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Santoro, Formigli… il fuoco amico mette al rogo Ranucci

I big mollano Sig. Le grandi firme del giornalismo scaricano Ranucci. Corrado Formigli e Michele Santoro sono gli ultimi due in ordine di apparizione. Due portabandiera del telegiornalismo d’inchiesta, mica due scribacchini al soldo delle destre o del governo Meloni. Ma la lista è lunga, padri nobili dell’informazione hanno criticato la sua condotta. Corrado Augias ha parlato di «ingenuità». Giovanni Minoli, inventore con Milena Gabanelli, di Report, ha sottolineato la necessità di mantenere la giusta distanza dalle fonti, «se invece l’obiettivo è ottenere un risultato a qualunque costo, allora la distanza scompare». Accuse piovono anche da importanti colleghi che lavorano al programma e chissà cosa accadrebbe nella redazione se, con l’aiuto dei giudici, l’ormai ex conduttore riuscisse a riprenderne il comando.

«Penso che Sigfrido abbia sbagliato nello stringere un rapporto così stretto con una persona come Lavitola. Ha finito per mettere in imbarazzo la sua squadra»: è il giudizio di Formigli che riparte stasera con Piazzapulita su La7. A proposito della squadra, critiche inequivocabili sono arrivate da Giorgio Mottola, storico inviato e stretto collaboratore del conduttore di Report, ospite di diMartedì di Giovanni Floris: «Ranucci ha commesso un peccato di ingenuità, ha costruito questa relazione con Lavitola che fin da subito noi inviati abbiamo definito “inopportuna e inappropriata” perché va ben oltre il rapporto con una fonte. E finora, Ranucci non ha preso le distanze da Lavitola, ma neanche ha espresso parole di censura nei confronti del suo attentatore». Sentenza molto simile a quella pronunciata un paio di sere fa da Santoro che negli studi di Lo stato delle cose di Massimo Giletti aveva definito «imperdonabile» il comportamento dell’ex conduttore di Report. «Il punto è che dopo che è emerso che Lavitola era reo confesso dell’attentato, Ranucci non ha preso le distanze da Lavitola. Questa cosa è imperdonabile, imperdonabile», ha ribadito Santoro. «Andare a mangiare nel ristorante di Lavitola non è una colpa, essere amico di qualcuno che è stato punito per qualche reato non è una colpa. Ma non ci può essere un’amicizia a prova di bomba», ha proseguito l’ex conduttore di Servizio pubblico. «Non ci può essere un’amicizia che supera il fatto che tu hai fatto una roba che fa la mafia, che fa la camorra. Io, se anche io e te siamo amici e tu mi fai un attentato di questo tipo», ha concluso, rivolto a Giletti, «io ti mando affanc…, chiaro? Senza mezzi termini».

Formigli, Mottola, Santoro: a proposito di amicizie, più o meno fraterne, è il caso di dire che per il povero Sig il fuoco amico si sta trasformando in un incendio. Un rogo che continua ad ardere. Tra i primi a criticare il successore di Milena Gabanelli era stata Selvaggia Lucarelli a Ferragosto: Ranucci ha «la tendenza a raccontarsi come bersaglio per le sue inchieste», scrisse nella sua newsletter Vale tutto in dissenso con la difesa monolitica del conduttore attuata dal Fatto quotidiano. «Se contesti un servizio di Report, rischi di essere rappresentato non semplicemente come qualcuno che ne discute metodo e contenuti, ma come parte di quel sistema di pressioni dal quale Report deve essere difeso. Insomma, un suo nemico. Sicuramente di destra». Poi Lucarelli si era soffermata sulla contraddizione tra il presunto caso di Metoo scoppiato nel 2021 nella redazione con accuse di molestie, mobbing e rapporti sessuali, subito negati da Ranucci, e i racconti di relazioni con fonti e stagiste contenuti nella sua autobiografia e poi derubricati a «brani romanzati». «Ma non era un’autobiografia rigorosa», si era chiesta la giornalista, prima di concludere che «Report non è la Bibbia e Ranucci non è Dio». Pochi giorni dopo ci aveva pensato Roberto Saviano con un video su YouTube a mettere il carico pesante facendo intendere che Sig non è all’altezza del tanto sbandierato giornalismo d’inchiesta: «Un giornalista d’inchiesta vive di relazioni impresentabili, parla con i pentiti, cena con i faccendieri… la fonte non si sceglie mai tra le anime belle, si sceglie tra chi sa le cose. E chi sa le cose spesso è fango». Il problema tra Ranucci e Lavitola è «che non c’è distanza, non c’è diffidenza, non c’è il sospetto come igiene professionale verso la fonte». Così «la fonte diventa amica e Ranucci è raggirato». Lusingato e adulato dal faccendiere e «amico fraterno» che gli girava i messaggi dei fan: «Milioni di italiani ti vogliono alla guida del Paese».

