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La monella che stregò il cinema e irritò la sinistra

Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.
Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo. La vita si costruisce sulle difficoltà, se non si muore prima». È arrivata a 91 anni, in una vertigine di fama planetaria, tentati suicidi e amori travolgenti, prima del ritiro nella «Madrague» di Saint-Tropez. Monella sensuale, sciupamaschi, preda bramata e invidiata. Irritante per i benpensanti, essendosi sempre definita di destra. Prima elettrice di Charles de Gaulle, poi sostenitrice del Rassemblement nationale. Non ha mai temuto di risultare divisiva. Come quando si è espressa contro «l’islamizzazione della Francia». O sul Covid, rivelando di non essersi vaccinata perché «allergica ai prodotti chimici», e definendo la pandemia «una benedizione, un’autoregolazione demografica» contro la sovrappopolazione del pianeta.
Brigitte Bardot è stata la più dirompente attrice del Novecento. Più magnetica di Claudia Cardinale. Più seducente di Catherine Deneuve. Più eversiva di Marilyn Monroe. Più selvaggia di Sophia Loren. Certamente meno intensa di alcune di loro. Tra i Cinquanta e i Settanta, la sua irrequietezza ingenua e maliziosa stregò intere generazioni di fan e i maggiori registi francesi, prima che la cupezza sessantottina soffocasse la rivoluzione beat e la dolce vita, asfaltando la spensieratezza dei bikini, delle camicette annodate sopra l’ombelico e dell’acconciatura a criniera che coloravano le notti dei giovani di mezzo mondo.
In soli 21 anni B. B. interpreta 49 film, non tutti straordinari. Star involontaria, cantante, modello d’impertinenza. Le donne di mezza età la detestano per la spregiudicatezza dei costumi non solo da bagno. Le adolescenti ne imitano l’aria finto innocente irradiata dai modi e dalla moda. Il conflitto generazionale innesca il fenomeno globale e oggi c’è chi la rivede come la prima vera influencer contemporanea. Diventa soggetto di Andy Warhol e Milo Manara, il compositore brasiliano Migeul Gustavo le intitola una samba che diverrà celeberrima, Bob Dylan esordisce con una canzone che porta il suo nome. Perfino le ferrovie slave, ceche e slovacche chiamano «Brizita» e «Bardokta» le loro sinuose locomotive.
Cresciuta con un’educazione rigida, dopo gli esordi nella danza classica vince le resistenze del padre e inizia a posare come modella. Al provino con il regista Marc Allégret presenzia il suo assistente, Roger Vadim. Ma per sposarla, contro la volontà dei genitori, bisogna aspettare che diventi maggiorenne. Quello con Vadim è il primo di quattro matrimoni. Segue quello con Jacques Charrier, dal quale ha Nicolas, l’unico figlio. Poi quello con il fotografo, imprenditore e playboy multimilionario Gunter Sachs. Infine, l’ultimo, durato fino alla morte, con l’esponente del Front national, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992. Negli anni di massimo fulgore vive grandi storie d’amore con Gilbert Bécaud, Raf Vallone, Sacha Distel e Serge Gainsbourg, censuratissima la loro Je t’aime… moi non plus. Tormentata dai paparazzi e dal temperamento instabile, tenta un paio di volte il suicidio. La salvano gli innamoramenti e le infatuazioni. Quella per Jean-Louis Trintignant sboccia sotto gli occhi di Vadim che la dirige la prima volta in Et Dieu… créa la femme (Piace a troppi in italiano). È il film che le regala fama mondiale. Uscita dall’orfanotrofio, la giovanissima Juliette finisce in un villaggio di pescatori (la futura Saint-Tropez che con lei diverrà meta internazionale), ma i suoi balli disinibiti turbano gli uomini del posto… Sebbene anche Vadim l’avesse già più volte tradita, completare la lavorazione del film è un tormento. L’enorme successo allevia le pene del divorzio. In anni successivi, reciterà per lui in altre quattro pellicole: vita privata e attività professionale sono più indissolubili dei matrimoni.
