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Francesco è «scomodo» e la sinistra lo silenzia

Francesco, papa «scomodo». «Francescomodo», si potrebbe dire fondendo il concetto in una crasi. Il succo è che papa Bergoglio non va più bene, non è più amato, non è più mainstream. Figuriamoci: ora che manifesta rispettosa attenzione verso il nuovo governo… C’è stato un tempo in cui era la stella polare, il leader mondiale, l’autorità universalmente riconosciuta. Soprattutto nei grandi media e presso gli esponenti politici della gauche. Senza dimenticare i vescovi e la stampa cattolica di osservanza Sant’Egidio. C’è stato un tempo in cui era studiato, imparato e mandato a memoria dall’intellighenzia. Un tempo in cui lui stesso citava Fabio Fazio su Repubblica: 18 marzo 2020, dopo un suo fervorino sulla quarantena da coronavirus. Invece qualche sera fa, mentre fior di giornalisti discutevano di accoglienza, e dopo che nello stesso giorno lui aveva parlato a lungo dell’argomento, zero: nessun riferimento, nessuna citazione. Storia finita, amore tramontato, Francesco lo si ascolta solo per dovere. Ma poi, anche nelle gerarchie, si tira dritto per schierarsi e colpire l’avversario, il solito.

Domenica nello studio di Che tempo che fa si erano dati convegno Roberto Saviano, Marco Damilano, Massimo Giannini, Claudio Cerasa e Fiorenza Sarzanini. Una grande rimpatriata, uno sfogatoio contro il governo delle destre. Durante il quale si è a lungo parlato delle quattro navi delle Ong ormeggiate nei porti italiani che, assicurava il conduttore, «sarà l’apertura dei giornali di domani». Purtroppo, essendoci stati anche l’annuncio della candidatura di Letizia Moratti alla regione Lombardia con il terzo polo e l’intervista rilasciata da Francesco sull’aereo di ritorno dal Bahrein, l’indomani solo La Stampa confermava la previsione di Fazio. Del resto, nel corso della serata Giannini era riuscito a dire che gli sbarchi selettivi – ovvero di donne, bambini e malati – gli ricordavano la selezione nazista dei deportati ebrei. Ora, come accennato, si dà il caso che proprio nel pomeriggio Bergoglio aveva buttato lì un paio di cosette sul tema dei migranti. Per esempio, dopo aver detto che vanno «accolti, accompagnati, promossi e integrati» e che «la vita va salvata in mare, perché il Mediterraneo è diventato un cimitero, forse il più grande del mondo», il Pontefice aveva caldeggiato l’attiva partecipazione dell’Unione europea. «Ogni governo della Ue deve mettersi d’accordo su quanti migranti può ricevere. Al momento sono quattro i Paesi che li accolgono: Cipro, Grecia, Italia e Spagna. Ma la politica va concordata tra i Paesi e l’Unione. Non si può lasciare a Cipro, Grecia, Italia e Spagna l’accoglienza di tutti i migranti che arrivano sulle spiagge». E ancora: «Ho sentito che hanno fatto sbarcare bambini e donne. Ma l’Italia e questo governo, o anche un governo di sinistra, non possono fare nulla senza l’accordo a livello europeo e la responsabilità europea». In conclusione aveva citato Angela Merkel: «Se vogliamo risolvere i problemi dei migranti, risolviamo i problemi dell’Africa con un piano di aiuti». Di tutto questo, nessun accenno. Zero citazioni per lo stesso identico Papa che il 6 febbraio scorso Fazio aveva ospitato, collegato dalla casa Santa Marta. Quella sera, insieme al conduttore, il parterre di giornalisti quasi identico a quello di domenica, aveva introdotto l’intervista con una raffica di enfatiche definizioni del capo di santa romana Chiesa: «Un intellettuale di cuore» (Fazio), «il Papa vicino alla gente, inviso alle gerarchie» (Giannini), «uno straordinario rivoluzionario» (Sarzanini), «l’ultimo socialista» (Saviano), «un grande uomo solo» (Carlo Verdelli).

Insomma, la figurina da aggiungere all’album della «Chiesa che va da Madre Teresa di Calcutta a Che Guevara». E che sembra ancora piacere alla Cei presieduta da Matteo Zuppi, come dimostra la linea dettata da Avvenire che ieri, dopo aver dedicato mezza riga del catenaccio al pensiero papale, ha sparato un lapidario: «È crisi disumanitaria». Perfettamente allineato è l’appello della Fondazione Cei Migrantes di monsignor Giampaolo Perego firmato da 24 organizzazioni di volontariato, nel quale si afferma che gli sbarchi selettivi «sono incostituzionali». Sordità verso le parole di Bergoglio a proposito della responsabilità dell’Europa trapelavano invece nell’intervista a Repubblica dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice («Il governo discute inutilmente sul fatto che le imbarcazioni battano questa o quell’altra bandiera…»). Il quale, ospite ieri di Agorà, ha fatto dire a Gesù «ero profugo e mi avete accolto» invece dell’originale «ero forestiero…».

