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Dante al cinema ci aiuta a pensare e amare in grande

Dante campione d’incassi al cinema. E chi se l’aspettava? Chi se l’aspettava che il Sommo Poeta sbaragliasse la concorrenza dei filmoni americani e scalasse il botteghino? In pochi, diciamo la verità. Forse nemmeno lui, Pupi Avati, il regista che ha atteso 18 anni per mandare la sua opera nelle sale cinematografiche, azzardava previsioni tanto ottimistiche. Invece, da giovedì scorso, quando ha esordito al sesto posto con 65.000 euro circa, Dante è salito pian piano fino in vetta. Quarto, poi terzo e l’altro ieri, primo, con poco più di 56.000 euro e oltre 10.000 spettatori, in un giorno di partite di Champions League ed eventi vari. L’incasso totale sfiorava il mezzo milione di euro e, va detto, non si tratta certo di una cifra iperbolica. Ma, in tempi di vacche magrissime per i nostri cinema, è un risultato notevole. Prova ne sia il fatto che martedì il film di Avati (prodotto dalla Duea Film con Rai Cinema e MG production e distribuito da 01), interpretato, fra gli altri, da un magnifico Sergio Castellitto nei panni di Giovanni Boccaccio «pellegrino» nei luoghi e nell’animo del Sommo Poeta, si è messo alle spalle cartoon come Dragon Ball Super: Super Hero, blockbuster come Avatar di James Cameron e le altre pellicole italiane, a cominciare dallo sponsorizzatissimo Siccità di Paolo Virzì con Valerio Mastandrea e Silvio Orlando, per proseguire con Il signore delle formiche di Gianni Amelio e Ti mangio il cuore con Elodie.

Ma al di là dei modesti incassi delle nostre produzioni, quello che conta mettere in rilievo perché in controtendenza è il caso Dante. È presto per parlare di fenomeno, perché meno di una settimana di programmazione non basta a far primavera. Bisognerà vedere se funzionerà il passaparola e se i risultati dei primi giorni troveranno conferma anche il prossimo weekend. Ma il segnale va colto. Ricordiamoci che stiamo parlando di Dante Alighieri, gigante della letteratura mondiale, ma anche figura che oltre a suscitare universalmente soggezione, per molti è sinonimo di faticosi pomeriggi sui libri. Finora le poche eccezioni considerate in grado di allungare la vita alle agonizzanti sale cinematografiche erano i film di Supereroi, i blockbuster americani, i sequel di titoli di successo (Top gun) con platee di pubblico molto definite. È lunga la lista di opere prodotte per la fruizione diretta nelle piattaforme. O, se distribuite ottimisticamente nei cinema, resistite in sala pochi giorni prima di cedere il grande schermo a qualche commedia godereccia o a qualche cinepanettone. Invece, con Dante, il sismografo segnala che sul pianeta del pubblico italiano c’è vita.

