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Soldi pubblici alla serie su Corona: Giuli risponda

Al ministero della Cultura, in particolare alla Direzione generale cinema e audiovisivo, i conti continuano a non tornare. Dal punto di vista dei contribuenti, s’intende. Perché, visti dall’angolazione dei fruitori dei finanziamenti del dicastero di Via del Collegio romano, produttori cinematografici e televisivi, broadcaster e piattaforme multinazionali, i conti tornano alla grandissima, eccome. Dopo la scoperta documentata su questo giornale da Davide Perego con una lunga e meticolosa inchiesta su decine di film e opere di scarso o inesistente interesse pubblico, alcune nemmeno approdate nei cinema, altre programmate in sale deserte, ma sostenute a vario titolo per anni e per svariate decine di milioni dai contributi del ministero della Cultura, prima con Dario Franceschini e poi con i suoi successori Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli nel governo Meloni, dopo tutto questo si auspicava che i criteri di assegnazione dei medesimi fondi venissero ampiamente revisionati. Purtroppo, sembra di poter dire con una certa dose di rammarico che non è così.
Questo giornale nei giorni scorsi ha svelato che la controversa docuserie Fabrizio Corona – Io sono notizia dal 9 gennaio in programmazione su Netflix ha ricevuto dal ministero della Cultura quasi 800.000 euro (793.629 per l’esattezza), praticamente un terzo dell’intero budget (2.448.556 euro) per realizzarla. I cinque episodi diretti dai registi di documentari Massimo Cappello e Marzia Maniscalco sono prodotti da Bloom media house, una società dal portafoglio scarno di cui nell’homepage del sito si legge: «Siamo una società di produzione che si occupa di ideazione, scrittura, adattamento e produzione di contenuti audiovisivi per i differenti media: televisione, cinema e web». E che, tuttavia, è riuscita a convincere la mega piattaforma a diffondere una docuserie definita da Aldo Grasso sul Corriere della Sera «un brutto spot che cerca di trasformare un pregiudicato (bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false…) in uno spregiudicato, un mitomane in un eroe del nostro tempo». Oppure raccontata da Antonio Dipollina su Repubblica come una lunga spiata sul retrobottega del berlusconismo, «una vasca di liquami» su cui «gettare benzina… accendere, godersi lo spettacolo e farci più soldi possibile». Anche noi, nel nostro piccolo, l’abbiamo rubricata come «un monumento a un campione di nichilismo… un genio del male».
Tuttavia, il punto della faccenda non è la moralità del soggetto dell’opera, né la sua qualità. Ma l’entità del contributo pubblico assegnato con il meccanismo del credito d’imposta, il famigerato tax credit. Non si tratta, cioè, di «contributi selettivi», ovvero fondi assegnati dopo che una commissione di esperti ha esaminato la sceneggiatura, valutato la necessità di incoraggiare autori alla loro opera prima o di premiare lo sforzo produttivo per un film d’essai o di interesse culturale per il suo «valore artistico, storico o antropologico». No, il sostegno con il tax credit avviene, per così dire, in modo automatico, sulla base di criteri asettici e, messa così, può essere pure peggio perché praticamente si tratta di finanziamenti pubblici a pioggia. Quali sono questi criteri? Che i produttori che ne fanno richiesta abbiano una loro attività riconosciuta e che l’opera abbia un’adeguata visibilità. Qualcos’altro? Sì, che il film o la serie in questione non incentivi l’odio razziale o di genere, l’uso della pornografia e altre amenità. Ma questa valutazione diciamo così, contenutistica, può aversi solo a posteriori, facendo eventualmente scattare la revoca del finanziamento erogato qualora qualcuno alzi il ditino ed eccepisca.
Non è questo il caso di Fabrizio Corona – Io sono notizia, un documentario che inanella una serie di opinioni, racconti e aneddoti circa l’attività dell’ex re dei paparazzi, suffragati o contraddetti dal medesimo Corona. Zero elaborazione, zero scrittura. Ma ciò che davvero sconcerta è che, alla fine, transitando dalla società Bloom media house, il denaro dei contribuenti sia finito a Netflix. La quale, senza il sostegno pubblico, avrebbe verosimilmente pagato l’intero esborso per l’acquisto della docuserie. Lo stesso si può dire di Paramount+; che avrebbe pagato l’intero budget di Vita da Carlo (quarta stagione). E di Sky Italia, che avrebbe saldato l’acquisto di Gomorra – Le origini, o della terza stagione di Call my agent. Questo solo per stare ad alcuni altri titoli che hanno ottenuto l’erogazione del ministero della Cultura con il medesimo decreto del 23 dicembre scorso che riguarda la serie su Corona. È difficile spiegarsi perché ci sia bisogno di questo sostegno pubblico e aziende multinazionali potentissime come Netflix, Paramaount+ (Skydance media) e Sky (Comcast corporation) possano indirettamente usufruire del denaro dei contribuenti italiani.

