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Questa Rosa elettrica non riesce a dare la scossa

Dopo Luca Argentero, Sky Italia arruola anche Maria Chiara Giannetta, un altro volto storico della fiction di Rai 1. Entrambi hanno sfondato nella serialità di Lux Vide, ora del gruppo Fremantle: Argentero protagonista di Doc – Nelle tue mani e Giannetta, prima in Don Matteo e Un passo dal cielo, poi interpretando Blanca, consulente non vedente della polizia per la decodifica di materiali audio. La piattaforma digitale vuole proporsi a un pubblico sempre più generalista. Ma se con l’Avvocato Ligas di Argentero l’operazione è riuscita per la novità del personaggio e la credibilità della sceneggiatura, altrettanto non si può dire per il tentativo di Giannetta nel ruolo di Rosa elettrica – In fuga con il nemico, sei episodi diretti da Davide Marengo e ispirati al romanzo di Giampaolo Simi (Sellerio). Un tentativo carico di incertezze.
All’agente Rosa Valera trasferita al Nucleo protezione testimoni viene affidato a sorpresa il giovane boss camorrista Cociss (Francesco Di Napoli) che, finito nel mirino del clan rivale, ha deciso di collaborare con la giustizia. Ma il programma di protezione evidenzia subito qualche incongruenza, almeno quanto la sceneggiatura approssimativa. Una comunità terapeutica, per esempio, seppur gestita da un frate, quanto mai posticcio, è il posto meno indicato per nascondere un camorrista cocainomane. Non solo per le sue abitudini, quanto per la presenza di persone instabili e poco controllabili, come lo stesso testimone da proteggere. Basta questo a rendere claudicante la storia. Ma c’è anche la frequentazione di rave da parte dell’acerba poliziotta, evidentemente prima che il governo Meloni inasprisse le norme per queste manifestazioni. Purtroppo, il seguito della trama inanella altre coincidenze involontariamente comiche. Come la fortunatissima scoperta dell’indizio sulla sospetta foratura dell’auto di scorta che lascia Rosa e il suo testimone in balìa di un nuovo agguato.
Siamo tra Ferrara e Comacchio, ma la criminalità proviene sempre dalla Campania perché pare che, senza Gomorra, non si riesca ad allestire un buon poliziesco. Ma stavolta la scrittura non soccorre la recitazione e le controindagini alla scoperta della talpa nel comando di polizia avanzano tra dialoghi scadenti e tracce rocambolesche. Emerse grazie alle dritte di una bambina che spunta nei momenti più convulsi della storia fungendo da perspicace suggeritrice. Chi è? Una presenza che viene dal passato? O sarà mica che la nostra poliziotta è dotata di superpoteri? Lo scopriranno i telespettatori più volenterosi e motivati.

 

