Tag Archivio per: Iran

Mistero sulla morte della creatrice di «Teheran»

Mistero. Degli esiti dell’autopsia sul cadavere di Dana Eden, trovata senza vita il 16 febbraio scorso nella camera di un hotel di Atene, non si sa nulla. I siti specializzati tacciono e le autorità elleniche finora non hanno diffuso comunicati ufficiali. Dana Eden era una delle maggiori produttrici cinematografiche israeliane, a capo del progetto di Teheran, la serie pluripremiata di Appletv, primo contenuto non in lingua inglese della piattaforma di Cupertino. L’episodio finale della terza stagione è stato rilasciato in Italia il 27 febbraio, il giorno prima del bombardamento americano-israeliano della capitale dell’Iran. Al centro della storia c’è un hacker informatica agente del Mossad di origine iraniana (Niv Sultan) che si infiltra nel Paese degli ayatollah per sabotare la fabbricazione della bomba atomica. La particolare vicinanza all’attualità della serie è data anche dal racconto delle rivolte della popolazione giovane e delle donne che si ribellano al regime oppressivo della dittatura religiosa. Anche certe riprese di Teheran dalle colline circostanti si sovrappongono alle immagini di questi giorni della città bombardata. Tra doppi e tripli giochi, tessendo alleanze spericolate e superando situazioni disperate, la spia israeliana trova la collaborazione degli agenti della Cia e dell’ambiguo scienziato nucleare (Hugh Laurie) per raggiungere lo scopo.
Scritta da Moshe Zonder, Dana Eden e Maor Kohn per l’emittente pubblica israeliana Kan 11 che l’ha distribuita a cominciare dal 20 giugno 2020, dopo la conquista dell’Emmy award di quell’anno, ha avuto subito massima visibilità internazionale. Le successive stagioni, con le partecipazioni di Glen Close e dello stesso Laurie (Dr. House) che le hanno regalato ulteriore popolarità, hanno reso ancora più attuale se non addirittura anticipatore il racconto di Teheran. Non è difficile immaginare che tanta verosimiglianza e altrettanta diffusione abbiano potuto irritare le massime autorità iraniane. Di conseguenza, attorno alla inattesa morte della nota produttrice si son subito addensati i sospetti. A dare l’allarme era stato il fratello, recatosi nell’hotel perché Dana non rispondeva alle sue chiamate. Il notevole quantitativo di pillole trovato nella stanza ha convinto la polizia che l’ipotesi più plausibile sia quella del suicidio. Anche dopo l’esame delle telecamere di sorveglianza una fonte degli investigatori locale ha ribadito che «tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio». Tuttavia, alcuni lividi sul collo e sulle mani della donna non hanno fatto scartare la possibilità di un omocidio. Riesce anche difficile immaginare che una produttrice affermata e che sta lavorando in modo appassionato a un prodotto di successo internazionale possa togliersi improvvisamente la vita. La Eden viveva dal 4 febbraio in quell’albergo dopo che, in seguito a una vacanza ad Atene con la famiglia, era rimasta colpita dalla somiglianza alla capitale iraniana della città ellenica dove aveva deciso di girare le riprese della quarta stagione.
Poche ore dopo la scoperta del decesso, la Dana e Shula Production si è affrettata a diffondere un comunicato nel quale affermava che «le voci che suggeriscono una morte criminale o motivata politicamente sono false e infondate». La società di produzione ha chiesto ai media di non diffondere informazioni non vere e di avere sensibilità e responsabilità nel rispettare il dolore dei familiari e la loro privacy. Sarà anche per questo che, da quel 16 febbraio, non si sa ancora nulla dei risultati dell’autopsia, disposta dalle autorità come prevede la legge ellenica in caso di decesso di cittadini stranieri. Sono trascorsi quasi venti giorni dal ritrovamento del corpo della nota produttrice israeliana, ma il mistero non è ancora stato dipanato.

 

La Verità, 5 marzo 2026

Dopo la staffetta Conti-De Martino vince Da Vinci

Serata finale piena. L’annuncio del nuovo conduttore e direttore artistico, Stefano De Martino, con investitura in diretta di Carlo Conti. E una lotta mai così incerta fino all’ultimo tra Fedez e Masini (quinti) Arisa (quarta) Ditonellapiaga (terza) Sayf (secondo) e Sal Da Vinci (primo).

