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«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

Testimonial della vita senza sponsor Cei e nei media

Questione di postura, come si dice. Tutti girati dalla stessa parte. Che non è quella giusta, perché è la parte della morte. La parte del fine vita, del far finire la vita, dell’arrivare alla morte come scopo della vita (ieri ci ha aiutato a capirlo Carlo Cambi su questo giornale). Chi sono questi tutti voltati verso il buio? I grandi media e buona parte del mondo politico e intellettuale. È la scelta considerata ovvia, anzi normale, una volta che ci si imbatte nella malattia e nella sofferenza. Quando è tanta – troppa in base a livelli sempre più soggettivi di sopportazione – si dice basta. Si contatta il medico giusto. Si stacca la spina. Si va in Svizzera. Magari annunciandolo con un certo orgoglio sui social network. O istruendo le istituzioni su come si debbano comportare, dopo. E quali leggi debbano approvare.

Noi non abbiamo certezze incrollabili, né vogliamo giudicare dogmaticamente situazioni specifiche e casi personali. Non mettiamo la mano sul fuoco su come reagiremmo se fossimo toccati dalla sciagura di una malattia degenerativa e fortemente invalidante. Stiamo parlando di un orientamento prevalente. Della postura del mondo in cui viviamo.

Perché i testimonial della (buona?) morte sono sempre in vetrina e hanno le foto di copertina dei giornali e i servizi d’apertura dei tg? E perché i testimoni della vita no, restano nei magazzini della società della comunicazione? Perché viviamo in una società che sente liberante scegliere la morte. Che non ama abbastanza la vita, come documentano le tragiche cifre della glaciazione demografica. Viviamo in un tempo nel quale nemmeno i massimi vertici ecclesiastici si pronunciano, suggeriscono un criterio, prendono parte al dibattito. Non lo saranno forse, ma appaiono indifferenti. Passivi, se non proprio girati dall’altra parte. Acquiescenti al pensiero prevalente. Forse ritengono che sia materia che appartiene allo Stato e alle istituzioni laiche e non sia il caso d’interferire. Tuttavia, il cardinale Matteo Zuppi e monsignor Giuseppe Baturi, presidente e segretario della Cei, intervengono con zelo e frequenza incalzante sulla qualunque, dal premierato all’autonomia differenziata, dall’8×1000 (attribuendo erroneamente la paternità della legge al governo Meloni) all’accoglienza senza barriere dei migranti, fino alla priorità dell’Unione europea sulle leggi nazionali. Ma finora, sui temi del fine vita, del suicidio assistito e della progressiva deriva verso forme di eutanasia che agitano tante famiglie, a differenza degli instancabili «tifosi della morte», si sono dimostrati afoni. A conferma che non siamo di fronte a una pur riprovevole dimenticanza è facile portare la linea asettica adottata dal quotidiano Avvenire, organo ufficiale dei vescovi italiani. Nel frattempo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sta redigendo in perfetta solitudine una proposta che legiferi sulla complessa materia e recepisca le controverse indicazioni della Corte costituzionale. Auguri.

In questo deserto, un paio di giorni fa L’Arena di Verona ci ha aggiornato sulla situazione di salute di Pietro Lonardi, un imprenditore di 56 anni che vive a Legnago. Lonardi è sposato con Claudia e padre di Maria e Giulia. Sei anni fa gli è stata diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la patologia che colpisce le cellule responsabili dei movimenti volontari, causando atrofia progressiva fino alla paralisi. Ora è immobile a letto. Comunica con gli altri grazie a un puntatore ottico che gli permette di agire sulla tastiera del computer e di altri dispositivi elettronici. Lo usa sia per parlare con le donne della sua famiglia che gli sono sempre vicino procurandogli «pura felicità». Sia per dialogare con le assistenti domiciliari, i medici e i collaboratori della sua azienda di stampaggio lamiere che gli chiedono tuttora consigli. Elisabetta Papa, la collega autrice del servizio, ha raccontato che sui suoi profili Facebook e Instagram Lonardi tiene un diario quotidiano intitolato «Pillole di Sla» nel quale posta pensieri personali, citazioni dai vangeli o dai testi della mistica Maria Valtorta. Lo fa da un anno, quasi sempre di notte: «Le poche ore di attività che mi sono concesse dagli occhi avvengono in quell’orario. Allora è tutto un cercare, leggere, copiare, condividere, divulgare». Lo scopo è raccontare come affronta una patologia ancora senza cure efficaci, provando a essere vicino agli altri malati. «Che gioia quando la mia assistente alle 8 del mattino mi muove energicamente le gambe e le braccia dopo 12 ore di immobilità», confida. Parla anche del suo avvicinamento al cristianesimo – lui che era buddista – avvenuto frequentando il santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi e i luoghi di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. «Penso e ripenso a questa malattia e mi convinco sempre più che essa sia spiritualizzante», riflette Pietro. «Piano piano si perde il corpo e rimane lo spirito. Sento che la Sla sia stata un bene, permessa da Dio per la salvezza della mia anima. E ringrazio, nonostante la sofferenza. Nonostante sappia che adesso si farà dura». Però, aggiunge, «non c’è disperazione se c’è Dio. La vita quando senti che stai per perderla vuoi solo averla: brutta o bella che sia, ricca o povera, sofferente o no, libera o meno». Parole che indicano una testimonianza estrema. Molto simile a quella di Dario Meneghetti, l’ex cantante lirico della Fenice di Venezia che, pur senza il conforto della fede, lotta da 13 anni con la Sla nella sua casa di San Donà di Piave. I grandi giornali si sono accorti di questi testimonial della vita e hanno scelto di ignorarli?

