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«Il Covid allunga il ‘900 e boccia la globalizzazione»

Con la sua faccia da attore del cinema e la statura, e con le macchine ferme nel garage della casa tra gli ulivi della collina di Velletri, Aurelio Picca me lo immagino come una fiera in cattività. Inquieta. Niente ristoranti, niente spaghettate sul lago. Lettura. Un po’ di scrittura. Attesa. Quando lo chiamo, accetta al volo: «Ma non mettete la solita foto con la pistola…».

Come sta, Picca? Che fa?

«Penso, in questo periodo va così. Guardo la mia vita e conto le stagioni. Dicevamo che non esistevano più. Invece, con la pandemia la percezione è cambiata. Siamo usciti da un inverno complicato e mo’ siamo in questa primavera… Fino a poco tempo cercavo di eternizzare la giovinezza in un rilancio continuo, anche nei libri… Ora comincio a srotolare le stagioni».

All’hotel Miralago, Alfredo Braschi, suo alter ego in Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (Bompiani), si specchia in Laudovino De Sanctis per fare il suo bilancio. Il suo qual è?

«Diciamo che sono contento che questo ex ragazzino è diventato un uomo attraverso il lavoro che – anche se ne ho fatti mille – per me è la letteratura. Me l’hanno insegnato da bambino che con il lavoro ti costruisci il tuo nome. Mi sento come tutti gli uomini, pieno di rimpianti per aver vissuto poco. Invece, forse ho vissuto tanto, mi sento quello che volevo essere».

Cioè?

«Non uno scrittore per le copertine, ma uno scrittore con la sua piccola leggenda. Non volevo far parte della storia, ma della leggenda e credo di esserci riuscito. Quindi, quando certi apparati culturali mi fanno dei torti, non sanno che mi fanno un favore. Per me questi torti sono una vittoria perché rafforzano ciò che volevo e ho ottenuto: la singolarità, la mia assoluta libertà».

Le caste di sacerdoti non reggono lo scandalo?

«Non lo tollerano, ma non per questioni morali. Per questioni vitali».

Per un fatto di maniera da una parte e di sangue dall’altra.

«Sono gli ultimi feticci tarlati della decadenza della cultura italiana. Non c’è niente da fare. Il problema è che io sono uno scrittore scandaloso perché metto in gioco la mia vita, il mio carattere, la mia innocenza, la mia virilità, la mia fragilità. Paradossalmente, è ciò che dovrebbe dare energia, l’energia del talento. E dovrebbe permettere di gustarsela. Invece, questa vitalità è vista come qualcosa di eversivo rispetto a un copione che vuole restare sul piano della comunicazione, della ripetizione, dell’annacquamento. Non deve cercare l’assoluto, non deve avere lo scandalo della verità».

Lei è uno scrittore non conforme.

«Gli apparati sono contraddetti dalla gente che mi legge e mi ama, anche certi lettori privilegiati. Sono stato apprezzato dai Luigi Baldacci, Geno Pampaloni, Domenico Rea, Alfredo Giuliani. Io che non ho avuto un padre, ho trovato il lasciapassare dei padri della letteratura. Quelli che stanno negli apparati non hanno né passato né futuro. Sono bloccati nel carpe diem, in un eterno presente, dilatato come se non avessimo una storia. Ma questo è blasfemia, è nichilismo».

Come fa chiuso in casa senza ristoranti?

«Non sono un mondano pur conoscendo la mondanità. Il mio è il monachesimo della libertà».

Spieghi.

«Posso stare pure due mesi filati a casa perché ho la testa libera. Poi alle 10 di sera vado a cena a Nettuno. Questo mi manca, ci dicono di restare a casa. Con il tesserino da giornalista potrei andare dove mi pare, ma dovrei giustificarmi. La limitazione è più psicologica che altro. Io mi muovo in un teatro di visione, i Castelli romani come Los Angeles. Per bilanciare questo azzeramento, basta cambiare visione e cogliere il grumo di energia dove sta».

Per esempio?

«Con un po’ di soldi rubati ai miei sperperi vorrei comprare un angolo di un palazzotto alla Don Rodrigo qui a Velletri, con un portale tardo nobiliare del Seicento. Serve per arpionarmi alla realtà, qualcosa che non galleggia nel vuoto».

Per darsi un progetto reale.

«Per me che sono un sepolcrale, la cosa più reale è lo strazio per la morte. L’ho già detto in un’altra intervista, le bare che si son viste sfilare ci hanno buttato addosso la morte. E adesso è già rimossa, numerizzata nel taglio basso dei giornali. Mentre è la cosa più sacra che abbiamo».

Il palazzo di Don Rodrigo è un pezzo di passato che la porta nel futuro.

«Ho un’idea di futuro su cui sto scrivendo un pamphlet per Einaudi. Una cosa per ragazzi, contro Pinocchio che è solo un burattino, un pezzo di legno. Invece, propongo di ripartire da Cuore di Edmondo De Amicis o da I ragazzi della via Paal. Dopo la pandemia credo ci sarà un nuovo neorealismo, tutti dovremo ri-alfabetizzarci».

In che senso?

«Ridare il nome alle cose reali. Lo sforzo principale va fatto sulla scuola. Oggi i ragazzi non sanno distinguere un rovere da un castagno, scrivono con il pennarello in stampatello, non conoscono il corsivo. Bisogna cambiare le priorità, altrimenti lo Stato continua a dare i fondi alle solite compagnie di teatro e di cinema che producono la solita comunicazione, il solito linguaggio televisivo declinato in tutti i modi. Invece le istituzioni educative devono ripartire dalla nostra storia. Per rinominare le cose in un sistema di vita, in un ordine coerente».

Nel libro, mentre sta raccontando l’attesa di Laudovino del riscatto per il sequestro di Giovanni Palombini, lei scrive: «Il tempo correva. Il tempo non è lento». Com’è il tempo della pandemia?

«È una specie di purgatorio degli orrori, giacché si parla tanto di Dante… Nel suo purgatorio le anime sono briganti e sanno di dover stare lì in attesa. Noi non siamo come le anime dantesche che pregano in una luce azzurrina, con l’oceano sotto la montagna. Noi siamo bruciati perché siamo in una risacca putrida dove il tempo è abolito. Viviamo un non tempo. Il presente ha senso se stai al lavoro, per congiungere passato e futuro. Ma siccome si cancella il passato, questo lavoro è abolito e viviamo un tempo psicotico».

Un tempo vuoto o pieno?

«Assolutamente vuoto perché non c’è più confine. Come nella testa delle persone, anche nello spazio. Sono state abolite le patrie, le identità. Tutto galleggia sospeso».

C’è più o meno voglia di lottare?

«Non c’è voglia di lottare. La lotta si è trasformata in una reazione muscolare, nella finzione dell’agire. Il vero problema è cosa accadrà dopo».

Durante il primo lockdown si parlava di più del dopo.

«Perché eravamo già sull’orlo del precipizio, la crisi economica, il Medio oriente, la Cina che avanzava, la Russia respinta. Eravamo già vicini al collasso. Il primo lockdown era una sospensione, assomigliava alla crisi del petrolio degli anni Settanta, uno stop passeggero. Ora invece siamo dentro il cul de sac del vuoto. La pandemia cambia tutto lo scenario».

Addirittura.

«Sì, tutto. Finora dicevamo che il Novecento era il secolo breve e che nel nuovo millennio i gruppi della new economy hanno creato la globalizzazione. A me sembra che la pandemia abbia allungato il Novecento, mostrando la fragilità della globalizzazione. Si sta chiarendo che non era una costruzione voluta dai popoli, ma messa su con gli stuzzicadenti dal potere, dalla finanza e da internet. Strumenti non per tutti e di tutti, ma delle oligarchie».

C’è meno voglia di lottare. E di amare?

«Io vedo una solitudine sterminata che i social, invece di alleggerire, aumentano. I contatti reali sono quasi azzerati e i nuovi media danno l’illusione di averli. Sono lo Xanax della solitudine, un surrogato. È la stessa differenza che passa tra la sensualità e la sessualità, e la pornografia orizzontale».

Segue la politica?

«Da dilettante intelligente».

Che sensazione le provoca?

«Sono anti ideologico perché vengo da una cultura repubblicana e laica che però credeva in Dio. Noto che la sinistra non fa più gli interessi degli ultimi e di chi lavora e invece è alleata del grande capitale. Mentre, curiosamente, una certa destra, ancora da definire, si è avvicinata alle classi subalterne, al popolo. Credo che, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, in Italia serva una destra repubblicana, antifascista e anticomunista. Una destra conservatrice, in grado di saldare le istanze del popolo alle istituzioni. Era l’idea della Voce di Giuseppe Prezzolini».

Ottimista?

«Paradossalmente, la pandemia potrà creare le condizioni per un fermento libero dalle sovrastrutture ideologiche che finora hanno controllato l’arte e la cultura italiana. A destra vedo premesse migliori che a sinistra. Capisco più gli ex comunisti alla Marco Rizzo di tante figure di presunti innovatori».

Perché vede più possibilità a destra?

«Apprezzo Giancarlo Giorgetti, una persona giovane ma di vecchio stampo, che sta dentro le cose senza apparire. Salvini è rimasto movimentista. È una situazione che deve trovare equilibrio. Se ce la faranno, potrebbero innescare un’evoluzione che potrà essere utile anche alla sinistra. Altrimenti, se si sbrodola tutto, si perderà un’occasione».

Ha paura della malattia?

«Sì, mentre non ne ho della morte. La malattia mi rompe i coglioni perché ti accorgi che sei vecchio, è la perdita del sogno della giovinezza».

Perché in Francia la amano?

«Perché hanno il coraggio di riconoscere il talento, l’individualità. Hanno messo su Le Figaro littéraire la mia foto da ragazzo che gioca con la propria fragilità».

Che destino avrebbe avuto Michel Houellebecq in Italia?

«Forse non l’avrebbero pubblicato o forse solo un piccolo editore… Hanno accettato Oriana Fallaci perché era trasversale e ha scritto a favore dell’Occidente e dell’America. In altri tempi non so se avrebbe trovato la stessa sponda. Certi rimasugli di intellighenzia italiana si dimostrano pavidi con i potenti e superbi con il talento».

Scriverà un romanzo sulla Roma dei premi letterari?

«Non è il mio genere. Ho già sette otto grandi libri da scrivere. In testa, sono già scritti. Devo solo mettermi a lavorare, non ho tanto tempo. Perché non voglio morire troppo vecchio».

 

 

La Verità, 3 aprile 2021

«L’Italia è un Paese in coma farmacologico»

Avete presente quel signore che indossa sempre maglioni sgargianti? «Sono nato tra i colori, avevo nonni pittori e artisti. E poi detesto le uniformi». Con Paolo Crepet, 69 anni, psichiatra e sociologo, misurato ospite di talk show, autore di Vulnerabili (Mondadori) e La fragilità del bene (Einaudi) viene tutto facile. Ci si saluta al telefono e ti inonda. «Io e l’università ci siamo lasciati consensualmente, sono un uomo libero, non subordinato. Non lo ero nemmeno con Franco Basaglia. Sempre stato inquieto, ma mia madre, anche se è morta giovane, ha potuto intuire che non tutto sarebbe andato male».

C’era il rischio?

«Ho sfiorato la droga e il terrorismo. Negli anni Settanta, bastava andare a una festa, ho visto come sono finiti alcuni amici. Con mio padre ho visto anche l’invasione dei carri armati sovietici a Praga. Sempre stato progressista e antifascista, ma per me quella violenza è uguale a quella praticata dal nazismo. Non c’è alcuna differenza, mentre per buona parte degli intellettuali italiani non è così. E si vede».

Chi è stato per lei Basaglia?

«Un eroe dei diritti dell’uomo, molto più che un luminare della psichiatria. Quando iniziai a lavorare c’era il dibattito per l’abolizione delle classi differenziali, poi quello per la chiusura dei manicomi. Oggi m’indigno quando vedo che l’indifferenza e il cinismo che giustificavano quelle situazioni non sono stati estirpati».

Dove li vede?

«La lunga reclusione domestica dei bambini avrà conseguenze pesanti. Tenerli davanti alla tv dieci ore al giorno è una tortura. Un bambino ha bisogno di giocare a pallone, di litigare con gli amici, di complicità. Maria Montessori o don Lorenzo Milani cosa direbbero del lockdown? Se si toglie la voce isolata di qualche psichiatra infantile c’è un silenzio preoccupante».

Lei è stato invitato a parlarne al Senato.

«Sì, qualche settimana fa, c’era anche Matteo Salvini. Ma è come se avessi parlato della Juventus che non vince il campionato. Sembravano tutti sponsorizzati da Acquascutum».

Cioè?

«Impermeabili. Ai politici, agli imprenditori, agli intellettuali non importa niente dei nostri ragazzi».

