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La meta si avvicina, talk show antiMeloni sfrenati

Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente. I sondaggi hanno già certificato il sorpasso sul centrodestra, con e senza Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci. Nel circo dei talk show è tutto un fregarsi di mani, un darsi di gomito, un ammiccare al successo imminente. Non è una consapevolezza teorizzata. Sembra più una tendenza, una corruzione di abitudini. Uno slittamento della frizione che consente di superare i limiti del codice dell’informazione. Ufficialmente, i titolari delle teletribune accusano il governo di fare propaganda mentre, in realtà, sono già in piena campagna elettorale.
Non ancora archiviato, il «caso Ranucci-Nordio» ci aiuta a capire cosa sta succedendo. È qui che il salto di qualità è diventato esplicito. Ospite di Bianca Berlinguer su Rete 4, il conduttore di Report nonché principe del giornalismo d’inchiesta dice che una fonte gli ha riferito che il Guardasigilli è stato ospite della residenza di Giuseppe Cipriani, protagonista con Nicole Minetti dell’adozione di un bambino (con gravi problemi di salute) che ha portato alla controversa concessione della grazia del presidente Sergio Mattarella all’ex igienista dentale. Un’insinuazione infamante rivelatasi un’illazione. «È una pista che stiamo verificando», ha detto in diretta Ranucci. Evaporata la fonte, cospargendosi «il capo di cenere», tre giorni dopo ha cavillato: «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia». Dopo l’ammissione dell’eccesso, il ministro della Giustizia ha rinunciato a sporgere querela. Meno magnanimemente l’ha mantenuta per la conduttrice di È sempre cartabianca e la rete che ha diffuso la notizia non verificata. È il sintomo della patologia. Neanche fosse un Nicola Gratteri qualsiasi (ricordate la lettura senza filtro di un messaggio sul cellulare che attribuiva a Giovanni Falcone la contrarietà alla separazione delle carriere) il campione del giornalismo d’inchiesta dà una notizia in diretta tv senza prima controllarla. «Trascende ogni mio controllo», diceva il visconte di Valmont in Le relazioni pericolose parlando dei suoi sentimenti verso madame de Tourvel. Così Ranucci, la tentazione era indomabile, la preda a portata di scoop: mandare a casa Nordio e, a cascata, il governo.
Gli argini sono infranti. Non che prima per «il governo delle destre» i salotti tv fossero centri benessere con musica soffusa. Tutt’altro, tra Otto e mezzo e DiMartedì, tra Il cavallo e la torre e Realpolitik per i meloniani spira da sempre un’aria tagliente. Ma da dopo il referendum sulla giustizia qualcosa è cambiato. In peggio. Prendiamo Matteo Renzi, autore di L’influencer (Piemme), soave odiografia dedicata alla presidente del Consiglio. Dalla sera della sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura ne chiede ossessivamente le dimissioni. Non a caso, ha messo le tende a La7. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris se lo passano come un attrezzo da lavoro. Efficace, funzionale e che non tradisce. Siccome lui, che ci aveva scommesso il posto da premier si dimise quando perse il referendum sul Senato, ora deve farlo Giorgia Meloni che pure, fin dall’inizio, aveva evitato di confondere le sorti del governo con l’esito del voto sulla giustizia. Non importa, il senatore di Rignano insiste e persiste mandando in sollucchero i conduttori in campagna. Nell’ultima monocorde puntata di DiMartedì, Floris ha mostrato a tutti gli ospiti, Massimo Giannini, Walter Veltroni, Renzi e Rocco Casalino, le stesse dichiarazioni in pillole della premier. Sul Piano casa, su Trump, sulla longevità del governo. «È un valore in assoluto la longevità?», ha chiesto mostrando flashback degli eccessi del governo berlusconiano ancora al primo posto nella classifica di durata. «Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni», ha premesso Giannini, «ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Si può ricorrere a un paragone così irrispettoso verso tante persone che vivono una condizione di menomazione? Sì, se la missione assoluta è colpire l’odiato nemico. E pazienza se il livore fa dimenticare anche l’uso del congiuntivo.
Su X il collaboratore della piattaforma digitale Galt Media Davide Scifo, 45.000 followers, ha radiografato lo schieramento dei programmi di approfondimento politico, non solo i talk show, conteggiandone 15 di sinistra, cinque di destra e solo quattro neutrali. Un calcolo abbastanza attendibile, nonostante tra i titoli progressisti non compaiano né La torre di Babele, né In altre parole di La7, né Splendida cornice di Rai 3. Mentre 4 di sera di Paolo Del Debbio è inserito tra quelli di destra sebbene, dividendo sempre in parti uguali il parterre degli ospiti, sia il più ecumenico dei talk. Quanto alla Rai, Porta a Porta è iscritto nell’area della destra, Il cavallo e la torre in quelli di sinistra mentre ben tre (Agorà, Restart e Farwest) figurano tra i neutrali. Alla faccia di TeleMeloni.
Dove invece l’antimelonismo, più ancora che il campolarghismo, è uno show freddo e cinico è chez Lilli Gruber. La quale, in campagna elettorale, lo è dal giorno dopo la vittoria della coalizione di centrodestra. Disinibita da subito, ha brevettato il jingle cantato in loop «E allora Giorgia Meloni?». All’unanimità, è la pifferaia dei conduttori antigovernativi, variegata formazione che annovera dal più idealista dei giornalisti al più sarcastico dei comici militanti. Alla vigilia del 25 aprile faceva tenerezza vedere Marco Damilano dare del tu alla staffetta partigiana novantacinquenne Luciana Romoli. Prima di concludere la puntata esaltando la berlingueriana «grande ambizione» mentre brandiva, commosso, un simbolico papavero. Meno compassione ispira, invece, Maurizio Crozza che sul Nove ridicolizza in sequenza Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Adolfo Urso e Antonio Tajani. Salvo poi improvvisarsi consigliere d’immagine di Silvia Salis, sindaca della città dove risiede, tirandole un pippone sull’imprudente intervista concessa al patinato Vanity Fair. Ma si sa, la campagna è campagna, anche la comicità scende in campo e, senza freni inibitori, la telepolitica diventa un kamasutra tutto da godere.

