera di Rai 1, sono la metà. Se si dice che la Rai racconta il Paese, penso che la giuria di un programma popolare dovrebbe rappresentare la segmentazione del pubblico».
Va meglio la parte degli approfondimenti e dei tg?
«Purtroppo no. Ci è voluto molto tempo prima di far apparire la realtà di Gaza. E anche sull’Ucraina c’è stata una narrazione a senso unico. Ricordiamo l’oscuramento del corrispondente da Mosca Marc Innaro che, piuttosto di non far nulla, chiese di andare al Cairo. Non si poteva dire tutta la verità sull’Ucraina, o come ha fatto papa Francesco, che la Nato si era avvicinata ai confini con la Russia. All’opposto, quando Giorgia Meloni dialogava con Joe Biden, da Washington Claudio Pagliara era facilitato a pronosticare la vittoria di Kamala Harris. Credo che questo non avvenga a causa di imposizioni, ma per forme di allineamento fisiologiche. La Rai è un corpaccione stratificato negli anni, hai voglia a spostare le persone… Uno come Giancarlo Loquenzi, ex direttore di Radio radicale, conduce Zapping da decenni e va spesso ospite del Tg3 insieme a Giovanna Botteri».
La vecchia Telekabul però è stata ridimensionata.
«Ma dove? Pensiamo a Monica Giandotti, brillante suffragetta progressista, che da Lineanotte di Rai 3 è approdata alla conduzione di Tg2Post».
E da studioso dell’innovazione nella comunicazione cosa pensa dei programmi di divulgazione sull’intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale?
«Ho sempre apprezzato Codice. La vita è digitale di Barbara Carfagna. Purtroppo, in questa ultima stagione sta mostrando una tendenza riduzionista, materialista e transumanista».
Semplificando?
«Un conto è raccontare le avanguardie digitali, un altro è magnificare l’idea di Alexandr Wang, “l’astro nascente della Silicon Valley”, di fare un figlio solo quando potrà impiantargli un neuralink nel cervello allo scopo di avere un figlio enhanced, potenziato. Oppure, altro eccesso, tessere le lodi del cosiddetto gemello digitale, costituito da ciò che rimane di noi in rete che, quando smettiamo, potrebbe continuare a lavorare al posto nostro».
Invece?
«Quando è disconnesso da quello primigenio, il gemello digitale è solo una massa di dati inerti che, non essendo gestita dal libero arbitrio di una coscienza, non potrà mai fare nulla».
Codice. La vita è digitale da quale direzione dipende?
«Va in onda su Rai 1 e Mara Carfagna è una giornalista del Tg1 che gode di ampia autonomia. Ma, anche se ogni tanto intervista qualche voce critica degli algoritmi, il servizio pubblico dovrebbe fare attenzione a promuovere certe derive transumaniste».
È stata una scelta vincente eliminare i direttori di rete e creare strutture editoriali per generi – intrattenimento, informazione, fiction, sport – trasversali alle reti?
«Si procede per tentativi. Con Carlo Verdelli direttore editoriale si era provato a organizzare l’informazione, senza riuscirci. Ora si è accentrato il potere in poche mani per semplificare i processi. Ma sono le reti a sapere di quali prodotti hanno bisogno».
Invece così le reti non hanno più identità?
«Esatto. Adesso le gerarchie sono meno chiare e, oltre alla concorrenza di Mediaset, gestire quella interna alla Rai è più complicato. In questa governance che prevede un direttore generale e un amministratore delegato è tutto un po’ confuso e non si capisce bene chi comanda».
Da un anno e mezzo si attende la nomina del presidente di garanzia, rimpiazzato dalla reggenza di Antonio Marano, consigliere anziano. È questa situazione a indebolire la linea di comando o manca una squadra di dirigenti che possa aiutare l’ad?
«La seconda che ha detto. Comunque, il presidente di garanzia è un ossimoro. Ne ho conosciuti tanti, anzi, tante visto che molte erano donne, da Anna Maria Tarantola a Lucia Annunziata fino a Monica Maggioni. Non ho mai capito bene quale fosse la loro funzione. Ancora più incomprensibile mi risulta quella della Commissione parlamentare di Vigilanza, un reperto di archeologia partitocratica. In questa situazione non si può prendersela più di tanto con Giampaolo Rossi. La Rai avanza per inerzia. La conferma è che da decenni i programmi sono sempre gli stessi: Sanremo, Benigni…».

 

La Verità, 30 luglio 2025

Un reality dei migliori per guarirli dalla «melonite»

A un certo punto, nel bel mezzo di una stagione intrisa di patologie incontrollate – dall’invasione dei migranti all’inflazione, dall’innalzamento ritmato del tasso sul costo del denaro ai blocchi del traffico orditi da Ultima generazione – una strana sindrome prese a diffondersi negli interstizi delle centrali del potere. Colpiva per contagio, attraverso la confermazione reciproca che si espandeva con la frequentazione del medesimo circuito mediatico. Gli stessi talk show, gli stessi editoriali, gli stessi siti d’informazione. Un gioco al rimbalzo che propagava il virus della melonite senza che chi lo contraeva se ne avvedesse, tanto era una patologia condivisa e aggravata dalla sicurezza di essere nel giusto. Sì perché essa attecchiva più facilmente sul terreno arato dal complesso di superiorità. All’inizio si era manifestata come un malessere a bassa intensità, un nervosismo serpeggiante del quale non si riuscivano a individuare le cause né a circoscrivere le fasce a rischio. Poi, a un anno dalle elezioni che avevano consegnato il Paese alle destre, pian piano la nebbia si era diradata. La melonite era la malattia delle élite. Il morbo dell’establishment. Una patologia ossessiva che colpiva le classi dei migliori, lasciando immuni gli strati umili.