Anche agli intellettuali?

«A loro interessano i 12 che concorrono al Premio Strega. Capisce? Fossi stato l’organizzatore avrei dato un segnale di discontinuità. Invece si continua come in un anno qualsiasi. Accorarsi per lo Strega ora è come lucidare l’argenteria sotto i bombardamenti».

La responsabilità maggiore è della politica?

«Lei ha sentito qualcuno scusarsi con il popolo italiano come ha fatto la Merkel in Germania? Io ho chiesto le dimissioni del ministro Speranza che invece va avanti come se avesse sconfitto il Covid. Un anno fa vedendo i dati dei decessi nelle Rsa mi vergognavo di essere italiano. Adesso continuiamo a dare i vaccini ai trentenni o alle categorie professionali influenti».

Ha scritto un libro intitolato Vulnerabili: la vulnerabilità è la conseguenza della fragilità?

«No. La vulnerabilità è un talento. Ogni grande artista o genio è stato vulnerabile. Gli invulnerabili sono stati Hitler, Stalin e Mussolini».

Perché abbiamo bisogno di eventi tragici per riconoscere i nostri limiti?

«Siamo fisiologicamente egoisti, solo quando ci manca il pane ci svegliamo. È un bene che ci siano i dirupi, altrimenti non ci accorgiamo di niente».

I periodi di opulenza e progresso ci fanno sentire invincibili?

«Onnipotenti, immortali. Guardiamo i giovanotti che prendono lo spritz fregandosene di mascherine e distanze, sono imbecilli nati dal boom economico in poi. Ma la colpa non è tutta loro».

Non sanno cosa sia la sofferenza?

«Non l’hanno mai vissuta. I loro genitori pensano che educare sia togliere dolore».

Riduzione della mobilità, lavoro da remoto, diminuzione dei consumi sono formule della decrescita. L’uomo ne trae felicità o malinconia?

«Per me sono motivo di tristezza. Lo smart working è la più grande fregatura che la Silicon valley poteva regalarci. Credo che quello che ci può salvare, la via d’uscita, sia una maggiore sobrietà».

Come definirebbe la società del lockdown?

«È una via crucis che produce due tipi di comportamento. Da una parte la rabbia, anche sociale, che chi governa dovrebbe studiare in modo approfondito, dall’altra l’immobilità. Perché la paura può produrre una creatività straordinaria, ma può anche paralizzare come il veleno di un serpente».

Qual è il sentimento che ha sostituito i balconi canterini e gli slogan ottimisti?

«L’angoscia. Quando finirà la battaglia dei vaccini – siamo i più lenti d’Europa –  si concretizzerà l’angoscia per la situazione economica. Ora siamo in coma farmacologico: ci somministrano le elemosine, i sostegni, la cassa integrazione, sospendono i mutui. Ma tutto questo finirà. Non so se a settembre Unicredit sarà ancora compassionevole».

Che cosa prevede?

«Dovremo fare i conti con 10 milioni di non dipendenti statali. Si rischierà la guerra civile tra i garantiti, gli insegnanti, gli impiegati dei ministeri e dei comuni, e tutti gli altri».

La pandemia ha creato nuove patologie?

«In generale no. Sono aumentate quelle che c’erano già, depressione, diminuzione dell’autostima, ansia, stati di panico, insonnia, calo della libido».

E nello specifico?

«Sono patologie derivate dall’enorme quantità di ore che passiamo davanti allo schermo per la didattica a distanza, lo smart working, le esigenze private. Ci sono ragazzi che trascorrono anche 10 ore davanti al pc. Già prima del Covid abbiamo conosciuto il fenomeno degli hikikomori. Oggi questa sindrome si chiama online brain e definisce il cervello che funziona in rapporto a uno schermo».

Che sintomi ha?

«Simili alla demenza: perdita di memoria breve, incapacità a concentrarsi, mal di testa, irritabilità, difficoltà a relazionarsi. È una patologia che durerà più della pandemia. Con i vaccini i sintomi del Covid finiranno, invece queste sindromi non cesseranno se non cambieremo il sistema di funzionamento della scuola e del mondo del lavoro».

Perché scrive che dove non è arrivato il virus arriva un male peggiore come la paura?

«Ci sono persone che non escono di casa anche se non hanno il virus. È uno stato d’ansia collettivo, la paura di ciò che si potrebbe subire. Riducendo la nostra vita si riducono enormemente gli stimoli cerebrali. Questo spiega meglio anche la demenza da eccesso di tecnologia».

Dando informazioni non stimola il nostro cervello?

«A chi produce tecnologia non interessa ciò che facciamo dopo che riceviamo le informazioni».

Però ci profila con gli algoritmi.

«E la nostra creatività è morta. Non a caso quando è nato il pc si chiamava terminale. Per i giganti dell’hi-tech il computer è il capolinea, il fine corsa».

Perché in una recente intervista al Mattino di Padova dopo il raid di una baby gang in una multisala ha preconizzato un’estate di scorribande?

«Se si apre il recinto delle pecore non succede niente perché sono mansuete e il cane pastore le tiene in fila. Speriamo tutti di poter andare a mangiare un piatto di spaghetti al mare, ma è evidente che una parte della popolazione da mesi è schiacciata come una molla e ora è pronta a scattare. L’abbiamo già visto l’anno scorso, temo che sarà peggio».

Un autorevole studio di epidemiologi, biologi e statistici prova che la scuola in presenza non trasmette contagi, eppure si continua ad adottare la dad. Con quali conseguenze?

«Devastanti anche a livello affettivo e relazionale, oltre che cognitivo. Un bambino che da un anno non può abbracciare o fare la lotta con gli amici subisce un danno grave. La notizia di quella ricerca produce sgomento in chi, come me e altri studiosi, ha dato l’allarme da mesi. Purtroppo non solo il ministro della Salute, ma anche la comunità scientifica ha dimostrato tutti i suoi limiti».

Virologi ed epidemiologi sono i nuovi oracoli.

«Commentano i bollettini quotidiani analizzando le cellule. Come se non esistessero le emozioni. Nel Comitato tecnico scientifico non sono presenti studiosi della mente e dell’anima».

Un amico mi ha raccontato che suo figlio iscritto alla prima liceo dove si studia in dad prende tutti 2, mentre alle medie aveva la media del 9.

«Non mi sorprende, è un caso che vale come esperimento sociale. Pensi, in proposito, al capolavoro di uno dei maggiori editori italiani che ha avviato un’iniziativa per regalare un tablet a tutti i bambini italiani».

Perché è un errore concentrarsi sugli eccessi dei giovani?

«Perché sono cuccioli di gorilla. Mal educati o non educati».

Deficit di educazione, responsabilità degli adulti?

«Lo segnalo da 30 anni, ho anche creato una Scuola per genitori che ha 36 sedi in tutta Italia. Il deficit di educazione ha ricadute economiche devastanti».

Per esempio?

«Giovani che non studiano come potranno prendere sulle spalle le aziende create dai padri e dai nonni? O le venderanno o le chiuderanno. È una generazione di mantenuti che vivrà grazie all’eredità».

O ai sussidi.

«Com’era quota cento che Mario Draghi ha deciso di togliere e Salvini ha potuto solo incassare. Presto toglieranno anche il reddito di cittadinanza. Credo non ci sia provvedimento più diseducativo che dare del denaro a chi non fa niente».

Cosa pensa delle risse organizzate via social?

«Sono sintomo d’impotenza. Non potendo pensare un progetto di vita, si sfoga la propria aggressività contro il mondo dando botte da orbi, come si diceva una volta. L’orbo è il miope che non vede il futuro».

La stranezza è che sono organizzate.

«È consolatorio sapere che ci sono tanti orbi. Chi ha un’idea, una passione, è da un’altra parte. Un ragazzo che studia per laurearsi non va ad ammazzarsi di botte in piazza».

Come sarà la nostra vita dopo la pandemia?

«Ne scriverò nel prossimo libro che uscirà il 18 maggio da Mondadori e s’intitolerà Oltre la tempesta. Non si potrà fare il copia incolla del 2019, ma non ce lo dicono perché altrimenti cresce l’ansia. Resteranno quote consistenti di vita digitale, mi auguro non eccessive. Provi a immaginare uno scenario che sommi smart working, intelligenza artificiale e robotizzazione e mi dica cosa vede».

Oltre a lavarci le mani e indossare le mascherine, tutti abbiamo un antivirus personale: qual è il suo?

«Scrivo».

 

La Verità, 27 marzo 2021

«Nel ’43 Chiara Lubich era già una donna del 2000»

Purtroppo l’intervista si svolge al telefono e gli occhi di Cristiana Capotondi, che domani sera su Rai 1 saranno quelli di Chiara Lubich, si possono solo immaginare. A scegliere l’attrice di Notte prima degli esami e La mafia uccide solo d’estate per il ruolo della dolce ma determinata fondatrice dei Focolarini sono stati Luca Barbareschi e Saverio D’Ercole, rispettivamente capo e responsabile della fiction di Eliseo Multimedia che, con Rai Fiction, ha prodotto il film tv diretto da Giacomo Campiotti. In L’amore vince tutto, trasmesso nel centenario della sua nascita, vedremo la maestra elementare trentina rispondere alle interrogazioni del Sant’Uffizio per dar ragione della propria vocazione e del movimento che, sorto alla fine della Seconda guerra, si è diffuso in 180 Paesi e conta circa due milioni di aderenti.

Che cosa l’ha più colpita di Chiara Lubich?

«Sono due caratteristiche. La prima è che già nel 1943 è una donna del Duemila. Con pacifica forza d’animo si realizza non nella vita della casa, ma nella socialità, nella scuola, nell’aiuto agli altri. Un palcoscenico che travalica i confini abituali delle donne del tempo. La seconda caratteristica è la sua stessa visione della vita: invece che “non c’è rosa senza spina” dice che “non c’è spina senza rosa”. Per lei anche la sofferenza contiene un messaggio d’amore».

Sono caratteristiche che ne fanno una donna moderna.

«È dotata di grande pragmatismo. Ma pur rimanendo con i piedi per terra, la sua visione la porta a dar vita al movimento».

Anche se, in un passaggio del film, dice di non aver voluto fondare nulla.

«La spinta iniziale è fare del bene, semplicemente. Portare conforto nella città bombardata dagli alleati. Poco alla volta questo diventa un impegno stabile».

È il modo in cui la sua vocazione, la consacrazione a Dio, assume forza politica?

«Sì, è una persona per la quale il benessere interiore si è tradotto in un fatto collettivo. La novità di Chiara Lubich è che la realizzazione del suo sogno ha coinciso con il bene della collettività».

Questo può dire qualcosa al difficile momento che stiamo attraversando?

«La sua capacità di oltrepassare le singole confessioni religiose riuscendo a rivolgersi a buddisti, musulmani, ebrei e cristiani ortodossi è per me un messaggio di unità rivoluzionario. Impegnandosi tra le macerie della guerra Chiara Lubich ricostruì un reticolo sociale che ha alleviato la sofferenza di tanti. La pandemia ci colpisce tutti in modo orizzontale e indistinto. Sono felice di essere italiana e di vivere in un Paese che ha una buona assistenza sanitaria pubblica, ma questo è un accidente. Serve una nuova progettualità che ci aiuti a costruire un nuovo modello di società».

Cos’era la fratellanza universale di cui Lubich parlava spesso?

«È un’espressione tratta da un passo del vangelo di Giovanni. “Che tutti siamo uno” è il suo motto».

All’origine del movimento erano tutte donne, ma lei parlava di fratellanza: oggi crede che verrebbe subito corretta?

«Nella lingua italiana fratelli comprende anche sorelle».

C’è troppa preoccupazione formale nel linguaggio?

«Può capitare che alcune parole risultino meno gradevoli, ma non è questo il caso. La fratellanza universale di Chiara non era una scelta di genere, ma un sogno che abbracciava tutte le persone. Il movimento è nato da quattro amiche, ma si è subito aperto agli uomini che ne sono stati protagonisti».

Che esperienza è essere figlia di un padre cattolico e di una madre ebrea?

«Tra i miei genitori c’è una bellissima convivenza, sono rispettosi l’uno dell’altra. Personalmente, pur avendo frequentato la basilica di Santa Maria in Trastevere retta da monsignor Vincenzo Paglia, ho sviluppato una mia spiritualità. Sono molto contenta di quanto queste due culture hanno fatto per l’Occidente, ma ho un approccio relativista».

In che senso?

«Nel senso che accetto alcune posizioni interessanti, mentre su altre meno in sintonia con la modernità mantengo uno spirito critico».

Insiste sulla spiritualità. Non la convince la carnalità del cristianesimo, così tangibile anche a Natale?