Sal Da Vinci 9 A sorpresa, ma non per tutti. Per sempre sì, un brano romantico, tradizionale, neomelodico, un inno all’amore e alla fedeltà coniugale, cantato sempre di getto e senza risparmio vince il 76º Festival di Sanremo. Un premio probabilmente dovuto al televoto. Un premio che farà storcere il naso alla critica. Un premio nazionalpopolare. Un premio al coraggio.

Carlo Conti 9 L’esperienza non è acqua. Con Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti sottolinea il contesto della guerra in Iran, la festa non dimentica l’attualità. Dà sicurezza alle partner. Esorta la cantante delle Bambole di pezza a non tatuarsi il suo volto sul braccio. Aziendalista, passa il testimone a Stefano De Martino. Pilastro.

Stefano De Martino 8,5 Spunta a metà serata per l’annuncio irrituale che tutti già conoscono. Sarà lui il conduttore del Festival 2027. Il talento e la spontaneità li possiede. Sul palco ci sa stare. La direzione artistica sarà il vero banco di prova. In bocca al lupo.

Laura Pausini 8 A Bocelli, senza piaggeria, dice: sono onorata di essere una tua collega. Dopo le prime sere, qualcuno le ha imposto di dire «maestra» e non «maestro» quando presenta una donna che dirige l’orchestra. Lei si corregge, ma le scappa la declinazione al maschile. Monella.

Giorgia Cardinaletti 6,5 Alle telecamere della Rai è abituata, le pause della dizione le conosce, l’unica preoccupazione è la scala. Passa la linea all’abituale Tg1 in un minuto di mezza sera che dà la notizia della morte dell’ayatollah Khamenei. Introduce il momento femminicidi. Diligente.

Nino Frassica 5,5 Con acconciatura alla Cristiano Malgioglio: siccome l’anno scorso è stato un successo rifà le stesse cose. Legge il decalogo del bravo conduttore. Che deve essere anche un direttore artistico e rifiuta i Jalisse e Al Bano. La gag del ritorno a sorpresa di Can Yaman… insomma. Il direttore di Novella bella è una parodia consumata. Inflazionato.

La frase post canzone 4 Permettimi di dire una cosa velocissima. Contro le bombe che silenziano i bambini in tutto il mondo (Ermal Meta). Io stasera sono a disagio, ricordiamoci di quello che succede nel mondo (Michele Bravi). E poi i ringraziamenti alle persone che lavorano dietro le quinte, al mio team e alla splendida orchestra… D’accordo che è la serata finale, ma… Stucchevoli.

Andrea Bocelli 9 Arriva a cavallo, nientemeno. Il pubblico è in piedi. Si accompagna al pianoforte interpretando Il mare calmo della sera con cui vinse nel 1994 tra le Nuove proposte. Dopo il grazie a Caterina Caselli che lo lanciò, Con te partirò. Apoteosi.

Gino Cecchettin 6 Poteva mancare e invece no. Il momento di sensibilizzazione contro i femminicidi e il maschilismo tossico ormai è un classico dei grandi eventi generalisti. A picco sul burrone della retorica. Obbligato.

 

La Verità, 1 marzo 2026

«Trump agisce, Xi e Putin assistono impotenti»