E le nostre eminenze ed eccellenze reverendissime vogliono davvero lasciare sole persone come loro che combattono quotidianamente sul crinale dell’esistenza?

 

La Verità, 3 agosto 2025

«Non siano i giudici a legiferare sui nuovi diritti»

Uomo di studi, uomo di legge, uomo di fede: Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e titolare della delega sui Servizi segreti, è la vera eminenza grigia del governo di Giorgia Meloni. Dopo esser stato eletto più volte nei partiti del Polo delle Libertà ed esser stato sottosegretario all’Interno nei governi Berlusconi, nel 2013 ha rinunciato a ricandidarsi ed è tornato in magistratura. Nell’ottobre scorso è stata la premier a richiamarlo in servizio. Contestualmente, si è dimesso da vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino, il magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e dichiarato beato. «L’ultima intervista che ho concesso è stata per la morte di Benedetto XVI; un’eccezione per la quale si può dire che ne do a ogni morte di Papa». La figura di Livatino, sul quale Mantovano ha scritto con altri colleghi Un giudice come Dio comanda (Il Timone), è l’occasione per una seconda eccezione.

Tra pochi giorni saranno due anni dalla beatificazione di Livatino e in queste settimane la mostra «Sub Tutela Dei» a lui dedicata sta girando l’Italia. Perché è importante continuare a riflettere sulla vita di questo magistrato?

«Rosario Livatino non è un personaggio lontano nella storia: quando è stato ucciso stava per compiere 38 anni. Se fosse vivo sarebbe andato in pensione da pochi mesi. Molti colleghi che hanno lavorato con lui sono ancora in attività. Quindi è un uomo del nostro tempo, che col suo esempio ha tanto da insegnare ai magistrati e ai giuristi di oggi».

In che cosa consisteva la sua diversità?

«La prima, la più evidente, è che per Livatino il giudice parla coi suoi provvedimenti e, al di fuori di essi, su di essi non ha nulla da dire. In dodici anni di attività egli non ha mai rilasciato una intervista, non ha mai preso parte a un programma tv, non si è mai lasciato sfuggire una indiscrezione, una valutazione, una anticipazione su ciò di cui si occupava. Sarebbe però riduttivo limitare il riserbo di Livatino a una modalità silente nel rapporto coi media. Quel riserbo è stato un riconoscimento di limiti, che esistono anche per la giurisdizione, e ciò è stato per lui un dato sostanziale. Già allora il principale nodo critico della magistratura italiana era la pretesa di superiorità etica del magistrato, quell’“attivismo giudiziario” che decide che esistono vuoti normativi, e che punta a colmarli andando oltre i confini della interpretazione, per giungere alla creazione normativa vera e propria, e non soltanto per i cosiddetti nuovi diritti. Nelle rare occasioni in cui Livatino ha parlato in pubblico ha preso le distanze dal giudice che inventa del diritto, oltre il dettato della legge, perché si autoinveste di una funzione salvifica. Questo è il punto cruciale, cui fanno da corollario l’aspirazione angosciante a ricoprire posti di vertice, o la spartizione correntizia degli incarichi».

Nel 1990 non esistevano gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata di oggi. Anche Livatino rimase vittima della solitudine che otto anni prima aveva condannato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa?

