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Il santo di internet fa boom anche nella tv generalista

Il santo dei new media conquista la tv generalista. Un po’ a sorpresa verrebbe da dire. Domenica sera Il mio nome è Carlo, il film tv trasmesso da Canale 5 sulla breve vita di Carlo Acutis, interpretato da Samuele Carrino nel ruolo del protagonista, e da Lucia Mascino in quello della madre, ha fatto il boom di ascolti sfiorando il 30% di share (esattamente il 29.6) e conquistando quasi 4,3 milioni di telespettatori. Un risultato inatteso nelle sue proporzioni anche dalle parti di Cologno Monzese. Prima di esultare al nuovo miracolo del santo millennial bisogna però osservare che il biopic diretto da Giacomo Campiotti non doveva affrontare una concorrenza particolarmente agguerrita: la Serie A di calcio è in pausa per la Nazionale, Che tempo che fa sul Nove non è ancora iniziato e Rai 1 proponeva un film dallo scarso appeal (che infatti si è fermato al 10.8%). Tuttavia, il responso dell’Auditel diventa particolarmente significativo se si considera che nella fascia 15-34 anni lo share è del 32.6%, cioè di tre punti superiore alla media complessiva. Restringendo il target al segmento 20-24 anni, addirittura decolla fino al 42.1% per gli uomini e al 40.8 per le donne, mentre scende considerevolmente al 24.7 per gli uomini e al 30% per le donne tra i 55 e i 64 anni. Sono dati sorprendenti perché ci si poteva aspettare che un film così conquistasse principalmente platee di un pubblico stagionato. Invece no, la storia del santo morto quindicenne nel 2006 per una leucemia fulminante e canonizzato un anno fa da Leone XIV, ha conquistato ancora di più i giovani. Evidentemente, i normali strumenti di valutazione in possesso di analisti dei media e addetti ai lavori si dimostrano inadatti a intercettare questo piccolo fenomeno di religiosità capace di travalicare i confini della comunità digitale investendo la programmazione televisiva.

Da qualche settimana, con Giganti – I protagonisti della storia di Toni Capuozzo, in onda su Rete 4, e poi con il modesto film tv di Rai 1 Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano, quella della domenica è una serata dedicata a ritratti e biografie di personalità e figure dall’alto contenuto umano e culturale. Tuttavia, il seguito ottenuto dal tv movie sul santo millennial supera di slancio e di gran lunga anche questa nuova abitudine del pubblico. Per approfondirlo, forse, più che le analisi dei critici televisivi servirebbero quelle degli antropologi e dei sociologi della religione ai quali il tema della ricerca del senso dell’esistenza che attraversa le giovani generazioni è sicuramente più prossimo.

 

La Verità, 29 settembre 2026

La Cei «adotta» il musulmano Buttafuoco

Senza atteggiarsi a martire, senza innescare referendum mediatici, senza chiamare a raccolta l’Usigrai e i colleghi in nome della libertà di stampa, Pietrangelo Buttafuoco si è accordato con Radio InBlu e nelle prossime settimane porterà il suo Lupus in fabula nell’emittente radiofonica dei vescovi. Qualche giorno fa, dalla storica sede regionale veneta della Rai, quel Palazzo Labia da anni sottoutilizzato e ora messo in vendita, è andata in onda l’ultima puntata – dedicata al Milione e Marco Polo, venezianità in purezza – dopo che Nicola Rao, direttore di Rai Radio 1, ha definito il programma «troppo di nicchia» e «destinato ad altro» i dieci minuti dalle 6,50 del mattino. Una scelta che sa molto di rappresaglia perché il presidente della Fondazione Biennale di Venezia non ha chinato il capo di fronte alla richiesta di mantenere chiuse le porte al Padiglione russo di Arte contemporanea di proprietà di Mosca. La vicenda è arcinota ai nostri lettori e non è il caso di tornarci. Più interessante è che, saputo della cancellazione della rubrica nella tv di Stato, il direttore di Tv2000 e Radio InBlu, Vincenzo Morgante, con l’avallo dei massimi vertici della Conferenza episcopale italiana, si è fatto avanti per proporla nella sua radio dove, evidentemente Lupus in fabula non è ritenuto di nicchia. Un’offerta dall’elevato valore simbolico. La Chiesa italiana sta con l’islamico Buttafuoco. Lo confermano anche le lettere e gli interventi del presidente della Biennale che compaiono su Avvenire, il giornale della Cei, sia sulla natura e il destino dell’«istituzione culturale più importante del mondo», come l’ha definita nella serata conclusiva della Mostra del cinema, sia, da ultimo, sulla proposta del filosofo Eugenio Mazzarella di candidare al Premio Nobel per la pace i bambini di Gaza. Infine, sempre a proposito del rapporto con la Cei, particolarmente intensa è stata all’ultima Mostra cinematografica, la collaborazione con la Fondazione Ente dello spettacolo.