Federico Rampini, il Risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale quali sarebbero?
«Primo: in geopolitica i rapporti di forze contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati». 
Risiko è il titolo del tuo programma che dal 14 gennaio andrà in onda per sei mercoledì su Canale 5 in seconda serata, un ciclo di docu-film sul nuovo scacchiere mondiale. Come lo racconterai?
«Dalla mia casa di New York e dai luoghi iconici di una città che rimane il centro del mondo, spiego la geopolitica per il pubblico italiano. I potenti della nostra epoca e il Risiko con cui si contendono il mondo. Prima puntata: Trump e le guerre economiche globali. Parto da questo paradosso: Trump va al potere in un’America fortissima, all’apice della sua prosperità economica, eppure sembra voler sfasciare tutto. Come nasce il suo assalto alle regole dell’economia globale che l’America stessa aveva costruito? Seconda puntata, Xi Jinping, il dragone che è sicuro di dominarci. Con i piedi a Chinatown vi racconto la Cina di ieri e di oggi, attingendo alla mia esperienza di cinque anni da corrispondente a Pechino e ai miei viaggi più recenti. Descrivo un Paese da fantascienza, dove ho visto meraviglie tecnologiche che noi occidentali non ci sogniamo. Terza puntata, Putin “latifondista globale“. A seguire: la rinascita di un impero arabo sotto la guida di un principe quarantenne. L’Europa guidata da una Germania che si riarma. L’Africa che nessuno vuole vedere, un continente giovane e dinamico, pieno di problemi ma anche di vigore. Inchieste in movimento, con un ritmo cinematografico, grazie a quel set travolgente che è New York. Capitale globale: contiene letteralmente tutte le nazioni di questo mondo». 
L’arresto di Maduro in Venezuela, le mire sulla Groenlandia e il sequestro delle petroliere russe sono l’inizio di un nuovo imperialismo americano o siamo ancora nell’applicazione della dottrina Monroe, sostanzialmente difensiva rispetto all’espansionismo europeo?
«L’imperialismo americano da due secoli non era mai cessato nell’emisfero occidentale. Il progressista Kennedy inaugurò la sua presidenza nel 1961 lanciando un’invasione di Cuba per rovesciare il filosovietico Castro, fu un disastro ma l’ingerenza era plateale. Bush padre, moderato e multilateralista, mandò reparti militari a Panama per catturare il narco-dittatore Noriega. Trump si distingue solo perché non ha nessun pudore nel dichiarare che gli interessi economici guidano la sua politica estera, e che l’America non si fa condizionare dal consenso delle opinioni pubbliche altrui».
Queste azioni indicano un cambio di strategia o sono coerenti con gli annunci della prima ora?
«Nel recente documento della Casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale c’è scritto tutto. In certi casi c’è continuità rispetto a Obama-Biden: la decisione di procedere a un graduale divorzio dalla Cina, rispetto all’interdipendenza totale del trentennio precedente, cominciò a maturare verso la fine del mandato Obama». 
Panama, Venezuela, Groenlandia, Messico: si torna alla politica delle aree d’influenza?
«No. Non se con questa espressione si allude al fatto che l’America si accontenta di dominare l’emisfero occidentale e gli altri possono fare quel che gli pare altrove. Non si spiega come sia aumentata l’influenza Usa in Medio Oriente, ridimensionando Russia, Cina, Iran».
Molti ritengono che l’esfiltrazione del dittatore di Caracas, che comandava pur avendo perso le elezioni, finisca per legittimare l’aggressione russa all’Ucraina e le possibili azioni di Pechino contro Taiwan: è davvero così?
«Falso, è un teorema che ribalta la cronologia storica. Xi proclama la volontà di annessione di Taiwan dal 2012, quando c’era Obama alla Casa Bianca. Putin invade la Crimea nel 2014 sempre sotto il naso di Obama e invade l’Ucraina nel 2022 durante la presidenza Biden. Anzi, per Xi e Putin è motivo di preoccupazione e imbarazzo lo spettacolo di impotenza che hanno dato al mondo intero, non riuscendo a proteggere i loro alleati in Siria, Iran, Venezuela. Inoltre, è un problema per loro se l’America si conquista il ruolo di arbitro del mercato petrolifero mondiale». 
È più corretto pensare che il capo della Casa Bianca badi soprattutto ai suoi interessi economici e all’approvvigionamento di petrolio, gas e terre rare?
«L’America ha l’autosufficienza energetica, controllare il petrolio venezuelano, condizionare quello iraniano e russo, accresce il suo potere negoziale sui rivali strategici come la Cina. In quanto a terre rare: è passata inosservata la Pax silica con cui l’America coalizza alleati per affrancarsi dal semi-monopolio cinese. Certo che gli interessi economici sono dominanti nella visione di Trump».
La sua preoccupazione maggiore è contrastare l’espansionismo cinese.
«Per ora ci sta riuscendo, il deficit commerciale Usa-Cina continua ad assottigliarsi».
Che effetti ha sul fronte interno questo attivismo del tycoon?
«Salvo che nelle grandi guerre, gli elettori americani non si appassionano di politica estera».
Il mondo Maga avrebbe preferito un maggior impegno sul terreno economico?
«Sì, lo giudicheranno sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione del carovita, a novembre se non saranno soddisfatti manderanno in minoranza i repubblicani alle legislative».
È corretta la sensazione di un JD Vance in secondo piano?
«Sull’Ucraina e sul Venezuela ha avuto più peso Marco Rubio, che è un falco anticomunista in America latina, ma non vuole fare concessioni pericolose a Putin e quindi ha aiutato gli europei e Zelensky».
Queste ultime mosse, soprattutto il sequestro delle petroliere russe, possono compromettere la trattativa per la soluzione della guerra in Ucraina?
«Al contrario. Putin capisce solo il linguaggio della forza».
La trattativa per l’Ucraina ha infranto l’asse tra Londra e Washington su cui si reggeva la Nato?
«Starmer è debole, sfiduciato dagli elettori, quasi al livello di Macron. Sull’immigrazione ha finito per adottare una linea trumpiana. Per la cattura della nave petroliera russa ha messo a disposizione i suoi militari. Fa il possibile per mantenere un buon rapporto con Washington, sulle norme digitali Londra è più favorevole a BigTech di Bruxelles».
Sono realisti o velleitari gli appelli a un maggior protagonismo dell’Ue di fronte all’attivismo di Trump?
«L’Ue ha bisogno di leadership. Storicamente ebbe l’asse franco-tedesco ma con Macron la componente transalpina si è spappolata. Prevedo un ritorno di egemonia germanica. Merz ha le idee chiare su come ridurre la fragilità del suo paese e quindi dell’Europa: riarmo, protezionismo contro la Cina, crescita della domanda interna per non essere al traino dei consumatori americani».
La crisi prodotta dalla guerra in Ucraina poteva bastare a dimostrare che l’architettura dell’Unione europea è strutturalmente fragile e inadeguata?
«Qualcuno ha appreso la lezione ucraina: Germania, Polonia, Paesi Baltici, Svezia, Finlandia. Non è poco».
Che cosa pensi di ciò che sta accadendo in Iran? Da cosa nasce la ribellione al regime degli ayatollah?