Il giudizio più netto però è quello formulato ieri da Formigli, intervistato da Repubblica: «Se tu attacchi il potere, col giornalismo, non devi metterti in condizione di farti attaccare, di far attaccare la tua redazione. Devi rimanere libero. Servirebbe una riflessione su questo». Che però non c’è stata, perché ha prevalso «il tifo, pro o contro. Ma così si sfugge alla complessità della vicenda e anche alle responsabilità che abbiamo noi giornalisti verso il pubblico. Anche a sinistra», allarga le responsabilità il conduttore di Piazzapulita, «c’è stato troppo silenzio». Già, troppo. Sul tema, la segretaria del Pd Elly Schlein è ferma alla dichiarazione fatta nel suo intervento al congresso del Pse ad Amsterdam (18 ottobre 2025) quando, dopo aver solidarizzato con Ranucci, aveva fatto intendere che l’attentato era frutto del clima creato dal governo: «La democrazia è a rischio e la libertà di stampa è a rischio quando l’estrema destra è al governo», aveva scandito. Da allora si attendono ancora rettifiche e scuse.

 

La Verità, 17 settembre 2026

Al Lido il film sul Sun che smonta il «ranuccismo»

L’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si è aperta con un film che è un pugno allo stomaco di Sigfrido Ranucci e del ranuccismo. Un film che smonta il giornalismo come missione etica, che si prefigge di indottrinare e migliorare le persone. S’intitola Ink (inchiostro), è diretto da Danny Boyle, regista britannico di Trainspotting e di The Millionaire, quest’ultimo premiato con l’Oscar. Un regista pop, provocatore e di grande impatto com’è questo suo film che quando arriverà nelle sale farà discutere e potrà avere un discreto successo. È tratto dall’opera teatrale di James Graham, che qui firma come sceneggiatore, e narra la vera storia del Sun, il tabloid acquistato da Rupert Murdoch che sul finire dei Sessanta rivoluzionò il giornalismo anglosassone diventando il quotidiano più venduto nel mondo anglofono. «Il 1969, l’anno in cui l’uomo ha messo piede sulla Luna per la prima volta», si legge nelle note del regista, «è anche l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb hanno lanciato un quotidiano destinato a cambiare il mondo in modo ancora più radicale. Ben prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social; decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini hanno dato vita a un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, è diventato il giornale più venduto al mondo». Boyle fa interpretare il «pecoraio australiano» da Guy Pearce, australiano a sua volta, in una gara di pragmatismo con «il suo agnellino» Larry Lamb, il direttore con la mascella squadrata impersonato da Jack O’Connell. È una guerra contro le regole dell’informazione paludata e i conformismi della city londinese dove dominano il Daily Mirror e il Telegraph, testate «che trasudano supponenza e autocompiacimento», convinte di dover inoculare la buona morale nei lettori. Ci si entusiasma, soprattutto all’inizio, per la rivalsa degli outsider, i perdenti che ora incalzano la concorrenza puntando sugli scandali, il gossip e lo sport.

Insieme a questo Ink, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi (sezione Orizzonti) che racconta la vita di Gerda Taro, fotoreporter e compagna di Robert Capa, ha completato una giornata incentrata sull’informazione. Un tema molto caro anche a George Clooney che alla Mostra del 2005 presentò da regista e interprete Good night, and good luck e che ieri, nel corso della serata inaugurale, è stato premiato con il Leone d’oro alla carriera.

Particolarmente stimolanti, alcuni spunti del film di Boyle avranno fatto fischiare le orecchie agli «inviati di Report», ai fautori del giornalismo a tesi e ai «conduttori unici delle coscienze» che amministrano i talk show delle nostre tv. Per il regista britannico la disintermediazione, il ridimensionamento del giornalista-guru che monta, smonta e smista «la verità», inizia al Sun. Lo mostra la scena della riunione di redazione in cui Lamb interroga i suoi collaboratori: quali sono le vostre passioni reali, che cosa vi entusiasma davvero, a cosa pensate quando siete da soli? «Io guardo la televisione», rivela la reporter più sagace, interpretata da Claire Foy. Io lo sport, io vado in discoteca al pub e a ballare, a me interessano le donne e il sesso, a me il denaro, sono le altre risposte. Poi, certo, anche tra questi «reietti», scarti degli altri giornali, c’è chi dice di pensare «alla traduzione dal francese delle opere minori di Émile Zola». Ma a Lamb basta per sovvertire la gerarchia delle notizie: basta con il Guatemala e quello che succede a Washington… Il «giornalismo a specchio» sostituisce quello «fatto da una finestra», e il grafico delle vendite prende a salire vertiginosamente, prima accorciando il distacco dal Mirror, poi…

