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L’arbitro del Quirinale è schierato con l’opposizione

La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora, l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023 Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024 Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni Matteo Piantedosi nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024 Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024 Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un paese democratico… che sa badare a sé stessa, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025 Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025 Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia ecc.) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025 Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025 La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025 Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025 C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.

 

La Verità, 24 dicembre 2025

Dopo lo scoiattolo, la volpe di Palazzo. E Pierfurby…

L’inizio delle elezioni per la presidenza della Repubblica un pregio sicuramente ce l’ha: si parla un po’ meno di Omicron, vaccini e green pass. E sebbene resista l’eccezione di Matteo Bassetti che discetta anche sul Quirinale, sfumano in secondo o terzo piano le sagome delle virostar. Un po’ di ossigeno, finalmente. Ha scritto Federico Rampini su Facebook, avendo viaggiato durante le vacanze di Natale «ho notato che il livello di ossessione monotematica dei media italiani… non ha eguali nel resto del mondo». L’infodemia ci avvolge e sovrasta. Aiutooo.

Detto del merito dell’avvento quirinalesco, bisogna ahinoi rilevarne anche il difetto. Riciccia l’ex democristiano nei panni di vecchia volpe del palazzo. Nella nebbia, nel mare delle schede bianche, nel surplace dei partiti, si bussa ai politici di lungo corso per avere lumi e trovare qualche indizio tattico o strategico su cosa accadrà nella partita del Colle. Accendi la tv a qualsiasi ora e su qualsiasi canale e ne trovi sempre uno. Il più presente è Clemente Mastella, anche se per la prima volta dopo alcuni lustri non è un grande elettore. Però accompagna la moglie, la senatrice Sandra Lonardo. Nella sua carriera, il sindaco di Benevento ne ha viste parecchie e quindi eccolo a Quarta Repubblica di Nicola Porro, ad Agorà, all’Aria che tira… Nella Prima repubblica i partiti contavano eccome, i governi tecnici non erano la norma come nel Terzo millennio e l’elezione del Capo dello Stato, Mastella dixit, era «un po’ carsica». Nelle discussioni da bar della politica l’ex dc dà profondità storica all’analisi e garantisce spessore alla chiacchiera. Anche Paolo Cirino Pomicino, altra eminenza grigia del fu scudocrociato si accomoda volentieri negli studi tv esibendo la nota ironia. In altri casi le vecchie volpi si va a stanarle nei loro studi privati. Così Vincenzo Scotti e persino Gerardo Bianco sono compulsati come oracoli. Anche se poi, alla fine, più di tanto non si sbilanciano: potrebbe andare così, ma potrebbe andare anche colà. Perché l’elezione del presidente rimane anche oggi «un po’ carsica» e di grandi geologi in giro non se vedono, tanto più se cominciano a interferire i mercati e le diplomazie internazionali. Il colpo vero lo farà chi riuscirà a scovare il sindaco di Nusco, il novantatreenne Ciriaco De Mita. Però, intanto, tra un ex dc e l’altro, pian piano si delinea all’orizzonte il profilo di Pier Ferdinando Casini. Dopo il tramonto dell’operazione scoiattolo sta a vedere che spunta la strategia della vecchia volpe. Casini non è Pier Furby? Aiutooo…

 

La Verità, 26 gennaio 2022

«Ecco perché sarebbe meglio un Mattarella bis»

Il pregio maggiore di Michele Ainis, uno dei più autorevoli costituzionalisti che la nostra Repubblica dei presidenti può vantare, è la capacità di rendere comprensibile la materia opaca dell’architettura delle istituzioni, gli incastri dei palazzi, le competenze degli organi dello Stato. L’ultimo suo saggio, pubblicato da La nave di Teseo, s’intitola Presidenti d’Italia – Atlante di un vizio nazionale. Secondo il sito Dagospia un suo recente editoriale su Repubblica sta facendo tentennare Sergio Mattarella sulla possibilità di un secondo mandato.

Una bella soddisfazione, professore?

«Non ho nessun riscontro diretto. Se così fosse, dimostrerebbe la sensibilità del presidente Mattarella ai problemi costituzionali. Del resto, è professore di diritto costituzionale».

Il suo ragionamento era più o meno questo: siamo in emergenza e questo Parlamento è inadeguato a nominare un nuovo presidente, perciò meglio allungare l’attuale settennato e scegliere l’inquilino del Colle con le prossime camere?

«Non esattamente, un mandato a tempo sarebbe una sgrammaticatura istituzionale. Io sono partito dalla constatazione di un Parlamento in crisi di legittimità. Non ultimo a causa di un referendum che ha benedetto la scelta di amputarne il numero dei componenti. Questo deficit di legittimità potrebbe indebolire il nuovo presidente, mentre non lo farebbe con il vecchio, che risolverebbe il problema».

Il ragionamento fila, la strada è spianata?

«No, perché si aggiungono due riflessioni contrapposte. La prima è la sacrosanta indisponibilità di Mattarella. Il raddoppio della durata rischierebbe di trasformare la presidenza in una monarchia costituzionale e l’eccezione, sperimentata con Giorgio Napolitano, in regola. Di contro, la condizione di emergenza pone un interrogativo: può un regime straordinario generare la massima carica ordinaria che è appunto la presidenza della Repubblica?».

Lei come si risponde?

«Mi limito a osservare che questo profilo istituzionale, finora ignorato, va invece considerato. Questa elezione del presidente della Repubblica si inserisce in un quadro eccezionale che può peraltro falsare la stessa elezione, attraverso la lotteria dei contagiati e dei quarantenati».

Con la permanenza di Mattarella quali problemi si risolverebbero?

«Innanzitutto la difficoltà delle forze politiche a convergere su un nome condiviso. Poi l’esigenza di stabilità che proviene dall’intera società italiana. Siamo tutti spaventati per questa pandemia che va a ondate. Cambiare timoniere mentre la nave è in tempesta può essere pericoloso».

Draghi resterebbe dov’è?

«Molto probabilmente. Anche se questo potrebbe deludere qualche leader politico e queste delusioni potrebbero inoculare tossine sulla stabilità del governo. Mi riferisco a Berlusconi».