Se non una vera e propria alleanza, tra la Biennale e la Chiesa italiana è in atto una collaborazione molto fattiva. Nei suoi due anni e mezzo di presidenza, Buttafuoco ha sviluppato un’attenzione privilegiata ai temi della spiritualità e della bellezza in dialogo con le istituzioni ecclesiastiche. L’inizio di questo rapporto è il 28 aprile 2024 con la visita di Francesco al Padiglione della Santa Sede allestito nella Casa di detenzione femminile della Giudecca. Era la prima volta di un Papa alla Biennale. Ad accoglierlo, oltre alle autorità locali, c’erano ovviamente Buttafuoco e il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, tra i quali era già vivo uno scambio di idee che sarebbe sfociato in alcuni eventi rivolti alla cittadinanza. Primo dei quali il Progetto speciale dell’Archivio storico dedicato al teologo e mistico domenicano Johannes Eckhart (noto come Meister Eckhart), intitolato Expositio sancti evangeli secundum Johannem (Commento al vangelo di Giovanni), cinque serate nel marzo 2025 che hanno avuto tra i relatori il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero della cultura e dell’educazione della Santa Sede, e lo stesso patriarca di Venezia.

Nel maggio di quest’anno, insieme con il rettore dello Iuav Benno Albrecht e la delegazione della Fondazione Venezia per la Ricerca sulla pace, il presidente della Biennale ha incontrato il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin per parlare del progetto di riunire a Venezia i premi Nobel per la pace viventi. Il 6 ottobre prossimo, l’arcivescovo Moraglia terrà a Ca’ Giustinian, sede della Biennale, una lectio su San Francesco riletto con i versi di Dante Alighieri. A seguire, come anticipazione di un evento dedicato al cinquantenario della storica edizione del 1977 dedicata al Dissenso, la Biennale della Parola si concentrerà sulla figura di Pavel Florenskij, «martire tra i martiri di Russia, un faro assoluto del sentimento cristiano, massimo tra i filosofi e gli scienziati, ucciso dal Kgb a Leningrado nel 1937 in considerazione della sua testimonianza di verità, sorgente oggi della più limpida presenza della parola sinceramente libera», ha scritto sul Foglio Buttafuoco, annunciando cinque serate (16-20 novembre) di riflessioni e performance teatrali che sono molto più che una semplice compensazione della riapertura del Padiglione russo, gestito dal governo di Mosca.

L’istituzione veneziana si propone come hub internazionale di ricerca culturale, di recupero delle testimonianze della cristianità e di affermazione della libertà espressiva, favorito dal rilancio, dopo 53 anni, della Rivista della Biennale e dalla realizzazione della nuova sede dell’Archivio storico all’Arsenale. Nelle stanze vaticane c’è approvazione. Quest’estate, non troppo a sorpresa, Buttafuoco ha ricevuto la telefonata del presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli Bernhard Scholz che lo invitava al Meeting di Rimini nel giorno della visita di Leone XIV. Non è stato specificato se l’iniziativa della prossima pubblicazione della Biennale di un testo di rilettura del De Musica di Sant’Agostino a cura del musicologo Michele Tadini e di Giovanni Lindo Ferretti nasca da quell’incontro, ma è lecito pensarlo.