«Sì, il film parla di una storia di più di cinquant’anni fa, ma è una storia che c’entra con il presente e con il modo di informarci di oggi», ha osservato Boyle nell’incontro con i media. «Quell’epopea è entusiasmante perché Murdoch era straniero, non piaceva all’establishment britannico e si scontrava con forti pregiudizi. Anche noi siamo prigionieri di una certa narrazione sul suo conto. Ma quello in quegli anni l’abbiamo visto ribaltare le regole di un sistema monolitico e molto paternalista guidato dai giornali tradizionali». «Con il Sun è finito il giornalismo che si preoccupava di informare ed educare», ha sintetizzato lo sceneggiatore. Poi, certo, la strada imboccata si portava dietro altri pericoli. Ancora Boyle: «Siamo saliti su uno scivolo che ci ha portati in un luogo oscuro, un posto dove tutto può succedere, come ci mostra il personaggio di Jack O’Connell che a me ricorda Al Pacino del Padrino». Un uomo senza scrupoli, che supera lo stesso Murdoch nella gara di cinismo quando, per battere definitivamente il concorrente, prima rompe il tabù del nudo di donna in prima pagina, poi sceglie di cavalcare sul giornale il rapimento della moglie del vicepresidente del gruppo editoriale. Il sorpasso sulla concorrenza si realizza, ma il prezzo è molto alto. Troppo anche per Murdoch, uomo d’affari sì, ma anche editore che amava il giornalismo e seppe porsi dei limiti.

 

La Verità, 3 settembre 2026

Giù dal trapezio, Sigfrido plana sulla rete dei giudici

Sveglia, Sigfrido. Wake up, usando un verbo di moda. Scuotiti. E prova, per un attimo, a uscire dal tuo personaggio; anzi, dai tuoi, al plurale. Prova a guardarti dalla giusta distanza, come si predica nelle migliori scuole di giornalismo (anche non d’inchiesta). Prova a farlo e a farti, di conseguenza, qualche semplice domanda. Come fanno a stare nella stessa frase «giornalismo d’inchiesta» e «azzeramento della credibilità»? Come fanno a essere compatibili un ruolo di primo piano, in senso lato e anche televisivo, nel servizio pubblico – mi piacerebbe sapere che concetto ne hai – e la fraternità con un faccendiere pluricondannato (emoticon perplesso con pollice e indice sul mento)? Perché, se osservi con distacco, è questo che è successo. Che ti è successo. Sinonimi di credibilità: autorevolezza, attendibilità, credito, fiducia, onore, prestigio. Dopo tutto quello che è capitato, tra il Cefalù in Monteverde, lo studio in via Teulada e Pomezia, è indubitabile che quote consistenti di credibilità siano andate smarrite. E allora, caro Sigfrido, wake up. Ora si capisce anche troppo bene il perché del tuo post post Report che parla di «mondo mostruoso governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». Tutto chiaro: il mondo senza la tua conduzione di Report, affidata a due colleghi che mortificano 30 anni di professionalità e di storia, è un posto mostruoso. E ancora più chiaro è il riferimento alla magistratura, con la quale tutto può succedere, visto l’endorsement tributatoti dall’Anm. Ma anche visto il successivo imbarazzato silenzio, una volta emersi i fatti della bomba d’amore, il sondaggio e tutto il resto. Tutto può succedere, anche che un magistrato faccia combaciare la corona da «principe del giornalismo d’inchiesta» con i tanti trapezi da cui ti sporgi nella mezza dozzina di ruoli interpretati nello show che stai portando in giro per l’Italia dei follower. Con l’aiuto del sempre solerte Usigrai, si troverà un magistrato che riuscirà a rendere accettabile il trapezio di habitué del bistrot di proprietà di Valter Lavitola che ha incaricato strane comparse di simulare un attentato per accrescere il tuo stato di vittima e la tua popolarità. Si troverà un magistrato in grado di rendere plausibile la tentazione a lungo coltivata – con il supporto di Valterino direttore marketing al quale passavi le mail riservate del capo degli Approfondimenti Rai – di candidarti a premier (un attrezzo non afferrato?) nello schieramento opposto a quello del governo attuale, abituale bersaglio dei tuoi Report? Un magistrato che saprà marginalizzare il trapezio delle acrobazie amatorie con stagiste e fonti varie, che passerà sopra la rivelazione, sempre a una fonte, che la Rai «è piena di mafiosi e massoni». E si scoverà un magistrato che, sempre a proposito di compatibilità con il servizio pubblico, si dimenticherà dell’autoparagone con uomini come Piersanti Mattarella Aldo Moro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia e dai terroristi.

Su quale di questi vari trapezi ti saresti ripresentato nel Barnum della telepolitica? Lo sai meglio di tutti, la televisione è traditrice, palesa ciò che si vorrebbe rimuovere. Come l’eccesso di autostima e le cicatrici nascoste dal cerone che prima o poi si scioglie sotto i riflettori. Adesso t’imbarchi nella guerra di carte bollate e tribunali per farla pagare a Matrigna Rai. Sali sul trampolino del giornalismo libero, della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione: tu che sei stato oggetto «di una character assassination che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e forse anche a livello mondiale». Hai detto così, no? Su, Sigfrido, fatti coraggio, se Ocasio-Cortez ha rinnegato il woke, anche tu puoi farcela… E consolarti con la vicedirezione al Tg3 con delega agli speciali, a Rainews per gli approfondimenti o la corrispondenza dal Cairo, che non è solo il posto dove torturarono Regeni. Solo la sbarra del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico sarà duro riagguantare. «Lunga vita a Report», ha detto Milena Gabanelli.