Forzature bibliche a parte, il magistero bergogliano amplificato fino a qualche mese fa dai giornaloni che se ne contendevano le interviste e i testi, oggi è accolto con sufficienza quando non ignorato. Lo si è visto anche sulla guerra in Ucraina. L’invito alle autorità coinvolte nel conflitto a far tacere le armi per avviare una trattativa che risparmi le vite umane è regolarmente sottaciuto. Gli interessi atlantici pulsano altrimenti. Così, è stata rimossa la denuncia che in alcuni momenti «la Nato ha abbaiato alle porte della Russia». E lo sono stati il riconoscimento che «difendersi è non solo lecito, ma anche un’espressione di amore alla patria», e la riflessione che «io non escludo il dialogo anche con l’aggressore… Alle volte il dialogo si deve fare così. Puzza, ma si deve fare». Parole cadute nel vuoto (pronunciate il 22 settembre, tornando dal Kazakistan). Come quelle sul bisogno di sostenere la natalità e contrastare la crisi demografica: «È urgente sostenere nei fatti le famiglie e la natalità», disse Bergoglio agli imprenditori di Confindustria, in udienza nell’Aula Paolo VI (13 settembre). «Su questo dobbiamo lavorare, per uscire il più presto possibile dall’inverno demografico nel quale vive l’Italia e anche altri Paesi. È un brutto inverno demografico, che va contro di noi e ci impedisce questa capacità di crescere. Oggi fare figli è una questione, io direi, patriottica, anche per portare il Paese avanti».

Disse proprio così, «patriottica». No, decisamente: Francesco non è più di moda.

 

La Verità, 9 novembre 2022

«Processo all’Azov e Donbass chiavi della pace»

Ricalcolo. Come i navigatori quando si sbaglia strada, anche opinionisti e analisti di geopolitica sono costretti ad aggiornare il percorso. La mappa della guerra evolve inesausta e le cartografie con le sagome di carri armati e missili si arricchiscono ogni giorno di nuovi elementi. Di conseguenza pure il nostro scenario politico diventa scacchiere di fantasiose alleanze. Ne parliamo con Antonio Padellaro, giornalista politico di lungo corso, già al Corriere della Sera, L’Espresso, L’Unità, fondatore e direttore del Fatto quotidiano, spesso ospite di Piazzapulita su La7.

Quando sembra che si apra lo spiraglio per un dialogo subito ci si deve ricredere?

«Sicuramente sotto traccia persistono tentativi di negoziato per un cessate il fuoco, per aprire corridoi umanitari o marittimi al fine di sbloccare le forniture di grano. Ma per iniziare a parlare di pace a mio avviso servono due condizioni. La prima: che Vladimir Putin conquisti militarmente il Donbass entro il primo luglio. La seconda: il riconoscimento della denazificazione, con l’avvio del processo nel quale alcuni elementi del battaglione Azov confesseranno le loro colpe. Una volta che queste due condizioni si saranno realizzate, forse il signor Putin acconsentirà all’idea di cercare un accordo».

L’importanza per Putin del consolidamento del Donbass è evidente, perché è importante anche la vicenda del battaglione Azov?

«Perché dal processo, al quale potranno assistere gli osservatori occidentali, capiremo se il problema dei nazisti era una sua invenzione e se quelle milizie impedivano a Volodymyr Zelensky di trattare. L’impressione è che l’Ucraina non sia un monolite che combatte come un sol uomo per l’indipendenza, ma che convivano varie fazioni. Tolta di mezzo quella più intransigente, si può aprire qualche spiraglio. La resa del battaglione Azov serve a Putin, ma forse anche a Zelensky».

Le condizioni di Mosca andranno bene anche a Kiev e all’Occidente?

«Credo che vedremo due parti in commedia. Innanzitutto l’Europa, rappresentata da Francia, Germania, Italia e Spagna, non vedrà l’ora che l’Ucraina le accetti, malgrado sia stato aggredita. La seconda parte riguarda l’atteggiamento americano, che nessuno può prevedere. Biden potrebbe accodarsi alla posizione più morbida dell’Ue, oppure potrebbe spingere perché Zelensky vada avanti. Una buona merce di scambio potrebbe essere un ingresso veloce dell’Ucraina nell’Unione europea. Nel poker c’è un momento in cui tutti i giocatori dicono “parola”, e al giro successivo ognuno fa la propria puntata. Poi c’è un altro elemento che può avere un peso sui negoziati».

Quale?

«La ricostruzione dell’Ucraina è il più gigantesco affare internazionale dal dopoguerra a oggi. Quali Paesi saranno coinvolti e a che condizioni?».