«Più che di solitudine, parlerei di strumenti disponibili. Nel 1990 non esisteva una legislazione sui collaboratori di giustizia: le prime disposizioni in materia interverranno qualche mese dopo, nel gennaio 1991. Vuol dire che in un territorio a fortissima penetrazione mafiosa, qual era l’agrigentino, Livatino ha dovuto fare a meno di quelle informazioni che, provenienti dall’interno dei clan, negli anni seguenti contribuirono a disarticolarne tanti. Non esisteva il cosiddetto 41 bis, il “carcere duro” per i mafiosi. Sul piano organizzativo, non vi erano né la Procura nazionale, né le procure distrettuali antimafia, e quindi erano costanti i problemi di coordinamento fra le circa 160 procure disseminate sul territorio italiano, e fra esse e le sezioni giudicanti di riferimento, mentre non pochi degli uffici giudiziari più esposti avevano organici ridotti al lumicino: al Tribunale di Agrigento, dove lui lavorava, erano scoperti 5 posti sugli 11 previsti. In sintesi, Livatino – come i suoi colleghi dell’epoca in terra di mafia – operava a mani nude contro una criminalità radicata e aggressiva. E questo rende ancora più significativo il lavoro che ha svolto».

È documentato che sapesse di essere esposto alle strategie delle cosche. Come mai non si sottrasse a quel destino che gli si era in qualche modo palesato?

«Dalle sintetiche annotazioni sulla sua agenda emerge la certezza, fonte di angoscia, che il suo destino fosse segnato, e al tempo stesso la convinzione che egli non poteva interrompere il lavoro avviato. Questo chiama in causa non soltanto il senso del dovere, bensì l’affidamento alla volontà del Signore».

Perché alla sua morte è riconosciuto il carattere di martirio? In che modo in quella che sembra una vendetta della mafia c’entra la sua fede cristiana?

«La sua fede cristiana era nota ai suoi assassini, tanto che fra loro lo chiamavano “santocchio”. In più d’una pagina dell’agenda compare un piccolo segno di Croce, sotto il quale si trovano le tre lettere S.T.D., iniziali dell’espressione Sub Tutela Dei. Come spiega il professor Giovanni Tranchina, che di Livatino fu docente di diritto penale, quelle lettere ricordano “le invocazioni con le quali, in età medievale, si impetrava la divina assistenza nell’adempimento di certi uffici pubblici”».

Perché non ricorse alla scorta?

«In quegli anni, a differenza di quanto accaduto nei decenni successivi, il ricorso alla tutela personale era veramente limitato, e interessava i magistrati più esposti negli uffici di maggior rilievo. Dai verbali della prefettura di Agrigento di quel periodo non si ricava che Livatino abbia rifiutata la scorta, quanto che di essa non si sia mai parlato, che non sia mai stata all’ordine del giorno».

Perché il 9 maggio 1993 poco dopo aver incontrato i genitori di Livatino Giovanni Paolo II pronunciò nella Valle dei Templi il vibrante invito alla conversione dei boss mafiosi?

«Quel discorso di appena un minuto segna uno spartiacque nel magistero ecclesiale sulla criminalità mafiosa. Nel trattare della mafia, il Papa che alla misericordia di Dio ha dedicato il suo ministero, richiama l’inappellabilità del giudizio divino. La condanna, prima ancora che civile, è religiosa: la sola strada che i mafiosi hanno di fronte a sé è rispondere positivamente al “convertitevi!”, pronunciato come un ordine, più che come un invito. Giovanni Paolo II insegna nel modo più chiaro che la mafia non è una semplice sommatoria di colpe individuali, ma è una vera struttura di peccato: è la preordinazione, la programmazione e la realizzazione di atti contro l’uomo. È un porsi contro Dio in modo non occasionale, bensì pianificato e strutturato: ciò tanto più in quanto i clan strumentalizzano i simboli della fede per i loro rituali».

Anche se si è dimesso da vicepresidente del Centro studi è a conoscenza di qualche iniziativa che riguarda la memoria del giudice?

«Il Centro studi sta dando vita a un comitato, che sarà composto da insigni giuristi, perché in occasione del Giubileo 2025 Livatino sia riconosciuto patrono dei magistrati. È singolare che gli avvocati abbiano più d’un Santo protettore e i giudici no. Vi è l’occasione per colmare la lacuna».
La maggioranza dei magistrati accetterà questa proposta o opporrà qualche forma di contrasto?