Un secondo mandato di Mattarella risolverebbe qualche problema, ma ne creerebbe altri: il centrodestra lo voterebbe?

«Sono ipotesi che appartengono ai retroscena dei giornali».

Potrebbero esserci contraccolpi sul governo?

«È un’ipotesi impossibile. Mattarella non potrebbe essere eletto senza i voti del centrodestra o almeno di una sua parte importante».

Quanto complica la situazione la candidatura di Berlusconi?

«Al di là dei giudizi sulla persona e sul suo operato, il problema è il ruolo. Finora mai un leader politico è salito al Quirinale a eccezione di Giuseppe Saragat, che però era segretario di un piccolo partito di sinistra che guardava a destra e aveva presieduto la Costituente. I presidenti hanno sempre avuto una precedente legittimazione istituzionale. Carlo Azeglio Ciampi era stato governatore della Banca d’Italia, Mattarella era giudice costituzionale al momento della nomina, altri avevano presieduto la Camera o il Senato».

Nel 2013 Romano Prodi fu candidato senza che si obiettasse sulla sua leadership.

«Forse fu proprio questa la causa della mancata elezione».

I franchi tiratori non appartenevano al suo schieramento?

«È un fatto che si potrebbe ripetere anche nel caso di Berlusconi. In politica il tuo peggior nemico spesso è il tuo miglior amico».

E la candidatura di Draghi?

«Non so se complichi. Il suo è un profilo assimilabile a quello di Ciampi, che è stato un ottimo presidente della Repubblica. Se venisse eletto ci sarebbe qualche slalom procedurale inedito per la ragione che mai nessun presidente del Consiglio è diventato Capo dello Stato».

Come si dovrebbe procedere?

«Non potendosi dimettere nelle mani di sé stesso, Draghi dovrebbe farlo in quelle di Mattarella. Che però dovrebbe rendere immediatamente efficaci le dimissioni».

Ci sarebbe un vuoto di potere?

«Un momento in cui Draghi non è più a palazzo Chigi e non è ancora al Quirinale. Il governo verrebbe presieduto da Renato Brunetta, il ministro più anziano».

Subito dopo sarebbe corretto indire elezioni?

«Credo che chiunque diventi o ridiventi presidente della Repubblica difficilmente come primo atto scioglierebbe le camere, perché è il potere più forte di cui dispone. Sarebbe quasi come se Biden appena eletto capo degli Stati uniti tirasse una bomba atomica sulla Corea del nord».

Un nuovo governo senza legittimazione popolare saprebbe tenere alta la guardia contro la pandemia e proseguire il percorso delle riforme necessarie per l’ottenimento dei fondi del Pnrr?

«Quello in carica è il terzo governo della legislatura e nessuno dei tre ha avuto diretta investitura popolare. È il Parlamento la cucina dei governi».

Davanti a un’emergenza drammatica servono basi più solide?

«Le elezioni sarebbero un passaggio complicato perché significherebbero assenza di governo per alcuni mesi proprio durante l’emergenza».

In questa ipotesi la pandemia promuoverebbe il raddoppio del mandato a Mattarella ma non la convocazione dei seggi elettorali. Si protrarrebbe una situazione istituzionale emergenziale?

«La Costituzione reclama elezioni ogni cinque anni. Quindi, evitando lo scioglimento anticipato, prevarrebbe la normalità costituzionale».       

Questa situazione rende più che mai urgente la riforma istituzionale?

«La rende urgente e allo stesso tempo impossibile».

Dalla Bicamerale dalemiana al referendum di Matteo Renzi, parecchi tentativi sono stati abortiti: queste forze politiche riusciranno mai a ridisegnare il sistema?

«Qui ci viene in aiuto “il paradosso delle riforme” illustrato da Ernst Fraenkel. Quanto più un sistema istituzionale è malato tanto più ha bisogno delle riforme, ma siccome è malato, è impotente a esprimere la maggiore decisione che le riforme richiedono».

L’elezione diretta del presidente della Repubblica sarebbe una soluzione?

«In questo momento non ci sono le condizioni. Il prossimo Parlamento forse potrebbe lavorare a una riforma in profondità. Personalmente credo che le regole costituzionali siano figlie della storia di un Paese. Perciò, un conto è introdurre un sistema presidenziale in un Paese che non ha mai conosciuto dittature o curvature autoritarie come gli Stati uniti, un altro sarebbe farlo in Italia dove ne abbiamo fatto una triste esperienza».

Perché, come scrive in Presidenti d’Italia, nei livelli bassi della politica, sindaci e governatori, vige l’elezione diretta e per il Capo dello Stato non è prevista?

«Perché abbiamo un sistema schizofrenico e perché, tutto sommato, le riforme le facciamo senza scriverle».

In che senso?

«Nel senso che anche il livello di vertice dello Stato sta diventando presidenzialista di fatto. Basta pensare alla stagione dei Dpcm di Giuseppe Conte».

E all’uso dello stato di emergenza?

«Anche l’esperienza di Draghi mostra che si sta imponendo qualcuno con un potere superiore a quello del Parlamento. Il ruolo del presidente del Consiglio si è potenziato anche se formalmente i suoi poteri restano gli stessi».

Là dove servirebbe il presidenzialismo non c’è, mentre è diffuso dov’è superfluo?

«Potremmo dire così. Abbiamo in circolo un presidenzialismo straccione, una folla di presidenti nei molti gangli delle amministrazioni pubbliche».

Più di 70.000 enti che generano altrettanti presidenti.

«Più esattamente 70.000 presidenti perché esistono istituzioni che ne hanno più di uno. Basti pensare ai comuni, che hanno il presidente del consiglio comunale, della giunta comunale, il sindaco, delle varie commissioni e dei gruppi consigliari. Così anche le regioni».

È un vizio solo italiano?

«Chiamiamolo presidentismo. Dipende dalla moltiplicazione delle cariche, che deriva dalla moltiplicazione degli enti pubblici, che deriva dalla moltiplicazione delle leggi».

Con i suoi tre collaboratori ha censito tutti questi enti per fotografare la nomenclatura o per suggerire una terapia?