 

 

La Verità, 22 settembre 2026

I turbamenti di Augias catechizzato da Zuppi

Riparte la nuova stagione di La torre di Babele e Corrado Augias che conduce il programma (La7, lunedì, ore 21,30, 720.000 telespettatori, share del 4.3%) è turbato perché il mondo va a rotoli. Ci sono le guerre, c’è il cambiamento climatico, ci sono state le elezioni in Sassonia e in Svezia e presto ci saranno quelle in Israele, quelle di medio termine in America e poi quelle italiane. Il turbamento è tanto e c’è bisogno di trovare la bussola che orienti in mezzo al caos. Chi c’è di meglio per farsi aiutare se il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Eccolo seduto sulla poltroncina dirimpetto al conduttore che legge brani dalla Magnifica humanitas di Leone XIV e ne elogia la capacità, unica figura di sovrano che ha saputo farlo, di guardare oltre la prospettiva delle prossime elezioni e le polemiche sulle preferenze sì o no. L’elogio di Augias è accompagnato dall’imbarazzo che lo costringe a separare l’elemento umanistico dalla «visione religiosa che si può condividere o no» e a ribadire che la redazione del programma è tutta «composta da non credenti». E ancora: «Non possiamo certo trasformarci in una trasmissione papalina», avverte prima di proporre un altro brano del Pontefice dall’intervento al Meeting di Rimini di qualche settimana fa. In certi momenti, tra il cardinale e il giornalista ateo sembra di assistere a una disquisizione accademica, che si sviluppa per categorie filosofiche. L’insistita sottolineatura del conduttore sul suo essere non credente non riesce tuttavia a nascondere quali siano le questioni che lo turbano davvero e su cui vorrebbe l’approvazione del presidente della Cei. Prima questione: perché il mondo va a destra? C’è tanta paura e ci sono molti modi di reagire alla paura, suggerisce il cardinale. Di fronte all’emergenza di Ceuta, per esempio, l’Europa dovrebbe rispondere unita e non dividendosi, osserva Zuppi, mandando un messaggio chiaro al nostro governo e appagando i desideri del suo interlocutore. La seconda questione che turba il conduttore è perché non possiamo decidere autonomamente quando staccare la spina e morire come piace a noi? Qui il confronto si fa ancora più vivace perché la realtà irrompe nella sua crudezza con l’avvicinarsi del momento finale che Augias avverte in modo stringente. Così, le domande partono dalla sua esperienza personale di sofferenza vissuta in ospedale. Ma Zuppi non si fa impressionare: la sofferenza deve essere accompagnata e può essere attraversata in modo positivo come prova il fatto che «lei adesso è qui» e ne sarà contento. L’evidenza esistenziale supera le convinzioni filosofiche.

 

 

La Verità, 16 settembre 2026

«Il Papa a Gaza? Ascolterà lo Spirito Santo»

Teologo, già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger nella Congregazione per la dottrina della fede e poi durante il suo pontificato, don Nicola Bux conserva autorevolezza e lucidità di giudizio di quella stagione. Ieri ha letto l’intervista alla Verità nella quale Carlo Freccero racconta il suo sogno di vedere papa Leone XIV andare a Gaza a sporcare la sua veste bianca con il sangue della guerra.
Don Nicola, anche lei è un sognatore?
«Ho letto e sono ammirato di quanto Freccero ha espresso con singolare profondità, individuando il nodo della vicenda che credo sia non appena di Gaza, ma del mondo intero perché quello che accade lì è, in un certo senso, emblematico di ciò che accade nel mondo. Condivido soprattutto la convinzione di Freccero per il quale una nuova narrativa possa venire dalla religione».
Che cosa le fa venire in mente l’immagine del Papa pellegrino disarmato a Gaza?
«Mi ricorda il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 e le macerie del quartiere di San Lorenzo dove Pio XII si recò per portare consolazione alla popolazione. E mi ricorda anche Giovanni Paolo II che si recò a Sarajevo. Diciamo che entrambi gli episodi giustificano in qualche maniera il sogno di Freccero».
Al fianco di Pio XII c’era un giovane Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. La Chiesa sta dove il popolo è sofferente?