Dopo decenni di controllo del potere, improvvisamente, si era andati a votare e Giorgia Meloni aveva inusitatamente vinto. Il maggior partito della sinistra, abituato a governare per diritto divino senza bisogno di primeggiare, aveva accusato il colpo e, pur con i suoi tempi, aveva sostituito il grigio segretario figlio della tecnocrazia post-democristiana, con una giovane militante cresciuta tra la Svizzera e i centri sociali, molto sensibile all’armonia dei colori.

Nel Paese occidentale dove, secondo alcuni autorevoli studi, gli operatori della comunicazione erano spostati più a sinistra rispetto all’orientamento dell’opinione pubblica, sembrava di vivere in una sorta di distopia. Fu così che la melonite prese a ramificare nelle sue diverse varianti. La variante Bilderberg, per esempio, aveva colpito la conduttrice del talk show più seguito nei salotti cool. Allorquando pronunciava il cognome del premier come in un rap compulsivo – allora la Meloni, intanto la Meloni, adesso la Meloni – l’inflessibile anchorwoman con un passato da europarlamentare ulivista, non riusciva a trattenere l’arricciamento del labbro superiore in una smorfia di ribrezzo che sembrava un tic nervoso. Era lo stadio più acuto. Pur avendo teorizzato la necessità di dare maggior potere alle donne per contrastare la politica del testosterone, ora che, per la prima volta, si era affacciato un premier donna, il talk della giornalista di sangue tedesco era divenuto il focolaio del contagio. Che, con l’abitudine a intervistarsi tra loro, si espanse rapidamente tra i conduttori della rete.

La variante livida aveva intaccato l’espressione facciale del direttore del giornale della più influente famiglia imprenditoriale il cui cognome identificava il capitalismo italiano per eccellenza. Ciò nonostante, sul quotidiano di sua proprietà si esibivano le firme più antagoniste e radicali del villaggio. Nel caso del megadirettore, un habitué del focolaio, la melonite si manifestava con un impercettibile digrignar dentale che alla lunga gli stampava in volto una piega di tristezza sabauda. Quando poi era costretto a pubblicare sondaggi che certificavano la popolarità del premier, lo stridore dei denti diventava ancora più fastidioso.

La variante più goliardica, insidiosa e paragura si esprimeva invece nella narrazione di uno dei siti più consultati dal bel mondo. Il suo era un caso da manuale perché proprio l’avvento del nuovo premier aveva determinato la svolta nelle cadenze del portale. Prima irriverente ai diktat della gente che piace, si era convertito al verbo quirinalizio, istituzionalizzandosi. Al mefistofelico fondatore del sito, ogni tre post ne partiva uno contro il premier e il suo cerchio tragico di cui prospettava l’imminente autodafé, l’isolamento interno e l’emarginazione internazionale. Fino ad attribuire al primo ministro certe crisi di panico e il ricorso a psicofarmaci.

Infine, l’ultima variante era quella nera. Una vecchia storia che affiorava limacciosa, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E colpiva alcune firme del giornalismo militante annidato nell’altro giornale di proprietà della solita famiglia di grandi imprenditori. A riassumerle tutte, quasi un prontuario sanitario vivente, c’era la variante iconografica che aveva infettato irreparabilmente un fotografo dal glorioso passato. Com’era nella sua estetica, egli non risparmiava sfumature e si abbandonava a insulti e sputacchi per esternare il disprezzo contundente. Rabbia, visceralità, saccenza, snobismo: gli ingredienti c’erano tutti. Ma i suoi toni erano talmente accaniti che pochi lo consideravano davvero mentre lui seguitava a invecchiare peggio.

L’espandersi del virus però qualche effetto l’aveva prodotto anche sul premier, a sua volta affetto dalla sindrome di accerchiamento. Così, anziché contornarsi di consiglieri competenti e collaboratori autorevoli, si era colpevolmente trincerato con poche persone fidate, principalmente famigliari.

Svelata anche dal sorprendente successo del pamphlet di un generale dei paracadutisti sfuggito alle maglie dell’editoria di regime, le conseguenze della distopia finivano per cristallizzarsi. Da una parte i migliori, colpiti dal virus. Dall’altra il premier, sempre più propenso ai compromessi per non inciampare sui poteri forti a ogni disegno di legge e arroccato con il clan, collezionista di gaffe. Sembrava una situazione irreparabile. Nessuno aveva un’idea. Nessuno coltivava lo straccio di un vaccino.

