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«Putin vuole unire il Donbass alla Transnistria»

Sulla strada per Mariupol. La città di Maria. La città martire. Il documentarista Giorgio Bianchi è a Donetsk dall’8 marzo. «Da qui vado spesso a Mariupol, in giornata. Una volta sono rimasto a dormire presso una famiglia che non aveva la casa ancora completamente distrutta». Bianchi è di casa nel Donbass dal 2014. Anche se dall’anno successivo è schedato dai servizi segreti ucraini come «complice dei crimini di guerra russi» e, più di recente, è stato incluso nella lista di proscrizione stilata da Myrotvorets, un sito governativo ucraino che raccoglie e pubblica dati sensibili di persone sgradite alle autorità di Kiev. Curiosamente, vicino all’indirizzo mail del sito si legge: «Langley, Virginia, Usa», città sede del quartier generale della Cia.

Non ha paura?

«In realtà, a Donetsk mi sento abbastanza sicuro. In città ci sono solo donne, vecchi e bambini perché gli uomini abili sono al fronte. Perciò, un personaggio sospetto lo si nota subito».

Lei è sospetto per le autorità ucraine.

«A Donetsk non ho paura, dove ci sono i miliziani nazionalisti, invece sì. Kherson, per esempio, si è consegnata senza combattere. Recentemente però è stato ucciso Valery Kulishov, un blogger filorusso. Mentre Gonzalo Lira, peruviano, è stato arrestato dai servizi ucraini che gli hanno sequestrato computer e cellulare. La mia paura maggiore sarà quando tornerò in Italia».

Perché?

«Perché arrivano tanti profughi che non sappiamo bene chi realmente siano. Ho raccolto testimonianze dalla Svizzera, anche da un’amica che lavora per l’Onu, di ragazzotti ucraini arroganti, protagonisti di azioni inquietanti. Da tempo ricevo minacce e insulti via mail».

Come si muove a Pariupol?

«I militari mi hanno fatto entrare e poi mi hanno lasciato libero. Ho girato con il mio operatore, evitando i posti più pericolosi. Qualche giorno fa in un centro di accoglienza erano arrivati sette pullman. Ho chiesto ai profughi se fossero stati deportati, come si dice in Europa. Hanno riso: <Siamo qui di nostra spontanea volontà>. È falso che i russi non abbiano aperto i corridoi umanitari ed è ancora più falso che i civili siano deportati. Anzi, i russi non riescono a portare fuori i civili».

A chi vende i suoi reportage?

«Ho un contratto con Visione Tv, la web tv di Francesco Toscano. Ha accettato senza obiezioni la mia richiesta economica. E collaboro con un programma pubblico importante, aiutando un giornalista a lavorare qui».

Proclamando la presa di Mariupol Vladimir Putin ha anticipato i tempi?

«La città è sotto controllo dell’esercito russo. Qualche giorno fa sono stato vicino all’acciaieria con una scorta armata dato che ci sono ancora i cecchini nascosti negli edifici. La bandiera della Repubblica popolare di Donetsk è issata sul palazzo della televisione. L’unica parte ancora sigillata è l’Azovstal dove sono asserragliati i miliziani del battaglione Azov e della Brigata marines ucraina n. 36».

Putin può dire che Mariupol è russa prima di aver conquistato quell’area?

«Mi riesce difficile capire che cosa difendono in quelle condizioni, dentro un bunker. I russi stanno applicando la strategia usata in Siria, dove hanno sigillato l’ultima sacca jihadista in un’area di Idlib, mentre altrove la vita è ripresa. L’alternativa sarebbe fare una carneficina e uccidere anche i civili. Pensa di vincere per sfinimento dell’avversario».

Chi e che cosa c’è nell’area delle acciaierie?

«Si è parlato di laboratori per la fabbricazione di armi biologiche che sarebbero finanziati da Hunter Biden. Non ho elementi per confermare o smentire».

Le risulta che militari stranieri addestrino gli ucraini?