Appena ipotizzato un colloquio tra Zelensky e Putin sono rispuntate le armi pesanti: quelle che invierà Joe Biden smentiscono l’idea della Nato alleanza difensiva?

«Mentre la Russia vuole chiudere la partita militare, la Nato, l’America e l’Ucraina tendono a rallentarla. Ora sembra che il pallino ce l’abbia in mano Putin. Questo nuovo invio di armi serve a evitare che realizzi il suo piano militare entro il primo luglio. Se così fosse, avrebbe meno forza per imporre le sue condizioni».

È ricomparsa anche Angela Merkel.

«Già, chi l’ha vista? Quello della Merkel è un mistero».

In che senso?

«In patria è accusata di aver favorito la stabilizzazione del regime putiniano, trasformando la Germania in un partner importante della Russia. Come l’Italia, la Germania dipende dal gas di Mosca. Al termine del suo mandato il cancelliere Gerhard Schroeder è entrato nel vertice di Gazprom. Sebbene la Merkel sia stata la migliore amica di Putin in Europa, quel genio di Matteo Renzi l’aveva proposta come mediatrice della crisi».

Con queste premesse, ora l’ex cancelliera denuncia l’aggressione della Russia.

«Senza togliere nulla al suo spessore politico, arriva con 100 giorni di ritardo».

Anche questa una fotografia degli impacci della diplomazia occidentale?

«L’esempio più clamoroso è il vertice del G7 di fine ottobre a Roma, quello delle monetine lanciate nella Fontana di Trevi. Nei documenti finali c’era un cenno molto generico alla situazione ucraina. Com’è stato possibile che nessuno tra i grandi della terra, che anche ora mentre si sparano addosso si telefonano con una certa frequenza, abbia ravvisato la gravità della situazione».

Cosa vuol dire?

«Osservo che tre mesi prima che scoppiasse l’ira di Dio un importante vertice tra i capi dei Paesi più importanti del pianeta non ha dato la sveglia. Se non è dolo, è colpa».

Rispetto ai primi giorni del conflitto è scemata la retorica sulla resistenza ucraina e si parla meno di esercito russo allo sbando?

«Dobbiamo stare ai racconti degli inviati dei giornali e delle televisioni, che però sono al seguito delle truppe ucraine o russe. È probabile che Putin pensasse di chiudere la partita in poco tempo. Ma da qui a dire che, essendo passati 100 giorni, ha perso la guerra, ne passa. Lo stesso discorso vale per Zelensky che oggi, forse a causa di ciò che avviene sul terreno militare, appare più morbido».

Come giudica il comportamento altalenante del presidente americano?

«Finora abbiamo visto tre Biden. Il primo è quello che offre a Zelensky un elicottero per mettersi in salvo e si sente rispondere che non gli servono passaggi, ma armi. Il secondo comincia a credere nella vittoria di Kiev e nella defenestrazione di Putin, salvo farsi correggere da fonti della Casa Bianca. Il terzo Biden forse ha capito che Zelensky non può vincere e si può frenare l’avanzata russa con armi più pesanti per cercare un compromesso più favorevole all’Ucraina».

I nostri media mainstream sono un po’ meno monolitici rispetto all’inizio del conflitto?

«Hanno meno certezze sulla vittoria dell’Ucraina e sul crollo del regime di Mosca. Nei nostri media pesa l’inquinamento del discorso pubblico avvenuto nelle prime settimane con l’accusa di filoputinismo a coloro che non sono subito saliti sul carro armato. Abbiamo visto le liste di proscrizione e la bullizzazione di chi si azzardava a porre domande. Il professor Alessandro Orsini descritto come quinta colonna della propaganda russa è una vergogna che parla da sola».

Introducendo l’etica nell’interpretazione bellica si è affermato il primato dei buoni?

«Il primo passo è stato equiparare Putin a Hitler. Fortunatamente il Papa ha detto che forse “la Nato ha abbaiato” ai confini della Russia. A lui non si può dire che è filoputiniano. Del resto, ha detto ciò che hanno provato a dire anche alcuni analisti americani, ovvero che alcune azioni della Nato hanno favorito la sensazione di accerchiamento del Cremlino. Questo non giustifica l’aggressione, ma smonta il paragone tra Putin e Hitler».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Come canta Lucio Battisti, andiamo a fari spenti nella notte. Verrà un momento di riflessione per valutare se è il caso di fermarci o di continuare ad armare Zelensky?».

Il 21 giugno in Parlamento?

«Ci auguriamo di capire di più. Dire che dev’essere Zelensky a stabilire quali debbano essere le condizioni della pace è un’arma a doppio taglio. È vero che l’Ucraina è uno Stato sovrano, ma è altrettanto vero che non possiamo essere a rimorchio di decisioni altrui. Dobbiamo definire una condotta e forse anche uno stop al sostegno militare, considerando le conseguenze economiche della guerra».

Salvini ha portato legna al fuoco del fronte bellicista?