 

La Verità, 30 agosto 2026

«Quante Verità nascoste in Italia ancora da svelare»

Dopo 22 anni in Rai, Milo Infante è appena atterrato sul pianeta Mediaset dove condurrà due programmi su Rete 4: una striscia quotidiana al mattino e una prima serata al martedì, al posto di È sempre cartabianca di Bianca Berlinguer.
Qual è il suo stato d’animo per il debutto: curiosità, entusiasmo, preoccupazione?
Prevale la preoccupazione per l’impegno in una realtà editoriale diversa e in un orario tutto nuovo. Credo sia giusto essere preoccupato perché Mediaset ha delle aspettative sul mio lavoro. Proverò a farlo al mio meglio. Il sentimento prevalente è la preoccupazione unito alla felicità per la nuova avventura.
Mediaset le chiede uno share minimo?
Non ne abbiamo parlato perché la striscia quotidiana di Ore 11 è una sperimentazione. Ci aspettiamo che cresca gradualmente. In Rai, all’inizio, Ore 14 faceva l’1.9% per poi raggiungere punte del 13. Mi sembra che alla presentazione della stagione il presidente Pier Silvio Berlusconi abbia fissato a Natale una verifica.
La preoccupazione maggiore deriva dalla concorrenza per il programma del martedì sera, Verità nascoste, nella collocazione di È sempre cartabianca?
Il martedì è un giorno difficile, con grande pluralità di offerte. Con sintesi volgare si potrebbe dire: so’ ca…i. Affronterò con umiltà Giovanni Floris da una parte e Le Iene dall’altra, oltre alla controproposta della Rai, prima Mi manda Raitre e poi Filorosso di Antonino Monteleone. Una serata affollata, ma a me piacciono le sfide.
Nel pomeriggio di Canale 5 è iniziato anche Verità nascoste – Il diario.
L’ho trovata un’idea coraggiosa e molto generosa. Per farmi conoscere, Mediaset mette a mia disposizione forse il pubblico più ampio che abbia mai avuto in una rete ammiraglia e in una fascia di grande ascolto.
La
condirezione di Videonews, la testata di informazione Mediaset, è il vero motivo del suo abbandono della Rai per l’impossibilità di far coesistere la conduzione e il ruolo di direttore?
No, alla fine anche in Rai erano possibilisti. Tuttavia, nella tv pubblica non ho trovato condivisione della mia idea di sperimentare nuovi formati e nuovi linguaggi. Disponibilità che ho trovato moltiplicata in Mediaset. Quando li ho incontrati la prima volta, Mauro Crippa e Andrea Delogu (direttore generale e vicedirettore dell’Informazione e comunicazione Mediaset ndr) mi hanno raccontato il percorso che avevano in mente per me all’interno dell’azienda, prima ancora di parlare della conduzione dei programmi. Questo mi ha molto gratificato.
Quali sono Le verità nascoste? È un titolo un po’ complottista?
Sono quelle che non abbiamo ancora scoperto. Non sempre la verità processuale coincide con la verità vera o la verità intera di un avvenimento.
Un esempio?
Su Garlasco, considerati i tanti errori commessi, le verità nascoste sono talmente tante che non si sa da dove cominciare.
Prima puntata dell’uno settembre
su Garlasco o sul caso Ranucci?
Dipende da ciò che succede. È la cronaca a comandare, vedremo cosa si scoprirà su Ranucci-Lavitola.
Al posto di Ranucci avrebbe fatto un passo indietro?
Non è facile mettersi nei panni degli altri. La vera domanda è: mi sarei mai seduto a tavola con Lavitola?
L’hanno fatto
fior di editorialisti e direttori di giornali.
Evidentemente Lavitola ha grande capacità attrattiva se persino Paolo Mieli mangiava felice il suo piatto di vongole sgusciate, ma non lo ascoltava nei momenti clou… Per me, in questa fase, Ranucci è una vittima, una vera responsabilità dev’essere provata diversamente. Dobbiamo fare attenzione a non trasformarci noi nei Pm.
Certo, ma sul piano della credibilità di un conduttore del servizio pubblico una riflessione è opportuna.