«Livatino è esempio, e con ciò stesso pietra d’inciampo. Lo è in quanto martire della fede, e in quanto il martirio è avvenuto indossando la toga. Quando mai una persona che abbia il suo profilo raccoglie consensi unanimi? Il problema non è questo, bensì quello di recuperarne a tutto tondo la dimensione di magistrato, senza riportare espressioni che mai ha adoperato, senza farne un “santino” e senza strumentalizzarlo, bensì mostrando, attraverso le sentenze, i decreti e le requisitorie da lui redatte, quanto la sua professionalità sia coerente col rigore etico, e quanto entrambi siano fondati su una fede non ostentata, ma concretamente vissuta. Pensa che tutto ciò abbia un elevato indice di gradimento in una parte della corporazione?».

Il diritto alla vita, la difesa della famiglia tradizionale, il contrasto all’eutanasia e alla maternità surrogata, il rispetto dell’equilibrio legislativo e giudiziario sono i principi del Centro studi Livatino e sono stati i temi di un suo intervento alla conferenza di Fratelli d’Italia di un anno fa. È sbagliato dire che sono anche i punti cardinali del lavoro del nuovo governo?

«Premesso che la famiglia non è tradizionale o progressista, ma è quella descritta dagli art. 29 e seguenti della Costituzione, cioè “società naturale fondata sul matrimonio”, il governo in carica intende dare risposte concrete e non ideologiche a quel frequente abbandono di persone fragili, che spesso diventa pretesto per invocare la morte procurata: il ddl anziani e il riferimento al suo interno al rilancio delle cure palliative va esattamente in questa direzione. Sulla maternità surrogata seguiamo con attenzione i lavori parlamentari, che vedono la discussione delle proposte di legge di cui è relatrice Carolina Varchi. I punti cardinali sono il rispetto della persona, mai da considerare merce, e l’aiuto reale alle difficoltà connesse a gravi patologie o disabilità».

Che suggerimento darebbe Livatino riguardo all’attuale confronto tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la magistratura in seguito al caso Artem Uss e all’ispezione disposta dal Guardasigilli alla Corte d’Appello di Milano?

«Non sta bene fare il gioco di chiedersi che cosa avrebbe detto o fatto una persona che non c’è più, a maggior ragione quando ha lo spessore di Livatino. Quello che posso dire, senza fare sedute spiritiche, è che condivido l’informativa sul punto resa in Parlamento dal ministro della Giustizia. Ciò che, a mio avviso fondatamente, Nordio censura nell’ordinanza che, ponendo agli arresti domiciliari il cittadino russo Artem Uss, ha causato le condizioni della sua successiva evasione, non è una lettura differente delle esigenze cautelari, e in particolare del pericolo di fuga, bensì di non aver speso un rigo di motivazione sul punto, nonostante le documentate note di allarme inviate ai giudici milanesi dal Dipartimento della Giustizia Usa e dal ministero di via Arenula. Ecco, nei provvedimenti redatti da Livatino non ve n’è uno solo che abbia trascurato un punto importante della motivazione necessaria».

 

La Verità, 25 aprile 2023

«Il ddl Zan punta a rieducare i nostri figli»

Dottor Alfredo Mantovano, ci sono novità dalla Feltrinelli? Il libro da lei curato per l’editore Cantagalli Legge omofobia: perché non va è arrivato negli store della catena?

«Forse è un po’ presto perché, dopo il blocco riscontrato una settimana fa, c’è stato il chiarimento tra l’editore, il distributore e la rete delle librerie. Ci vuole qualche giorno perché la distribuzione sia a pieno regime, ma confido che ciò avvenga presto. Feltrinelli si è scusata perché il libro non era acquistabile nei suoi punti vendita».

Secondo lei si tratta di un fatto casuale o è sintomo di qualcos’altro?

«Lo dico senza puntare l’indice, ma credo rifletta un contesto culturale per il quale, se di discriminazione si vuole parlare, riguarda chi solleva perplessità anche articolate verso certi assiomi».

Pacato nel linguaggio e frastagliato nel ragionamento, alle sintesi a effetto Alfredo Mantovano preferisce la citazione di documenti e precedenti giuridici. Leccese, 63 anni, più volte parlamentare nelle liste di centrodestra, ripetutamente sottosegretario dell’Interno, nel 2013 ha scelto di tornare in magistratura, e di dedicarsi agli studi e all’attività del Centro Rosario Livatino, di cui è vicepresidente.

Il ddl Zan contro l’omofobia è scritto male o maliziosamente?

«Senza fare processi alle intenzioni, il testo è un blocco unico perciò non emendabile».