«Immaginavo che ci sarebbe stata molta attenzione sul Quirinale. Perciò, mi divertiva offrire un punto di vista laterale, indagando i presidenti ai vari livelli. Poi ho provato a capire l’etimologia della parola, che s’impone nei periodi repubblicani. Tant’è che la usano Tacito e poi Boccaccio, durante le Repubbliche marinare. Mentre ora, con la nostra Repubblica, si afferma questo presidentismo».

Siamo un popolo malato più di vanità o di burocrazia?

«Forse potremmo dire di burocrazia vanesia».

Parlando di eccessi legislativi e burocrazia, quanti decreti per la semplificazione sono stati varati nel ventunesimo secolo?

«Non credo sia stato inventato un computer tanto potente da poterli calcolare».

Negli enti pubblici si diventa presidenti più per meriti o più per anzianità?

«Per fortuna ci sono delle eccezioni, ma in generale la meritocrazia è una parola disgraziata in Italia».

L’articolo 34 della Costituzione che la stabilisce nel diritto allo studio è rispettato in modo soddisfacente?

«Assolutamente no. Lo dimostra la condizione difficile che vivono i giovani: la paura del futuro che si è sostituita all’attesa del futuro».

Vicino a giovani e futuro starebbe bene la parola speranza, ma questo scenario ci consegna al pessimismo.

«Nella Russia di Breznev circolava una battuta sulla differenza tra il pessimista e l’ottimista: il primo pensa che peggio di così le cose non possono andare, mentre il secondo pensa che possono andare anche peggio».

Proviamo a chiudere in leggerezza con un suo pronostico.

«A parte Ainis, tutti gli italiani sopra i 50 anni sono candidabili».

 

La Verità, 15 gennaio 2022

 

«Se il premier punta al Colle, elezioni inevitabili»

Giulio Tremonti è stato ministro delle Finanze e dell’Economia nei governi Berlusconi. L’ultimo suo libro, edito da Solferino, s’intitola Le tre profezie – Appunti per il futuro dal profondo della storia.

Professor Tremonti, sul futuro del Paese si staglia l’elezione del presidente della Repubblica: come andrà a finire?

«Sulla elezione del Capo dello Stato si stanno moltiplicando articoli e memorie, libri e aneddoti, tutti comunque riferiti al passato, alla Prima e alla Seconda repubblica, ovvero riferiti a un passato felice o semi-felice che non c’è più. Oggi la realtà è diversa e drammatica ed è quella che è stata descritta con terribile lucidità da Rino Formica: “Un ciclo si è chiuso. Oggi c’è un Parlamento decomposto e incontrollabile”».

Insomma, finirà male?

«Bertolt Brecht scriveva: “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”. Oggi è pure peggio, data l’assenza di eroi. È per questo che pare diretta al naufragio la nave della “concordia” varata magicamente per notturno artificio nel febbraio scorso. Un naufragio nelle torbide acque della politica nazionale, e fra poco nelle tempestose acque di quella internazionale. Con una specifica: è un naufragio non per tragedia, quasi per commedia».

In che senso?

«Si sta ripetendo la storia dell’altra Concordia, la nave da crociera che naufraga dopo un lunghissimo inchino, con l’astuta discesa del suo comandante. Senza che ci sia un ufficiale che invita al rispetto del dovere, intimando di tornare a bordo, nel pieno di quello che era e che è ancora un possibile naufragio».

Dopo aver tentato di scendere, il comandante che tornasse a bordo godrebbe ancora di autorevolezza e di carisma?

«Non credo alla discesa, credo al senso di responsabilità».

In assenza di eroi e dentro un quadro così fosco, a cosa possiamo appellarci?

«Nella Repubblica di Platone la politica è definita come la forma superiore della tecnica perché per fare politica devi conoscere insieme la struttura della nave, l’equipaggio, i fondali, le correnti, i venti e le stelle. Semplificando, oggi la nave è il Palazzo, l’equipaggio è il popolo, il resto, i fondali, i venti, le correnti e le stelle sono il mondo circostante».

Cominciamo dal Palazzo.

«Ci sono tre palazzi: Montecitorio, Palazzo Chigi e Quirinale. Nel fare le elezioni del presidente della Repubblica, il primo palazzo, il Parlamento, che rappresenta la volontà popolare, è stato sempre centrale. Il secondo palazzo, il governo, è sempre stato quasi del tutto irrilevante e, comunque, mai in concorrenza alternativa con il terzo».

Come invece sembra accadere oggi?

«Speriamo di no».

Passiamo al popolo.

«Nella nostra storia repubblicana è stata sempre rispettata la centralità del popolo, ma in questa fase c’è l’impressione di una marginalizzazione del popolo da parte del palazzo. Si ha la sensazione che non sia sovrano, ma sovranizzato».

Può spiegare?

«Giorno dopo giorno aumenta l’evidenza, e non solo nei sondaggi, delle paure e delle sofferenze crescenti che investono sempre più larghi strati della popolazione. Contemporaneamente, c’è la sensazione di una sovrana indifferenza».

Dove la vede?

«Gli esempi non mancano e crescono di giorno in giorno. Da ultimo si riducono le tasse a chi ha di più e non ha chi ha di meno. Le mascherine sono un costo imposto a tutti, anche senza sgravi per chi ha di meno. I rincari non sono solo sulle bollette dell’energia, ma ormai su tutto il carrello della spesa. Così che emerge dal remoto passato la figura del “caro pane”. Si continua a parlare di scostamento di bilancio, ma la parola scostamento serve a occultare la realtà di un pubblico indebitamento sempre meno sostenibile».