«È una protesta economica che coinvolge i mercanti del bazar di Teheran, gli stessi che nel 1979 furono decisivi per cacciare lo Scià. La teocrazia sciita ha impoverito la popolazione e nel 2025 ha perso la credibilità del terrore internazionale che aveva quando Hamas, Hezbollah e Houthi erano all’apice. Però abbiamo visto altre proteste schiacciate nel sangue dal regime. Se la rivolta popolare non ha una leadership organizzata, l’apparato repressivo può prevalere. Forse bisogna sperare che ci sia una faida interna e ne emerga una classe dirigente meno fanatica, meno orientata alla jihad».
Il nuovo ordine mondiale ci fa stare tranquilli o ha un tratto inquietante essendo dominato da personalità come Trump, Xi Jinping, Putin e Netanyahu?
«L’ordine mondiale è sempre stato più caotico e violento di come ce lo raccontiamo. L’illusione che sia esistita una Età dell’oro è specifica all’Europa occidentale: è l’unica parte del mondo dove c’è stata una vera Pax americana per 80 anni. Grazie al deterrente Nato, cioè all’America, i soldati di Mosca potevano massacrare civili a Varsavia, Budapest e Praga, ma non a Berlino Ovest o a Trieste. In quanto all’abitudine di infilare Trump e Netanyahu tra gli autocrati insieme a Xi Jinping e Putin, nasce da un vizio: si scambiano i difetti personali per difetti sistemici. Non basta un leader illiberale per uccidere una democrazia se questa è abbastanza forte da contrastarlo. Lo spettacolo quotidiano dei contropoteri in America ce lo dimostra».  
Con il secondo mandato di Trump e la fine del pontificato di Francesco è tramontato l’ordine obamiano basato su politiche green, diritti Lgbtq, cultura woke e immigrazione: quali sono i cardini del nuovo scenario?
«L’ambientalismo apocalittico era insostenibile e si è fatto del male da solo. Sì, siamo in una fase diversa e questo riguarda anche la cultura woke. Però il quadro è complesso. Da una parte la rivolta contro la dittatura ideologica woke era cominciata nella società civile e nel mondo economico prima che arrivasse Trump. D’altra parte, nelle élite culturali il conformismo woke resta forte. Basta vedere il trattamento inflitto a un film coraggioso come Dopo la caccia di Luca Guadagnino».
Molti Paesi, anche in Sudamerica dal Cile al Perù, forse per reazione allo schema obamiano stanno spostandosi a destra: in forza di cosa i volenterosi europei, in crisi di consensi, resistono e si oppongono?
«Lo spostamento a destra in America latina è provocato dalle stesse cause che hanno fatto vincere Trump: immigrazione clandestina, narcotraffico, violenza criminale. In Europa se esistesse ancora il Partito comunista di Enrico Berlinguer sarebbe quello che era negli anni Settanta: un partito d’ordine, attento ad ascoltare la classe operaia e a tutelarne la sicurezza nei quartieri in cui vive».

 

La Verità, 10 gennaio 2026