«Non c’è dubbio. Impressiona che il segretario di un partito di governo avvii un’iniziativa diplomatica per incontrare ministri, politici e magari lo stesso Putin senza avvisare il premier. Lo stesso giudizio vale per il piano abbozzato da Luigi Di Maio: vuoi concordarlo con il governo di cui sei ministro degli Esteri? Questa improvvisazione toglie credibilità a un Paese che potrebbe avere un ruolo di mediazione».

Gli schieramenti attuali sull’Ucraina alimentano la suggestione di un governo Letta-Meloni.

«In tutta sincerità, mi sembra una barzelletta, un film di fantascienza. L’atlantismo di Enrico Letta e quello di Giorgia Meloni sono molto diversi. Mentre il Pd ha come riferimento Biden, Obama e i democratici americani, Fdi, proveniente dall’estrema destra, punta a trasformarsi in un partito conservatore e in grado di dare garanzie per governare l’Italia. Mi sembra lunare che il prossimo Parlamento, drasticamente ridotto in termini numerici, finisca per esprimere una maggioranza tanto stravagante. L’ipotesi più plausibile sarà un altro giro di valzer con Draghi e molti nuovi ballerini. Sarebbe sempre inquietante, ma meno incomprensibile».

Come giudica il fatto che anche la banca americana Goldman Sachs scongiuri un cambio di governo e un successo del centrodestra?

«È evidente che Draghi sia il garante del nostro gigantesco debito pubblico. E che sia il garante dell’applicazione del Pnrr, portato a casa da Giuseppe Conte, non dimentichiamolo. Tuttavia, Draghi appare un po’ logorato dalla gestione della pandemia e della guerra. Forse è il caso di chiederlo a lui se nella prossima legislatura vorrà restare a palazzo Chigi. Magari vorrà andare a fare il nonno o subentrare a Ursula von der Leyen o a Jens Stoltenberg, alla Nato. A quel punto chi garantirà i nostri soldi?».

Navighiamo nell’incertezza.

«Ci siamo abbastanza abituati. Ma senza fare le cassandre, qualche interrogativo in più sulle conseguenze economiche di questa guerra dovremmo porcelo. Sempre sperando che in autunno il Covid non torni a mordere. Crediamo nel ritorno alla normalità, pensiamo ai festeggiamenti delle nostre squadre e ai pullman scoperti per le strade di Milano e Roma…».

A proposito, visto il botta e risposta con Stefano Disegni, più facile una cena tra un laziale e un romanista o l’alleanza tra Letta e Meloni?

«Una cena tra un laziale e un romanista è possibile come lo sono stati gli incontri tra Letta e Meloni. Una fusione tra Roma e Lazio, quella è impossibile: ci sono i tifosi e gli elettori. Se, più che improbabile, Letta e Meloni riuscissero ad accordarsi, chi glielo racconta agli elettori di Fdi e del Pd?».

 

La Verità, 4 giugno 2022

«Bollettini e decreti hanno trasmesso insicurezza»

Di Luciano Gattinoni, professore emerito dell’università di Gottinga in Germania, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano, già presidente della Società mondiale di Terapia intensiva, si legge online che è stato lo scopritore dei benefici dell’ossigenazione in posizione prona in alcune patologie polmonari. Se in tanti servizi televisivi nei reparti Covid-19 si vedono i pazienti distesi a pancia in giù lo dobbiamo a questo medico rianimatore di fama internazionale, un signore milanese di 75 anni che si esprime con una modica quantità d’ironia. Quello che invece nelle bio spunta appena è che è anche un «pianista di talento».

Che musica suona, professore?

«Suono in un quartetto che si chiama Mnogaya Leta, che in russo bizantino vuol dire tanti auguri o anni felici. Siamo quattro voci, due tenori e due bassi, più pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Il nostro genere è il negro spiritual, il gospel, che è alla base del blues e del jazz».

Mnogaya Leta… Suona il pianoforte e anche canta?

«Esatto, sono il secondo tenore. Cantiamo insieme dal 1961, eravamo al liceo, tre al classico e uno allo scientifico. Poi due abbiamo fatto medicina, uno agraria e il quarto economia».

Mnogaya Leta… Fate concerti, tournée?

«Tournée è parola grossa. Concerti sì, ne abbiamo all’attivo un migliaio, quasi tutti in Italia».

Ci sono; ne faceste uno anche a una festa dei Cattolici popolari, preistoria del 1980, Old time religion, Go down Moses

«Sì, sono brani nostri. Eravamo noi».

Risolta la reminiscenza, veniamo al presente, professore: possiamo dire che l’Europa sta uscendo dal tunnel del coronavirus?

«Sicuramente l’invasività dell’epidemia sta diminuendo, ma se siamo fuori lo sa solo il Padreterno. La Sars scomparve spontaneamente, speriamo succeda anche stavolta. Le previsioni si basano su modelli matematici, ma se si avesse la pazienza di metterle in fila, si constaterebbe la modesta validità delle previsioni degli esperti. E si concluderebbe che nessuno lo è».