È una valutazione che fortunatamente deve fare la Rai. Oggi ci chiediamo se il lavoro di Report è stato trasparente, ma la Rai ha tutti i giorni la possibilità di verificare la correttezza dei suoi programmi. Se si considera Report un mondo a parte forse si è vissuto nel far west per anni, ma non credo sia così.
In queste prime settimane a Mediaset quali differenze ha riscontrato rispetto alla Rai nel metodo di lavoro e nel rapporto con i colleghi?
Il rapporto con i colleghi della Rai è sempre stato straordinario, ma a Mediaset ho trovato un affetto che non mi sono ancora meritato. Un’accoglienza che ti avvolge e, dal centralinista al dirigente dell’ottavo piano, ti fa sentire parte di una famiglia.
E sul
metodo di lavoro?
Sto applicando il mio, ma dall’altra parte trovo un’azienda dinamica nella quale il prodotto è al centro di tutto e dove, a fronte di una richiesta, c’è una risposta.
Che cosa pensa guardando alle esperienze di altri colleghi come Gerardo Greco e Bianca Berlinguer arrivati a Mediaset dalla Rai oltre a Myrta Merlino che proveniva da La7?
Sono esperienze molto diverse. Bianca ha portato un format che si sta consolidando e che quest’anno al mercoledì regalerà grandi soddisfazioni. Myrta Merlino è arrivata per condurre un programma ed era legata alle sorti di quel programma.
Vivere a Milano aiuta a star lontani dal «mondo di mezzo», quello dei ristoranti romani dove giornalisti, politici, lobbisti e manager pubblici si danno del tu e dove nascono situazioni complicate?
Assolutamente. È il mondo della Roma che si attovaglia e che Dagospia ha raccontato in maniera eccelsa in tutte le sue declinazioni. Milano è lontana dal sistema di «A Fra’, che te serve?» di evangelistiana memoria.
La Madonnina preserva?
Sì, senza pensare che qui siano tutti stinchi di santi. Anche a Milano si fa politica e si può inciampare. Serve prudenza, devi sapere con chi ti attovagli e cosa vuole la persona che hai davanti.
Com’è riuscito finora a non essere paparazzato dalle testate di gossip?
Non vado nei locali, non vivo il jet set. Ho la mia famiglia, mia moglie e mio figlio. Pensa che certi ambienti non m’invitino a cena? Preferisco declinare perché magari non so bene chi paga il conto e c’è il rischio che devi pagarlo tu, non in contanti ma in favori.
Come valuta il fatto che dopo Garlasco il nuovo cold case sia l’uccisione di Simonetta Cesaroni di 35 anni fa?
Ai tempi di Simonetta Cesaroni non si potevano fare indagini sofisticate come oggi. Per di più, che anche quelle possibili sono state fatte male.
Come per Chiara Poggi?
Basta dire che dal 13 agosto 2007 per tutto questo tempo l’unico sospettato è stato Alberto Stasi. Ad Andrea Sempio, portato in caserma il 14 agosto, non fu chiesto che cosa aveva fatto il giorno prima.
Sono irrisolti anche i casi di
Unabomber, del Mostro di Firenze e di Emanuela Orlandi: i nostri corpi investigativi sono inefficienti?
La piccola Kata scomparsa nel nulla da un hotel di Firenze nel giugno 2023 e non è mai più stata trovata. Le indagini o partono bene subito oppure non si riesce più a recuperarle.
Chi sono i suoi amici nel mondo della televisione?
Non sono tantissimi, una è Monica Leoffredi con cui ho lavorato tanti anni e che mmi ha seguito a Mediaset. Ho buoni rapporti con Fiorello, Antonella Clerici, Amadeus e Carlo Conti, anche se non ci frequentiamo quotidianamente. Molti amici li ho fuori dalla televisione.

 

La Verità, 28 agosto 2026

Caso Ranucci, la Rai valuta il danno reputazionale

Signore e signori, buonasera», camicia bianco abbagliante, barba pepe-sale e un imbarazzo affilato come la lama di un rasoio, immaginiamo il momento del ritorno in video il 24 novembre prossimo di Sigfrido Ranucci dopo l’estate calda dell’inchiesta sui «proiettili d’amore» di Valter Lavitola, delle rivelazioni sulla discesa in campo (largo) e di tutto il resto. Vedremo che cosa accadrà dopo che Giampaolo Rossi, amministratore delegato Rai, avrà valutato la relazione consegnata ieri dal Comitato etico e che rimarrà secretata, come già accaduto in passato. Le valutazioni del Comitato, filtra dai piani alti della tv pubblica, non determineranno automatismi nella scelta editoriale riguardo la conduzione del programma. Ai vertici c’è forte contrarietà per il danno reputazionale e preoccupazione per le ripercussioni sugli investimenti pubblicitari. E si seguono con attenzione e insofferenza gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. Difficile credere alla favola dell’attentato finalizzato a innalzare la protezione al giornalista. E accontentarsi del «no comment» opposto dall’avvocato di Lavitola alla domanda se Ranucci fosse a conoscenza della macchinazione del mandante-faccendiere.

Nell’attesa delle decisioni dei dirigenti di Viale Mazzini vien da chiedersi con quale faccia potrebbe ripresentarsi al suo pubblico il conduttore di Report. Quella del frequentatore del bistrot Cefalù gestito dal faccendiere pluricondannato e suo confidente? Quella del mancato candidato premier di centrosinistra sul quale il solito Lavitola aveva testato, con la consulenza di importanti opinionisti, il potenziale consenso? Quella del focoso amante di alcune sue fonti e collaboratrici? Quella di rivelatore, sempre a una fonte amica, della presenza in Rai di sacche di mafia e massoneria? O, infine, quella del giornalista che si paragona ai padri della patria Aldo Moro Piersanti Mattarella Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi da Cosa nostra e dalle Brigate rosse? Si sa, la televisione trasforma le persone, modifica l’autopercezione di chi la frequenta, provocando un distacco dalla realtà che favorisce deliri di onnipotenza. Tanto più se si frequentano adulatori interessati.