Dopo la consacrazione, interpreta altre ragazze disinvolte e finanche un po’ sgualdrine per cineasti come Claude Autant-Lara e Henri-Georges Clozot. E donne più altere per i campioni della Nouvelle vague Louis Malle e Jean-Luc Godard. In La ragazza del peccato (dall’originale En cas de malheur di George Simenon), nei panni di una provinciale inseguita dalla giustizia e impossibilitata a pagare l’avvocato (Jean Gabin), si offre come compenso in tutta la sua avvenenza. Anche nel giallo giudiziario La verità è una ragazza sotto processo, stavolta per l’uccisione dell’ex fidanzato. Trascurata dai genitori che le preferiscono la sorella violinista, le ruba il compagno direttore d’orchestra, fino al tragico finale. Più autobiografico è il ruolo di Vita privata dov’è un’attrice osannata dal pubblico ma criticata per i suoi facili costumi. Sarà il direttore di una prestigiosa rivista (Marcello Mastroianni) a prendersi cura di lei. Ancora più intellettuale è il profilo che le ritaglia Godard in Il disprezzo tratto da Alberto Moravia. Qui è la moglie di uno scrittore (Michel Piccoli) che deve sceneggiare un film sull’Odissea per il famoso regista tedesco Fritz Lang. Ma il produttore cinematografico è molto sensibile alle grazie di lei e, pur accorgendosene, il marito scrittore sembra lasciar fare…
Recita ancora per Malle e altri importanti registi, ma i copioni sono sempre meno stimolanti. Soprattutto è turbata dall’inseguimento ossessivo dei media assetati di scandali. Sensibile ai maltrattamenti subiti dagli animali, si appassiona ai temi ambientali e diventa vegetariana. Nel 1973, quando ancora splende, abbandona il cinema per dedicarsi alla protezione degli animali, lasciando orfani schiere di fan e spettatori.
L’adorabile sfrontatezza davanti alla cinepresa diventa ribellione al conformismo nella vita civile. Nel 1983 vende all’asta gioielli e oggetti personali per finanziare la Fondazione Brigitte Bardot impegnata nel benessere degli animali. Contesta le brutali tecniche di sgozzamento per la macellazione dei montoni, attuate da musulmani ed ebrei. Il suo gusto della provocazione smuove spesso la erre arrotata dei moralisti della Rive gauche. In una «lettera aperta alla mia Francia perduta» denuncia l’espansione delle moschee, «mentre i campanili tacciono per mancanza di parroci». Nei primi anni Duemila, quando sottolinea sulla stampa «la sotterranea e pericolosa penetrazione dell’islam», viene condannata per «istigazione all’odio razziale». Nel 2004, a una domanda riguardo la militanza del marito Bernard d’Ormale nell’allora Front nationale risponde: «Mio marito ha il diritto di pensare come vuole. Ha il diritto di fare ciò che vuole. Non comincerò a dominare le sue opinioni. Io ho le mie, che sono completamente diverse dalle sue. Sono di destra, si sa. Ma non sono del Fronte nazionale, anche se mi si taccia d’essere fascista, nazista, camicia nera…». Nel 2010 valuta di candidarsi alla presidenza della Repubblica nel Partito ecologista. Sette anni dopo invita a votare per Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
Ieri se n’è andata, lasciando solo il marito di dieci anni più giovane. E anche i cani, i gatti, le pecore, i cavalli, le oche, i cinghiali e tutti gli altri animali che popolavano la sua tenuta. E che, non senza un filo di snobismo, riteneva gli esseri più affidabili.