Finché un giorno accadde un fatterello all’apparenza marginale. Si sa com’è, a volte l’ispirazione viene da un episodio minore. Un giornalista e scrittore che viveva a Roma in una confortevole abitazione foderata di libri e opere d’arte, un intellettuale abituato a vagliare gli argomenti uno a uno, decideva di abbandonare i propri agi e di recludersi nella casa di un famoso reality show. Senza giornali e telefonino quanto sarebbe resistito? Chissà. Così a un grande produttore televisivo venne l’idea. Perché non proporre alle persone affette dalla melonite un periodo di detox? Sì, un reality show dei migliori. Più che un vaccino, il reality poteva essere la terapia della realtà parallela, la bolla nella quale gli ammalati erano immersi. L’idea divenne virale. Il produttore era sicuro e depositò il progetto. Male che andasse, sarebbe stato un interessante esperimento sociale, dai promettenti risvolti comici. Messe a punto tutte le precauzioni, dotata la casa di ogni comfort, si erano rotti gli indugi. Pur scettici e riluttanti, i colpiti dal morbo avevano accettato di entrare nella bella residenza dove sfogare tra loro le accuse contro il nemico. Allo scopo di disintossicarsi, avevano rinunciato a giornali, tv, siti, wifi e a tutte le tecnologie indispensabili per dettare la linea. Non era stata una passeggiata, tutt’altro. Il complesso di superiorità era duro a morire. Gli inquilini avevano dovuto superare pericolose ricadute e crisi di astinenza. Fu trovata anche qualche monografia giornalistica antipremier fatta entrare di soppiatto nella casa. Ma, alla fine, ce l’avevano fatta ed erano tornati rigenerati e ringiovaniti alla loro vita e alle loro professioni. Il sistema dell’informazione ne aveva guadagnato in equilibrio e capacità di valutare l’operato della politica senza pregiudizi. Il clima di tutto il villaggio aveva acquistato in serenità. E anche il premier si era tranquillizzato. Ora non aveva più alibi per rinviare la realizzazione del suo programma di governo. Nel Belpaese era iniziata una nuova èra. Certo, non che fosse tutto perfetto. Alcuni problemi persistevano sul fronte internazionale. Soprattutto a causa del comportamento dei poteri continentali e degli Stati fratelli, ingerenti in campo economico e invece latitanti quando si trattava di condividere le crisi sovranazionali. Ma i più ottimisti erano convinti che, ben presto, qualcuno avrebbe cominciato a mettere la testa anche su questo…

 

La Verità, 26 settembre 2023

«L’attualità ce la racconta l’establishment»

Buongiorno Peter Gomez, da vicedirettore a condirettore del Fatto quotidiano che cosa cambia?

«Resto direttore del sito e del mensile Millennium. Qui a Roma lavorerò all’integrazione tra giornale cartaceo e online. Le edicole chiudono e sempre più copie sono vendute in forma digitale».

Le edicole chiudono e i lettori calano?

«Quelli del Fatto quotidiano di Marco Travaglio stanno aumentando. Crescono le copie digitali e degli abbonamenti cartacei, oltre 50.000 in totale».

Da Milano a Roma, una bella sterzata…

«Mia figlia i miei affetti sono a Milano e quando le cose si sistemeranno spero di poterci rimanere di più. Ho sempre rifuggito Roma, che mi piace molto, ma è la città del potere. E ai giornalisti non fa bene star troppo vicino al potere, anche se per raccontarlo è necessario».

Altre novità professionali?

«Da lunedì sarò ospite due volte la settimana di Giù la maschera, il nuovo programma di Marcello Foa su Radio Uno».

Si era parlato di lei su Rai 3 al posto di Bianca Berlinguer.

«L’ho letto anch’io sui giornali, ma non c’è mai stato niente di concreto. A un certo punto Repubblica ha scritto che Giuseppe Conte voleva impormi per una sorta di ricatto. Qualche volta Conte l’ho intervistato, ma ci avrò parlato sei o sette volte in tutto. Poi il Corriere della Sera ha scritto che la mia partecipazione al programma di Foa è in quota 5 stelle».

Invece?

«Anche se la pensiamo diversamente su diverse cose, io e Foa siamo stati colleghi al Giornale di Indro Montanelli e trovo che in passato Marcello sia stato attaccato in modo ignobile. Quando mi ha proposto di collaborare a un programma pluralista e di qualità ho accettato di buon grado. L’unica cosa vera in questi anni è che, ai tempi del governo gialloverde, ho rifiutato la direzione del Tg1 per coerenza con il fatto che ho sempre scritto “fuori i partiti dalla Rai”».

È vero che potrebbe comunque approdare in Rai con La confessione?

«Purtroppo no. Sul Nove, dove il programma continuerà, ho sempre avuto libertà assoluta. Se arrivasse un’offerta la prenderei in considerazione perché la Rai è la Rai».

Perché al Tg1 no e un programma sì?

«Se il programma non funziona ti chiudono. Con la riforma voluta da Renzi la Rai è nelle mani del governo e la politica tormenta i direttori dei tg più di prima».

Come valuta gli abbandoni di alcuni professionisti all’arrivo della nuova dirigenza?

«Non ci sono epurati, ma persone che sono andate a guadagnare di più e con l’idea di sentirsi più libere. Fabio Fazio non è andato al Nove quando è arrivata la nuova dirigenza, è stato il cda di Carlo Fuortes a non aver avviato la trattativa per confermarlo».

Se ne sono andati anche Massimo Gramellini e Lucia Annunziata: se si è in dissenso con la nuova linea non è più da schiena dritta restare?

«Secondo me, sì. Però non riesco a biasimare chi pensa che il lavoro sarebbe stato impossibile. Mi ero fatto una cattiva opinione di Lucia Annunziata quando sembrava che si candidasse come europarlamentare del Pd. Ora che l’ha smentito l’ho rivalutata».

Quest’estate si è tornati a parlare della strage di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica.