Ai piani alti della Rai si studia come salvare un marchio storico fondato nel 1994 e condotto per 22 anni da Milena Gabanelli. La quale ha già declinato l’invito a riprenderne le redini. Tra le ipotesi più accreditate c’è quella dei «due consoli», Giorgio Mottola e Giulio Valesini, che garantirebbero continuità e sarebbero un riconoscimento del valore della redazione. Altri nomi ricorrenti sono quelli di Maria Cuffaro del Tg3, e di Alessio Zucchini, conduttore del Tg1. Rimbalzano anche le ipotesi di Massimo Giletti (Lo stato delle cose), Federico Ruffo (Mi manda Raitre) e Sabrina Giannini (Indovina chi viene a cena), ma in questi casi si scoprirebbero le caselle dei rispettivi programmi. L’ultima ipotesi, trasformare Report nel nuovo Tv7, solo servizi senza conduttore, comporterebbe spostarlo in seconda serata. Tra le varie soluzioni la meno probabile sembra un Sigfrido Ranucci reoladed. Non è facile ricostruire la verginità televisiva dell’ex principe del giornalismo d’inchiesta. Se si volesse farlo a tutti i costi verrebbe da pensare che i dirigenti Rai hanno un basso concetto del servizio pubblico e dei telespettatori di Report. È il caso di escluderlo e di ammettere che gli errori di Ranucci, a prescindere dalle insistenze per la sospensione di Matteo Salvini e dalla strenua difesa degli esponenti dell’opposizione, non possono non avere conseguenze sul futuro del programma.

Certo, nella storia della televisione italiana si è già visto di tutto: da Michele Santoro che, abbandona il seggio di europarlamentare dell’Ulivo per riprendere il microfono di telepredicatore e di conduttore di Annozero su Rai 2, alla collega Lilli Gruber che lascia in anticipo Bruxelles e approda a Otto e mezzo di La7. Mai, però, si sarebbe visto riprendere da dove aveva lasciato un conduttore che ha carezzato l’idea di candidarsi premier dello schieramento avverso al governo che per anni ha bersagliato, in modo monocorde, con il suo programma. Se ciò accadesse, più che nel mondo del giornalismo d’inchiesta, ci troveremmo dentro uno show di cabaret.

 