Esperto deriva da esperienza, ma…

«Nessuno l’ha già vissuta. Ognuno cerca di incasellare ciò che vede nelle proprie conoscenze. Ma se ciò che succede è inedito, l’incastro perfetto non riesce».

Stiamo imparando a contrastare meglio il Covid-19?

«Fino a qualche settimana fa parlavamo tutti di polmonite. Ora si è scoperto che il polmone è una delle vittime del virus. L’aumento della coagulabilità del sangue causata dal virus produce trombi che possono interessare vari organi. Ma se chiede perché in alcuni pazienti il virus è stato quasi innocuo, in altri ha causato la morte o una patologia mediamente grave, non lo sappiamo. Perché non sappiamo come si muove nell’organismo».

Per il Covid-19 non c’è vaccino e la Sars è scomparsa spontaneamente: la scienza mal sopporta l’imprevisto?

«No. La scienza si occupa di ricerca che riguarda ciò che è inatteso. Nel rapporto con l’imprevisto si misura la genialità dell’uomo, l’azione su ciò che già si conosce è normale lavoro».

Il filosofo Alain Finkielkraut parla dell’imprevisto «come supremo metodo di conoscenza».

«Sottoscrivo».

Se non si è trovata la cura, a cosa dobbiamo il calo di contagi e decessi?

«A una serie di fattori. Alcuni studiosi sostengono che il virus sia mutato, altri dicono che il merito è del lockdown. Personalmente, nutro qualche dubbio perché anche ora che si è riaperto da due settimane la diminuzione continua. Ci sono meno ricoveri perché stiamo cominciando a capire cos’è questa malattia e a curare meglio i pazienti».

Il calo dipende da una modificazione del virus, dal cambiamento del clima, dalle nostre contromisure?

«Non c’è una sola ragione che spiega tutto. Dipende da una combinazione di elementi, ma in quale proporzione non sappiamo».

Parliamo del «prima»: cosa pensa delle voci che ipotizzano la creazione del virus in laboratorio, del fatto che l’epidemia fosse iniziata già nel 2019, che varie fonti l’avevano prevista in anticipo, che la Cina abbia nascosto il contagio?

«Per evidenti ragioni culturali e politiche ci sono obiettive difficoltà a sapere che cosa sia davvero successo in Cina. Non ho la minima idea se la diffusione del Covid-19 sia partita da un laboratorio o sia frutto di spillover, il salto di specie di un germe patogeno. Molti scienziati che hanno lavorato in quel campo sostengono che la creazione in laboratorio sia inverosimile. Invece, l’espansione di un’epidemia dall’Asia ha basi più solide. Dato che ogni otto dieci anni si verifica un’epidemia virale, nel 2018 alcuni studiosi l’avevano prevista, sottolineando la necessità di approvvigionarsi di respiratori. Ma, come sempre dai tempi della guerra di Troia, quando qualcuno predice disavventure preferiamo dargli della Cassandra. Il successo della prevenzione è scongiurare la sciagura. Qual è il politico che investe in qualcosa il cui scopo è un non avvenimento? La prevenzione non porta voti. L’animo umano è fatto così e dopo l’epidemia non cambierà».

Perché in Germania, che è la sua seconda patria…

«Non esageriamo. Prima sono stato negli Stati uniti dove, con un’équipe, abbiamo lavorato alla circolazione extracorporea e all’ossigenazione in terapia intensiva. Poi sono tornato a Milano. Da pensionato ho accettato questa offerta, memore dell’insegnamento del professore di greco Mario Zambarbieri, il quale sosteneva che un uomo di cultura deve poter leggere Goethe in lingua originale».

Quindi Germania patria di affinità elettive: perché lì ci sono stati meno decessi che da noi?

«Qui funziona una collaborazione fra medici di base e ospedali che in Lombardia non esiste. Una legge del 1977 ha stabilito che il medico generalista va da una parte e l’ospedale dall’altra. Questa cultura ha avuto conseguenze pesantissime».

È vero che in Germania c’è stato un lockdown meno rigido?

«È vero. I tedeschi hanno un rispetto per le istituzioni e le regole superiore al nostro. Sono educati così fin da bambini. Provi a contare quante volte ha parlato Angela Merkel. Le sono bastate poche parole. È laureata in fisica, è stata campionessa delle Olimpiadi di matematica, ha un curriculum vero. La credibilità non s’inventa: i nostri governanti, magari bravissimi, dovrebbero tenerne conto».

Il sistema delle terapie intensive lombardo compete con quello tedesco e quello francese, ma la metà dei decessi in Italia è avvenuta in Lombardia: quali errori sono stati commessi?