«Sulla strage di Bologna ha fatto tutto Marcello De Angelis, giurando che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non c’entravano. È troppo comodo smorzare i toni quando scoppia il polverone. Su Ustica ho un atteggiamento diverso rispetto a quando fioccavano le tesi complottiste. Ora mi sembra una grande storia giornalistica, anche se vedo poche novità. Mi pare che i lettori guardino a Ustica come ai cold case italiani, tipo la scomparsa di Emanuela Orlandi o la fine di Simonetta Cesaroni».

I misteri del passato hanno riempito l’assenza di grandi gialli estivi?

«In parte, sì. Noto che i giornali di destra stentano un po’ ora che governa Giorgia Meloni. Varrebbe anche a parti rovesciate, se ci fosse Conte al suo posto. A me sarebbe piaciuto fare questo mestiere quand’era vincente il giornalismo british, ma oggi funzionano le testate di opinione. Non si possono più portare a esempio nemmeno i giornali americani che sono stati embedded durante la guerra in Iraq e non si sono accorti dell’ascesa di Donald Trump».

Di che cosa è sintomo il caso Vannacci?

«Di quanto stiamo dicendo. Premetto: il generale è libero di dire quello che vuole ma, al di là di quello che c’è scritto nei codici, chi è dipendente pubblico ha obblighi maggiori rispetto a chi non lo è. Se esprimi opinioni critiche sui gay, ai cittadini può venire il dubbio che con quella divisa non eserciti il tuo ruolo in modo imparziale. Per lo stesso motivo disapprovo che un magistrato entri in politica o che lo facciano i giornalisti. Prendiamo un fatto di attualità: il problema di Andrea Giambruno è che è il compagno di Giorgia Meloni e chi lo guarda in video può percepirlo come un ventriloquo».

Giorgia Meloni ha risposto a questa obiezione difendendo la libertà di stampa: vale pure per Giambruno, o no?

«Secondo me tutto dipende dal rapporto che si vuole avere con il pubblico. Credo che chi ha un ruolo di arbitro nella convivenza civile abbia un dovere in più. Quando Enrico Letta diventò premier, Gianna Fregonara smise di scrivere sul Corriere, mentre Cinzia Sasso si ritirò quando Giuliano Pisapia divenne sindaco di Milano».

Il pubblico è così ingenuo?

«Se Giambruno non fosse il compagno di Meloni le sue parole non sarebbero state così rilevanti. Per dire, Nunzia De Girolamo è brava ma, più in piccolo, lo stesso conflitto si presenterà anche per lei, ex ministra del governo Berlusconi e moglie del numero due del Pd. Se eviterà di parlarne qualcuno potrà pensare che non vuole litigare col marito».

Tornando a Vannacci, anche noi facciamo come i media americani e sottovalutiamo fenomeni importanti?

«C’è un mondo, non so quanto grande, che la pensa come Vannacci e sta a destra di Fdi e della Lega. Ma alle urne le forze che dovrebbero rappresentarlo di solito non sfondano. Il caso Vannacci è esploso perché Repubblica ne ha scritto osteggiandolo, perché l’autore è un militare e perché il ministro Guido Crosetto lo ha destituito. Non è vero che questa Italia non viene rappresentata, La Verità e Rete 4 lo fanno. La sinistra si limita a condannarla, mentre noi giornalisti dobbiamo anche raccontarla».

Cosa pensa delle forme di protesta di Ultima generazione?

«Sono non violente, imbrattano monumenti o fermano il traffico. Certo, si viola il codice penale e sono azioni fastidiose, ma in democrazia ci sta».

Ha letto i documenti svelati da Fuori dal coro che annunciano un’escalation nei prossimi mesi?

«Se commetteranno reati è giusto che vengano perseguiti. Al momento si tratta di proteste e annunci di un movimento presente, ma non così esteso. Perché non c’è lo stesso allarme per le commemorazioni dell’omicidio Ramelli col saluto romano?».

Non c’è differenza?

«Il blocco stradale è una forma di lotta dall’Ottocento, adesso è un reato come lo è il danneggiamento di monumenti. A me sembra che si guardi più al dito che alla luna. Dovremmo preoccuparci che i ghiacciai e le calotte artiche si stanno sciogliendo. Che l’uso massiccio delle plastiche aumenta l’inquinamento, e il numero e la gravità delle malattie. Dovremmo essere contenti che i nostri figli non si battono più per il comunismo o il fascismo, ma per preservare il pianeta».

Studi di geologi e climatologi smentiscono l’eco-ideologia per la quale la causa di tutti i mali è l’uomo.

«So che ci sono posizioni diverse, ma per me questa è una battaglia ideale che, finché non si commettono reati, non mi sento di condannare. All’epoca del G8 di Genova tutta la destra era contraria ai no global non solo per il modo in cui manifestavano, ma anche per quello che sostenevano. Adesso anche Matteo Salvini riconosce che avevano ragione».

Le piace la famiglia queer di Michela Murgia?

«La mia regola di vita è non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se loro stanno bene e sono felici, mi piace».

La famiglia si crea e si decide autonomamente come si vorrebbe fare con il sesso?

«La famiglia è espressione del tempo in cui si vive. Se fossi un musulmano di 400 anni fa avrei quattro mogli. Sarebbe sbagliato impedirlo se quello stato non ledesse i diritti di qualcuno e non comportasse reati».

Non si tratta di reati, ma di radice dell’essere: gli uomini non vengono al mondo per volontà propria, né come vogliono loro.