Come detto, non era nelle previsioni. L’exploit ha spiazzato anche un critico attento come Marco Giusti, firma prestigiosa di Dagospia che quotidianamente ci aggiorna su ogni cosa si muova nel cielo della settima arte. Fin dal primo giorno di uscita ha confessato la sua «sorpresa», poi sconfinata in stupore, per il risultato di Dante. Al contrario, Camillo Langone ha raccontato di essere tornato a vedere un film al cinema dopo tre anni di diserzione dalle sale: «Corra a vederlo chi ama la poesia, le donne, il Medioevo», ha scritto sul Foglio. Ma ogni critico e ogni testata ha le proprie idiosincrasie: «A vedere Pupi Avati non ci voglio andare…», ha ribadito Giusti, chiamando in correità altri autorevoli addetti ai lavori che hanno preferito snobbarlo: «E tutti i festival, a cominciare da Venezia, che hanno fatto finta di niente?». Su questo il critico di Dagospia ha ragione da vendere: il film di Avati non è stato considerato dalla Mostra di Venezia, dove invece sono puntualmente passati Siccità, Il signore delle formiche, Ti mangio il cuore… Così ora è facile ascrivere il successo di Dante al cambio di scenario scaturito dalle urne del 25 settembre e all’avvento dell’Italia «melonsalviniana». Personalmente, non credo c’entri granché. Non credo che per andare a vedere un bel film, quando c’è, serva «la vittoria delle destre». Credo, piuttosto, c’entri il fatto che Dante è, appunto, un bel film, che narra, attraverso gli occhi del suo primo biografo, l’amore di un giovane per una ragazza, il cui sguardo gli ha rapito il cuore, lo ha cambiato e, di conseguenza, ha cambiato la storia della letteratura mondiale. Una storia vera. Fatta di esilio, di debiti e di talento artistico. Un film d’amore, di poesia e di grazia, sebbene con l’odore della peste addosso. Perché amore e poesia non sono qualcosa di etereo e sfuggente. Ma pulsioni carnali, sentimenti passionali e ispiratori, come la storia ha dimostrato.

Intervistato sabato scorso dalla Verità, Pupi Avati aveva detto che Dante è «una cartina al tornasole per vedere se c’è un pubblico per un film culturalmente ambizioso eppure accessibilissimo, distante dalle accademie e dalle sbrodolature della fiction». Il primo responso del botteghino sembra dire che questo pubblico, seppur piccolo, esiste. Che esiste un pezzetto d’Italia ancora ambizioso, disposto a pensare in grande e ad appassionarsi al «per sempre» dell’amore. E che rifiuta di accontentarsi della finzione del gossip, del chiacchiericcio e dei turbamenti delle coppie annoiate e ultramilionarie.

 

La Verità, 6 ottobre 2022

«Vorrei raccontare su Rai 1 il Medioevo di Dante»

Frati sodomiti e maneggioni neanche fossimo nel presente. Il nome della rosa è di sicuro un grande romanzo, un classico dell’intrigo, una saga gotica a tinte gialle; non a caso Umberto Eco ha attinto da Arthur Conan Doyle e dal suo Sherlock Holmes, cui Guglielmo da Baskerville deve svariate somiglianze (oltre alla citazione del Mastino dei Baskerville). Bene, grande opera: ma sempre un Medioevo cupo, peccaminoso, perverso. In una parola, oscurantista, come lo tratteggiano certi stereotipi storiografici. Sembra sia impossibile raccontare l’Età di mezzo com’era: pur con tutte le sue violenze, ma anche un’epoca di religiosità e misticismo profondi, e fiorente di arti, lettere e architettura.

Anche un regista come Pupi Avati rifiuta l’identificazione pedissequa tra Medioevo e oscurantismo. Magnificat, un film del 1993, gli è valso la conquista di tre premi di medievistica: il Jacques Le Goff, intestato all’eminente storico francese, il premio Cecco d’Ascoli e il premio di archeologia medievale intitolato a Riccardo Francovich. «In quel film, ambientato durante la settimana santa del 926 in un’abbazia dell’Appenino tosco emiliano raccontavo un Medioevo diverso da come lo si vede di solito. C’erano le violenze e le atrocità più tremende – io stesso rappresentavo lo squartamento di una donna – ma non tutto era male, peccato e perversione. Era un film in cui, attraverso i protagonisti, raccontavo un clima, delle tradizioni, una cultura nella quale prevaleva la sacralità della vita». Anche I cavalieri che fecero l’impresa, ambientato nel tredicesimo secolo, evidenzia uno sguardo diverso su quell’epoca… «Era la storia di cinque cavalieri che vanno alla ricerca della Sindone – che per noi rappresenta ciò che è il Gral per il mondo sassone – e la riportano in Occidente».