«Perché non dovrebbe? La carne è la condizione necessaria dell’esistenza».

Si chiama Cristiana per caso?

«No, ho scoperto che è stata una scelta dibattuta. Proposta da mio padre come una sorta di provocazione, mia madre l’ha accolta perché il nome piaceva anche a lei. <Cristiana> mi ha stimolato a cercare un equilibrio. Ma in famiglia ci ridevamo su».

I suoi genitori hanno mai discussioni animate su questi temi?

«No, ci sono sempre ironia e leggerezza, insieme al rispetto reciproco. Di solito gli ebrei sono più rigidi nell’osservanza delle tradizioni. A casa mia è il contrario, mio padre sembra più ligio, mentre mia madre è meno ferrea».

Nei resoconti di questi giorni su Chiara Lubich si mettono in luce la sua semplicità e il suo ecumenismo lasciando tra parentesi la fede come motore di tutto?

«Non credo. Chiara Lubich voleva che il suo messaggio arrivasse a tutti, non solo a chi è credente e praticante. Lei partiva dalla fede cattolica, qualcun altro crede nelle Tavole della legge o che il Messia non è ancora arrivato. Ma metteva l’obiettivo della fratellanza universale davanti a tutto».

Come vive questi strani giorni di festa?

«È un tempo in cui bisogna accettare di stare in difesa, ma in difesa me la cavo bene».

A calcio in che ruolo gioca?

«Esterno destro di difesa».

Un mastino dagli occhi verdi? Da cosa dobbiamo difenderci?

«Dalla grande confusione in campo economico e sociale. Nel mio mestiere la vita sociale è fondamentale. Ma ora la fase difensiva si prolunga, poi verrà il momento del rilancio. Eppure già adesso i pensieri guardano oltre questa reclusione».

Cosa farà nella sua prima azione d’attacco?

«Tornerò a frequentare i luoghi della cultura, gli stadi, i cinema, i teatri. Mi fermerò a parlare con le persone senza paura di avvicinarmi. Recuperando quella leggerezza e quella mancanza di responsabilità che prima erano sinonimo di libertà».

Considerati i controlli e i distanziamenti adottati, cinema e teatri avrebbero già potuto riaprire?

«Se c’è un periodo storico in cui non mi passa per la testa l’idea di fare il ministro è questo. Istintivamente, mi piacerebbe che aprissero anche i musei».

Non c’è il pericolo che questi luoghi della cultura escano dalle abitudini degli italiani?

«Non credo perché ci mancano molto. Certo, la diffusione delle piattaforme ci fa temere per il cinema ciò che è accaduto all’industria discografica. Qualche giorno fa, il 28 dicembre, il cinema ha compiuto 125 anni. Pensiamo a quanto è cambiato in tutto questo tempo. Da pura visione d’immagini al bianco e nero, dall’arrivo del colore agli effetti speciali al digitale… Non rinunceremo mai a raccontare storie. La mancanza di questi mesi ci farà tornare ancora più vogliosi nei cinema».

Se nel frattempo non saranno destinati ad altre funzioni… erano rimasti aperti anche durante la guerra.

«Questa è una guerra diversa. Non mi permetto di giudicare le scelte della politica, sono certa siano dettate da logiche di sicurezza nazionale».

Come ha vissuto il periodo di lockdown?

«Con grande preoccupazione per ciò che accade e, anche se la mia famiglia non ne è stata toccata, con dolore per le tante persone che muoiono. La mia professione ha momenti più immersivi e altri meno che vanno gestiti. Mi piego a riflettere sulle cose, tentando di soddisfare le mie curiosità. Leggo molto e mi informo per fugare i miei dubbi».

Chiara Lubich era una donna senza paure, oggi ne siamo attanagliati: lei come la gestisce?

«Di solito si ha paura di fronte a una situazione inedita e di cui non conosciamo la soluzione, come succede ora. Ci sentiamo piccoli, sproporzionati, non all’altezza. In questi casi ci può aiutare una certa intraprendenza. Chiara Lubich era una donna intraprendente, io provo a esserlo. Anche se a 40 anni sono ancora in cammino».

Si vaccinerà quando sarà possibile?

«Farò quello che consiglierà il Comitato tecnico scientifico».

Il vaccino ha assunto una valenza messianica?

«È atteso per tornare alla vita normale. Credo sia giusto che si cerchi una sicurezza. Come diceva Frank Capra: “La vita è una cosa meravigliosa!”. Il vaccino ci fa intravedere la soluzione. Se la soluzione fosse camminare a piedi fino a Lourdes lo farebbero tutti».

Si scambia la salute per la salvezza?

«Finché c’è vita c’è speranza. L’esercizio della salvezza ha bisogno della salute. La salute è strumentale alla salvezza, ma non coincide con essa».

Che cosa l’ha aiutata in questo periodo?

«Leggere, confrontarmi, parlare con le persone care al telefono anche se è uno strumento che non amo».

Cos’ha letto?

«La lingua geniale di Andrea Marcolongo, i libri di Yuval Noah Harari, altri… Poi ho rivisto tutti i film di Mario Monicelli, di Ettore Scola, e quelli della mia tesi: “Il cinema italiano racconta il fascismo”».

In che cosa si è laureata?

«Scienza della comunicazione».

A quale nuovo progetto sta lavorando?

«Tornerò sul set in primavera, ma non posso anticipare nulla. Prima accompagnerò la Nazionale femminile nella partita contro Israele dalla quale capiremo se avremo accesso diretto agli Europei o dovremo passare dai playoff».

Da vicepresidente della Lega Pro e accompagnatrice della Nazionale femminile come guarda alla situazione del calcio italiano?

«La Lega Pro aveva un problema di sostenibilità economica anche prima dell’arrivo della pandemia. Ora la situazione si è aggravata perché non abbiamo la forza di confermare alcune sponsorizzazioni. Perciò siamo ancora più claudicanti. Il Covid ha privato il pubblico del tifo allo stadio e i dilettanti dell’attività sportiva di base. Questa mancanza ci fa comprendere ulteriormente l’importanza dello sport per la formazione dei giovani e per una socialità serena. E, infine, accelera l’urgenza di una riforma del sistema calcio».

Che audience si aspetta domani sera?

«Questo dovrebbe dirmelo lei».

 

La Verità, 2 gennaio 2021

«Non siamo più cittadini, ma solo degli ammalati»

Buongiorno Aldo Maria Valli, lei porta la mascherina?
Glielo chiedo per fugare eventuali dubbi su una sua sottovalutazione del pericolo determinato dal Covid-19.

«Sì, la indosso, secondo le norme stabilite. Non credo nella sua efficacia – un epidemiologo mi ha spiegato che è come pretendere di bloccare i moscerini con una staccionata – ma non ho nessuna intenzione di farmi multare. Già lo Stato mi tartassa con il fisco. La vera resistenza la faccio scrivendo».

L’ultima cosa che Valli ha scritto è Virus e Leviatano, un agile e lucidissimo saggio per l’editrice Liberilibri, nel quale offre una visione molto controcorrente del tempo della pandemia e soprattutto della sua gestione da parte della politica, dei media e anche della Chiesa. In questa intervista, l’ex vaticanista del Tg1 nonché autore del seguitissimo blog Duc in altum, si esprime anche sulle parole di papa Francesco a proposito delle coppie gay e il loro diritto di «essere in una famiglia».

Il primo capitolo del suo libro s’intitola «Un dispotismo statalista, condiviso e terapeutico». Come può un dispotismo essere condiviso?

«Non è la prima volta che una collettività si fa irretire. Étienne de La Boétie, nel suo Discorso sulla servitù volontaria, dice che sono i popoli stessi che si lasciano incatenare. “È il popolo che si fa servo, che si taglia la gola da solo”. Perché? Per paura, ignoranza, passività, vigliaccheria. Per scarso amore della libertà».

Per dispotismo terapeutico intende che il rapporto tra politico e cittadino somiglia a quello tra medico e paziente?

«Non siamo più cittadini, ma malati. Il politico ha assunto il ruolo del medico. La nazione è diventata un ospedale. Il rapporto medico-paziente è ben diverso da quello politico-cittadino: è asimmetrico. Ciò che il medico stabilisce, per il tuo bene, non lo metti in discussione. Ti assoggetti e lo ringrazi pure».

I cittadini diventano docili e pronti a rinunciare a quote di libertà sull’altare della salute?

«Nel mio saggio scrivo Salute con la maiuscola, perché questo è diventato il valore assoluto, a cui sacrificare tutto, compresi i diritti di libertà. Pretesa assurda e pericolosa. La salute è sì un bene primario, ma se viene trasformato in assoluto può essere usato, come di fatto sta avvenendo, in modo strumentale».

Come spiega il fatto che i famosi Dpcm contengano esortazioni a comportamenti virtuosi, a rispettare regole di convivenza, a restare in casa?

«Proprio con il dispotismo terapeutico, con questo paternalismo che tratta i cittadini come sudditi sciocchi, come bambini incapaci di gestirsi, per cui si arriva al punto di mettere il naso nelle abitazioni private, di voler regolare minuziosamente ogni comportamento. Precedenti pericolosissimi».

Che ruolo ha l’informazione nella creazione di questo scenario?

«Decisivo. Il dispotismo terapeutico per essere condiviso ha bisogno dei mass media, di una narrativa appropriata. Ha bisogno del terrore, e il terrore va diffuso mediante l’informazione».

Cosa indica che proprio ora sia nata la prima task force contro le fake news?

«Un provvedimento del tutto illiberale. Non può essere il governo a stabilire che cosa è vero e che cosa è menzogna, a priori. Di nuovo i cittadini sono trattati come bambini incapaci di giudicare. In una democrazia liberale il cittadino si forma le opinioni attraverso il libero confronto».

Sbagliano coloro che, rilevando i successi contro il Covid di Cina e Vietnam, hanno sottolineato i vantaggi delle dittature nei momenti di crisi?

«Mi sembra difficile parlare di successo nel caso della Cina, visto che il virus è stato un suo gentile omaggio. Nel caso del Vietnam c’è da dire che il paese, visti gli stretti legami con la Cina, ha giocato d’anticipo rispetto al resto del mondo, con provvedimenti ad hoc e stretti controlli sui cinesi, specie se in arrivo da Wuhan. Ma se diciamo che le dittature sono meglio delle democrazie nei momenti di crisi facciamo proprio il gioco di chi ci vuole incatenare».

Anche l’Oms avvalora la tesi che la Cina è il paese che ha risposto meglio all’epidemia.

«E lo credo! Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è amicissimo del regime cinese. È etiope, e la Cina sta facendo investimenti notevolissimi in Etiopia. Tra i grandi elettori di Ghebreyesus all’Oms la Cina ha svolto un ruolo decisivo».

Per la Chiesa cattolica la pandemia è stata un’occasione mancata?

«Purtroppo, sì. Non ha parlato di santificazione, ma solo di sanificazione. Si è lasciata contagiare dal terrore. Non ha detto nulla circa i grandi temi della morte e del peccato. Si è piegata ai diktat governativi. Non ha rivendicato la propria autonomia. Si è mostrata più realista del re. È diventata Chiesa di Stato. Va bene il senso di responsabilità, ma non ti puoi annullare. La liturgia ha assunto connotati grotteschi. Siamo diventati adoratori dell’amuchina. Abbiamo trattato Gesù come un untore».

Come spiega il fatto che, salvo rare eccezioni, abbia accettato in modo acquiescente il lockdown religioso imposto dalle autorità civili?

«Connivenza, paura, accettazione passiva, arrendevolezza. C’è di tutto. Ma sopra a tutto c’è una spaventosa mancanza di fede».

Condivide il giudizio di monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, che ha ravvisato il pericolo del diffondersi di «una visione paranoica della realtà»?

«Certamente. Siamo già paranoici. Parliamo dei positivi come se fossero malati. Siamo tutti terrorizzati. Non solo di beccarci il virus, ma anche di non saper rispettare le norme. Non esaminiamo i fatti, ma ci lasciamo prendere da mille suggestioni. La crisi della ragione procede parallelamente a quella della fede».

In questi giorni il mondo cattolico è agitato dalle parole di papa Francesco sul diritto delle coppie gay a «essere in una famiglia». Che idea si è fatto di queste dichiarazioni?

«Francesco è circondato da una potente lobby gay che ha lavorato per arrivare a questo risultato. Ma si tratta di dichiarazioni private di Bergoglio: il cattolico non è tenuto per nulla a farle proprie».

Ora sta emergendo la manipolazione cui sono state sottoposte le parole del Papa, fatto che si ripete. Ma sembra che Francesco accetti il rischio.