Qual è la sua critica principale?

«I punti più controversi, come l’identità di genere, sono proprio quelli più ideologici. Ma non c’è disponibilità a rivederli perché per i promotori sono qualificanti. Il testo è fatto in modo che se si toglie una parte cade l’impalcatura».

Per esempio?

«Poniamo di eliminare l’articolo 7 che istituisce la Giornata contro l’omolesbobitransfobia. E poniamo che, una volta approvata la legge, un’associazione Lgbt chieda di spiegare la teoria gender in una scuola. Il preside che si appellasse alla necessità del consenso dei genitori, come prevede la legge vigente, potrebbe essere coinvolto in un procedimento giudiziario, perché la sua cautela verrebbe letta come discriminazione. In queste condizioni, secondo lei quanti sarebbero i presidi disponibili a opporsi seriamente?».

Perché l’articolo 1 ridefinisce sesso, orientamento sessuale e identità di genere?

«Queste definizioni sono state introdotte dopo i rilievi di genericità sollevati nel dibattito alla Camera. Ma il rimedio è peggiore del male perché la genericità è aumentata. Il problema non è solo l’eventuale sentenza di condanna, ma ciò che succede prima. Per esempio, un Pm può ottenere intercettazioni telefoniche e ambientali e misure restrittive della libertà. In questa situazione nessuno proverà a esprimere un’opinione dissonante e l’effetto censura o omologazione è assicurato».

L’identità di genere presidiata da sanzioni a cosa mira?

«A mettere in sicurezza le conquiste degli anni e dei mesi passati. Benché la Cirinnà sia legge da 5 anni sopravvive il diritto di non condividere l’equiparazione tra unioni omosex e famiglia basata su uomo e donna. Allo stesso modo, benché sia giurisprudenza, si può eccepire anche sulla stepchild adoption. Con l’approvazione del ddl Zan, guai a chi le metterà in discussione».

In Italia l’adozione di coppie omogenitoriali non è ancora legge e il ddl Zan non la prevede. La maternità surrogata è uno step ulteriore, sebbene messo in calendario dalle famiglie arcobaleno.

«Due mesi fa le sezioni unite civili della Corte di Cassazione hanno legittimato l’iscrizione all’anagrafe come proprio di un bambino ottenuto all’estero presumibilmente attraverso la maternità surrogata. Non è uno step ulteriore, un piede sul gradino c’è già. Si potrebbe evitare di salirci anche con il secondo se il Parlamento varasse una legge che vietasse il ricorso alla maternità surrogata oltre che in Italia anche all’estero».

La magistratura supplisce alla latitanza della politica?

«È una legge della fisica: il vuoto viene sempre riempito».

La legge Zan è motivata da una reale emergenza?

«L’emergenza è solo mediatica. Se il ministero dell’Interno non dice stupidaggini, dal 2010 l’Osservatorio contro le discriminazioni conta una media di 26,5 segnalazioni all’anno. In termini numerici è poco meno di quello che per il bullismo accade in una singola scuola in un anno».

Eppure la politica discute di questo: un’isteria?

«Isteria è un’espressione un po’ forte. Personalmente, quando ho visto il concerto del Primo maggio mi aspettavo di sentir parlare di morti sul lavoro che ci sono, o di mondo del lavoro prostrato dalla pandemia. Invece ho sentito parlare di un’emergenza che non c’è. Non solo per i numeri del ministero dell’Interno, ma anche perché in caso di aggressione motivata dall’orientamento sessuale la risposta repressiva è già immediata. Ci sono l’arresto e il procedimento penale».

I movimenti Lgbt vogliono affermare la cultura gender per via giudiziaria?

«Lo dicono i suoi promotori: la legge dev’essere uno strumento di educazione. Più corretto sarebbe dire di rieducazione».

Qualsiasi espressione critica nei confronti degli omosessuali, tipo «disapprovo i matrimoni gay» o «gli omosessuali non devono poter adottare» è omofoba?

«Basta vedere che cosa succede negli ordinamenti dove norme simili sono già in vigore. In Spagna nel 2014 il cardinale Sebastian Aguilar fu iscritto nel registro degli indagati proprio per aver pronunciato frasi di questo tipo. Negli Stati Uniti c’è una casistica imponente di perdita di posti di lavoro e di chiusura di esercizi commerciali da parte di chi esprime delle critiche».

C’è differenza tra espressione omofoba e omonegativa?