Una storiografia di parte identifica il Medioevo con «i secoli bui» e ora anche la visione della serie tratta dal libro di Eco lo riproduce acriticamente. Avati confessa di non aver visto i primi episodi: «Ma non ho dubbi che la qualità sia notevole», premette. «Più che altro mi lascia perplesso l’idea del remake di un’opera che si è già imposta nel tempo sia a livello letterario che cinematografico. Riproporla ora nasconde l’ambizione di aggiornarla e rinfrescarla. Da autore ritengo sia un atteggiamento vagamente parassitario, che risponde a calcoli di marketing e di indici di ascolto. Questa considerazione vale per qualsiasi remake di opere prestigiose, un po’ come se volessi rifare 8 e ½… E vale anche per la televisione che si fa acquistando format in Spagna o in Gran Bretagna, un’implicita ammissione che noi italiani abbiamo esaurito la vena creativa. Io non credo sia così».

Avati non condivide invece l’obiezione secondo la quale conviene dare priorità alle storie contemporanee e alla tv del presente: «Anche la storia può trasmettere contenuti validi per l’oggi, la tv didattica aveva i suoi pregi», sottolinea il regista. A patto che, nell’intento di attualizzare a tutti i costi un’epoca lontana, si forzino espressioni e situazioni, come quando in un ammonimento di Guglielmo da Baskerville («Mentre noi sogniamo mondi migliori, governanti ciechi guidano popoli ciechi verso l’abisso») molti hanno visto una lezione per l’Italia governata da Lega e Cinque stelle. «Oggi ci scandalizziamo per la violenza di quei monasteri e delle crociate. Ma se pensiamo alle decapitazioni in diretta dell’Isis, forse potremmo essere meno baldanzosi», osserva Avati. «Nei miei film ho tentato di raccontare il Medioevo per come era: un’epoca pervasa dalla sacralità del tempo e del lavoro, dominata dalla presenza di un Dio che non si manifestava, ma era perennemente atteso. Si viveva con la percezione che tutti sarebbero stati risarciti, nell’aldilà. C’era la condivisione della morte, la promessa di un dialogo, di un rapporto che continuava con i cari scomparsi. Questo tipo di immaginazione, questa relazione trascendente, è durata con la nostra civiltà contadina fino al Dopoguerra. Oggi si è completamente persa, l’immaginazione delle nuove generazioni è tutta definita dalle banche dati di Cupertino e dai guru della Silicon Valley. Oggi non credo che Dante Alighieri riuscirebbe a scrivere La Divina Commedia».

A proposito di Dante, di vena creativa e d’immaginazione, Avati coltiva da molto tempo l’idea di portare al cinema e in televisione la vita del Sommo poeta, detto per inciso, coevo di Guglielmo da Baskerville. Nel 2021 ricorrerà il settimo centenario della morte di Dante. «Nella sua opera abbiamo la visione completa dell’universo medievale», sottolinea il cineasta. «Il sommo bene, il Paradiso, compensa l’opera e la creazione del diavolo di cui oggi, eccetto me, non parla più nessuno, preti e genitori compresi». Tornando a Dante, già nel 2001 Avati ricevette l’incoraggiamento da Giancarlo Leone e Stefano Munafò di Rai Cinema e Rai Fiction, di preparare un film sull’autore della Commedia. La fonte scelta dal regista è Il Trattatello in laude di Dante la prima biografia del Poeta scritta da Giovanni Boccaccio. «Nel 1350, 29 anni dopo la morte di Dante, Boccaccio, che era un dantista e aveva già copiato tre volte La Divina Commedia, ebbe l’incarico da una congregazione di Firenze di portare dieci fiorini a suor Beatrice, figlia del Poeta, monaca a Santo Stefano degli Ulivi di Ravenna. Una volta giunto lì», si appassiona Avati, «con l’aiuto della figlia, Boccaccio incontra Piero Giardini, amico del Poeta, e apprende molte informazioni sulla sua vita, dalla data di nascita al luogo dove si trovano gli ultimi 13 canti del Paradiso, l’abitazione del suo esilio a Ravenna. Ne scaturì il famoso Trattatello al quale dobbiamo molto di ciò che sappiamo oggi su Dante».