«Questo è il suo statuto fondativo. La parrocchia di Gaza è retta da don Gabriel Romanelli che appartiene all’istituto del Verbo incarnato. Questo istituto è famoso per stare nelle situazioni più emarginate del mondo. La parrocchia riunisce anche la presenza dei cristiani ortodossi. Don Romanelli ha ribadito che loro non si muoveranno da lì».
L’immagine di papa Pacelli con le braccia allargate tra la gente di Roma è rimasta nella storia.
«È così, certo. Tuttavia, all’indomani della sua elezione, nella messa in Cappella sistina con i cardinali, papa Leone XIV ha detto che “noi dobbiamo sparire perché Cristo rimanga”. Un’espressione molto importante. Che ci deve far riflettere perché purtroppo, nell’attuale sensibilità mediatica, una visita del Papa, qualsiasi Papa, avrebbe un forte impatto mediatico, ma potrebbe avere anche un contrappeso negativo, di appagamento dello spettacolo».
Freccero non la immaginava con questa inclinazione.
«
No, anzi. Ammiro la sua idea perché egli stesso ha detto che sarebbe espressiva di una religione che si fa carico del dolore dell’umanità a differenza delle altre due religioni, l’ebraica e l’islamica, incapaci di usare la misericordia perché prigioniere della legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente. Dicendo che si è dimenticato il comandamento “non uccidere”, papa Leone ha voluto richiamare la radice della guerra. Non dobbiamo avere paura a dire che questa radice si chiama peccato. Quando Freccero dice che la religione cristiana ha conservato una integrità dovrebbe includere che bisogna avere il coraggio di dire che la causa prima delle guerre, degli omicidi e delle violenze si chiama peccato. Proprio papa Pio XII diceva che “il peccato più grande nel mondo d’oggi consiste nel fatto che gli uomini hanno cominciato a perdere il senso del peccato”».
Che immagine sarebbe quella di papa Leone XIV tra le macerie di Gaza?
«Sarebbe l’immagine replicata di Cristo presente nel mondo e nell’umanità sofferente. Certamente avrebbe una sua efficacia. Però, in realtà, non sarebbe nient’altro che un’enfasi di quello che la Chiesa già fa a Gaza. Don Romanelli, il patriarca Pierbattista Pizzaballa e gli altri religiosi orientali dimostrano che la Chiesa non abbandona il popolo».
È vero, la Chiesa è già presente in quella tragedia. Ma l’andarci di proposito del vicario di Cristo in terra potrebbe produrre anche un soprassalto emotivo?
«Non dubito che un atto del genere avrebbe tale impatto e porterebbe a riflettere. Tuttavia, occorre valutare ciò che rimarrebbe a carico di coloro che vivono lì tutti i giorni. I padri francescani, la comunità di cui fa parte il patriarca di Gerusalemme, da otto secoli sono nella Terra santa e, grazie alla loro minorità, al basso profilo, riescono a mantenere la posizione tra gli opposti contendenti. Perché, come mi hanno detto diversi cristiani del posto, il problema non è la guerra di Gaza ma la persistenza dei cristiani in quella regione».
Che cosa potrebbe smuovere una visita di papa Prevost a Gaza?
«Realisticamente, credo quasi nulla perché le parti non guardano al Papa come a un’autorità morale, ma come a un capo politico. Dai musulmani viene percepito come il capo dell’Occidente. Anzi, dalle fasce più estremiste, come il capo delle crociate. Gli ebrei non lo vedono come il vicario di Cristo, ma con sospetto, come una presenza che potrebbe interferire negli affari del Paese. Leone XIV dovrebbe calibrare l’iniziativa con i cristiani locali, soprattutto adesso che c’è una recrudescenza degli ebrei radicali contro i cristiani. In particolare, dovrebbe confrontarsi con il patriarca di Gerusalemme che è un profondissimo conoscitore del mondo ebraico».
Un gesto così potrebbe scalfire l’insensibilità di Benjamin Netanyahu e dei terroristi di Hamas?
«Forse sì, perché è vero che qualsiasi gesto dirompente può avere effetti imprevisti. Tutto è possibile. Il Papa potrebbe sentirsi ispirato a rompere degli schemi e a osare. Quando Paolo VI andò in Terra santa nel 1964 era ben conscio che sarebbe stato strumentalizzato. Però osò farlo dopo aver accuratamente preparato quell’azione. Le problematiche sono complesse».
Sarebbe un gesto profetico, una testimonianza oltre i protocolli della diplomazia che appartiene a una Chiesa del martirio?
«Quando si dice “gesto profetico” si dice Spirito santo. In passato vescovi e preti hanno promosso marce per la pace in luoghi di guerra, ma dopo tanti anni siamo al punto di prima. Il problema è la conversione del cuore dell’uomo a Dio, all’amore per il prossimo e alla grazia. Questo è un lavoro diuturno, non basta un gesto, per quanto eclatante. La Chiesa va in tutto il mondo a far conoscere il vangelo per far conoscere Dio. Questo cambia l’uomo perché quando si conosce e ama Dio non si fa la guerra».
Questa idea è poco realistica e nemmeno ipotizzabile?
«È ipotizzabile perché il Papa è assistito in modo speciale dallo Spirito santo. Se lo farà sarà perché si sarà sentito incoraggiato a farlo. Se non lo farà vuol dire che lo Spirito santo non gliel’ha suggerito».