«Il sistema delle terapie intensive lombardo è tra i migliori al mondo e ovunque, nel settore, questo è noto. Semplicemente, molti decessi sono avvenuti altrove. Se si aumentano i posti letto senza aumentare il personale, l’attenzione al malato ne risulta penalizzata».

Concorda con gli analisti per i quali un ruolo eccessivo dei virologi ha favorito una visione riduttiva dell’epidemia?

«La medicina non è democratica. Se in un paese tutti votano per chiudere una drogheria, magari ha ragione l’unico che vuole tenerla aperta. Io non conosco la composizione del Comitato tecnico scientifico. Dico che, di solito, un’epidemia richiede competenze diverse. Occorre qualcuno che sappia di terapia respiratoria oltre che di moltiplicazione del virus».

A proposito degli scienziati in tv ha parlato di tentazione di narcisismo.

«Riguarda anche me. “Narcis fue molto bellissimo” e si specchiava nell’acqua del pozzo».

Oltre alla visibilità immediata c’è l’indotto.

«Se si riferisce alle ospitate pagate, io non ho visto un euro, né l’avrei voluto. Quando comincia a girare denaro, la quota di libertà diminuisce, vale a tutti i livelli. Vedo che una collega laureata in veterinaria si spinge a dire come sarà il dopo, pronunciandosi sulla convivenza con il virus. Personalmente, sto attento a limitare i miei interventi a ciò che conosco. Le mie valutazioni sul salto di specie del germe dal pollo cinese o dal ratto siberiano valgono quanto quelle del mio panettiere. Ofelè fa el to mesté, si dice a Milano. Qualche volta sono stato ospite a La7, poi ho declinato alcuni inviti perché non vorrei apparire nel vidiwall di Maurizio Crozza».

Qual è la lezione che i nostri governanti dovrebbero trarre riguardo al sistema sanitario?

«Che qualsiasi azione andrebbe meditata e mai presa in base all’emotività. Per esempio, adesso ho sentito parlare di uno stanziamento per realizzare 3500 letti di terapia intensiva. Quando mi sono permesso di osservare che sono troppi, Maurizio Gasparri me ne ha chiesto ragione su whatsapp. Ho risposto che sono stato presidente della Società italiana, poi europea e mondiale di Terapia intensiva e che se avesse voluto delle spiegazioni avrebbe potuto telefonarmi».

In Cina il lockdown rigido è imposto da un regime, in Italia c’è stata un’esasperazione di tipo sanitario?

«Non mi addentro negli altri lockdown. Certo, noi abbiamo chiuso prima e riapriamo più tardi. Se compariamo Stoccolma a Helsinki è un disastro per Stoccolma, ma se la paragoniamo a Milano è un successo. Un giorno si dovrà fare un confronto serio, senza passioni politiche, tra realtà omogenee per dimensioni ed età media. Fornendo numeri certi, non come quelli dei contagi che ci vengono dati ogni sera e di fronte ai quali non si sa ridere o piangere per quanto sono inattendibili».

Una comunicazione di bollettini e decreti ha trasmesso l’idea di uno stato di emergenza?

«A me più che di uno stato di emergenza ha trasmesso uno stato di pochezza».

Di mancanza di preparazione?

«Di mancanza di visione. Si poteva limitarsi a una comunicazione ogni tre giorni, ma con numeri verificati».

C’era il permesso di portare fuori i cani non i bambini, riaprono le palestre non le scuole.

«Questa tragedia offre spunti umoristici per un’enciclopedia. E i congiunti affini? I 21 misteriosi parametri regionali per la riapertura? Che cosa vuol dire “aprire ma con prudenza”? Forniscano dei numeri se vogliamo parlare di fatti. Se vogliamo il rischio zero dobbiamo blindarci in eterno. Qual è il livello di rischio che accettiamo?».

Arriverà una seconda ondata?

«Speriamo che la natura sia madre e non matrigna e faccia spillunder invece di spillover».

 

La Verità, 30 maggio 2020

 

«Il futuro dell’Italia è in un’Europa riformata»

L’appuntamento è in un locale sul lungomare di Gallipoli per la colazione. Sono in ritardo di qualche minuto e al mio sms che lo avverte Rocco Buttiglione risponde con: «Frisch weht der wind, Der heimat zu mein hübsches kind, wo weilest du?». Quando c’incontriamo apprendo che si tratta dell’ouverture del Tristano e Isotta di Richard Wagner riveduta e corretta («Fresco soffia il vento verso la patria; mio caro amico dove te ne stai?»). Insomma, l’approccio mette soggezione. Ma per fortuna Buttiglione, membro dell’Udc e vicepresidente del gruppo misto, è in tenuta estiva e, sebbene voli alto, l’intervista si svolge in italiano.

Professore, Berlusconi e Prodi sono di nuovo in prima linea. Lei si ricandiderà?