Poi ci sono i condizionamenti esterni, i fondali e le correnti…

«Sullo scenario internazionale vediamo che la storia, che secondo i globalisti doveva essere finita, sta tornando con il carico degli interessi arretrati. E sta tornando, accompagnata dalla geografia lungo un arco di crisi che va dal Pacifico fino ai confini dell’Europa. Dalla pandemia che continua fino all’emersione dei nuovi conflitti. Nell’euforia della cosiddetta ripresa si evocano gli anni Venti, gli anni della Montagna incantata nella quale Thomas Mann prefigurava: “Il denaro sarà imperatore, ma solo fino alla completa demonizzazione della vita”. La Montagna è del 1924, la crisi finanziaria del ’29 è venuta subito dopo. Dopo quella del 2008 si è pensato che sono stati confusi la causa con gli effetti. Si è fatto girare l’helicopter money con il whatever it takes che non è stato un pronto soccorso, ma una lunga degenza. Si è creata e si sta ancora creando una massa infinita e incontrollabile di finanza».

A pagare le conseguenze sarà la nostra Italia?

«L’alternativa non è tra chi va al Quirinale e chi va al governo, ma tra questo governo e le elezioni».

Nessuno parla di elezioni.

«Ma nel caso in cui il comandante scendesse dalla nave, è fortemente improbabile che un governo composto da para-zombie possa subentrare all’attuale».

Che cosa intende per governo di para-zombie?

«È fortemente improbabile che, per quanto capaci, i ministri attuali possano sopravvivere in una Zombieland politica, interna ed esterna».

Qual è il suo giudizio sul governo attuale?

«Nel discorso sulla fiducia pronunciato in Senato il 17 febbraio scorso gli obiettivi erano tre: la vaccinazione come mezzo per l’uscita dalla pandemia, il Pnrr e soprattutto le grandi e necessarie riforme, per le quali si citava Cavour».

Il suo giudizio?

«Oggi è difficile sostenere che la pandemia è a termine. Mi pare particolarmente difficile sostenerlo osservando il labirintico, caotico, apparato dei quasi divieti e quasi permessi che si stanno sviluppando sulla Gazzetta ufficiale. La formula quasi era quella tipica di Bisanzio. La speranza è che anche il virus si metta a leggere la Gazzetta ufficiale».

Ma come? L’altro giorno il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha detto che l’Italia è il modello seguito da tutti, a cominciare dal green pass.

«Omissis».

Passando al Piano nazionale di ripresa e resilienza?

«I 51 punti del Pnrr sono attualmente e, per la verità, piuttosto confusamente, solo sulla carta. In questo contesto, oggi e domani, la forza del governo dovrà prevalere sulla triplice burocrazia: europea, nazionale e regionale. E se è difficile per questo governo, tanto più sarà difficile per un altro governo. Per quanto riguarda le riforme Cavour style vale lo stesso».

Il comandante vuole scendere anche perché ritiene insubordinato l’equipaggio?

«Nella Terza repubblica francese il pubblico si beava per il fatto che i leoni divoravano il domatore. In questa nostra repubblica lo scenario è meno cruento, ci sono modi diversi e per certi versi più subdoli per creare difficoltà al domatore».

Intanto c’è da risolvere il problema del terzo palazzo, il Quirinale.

«La sovranità appartiene al popolo. Come detto, dev’essere chiaro che l’alternativa è tra questo governo e le elezioni».

Il centrodestra sta rischiando di sprecare l’occasione di decidere il prossimo Capo dello Stato?

«Anche su questo omissis».

C’è chi si preoccupa che il futuro presidente sia una donna.

«Inviterei a rileggere La Repubblica di Platone dove le qualità politiche si valutano oggettivamente e non per gender. D’altra parte, nel G7 di Carbis Bay del maggio scorso, c’è ripetuto l’invito a superare lo status sessuale auspicandone la fluida mutevolezza come ai tempi di Eliogabalo: uomo di giorno, donna di notte. Naturalmente, sto scherzando».

È preoccupante lo scenario d’indifferenza che sottolinea tra la situazione della popolazione e le priorità dei palazzi.

«Le forze politiche – forze, si fa per dire –  sono concentrate sul Quirinale. Tuttavia, un vero grande problema rischia di essere sottovalutato. È l’emersione, più che prevedibile già prevista, di forme di protesta, che vanno ben oltre i no-vax, pronte a confluire in un movimento simile a quello che portò alla nascita dei Cinque stelle. Dal vaffa al vax, è una forza attorno al 5%, che si sta saldando con sofferenze e paure crescenti e che potrà erodere e spiazzare gli schemi politici convenzionali».

Se si andasse davvero a elezioni e il centrodestra le vincesse, dopo un governo come quello attuale pensa che riuscirà a prendere le redini del Paese e altri poteri interni o internazionali non lo impediranno?

«Credo che ci troviamo di fronte a un eccesso di retorica provinciale sulle cancellerie europee. Per l’esperienza che ho, sono stati più forti i traditori interni che le pressioni esterne. L’impegno per la chiamata dello straniero l’abbiamo già visto all’opera nel 2011. E non è stato per il bene dell’Italia. In quell’anno ero il presidente dei ministri del Tesoro del Ppe, la stragrande maggioranza. Il colpo non è venuto dall’Europa, ma dai “patrioti” italiani. È così, con la chiamata dello straniero, che arrivammo al governo Monti».

C’è da temere che l’Europa consenta sempre meno margini di autonomia alle nazioni come mostra il caso polacco?

«Dopo una lunga fase di errori, l’Europa si è messa dal lato giusto della storia fronteggiando con gli Eurobond la gestione della pandemia. Se posso, gli Eurobond sono stati una proposta italiana fatta nel 2003 e poi ancora nel 2010».

Qual è il lato giusto della storia?

«Gli Stati uniti d’America ci hanno messo due secoli, con in mezzo una tragica guerra, per arrivare a uno Stato federale. L’Europa ha solo 70 anni e può evolvere verso una unione federale solo passando attraverso una crescente confederazione degli Stati nazionali. Questo è nei Trattati europei che, diretti verso l’Unione, presuppongono ancora le identità e le costituzioni nazionali. Nella cerimonia per il cambio ai vertici della Bce nel 2019 i politici stavano in platea ad applaudire estasiati. Avrebbe visto Helmut Kohl, Charles de Gaulle, Francesco Cossiga, Alcide De Gasperi, Robert Schuman fare altrettanto? Il futuro per un’Europa politica è nella politica e non nella finanza».