Al progetto di Avati, un film per il cinema e una miniserie per la Rai, hanno già dato il patrocinio il Ministero dei Beni e le attività culturali, l’Accademia della Crusca con un suo comitato scientifico, e il comune di Ravenna, con il sindaco Michele De Pascale. «Sono sicuro che quando si avvicinerà la ricorrenza del 2021 gli appetiti delle grandi società di produzione si sveglieranno», prevede il regista. «Nella mia sceneggiatura sono protagonisti due dei tre fondatori, con Francesco Petrarca, della lingua italiana. Mi auguro che, vicino alle biografie di Mia Martini e Giorgio Armani, si trovi spazio anche per Dante Alighieri, l’italiano più noto nel mondo. E che a decidere le assegnazioni non siano solo la potenza di fuoco e la forza contrattuale dei soggetti in campo, ma anche la passione, l’originalità della storia e la cura artigianale nel realizzarla».

La Verità, 8 marzo 2019

Dopo Eco aspettiamo un Medioevo più vero

«Giunto al termine della mia vita di peccatore, mentre declino canuto insieme al mondo, mi accingo a lasciare su questa pergamena testimonianza degli eventi mirabili e tremendi cui mi accadde di assistere in gioventù, sul finire dell’anno 1327». Si apre sul filo della memoria il racconto de Il nome della rosa, protagonisti il frate francescano Guglielmo da Baskerville (John Turturro) chiamato a indagare nell’abbazia benedettina immersa nelle Alpi, e il novizio Adso da Melk (Damian Hardung), testimone e voce narrante degli intrighi che riempiranno gli otto episodi, divisi in quattro serate per Rai 1 (lunedì, ore 21,30, share del 27.38%, 6,5 milioni di telespettatori). L’epoca della vicenda è quanto di più complicato: il papato ha sede ad Avignone, il conflitto tra potere spirituale della Chiesa e Impero causa continue guerre, l’Inquisizione incombe e gli ordini religiosi sono agitati da contrasti e rivalità. Quando nell’abbazia vengono trovati morti prima frate Adelmo e poi Venanzio, Guglielmo deve anticipare con la sua indagine l’arrivo della delegazione papale guidata da Bernardo Gui (Rupert Everett), capo dell’Inquisizione. L’investigazione nella biblioteca e nei chiostri tra le omertà e gli ostruzionismi dei frati eleva Guglielmo da Baskerville su un piedistallo intellettuale: «Esiste un solo modo per combattere ignoranza e odio: usare la conoscenza per aiutare la razza umana», declama. Peccato che poco prima si era avventurato in un improbabile «cercare le connessioni essenziali dei piccoli affari del mondo». Licenze attribuibili a un eccesso di attualizzazione dell’opera, per il resto ragguardevole per ambientazione, fotografia e cast.

Come già visto in L’amica geniale, con la trasposizione del romanzone di Umberto Eco, la Rai ritrova capacità di pensare in grande. Prima che dalla qualità della confezione, il segnale arriva dalle collaborazioni che presiedono alla produzione, già venduta in tutto il mondo (Bbc compresa): con Rai Fiction, 11 Marzo Film, Palomar e Tele Munchen Group. La regia di Giacomo Battiato e la sceneggiatura di Andrea Porporati, ideatore, Nigel Williams e Turturro oltre che dello stesso Battiato ci regalano l’innegabile piacere del grande e misterioso romanzo storico. Ma, senza nulla togliere alla qualità dell’operazione, dispiace che, in mancanza di narrazioni alternative, si perpetri e si consolidi l’identificazione tra Medioevo e oscurantismo. Quando una serie sui Costruttori di cattedrali o, per esempio, sull’opera di San Benedetto che quel tipo di abbazie e biblioteche creò?

La Verità, 6 marzo 2019