 

 

La Verità, 29 dicembre 2025

 

La più bella del mondo che ci fece fare il boom

Cinema, arte e piedi per terra. Parafrasando la triade del titolo del suo maggior successo, ci si approssima alla vera indole di Luigia Lollobrigida, ribattezzata Gina per motivi artistici e nata a Subiaco nel luglio del 1927. «La Bersagliera ci ha lasciato», hanno annunciato il figlio Milko Skofic e il nipote Dimitri. Una delle più grandi attrici del cinema italiano è morta ieri nella sua casa sull’Appia antica a Roma dopo che nel settembre scorso era stata operata per la frattura del femore.

A tutti nota come la Lollo, la «maggiorata fisica» che da sex symbol, strizzata in bustini che ne pronunciavano le forme, è divenuta una star internazionale, si è imposta nell’immaginario mondiale dopo una gavetta ben diversa da quelle della nostra èra digitale. Particine nei fotoromanzi con lo pseudonimo di Diana Loris, fumetti disegnati a carboncino e comparsate nella Cinecittà del dopoguerra sono state il viatico di una carriera nella quale ha recitato al fianco dei più grandi attori del Novecento, diretta dai migliori registi del cinema mondiale. Ha incarnato ragazze italiane come La romana di Luigi Zampa e La provinciale di Mario Soldati, e giovani di enorme fascino come l’Esmeralda del Gobbo di Notre Dame, fino alla Fata Turchina nel Pinocchio di Luigi Comencini, collezionando un Golden Globe, sette David di Donatello e due Nastri d’argento. Nel 1999 diventa Ambasciatrice di buona volontà dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura e nel 2018 conquista la stella sulla prestigiosa Walk of Fame di Hollywood. Eclettica, disincantata, mai prigioniera del proprio status, è meno ingombrante, non solo fisicamente, della rivale Sophia Loren che ieri, appresa la notizia della morte, si è detta «profondamente scossa e addolorata». Una carriera tumultuosa, la sua, ma gestita con misura, capacità di distanziarsi dal cinema e la sagacia di reinventarsi, dedicandosi alla scultura, alla fotografia e ai documentari. Volando a Cuba per intervistare Fidel Castro: «L’ho conosciuta bene. Siamo stati anche innamorati, però era un amore platonico», disse lui.

Con i piedi per terra, ma versatile e popolana. Come la bersagliera di Pane, amore e fantasia che teneva testa al maresciallo donnaiolo (Vittorio De Sica), e che la impose definitivamente. Erano gli anni della ricostruzione, dell’Italia che medicava le ferite della guerra, dei primi frigoriferi nelle case, mentre per le televisioni si sarebbe dovuto aspettare ancora. Lei, di anni ne aveva 26, ma nel suo album c’erano già lavori con Zampa, Carlo Lizzani (Achtung! Banditi!) e soprattutto Christian-Jaque che con Fanfan la Tulipe l’aveva consacrata diva in Francia. Nel 1950, prima dell’exploit di Pane amore e… era stata anche in America, alla corte del miliardario Howard Hughes, produttore e regista per hobby nonché scopritore di dive come Jane Russell. E si era anche già sposata con Milko Skofic, medico sloveno che curava i profughi alloggiati a Cinecittà. Matrimonio precoce, appena ventitreenne, che solo nel 2018 si scoprì esser seguito allo stupro subito a 18 anni, quand’era ancora vergine. Una circostanza che non aveva mai voluto rivelare – e nemmeno allora rivelò l’identità del violentatore. E che, tuttavia, non ne aveva frenato la volontà di affermarsi. Due anni dopo, infatti, s’era presentata a Miss Italia, giungendo terza dietro Lucia Bosè e Gianna Maria Canale, future attrici come lei. Nella scheda d’iscrizione al concorso alla voce «aspirazioni» aveva scritto: «Fare qualcosa di serio con le mia capacità». Una frase-manifesto: di modestia personale e dello spirito del tempo. Si avanza con le proprie forze, niente aiuti, niente divani del produttore. Nemmeno quello di Hughes, appunto, considerato che una volta scoperto che avrebbe dovuto starsene buona dedicandosi ad allietarne le serate, se ne tornò in Italia. E pazienza se il contratto di esclusiva che ormai aveva firmato le impedì di lavorare in America fino al 1959.

Le gabbie dorate non le sono mai piaciute. Neanche quella della sua stessa immagine e della fama di star internazionale. Lei che aveva recitato in grandi produzioni mondiali al fianco di attori come Vittorio Gassman (in La donna più bella del mondo, biopic della cantante lirica Lina Cavalieri), Humphrey Bogart, David Niven, Yul Brinner, Anthony Quinn, Rock Hudson, Tony Curtis, Sean Connery, Burt Lancaster e Frank Sinatra. Il quale sul set de Il sacro e il profano la irritava parecchio perché il primo ciak si batteva solo dopo che aveva smaltito la sbronza della sera prima. Neanche nel ruolo della bersagliera verace ma seducente che l’aveva consacrata si era adagiata. Tanto che, dopo il successo di Pane amore e gelosia, sempre con De Sica e Comencini alla regia, aveva rifiutato il terzo episodio della serie, rimpiazzata proprio da Sophia Loren.

Intanto, nel 1957, era nato il primo figlio Milko jr., ma nel 1971 era arrivato anche il divorzio da Skofic, dal quale ormai viveva separata. Nel 2006 annuncia a sorpresa alla rivista Hola! l’intenzione di sposare l’imprenditore spagnolo Javier Rigau, di 34 anni più giovane, dopo una relazione tenuta nascosta per più di vent’anni. Il matrimonio viene effettivamente celebrato, ma successivamente l’attrice denuncia di essere stata vittima di un raggiro, ottenendo l’annullamento dalla Sacra Rota.