«È una distinzione presente nella legislazione attuale per la quale, se mi esprimo in modo offensivo nei confronti di una persona omosessuale, sono giustamente sanzionato. Ma questa distinzione scompare con la legge Zan perché tutto sarà considerato omofobo».

Quali sono i precedenti di reati d’odio nel codice penale?

«I reati previsti dalla legge Mancino. Ma qui il riferimento alla razza e all’etnia non è generico come quello all’identità di genere nel testo Zan».

Walter Veltroni ha scritto un libro intitolato Odiare l’odio: c’è un odio più legittimo di un altro?

«Le rispondo così: il diritto penale si basa sul fatto. Qui siamo nel campo dello stato d’animo. Cioè, un conto è giudicare un furto che è un dato oggettivo, un altro è pretendere di giudicare l’intera vita del ladro».

Si punisce uno stato d’animo senza una precisa connessione fattuale?

«Esatto, lo stato d’animo non è qualcosa di ben definibile, come un fatto concreto».

Le problematiche delle persone omosessuali sono il preambolo dell’affermazione di questa filosofia?

«Più che un preambolo sono un pretesto».

Concorda con il sociologo Luca Ricolfi secondo il quale il ddl Zan «è una sorta di cavallo di Troia perché introduce articoli non essenziali alla difesa degli omosessuali»?

«È così. Il quadro sanzionatorio è già completo in ogni sua articolazione. Non esiste nessuna necessità di implementarlo».

L’identità di genere è un passo verso una ridefinizione antropologica?

«Tre anni fa si è posta a carico del servizio sanitario la molecola che blocca lo sviluppo ormonale degli adolescenti che hanno problemi di percezione della propria sessualità. Con la legge Zan un genitore che manifesti al figlio perplessità per l’assunzione della triptorelina o il medico di famiglia che ne illustri gli effetti collaterali potrebbero essere perseguiti penalmente».

Attraverso la sanzione si attua un meccanismo intimidatorio verso chi dissente?

«Quale medico rischierà un processo penale e una sanzione disciplinare provando a contestare questa normativa?».

All’articolo 4 il ddl Zan salvaguarda la libera espressione delle opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee.

«È il capolavoro di questo testo per due ragioni. La prima perché è singolare che si introducano delle sanzioni penali e poi intervenga una clausola di salvezza dalle stesse. Questo rivela che anche il promotore avverte il rischio di un’applicazione arbitraria delle norme. E poi perché, nella fattispecie, si ribadisce qualcosa che è già previsto dall’articolo 21 della Costituzione».

Come va interpretato l’inserimento della tutela delle persone disabili in questo ddl?

«È il fatto che indigna di più perché tutti conosciamo i problemi che affliggono la quotidianità dei disabili. Il riferimento alla disabilità c’è solo nelle norme penali e non nell’assistenza in giudizio come persona offesa e riguardo alle iniziative nelle scuole».

È una foglia di fico?

«Il fatto che si chiami a sostegno la condizione di persone che non c’entrano nulla con l’impianto della legge dimostra che i promotori sono consapevoli della debolezza dei loro argomenti».

Come va interpretata l’istituzione della Giornata contro l’omolesbobitransfobia?

«Come abbiamo visto il 17 maggio questa giornata c’è già e coinvolge le più alte cariche dello Stato. La novità introdotta dalla legge è la celebrazione nelle scuole con annesso sostegno finanziario».

Parlavamo di rieducazione.

«Fin dall’età più bassa».

Qual è la vera posta in gioco?

«Una diversa idea di uomo. Il transumanesimo, l’autodeterminazione assoluta. Questa non è una faccenda per giuristi o per un ramo del Parlamento, ma qualcosa che deve far riflettere tutti, al di là dei ruoli istituzionali».

La Chiesa e il mondo cattolico si fanno sentire abbastanza?

«Una parte del mondo cattolico si fa sentire. Anche da parte dei pastori ci sono stati pronunciamenti espliciti. Ma i media mainstream ne riportano solo la parte più morbida. I cattolici dovrebbero accedere direttamente al magistero di Francesco. Che, in materia, si è espresso con chiarezza».

Come giudicherebbe questa legge Rosario Livatino, appena commemorato al Quirinale?

«Per capire il suo pensiero basta rileggersi la conferenza su “Fede e diritto” in cui dice che il diritto dev’essere fondato sul rispetto della natura dell’uomo. Spero che anche Livatino non diventi un santino, ma venga considerato per ciò che ha fatto e detto realmente».

 

La Verità, 22 maggio 2021