La Verità, 12 maggio 2026

Un poliziesco classico in salsa etnico-arcobaleno

Gli uomini, le persone, non sono come sembrano. È l’unica, scomoda, certezza alla quale è giunto Luca Travaglia (Edoardo Leo), ex ispettore dell’antiterrorismo a Roma che non riesce a rifarsi una vita a Milano dopo aver commesso l’errore che ha prodotto morte e feriti nell’attentato a un’ambasciata durante la visita di un importante ministro africano. La prima vittima è stata Kadijha (Lavinia Longhi), ex compagna di Travaglia, donna dalla doppia identità di cui, sbagliando, lui si è fidato. La seconda è il collega Bonetti (Mattia Mele) che nell’esplosione ha perso l’uso delle gambe. Tre anni dopo quella tragedia troviamo l’ex capo dell’antiterrorismo nei panni di un bodyguard dei Navigli che, ospite del meccanico d’auto cingalese Palitha (Hassani Shapi), lenisce nell’alcol l’incapacità di perdonarsi la svista che gli ha rovinato la vita.
Nella periferia milanese popolata di magrebini, gestori del racket del fumo, gioiellieri che nascondono loschi traffici, c’è molto da fare per uno che «è bravo in queste cose». La furbizia interessata dell’intraprendente Palitha è la leva giusta per tirare fuori Travaglia dalle paludi dell’anima. In quel sottobosco di poveracci e marginali che non se la sentono di rivolgersi alla polizia ci sono tanti potenziali clienti dell’agenzia investigativa «Il clandestino», di cui il lungimirante meccanico intravede il profittevole business. Anche Maganza (Fausto Maria Sciarappa), ex superiore e tuttora amico di Travaglia, s’impegna a sostenerne la risalita procurandogli la protezione della moglie di un politico (Alice Arcuri), una donna dell’alta borghesia, perfetta come compensazione in una sceneggiatura con troppi poveri cristi.
Coprodotto da Rai Fiction e Italian International Film, prodotto da Fulvio e Paola Lucisano, Il clandestino – Un investigatore a Milano è una serie in sei episodi diretta da Rolando Ravello (Rai 1, lunedì, ore 21,40 – sempre più tardi – share del 19,6%, 3,6 milioni di telespettatori). Dopo l’abbuffata di vicequestori, sostituti procuratori, ispettori e commissari rigorosamente femmine alfa, un maschietto torna protagonista di un poliziesco tra case di ringhiera e officine sgangherate, sociologicamente calibrato in salsa multietnica. E se Leo ha la faccia giusta per interpretare l’ombroso poliziotto che combatte con i suoi fantasmi, tuttavia non è il caso di farsi troppe illusioni. Cadono subito appena si scopre la pleonastica omosessualità di Maganza, appiccicata giusto per soddisfare le quote da narrazione arcobaleno, ormai tiranniche anche nella fiction di Rai 1.

 

La Verità, 10 aprile 2024

Perché ci affezioneremo ai poliziotti di Pizzofalcone

È un’infilata di successi l’esordio dell’ispettore Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman) nel commissariato di Pizzofalcone, periferia napoletana. Gli agenti che vi operavano erano in combutta con la camorra e così la chiusura è imminente. Spedito lì per punizione dai superiori che non lo stimano anche a cause di accuse, mai provate, di aver passato informazioni alla mafia di Agrigento, l’ombroso poliziotto, allergico alla chiassosità napoletana, mette presto a frutto esperienza e fiuto investigativo nelle indagini per l’omicidio della moglie di un notaio donnaiolo (Francesco Paolantoni). A Lojacono basta un’occhiata al cadavere riverso sul tappeto per confutare la tesi della rapina finita male sposata dal suo ex capo, titolare dell’inchiesta. Anche il Pm Laura Piras (Carolina Crescentini) non è convinta della tesi ufficiale e vuole saperne di più. Da qui a sollevare dall’incarico l’ottuso superiore per affidarlo allo scalcinato commissariato il passo è breve. Altro che chiusura ineluttabile, la composita squadra, nella quale spiccano il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, memoria storica del quartiere, e l’ambiguo agente scelto Marco Aragona (Angelo Folletto), ritrova stimoli e motivazioni per arrivare alla soluzione dell’enigma, in verità non troppo complesso, guidati dall’ispettore dal passato nebuloso e con una moglie da riconquistare. Sulla sua perspicacia professionale, però, nessuno può dire nulla e i risultati si vedono. Oltre a convincere l’incantevole Pm, l’ispettore inquadra l’assassino, surclassa l’arrogante superiore e allunga la vita alla squadra di bizzarri poliziotti.

Tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni pubblicati da Sellerio, diretto da Carlo Carlei e prodotto dalla Clemart di Gabriella Buontempo e Massimo Martino, I bastardi di Pizzofalcone è un poliziesco con un copione definito, a volte prevedibile, e recitazione calibrata anche nei ruoli secondari affidati a ottimi caratteristi, da Gianfelice Imparato a Mariano Rigillo (Rai 1, ore 21.25, share del 25,42 per cento, quasi 7 milioni di spettatori). Il primo episodio, intitolato Napoli, più luce che buio è servito a mettere a fuoco i personaggi della serie: tutti con un passato da riscattare, qualche macchia da cancellare e precari equilibri affettivi che avranno certamente un ruolo non secondario nello sviluppo della storia. Dopo Coliandro e Rocco Schiavone ecco Lojacono: la lista dei poliziotti tormentati e dal cuore buono si allunga. Ma forse, per ambientazioni, composizione del cast e sceneggiatura, proprio Lojacono può provare ad avvicinarsi all’irraggiungibile Montalbano.

 

La Verità, 11 gennaio 2017