 

La Verità, 21 settembre 2025

 

«Sogno il Papa che sporca la veste di sangue a Gaza»

Ci penso da giorni, settimane. E non se ne va, questo pensiero. Mi chiedo: che cosa accadrebbe se papa Leone XIV andasse a Gaza? Ora. Andasse fisicamente. E la sua veste bianca si sporcasse con il sangue della guerra? Dei morti ebrei e palestinesi, i due popoli che si odiano? È un pensiero che non se ne va: che cosa accadrebbe? Forse il mondo si fermerebbe. Tratterrebbe il fiato. Forse per un momento si fermerebbe anche l’odio. Lì, in quella terra. In quelle macerie dell’umanità. Dove la ferita è più profonda e purulenta, nella carne del mondo».

Da geniaccio visionario, Carlo Freccero immagina. Segue i voli della sua mente. È molto più che un ex vulcanico direttore di televisioni. Molto più dell’ex uomo di Silvio Berlusconi e dei primi palinsesti di Canale 5 e poi di La Cinq in Francia, di Italia Uno e Rai 2. Freccero è un intellettuale non allineato. In gioventù è stato credente, poi ha letto Jean Paul Sartre e si è allontanato. Oggi è un uomo di 75 anni che continua a studiare e a interrogarsi. A non arrendersi alle lascivie del nichilismo. E a farsi domande davanti alle sciagure del mondo. Il Covid. Le guerre. Le risposte delle ideologie con le loro pretese di aggiustare i popoli a immagine e convenienza delle élite. Risposte sempre più insufficienti e che, alla fine, con le loro agende e i loro reset, producono nuove violenze come abbiamo visto con l’assassinio di Charlie Kirk. E nuovi soprusi, come vediamo attraverso la manipolazione continua dell’informazione, ultimo caso i droni russi che avrebbero provocato la distruzione di un’abitazione in Polonia e armato l’operazione Sentinella dell’Est della Nato. E allora, dice Freccero: «Solo la religione, anzi, solo il cristianesimo può, forse, rappresentare una novità».

Ripartiamo da quel pensiero che non se ne vuole andare.

«Anzi, si precisa progressivamente in forza di altri fatti».

Per esempio?

«Gliene faccio uno molto importante, che hanno visto tutti, ma che l’informazione unica ha stolidamente ignorato».

La ascolto.

«Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, ha concluso l’ultima Mostra del cinema invitando a parlare in un videomessaggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il quale ha richiamato la cronaca di tutti i giorni e le immagini continue “che parlano di morte, dolore e distruzione. Siamo talmente pieni di dolore che sembra non esserci spazio per quello di altri, un clima di odio sempre più profondo nelle popolazioni ebree e palestinese”. E poi ha detto soprattutto un’altra cosa, il cardinale».

Quale?

«Che c’è bisogno di una nuova narrativa e di nuovi linguaggi per provare a sconfiggere questo odio».

La politica non ce la fa?

«No. E questo è l’altro fatto che consolida la mia riflessione. Lo vediamo tutti i giorni. Lo tocchiamo con mano. Anche Donald Trump con tutto il suo impegno, tutti i suoi interessi e tutto il suo narcisismo, non ce la fa. È chiaro, no? Netanyahu invade Gaza con la ferocia che vediamo e lui risponde che non sa e deve informarsi. È un modo ambiguo di camuffare la sua impotenza, di fatto lasciando andare le cose. Lo stesso sta accadendo con Putin e Zelensky».

E allora?

«Allora le parole di Pizzaballa hanno approfondito il mio tarlo. Solo la religione può essere questo nuovo linguaggio, questa nuova narrativa. Che cosa accadrebbe se Leone XIV andasse a Gaza, con la sua veste bianca. A sporcarla con il sangue della guerra e dei morti. Che cosa accadrebbe se andasse lì, se si inginocchiasse tra le macerie, pellegrino inerme, nel posto dove la ferita è più profonda e lacerante?».

Le rigiro la domanda.

«Penso che saremmo costretti a fermarci. Tutti. Penso che il mondo trasalirebbe. Avrebbe un attimo di stupore. Di sospensione. Forse lo avrebbe anche Netanyahu e lo avrebbero anche i terroristi di Hamas. Lo spero. Voglio crederci».