La Verità, 14 agosto 2026

La meta si avvicina, talk show antiMeloni sfrenati

Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente. I sondaggi hanno già certificato il sorpasso sul centrodestra, con e senza Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci. Nel circo dei talk show è tutto un fregarsi di mani, un darsi di gomito, un ammiccare al successo imminente. Non è una consapevolezza teorizzata. Sembra più una tendenza, una corruzione di abitudini. Uno slittamento della frizione che consente di superare i limiti del codice dell’informazione. Ufficialmente, i titolari delle teletribune accusano il governo di fare propaganda mentre, in realtà, sono già in piena campagna elettorale.
Non ancora archiviato, il «caso Ranucci-Nordio» ci aiuta a capire cosa sta succedendo. È qui che il salto di qualità è diventato esplicito. Ospite di Bianca Berlinguer su Rete 4, il conduttore di Report nonché principe del giornalismo d’inchiesta dice che una fonte gli ha riferito che il Guardasigilli è stato ospite della residenza di Giuseppe Cipriani, protagonista con Nicole Minetti dell’adozione di un bambino (con gravi problemi di salute) che ha portato alla controversa concessione della grazia del presidente Sergio Mattarella all’ex igienista dentale. Un’insinuazione infamante rivelatasi un’illazione. «È una pista che stiamo verificando», ha detto in diretta Ranucci. Evaporata la fonte, cospargendosi «il capo di cenere», tre giorni dopo ha cavillato: «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia». Dopo l’ammissione dell’eccesso, il ministro della Giustizia ha rinunciato a sporgere querela. Meno magnanimemente l’ha mantenuta per la conduttrice di È sempre cartabianca e la rete che ha diffuso la notizia non verificata. È il sintomo della patologia. Neanche fosse un Nicola Gratteri qualsiasi (ricordate la lettura senza filtro di un messaggio sul cellulare che attribuiva a Giovanni Falcone la contrarietà alla separazione delle carriere) il campione del giornalismo d’inchiesta dà una notizia in diretta tv senza prima controllarla. «Trascende ogni mio controllo», diceva il visconte di Valmont in Le relazioni pericolose parlando dei suoi sentimenti verso madame de Tourvel. Così Ranucci, la tentazione era indomabile, la preda a portata di scoop: mandare a casa Nordio e, a cascata, il governo.
Gli argini sono infranti. Non che prima per «il governo delle destre» i salotti tv fossero centri benessere con musica soffusa. Tutt’altro, tra Otto e mezzo e DiMartedì, tra Il cavallo e la torre e Realpolitik per i meloniani spira da sempre un’aria tagliente. Ma da dopo il referendum sulla giustizia qualcosa è cambiato. In peggio. Prendiamo Matteo Renzi, autore di L’influencer (Piemme), soave odiografia dedicata alla presidente del Consiglio. Dalla sera della sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura ne chiede ossessivamente le dimissioni. Non a caso, ha messo le tende a La7. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris se lo passano come un attrezzo da lavoro. Efficace, funzionale e che non tradisce. Siccome lui, che ci aveva scommesso il posto da premier si dimise quando perse il referendum sul Senato, ora deve farlo Giorgia Meloni che pure, fin dall’inizio, aveva evitato di confondere le sorti del governo con l’esito del voto sulla giustizia. Non importa, il senatore di Rignano insiste e persiste mandando in sollucchero i conduttori in campagna. Nell’ultima monocorde puntata di DiMartedì, Floris ha mostrato a tutti gli ospiti, Massimo Giannini, Walter Veltroni, Renzi e Rocco Casalino, le stesse dichiarazioni in pillole della premier. Sul Piano casa, su Trump, sulla longevità del governo. «È un valore in assoluto la longevità?», ha chiesto mostrando flashback degli eccessi del governo berlusconiano ancora al primo posto nella classifica di durata. «Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni», ha premesso Giannini, «ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Si può ricorrere a un paragone così irrispettoso verso tante persone che vivono una condizione di menomazione? Sì, se la missione assoluta è colpire l’odiato nemico. E pazienza se il livore fa dimenticare anche l’uso del congiuntivo.
Su X il collaboratore della piattaforma digitale Galt Media Davide Scifo, 45.000 followers, ha radiografato lo schieramento dei programmi di approfondimento politico, non solo i talk show, conteggiandone 15 di sinistra, cinque di destra e solo quattro neutrali. Un calcolo abbastanza attendibile, nonostante tra i titoli progressisti non compaiano né La torre di Babele, né In altre parole di La7, né Splendida cornice di Rai 3. Mentre 4 di sera di Paolo Del Debbio è inserito tra quelli di destra sebbene, dividendo sempre in parti uguali il parterre degli ospiti, sia il più ecumenico dei talk. Quanto alla Rai, Porta a Porta è iscritto nell’area della destra, Il cavallo e la torre in quelli di sinistra mentre ben tre (Agorà, Restart e Farwest) figurano tra i neutrali. Alla faccia di TeleMeloni.
Dove invece l’antimelonismo, più ancora che il campolarghismo, è uno show freddo e cinico è chez Lilli Gruber. La quale, in campagna elettorale, lo è dal giorno dopo la vittoria della coalizione di centrodestra. Disinibita da subito, ha brevettato il jingle cantato in loop «E allora Giorgia Meloni?». All’unanimità, è la pifferaia dei conduttori antigovernativi, variegata formazione che annovera dal più idealista dei giornalisti al più sarcastico dei comici militanti. Alla vigilia del 25 aprile faceva tenerezza vedere Marco Damilano dare del tu alla staffetta partigiana novantacinquenne Luciana Romoli. Prima di concludere la puntata esaltando la berlingueriana «grande ambizione» mentre brandiva, commosso, un simbolico papavero. Meno compassione ispira, invece, Maurizio Crozza che sul Nove ridicolizza in sequenza Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Adolfo Urso e Antonio Tajani. Salvo poi improvvisarsi consigliere d’immagine di Silvia Salis, sindaca della città dove risiede, tirandole un pippone sull’imprudente intervista concessa al patinato Vanity Fair. Ma si sa, la campagna è campagna, anche la comicità scende in campo e, senza freni inibitori, la telepolitica diventa un kamasutra tutto da godere.

 

La Verità, 8 maggio 2026

Ranucci si scusa con Nordio e prova a svicolare

Zero passi avanti, uno indietro e una supercazzola. È la sintesi dell’ultimo episodio della serie intitolata Il giornalista e il ministro: Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e principe dell’informazione d’inchiesta e il Guardasigilli Carlo Nordio. Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal coro che con il 6,13% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.

 

La Verità, 5 maggio 2026

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

Il gioco di squadra non abita in Viale Mazzini

Stasera è una serata no, per me», ha cominciato a lagnarsi fin dall’anteprima Bianca Berlinguer, martedì scorso. A farle da spala, c’era, come al solito l’«alpinista scrittore» Mauro Corona. Pausa pubblicitaria e imbeccata studiata ad hoc. No, con la «Biancaneve» non si può scalare, non si può finché la neve non è ben assestata. «Lei è assestata, Bianchina?». «Questa sera non sono per niente assestata, tutt’altro!», ha replicato la conduttrice. «Sono molto arrabbiata, ma non posso dirlo ai nostri telespettatori, non sarebbe giusto. Ma troverò il modo di comunicarlo…». Si sussurra di una telefonata di protesta ai piani alti di Viale Mazzini.