«Vedremo. Voglia di riscaldare la sedia non ne ho. Se c’è l’opportunità di fare qualcosa di buono per il Paese non mi tirerò indietro. Nel frattempo ho ripreso contatto con il mio vecchio mondo che non mi ha dimenticato. Ho tenuto una lezione sul pensiero di Karol Wojtyla all’università di Lublino, parlerò alla Görres-Gesellschaft, la più importante associazione filosofica tedesca, andrò in Messico e in Cile. Non mi annoierò».

Che cosa intende per fare qualcosa di buono per il Paese?

«Ricostruire un partito di democrazia cristiana non in senso stretto, ma come lo intendeva il mio amico Helmut Kohl, con un programma che potrebbe interessare Silvio Berlusconi, il pulviscolo delle formazioni di centro e i loro elettori. Che in quest’area ci sono; mancano i leader».

Tanto che si riaffacciano quelli di dieci o quindici anni fa: come lo spiega?

«Con il fatto che quelli che sono venuti dopo sono peggio di quelli che c’erano prima. Allora si guarda con nostalgia al passato, che però non ritorna. Serve aprire la strada a nuovi giovani non raccattati per strada, ma preparati e con valori forti».

Matteo Renzi ha deluso?

«Ha giocato una partita che ho guardato con simpatia. Però l’ha persa».

Definitivamente?

«Il mercato politico è ingombro di leader che hanno avuto una grande idea, hanno perso, ma rimangono in campo. Troppo deboli per rivincere, ma abbastanza forti per ostruire la scena a chi vuole provarci».

Matteo Renzi: «Ha combattuto una battaglia giusta, ma ha perso»

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Si riferisce ai vari D’Alema, Bersani o a chi altro?

«Lei mi vuole morto? Ognuno che catalizzi un minimo di consenso, invece di collaborare alla nascita di nuovi leader, li ostacola».

Chi potrebbe essere il leader del centro da lei ipotizzato?

«Se Berlusconi riuscisse a gestire una selezione dalla quale far emergere personalità per il futuro com’è avvenuto nel Pd con Renzi quand’era sindaco, avrebbe un merito storico».

Destra e sinistra sono categorie del Novecento: con che cosa vengono sostituite?

«Per il momento dalle teorie del complotto. Quando un soggetto politico non capisce immagina che il cattivo stia complottando contro di lui. È già accaduto nell’Ottocento quando i massoni attribuivano il complotto ai gesuiti e i cattolici lo rinfacciavano ai massoni. Ora la Cina e l’India crescono. I nuovi posti di lavoro vengono dall’economia della conoscenza, dalla forza del cervello e non dei muscoli. Quindi, o iniziamo a pagare i salari come i cinesi, oppure dobbiamo ricostruire una scuola nella quale lo studio sia una virtù e la mentalità della raccomandazione e del sussidio statale sia superata. I giovani non possono delegare lo Stato a costruire il loro futuro. Ma possono sperare in condizioni che li aiutino, famiglie forti e gruppi di amici in grado di affrontare le sfide del presente».

Una preoccupazione che non sfiora i nostri politici.

«Nel 1950 gli Stati Uniti detenevano il 50% del potere economico mondiale, oggi ne hanno poco più del 20%. L’Europa, che ne ha un altro 20%, non è abituata a difendere i suoi interessi nel mondo perché ha sempre delegato gli Usa. Se non impara a farlo, il Mediterraneo diventerà una polveriera. Ma noi abbiamo i sovranisti che dicono che l’Europa non serve».

Vuol dire che i sovranisti sono anacronistici?

«Sono come la Repubblica di Siena. Quando nascevano gli Stati nazionali, a Siena decisero di fare la Repubblica indipendente. Finì ovviamente in un bagno di sangue. Machiavelli che diceva che bisognava fare l’Italia rimase inascoltato».

Berlusconi sembra non sposare le teorie sovraniste.

«Berlusconi è uno dei pochi che ragionano, anche se non sempre bene. Capisce che l’Europa è l’unica via. Poi, però, gli servono i voti di Salvini. Io penso che bisognerebbe puntare sui tanti che non votano. La verità è che l’Europa va bene mentre l’Italia sbaglia perché priva di una vera classe dirigente».

Sull’immigrazione è l’Europa che sbaglia.

«Noi non siamo capaci di fare le espulsioni e i rimpatri. Gli altri Paesi non credono che mandiamo profughi veri. Una parte della nostra magistratura ritiene che tutti abbiano diritto di venire in Italia. Per fare le espulsioni servono gli accordi con i Paesi d’origine. I quali devono riprendersi gli immigrati illegali in cambio dell’aiuto a creare posti di lavoro. Per gestire l’immigrazione bisogna fare gli accordi con i Paesi del Nord Africa e con l’Europa. Gli albanesi oggi non sono un problema per l’Italia perché all’epoca Berlusconi fece un buon accordo con l’Albania».

Come prevede andranno le prossime elezioni?