Per capirne di più ci siamo rivolti alla Direzione generale del cinema e dell’audiovisivo del ministero. Dove ci hanno chiesto di inviare una mail…

 

La Verità, 13 gennaio 2026

«Nel cinema italiano c’è troppo assistenzialismo»

Manager di lungo corso e da vent’anni vicepresidente e amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta è apprezzato a 180 gradi nel mondo del cinema anche per il suo equilibrio.
Giampaolo Letta, ci sarà mai pace per il cinema italiano?
«Spero di sì, ma da quando ci lavoro, ormai 26 anni, non c’è mai stata tregua. Anche guardando più indietro, constato che l’espressione “crisi del cinema italiano” ha mezzo secolo di vita. Poi, però, il nostro cinema è sempre vivo e vegeto».
Eppure inquietudine e conflittualità lo attraversano: per quali motivi?
«Uno è molto semplice: quando usciamo dalle sale, qualcuno ha visto un capolavoro, qualcun altro una boiata pazzesca. Il cinema in sé fa discutere. Più in profondità, è un’espressione culturale, che necessita di importanti risorse economiche, che coinvolge nel dibattito chi lo fa, investitori, produttori, artisti. E, ovviamente, la politica; perché, in particolare negli ultimi decenni, i contributi di denaro pubblico sono spesso determinanti per la realizzazione delle opere».
Negli anni di Federico Fellini e Vittorio De Sica, di Dino Risi e Mario Monicelli c’era la stessa conflittualità?
« Io non c’ero, quella era un’epoca totalmente diversa, un altro mondo. Si vendevano 800 milioni di biglietti l’anno, c’era un solo canale televisivo e usavamo diversamente il tempo libero».
Oggi quanti biglietti si vendono all’anno?
«Prima della pandemia, circa 100 milioni. Adesso stiamo risalendo, circa 75 milioni».
L’ideologia favorisce la creatività e la produzione artistica?
«Secondo me, assolutamente no. Noi di Medusa lavoriamo per cercare, trovare e realizzare storie che interessino il pubblico in modo che lo spettatore sia motivato a uscire di casa, prendere un mezzo, comprare un biglietto e restare in una sala un paio d’ore. L’ideologia rischia di oscurare le storie. Dopo la pandemia il cinema ha ripreso, ma fatica a raggiungere i livelli di prima. Oggi, la gente per convincersi ad andare al cinema dev’essere fortemente motivata dalla qualità delle storie».
C’è un prima e dopo pandemia del cinema?
«Certo. Il pubblico si era abituato a stare a casa, perciò dobbiamo lavorare molto sulla qualità delle opere. Le aspettative degli spettatori si sono alzate perché in quegli anni hanno visto dal divano prodotti di alto livello. Cercare di non deluderli è una sfida molto impegnativa ma imprescindibile».
Perché il cinema è territorio quasi esclusivo della cultura progressista?
«Siamo sicuri che sia così? Io ne dubito. Bisogna vedere i film, al di là di chi li realizza. Forse questo concetto è inquinato dal fatto che un regista o un produttore sia considerato di sinistra, ma alla prova dei fatti non mi pare di vedere film o serie tv militanti».
È arduo trovare dieci prodotti alternativi al pensiero mainstream, drogato anche dal politicamente corretto.
«Capisco, ma attenzione a non confondere l’appartenenza degli autori con il risultato dell’opera. Per fortuna, in Italia siamo, almeno per ora, meno prigionieri del politically correct rispetto ai Paesi anglosassoni, dove gli algoritmi rischiano di mortificare eccessivamente la creatività».
Carlo Verdone ha parlato anche di recente d’inquisizione del politicamente corretto.