Il motivo del lamento è come mai Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, abbia scelto di sconfinare su La7 chez Giovanni Floris per difendersi dalle accuse di tenere bordone ai no-vax. Figuriamoci. La questione è grave ma non seria, come sempre in Italia, tanto più nella Rai del servizio pubblico. Detto in due parole: oltre che conduttore di Report, Ranucci è anche vicedirettore di Rai 3. Lunedì sera, all’interno del suo programma, aveva mandato in onda un’inchiesta nella quale si ponevano alcuni interrogativi sull’obbligo della terza dose vaccinale. Apriti cielo: il Comitato di salute pubblica, il mix di politici e opinionisti gauchistes che governa l’infodemia emergenziale, ha gridato allo scandalo, signora mia! Con la sua erre blesa e la sua aria ingannevolmente pacioccona, Ranucci ha dovuto trovare il modo di difendersi. Ho fatto solo del giornalismo, ha detto, dubitando che i detrattori del servizio incriminato l’avessero visto davvero perché, nel dettaglio, era tutt’altro che funzionale alla mentalità no vax.

Il problema per la Rai targata Carlo Fuortes, improvvisamente divenuta nella narrazione mainstream un posto idilliaco, è che queste argomentazioni Ranucci è andato a rappresentarle a DiMartedì (share del 4,8%, un milione scarso di spettatori), programma concorrente di #cartabianca (4,2%, 852.000 spettatori) in onda sulla rete che vicedirige. Bizzarro, no? Dopo aver scoperto che era stato regolarmente autorizzato, ancor più bizzarramente si è scoperto che, invece, non era stato invitato nel salotto di B.B. Ovviamente, Floris non ha perso l’occasione di ospitare il giornalista al centro delle polemiche. Così, ai piani alti di Viale Mazzini, hanno facilmente potuto replicare alla Berlinguer che avrebbe dovuto giocare d’anticipo. Ma si sa, il gioco di squadra non è esattamente il punto di forza della Rai. Per Fuortes e Marinella Soldi c’è ancora parecchio da lavorare.

 

La Verità, 5 novembre 2021

Milena Gabanelli e l’arte di lasciare al momento giusto

È stata una sorpresa il saluto finale di Milena Gabanelli al termine dell’ultima puntata di Report (Rai 3, lunedì, ore 21.30, share del 7,56 per cento). Sorpresa non tanto per il congedo dopo vent’anni di conduzione dello storico programma, di cui si aveva già notizia. Quanto per il modo in cui è avvenuto. La giornalista ha presentato al pubblico uno a uno i colleghi che compongono la squadra e firmano le inchieste. «A Sigfrido Ranucci passerò il testimone. Siete in buone mani, siamo in 13 e come vuole la tradizione degli Apostoli, Report tornerà a Pasqua. Ma stavolta toccherà a lui portare la croce. Per quel che mi riguarda resterò nei paraggi, ma di certo sono stati 20 anni indimenticabili». Poi, intonando I’ve been loving you too long di Otis Redding, si è girata ad abbracciare i collaboratori e, come si usa, ha strappato la scaletta lasciandosi andare alla commozione. Anche l’algida Gabanelli ha un cuore. La conduttrice inflessibile, autrice di un giornalismo senza cedimenti, bombardata da querele regolarmente vinte, mai chiacchierata per questioni che non fossero di stretta natura professionale, mai compiaciuta della sua popolarità, certamente uno dei migliori esempi di cosa significhi fare servizio pubblico, ha mostrato il suo lato tenero. Si può tranquillamente azzardare che la commozione non deriva da egocentrismi o da dipendenza da video come tanti altri casi insegnano, ma dall’allentarsi del rapporto con i telespettatori. Per rispetto dei quali l’ultima puntata della stagione aggiornava lo stato delle inchieste con l’hashtag #comèandataafinire. La proposta avanzata dal programma di gestione statale diretta dell’accoglienza ai migranti senza far ricorso a opache cooperative, lo stato di manutenzione dei viadotti dell’Anas dopo il crollo di quello in provincia di Lecco, gli investimenti in diamanti proposti dalle banche, la gestione del marchio Ferrari e l’improvviso divorzio da Luca Cordero di Montezemolo, i ripetitori abusivi sulla Torre Massimiliana a Verona, i gettoni d’oro dei premi dei concorsi Rai coniati dalla Zecca dello Stato. Al termine su schermo nero con il logo di Rai 3 è comparsa la scritta: «Grazie Milena Gabanelli». Anche su Twitter è stato un diluvio di omaggi e ringraziamenti. È stato notato che i giornalisti di Report sono esterni ai quali la Rai rinnova annualmente il contratto: sarà paradossalmente per questo che fanno giornalismo d’inchiesta da servizio pubblico? Personalmente sospetto di sì. L’alto grado d’indipendenza ha consentito un’informazione che, negli anni, è andata a scomodare senza indulgenze politici e massimi dirigenti di enti e aziende di primissima grandezza, Rai compresa.

La Verità, 30 novembre 2016