Al cinema torna a lavorare per Comencini, dando voce e volto alla Fata dei sogni di Pinocchio. È quella l’ultima grande interpretazione per cui anche i meno giovani ancora la ricordano. Siamo nel 1972. Dopo di allora ha recitato molto meno per il grande schermo, trovando più soddisfazione in alcune serie televisive come Falcon crest e il remake della Romana, diretta da Giuseppe Patroni Griffi, nel ruolo della madre della protagonista, interpretata da Francesca Dellera, con la quale, però, i rapporti furono sempre tesissimi. Al cinema, fa sapere, potrebbe tornare solo se chiamasse Steven Spielberg. Ma le sue passioni ora sono altre. Anche Life e Time magazine ne scoprono il talento di fotografa. Gira l’Italia e il mondo camuffata da eccentrica turista per ritrarre indisturbata gli angoli del Belpaese, i volti dei bambini e dei vecchi dei nostri borghi. Poi arrivano l’amore per la scultura e l’impegno per i poveri che ha incontrato viaggiando come fotografa. Nel 2013 mette all’asta i suoi gioielli personali per raccogliere fondi. Nel 2016 Sergio Mattarella le consegna il David speciale alla carriera.

«Chi non fa niente invecchia prima», dice. E nel settembre scorso annuncia l’estemporanea candidatura nella lista Italia sovrana e popolare che riunisce varie sigle di sinistra tra cui Azione civile, guidata da Antonio Ingroia, suo avvocato. Il mancato raggiungimento della soglia di sbarramento della lista le nega l’elezione. Noi pensiamo che quello che l’ha capita meglio sia Luigi Comencini e preferiamo ricordarla nei panni della bersagliera bella e impertinente o, forse, in quelli della Fata dei sogni di Pinocchio.

 

La Loren torna in un film sulle orme di Romain Gary

Ci voleva un’idea speciale per riportare Sophia Loren sul set alla bellezza, ancora riconoscibile, dei suoi 86 anni. La trasposizione cinematografica di La vita davanti a sé di Romain Gary (Neri Pozza) per la regia del figlio Edoardo Ponti lo era. Uscito nel 1975, questo straordinario romanzo ambienta nella banlieue parigina di Belleville la storia di Momò, bambino arabo adottato da Madame Rosa, ex prostituta ebrea che si prende cura, a pagamento, dei figli delle sue colleghe più giovani, impossibilitate ad accudirli. Nel 1978, interpretato da Simone Signoret e diretto da Moshé Mizrahi, il film conquistò l’Oscar come miglior opera straniera. Nell’adattamento di Ponti e Ugo Chiti, la storia (dal 13 novembre su Netflix) trasloca negli attuali sobborghi di Bari, dove Momò (il bravo esordiente Ibrahima Gueye), senegalese di religione islamica ha 12 anni, uno sguardo tagliente e quell’irrequietezza che costringe il medico che lo ha in affido (Renato Carpentieri) a rivolgersi all’ex prostituta (Loren) sfuggita all’Olocausto. Fare da madre ai «figli di puttane» è il nuovo modo di mantenersi di Madame Rosa, ma quel ragazzino già reclutato dal racket dello spaccio, le dà parecchio filo da torcere. Non resta che trovargli un lavoretto come aiutante di Hamil (Babak Karim), l’amico ebreo proprietario del bazar di tappeti e tabacchi. Così, poco alla volta, tra Momò e Madame Rosa s’instaura un rapporto di complicità che responsabilizza il ragazzino fino al capovolgimento dei ruoli, trasformandolo in colui che si prende cura della vecchia donna.

Sostenuto da una buona fotografia e dalla recitazione della Loren che appare la più convinta dell’operazione, per la quale, non a caso, c’è già chi parla di candidatura all’Oscar, il film ha il merito di narrare senza forzature ideologiche una storia d’integrazione multietnica tra un’ex prostituta ebrea e un bambino musulmano, sullo sfondo di un paese cattolico. Pur senza saperne riprodurre la freschezza, la mossa corretta degli autori è esser rimasti fedeli a quel romanzo, scritto in stato di grazia. All’epoca, quando uscì in ampio anticipo sull’opera di Daniel Pennac (residente a Belleville) e sugli scrittori dell’immigrazione araba, i problemi di convivenza e di gestione dei flussi migratori non erano così drammatici come sono poi diventati. E Gary riuscì con il suo talento a rendere lo sguardo stupito del bambino che si apriva a quella vita, brulicante di differenze e complicazioni, senza sconfinare in moralismi e sociologie. Che avrebbero inquinato l’innocenza del protagonista e ridimensionato l’originalità del romanzo.