«Nella comicità è ancora più limitante e pericoloso. Con l’invadenza dei social basta niente per scatenare mille leoni da tastiera che possono condizionare la comunicazione più del dovuto, compromettendo il lavoro di tante persone».
Perché in Italia si producono così tanti film?
«I numeri vanno analizzati con precisione. È importante. Recentemente sono stati comunicati in modo superficiale e fuorviante.   Delle famose 354 opere prodotte nel 2023 solo 156 sono film di finzione, mentre 106 sono documentari e 92 coproduzioni con soggetti internazionali. Sul “banco degli imputati” restano 156 film. Anche sul volume di fondi pubblici bisogna precisare: i 700 milioni di tax credit riguardano l’intero comparto audiovisivo, film per le sale e per le piattaforme, serie per la tv e per il web. Se parliamo di costi di produzione, invece, si toccano 1,3 miliardi d’investimenti che danno lavoro a 200.000 persone, tra occupati diretti e indiretti. Poi ci sono le produzioni internazionali realizzate in Italia, altri 700 milioni di investimenti nel settore, per un totale di circa 2 miliardi l’anno. Infine, c’è un altro effetto collaterale».
Quale?
«Le ricadute sui territori, tra cui il cosiddetto cineturismo. Per esempio, il nostro Un mondo a parte, diretto da Riccardo Milani, ha prodotto un forte incremento di turismo nel Parco nazionale d’Abruzzo, con escursioni e turismo gastronomico. Un euro investito nell’audiovisivo genera, a seconda delle analisi indipendenti che sono state fatte negli anni, tra i 2,5 e i 3,5 euro. Tutto questo produce una serie di effetti economici collaterali molto rilevanti. Quando si parla dei contributi pubblici si pensa che siano a fondo perduto, ma non è così».
Nessuno vuol misconoscere il valore economico del cinema, ma ci si chiede se oggi in Italia ci sia più offerta che domanda?
«Premesso che nessuno possiede la sfera di cristallo per prevedere l’andamento di un film, produrne meno non garantisce automaticamente film con più successo. Discriminante è la qualità».
Se la domanda di cinema è inferiore all’offerta significa che c’è una bolla produttiva: su cosa si regge?
«Indubbiamente, negli ultimi anni si è prodotto molto. L’impulso è venuto dalla forte domanda di piattaforme e televisioni. E, non dobbiamo negarlo, anche dal sistema di incentivi fiscali che, in una fase molto critica del mercato, ha consentito importanti volumi di produzione, anche attraendo investimenti dall’estero. Limitandoci al cinema – anche le serie non vanno tutte bene – c’è sempre stato un certo numero di film che va male o malissimo. Ma dobbiamo contestualizzare: quando citiamo titoli rimasti in sala un giorno o due, consideriamo che possono essere stati prodotti per le piattaforme. Non sono tutti film “fantasma”».
Dubito che Accattaroma di Daniele Costantini o L’altra via di Saverio Cappiello si riscatteranno sulle piattaforme.
«Bisogna distinguere le tipologie: non possiamo dire che va tutto bene, ma nemmeno che va tutto male. Il tax credit non è equiparabile al bonus 110 dell’edilizia, come qualcuno ha provato a dire».
La riduzione delle sale cinematografiche complica le strategie produttive?
«Il calo non è così elevato. A fronte di alcune chiusure, abbiamo registrato riaperture e riqualificazioni importanti. Anche in questo segmento della filiera il discrimine è la qualità: oltre al film, il pubblico sceglie anche la sala in cui si trova bene».
Un certo mondo intellettuale, autoriale e artistico, è poco sensibile alle regole del mercato?