«Se cambiare sesso non danneggia qualcuno sono fatti di chi lo fa. Ciascuno ha diritto alla felicità e se la dà la famiglia queer o sentirsi oggi donna e domani uomo a me non cambia nulla».

C’è qualcosa da smascherare nella grande informazione?

«L’informazione serve agli scopi degli editori che, per esempio, guadagnano con le cliniche o con le autostrade. Oppure vogliono avere rapporti mirati con la politica. Così la realtà è raccontata con la lente dell’establishment. Quanti giornali stanno in ginocchio a pregare per rianimare il centro politico quando gli italiani non ne vogliono sapere?».

Quanto è credibile Giuseppe Conte come leader delle classi deboli?

«Secondo me, molto. La credibilità di un leader non dipende dal suo stato sociale, ma dalle sue battaglie e da quello che fa».

Elly Schlein è meno risolutiva di quanto gli elettori dem speravano?

«Temo di sì. I sondaggi danno il Pd sempre al 20% nonostante la campagna favorevole di cui ha goduto».

Cosa pensa delle sue ultime prese di posizione: «l’Italia ha diritto di sapere la verità su Ustica», «porteremo subito in aula una legge contro la propaganda fascista».

«Quando parla di propaganda fascista si rivolge a una parte del suo elettorato. Obiettivamente non vedo questo rischio in Italia. La verità su Ustica vorremmo conoscerla tutti, ma non dipende da lei».

Cosa pensa del decreto Caivano?

«Finora, in Italia la repressione penale non ha mai funzionato. Togliere il telefonino ai minori colpevoli è un provvedimento tecnicamente inattuabile».

E della tassa sugli extraprofitti?

«È giusta. Sbagliato sarebbe tassare chi guadagna grazie alla propria abilità. Chi trae profitto dalla fortuna perché la Bce alza i tassi può dare di più alla comunità. Stando ai grandi giornali, avrebbe dovuto crollare la borsa e salire lo spread, invece…».

Le manca Silvio Berlusconi?

«Da giornalista sì, perché c’era parecchio da scrivere. Da cittadino no, perché ritenevo sbagliato che facesse politica il proprietario di un grande gruppo editoriale».

 

La Verità, 9 settembre 2023

In «Cinque minuti» Vespa verga l’editoriale del Tg1

Qualcuno si aspettava che quella inaugurata lunedì da Bruno Vespa su Rai 1 sarebbe stata una striscia d’opposizione? Che i Cinque minuti che vengono dopo il Tg1 diventassero uno spazio di contestazione dell’azione di governo? A leggere i primi commenti delusi sulla nuova rubrica sembra che fossero queste le aspettative. Almeno di chi pensa che quello spicchio dell’arancia vada gustato separatamente, come se non fosse impaginato subito dopo il telegiornalone, il media più ufficiale del bigoncio. Difficile potesse essere un controcanto, un contrappunto, uno spazio di controinformazione, qualsiasi cosa che fosse contro. Con il suo Porta a Porta, Vespa è già titolare della Terza camera dello Stato e questo interstizio tra le news e il game che lo segue («Buon Amadeus») è un poggiolo o, se volete, una cabina armadio della camera.

Sigla con la canzone di Maurizio Arcieri dei New Dada, per dar l’idea di non prendersi troppo sul serio, studio molto illuminato, padrone di casa e ospite seduti su due sgabelli e posizionati frontalmente attorno a un tavolo, su poche immagini visibili in un vidiwall che sta di fronte ai telespettatori, s’innesta la prima domanda all’invitato: nella puntata d’esordio, come da tradizione, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la seconda sera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla tragedia di Cutro e le sue dichiarazioni (share del 23,6 e del 22,5% con 5,2 e 4,7 milioni di telespettatori). È uno spazio d’informazione istituzionale che affronta il principale fatto della giornata e che, incastonato al termine del tg ne è, in realtà, il vero editoriale. Per questo avrebbe potuto anche intitolarsi «Il Punto», ma sarebbe stato meno originale. Invece con quella sigla Vespa ha voluto esprimere anche una lieve insofferenza per l’esiguità dello spazio che non consente troppa elaborazione dei contenuti. Bisogna andare al sodo, per non sovrapporsi alla striscia di Rai 3 e non togliere pubblico al Tg2 in fase di avvio. I vincoli ci sono e, dunque, è sbagliato fermarsi a gustare solo quello spicchio. Gli approfondimenti giornalistici, brevi o lunghi che siano nei palinsesti Rai guardano principalmente in un’altra direzione e, dunque, questi Cinque minuti hanno un loro perché. Vespa non è Enzo Biagi e il paragone con Il Fatto mostra quanto i tempi siano cambiati. L’inclinazione moderata del conduttore è nota. Il moderatismo è anche un modo di fare il giornalista senza indossare i panni del missionario. L’Italia spaccata dell’èra berlusconiana è andata in archivio.

 

La Verità, 2 marzo 2023

«La Cappa dei media in tilt per una premier donna»

S’intitola It’s the ideology, stupid! la ricerca sul rapporto tra l’orientamento dei giornalisti e quello degli italiani realizzata dal professor Luigi Curini, politologo, analista dei media e docente di Scienza politica alla Statale di Milano. È una ricerca del 2019 che Curini aggiorna costantemente e che, come conferma il Reuters institute digital news report di quest’anno, attribuisce all’Italia il più basso livello di fiducia riposto dagli italiani nei giornali (35%) rispetto alla media europea (42%). Il titolo cita l’espressione di Bill Clinton «It’s the economy, stupid!» durante la campagna elettorale del 1992. Ma, trattandosi di giornali, fa venire alla mente anche «È la stampa, bellezza!» di Humphrey Bogart in L’Ultima minaccia (1952).