 

 La Verità, 8 gennaio 20221

 

«Forza Italia impedirà che la destra sia legittimata»

No, Marco Tarchi, docente a Scienze politiche a Firenze, ideologo della Nuova destra vicino ad Alan de Benoist, non si è convertito al cellulare e ancor meno ai social network. Le conversazioni con lui avvengono per iscritto e sanno di pensatoio. Di riflessione lontana dalla schiuma mediatica. Lo abbiamo interpellato sulle ultime novità nello scacchiere italiano, in particolare nell’area del centrodestra e in vista della partita del Quirinale.

Professor Tarchi, che cosa pensa del fatto che alla recente convention di Fratelli d’Italia siano sfilati tutti i leader dell’arco costituzionale, da Giuseppe Conte a Enrico Letta fino a Matteo Renzi?

«È il riconoscimento del ruolo centrale che, grazie alla forte crescita dei consensi, il partito ha assunto all’interno del centrodestra, e di conseguenza nel sistema politico italiano. Un dato che nessuno può più ignorare».

Fino a ieri a Giorgia Meloni veniva chiesto di prendere le distanze dal fascismo e da gruppi come Forza nuova. Queste partecipazioni mostrano che è la pregiudiziale è caduta?

«Solo apparentemente. Quando si presenteranno occasioni di contrasto su temi importanti, l’accusa di criptofascismo verrà rispolverata da ambienti di centrosinistra. Del resto, questo compito continuano a svolgerlo, in tv, giornalisti e commentatori schierati su posizioni di sinistra radicale, che al momento opportuno torneranno utili anche al Pd».

Che eredità lasciano incontri apparentemente cordiali rapidamente contraddetti da prese di posizioni successive?

«Nessuna. Sono aspetti tattici di strategie che la politica conosce da sempre. Si dialoga pacatamente con l’avversario quando si ritiene conveniente esibire un volto moderato, salvo poi derubricarlo a nemico e attaccarlo duramente nelle situazioni in cui si vuole convincere l’elettorato dei “pericoli” che esso rappresenta».

Come valuta le critiche di Roberto Saviano che ha accusato la Meloni di usurpare la figura di Atreju, personaggio della Storia infinita di Michael Ende?

«È storia vecchia: riecheggia polemiche che si trascinano da quasi mezzo secolo sul diritto o meno dei giovani missini degli anni Settanta-Ottanta di sentirsi vicini alla visione che ispirava le opere di Tolkien, a partire dal Signore degli anelli. Accusarsi reciprocamente di appropriazioni indebite è un vezzo ideologico, nient’altro. Ben più preoccupante è l’apologia dell’odio per i “nemici politici” che Saviano ha recitato nella stessa occasione. Sembra di essere ritornati alla stagione che produsse l’orribile slogan “Uccidere un fascista non è un reato”, con le ben note conseguenze di quelle parole. Se a pronunciare quelle frasi fosse stato un esponente della destra, dal Quirinale fino alle piazze imperverserebbero le proteste più vigorose. Invece, tutto tace».

Esiste ed è credibile la svolta conservatrice di Fratelli d’Italia?

«Parzialmente. Molto più evidente, nel discorso di Giorgia Meloni e del suo partito, è il richiamo ad un nazionalismo che, pur declinato con la prudente etichetta di patriottismo, rischia di apparire – ed essere – anacronistico. La polemica antifrancese ne è un esempio. È difficile, poi, capire come questa visione possa sposarsi all’atlantismo e all’occidentalismo di cui Fdi si fa sempre più insistentemente alfiere. Può spiegarlo, ma non giustificarlo, solo il rapporto di collaborazione che il gruppo conservatore europeo che la Meloni presiede ha con i repubblicani statunitensi».

Che spazio c’è in positivo nel nostro Paese per una destra conservatrice che il più delle volte viene connotata solo in negativo come non sovranista e non populista?

«Ce ne sarebbe se quella destra scegliesse come suo obiettivo polemico principale quell’egemonia del politicamente corretto che si è abbattuta sul panorama culturale del cosiddetto Occidente e mette a repentaglio – come giustamente da più parti si sta facendo notare a cominciare, in Italia, dalle recenti critiche di Luca Ricolfi – la libertà di ricerca scientifica, di insegnamento e, ormai, anche di pensiero. Contrapporre, in questo campo, il conservatorismo al progressismo, con solidi argomenti e non solo con slogan, significherebbe anche dar voce a preoccupazioni diffuse negli strati popolari della società, dove mode intellettuali made in Usa come la teoria della fluidità di genere, l’attacco al presunto “privilegio bianco”, il separatismo etnico e così via sono tuttora viste come assurdità».

Giorgia Meloni è presidente del gruppo europeo conservatori e riformisti (Ecr) che risulta più moderato di quello cui aderisce Matteo Salvini. Questa contraddizione è risolvibile?

«È difficile dirlo, anche se in questa fase sia Fratelli d’Italia che la Lega sembrano prendere le distanze da quella mentalità populista che aveva fatto il successo del progetto di Salvini e che avrebbe potuto essere il terreno d’incontro dei due partiti. Convergere su temi più moderati li potrebbe però penalizzare, e non poco, dal punto di vista elettorale, specialmente se, una volta esaurita la pandemia, se ne dovranno pagare i costi economici e sociali».

Perché ritiene che sarà Silvio Berlusconi più ancora della sinistra a frenare il processo di legittimazione istituzionale di Meloni e Salvini?

«Perché Berlusconi non perdonerà mai né all’una né all’altro di averlo spodestato da quel ruolo di eterna leadership del centrodestra cui si riteneva predestinato. E anche perché, nel fondo, il presidente di Forza Italia non è e non è mai stato un uomo di destra. Lo ha rivendicato a più riprese, dicendosi sturziano e degasperiano».

Che cosa vuol dire esattamente che il nuovo capo dello Stato dev’essere un patriota?

«Mi pare una formula di comodo, un po’ improvvisata, e neanche troppo comprensibile per la pubblica opinione».

Patria è considerato un termine divisivo perché caro alla destra, in realtà dovrebbe essere inclusivo e richiamare un patrimonio comune?