«Non so se poco sensibile sia il termine giusto. Nella mia esperienza ho visto che il successo di pubblico piace anche a quelli che potevano sembrare più indifferenti. Per un regista, uno sceneggiatore o un attore la sala piena e l’applauso sono la migliore ricompense».
Da produttore è difficile dire no alle proposte di certi registi?
«È sempre difficile, a volte molto, dire no. Di base, c’è il rispetto per il lavoro altrui. Dietro ogni sceneggiatura c’è un lavoro di persone che merita attenzione, indipendentemente dal fatto che si tratti di un grande autore o di un esordiente».
Che cos’ha pensato quando ha visto le tabelle che documentano i fondi pubblici a film con incassi infinitesimali?
«Ci sono molte sfaccettature. Anzitutto bisogna distinguere le risorse che vengono utilizzate con il tax credit e quelle che vengono assegnate con contributi selettivi deliberate dalla commissione ministeriale. La quale ha molta responsabilità perché si tratta di soldi pubblici. Siccome nella nuova impostazione i contributi selettivi sono raddoppiati rispetto a prima, mi permetto di rimarcare che per scegliere i nuovi commissari, come anticipato dal ministro Alessandro Giuli, serve grande attenzione alla competenza. Infine, non deve valere solo il criterio economico di incasso potenziale di un’opera, ma anche una valutazione culturale e sulle potenzialità dei giovani talenti. Quando erano semi sconosciuti, Medusa ha scommesso sui primi lavori di Paolo Sorrentino, di Matteo Garrone, di Edoardo De Angelis, e ora di Francesco Costabile».
Complimenti. Tuttavia, Sorrentino e Garrone non spuntano tutte le settimane.
«Per questo la commissione dev’essere altamente qualificata».
Ha ragione Gianni Canova quando dice che se vuoi fare un film chi ti sostiene lo trovi?
«Concordo. Ci vuole tempo e perseveranza, ma se il progetto è valido ci si riesce».
L’eccesso di assistenzialismo è sintomo di un sistema cinematografico ancora immaturo?
«Sì. Infatti, sono a favore di misure di mercato, quindi automatiche. Sono convinto che più si basa su strumenti automatici, più un sistema è aderente al mercato. Quest’anno il ministero, nel decreto di riparto, ha diminuito del 40% le risorse del tax credit e aumentato la quota dei contributi selettivi discrezionali. Auspico che l’anno prossimo ci sia un riequilibrio».
La nuova legge sul tax credit varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è pessima?

«No, è buona e molte misure sono condivisibili, altre potranno essere migliorate dai decreti direttoriali. Come le associazioni, Anica in testa, hanno chiesto al ministro e al sottosegretario Lucia Borgonzoni era giusto fare un tagliando alla legge Franceschini. Dopo parecchi mesi di incertezza e di stallo, si è finalmente ristabilito un quadro normativo certo, chiaro e stabile. Valuto molto positivamente aver introdotto requisiti più precisi di accesso agli incentivi fiscali. Anche la partecipazione al budget di un terzo soggetto, coproduttore o distributore, è una garanzia che il film abbia adeguata promozione e programmazione per essere visto dal pubblico che non significa che avrà successo, ovviamente. I limiti, invece, riguardano la mancata semplificazione burocratica delle regole e la parziale preclusione  delle società non indipendenti all’utilizzo degli incentivi fiscali. Auspico anche che il ministero si doti di un’adeguata struttura amministrativa in grado di gestire i processi in tempi rapidi e certi ».
La precedente legge com’era?
«La legge cosiddetta Franceschini è servita a far crescere le imprese e a far nascere un vero e proprio comparto industriale. Ora, dopo 7 o 8 anni, era giusto capire cosa poteva funzionare meglio. Un impegno che ha portato al nuovo decreto».

 