Professore, il varo del governo Meloni cambia il rapporto tra informazione e politica?

«Negli ultimi anni stampa e televisione sono state molto condiscendenti verso i governanti. Con l’arrivo di Giorgia Meloni questo allineamento è destinato a sparire, facendo tornare i giornalisti ciò che devono essere, “i cani da guardia del potere”. Ultimamente, più che cani erano cagnolini pronti a scodinzolare per le decisioni prese dai potenti».

In questi primi giorni a che tipo di narrazione assistiamo?

«Vediamo due tendenze. Rispetto all’atteggiamento non simpatetico durante la campagna elettorale verso il centrodestra e Giorgia Meloni in alcuni giornali è in atto un riposizionamento. Segnalo a titolo esemplificativo le aperture di credito di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa. Vanno registrate a prescindere che si tratti di aperture genuine o dettate da interessi. La seconda tendenza, invece, è la conferma di una chiusura dovuta soprattutto all’allarme su alcuni diritti cari alla sinistra».

Si riferisce a una possibile ridiscussione della legge 194?

«Per esempio. Su alcune tematiche identitarie questo governo potrebbe favorire una narrazione diversa da quella politicamente corretta finora in auge».

Restando all’atteggiamento di giornali e tv nota qualche eccezione al fuoco di sbarramento?

«Da anni nei media è in atto una polarizzazione affettiva che va oltre lo schieramento ideologico. È la logica dell’appartenenza tribale, dello schema amico contro nemico. Questa prospettiva non si modifica nel breve periodo. Non bastano ravvedimenti episodici per mutare lo scenario».

Pur dissentendo su gran parte dei contenuti, Concita De Gregorio ha scritto che «è nata una fuoriclasse» e Michele Serra ha parlato di «rispetto».

«Un aspetto dirompente è che Giorgia Meloni è donna. Dopo che per decenni si è denunciata la sottorappresentazione femminile, davanti a una premier donna sebbene di un altro schieramento, è impossibile rinnegare ciò che si è detto finora. Questo produce un drammatico corto circuito nei politici e nei media di sinistra. Non possono avere un approccio sprezzante come avrebbero di fronte a un uomo».

Se alcuni opinionisti si mettono in discussione anche la sua ricerca sottotitolata «Cittadini, giornalisti e il calo della fiducia nella stampa» necessita di un ricalcolo?

«La posizione dei giornalisti italiani è costante da trent’anni. Giornalisti politicamente orientati quando scrivono potrebbero essere oggettivi. Invece l’italiano medio continua a percepire una distanza tra il suo pensiero e il modo di esprimersi in tv o sui social degli operatori dell’informazione. Se ora lo faranno in modo meno partigiano questo potrebbe aumentare la fiducia verso i giornali. Vedremo».

Abbiamo citato Ferrara, De Gregorio, Serra: è troppo ottimistico dire che quella che Marcello Veneziani chiama la Cappa inizia a incrinarsi?

«Direi di sì. La densità della Cappa deriva da fattori prima internazionali che nazionali. Ora abbiamo un governo politico differente, con un mandato chiaro deciso dagli elettori. Osserviamo cosa farà nei primi 100 giorni e se questo potrà ridurre lo spessore della Cappa. La quale, però, non sarà di certo spazzata via perché gli elementi internazionali non muteranno fino alle elezioni americane del 2024».

Quelle imminenti di midterm non potranno modificare questo scenario, per esempio sulla guerra in Ucraina?

«La situazione in America riguardo all’invasione dell’Ucraina è particolarmente fluida. Ci sono posizioni eterogenee in entrambi gli schieramenti. Ma pur ipotizzando che i repubblicani ottengano una larga vittoria al Senato, e non è scontato, un cambiamento di linea potrebbe avvenire solo fra cinque o sei mesi».

Tornando in Italia, nei confronti di Giorgia Meloni si sta riproducendo lo schema visto con i governi di Silvio Berlusconi?

«La vera differenza è proprio la Meloni. Indipendentemente dalla statura politica, avere una donna premier cambia le carte in tavola. È triste dirlo: non possono attaccare Giorgia Meloni come facevano con Berlusconi proprio perché è donna. Questo mette in parte al riparo il governo stesso. Verosimilmente i media mainstream sarebbero altrettanto clementi davanti a un premier uomo, chiaramente gay. Mentre lo sarebbero di meno davanti a un cinquantenne eterosessuale, magari cattolico e con diversi figli».

Secondo l’ultima indagine di Worlds of journalism study in una scala sinistra-destra i giornalisti italiani sono quelli più a sinistra. Perché, secondo lei?

«Per un mix di due ragioni. La prima riguarda la caduta del Muro di Berlino, cioè la fine del comunismo inteso come minaccia alla libertà. Fino al 1989, l’esistenza del Muro creava una maggiore eterogeneità di posizioni perché anche coloro che avevano simpatie di sinistra erano comunque anticomunisti. Pensiamo, in Italia, alle differenze tra socialisti e comunisti. Caduto il Muro, ovunque cresce la tendenza a omogeneizzarsi. Su questo scenario si innesta in Italia la presenza del più grande partito comunista occidentale che, grazie alla strategia gramsciana dell’egemonia culturale, riesce a coinvolgere intellighenzia e mondo dell’informazione».