«Aiden Aslin, un inglese che si definisce mercenario e combatte da quattro anni con l’esercito di Kiev, mi ha riferito che una fonte qualificata gli ha parlato di mercenari stranieri e ufficiali Nato che istruiscono le milizie nazionaliste».

Quanto a lungo possono resistere?

«Hanno accumulato cibo, acqua e munizioni, ma prima o poi finiranno. Soprattutto se restano anche i civili da sfamare».

Perché non sono saliti sui bus messi a disposizione da Mosca per andarsene?

«Già, perché sapendo dell’arrivo dei russi i civili non se ne sono andati? Molti mi hanno risposto che non era possibile uscire attraverso il confine russo, altri che solo chi poteva pagare ai check point poteva farcela. Le autorità locali hanno garantito a chi sarebbe rimasto che ci sarebbero stati cibo e acqua a sufficienza. Sono stati dissuasi dal percorrere i corridoi russi».

Perciò?

«Ho chiesto: ritenete di essere stati usati come scudi umani? Il 95% mi ha risposto affermativamente. I miliziani hanno mandato le persone nelle cantine per usare gli appartamenti come punti di avvistamento e postazioni per i cecchini. Lo ha scritto anche il Washington Post. I civili non volevano i cannoni nei cortili dei condomini perché la risposta dei russi avrebbe colpito le abitazioni. Ma i miliziani si sono appellati alla legge marziale. In altre zone hanno fatto entrare i russi in città per colpirli sparando dagli appartamenti, come in una sorta di guerriglia urbana».

Che cosa vuol dire l’inizio della fase 2?

«Finora non si volevano distruggere le infrastrutture. Da qualche giorno l’esercito russo colpisce le linee di comunicazione usate per trasportare gli armamenti provenienti dai Paesi occidentali».

Che certezza abbiamo che arrivino all’esercito regolare ucraino?

«Le armi finiscono ai soldati e ai miliziani nazionalisti. Chiaramente qualsiasi mezzo le trasporti è un bersaglio dei russi. Qualche giorno fa è stato abbattuto in volo un aereo cargo. Sono bersagli camion e furgoni che entrano dal confine polacco. Bisogna sfatare il mito della popolazione civile che fa la resistenza. Gli uomini abili sono stati richiamati alle armi. Donne, vecchi, bambini e invalidi che resistenza possono fare?».

È propaganda la parata militare del 9 maggio a Mariupol?

«È l’anniversario della Grande guerra patriottica nella quale la Russia ha avuto 20 milioni morti per sconfiggere il nazismo. È evidente che in un momento difficile per la guerra e le sanzioni si cerchi di cementare il Paese con il sentimento patriottico. Tutti i sondaggi, anche quelli più tiepidi, danno la popolarità di Putin oltre l’80%».

Secondo lei Putin vorrà proseguire fino alla Crimea?

«La mia opinione è che fin dall’inizio volesse mettere in sicurezza le repubbliche di Donetsk e Lugansk. A sud i russi si congiungeranno con le forze presenti nella Transnistria, la zona filorussa della Moldavia, e isoleranno Odessa creando un’altra area sigillata. A quel punto dovranno decidere se bombardare Odessa, la Venezia ucraina. Forse Putin spera in un’insurrezione interna della forte componente russofona».

Cosa dice la blogger Mariana Vishegirskaya, che ha intervistato, del bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol?

«Prima di tutto, che non è stata rapita dai russi, ma è solo tornata a casa sua, a Makeevka, un sobborgo di Donetsk, insieme con il marito e la figlioletta neonata. In seconda battuta, che non ha sentito rumore di aerei il giorno del bombardamento. Anche altre persone, abituate come lei a riconoscere il volo degli aerei, hanno detto di non averli sentiti».

Quindi nessun bombardamento dell’ospedale?

«Non un bombardamento aereo. Cosa sia davvero successo è qualcosa che va indagato».

Appurato che i massacri di Bucha sono opera dei russi, premiare i militari autori della strage è una provocazione?