 

La Verità, 8 maggio 2026

Ranucci si scusa con Nordio e prova a svicolare

Zero passi avanti, uno indietro e una supercazzola. È la sintesi dell’ultimo episodio della serie intitolata Il giornalista e il ministro: Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e principe dell’informazione d’inchiesta e il Guardasigilli Carlo Nordio. Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal coro che con il 6,13% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.

 

La Verità, 5 maggio 2026

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

Il gioco di squadra non abita in Viale Mazzini

Stasera è una serata no, per me», ha cominciato a lagnarsi fin dall’anteprima Bianca Berlinguer, martedì scorso. A farle da spala, c’era, come al solito l’«alpinista scrittore» Mauro Corona. Pausa pubblicitaria e imbeccata studiata ad hoc. No, con la «Biancaneve» non si può scalare, non si può finché la neve non è ben assestata. «Lei è assestata, Bianchina?». «Questa sera non sono per niente assestata, tutt’altro!», ha replicato la conduttrice. «Sono molto arrabbiata, ma non posso dirlo ai nostri telespettatori, non sarebbe giusto. Ma troverò il modo di comunicarlo…». Si sussurra di una telefonata di protesta ai piani alti di Viale Mazzini.

Il motivo del lamento è come mai Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, abbia scelto di sconfinare su La7 chez Giovanni Floris per difendersi dalle accuse di tenere bordone ai no-vax. Figuriamoci. La questione è grave ma non seria, come sempre in Italia, tanto più nella Rai del servizio pubblico. Detto in due parole: oltre che conduttore di Report, Ranucci è anche vicedirettore di Rai 3. Lunedì sera, all’interno del suo programma, aveva mandato in onda un’inchiesta nella quale si ponevano alcuni interrogativi sull’obbligo della terza dose vaccinale. Apriti cielo: il Comitato di salute pubblica, il mix di politici e opinionisti gauchistes che governa l’infodemia emergenziale, ha gridato allo scandalo, signora mia! Con la sua erre blesa e la sua aria ingannevolmente pacioccona, Ranucci ha dovuto trovare il modo di difendersi. Ho fatto solo del giornalismo, ha detto, dubitando che i detrattori del servizio incriminato l’avessero visto davvero perché, nel dettaglio, era tutt’altro che funzionale alla mentalità no vax.