«Non solo lo accetta, ma lo favorisce. È un’operazione decisa a tavolino. Bergoglio provoca la parte sana della Chiesa così che qualcuno, vescovo o cardinale, lo accusi di apostasia. A quel punto lui avrebbe gioco facile, con l’appoggio della grande stampa amica, nel puntare il dito contro i “nemici della Chiesa” e gridare al complotto contro il povero Papa buono e tanto amato dal popolo».

Questi travisamenti ricorrenti riguardano una tecnica di comunicazione o la concezione stessa del ruolo della Chiesa nel mondo?

«Entrambe le cose. L’obiettivo è una religione mondialista sostenuta da una nuova Chiesa schierata con il mondo. La narrativa appropriata serve come strumento».

Meglio una Chiesa che si contamina e traffica il talento o una Chiesa austera ed estranea ai dibattiti della contemporaneità?

«La Chiesa è nella storia e si è sempre mescolata al mondo. Ma ben sapendo che pur essendo in questo mondo non è di questo mondo. Gli slogan sulla “Chiesa in uscita” sono banalizzazioni. La Chiesa è di per sé in uscita perché fa evangelizzazione. Il problema vero è rimettere al centro Gesù e la legge divina».

Tornando all’emergenza Covid, è possibile dissentire dal conformismo prevalente senza essere scomunicati con l’accusa di negazionismo?

«Sì, occorre resistere alla narrativa dominante. Dire chiaramente che essere tacciati di negazionismo è un’infamia. Nessuno nega l’esistenza del virus. Si vuole solo stare alla realtà e combattere l’uso strumentale della pandemia».

Certe manifestazioni di dissenso, condite di complottismo folcloristico quando non becero, avvalorano queste accuse?

«Temo di sì. Io non amo le manifestazioni di piazza: preferisco il ragionamento pacato. Comunque, se si organizza una manifestazione occorre farlo bene, evitando esiti controproducenti».

Si pensava che lo stato di emergenza servisse a snellire le burocrazie per migliorare i servizi al cittadino in condizioni di urgenza, ma non è avvenuto: a cosa serve realmente?

«Lo stato di emergenza serve a incatenare i cittadini, a farli sentire sudditi incapaci di gestirsi, bambini irresponsabili bisognosi di una guida paternalistica. È il frutto di un governo debole il quale, proprio perché avverte la propria debolezza, punta sull’autoritarismo».

Teme che questo stato di eccezione possa diventare norma?

«Questo timore è ciò che mi ha spinto a scrivere Virus e Leviatano. Stiamo dando vita a un precedente pericoloso. L’unione perversa di biopolitica e bioinformazione ha inferto un duro colpo al sistema democratico liberale di stampo parlamentare. Un vulnus che potrebbe diventare permanente».

Pensa che la sottomissione dei cittadini al nuovo dispotismo statalista sia un disegno perseguito o l’esito inevitabile del virus dell’ideologia mai davvero estirpato nell’establishment politico e culturale?

«Dopo tanti anni di giornalismo posso dire tranquillamente di essere complottista. Perché il potere complotta sempre. E tanto più grandi sono gli interessi tanto più ampio è il complotto. Che avviene lontano dai riflettori, in quelli che potremmo definire i “santuari” dei padroni del caos. Ma l’aiuto degli utili idioti è sempre di fondamentale importanza».

Come valuta il fatto che stiamo progressivamente tornando in una situazione di confinamento?

«Alla fin fine è un fatto culturale. Non si viene più educati alla libertà, all’amore per la libertà. Siamo narcotizzati. Abbiamo l’illusione di essere al corrente di tutto e non sappiamo niente. Non studiamo e ci lasciamo condizionare. Dobbiamo imparare di nuovo a pensare. Ma com’è possibile se passiamo tutto il tempo sui social o davanti a programmi televisivi beceri? Huizinga in La crisi della civiltà scrisse che se si vuole ripartire occorre essere consapevoli, per prima cosa, di quanto sia già progredita la dissoluzione».

 

La Verità, 24 ottobre 2020

«Ingigantire il pericolo causa visioni paranoiche»

Una paginetta esplosiva. Che potrebbe intitolarsi «La fede al tempo del Covid». E invece è la lettera che un paio di giorni fa monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ha inviato ai sacerdoti della diocesi per esortarli ad accompagnare i fedeli «a vivere con prudenza, ma anche con serenità, fiducia in Dio e capacità di relazioni» il momento che stiamo attraversando. Parole che nascono da un allarme diverso da quello che troviamo tutti i giorni nei media: «Il nostro popolo può correre il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà».

Eccellenza, che cosa intende con questa espressione così forte?

«Oggi oltre ai gravi problemi di salute e ai gravi problemi economici – penso alla perdita del posto di lavoro di decine di migliaia di persone – dobbiamo affrontare gravissimi problemi di natura psicologica. Il lockdown ha rappresentato un tempo destabilizzante. Dobbiamo perciò aiutare le persone a uscire dall’angoscia generata dall’ipotesi del ripresentarsi di una situazione già vista. Capisco che coniugare attenzione e libertà non sia facile, ma io preferisco puntare sulla maturità delle persone».

Questa lettera è stata un’iniziativa coraggiosa.

«A me sembra abbastanza ovvia, ci ho messo non più di tre minuti a scrivere queste righe. Ma dato che mi hanno risposto da tutto il mondo vuol dire che è importante. Anche il passaparola di tanti amici sparsi in diversi paesi e legati alla diocesi, alla Fraternità San Carlo e al movimento di Cl ha contribuito a questo volano di trasmissione. La grande quantità di ringraziamenti è il segno che le persone hanno bisogno di essere sostenute nella loro fede e speranza. C’è una sete che non trova correnti d’acqua capaci di appagarla».

Perché ha deciso di scrivere ai suoi sacerdoti?

«Perché vedo, non solo in loro ma in tanta parte del popolo, un’ansia esagerata. Non perché non ci siano motivi di preoccupazione. Ma perché le persone devono essere sempre mosse da qualcosa di più grande. Per i cristiani è la fede. La fede ci insegna che Dio non abbandona mai il suo popolo. Lo accompagna e guida, insegnandogli a vivere le circostanze del presente».

Come spiega il fatto che un documento pastorale sia diventato virale nei siti e nelle chat dei fedeli?

«Perché i fedeli hanno sete di parole incoraggianti. Invece sono troppo sottoposti a una pioggia di parole deprimenti, per giunta in contrasto tra loro».

Lei parla di «crescita di allarme e incertezza, favorita anche dai mass media e dalle insicurezze della politica». È critico nei confronti della visione corrente?

«Nei giornali, che pure svolgono un servizio fondamentale che non voglio dimenticare, vedo un accento eccessivamente apocalittico. E così anche negli annunci che vengono dalla politica: non vedo la capacità di infondere coraggio insieme alle indicazioni di prudenza».

Dice che la paranoia è una visione «distaccata dalle vere dimensioni del pericolo»: non teme l’accusa di negazionismo?

«No, il pericolo ce l’ho davanti ai miei occhi con molta chiarezza. Alcuni miei amici sono morti e molti sono passati attraverso la durissima prova del Covid. Ma non è ingigantendo il pericolo che si danno alle persone le armi per affrontarlo».

Non pensa che l’allarme diffuso dalle autorità e dai media sia giustificato dai dati dei bollettini sanitari quotidiani?

«Penso che dobbiamo mantenere dei comportamenti prudenti. Non a caso in conclusione della mia lettera sottolineo che non dobbiamo “demordere da tutte le attenzioni dovute, come la mascherina, l’igiene delle mani e il distanziamento” pur continuando a vivere».

Parla di «timori esagerati» che possono corrodere «la salute mentale ed emotiva». Ha già trovato tracce di questa corrosione?

«Purtroppo ne ho trovate molte. Soprattutto nelle relazioni difficili che la anormalità dei rapporti ha fatto esplodere».

Situazioni di depressione?

«Depressione, sì; anche stati d’ansia e una diminuita lucidità nella lettura degli avvenimenti».

Cosa vuol dire scrivendo che «le ragioni della vita sono le ragioni della fede»?

«Voglio dire questo: qual è l’antidoto alla paura? Molti risponderebbero il coraggio ma, come diceva giustamente don Abbondio, il coraggio non ce lo si può dare. Dalla paura non si esce con le proprie forze. Occorre riconoscere che c’è qualcuno che ci prende per mano e ci insegna come attraversare il buio verso la luce. Nei Promessi sposi, quando Renzo nel lazzaretto cerca Lucia, a un certo punto sente questa voce: “Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora ci custodirà anche in avanti”. È il senso della mia frase».

Molti osservano che è normale che in una situazione così le parole degli scienziati contino più di prima, mentre altri lamentano che la scienza stia diventando una nuova religione: chi ha ragione?

«Innanzitutto, devo ringraziare quegli scienziati che in questi mesi, ma anche nel tempo passato, hanno lavorato per aiutarci nei problemi più gravi relativi alla nostra salute. A questo ringraziamento però devo aggiungere che nell’ultimo anno abbiamo assistito a una discordanza molto profonda tra loro. Questo non sarebbe un male, è naturale che sia così perché la scienza non è un dogma. Purtroppo, però, ho sentito alcuni scienziati parlare come se stessero rivelando dei dogmi».

La salute rischia di diventare un nuovo idolo?

«Rischia di essere un nuovo idolo perché non si crede più alla vita oltre la morte. Se tutto finisce con la morte, la salute diventa una divinità».

Qualcosa di inscalfibile.

«Eppure l’esperienza della morte sta davanti a ognuno di noi come un evento ineludibile di fronte al quale è ragionevole cercare un aiuto che ci permetta di viverla non come un evento definitivo».

Nei giornali si parla molto di etica civile e nei decreti governativi si chiede ai cittadini di essere virtuosi. C’è anche una nuova ondata di moralismo oltre a quella del virus?

«Certamente. L’etica civile regge soltanto quando si riconoscono le ragioni della fraternità. Altrimenti l’invito cade nel vuoto. Il moralismo è una morale senza adeguate radici e noi, oggi, più che a una pioggia di moralismo, assistiamo a un uragano».

Si parla troppo dei malati di Covid e poco delle altre situazioni di sofferenza?

«Il Covid ha oscurato altre patologie, anche comprensibilmente. Dobbiamo tenere aperto il nostro sguardo perché purtroppo ci sono tantissime situazioni di sofferenza altrettanto gravi e meritevoli di attenzione».

La categoria che ha pagato il prezzo più alto sono gli anziani?

«Siamo immersi in una visione funzionalistica dell’esistenza. Davanti alle persone ci chiediamo quali servizi possono rendere. Questo porta al radicarsi della cultura che papa Francesco ha chiamato “dello scarto”. L’anziano viene visto come colui che può occupare indebitamente un posto in ospedale. È una cultura eutanasica, che mostra quanto si sia smarrito il valore della persona nella sua debolezza».

Scrive che «non possiamo permetterci che l’unico criterio sia chiudersi in casa»: virologi e medici disapproveranno questo documento.

«Che però non vuol essere in contrasto con ciò che in futuro si potrà decidere. Al contrario, è un invito rivolto agli scienziati perché tengano presente che nella sanità della persona va considerata la necessità delle relazioni».

Nel finale sottolinea che «le nostre chiese sono luoghi sicuri sia per la preghiera liturgica che per eventuali incontri». È una sottolineatura a scopo preventivo?

«In queste settimane ripeto una battuta: se non vuoi prendere il Covid vieni in chiesa. Abbiamo messo in atto misure di sicurezza sconosciute a tanti altri ambienti. Vorrei che questo fosse considerato e tenuto presente anche per il futuro».

Come ha vissuto l’interruzione delle celebrazioni durante il primo periodo di confinamento?

«Male. Non poter celebrare col popolo è certamente una grande prova. Questo non vuol dire che la mia fede sia stata scossa. Ogni giorno celebravo per tutti e portavo tutto il mio popolo in ogni santa messa. Nello stesso tempo non ho approvato chi diceva: “Sono così belle le messe in streaming, continuiamo così”. La fisicità fa parte dell’evento cristiano perché il Verbo si è fatto carne. La comunità cristiana non è semplicemente una comunione spirituale, ma passa anche attraverso rapporti carnali».

Dopo la preghiera di papa Francesco nella piazza San Pietro deserta del 27 marzo scorso la voce della Chiesa si è fatta un po’ troppo flebile e si è omologata alla narrazione corrente?

«Penso che chi ha responsabilità nella Chiesa abbia non solo il diritto, ma anche il dovere di far sentire la sua voce per guidare le persone a lui affidate. In una recente lettera ad Avvenire mi sono chiesto come mai tanti hanno la percezione che i vescovi non parlano. Penso che tutti dobbiamo aiutarci a trasmettere attraverso la cultura la nostra fede».

Martedì c’è stata la preghiera per la Pace alla presenza del Papa intitolata «Nessuno si salva da solo». Direi perché a salvarci è Cristo. Nella Chiesa di oggi prevale la dimensione orizzontale su quella verticale?