«Spero servano a dare un buon governo all’Italia. E che si riesca a presentare una formazione di centrodestra orientata al Ppe».

Dopo un periodo di quiete è tornato a scrivere sul Papa per il sito Vatican Insider: che cosa l’ha smosso?

«Ritengo sbagliato opporre Giovanni Paolo II a papa Francesco. Penso che se Wojtyla fosse vivo mi direbbe: “Seguite il Papa”».

Marcello Pera ha criticato duramente il magistero di Bergoglio: che cosa pensa degli atei devoti?

«Li guardo con simpatia. Affermano di non credere in Gesù Cristo e nelle verità dogmatiche del cristianesimo, ma ritenendolo l’asse portante della nostra società temono che se crollasse sarebbe un guaio per tutti. Tuttavia, la Chiesa non esiste per difendere l’Occidente e i valori cristiani».

Prendendo del cristianesimo solo l’architettura civile e culturale la costruzione regge ugualmente?

«Forse all’inizio, ma dopo un po’ quei valori ammuffiscono. Inoltre, la fede genera vita anche nel resto del mondo. Oggi l’Occidente si restringe e la Chiesa cresce. Nei mondi emergenti, la Chiesa c’è. Cresce in Asia, in America latina e nell’Africa sotto il Sahara il cristianesimo ha vinto la lotta con l’islam. È giusto che, pur senza abbandonare l’Europa, il Papa non guardi al mondo con occhiali europei».

C’è chi dice che papa Francesco sia teologicamente debole.

«Lo dicevano anche i teologi greci dei papi latini. I quali guardavano il mondo anche con gli occhi dei germanici che si stavano convertendo».

La teologia può diventare una nuova ideologia, una specie di iteologia?

«Di tutto si può fare ideologia, anche delle cose giuste. L’ideologia è lo strumento del potere e contiene il rifiuto di capire la verità dell’altro. Anche l’altro ha un briciolo di verità e io devo riconoscerla».

Che idea si è fatto del ritiro di papa Ratzinger?

«Voleva riformare la curia, ma non ha trovato collaborazione. Ha tenuto una predica di fuoco denunciando gli errori e i vizi nei comportamenti della gerarchia. Si aspettava che il giorno dopo alcuni dessero le dimissioni e si rimettessero alla volontà del Papa per il bene della Chiesa. Non è accaduto, si è dimesso lui per dare l’esempio».

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

Il papa emerito Benedetto XVI (Franco Origlia/Getty Images)

È davvero questo il motivo?

«Ha dato una lezione di libertà dal potere. Se il potere è servizio si deve essere anche liberi di rinunciarvi».

Niente pressioni esterne?

«Ratzinger ha un aspetto fisico fragile, ma un carattere di ferro. Lo conosco da 45 anni: non lo vedo cedere a pressioni».

Augusto Del Noce diceva che la sinistra sarebbe diventata un partito radicale di massa: si sta avverando questa profezia?

«È sotto gli occhi di tutti. La sinistra ha rinunciato alla difesa dei poveri e sposato la causa della distruzione della famiglia tradizionale».

La nuova ideologia dominante è un misto di politicamente corretto e nuovi diritti civili?

«È una società che resta sentimentale. E non compie il passaggio dalla ribellione alla riconciliazione perché vive in uno stato di adolescenza infinita. Si convive fino a quarant’anni e lo status di bamboccioni dura fino alla mezza età. Anche il revival dei gruppi musicali è sintomo di questa adolescenza prolungata».

I cattolici devono fare di questo terreno una priorità della loro azione? La filosofia dei valori non negoziabili non è superata?

«La strategia politica imperniata sui valori non negoziabili ha dato l’impressione che i valori negoziabili non contino. Invece sono importantissimi. Quando vado a votare vorrei farlo per una forza che mi garantisca sulla vita e sul matrimonio. Ma vorrei che mi garantisse anche sul fatto che mio figlio troverà un lavoro, che quando sarò vecchio avrò un’adeguata assistenza, che la mia pensione non andrà in fumo. L’idea per cui i cattolici si occupano dei valori non negoziabili e gli altri di quelli negoziabili è perdente».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«Le racconto un fatto. Ai funerali di Kohl c’era un’atmosfera di vera commozione, con Jean Claude Junker, la Merkel e Macron che hanno pronunciato parole pesanti. Per l’Italia c’era solo il ministro Alfano. Spero che dopo le elezioni tedesche di fine settembre l’Italia riesca a essere protagonista nel grande progetto di rilancio dell’Europa dei popoli che verrà promosso dalla cancelliera tedesca e dal presidente francese. Molto dipende da Berlusconi e dal centro di cui anch’io faccio parte».

E sul piano personale cosa le dà speranza?

«I miei nipoti. Ogni volta che nasce un bambino la storia del mondo ricomincia da capo».

 

 

La Verità, 5 agosto 2017