Il problema per la Rai targata Carlo Fuortes, improvvisamente divenuta nella narrazione mainstream un posto idilliaco, è che queste argomentazioni Ranucci è andato a rappresentarle a DiMartedì (share del 4,8%, un milione scarso di spettatori), programma concorrente di #cartabianca (4,2%, 852.000 spettatori) in onda sulla rete che vicedirige. Bizzarro, no? Dopo aver scoperto che era stato regolarmente autorizzato, ancor più bizzarramente si è scoperto che, invece, non era stato invitato nel salotto di B.B. Ovviamente, Floris non ha perso l’occasione di ospitare il giornalista al centro delle polemiche. Così, ai piani alti di Viale Mazzini, hanno facilmente potuto replicare alla Berlinguer che avrebbe dovuto giocare d’anticipo. Ma si sa, il gioco di squadra non è esattamente il punto di forza della Rai. Per Fuortes e Marinella Soldi c’è ancora parecchio da lavorare.

 

La Verità, 5 novembre 2021

Milena Gabanelli e l’arte di lasciare al momento giusto

È stata una sorpresa il saluto finale di Milena Gabanelli al termine dell’ultima puntata di Report (Rai 3, lunedì, ore 21.30, share del 7,56 per cento). Sorpresa non tanto per il congedo dopo vent’anni di conduzione dello storico programma, di cui si aveva già notizia. Quanto per il modo in cui è avvenuto. La giornalista ha presentato al pubblico uno a uno i colleghi che compongono la squadra e firmano le inchieste. «A Sigfrido Ranucci passerò il testimone. Siete in buone mani, siamo in 13 e come vuole la tradizione degli Apostoli, Report tornerà a Pasqua. Ma stavolta toccherà a lui portare la croce. Per quel che mi riguarda resterò nei paraggi, ma di certo sono stati 20 anni indimenticabili». Poi, intonando I’ve been loving you too long di Otis Redding, si è girata ad abbracciare i collaboratori e, come si usa, ha strappato la scaletta lasciandosi andare alla commozione. Anche l’algida Gabanelli ha un cuore. La conduttrice inflessibile, autrice di un giornalismo senza cedimenti, bombardata da querele regolarmente vinte, mai chiacchierata per questioni che non fossero di stretta natura professionale, mai compiaciuta della sua popolarità, certamente uno dei migliori esempi di cosa significhi fare servizio pubblico, ha mostrato il suo lato tenero. Si può tranquillamente azzardare che la commozione non deriva da egocentrismi o da dipendenza da video come tanti altri casi insegnano, ma dall’allentarsi del rapporto con i telespettatori. Per rispetto dei quali l’ultima puntata della stagione aggiornava lo stato delle inchieste con l’hashtag #comèandataafinire. La proposta avanzata dal programma di gestione statale diretta dell’accoglienza ai migranti senza far ricorso a opache cooperative, lo stato di manutenzione dei viadotti dell’Anas dopo il crollo di quello in provincia di Lecco, gli investimenti in diamanti proposti dalle banche, la gestione del marchio Ferrari e l’improvviso divorzio da Luca Cordero di Montezemolo, i ripetitori abusivi sulla Torre Massimiliana a Verona, i gettoni d’oro dei premi dei concorsi Rai coniati dalla Zecca dello Stato. Al termine su schermo nero con il logo di Rai 3 è comparsa la scritta: «Grazie Milena Gabanelli». Anche su Twitter è stato un diluvio di omaggi e ringraziamenti. È stato notato che i giornalisti di Report sono esterni ai quali la Rai rinnova annualmente il contratto: sarà paradossalmente per questo che fanno giornalismo d’inchiesta da servizio pubblico? Personalmente sospetto di sì. L’alto grado d’indipendenza ha consentito un’informazione che, negli anni, è andata a scomodare senza indulgenze politici e massimi dirigenti di enti e aziende di primissima grandezza, Rai compresa.

La Verità, 30 novembre 2016