«Da decenni parliamo di secolarismo. È certamente uno dei mali più gravi della vita della Chiesa oggi. Nessuno si salva da solo è un’espressione che ha due significati strettamente congiunti: nessuno si salva senza l’aiuto di Dio e nessuno si salva senza gli altri».

Si tende a parlare solo del secondo significato?

«Sì, è vero. Però è fondamentale perché Dio non salva la persona sola, ma sempre all’interno di un popolo, inserendoci nel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Questo ci allontana dalle due tentazioni dell’individualismo e dello spiritualismo».

 

La Verità, 22 ottobre 2020

«Provo a restare umano, nonostante il virus»

Buongiorno Enrico Montesano, o devo chiamarla Monteinsano?

«Mi chiami come vuole (ride). Un po’ di follia non guasta. Com’era quella frase di Friedrich Nietzsche… “Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella che danza”».

Sì, ma la sostanza è che ha una nuova popolarità negativa.

«Non tanto negativa».

Se la chiamano Monteinsano…

«Quando Massimo Gramellini scrive certe cose, quel suo “Caffè” diventa una ciofeca».

Figurarsi se Er Pomata di Febbre da cavallo non ha la battuta pronta. È o non è un pezzo di storia della commedia italiana? E non solo al cinema, pure a teatro e in televisione. Il suo Fantastico del 1988, in coppia con Anna Oxa, detiene ancora il record di ascolti e di vendita dei biglietti della Lotteria Italia. Record ne ha mietuti anche al boxoffice e l’elenco dei titoli memorabili sarebbe lungo. Regista, autore, attore, comico, la politica ha sempre stuzzicato Montesano. Ultimamente si è espresso in modo critico sulla gestione dell’epidemia da coronavirus e ha appoggiato la Marcia per la liberazione di sabato scorso a Roma. L’altro giorno, invece, è stato fermato dalle forze dell’ordine perché non portava la mascherina.

Montesano no-mask?

«L’ho detto anche da ospite di Barbara D’Urso su Canale 5: prima di tutto tengo alla salute del prossimo. Se stanno bene familiari e parenti, sto bene anch’io. Sono una persona di buon senso e mi comporto in modo responsabile».

Cosa vuol dire?

«Che non vado agli aperitivi, non frequento le discoteche ed evito i posti dove c’è confusione. Per strada, se qualcuno mi viene incontro cambio marciapiede e scelgo percorsi alternativi, ci sono tante strade vuote. Stamattina sono uscito per comprare il pane e non ho incontrato nessuno».

E la mascherina?

«Non la porto, ma la tengo in tasca. Entrando dal panettiere l’ho indossata».

All’agente che l’ha fermata perché non la indossava prima ha detto che non riesce a respirare e poi che il Dpcm contraddice una legge dello Stato che prescrive di essere riconoscibili.

«Con il cappello e gli occhiali, se metto la mascherina chi mi riconosce? La legge e il decreto si contraddicono, ma la legge prevale. Poi, dopo 52 anni di polvere di palcoscenico, ho un certo affaticamento dei bronchi. Perciò la mascherina la metto il necessario. Come ha detto il professor Matteo Bassetti, se sono a cinque o dieci metri di distanza, chi posso infettare?».

Fa ostruzionismo da attaccabrighe?

«Assolutamente. Caso mai è questo Dpcm che confligge con la legge».

Perché non è andato alla Marcia per la liberazione di sabato scorso mentre ha partecipato a quella per la liberazione di Chico Forti?

«Perché quella in favore di Chico Forti non si prestava a interpretazioni errate com’è successo per la Marcia per la liberazione, dove si è detto di tutto tranne ciò che importava agli organizzatori. Io non ci sono andato perché a queste manifestazioni a volte spuntano gruppi strani. Avevo detto da subito che aderivo, ma che non avrei partecipato».

Lei rifiuta la definizione di negazionista, preferisce il termine minimizzatore?

«Mi definisco critico. Il negazionismo riguarda l’Olocausto e significa negare una cosa accaduta. Io non nego che esista questo curioso virus. Purtroppo c’è».

Cosa intende per curioso?

«Sorvoliamo se sia naturale, determinato dal salto di specie o sviluppato artificialmente. Esiste. Quello che non trovo giusto è terrorizzare, spaventare la popolazione. La prima parola che sento quando accendo la tv è Covid, l’ultima quando spengo è lockdown. Che è una parola americana, lo sa che nel vocabolario inglese non si trova? Lo usano nei penitenziari americani quando mettono un detenuto in isolamento. Allora parlano di lockdown».

E lei lo rifiuta?

«Non mi rassegno al confinamento».

Il consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi ha detto che è stata «una misura di cieca disperazione».

«Certamente molto rigida e senza che ne abbiamo avuto grandi risultati. Per contro, ora cominciamo a vederne le conseguenze economiche. Chi non l’ha adottata, come la Svezia, in percentuale sta più o meno come noi».

Forse se non avessimo chiuso staremmo peggio?

«Che ne sappiamo. Si potevano fare scelte diverse».

Per esempio?

«Lockdown localizzati. I nostri governanti sono in una situazione scomoda, non do loro addosso per partito preso. Però trovo strano che a Chiasso si debba indossare la mascherina e oltre il confine no. Paesi come la Svizzera stanno uscendo bene senza adottare misure così drastiche. D’accordo con il professor Giulio Tarro, la ricercatrice Antonietta Gatti, Alberto Zangrillo e Bassetti auspico che la seconda ondata abbia una carica virale più blanda e ci risparmi un’altra chiusura totale».

Si profila per il periodo natalizio.

«Manco potemo fa l’albero? Che palleee!».

Si fida di più dei virologi che ridimensionano il pericolo?

«Io non sono un esperto, ma leggo di tanti medici austriaci o inglesi che in alcuni documenti esprimono punti di vista meno allarmisti».

I dati non giustificano l’allarme?

«Non lo so… Parlare di casi mi sembra un’espressione generica. Molti medici dicono che una persona positiva asintomatica non è malata. Positivo a che cosa? Siamo pieni di virus, il nostro corpo reagisce… Perché tranne qualche medico di famiglia, nessuno dice: non vi intossicate, non fumate, mangiate sano, prendete le vitamine che aumentano le difese… Poi può capitare che una persona con altre malattie si contagi. Io credo che il virus esista eccome. Ma numerosi medici dicono che i pazienti che hanno la febbre e i primi sintomi si possono curare senza correre in ospedale. Questo mi conforta e non è invitare a fregarsene delle precauzioni. Gli italiani sono persone di buon senso».

Quando è nato il CanaleMontesano su YouTube dove legge brevi testi di Adolf Huxley, George Orwell, Michel Onfray?

«È nato durante il confinamento per fare compagnia a chi era chiuso in casa. Ho iniziato con i miei personaggi, Torquato il pensionato, Famo Blas, Il conte Tacchia, il Figlio di papà… Poi vedendo che queste letture avevano successo li ho lasciati un po’ in disparte».

Chi sono i suoi seguaci?

«Persone desiderose di aprire un po’ gli occhi. Mi suggeriscono letture, mi mandano i libri a casa… Questo rapporto col pubblico vuol dire che c’è bisogno di questi pensieri e che tanti sono stanchi delle urla dei talk show o dei reality».

È sempre stato un grande lettore?

«Abbastanza».

Ultimamente si è spostato su nuovi autori?

«Un po’ più mirati. Critici del pensiero unico. Poi un libro porta l’altro. Il filosofo Gunther Anders fa un riferimento a Hannah Arendt, un altro cita Elias Canetti… Non compro libri online perché voglio che i negozi del vicinato sopravvivano. Proviamo a rimanere umani, con i nostri pregi e difetti, e allontaniamo questo transumanesimo incombente».

Che cosa la preoccupa?

«Lo scienziato che vuole sostituirsi a Dio, vuole modificare la natura umana».

Cosa significa «Eretici e guerrieri», lo slogan con cui conclude i suoi video?

«È una frase di Carlos Castaneda che invita a mantenere una libertà di giudizio».

C’è troppo conformismo?

«Domina il politicamente corretto. Ne parlavo già nel mio spettacolo del 2007 intitolato È permesso? È permesso criticare il pensiero unico stimolandone uno alternativo?».

Legge La teoria della dittatura di Onfray, parla di terrorismo sanitario: estremismo?

«Forse per contrastare decisioni altrettanto estreme. La paura non è una buona compagna perché abbassa le difese immunitarie. Nella trasmissione della D’Urso ho citato una frase sul concetto di salute diffusa dall’Oms quando era un organismo affidabile: “La salute è uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia”».

Cosa c’è dietro?

«In rete gira una battuta in romanesco sui prodotti esportati dalla Cina: “Ao’… er coronavirus è l’unica cosa cinese che dura tanto”».

È merito del governo se rispetto alla Francia, alla Spagna, alla Gran Bretagna abbiamo una percentuale di contagi inferiore?

«A maggior ragione questa diffusione della paura non è giustificata. E tutte queste restrizioni sono una contraddizione. Se i risultati sono buoni perché dobbiamo stringere la vite ancora di più? Forse non siamo noi i complottisti, ma qualcun altro. Faccio sempre salvi i nostri uomini di governo… Magari c’è qualcosa che viaggia al di sopra della Merkel, di Macron, di Conte».

Cosa vuol dire?

«La quarta rivoluzione industriale, il Nuovo ordine mondiale».

La globalizzazione, il 5G.

«Non ne sento il bisogno, stavo bene pure con il 3G. Vorrei un referendum per capire se ci serve davvero».

Vede molti effetti nocivi?

«Perché questa corsa senza interpellare i popoli? Giustamente ci preoccupiamo del Covid-19, ma non conosciamo i danni collaterali che il 5G può provocare. Ci sono studi che documentano che le grandi epidemie si presentano sempre in corrispondenza di rivoluzioni tecniche e tecnologiche».

In televisione la chiamano ancora? Con i suoi spettacoli, intendo.

«Forse c’è un po’ di timore. Potremmo fare un programma che stimolasse domande negli spettatori, ma forse non si vuole proprio questo. Ricorda quella massima: Castigat ridendo mores (corregge i costumi ridendo ndr)».

In questa crisi i lavoratori dello spettacolo sono stati tra i più penalizzati.

«Dopo la bellissima manifestazione di Milano ce ne vorrebbe una anche a Roma. Forse queste norme trascurano le reali necessità del mondo dello spettacolo. Dietro un primo attore c’è un indotto enorme, la scenografia, il trucco, il facchinaggio, i trasporti, il personale, tutti i servizi. Il teatro è vita e cultura. Un teatro accende la vita della via dove si trova. La gente ha anche bisogno di distrarsi, invece è tutto fermo».

Sugli aerei si sta gomito a gomito, negli stadi all’aria aperta possono entrare solo mille persone.

«L’Olimpico può tenerne fino a 70.000, possiamo farne entrare 30.000? Io capisco che non dobbiamo mettere in ginocchio le compagnie di volo, ma gli aerei sono anche abitacoli angusti con circolazione della stessa aria. Durante il lockdown, avevano chiuso persino i parchi ai bambini…».

Beppe Grillo è partito da un blog e poi ha fondato un movimento: il suo obiettivo qual è?

«Vorrà dire che se un comico vi ha distrutto un altro comico vi salverà. Guardi che è solo una battuta, niente più. Non voglio fondare nulla».

 

La Verità, 17 ottobre 2020

«Senza una scossa si va dal lockdown allo showdown»

Professor Massimo Cacciari, l’ho visto più rilassato di altre volte qualche sera fa a Otto e mezzo: soddisfatto dell’esito delle elezioni?

«Soddisfatto… Sono state elezioni di conservazione».

In che senso?

«Nel senso che hanno mostrato che la maggioranza degli elettori teme il futuro e tende a non agitare ulteriormente la situazione. Conte e il governo ne sono usciti consolidati. Segni di mutamenti sostanziali non ne ho visti».

E il trionfo di Nicola Zingaretti?

«Macché trionfo. Zingaretti ha scongiurato il pericolo che, cadendo la Toscana, sarebbe caduto pure lui. Dopo di che in Campania e in Puglia hanno vinto due capibastone. Oso sperare che il Pd non sia modellato su Michele Emiliano e Vincenzo De Luca».

Il Pd chiederà di cambiare i decreti sicurezza e di introdurre lo ius soli?

«Non so quanto voglia mettere alla prova il governo o consolidarlo. Nel Pd c’è un problema colossale: nessuno del gruppo dirigente ha una vera legittimazione dalla base. E non l’avrà fin tanto che non si farà un congresso e si creerà una vera maggioranza. Zingaretti continua a essere un uomo sospeso».