«Le parole si trascinano dietro i significati che a esse vengono attribuiti in certi periodi. Il fascismo ha usato e abusato di questo termine, cercando di attribuirsene il monopolio, e le destre oggi ne pagano lo scotto. Non da oggi, la sinistra preferisce sostituirlo con “nazione”».

Per fissare subito dei paletti, Enrico Letta ha chiesto che il nuovo capo dello Stato sia europeista. I due elementi sono in contraddizione?

«Per come Giorgia Meloni aveva posto la questione, con l’attacco a Macron e alla Francia, sì. Letta sa che i rapporti con l’Unione europea sono una delle questioni che più chiaramente segnano, agli occhi dell’elettorato, la distinzione con il campo avverso, molto meno percettibile su altri terreni, e gioca su questo aspetto».

Quanto dobbiamo stare sereni se l’Europa a cui ci si richiama è quella che in nome dell’inclusività vorrebbe cancellare il Natale e i nomi della tradizione cristiana?

«Il problema è serio, e richiama in causa la questione del politicamente corretto, e quelle connesse dei pericoli della crescita dei caratteri multiculturali e multietnici delle società occidentali. Non è un caso che in Francia sia questo problema ad aver gonfiato le vele della candidatura alla presidenza dell’outsider Eric Zemmour».

Quanto è importante il pronunciamento di papa Francesco che ha sottolineato la necessità di salvaguardare le radici delle nazioni e messo in guardia dal dominio di entità sovranazionali?

«Non molto, visto che sono proprio quelle entità a promuovere fenomeni come l’immigrazione di massa extraeuropea, che il Papa instancabilmente difende dalle accuse dei suoi critici. È difficile salvaguardare le radici delle nazioni quando si contribuisce ad accrescerne l’eterogeneità sotto il profilo culturale e dei modi di vita».

Crede che il centrodestra riuscirà a essere determinante nella partita del Quirinale?

«Considerando l’insipienza strategica di cui i suoi leader hanno dato prova in passato, c’è da dubitarne».

Ha fatto bene Salvini a sollecitare per primo i leader di partito?

«È un modo come un altro per riguadagnare centralità mediatica, ma dubito che la mossa abbia effetti pratici. E difatti è già stata respinta al mittente».

Ritiene anche lei che la proroga dello stato di emergenza nasconda il tentativo di precludere a Mario Draghi la salita sul Colle più alto?

«Può essere, ma se l’interessato vorrà davvero raggiungere quel traguardo, non credo che questo sia un ostacolo insormontabile».

La candidatura di Berlusconi è davvero praticabile o rischia di riportare il Paese al clima di un decennio fa?

«Tutto può accadere, ma l’evento mi pare improbabile, e tutt’al più può risolversi in una sorta di omaggio formale degli alleati alla sua figura istituzionale».

Dopo il dibattito sul ddl Zan, ora il Pd sta alimentando il processo per l’approvazione della legge sull’eutanasia. Che scopo hanno queste campagne in questo momento politico?

«Attrarre le componenti più a sinistra dell’ipotizzato campo largo della coalizione anti destre, che nel recente passato hanno criticato duramente la svolta moderata del Pd, con Renzi e dopo. Ma non sarà un’impresa facile».

Al centro vede un’intesa possibile tra Forza Italia, Carlo Calenda, Italia Viva, Coraggio Italia e Noi con l’Italia?

«Possibile lo è certamente, ma perché si verifichi occorrerebbero circostanze adeguate, come un equilibrio, nei sondaggi pre-elettorali, del peso numerico delle due coalizioni maggiori, per tentare di fare da ago della bilancia».

Pensa che terminata l’esperienza del governo Draghi, se alle elezioni dovesse vincere il centrodestra sarà pronto per guidare il Paese? E i poteri forti glielo consentiranno?

«Se l’elettorato dovesse esprimersi nettamente a favore del centrodestra, le alchimie istituzionali per impedirgli di governare avrebbero poche possibilità di successo. A meno che il fuoco di sbarramento non provenisse dall’interno della coalizione. E questa è un’eventualità tutt’altro che peregrina: Forza Italia e centristi sono mine vaganti».

La pandemia come ha modificato lo scenario politico italiano?

«Lo ha ingessato, grazie al clima emergenziale e allo sfruttamento che ne è stato fatto, ma non ne ha cambiato i connotati. Quando la nevrosi da virus si attenuerà, ce ne renderemo conto».

Pensa anche lei che rischiamo di diventare un Paese in parte autistico?

«Il rischio c’è, visto il clima psicologico degli ultimi due anni».

 

La Verità, 18 dicembre 2021

Vespa avvisa i vertici Rai: se non mi trattate bene…

Felpato, felpatissimo, guardingo, circospetto, sensibile a ogni refolo che soffi nel triangolo Viale Mazzini, Saxa Rubra, Via Teulada dove ha sede lo studio di Porta a Porta. Bruno Vespa centellina le dichiarazioni, dosa le sillabe. Una parola è poca e due sono troppe. Non si resta per 25 anni titolari della cattedra Rai più seguita, dopo aver scalato la redazione del Tg1 fino ad arrivare a dirigerlo, se non si possiedono spiccate doti diplomatiche. In totale fanno sessant’anni nella tv pubblica. Di cui è «il padre nobile», ha scritto ieri il Messaggero, dando notizia che ci sarebbero contatti in corso con Mediaset per un suo trasferimento nelle televisioni del Biscione. Trattativa clamorosa e riservatissima che si starebbe svolgendo ai livelli più alti, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Fedele Confalonieri, riferisce sempre il quotidiano romano. Che aggiunge tiepide, anzi, tiepidissime conferme dell’entourage delle tv berlusconiane – «contatti ci sono stati», non si sa quando, però – e una misuratissima esternazione del conduttore giornalista scrittore: «Finché mi trattano bene in Rai, resto». Quanto a Mediaset «sono molto gentili». Un capolavoro di diplomazia, quello dell’anchorman. Un messaggio a chi di dovere, scolpito in quel «finché mi trattano bene».