In questi giorni il Santo Padre ha detto che a Gaza c’è «una situazione inaccettabile» e che «Dio ha comandato di non uccidere».

«Esattamente. E la sua voce è la più forte e potente. Ma io mi domando, senza voler essere né presuntuoso né invadente – lo so che il rischio di sembrarlo è molto elevato ma va bene, rischio – mi domando: perché non far seguire un grande gesto, una grande testimonianza a queste parole, a queste esortazioni. In fondo, perché è stata geniale l’idea di Buttafuoco alla fine della Mostra del cinema? Perché, invece di appiattirsi sui soliti proclami e i soliti conformismi degli attori con la kefiah o dei patetici militanti della Flotilla schierati da una parte sola, ha coinvolto uno che vive lì».

In fondo, se vogliamo accentuare la visionarietà, la suggestione della sua idea, è il metodo dell’incarnazione cristiana.

«In un certo senso sì. Leone XIV ci metterebbe il suo corpo, la sua persona fisica. Da pellegrino disarmato. A me vengono in mente anche le crociate».

Questa sarebbe una crociata disarmata.

«Come posso dire: una crociata mistica».

Ricorderebbe anche un’immagine del Vecchio Testamento, quella di Abramo che sale al monte per il sacrificio di Isacco.

«Questo lo lascio dire a a lei. Però il riferimento al sacrificio ci può stare».

Per altro, sebbene nella sua prima intervista abbia precisato che è necessario fare una «una distinzione tra la voce della Santa Sede che promuove la pace e il ruolo di mediatore, che è molto diverso e non è altrettanto realistico», papa Leone XIV si è anche detto «molto consapevole delle implicazioni di pensare al Vaticano come a un mediatore».

«Infatti, anche questo mi fa sperare. Tuttavia, il pellegrino disarmato è più del mediatore. La mediazione appartiene ancora alla sfera della politica e della diplomazia. Che, certo, può essere molto importante, in una situazione come questa. Invece, la mia provocazione ha più a che fare con la sfera della testimonianza e del sacrificio».

Però io le faccio due obiezioni. La prima: noi siamo nessuno e ignoriamo quali implicazioni avrebbe ora un viaggio del Papa a Gaza. Ricordiamoci che stiamo parlando del Vaticano, stiamo peccando di superbia.

«È vero, è così. Siamo ignoranti e possiamo apparire anche arroganti, lo so. Ma direi in un altro modo: siamo ingenui. E l’ingenuità ha una sua purezza e una sua forza».

Ha la forza bambina della speranza, direbbe Charles Péguy.

«Mi dica la seconda obiezione».

Il Papa non può essere l’aggiustatore del mondo. Lo dice e lo ripete, il suo compito è innanzitutto testimoniare Cristo all’umanità, confermare la fede nelle persone.

«E il suo andare lì, nel luogo della croce, nel Calvario contemporaneo, non sarebbe una grande testimonianza a Cristo?».

Bisogna capire che cosa ne pensa il Papa, qual è il suo primo e vero compito.

«Non tocca certo a noi suggerire nulla, ci mancherebbe. Ma a me pare che il punto sia la differenza della testimonianza cristiana in un mondo in cui le altre grandi religioni vengono piegate all’odio. Invece, il messaggio cristiano è amore. La Terra santa è la terra delle grandi religioni monoteiste, ma solo il cristianesimo conserva questa integrità. Però, forse per reazione alle crociate o anche all’Inquisizione, si è intimidito, abbandonando il pensiero forte e scegliendo il silenzio. È proprio questo il paradosso».

Quale?

«Che in una fase di integralismi e fanatismi crescenti rimane zitta l’unica fede che predica amore anziché odio. La Chiesa ha sempre dato asilo ai fedeli di tutte le confessioni. Il patriarca è rimasto a Gerusalemme, non solo come scudo delle vittime, ma anche a testimonianza dell’identità cristiana, di accoglienza e amore. Mi spingo a dire che certamente anche Pizzaballa sarebbe felice della visita di Leone XIV».

Il cui pontificato sarebbe profondamente segnato da quel gesto.

«Penso di sì. Ma ripeto, con umiltà e ingenuità, non sarebbe un bel modo di caratterizzarlo?».

 

La Verità, 20 settembre 2025