I successi di Luca Zaia, Giovanni Toti, Stefano Bonaccini e De Luca dimostrano che gli uomini nuovi vengono dal territorio perché gli elettori si fidano degli amministratori più che dei dichiaratori da talk show?

«È un discorso fatto altre volte. Alle amministrative di Venezia nel 1997 presi il 65%. A Roma tutto cambia: spesso comandano quelli massacrati a casa loro, come Dario Franceschini. La politica di oggi è talmente centralistica e burocratica da cancellare qualsiasi illusione federalistica. Non vedremo mai i De Luca e gli Emiliano presidenti del Consiglio».

Per il M5s, referendum a parte, è stata una débâcle.

«Ed era prevedibilissimo. In queste elezioni era tutto prevedibilissimo, fuorché Zaia».

Ci arriviamo. Perché si aspettava un risultato negativo dei grillini?

«Se si chiede agli elettori di eliminare un po’ di poltrone o di dimezzare gli stipendi dei parlamentari, come vuole che rispondano? Come si fa a parlare di vittoria storica… Ha ragione Alessandro Di Battista: non si può nascondere la totale mancanza di radicamento territoriale e di competenza amministrativa del M5s dietro il risultato del referendum. I 5 stelle devono decidere se restare un movimento di opinione che campa con referendum demagogici o se cominciare davvero a fare politica».

Gli altri sconfitti sono la Lega di Salvini e Matteo Renzi?

«Renzi è andato straordinariamente male anche nella sua Toscana. Ha sbagliato tutte le mosse, come Salvini. Sono due persone che pagano la loro megalomania».

Quali errori ha commesso Salvini?

«Il primo è stato l’atto autolesionistico di un anno fa. Poi in queste elezioni ha spostato l’asticella in cielo, illudendosi di conquistare l’Emilia Romagna, con quella candidata, e la Toscana idem. La stessa cosa che aveva fatto Renzi con il referendum: o me o morte. Sono persone divorate dalla loro megalomania. Salvini adesso ha anche il problema di Giorgia Meloni».

Che però lei non vede leader del centrodestra.

«Pesa ancora troppo il suo passato. Poi, visto l’arretramento di Forza Italia, dobbiamo ridiscutere il concetto di centrodestra, chiedendoci di quale destra parliamo. E qui diventa interessante il caso Zaia».

Eccoci al punto. In questi giorni Cacciari ha rivelato che alcuni suoi amici di centrosinistra hanno votato per il governatore del Veneto. Lui no, è rimasto fedele alla linea… Ma rimane il fatto che la parabola di Zaia lo stimola.

Perché incarna una destra più presentabile?

«Non è solo un fatto d’immagine. Zaia rappresenta una destra diversa, che non vive di comizi, che non fa il karaoke, che non si limita agli slogan. Ma una destra che amministra, radicata nel territorio, che interpretando gli interessi dell’imprenditoria, dell’agricoltura, delle reti commerciali e artigianali ha saputo modificare la struttura di una regione».

Altra cosa rispetto alla Lega salviniana.

«È una destra borghese anche in senso culturale. Salvini ha fatto la cosa giusta quando ha superato la Lega secessionista di Bossi. Ma ora c’è un altro cambiamento all’orizzonte. La Lega di Zaia è affidabile, non populista, antieuropeista e lepenista».

Si parla di nuova segreteria. Il leader nazionale potrebbe essere Giancarlo Giorgetti?

«Giorgetti e Zaia potrebbero essere i padroni del Nord e Salvini il leader nazionale».

In una fase transitoria?

«Una fase nella quale convicono la Lega populista e quella moderata, fin quando si sceglierà una linea o l’altra».

Un altro tema discriminante è l’immigrazione?

«Nel Veneto ci sono esperienze interessanti d’integrazione. Chi produce sa bene che una certa quota di immigrati è necessaria. Questo senza dimenticare le esigenze di sicurezza, ma anche senza sceneggiate e isterie».

E la Meloni che ruolo avrebbe?

«Intanto erode consensi a Salvini. Poi potrebbe essere l’ala nazionalista con cui allearsi per governare».

Conte continua a galleggiare sulle debolezze altrui?

«Sul piano politico i 5 stelle non esistono. Sono un movimento di opinione, flatus vocis. Il Pd tiene il suo 20% e vince con i capibastone, altrimenti sparisce come in Veneto, Liguria e nelle Marche. Resiste il Granducato di Toscana e l’Emilia. Guardando le mappe di vent’anni fa è evidente che l’eredità si sta consumando. Mi verrebbe da scuoterli: come fate a raccontare che avete vinto? Che congresso potrete mai fare senza una diagnosi realistica?».

E Conte?

«Approfitta del fatto che queste debolezze sono costrette a sorreggerlo. I 5 stelle non andrebbero a elezioni nemmeno con le cannonate e neanche il Pd smania per andarci. Spero che non si limiti a sopravvivere».

Intanto ha detto no al rimpasto. Ci terremo i ministri Azzolina, Bonafede, De Micheli…

«Che cambino un ministro o due significa poco. Quello che conta è decidere se i 200 miliardi del Recovery fund saranno debito in più o verranno investiti nella ricerca, nella scuola, nella formazione».

Il premier ha promesso un cambio di marcia: già sentito?

«Tutti i governi l’hanno promesso. Nei documenti dei famosi Stati generali c’era qualcosa di non già sentito negli ultimi trent’anni?».

Il cambio di marcia è rifare la legge elettorale?

«Devono farlo, altrimenti lo sconquasso sarà totale».

È il momento giusto?

«Tra un mese, quando finirà la cassa integrazione e vedremo fallimenti in serie, gli italiani dovrebbero appassionarsi alla riforma elettorale».

Di Ilva e Alitalia non si parla più…

«Come di scuola e di ricerca. Nel mondo, mentre negli ultimi sei mesi si è registrato un crollo del 10% della produzione, le 90 aziende top dell’informatica hanno aumentato il fatturato di 800 miliardi rispetto al 2019. I big del capitalismo finanziario moltiplicano i profitti, non pagano le tasse e noi parliamo di Emiliano e De Luca. Siamo fuori fase noi italiani, noi europei, noi occidentali».

Consigli?

«La politica dopo la Seconda guerra mondiale costringeva i grandi capitalisti a pagare le tasse e inventava forme di previdenza risolutive per i ceti più sfortunati. Questa urgenza dovrebbe accomunare le forze politiche, al di là di destra e sinistra, invece…».

Si pensa a prorogare lo stato di emergenza.

«Mi auguro che non avremo più lockdown generalizzati. Non possiamo guarire dal Covid crepando. La morte è la migliore medicina, ma se vogliono far guarire il Paese uccidendolo ce lo dicano. Dopo di che, bisogna avere grande attenzione alle regole».

Per esempio?

«Evitando gli eccessi visti in Sardegna. Evitando certi negazionismi. L’epidemia c’è e non è ancora stata sconfitta. Servono indicazioni precise, istruzioni chiare ai medici di base, potenziamento delle strutture sanitarie, delle terapie intensive, le zone rosse tempestive, non come a Bergamo. Ma, detto questo, tutto deve pian piano ripartire».

Beppe Grillo parla di reddito universale e il M5s continua a proporre bonus.

«La società contemporanea va verso una riduzione drastica del lavoro. Questo problema va affrontato con competenza e responsabilità. Doti che al M5s mancano, come si è visto dalla distribuzione a capocchia del reddito di cittadinanza. Ci vogliono criteri e controlli precisi. Altrimenti si creano nuovi ghetti di precari e sottoccupati».

Il pericolo è la società parassitaria di massa?

«Il reddito di cittadinanza non può autorizzare a stare a casa a grattarsi la pancia. Se il lavoro non ce l’hai ti industri per trovartelo o inventartelo. Servono strutture e meccanismi di formazione permanente. Se si continua con la mentalità del lavoro fisso e dello stipendio al 27 del mese, il risultato sarà la nascita di ghetti di poveri e ricchi sempre più distanti tra loro, mentre il ceto medio andrà in malora».

In occasione del caso Palamara si aspettava un’iniziativa maggiore del capo dello Stato, presidente del Csm?

«Il caso Palamara è molto grave, ma anche prevedibile. La crisi dei partiti si è allargata alle altre istituzioni e ai gruppi dirigenti. Una certa prudenza del capo dello Stato è comprensibile, qualsiasi suo intervento avrebbe acuito questa crisi. Il picconatore Cossiga poteva esternare perché c’era ancora la Prima repubblica».

Dove ci porterà una politica fatta di piattaforme, monopattini e banchi a rotelle?

«Dove già siamo. A una politica priva di professionalità e responsabilità. D’altra parte, chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Alla fine della Prima repubblica c’erano giornali o tv che non alimentavano la retorica anticasta e sottolineavano l’importanza della competenza e della responsabilità?».

Che cosa ci aspetta nei prossimi mesi?

«Mi auguro di vedere un governo che, sulla base di un’analisi realistica, sappia gestire i soldi del Recovery fund».

Che però arriveranno a giungo 2021.

«Ma già ora bisogna decidere. Se si sceglierà una prospettiva di sviluppo, bene. Se invece prevarrà la logica assistenzialistica vista finora, si passerà direttamente dal lockdown allo showdown. E quando saremo obbligati a rientrare nei parametri, qualcuno metterà le mani nei nostri conti correnti come fece il governo Amato a inizio anni Novanta».

 

La Verità, 26 settembre 2020

«Da Giuda a Curon, la vita e il cinema sono horror»

Ho appena finito di vedere Curon: bella cupa.

«Anch’io vi leggo, La Verità è un giornale diverso e molto vivo. Un po’ come una biscia».

Ecco Luca Lionello: visione, originalità, inclinazione pulp. Faccia e temperamento perfetti per una serie gotica come quella di Netflix, ambientata sul lago di Resia (Val Venosta, Alto Adige), dove il campanile che sbuca dall’acqua crea un set naturale: inquietante come l’immagine scelta da lui per descrivere La Verità, e che considera un complimento: «Aldilà del simbolo del serpente, la biscia ha colori fluorescenti e sorprendenti, che in natura non si trovano. E poi è imprevedibile… Insomma, oggi è il mio pomeriggio fortunato».

Cos’altro lo fa essere tale?

«È una bella giornata e di sicuro ci sarà un bel tramonto romano. Colleziono tramonti, con delle fotine…».

Per Instagram, come tanti?

«No. Sono un modesto studioso di quello che accade nel cielo. Potrei parlarle della qualità della luce, anche il cinema è fatto di luce e cambia da film a film. Ma non vorrei tediarla. Diciamo che sono un contadino delle nuvole… Potrei definirmi così».

Parlare con Luca Lionello, figlio di Oreste, icona del Bagaglino e sublime doppiatore di Charlie Chaplin, Marty Feldman e Woody Allen, è come avventurarsi su un sentiero di montagna, con quel fremito d’incognito che si mescola all’euforia della scoperta. Sposato, padre di Maja e Ori, nomi con una storia lunga così, Lionello è un attore estraneo ai circuiti della cinematografia mainstream: il Giuda Iscariota interpretato in The Passion di Mel Gibson è un eloquente biglietto da visita.

Chi è Thomas, il padre pieno di ombre che interpreta in Curon?

«Dovrei avere una risposta pronta, invece mi sento di dire che non lo so chi è. Ha una personalità forte e una psicologia definita e, aldilà dell’horror o del fantasy, compie azioni terribili».

Addirittura.

«Diciamo sconvolgenti. Sembra un mascalzone solitario, ma fa tutto per un bene supremo, come dicono all’Onu. Però gli voglio molto bene».

Curon è una meditazione sul doppio, con due gemelli rovesci della stessa medaglia. È anche una riflessione sulla scelta tra bene e male?

«La metafora la tratteggia la professoressa quando racconta la leggenda per la quale in ognuno di noi c’è un lupo buono e un lupo malvagio. Noi diamo da mangiare a quello buono, ma a volte ci sbagliamo perché le cose non sono come ci appaiono. Ovvero, la vita è una tragedia e non sempre sappiamo come prenderla. A Curon le ombre si inseguono perché questo lago è misterioso».

Aldilà delle citazioni di Stephen King, l’hotel con un solo inquilino, il ruolo dei ragazzi e la loro passeggiata nel bosco che ricorda Stand by me, è una storia lugubre e sinistra.

«Il campanile fa pensare a qualcosa che non quadra perché il suo posto sembra sbagliato. In realtà, è l’acqua che non dovrebbe stare lì (una diga costruita 70 anni fa creò il lago artificiale che sommerse il paese di Curon ndr). Ai ragazzi è affidato un ruolo salvifico, ma poco dopo la scena del bosco si profila la tragedia. Le storie che s’intrecciano hanno regole precise».

Una di queste è che la religiosità sconfina nella superstizione? Anche i componenti della famiglia con le pareti di casa tappezzate di crocifissi hanno tutti un lato oscuro.