Sia in Viale Mazzini che a Cologno Monzese il settore dell’informazione è fluido. Carlo Fuortes, il nuovo amministratore delegato della tv pubblica, ha deciso di applicare la riforma per aree produttive ideata dal suo predecessore Fabrizio Salini. Alla direzione degli Approfondimenti, da cui dipende anche Porta a Porta, si è appena insediato quel Mario Orfeo che nel 2017, direttore generale Rai con Matteo Renzi a Palazzo Chigi, deliberò una revisione al ribasso del contratto di Vespa: 300.000 euro in meno e durata di due anni con opzione per il terzo al posto dell’abituale quadriennale. Visti i precedenti, appare molto verosimile che il titolare della Terza camera del Paese abbia voluto far sapere che, finché lo trattano correttamente, dalla Rai non si muove. Di sicuro a Mediaset lo tratterebbero bene perché sono «molto gentili». Parlando di informazione, anche a Cologno si registrano assestamenti. Pur mantenendo testate e loghi ma razionalizzando le redazioni, Tg4 e Studio aperto passeranno sotto la gestione di TgCom24 di Andrea Pucci e Paolo Liguori. E non è escluso che qualche cambiamento avverrà anche sul fronte dei talk show. Da ultimo, ma tutt’altro che ultimo, Berlusconi ambisce al Quirinale e la vicinanza di un conoscitore delle stanze romane come Vespa, che il Cav stesso paventò di candidare al Colle, potrebbe rivelarsi utile.

 

La Verità, 23 novembre 2021

«La strada per il Colle passa dal centrodestra»

Patti chiari e intervista lunga, Bruno Vespa è un maestro di ospitalità che sa mettere a proprio agio l’interlocutore invitato nell’accogliente casa di Cortina d’Ampezzo dove, come tutti gli anni ad agosto, l’ex direttore del Tg1 e conduttore di Porta a porta, la Terza camera del Paese, trascorre un paio di settimane di vacanza. I patti sono che non si parla di televisione e di Rai, ma di politica e del suo Quirinale – Dodici presidenti tra pubblico e privato (Rai Libri), ora che è iniziato il semestre bianco che porterà alla scelta del successore di Sergio Mattarella (sé medesimo?) nel prossimo mese di febbraio.

A tutte le elezioni del presidente della Repubblica il candidato più accreditato viene giubilato. È successo a Giovanni Spadolini, Giuliano Amato, Franco Marini, Massimo D’Alema, Romano Prodi…

«Tranne che a Francesco Cossiga, sul quale funzionò il patto di ferro stabilito in precedenza tra Democrazia cristiana e Partito comunista».

Stavolta a chi toccherà?

«A nessuno perché ancora non c’è un candidato esplicito. Ci sono tanti aspiranti coperti, ma nessuno si scopre per non esser costretto a dire di esser stato giubilato».

Parlando di candidati coperti, anche lei, come si legge nel libro, ha rischiato di correre a sua insaputa.

«Quello è un fatto divertente. Silvio Berlusconi disse a Matteo Renzi che siccome, a suo avviso, conosco bene l’Italia… “perché non eleggiamo lui?”. Era solo una battuta, che fu Renzi a riferirmi».

Anche il patto del Nazareno fu tradito quando Renzi estrasse dal cilindro Sergio Mattarella. Come giudica il suo settennato?

«Mattarella è uno dei presidenti più amati, forse il più silenzioso di tutti. Ha incaricato tre maggioranze diverse in tre anni, muovendosi bene in momenti delicati. Soprattutto in occasione della formazione del primo governo Conte e in quella della mancata nascita del Conte ter».

Anche la crisi dell’agosto 2019 non è stata uno scherzo.

«No. Ma la maggioranza imperniata su M5s e Pd è stata una scelta più facile, tant’è vero che se n’era già parlato dopo il voto del marzo 2018».

Quando non diede l’incarico a Matteo Salvini nonostante il centrodestra avesse la maggioranza relativa?

«Non era sufficiente. È vero che il mandato a Roberto Fico fu molto più lungo di quello concesso a Elisabetta Alberti Casellati. Ma Salvini avrebbe dovuto cercarsi 50 parlamentari e sarebbe stato un governo fragilissimo. Poi fu Renzi a mandare all’aria l’ipotesi Pd-M5s in televisione. Mentre fece nascere il secondo governo Conte e ha impedito la nascita del terzo».

È il king maker dei governi pur con un partito infinitesimale.

«I sondaggi lo penalizzano, ma ha 47 parlamentari e conta di farli pesare anche nell’elezione del prossimo capo dello Stato».

Un po’ come faceva Bettino Craxi?

«Craxi aveva il 13%, Renzi era più forte nel Pd».

Con poco determina molto?

«Come Ghino di Tacco: bisogna passare per Radicofani».

Mattarella si è opposto anche alla scelta di Paolo Savona ministro dell’Economia.

«Quasi tutti i presidenti hanno imposto dei ministri, ma l’hanno fatto con il consenso del premier incaricato. Il veto su Savona è l’unico caso in cui un governo non è nato perché il capo dello Stato ha respinto un ministro».

Com’è cambiata la figura del presidente nella Seconda repubblica?

«È cambiata con l’avvento di Berlusconi. Mai Oscar Luigi Scalfaro si sarebbe comportato come fece se non fosse stato Berlusconi capo del governo. Scrivergli una lettera di galateo istituzionale alla quale Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti con il Parlamento, rispose giustamente per le rime, fu un comportamento inedito nei rapporti tra Quirinale e Palazzo Chigi».

Con l’avvento di Berlusconi i presidenti sono diventati più interventisti?

«Sì, certo. Lo hanno tenuto sotto tutela. Che lui sia propenso alle scappatelle è evidente, ma loro lo hanno ripetutamente messo in collegio».

Nel caso della nomina di Mario Monti seguita all’invito a dimettersi a Berlusconi di Giorgio Napolitano si è parlato di «dolce colpo di Stato».

«L’ha scritto il sociologo vicino alla sinistra tedesca, Jurgen Habermas. Sicuramente fu un comportamento anomalo, tutto documentato. E emerso a posteriori fa una certa impressione. Tuttavia, dopo la guerra che gli fece Fini, Berlusconi aveva una maggioranza risicatissima, puntellata dai cosiddetti responsabili».