 

La Verità, 15 novembre 2020

«Per ripartire ci vorrebbe lo sprint delle maggiorate»

A Bruno Vespa le ciambelle riescono sempre bene. Chi l’avrebbe detto che un libro su settant’anni di seduzione sarebbe stata una grande idea per l’estate di questo terrificante anno bisestile? Dopo mesi di morti e mortificazioni il suo Bellissime! (Rai Libri, 288 pagine, euro 19) sembra scritto apposta per favorire la ripresa post coronavirus. Il sottotitolo annuncia «le donne dei sogni italiani dagli anni ’50 a oggi». Sogni maliziosi, dal buco della serratura, vietati ai minori. Fomentati da grandi star e starlette, icone del cinema, protagoniste dell’italico costume. La ricostruzione dei Cinquanta e il boom dei Sessanta veleggiavano sulle sinuosità di Gina Lollobrigida e sul décolleté di Sophia Loren. L’antidoto all’ideologia si arrampicava sulla scala dell’innocente Laura Antonelli. La globalizzazione surfava sugli sguardi della silente Monica Bellucci.

La rinascita post coronavirus lieviterà sulle curve di Diletta Leotta e gli ammiccamenti di Bélen Rodriguez?

(Risata) Il confronto è difficile. La ricostruzione e il boom sono stati raccontati dal cinema del neorealismo e della commedia che ha coinvolto tutti i grandi registi italiani. In questa galleria femminile, persone di tutte le età possono trovare la scena più familiare. Non ci sono semplici ragazze copertina, ma protagoniste di svolte della società italiana. Quando incontrai Valeria Marini capii perché se n’era innamorato un uomo come Federico Fellini.

Come le è venuta l’idea di Bellissime!?

Antonio Riccardi, direttore editoriale di Rai Libri, mi ha fatto alcune proposte e ho scelto questa. Tante di queste signore le conosco personalmente. Da Sophia Loren a Valeria Marini, ho attraversato diverse generazioni. Purtroppo, non sono riuscito a ospitare Marisa Allasio che abbandonò presto il cinema, avendo però fatto in tempo ad accendere la mia adolescenza.

Non teme di esporsi alle accuse di sessismo?

Spero di no. Il sessismo è quando un uomo fa prevalere l’ideologia maschilista sulla natura e l’utilizzo delle donne. A Porta a Porta faccio da sempre il contrario.

Le femministe come accoglieranno questo libro?

Non vedo perché dovrebbero accoglierlo male. Tutti gli anni ci divertiamo al Festival di Sanremo dove ci sono vallette e ospiti femminili senza che si parli di festival sessista.

Però si è scatenato un putiferio per mezza parola di Amadeus?

Amadeus era scivolato su un vocabolo… Spero che qui non ci siano vocaboli sbagliati.

Maggiorata è una parola passata dall’automobilismo al costume: dalla maggiorazione del motore alla maggiorazione delle curve della carrozzeria femminile.

Quand’ero ragazzo le 500 Abarth erano una forzatura del motore. Quando nel dopoguerra comparvero le maggiorate erano tutte frutto di madre natura: i chirurghi estetici non esistevano.

L’Italia della Lollobrigida e della Loren era più scanzonata di quella di oggi?

Era più povera, ma con una voglia di crescita e di futuro che oggi si è persa. Già prima del Covid l’Italia non cresceva da 20 anni. Siamo l’unico Paese europeo in questa situazione. Ci siamo seduti, impigriti. Temo che, soprattutto nel Mezzogiorno, larghi strati di popolazione si siano adagiati a vivere con cassa integrazione e reddito di cittadinanza.

Anche se riconosce la grande prova d’attrice della Loren di Una giornata particolare lei parteggia per la Lollobrigida?