«È una sensazione reale che mi ha ricordato quei film western nei quali c’è sempre il cappellano con la Bibbia in mano che dice messa nella casetta di legno. È la coperta suprema che serve a velare tutto. Il crocifisso non è un simbolo di allegria. Nella serie è un alfabeto che fa da sfondo, come nei boschi di quelle valli punteggiate da edicole votive e crocifissi che rappresentano una cultura molto presente».

Il sacro è un mistero che a Curon inclina al gotico?

«Sì, anche se non mancano le sorprese. Alfred Hitchcock dice che se mostri un fucile poi quello deve sparare. Invece il fucile che ho sempre in mano io non spara un colpo perché il mio personaggio è strano e ci sarebbe molto da raccontare».

Materia per la seconda stagione?

«Queste cose le decide il pubblico. Da quello che so è stato un bel successo e sarebbe un peccato lasciare tanta gente delusa».

Com’è stato interpretare Giuda in The Passion di Mel Gibson?

«Potremmo scrivere dei libri. Finora non ne ho quasi mai parlato… Una mattina, mentre ero fuori con il mio cane, mi chiama un’agente di una delle maggiori società di casting del mondo. Aveva visto L’italiano, un film del 2002 nel quale recitavo una piccola parte. Voleva delle informazioni. Qualche tempo dopo mi richiama per dirmi che presto avrei dovuto incontrare un regista importante per un film molto ambizioso».

E lei?

«Sono scappato da Roma e mi sono rifugiato a Frattura vecchia, il paesino terremotato dell’Abruzzo dove avevamo girato L’italiano».

Finalmente arrivò il provino…

«Avvenne in una chiesa romana del 1100, un luogo buio, ornato di affreschi medievali. Gibson vedeva attori da tre anni. A me chiese solo se avevo altri impegni in vista, perché voleva esser sicuro che fossi a sua disposizione. Più che un contratto, era una comunione d’intenti senza una data di fine lavorazione».

Recitare in The Passion è stata un’esperienza irripetibile?

«Per un attore Giuda è più stimolante di Amleto. Che Dio mi perdoni, è persino più interessante che interpretare Gesù. Per volere di Gibson spesso Jim Caviezel indossava il mio naso. Il regista aveva fatto un calco perché Gesù e Giuda avessero lo stesso profilo e nel buio del Getsemani potessero confondersi».

Conferma che Gibson volle che una delle mani che inchiodano il Nazareno alla croce fosse sua?

«Confermo. The Passion è stato qualcosa più di un film. Flagellare Gesù per un paio di mesi, il tempo per girare quella scena, ti rimane dentro. Ti trovi in una realtà che se non la vedi rimane letteraria. Nella vita la sofferenza non la reggiamo, poi se entri in un ospedale ti accorgi che la realtà è complicata. Alla fine, la vita è un horror».

Non sempre, dai. Cos’altro è successo sul set?

«In questi giorni che si è ricordato Alberto Sordi mi è venuto in mente che Gibson volle ricostruire il Getsemani nello Studio 5 di Cinecittà. Per dare la luce giusta si usava un lenzuolo bianco, ma un giorno al direttore della fotografia qualcosa non quadrava perché ci avevano scritto sopra: <Grazie Alberto>. Era morto Sordi e qualcuno lo salutava a quel modo. Appreso il fatto, Gibson interruppe le riprese e mandò tutti a casa: “Oggi state con Alberto”, disse».

Ha mantenuto i rapporti con lui?

«È l’unica persona che conosco alla quale non rompo le scatole. Ogni tanto si leggono indiscrezioni sul seguito di quel film. Dovrebbe riguardare la resurrezione».

Qual è stato il lascito più importante di suo padre?

«Innanzitutto il cognome, che non è poco. È stato il mio primo maestro, mi ha lasciato libero di scegliere perché era molto intelligente e si è fidato della mia responsabilità».

Il doppiaggio è scuola d’arte o di artigianato?

«Il doppiaggio è il cavallo di Troia e bisogna avere molta cura, perché t’insuffla un’altra cultura e tu ne sei conquistato».

Quale altra cultura?

«Quella italica. Una certa difficoltà dell’inglese in Italia è figlia del doppiaggio».

Che cosa s’impara, l’immedesimazione nell’altro, a non essere egocentrici?

«Il doppiaggio è una grande palestra. Si impara a ottenere un risultato, come ci arrivi non ha importanza. Però bisogna raggiungere la meta con qualsiasi mezzo».

Quale meta?

«Essere credibili. Quando recito parto sempre dal concetto di concerto e uso il mio strumento come un pianoforte: nel doppiaggio è la voce, nel cinema il corpo».

I doppiatori sono figli del cinema americano, del Piano Marshall e di una pensata di Giulio Andreotti, sottosegretario di Alcide De Gasperi?

«Sì. Il Piano Marshall per l’Italia contemplava anche 300 film americani all’anno doppiati in italiano. Siamo ancora qui da allora».

Quando suo padre impersonò proprio Andreotti al Bagaglino il cerchio si chiuse?

«Fu una nemesi, come si dice in questi casi».

Dopo Curon a quale progetto sta lavorando?

«Alla regia di una storia di animazione che ha a che fare con l’esperienza che abbiamo vissuto in questi mesi. È tratta da Il volo delle foglie, il primo romanzo di Fabio Teriaca, un chiropratico con la passione dell’arte e della letteratura. L’animazione è un mondo molto complesso e sofisticato, ma anche un luogo di grande libertà».

Per uno che interpreta ruoli come i suoi che cos’è la paura vera?

«La paura è un allarme esterno come il dolore è un allarme interno. Perciò dobbiamo tenercela cara. Anche perché, essendo un sentimento ancestrale, se cerchi di gestirlo perdi solo tempo. Non è un interruttore che accendi e spegni».

Le piacevano i balconi canterini e gli slogan tipo «andrà tutto bene»?

«Assolutamente no. Però qualcosa si doveva fare, non dico un esorcismo collettivo… Nessuno ci aveva insegnato a gestire situazioni così. Anch’io mi sono affacciato a battere le mani, ma mi piaceva di più la città silente».

Un soggetto perfetto per una serie tv o un film?

«Una sorpresa nella tragedia. Perché alla fine ci siamo resi conto che non c’era da salvare il mondo, ma l’uomo. Se continuiamo a buttare plastica nel mare ci rimane un quarto d’ora di vita. Il pianeta resta, noi siamo di passaggio. Sordi diceva che a Roma si deve camminare in punta di piedi e chiedendo permesso per non violentarla».

In un momento così la politica ha mostrato la giusta attenzione verso il mondo dell’arte?

«La politica è stata la prima a rimanere spiazzata. Anche un bambino avrebbe capito che non bastava chiudere solo i voli diretti dalla Cina. Se non ci fossero stati gli attori, le cose sarebbero andate peggio. L’attore fa compagnia perché racconta delle storie. È un mestiere che tende al sacro perché consola e aiuta a condividere. Senza le storie che ci arrivano dall’arte, dal cinema, anche da internet la situazione sarebbe stata ancora più drammatica. Invece gli italiani si sono dimostrati meravigliosi».

Gli italiani come popolo, più dei politici?

«Certo che sì, palla avanti e pedalare. Chi lo sapeva che eravamo così pronti ad assorbire e accettare?».

 

 

La Verità, 27 giugno 2020

De Luca, Zaia, Conte, Sala, Fazio: quanti salti di specie

Quanti spillover durante questo lockdown. Quanti salti di specie verso l’alto. Ma pure verso il basso, perciò spillunder. A forza di stare reclusi, a forza di parlare di virus e contagi, abbiamo finito per assorbirne comportamenti e abitudini. Così anche i nostri politici, gli scienziati, i volti noti della tv ne hanno introiettato la metamorfosi, il cambiamento, la modificazione genetica. Sono entrati in una situazione sconosciuta, in un tunnel semibuio, e ne sono usciti trasformati come dopo un viaggio sulla macchina del tempo di Ritorno al futuro. Qualcuno ha completato l’upgrade, consacrandosi. Qualcun altro ha inanellato svarioni, precipitando nell’arrampicata. Qualcun altro ancora è scomparso del tutto.

Il salto di specie di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, è materia di studio. Certo, già prima del coronavirus era un campione del folclore partenopeo, ma oggi è un altro leader. Fustigatore di lassismi giovanili, educatore col lanciafiamme. I suoi video sono degni di Totò e Peppino. Come quello sugli assistenti civici: «Il governo ci apre il cuore alla speranza… E infatti ha deciso questa straordinaria operazione, direi mistica perché… che cosa devono fare questi sessantamila assistenti volontari? Abbiamo posto questa domanda… Possono fare la multa a chi non porterà la mascherina obbligatoria? No. Possono fare la multa ai ristoranti che non mantengono i tavoli distanziati? No. Possono intervenire a controllare un po’ la movida? No. Possono regolamentare un po’ il traffico? No. E allora ci domandiamo che (pausa nervosetta) cosa devono fare questi sessantamila? Ci è stato risposto che possono fare moral suasion (suescion)… Cioè, faranno in pratica gli esercizi spirituali. Quindi vedremo sessantamila persone andare in giro con il saio con sopra scritto: Pentiti! È colpa tua», ha ammonito con l’indice accusatore verso la telecamera.

Da governatore sceriffo a sublime cabarettista.

Niente social invece per Luca Zaia. Il Veneto è stata la prima regione colpita insieme con la Lombardia, ma non si sa ancora se per merito di Andrea Crisanti, della professoressa Francesca Russo o del virologo Giorgio Palù, fatto sta che ne è uscita con un bilancio più contenuto di decessi. Merito della proclamazione tempestiva di Vo’ Euganeo zona rossa e dei tamponi a tappeto. Sicuramente merito della guida risoluta del governatore. Zero distrazioni, riunioni continue con lo staff, comunicazione stringata. Sempre in anticipo sull’agenda del virus, dalla strategia delle tre T alle riaperture. Un Clint Eastwood dell’emergenza.

Da amministratore periferico a volto pragmatico e dialogante della Lega, possibile uomo di governo.

Protagonista di un considerevole upgrade è pure Ilaria Capua. Con all’attivo l’assicurazione che il coronavirus equivaleva «a una brutta influenza», quando la veterinaria dell’università della Florida compare a DiMartedì i telespettatori fanno gli scongiuri. Qualche giorno fa ha detto che il contagio in Lombardia è dovuto ai «treni dei pendolari sporchi e maltenuti». Queste performance non le hanno impedito di pubblicare l’instant book nel quale discetta sul Dopo, promosso dal Corriere della sera con tanto di foto da star ispirata. Caso da manuale del principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello d’incompetenza», sempre con esiti comici. In questo caso si temono tragici.

Da stimata scienziata a caposala della pandemia e sociologa scifi.

Uno che sembrerebbe rimasto uguale a sé stesso è Fabio Fazio. Invece il suo spillover è evidente quanto misterioso. A differenza di tanti suoi colleghi, FF ha continuato ad andare in onda, sciorinando personalità assurte, nostro malgrado, al ruolo di maître à penser dell’emergenza. All’uscita dal tunnel ha trovato il prolungamento del dorato contratto, il ritorno alla Rai 3 delle origini, ulteriori spazi e programmi. Tutte cose che ha sempre fatto, si dirà.

Resta da vedere se il passaggio da figurina del bontonismo ideologico a «fratacchione» consulente di Bergoglio è un upgrade oppure no.

Per Giorgia Meloni invece il salto di qualità è inconfutabile. La leader di Fratelli d’Italia aveva iniziato a crescere già prima della pandemia. Durante il lockdown l’ascesa s’è fatta verticale e ora Fdi, quarta forza nazionale, ha nel mirino i 5 Stelle. Merito di una scala di priorità intellegibile e di una comunicazione lucida, senza eccessi propagandistici. Memorabile l’intervento alla Camera nel quale imputava a Conte «la sospensione della Costituzione» e l’adozione di quei «pieni poteri» la cui richiesta contestava a Salvini.

Da leader di complemento a potenziale leader primaria del centrodestra.

La stella di Matteo Salvini si è invece appannata. Questa viscida crisi ha messo a nudo una certa tendenza alla semplificazione e alla comunicazione monocorde. Forse servirebbe più ponderazione, un po’ di dieta dai social, studio dei dossier. Prima l’invito ad aprire tutto, poi la retromarcia non gli hanno giovato. Le montagne russe della complessità e il gioco di squadra non si addicono al Capitano.

Da uomo nero da tenere lontano dalle urne a leader in condominio, sorvegliato anche dentro la Lega.