La lievitazione dei poteri del capo dello Stato è conseguenza dell’indebolimento della classe dirigente attuale?

«Non c’è dubbio. È una supplenza di debolezze crescenti. E meno male che Mattarella si è comportato con equilibrio in situazioni che stavano scappando di mano. Direi che Draghi è stato il suo capolavoro».

Dipende anche dal fatto che i presidenti si sono assunti il compito di ridimensionare il centrodestra, dopo Berlusconi anche Salvini?

«Per Scalfaro, Berlusconi era un marziano. E non c’è dubbio che Salvini al governo sia vissuto come un’anomalia legittima».

Anomalia legittima… vengono in mente le convergenze parallele.

«È legittimo che Salvini sia al governo, ne ha tutto il diritto. Anche Mattarella ha chiesto la partecipazione di tutti. Ma non c’è dubbio che sia vissuto come un’anomalia, basta vedere i frequenti scontri con il Pd. Il fatto che due partiti come Lega e Pd approvino insieme riforme importanti è un miracolo congiunto di Mattarella e di Draghi».

L’anomalia è dovuta al fatto che Salvini è cresciuto nella Lega, partito dell’antipolitica come lo era Forza Italia?

«La Ztl della società italiana non si rassegna all’idea che ci sia la destra al governo. È un percorso lungo, vedremo come andranno le prossime elezioni. Il Pd è il legittimo punto di riferimento della classe dirigente e delle élites culturale, burocratica e, in parte, anche imprenditoriale italiana. Anche quando ha il consenso della maggioranza degli italiani, il centrodestra ha la vita più difficile…».

In questi anni Mattarella avrebbe potuto pronunciarsi a proposito delle varie crisi che hanno attraversato la magistratura?

«È una domanda alla quale preferisco non rispondere, per un riguardo al capo dello Stato. Posso solo dire che la magistratura sta vivendo la crisi più grave della storia repubblicana , ancora non si è capito come possa superarla e il Presidente della Repubblica lo è anche del Consiglio superiore della magistratura».

Scalfaro è quello che esce peggio nella galleria dei suoi ritratti?

«Sì, lo metterei in coda alla lista».

Mattarella rimarrà contrario all’idea di prolungare il mandato fino al 2023?

«Credo che il libro dimostri l’assoluta fragilità delle previsioni sul Quirinale. Nel merito ci sono due scuole di pensiero. Una per la quale Mattarella resterà fino a fine legislatura. L’altra, come lui ripete, che non accetterà prolungamenti. Secondo me la prima ipotesi è irrispettosa e con qualche elemento di debolezza. Si rieleggerebbe Mattarella, ma non per sette anni. Credo non si possa fare un contratto con il capo dello Stato in cui si dice: va bene, grazie, adesso ci porti a elezioni e poi te ne vai. Se si elegge Mattarella, lo si elegge per l’intero settennato».

Con Napolitano andò più o meno così.

«Ma decise lui di andarsene dopo due anni. Non si può fotocopiare Napolitano in una situazione diversa».

Oggi la situazione è ancora più complessa per l’emergenza sanitaria e il ruolo internazionale di Draghi.

«Non c’è dubbio che togliere Draghi da Palazzo Chigi sarebbe un peccato, ma il Paese potrebbe essere accompagnato a elezioni dal suo ministro dell’Economia, Daniele Franco. È sicuro anche che dal Quirinale Draghi potrebbe rivestire un ruolo superiore in campo internazionale. Ma parlarne ora è fantascienza. Tutto si deciderà tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio».

Una volta Napolitano le disse che erano maturi i tempi in cui il Quirinale avrebbe potuto essere occupato da un uomo proveniente dalla destra. Previsione realistica, profezia precoce o fantapolitica?

«Servono particolari condizioni politiche e sociali perché un uomo di destra vada al Quirinale. Oggi per la prima volta il centrodestra è decisivo per eleggere il capo dello Stato. Naturalmente conviene che sia una scelta condivisa».

Il Corriere della Sera è già sceso in campagna per il Quirinale?

«L’elezione del presidente della Repubblica è il gioco politico più appassionante dei prossimi sei mesi. È normale che i giornali ci costruiscano un giallo a puntate».

Sperando di piazzare il loro investigatore?

«E chi sarebbe?».

Walter Veltroni è un’importante editorialista del Corriere.

«Walter ha grandi capacità negoziali. Sta a lui convincere il centrodestra a votarlo».

Il giudizio generale sul governo Draghi è positivo: poteva segnare maggiore discontinuità nella lotta al Covid?

«La discontinuità è rappresentata dalla scelta del generale Figliuolo. Siamo passati dalle primule alla rinascita della Protezione civile che era stata lasciata morire».

Vera discontinuità sarebbe stata cambiare Roberto Speranza?

«Difficile cambiare il ministro della Sanità in piena emergenza».

Quanto crede al partito unico del centrodestra?

«In astratto, tra Lega e Forza Italia è possibile, anche se non si fa dalla sera alla mattina. Con la Meloni serve ancora più tempo».

Sul piano dei numeri sarebbe conveniente?

«La storia dice di no. Tutti i partiti che si fondono riducono i loro consensi. Ma le circostanze attuali potrebbero essere più favorevoli all’unificazione».

Come valuta la strategia di Enrico Letta di puntare sull’alleanza con Conte?

«È un esperimento interessante. Vedremo come finirà».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative del 3 ottobre?

«E chi lo sa? I sondaggi agostani sono un non senso, quelli affidabili arrivano a tre settimane dal voto. Sono chiamati alle urne venti milioni d’italiani in mille comuni…».

Anche in Italia avremo una grossa coalizione?

«Qualcuno poteva immaginare Letta e Salvini insieme al governo in una situazione come questa? La grossa coalizione c’è già, ed è stata una fortuna. Per la sua collocazione internazionale, Salvini ha fatto bene a entrarci. Come la Meloni a starne fuori, perché avrebbe contato molto poco».

 

La Verità, 14 agosto 2021