La Verità, 21 settembre

I film «da Oscar» floppano e costano milioni al Mibac

I conti non quagliano. Spiace per il cinema italiano, elegante e sofisticato. Spiace anche per certi nostri registi e autori, così raffinati. E anche per gli attori da proclami festivalieri. Ma, con buona pace di Nanni Moretti, tutto il sistema necessita di una revisione. Di un ricalcolo, verrebbe da dire. Eccone un assaggio. Volare, il primo film in cui, dopo decenni di titubanze attoriali, Margherita Buy si è messa alla prova come regista ha ricevuto dal ministero della Cultura – fra tax credit, con criteri predefiniti, e contributi selettivi, cioè assegnati dalla commissione di giornalisti – circa 1.262.000 euro, incassandone 674.000 euro, la metà. Il totale non basta certo a coprire il costo totale dell’opera di 3.770.000, ma questi sono affari del produttore. Confidenza, l’ultimo film diretto da Daniele Luchetti con un super cast composto da Elio Germano, Vittoria Puccini e Isabella Ferrari ha ottenuto oltre 2,7 di fondi ministeriali, incassandone 1,5 milioni. Lubo di Giorgio Diritti, autore celebratissimo dalla critica, finanziato con 2,5 milioni tra tax credit e fondi assegnati dalla commissione (senza contare i 164.000 per la redistribuzione internazionale), ha portato a casa al box office la bellezza di 145.000 euro.
Sono solo alcuni esempi dello status quo. Se la legge varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano è «pessima», come ha sentenziato il Moretti descamisado della serata finale della Mostra di Venezia, è davvero difficile trovare un aggettivo plausibile per quella in vigore con Dario Franceschini, precedente titolare del ministero della Cultura. Tanto più che, mentre quest’ultima continua a produrre le sue nefandezze, la normativa voluta dal suo ingenuo successore non è ancora operativa. E, dunque, risulta un filo prematuro stabilire quali siano i suoi effetti. Quelli, invece, comprovati da cifre e numeri di costi, incassi e fondi pubblici sono da ascrivere al sistema vigente, ovvero della legge delle quattro effe: Film Finanziati che Fanno Flop. È questa, infatti, la costante di una certa gestione pubblica della cinematografia nostrana. È cronaca e storia recente. Abbiamo visto le tabelle con i costi dei film, i contributi alla produzione, le presenze in sala (cfr. anche La Verità del 12 settembre scorso).

Ora, però, c’è un piccolo aggiornamento allo stato delle cose. Claudio Plazzotta di Italia oggi si è preso la briga di andare a vedere quanto hanno incassato i 19 film che compongono la lista delle opere fra le quali il prossimo 24 settembre la commissione dell’Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive ndr) sceglierà quella che rappresenterà l’Italia nella corsa agli Oscar. A onor del vero, non bisogna prendere quella lista come oro colato perché, in buona parte, si tratta di autocandidature che si ottengono versando la modesta cifra di 500 euro. Ma tant’è. Rappresentatività a parte, per i 15 film già visti in sala – 4 devono ancora uscire e, tra questi, Parthenope di Paolo Sorrentino e Vermiglio di Maura Delpero che, verosimilmente, si contenderanno la candidatura – «il box office complessivo è di 8,2 milioni di euro, con una media di incassi di circa 550.000 euro» a opera. Insomma, un bilancio imbarazzante. Sia per la qualità artistica e la penetrazione sul pubblico di molti osannati artisti. Sia, soprattutto, per le casse del ministero della Cultura.

Nel 2023 in Italia sono stati prodotti 348 film, sette in meno dei 355 del 2022, ma sempre in numero di gran lunga superiore a quelli realizzati in Francia o in Gran Bretagna. Molti di questi non approdano alle sale o, se le raggiungono, vi rimangono pochi giorni, prima di essere ritirati per assenza o scarsità di pubblico. Vengono ugualmente realizzati per ambizione artistica e autoriale, molto spesso con il sostegno dei fondi ministeriali. Più ancora che nel caso dei flop di star popolari e celebrate, che comunque, un minimo di spettatori li attraggono, quando si parla di opere «d’essai», la forbice tra incassi e finanziamenti pubblici è particolarmente divaricata. Anche perché, in questi casi, i contributi possono superare il 50% del costo complessivo del film. Esemplificando ancora: L’altra via di Saverio Cappello ha ricevuto 356.416,46 euro di tax credit e 270.000 di contributi selettivi e ha incassato 7.000 euro in totale. Accattaroma di Daniele Costantini ha avuto 214.606 euro di tax credit, raggranellandone 3.000 (tremila) al botteghino. Taxi monamour di Ciro De Caro ha ottenuto 724.000 euro fra tax credit, contributi selettivi e contributi autonomi recuperandone appena 8.000 dai biglietti venduti.
Nei prossimi giorni diverranno operativi i nuovi criteri di assegnazione dei contributi ministeriali per il cinema italiano varati dall’ex ministro Sangiuliano e aggiornati nella composizione della commissione di esperti dal suo successore, Alessandro Giuli. Risulta difficile immaginare che possano essere peggiori di quelli che hanno prodotto la situazione attuale.

 

La Verità, 18 settembre 2024