Precipitano anche gli indici di Giuseppe Conte. A fine gennaio chez Lilli Gruber annunciò improvvidamente: «Siamo prontissimi». Da allora ha enfatizzato l’emergenza per puntellarsi a Palazzo Chigi. Ha rifiutato il supercommissario e infarcito d’inutili consiglieri la task force di Vittorio Colao per rallentarne le decisioni. Cavilli e paternalismi. Mattonate di decreti e buffetti ruffiani. «Congiunti», «apriamo con prudenza» e altre supercazzole, si esprime al gerundio o al futuro, mai al passato prossimo (copyright Mario Giordano). Usare la crisi per assurgere a leader del centrosinistra è il suo obiettivo fallito.

Ora sta lavorando al suo partito: da statista in rotta sul Quirinale a piazzista di sé stesso.

Dopo le prime gaffe di Walter Ricciardi, l’ex attore membro dell’Oms consulente del ministero della Salute, si è capito che non tirava aria buona per scienziati e tecnici. Ma per pararsi il lato B, il governo si è duplicato nelle task force. Qualcuno ha visto uno straccio di relazione? La débâcle ha infranto per sempre il mito dei tecnici salvatori della patria nei momenti di crisi. Il sospetto che, con il loro dogmatismo, i virologi siano stati i migliori alleati di Conte è molto più che un sospetto.

Da task force a task weakness.

Tutte strette per riempire le piazze contro il leader della Lega, le sardine avevano fatto dell’assembramento il loro manifesto politico.

Da movimento col sole in tasca, universalmente coccolato a sinistra, a specie estinta.

Beppe Sala, il sindaco a cui piace essere «cool», lo confidò a Daria Bignardi, è entrato a tavoletta nel lockdown. Prima una colazione nella Chinatown milanese per sconfiggere il razzismo e la psicosi. Poi con la stessa preveggenza ha firmato il video #milanononsiferma e dato appuntamento ad Alessandro Cattelan sui Navigli per l’aperitivo. Dopo l’appello alla Madonnina tra le guglie del Duomo, l’invito ai milanesi a svacanzare all’Idroscalo, i litigi con i sardi e il nuovo libro che auspica la rinascita di «una sinistra spirituale», i suoi video su Facebook hanno l’autorevolezza dei giochi di prestigio del Mago Oronzo.

Da candidato in pectore della sinistra di governo a funzionario in monopattino e Forrest gump dei social.

 

La Verità, 4 giugno 2020

«Bollettini e decreti hanno trasmesso insicurezza»

Di Luciano Gattinoni, professore emerito dell’università di Gottinga in Germania, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano, già presidente della Società mondiale di Terapia intensiva, si legge online che è stato lo scopritore dei benefici dell’ossigenazione in posizione prona in alcune patologie polmonari. Se in tanti servizi televisivi nei reparti Covid-19 si vedono i pazienti distesi a pancia in giù lo dobbiamo a questo medico rianimatore di fama internazionale, un signore milanese di 75 anni che si esprime con una modica quantità d’ironia. Quello che invece nelle bio spunta appena è che è anche un «pianista di talento».

Che musica suona, professore?

«Suono in un quartetto che si chiama Mnogaya Leta, che in russo bizantino vuol dire tanti auguri o anni felici. Siamo quattro voci, due tenori e due bassi, più pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Il nostro genere è il negro spiritual, il gospel, che è alla base del blues e del jazz».

Mnogaya Leta… Suona il pianoforte e anche canta?

«Esatto, sono il secondo tenore. Cantiamo insieme dal 1961, eravamo al liceo, tre al classico e uno allo scientifico. Poi due abbiamo fatto medicina, uno agraria e il quarto economia».

Mnogaya Leta… Fate concerti, tournée?

«Tournée è parola grossa. Concerti sì, ne abbiamo all’attivo un migliaio, quasi tutti in Italia».

Ci sono; ne faceste uno anche a una festa dei Cattolici popolari, preistoria del 1980, Old time religion, Go down Moses

«Sì, sono brani nostri. Eravamo noi».

Risolta la reminiscenza, veniamo al presente, professore: possiamo dire che l’Europa sta uscendo dal tunnel del coronavirus?

«Sicuramente l’invasività dell’epidemia sta diminuendo, ma se siamo fuori lo sa solo il Padreterno. La Sars scomparve spontaneamente, speriamo succeda anche stavolta. Le previsioni si basano su modelli matematici, ma se si avesse la pazienza di metterle in fila, si constaterebbe la modesta validità delle previsioni degli esperti. E si concluderebbe che nessuno lo è».

Esperto deriva da esperienza, ma…

«Nessuno l’ha già vissuta. Ognuno cerca di incasellare ciò che vede nelle proprie conoscenze. Ma se ciò che succede è inedito, l’incastro perfetto non riesce».

Stiamo imparando a contrastare meglio il Covid-19?

«Fino a qualche settimana fa parlavamo tutti di polmonite. Ora si è scoperto che il polmone è una delle vittime del virus. L’aumento della coagulabilità del sangue causata dal virus produce trombi che possono interessare vari organi. Ma se chiede perché in alcuni pazienti il virus è stato quasi innocuo, in altri ha causato la morte o una patologia mediamente grave, non lo sappiamo. Perché non sappiamo come si muove nell’organismo».

Per il Covid-19 non c’è vaccino e la Sars è scomparsa spontaneamente: la scienza mal sopporta l’imprevisto?

«No. La scienza si occupa di ricerca che riguarda ciò che è inatteso. Nel rapporto con l’imprevisto si misura la genialità dell’uomo, l’azione su ciò che già si conosce è normale lavoro».

Il filosofo Alain Finkielkraut parla dell’imprevisto «come supremo metodo di conoscenza».

«Sottoscrivo».

Se non si è trovata la cura, a cosa dobbiamo il calo di contagi e decessi?

«A una serie di fattori. Alcuni studiosi sostengono che il virus sia mutato, altri dicono che il merito è del lockdown. Personalmente, nutro qualche dubbio perché anche ora che si è riaperto da due settimane la diminuzione continua. Ci sono meno ricoveri perché stiamo cominciando a capire cos’è questa malattia e a curare meglio i pazienti».

Il calo dipende da una modificazione del virus, dal cambiamento del clima, dalle nostre contromisure?

«Non c’è una sola ragione che spiega tutto. Dipende da una combinazione di elementi, ma in quale proporzione non sappiamo».

Parliamo del «prima»: cosa pensa delle voci che ipotizzano la creazione del virus in laboratorio, del fatto che l’epidemia fosse iniziata già nel 2019, che varie fonti l’avevano prevista in anticipo, che la Cina abbia nascosto il contagio?

«Per evidenti ragioni culturali e politiche ci sono obiettive difficoltà a sapere che cosa sia davvero successo in Cina. Non ho la minima idea se la diffusione del Covid-19 sia partita da un laboratorio o sia frutto di spillover, il salto di specie di un germe patogeno. Molti scienziati che hanno lavorato in quel campo sostengono che la creazione in laboratorio sia inverosimile. Invece, l’espansione di un’epidemia dall’Asia ha basi più solide. Dato che ogni otto dieci anni si verifica un’epidemia virale, nel 2018 alcuni studiosi l’avevano prevista, sottolineando la necessità di approvvigionarsi di respiratori. Ma, come sempre dai tempi della guerra di Troia, quando qualcuno predice disavventure preferiamo dargli della Cassandra. Il successo della prevenzione è scongiurare la sciagura. Qual è il politico che investe in qualcosa il cui scopo è un non avvenimento? La prevenzione non porta voti. L’animo umano è fatto così e dopo l’epidemia non cambierà».

Perché in Germania, che è la sua seconda patria…

«Non esageriamo. Prima sono stato negli Stati uniti dove, con un’équipe, abbiamo lavorato alla circolazione extracorporea e all’ossigenazione in terapia intensiva. Poi sono tornato a Milano. Da pensionato ho accettato questa offerta, memore dell’insegnamento del professore di greco Mario Zambarbieri, il quale sosteneva che un uomo di cultura deve poter leggere Goethe in lingua originale».

Quindi Germania patria di affinità elettive: perché lì ci sono stati meno decessi che da noi?

«Qui funziona una collaborazione fra medici di base e ospedali che in Lombardia non esiste. Una legge del 1977 ha stabilito che il medico generalista va da una parte e l’ospedale dall’altra. Questa cultura ha avuto conseguenze pesantissime».

È vero che in Germania c’è stato un lockdown meno rigido?

«È vero. I tedeschi hanno un rispetto per le istituzioni e le regole superiore al nostro. Sono educati così fin da bambini. Provi a contare quante volte ha parlato Angela Merkel. Le sono bastate poche parole. È laureata in fisica, è stata campionessa delle Olimpiadi di matematica, ha un curriculum vero. La credibilità non s’inventa: i nostri governanti, magari bravissimi, dovrebbero tenerne conto».

Il sistema delle terapie intensive lombardo compete con quello tedesco e quello francese, ma la metà dei decessi in Italia è avvenuta in Lombardia: quali errori sono stati commessi?

«Il sistema delle terapie intensive lombardo è tra i migliori al mondo e ovunque, nel settore, questo è noto. Semplicemente, molti decessi sono avvenuti altrove. Se si aumentano i posti letto senza aumentare il personale, l’attenzione al malato ne risulta penalizzata».

Concorda con gli analisti per i quali un ruolo eccessivo dei virologi ha favorito una visione riduttiva dell’epidemia?

«La medicina non è democratica. Se in un paese tutti votano per chiudere una drogheria, magari ha ragione l’unico che vuole tenerla aperta. Io non conosco la composizione del Comitato tecnico scientifico. Dico che, di solito, un’epidemia richiede competenze diverse. Occorre qualcuno che sappia di terapia respiratoria oltre che di moltiplicazione del virus».

A proposito degli scienziati in tv ha parlato di tentazione di narcisismo.

«Riguarda anche me. “Narcis fue molto bellissimo” e si specchiava nell’acqua del pozzo».

Oltre alla visibilità immediata c’è l’indotto.

«Se si riferisce alle ospitate pagate, io non ho visto un euro, né l’avrei voluto. Quando comincia a girare denaro, la quota di libertà diminuisce, vale a tutti i livelli. Vedo che una collega laureata in veterinaria si spinge a dire come sarà il dopo, pronunciandosi sulla convivenza con il virus. Personalmente, sto attento a limitare i miei interventi a ciò che conosco. Le mie valutazioni sul salto di specie del germe dal pollo cinese o dal ratto siberiano valgono quanto quelle del mio panettiere. Ofelè fa el to mesté, si dice a Milano. Qualche volta sono stato ospite a La7, poi ho declinato alcuni inviti perché non vorrei apparire nel vidiwall di Maurizio Crozza».

Qual è la lezione che i nostri governanti dovrebbero trarre riguardo al sistema sanitario?

«Che qualsiasi azione andrebbe meditata e mai presa in base all’emotività. Per esempio, adesso ho sentito parlare di uno stanziamento per realizzare 3500 letti di terapia intensiva. Quando mi sono permesso di osservare che sono troppi, Maurizio Gasparri me ne ha chiesto ragione su whatsapp. Ho risposto che sono stato presidente della Società italiana, poi europea e mondiale di Terapia intensiva e che se avesse voluto delle spiegazioni avrebbe potuto telefonarmi».

In Cina il lockdown rigido è imposto da un regime, in Italia c’è stata un’esasperazione di tipo sanitario?

«Non mi addentro negli altri lockdown. Certo, noi abbiamo chiuso prima e riapriamo più tardi. Se compariamo Stoccolma a Helsinki è un disastro per Stoccolma, ma se la paragoniamo a Milano è un successo. Un giorno si dovrà fare un confronto serio, senza passioni politiche, tra realtà omogenee per dimensioni ed età media. Fornendo numeri certi, non come quelli dei contagi che ci vengono dati ogni sera e di fronte ai quali non si sa ridere o piangere per quanto sono inattendibili».

Una comunicazione di bollettini e decreti ha trasmesso l’idea di uno stato di emergenza?

«A me più che di uno stato di emergenza ha trasmesso uno stato di pochezza».

Di mancanza di preparazione?

«Di mancanza di visione. Si poteva limitarsi a una comunicazione ogni tre giorni, ma con numeri verificati».

C’era il permesso di portare fuori i cani non i bambini, riaprono le palestre non le scuole.

«Questa tragedia offre spunti umoristici per un’enciclopedia. E i congiunti affini? I 21 misteriosi parametri regionali per la riapertura? Che cosa vuol dire “aprire ma con prudenza”? Forniscano dei numeri se vogliamo parlare di fatti. Se vogliamo il rischio zero dobbiamo blindarci in eterno. Qual è il livello di rischio che accettiamo?».

Arriverà una seconda ondata?

«Speriamo che la natura sia madre e non matrigna e faccia spillunder invece di spillover».

 

La Verità, 30 maggio 2020