Negli altri Paesi occidentali il giornalismo è meno schierato?

«Se si confronta il giornalismo italiano con quello anglosassone si riscontrano due differenze. In primo luogo, una minor capacità d’interpretazione dei dati. In Italia il data journalism non si è ancora affermato e i giornalisti, in possesso di una formazione prevalentemente umanistica, sono meno efficaci nell’interpretare i dati. In secondo luogo, il giornalismo anglosassone ha una maggiore propensione investigativa, finalizzata alla costruzione del racconto e non legata allo sfruttamento immediato. Questo implica un impiego di risorse di cui i media italiani raramente dispongono».

I media sono prodotti o produttori di establishment?

«Entrambe le cose. Sono prodotti della narrazione dominante, univoca e omogenea, la varietà di opinioni è scomparsa. Una sola narrazione è legittima e i media, per isteresi organizzativa, ovvero la difficoltà di un’organizzazione complessa a modificarsi, continuano a riprodurla. Come una profezia che si auto-adempie e si auto-rafforza. Spiega bene questa situazione la parabola dei ciechi e dell’elefante».

In due parole?

«Un cieco tocca la proboscide, un altro tocca le zanne e ognuno di loro si fa un’idea parziale di come sia l’elefante. Quando ritrovano la vista, ovvero fuor di metafora, ci sono le elezioni, si scopre com’è davvero l’elefante e si resta spiazzati».

È ciò che è successo con l’elezione di Donald Trump nel 2016?

«E anche con la Brexit: questi due eventi hanno sconfitto la narrazione dominante. Altrimenti nella propria bolla si sentono ripetere solo gli argomenti in cui si crede. Tuttavia, quando il pensiero unico scopre che i cittadini votano diversamente non mette in dubbio la propria narrazione, ma dà la colpa agli elettori ignoranti».

Come considerare il fatto che l’informazione tv è in larga parte gestita da giornalisti di formazione progressista?

«È una questione di offerta: se la maggioranza delle palline dentro la boccia è rossa è probabile che quella estratta sarà rossa. Ma è anche un fattore di domanda. Siccome la narrazione ha propensione all’auto-affermazione, la richiesta dei produttori televisivi sarà in linea con il mainstream. Anche questo è un meccanismo destinato a riprodursi. Romperlo è costoso, rischioso e richiede molto coraggio»

Sulla pandemia chi dissentiva dalla linea ufficiale lockdown e vaccini è stato etichettato come i deplorable di Hillary Clinton?

«Siccome il mainstream è la verità, chiunque dissenta ha torto per definizione. E se continua a farlo è un analfabeta funzionale, un deplorevole. Se ha credenze forti invece è un complottista. È la teoria del capro espiatorio. Targarlo come complottista serve a escluderlo dall’arena della discussione».

Anche la maggioranza degli italiani contraria all’invio di armi all’Ucraina non è rappresentata nei telegiornali.

«La dinamica è la stessa. Chi ha una posizione critica sulla guerra frutto dell’aggressione della Russia o è escluso o viene rappresentato come una macchietta. Si concede spazio sempre alle stesse persone, delegittimate dal pensiero unico».

La frase di Humphrey Bogart «È la stampa, bellezza!» si concludeva con «E tu non ci puoi fare niente»: una sentenza. Dobbiamo rassegnarci a un’informazione partigiana?

«Nel breve periodo temo non si riesca a fare nulla. Gli incentivi a cambiare possono venire dal mercato editoriale. Se gli italiani che non comprano i giornali iniziassero a comprare quelli che rappresentano idee diverse sarebbe un segnale che qualcosa può cambiare».

È ancora attuale Bertolt Brecht del 1953: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo»?

«Chi è convinto della propria verità non ammette compromessi. E se il popolo non lo capisce peggio per lui: lo dovrà imparare perché le élite non cambiano idea».

Neanche con questo nuovo governo si smuoverà qualcosa?

«In un paio di legislature qualcosa potrebbe cambiare, magari per interessi. Ci sono i fondi pubblici per l’editoria e i posti da strappare in Rai… Si spera sempre in ravvedimenti sinceri, ma per cambiare il sistema possono andar bene anche quelli dettati dal tornaconto».

 

La Verità, 29 ottobre 2022

Damilano cerca il Paese reale, speriamo lo trovi

Ci sarà sicuramente occasione di tornare a parlare di Il cavallo e la torre, il nuovo programma di Marco Damilano in onda tutte le sere alle 20,40 su Rai 3 (share del 7,7%, 1,3 milioni di telespettatori). Il debutto della striscia regalata, anzi profumatamente remunerata (1.000 euro a puntata) dai dirigenti del servizio pubblico all’ex direttore dell’Espresso, è test insufficiente per dare giudizi definitivi. La decisione di anticipare la partenza di una settimana per lanciare la volata lunga sulle prossime elezioni fa sì che manchi il confronto con Otto e mezzo, quando i riscontri di audience saranno verosimilmente diversi.