No, sono amico di entrambe. Gina è orgogliosa di aver fatto tutto da sola. Quanto a Sophia, le sue prove artistiche hanno fatto dimenticare che è stato Carlo Ponti a lanciarla. Quando venne a Porta a Porta in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, alzò l’abito lungo chiedendomi se poteva ancora farlo. «Con quelle gambe può fare ciò che vuole», le risposi. Magari avessimo ancora attrici di quel calibro.

Che cosa succederebbe se Alberto Moravia dicesse oggi a Claudia Cardinale «le farò un’intervista molto particolare. Lei deve accettare di essere ridotta a oggetto»?
Oggi non gli salterebbe in mente di esprimersi in quel modo. Quella sì era una domanda sessista al 100%.
Sbaglio o Monica Bellucci non le sta simpatica?
Intanto, non la conosco personalmente. Ho sempre visto una certa freddezza nella sua recitazione. Mentre io sono piuttosto carnale.
Com’è cambiata la bellezza dai tempi della Loren?
C’è stata una certa evoluzione. Tuttavia, credo che una bella donna o un bell’uomo siano senza tempo. Marcello Mastroianni come lo dati? Laura Antonelli oggi sarebbe perfetta com’era allora.
Dalla Lollobrigida, anche fotografa e pittrice, alla Leotta, protagonista negli spot di intimo, quante categorie di differenza ci sono?
Sono generazioni ed epoche lontane. Gina Lollobrigida ha conosciuto davvero il mondo, anche più di Sophia che è sempre stata riservata. Gina ha frequentato Fidel Castro, il grande chirurgo Christiaan Barnard, l’astronauta dello sbarco sulla luna Neil Armstrong. La Leotta e Bélen, splendide ragazze, non sono ancora dei simboli. Appartengono a un mondo che non conosco così bene, anche perché stento a seguire la loro vivace vita privata.
La Loren non si rifece il naso ed è rispettata ancora oggi, Diletta Leotta è piuttosto costruita…
I fotografi, abituati a osservare i particolari, dicevano che Sophia non si poteva fotografare perché aveva il naso lungo e la bocca larga. Più che dai dettagli, a me sembra che il fascino s’irradi da tutta la persona. Sophia era quella e basta, non servivano aggiustamenti. Parlando di bocca larga, che cosa dovremmo dire di Julia Roberts?
Quanto conta la bellezza in politica?
La politica è ancora molto maschile. Trovo ingiusto quando la bellezza di una donna diventa causa di difficoltà e uomini invidiosi iniziano a chiedersi con chi è andata a letto. Purtroppo, non avviene solo in politica.
L’estetica dell’epoca berlusconiana si è identificata in Stefania Prestigiacomo e Mara Carfagna?
In Forza Italia ci sono donne di ogni tipo: non assegnerei a due di loro, pur molto brillanti, un carattere di rappresentatività. Forza Italia ha avuto una rappresentanza femminile superiore a quella dei partiti di sinistra che fino a un certo punto avevano il primato nelle battaglie in difesa delle donne.
Che idea si è fatto della querelle tra Vittorio Sgarbi e la Carfagna in Parlamento?
Sono amico di Vittorio, ma ogni tanto perde la brocca. Certe cose non si devono dire.
La sua rilettura del fatto non l’ha convinta?
Sì, quando l’hanno portato via sembrava una bella Deposizione… Ma hanno fatto benissimo a farlo. E lui è il primo a saperlo.
L’estetica del contismo in cosa si identifica?
In Conte stesso, un presidente del consiglio che si presenta bene e sfoggia sempre un abbigliamento perfetto. Cosa che piace anche a Berlusconi.
Il politicamente corretto ci lascerà ancora apprezzare le curve di una bella donna o appiattirà tutto?
Bisogna stare attenti. C’è stata anche una corrente di donne che ha detto: insomma, lasciateci il corteggiamento. Il confine tra la molestia e un complimento garbato è abbastanza netto.
L’omologazione politicamente corretta sta cancellando queste differenze? Come giudica gli assalti ai monumenti?
Certi eccessi oltraggiano le persone e la storia. La vicenda più emblematica è la cancellazione di Via col vento dal catalogo di Hbo.
Il vento iconoclasta domina.
È un vento pericoloso, che non distingue il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Non si può parlare di una vicenda o di una persona senza contestualizzarla nel tempo in cui è vissuta.
Come e quando finirà il governo Conte?
Credo che la sua sorte si deciderà sulla capacità di reagire all’autunno difficile che ci aspetta.

 

Panorama, 8 luglio 2020