Tuttavia, una prima idea la si può abbozzare, riconoscendo debiti e fonti alle quali si rifà il neoconduttore. Innanzitutto il titolo, preso dall’autobiografia di Vittorio Foa, considerato un padre fondatore della Repubblica. Il cavallo poi, oltre a essere il pezzo più spiazzante del gioco degli scacchi, è anche il simbolo, in verità piuttosto logoro, della Rai, e non a caso domina la scenografia dello studio. La cartolina di Andrea Barbato e Il Fatto di Enzo Biagi sono invece gli evidenti antenati televisivi del nuovo programma, esempi di un’informazione formalmente asciutta, ma ugualmente orientata. Damilano ha individuato nelle tre p – politica, poteri, persone – i cardini del suo racconto che inizia da Pescopennataro, un paesino di 233 anime della provincia di Isernia, nel Molise, dove la scultura di un’Italia divisa in due dalla linea Gustav voluta da Hitler nella Seconda guerra mondiale ha alti valori simbolici.

Come si vedono da lì le prossime elezioni? Come vengono recepite le promesse dei partiti? La coppia di anziani del paese che declama con solennità le proprie generalità ha sempre votato a sinistra, ma stavolta… I pochi giovani rimasti sono incerti. Invece l’artigiano con ambizioni da scultore non si recherà ai seggi perché sono finite le idee, chi incarna i valori della Costituzione? È lo spunto per evidenziare la distanza tra gli slogan delle forze politiche e i tanti indecisi, circa 16 milioni, ai quali, sostiene il conduttore, i partiti non si rivolgono. La provocazione non è banale: il Paese reale non è fatto solo di Milano e Roma, di Netflix e monopattini. C’è una quotidianità distante che i leader, tutti, non riescono a intercettare. Vedremo se Damilano, un po’ impacciato all’esordio nel ruolo istituzionale del conduttore, diverso da quello di ospite di altri conduttori amici, saprà mantenere vivo questo tipo di narrazione senza cedere alla retorica della parte giusta della storia.

 

La Verità, 31 agosto 2022

Il Corriere della Sera vuole chiudere Cartabianca

Anche i grandi critici televisivi hanno le loro piccole (o grandi) fissazioni. Un po’ come certi docenti universitari hanno le loro piccole (o grandi) predilezioni. Se poi sono la stessa persona la faccenda è ancora più bizzarra. Prendete Aldo Grasso, titolare della lettissima rubrica «A fil di rete» sul Corriere della Sera. Che non ami Cartabianca è risaputo. Ma ieri, dopo un insistente lavoro ai fianchi, il principe dei critici ha rotto gli indugi e ne ha chiesto la chiusura definitiva. «È finita Cartabianca e, in tutta sincerità, spero non torni più». Inequivocabile. Tassativo. Inelegante, anche. È noto che in questa stagione il talk show di Rai 3 condotto da Bianca Berlinguer ha attraversato momenti difficili, finendo nel mirino dei censori del Pd (Valeria Fedeli, Andrea Romano eccetera) e di svariati altri commissari vigilanti. Il casus belli è stata la partecipazione del professor Alessandro Orsini, disallineato al verbo draghiano sulla guerra in Ucraina (in precedenza altri ostacoli erano stati accatastati a causa della collaborazione con Mauro Corona). Ne è scaturita una polemica durata settimane che, sebbene camuffata sotto l’esigenza di adeguare i talk show a dei toni più decorosi, aveva in realtà come obiettivo la normalizzazione dell’unico spazio che ospita opinioni dissonanti. A ben guardare è proprio il dissenso a fare obiezione al critico del Corriere: «Ogni volta che il reale appare nella sua drammaticità, dobbiamo registrare come i talk inquinino il dibattito pubblico, creino <mostri>, diffondano menzogne e malafede, favoriscano l’indistinguibilità. Per questo, l’ospite più ricercato è quello considerato <scomodo>, l’intellettuale dai toni wagneriani, costantemente in dissenso». Insomma, meglio la noia, il calo degli ascolti, preoccupazione che appartiene alle «logiche volgari del mezzo» e alle tv commerciali, e il monopensiero piuttosto che «la contrapposizione, il tafferuglio, il parapiglia»: elementi che giustificano la richiesta di soppressione del programma.

Ovviamente la replica di Berlinguer non poteva farsi attendere: «Vi sembra normale che il critico televisivo del gruppo editoriale al quale appartiene la trasmissione mia diretta concorrente, DiMartedì, si auguri la chiusura d’autorità di Cartabianca?», ha scritto la conduttrice sulla sua pagina Facebook. «E dico <d’autorità> dal momento che gli ascolti ci hanno costantemente premiato». Oltre l’ineleganza, Berlinguer adombra il conflitto d’interessi. E si chiede: «Chi altri dovrebbe giudicare se non quegli stessi cittadini che pagano il canone e gestiscono il telecomando, della qualità e del gradimento di una trasmissione? O a decidere del destino di un programma… devono essere, in singolare sintonia, il critico televisivo del gruppo editoriale concorrente e una parte della classe politica?».

Per dissimulare una presunta ossessione per la conduttrice ed ex direttrice del Tg3 Grasso scrive che «per me Bianca Berlinguer potrebbe anche presentare Sanremo». In realtà, nel pieno della polemica di qualche settimana fa, intervistato dal Foglio – altra testata convinta della necessità di spianare le residue asperità dell’informazione tv – aveva detto: «Bianca Berlinguer segue uno schema fisso: vede uno strambo nelle trasmissioni altrui e subito lo paga. Corona, Scanzi e adesso Orsini».

Fortunatamente i palinsesti Rai della prossima stagione sono già stati decisi. In ogni caso non c’è da preoccuparsi: di solito gli interventi censori ottengono l’effetto opposto a quello che si prefiggono.

 

La Verità, 25 giugno 2022