«Non ho letto né un rapporto dell’Onu né un’inchiesta indipendente che stabilisca l’autore della strage. Personalmente non sono riuscito a intervistare il comandante di quella compagnia come volevo fare. Tra le tante cose poco chiare c’è il fatto che, dopo aver perpetrato quel massacro, i militari russi ne avrebbero lasciato le prove in strada senza buttare i corpi in qualche miniera. Premiando quei militari, Putin ha voluto dire che per loro la questione è chiusa».

Biden vuole cambiare il regime di Mosca?

«È un’ambizione pericolosa: in Russia Putin è una figura di equilibrio. I maggiori partiti d’opposizione sono di estrema destra e di estrema sinistra. Chiunque gli succederebbe accentuerebbe i toni nazionalistici».

All’opposto, Putin vuole abbattere Volodymyr Zelensky?

«Penso che all’inizio il suo obiettivo fosse portare Zelensky al tavolo delle trattative. Visto il fallimento degli accordi di Minsk e della diplomazia internazionale alla quale aveva posto le sue condizioni, ha deciso di entrare in guerra».

Per favorire le trattative Putin dovrebbe smettere di parlare di denazificazione?

«Penso che sia il problema minore. Quello maggiore è l’integrità territoriale dell’Ucraina. Credo che nessuno possa pensare che la Crimea torni ucraina. E tanto meno il Donbass, dopo il prezzo pagato dai russi. Questo significa che, se l’Occidente continuerà a perseguire questa integrità territoriale, la guerra durerà a lungo. Per me, l’unica soluzione è un compromesso che lasci quei territori nell’orbita russa».

Che cosa deve accadere perché la ricerca della pace torni prioritaria?

«L’unico soggetto che poteva e può fare qualcosa è l’Europa. Con Angela Merkel forse si sarebbe evitata questa situazione. Olaf Scholz rischia di essere messo in minoranza. Mario Draghi, i Paesi di Visegrad, Gran Bretagna e Stati Uniti premono per la guerra. Finché noi europei non capiremo che questa guerra stronca la nostra economia e che le sanzioni danneggiano più noi che Mosca, continueremo a illuderci. I russi non hanno nulla da perdere essendo già considerati i mostri del pianeta. Checché ne dica Ursula von der Leyen, l’Ucraina non può vincere questa guerra».

Nonostante i miliardi di dollari stanziati da Joe Biden in armi da mandare a Kiev?

«I russi dispongono di 6.000 testate nucleari e dei missili Sarmat. Per quanto continueranno a combattere con le mani dietro la schiena? Questo è un conflitto regionale che va risolto tra le due parti. L’Ucraina può essere un paese cuscinetto tra i due mondi. Se la Nato aumenterà la sua influenza si andrà verso la terza guerra mondiale. Bisogna ripartire dagli accordi di Minsk, predisporsi ad accettare dei compromessi, creare un’area a statuto speciale e stabilire delle amnistie per i combattimenti di questi mesi».

 

La Verità, 23 aprile 2022

«Il Papa è solo contro gli ultras della guerra»

Filosofo e docente di Filosofia morale all’università di Perugia, Massimo Borghesi è una delle voci più seguite dell’intellighenzia cattolica. L’ultimo suo libro s’intitola Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e «ospedale da campo» (Jaca Book).

Professore, come vive questa Pasqua di guerra?

«Siamo di fronte a un evento drammatico che, al pari dell’11 settembre 2001, cambia la scena del mondo».

Paragone forte.

«La storia è segnata dalla lunga durata, come dicono i francesi, e da avvenimenti spartiacque che hanno un prima e un dopo. Stiamo entrando in una fase nuova e inaspettata, nella quale affonda il mito della globalizzazione che aveva già subito grossi colpi con la caduta delle Torri gemelle».

Finisce il Nuovo ordine mondiale nato nel 1989?

«Dal mondo multipolare si torna a un mondo bipolare. Da un lato, gli Stati Uniti attraverso la Nato, stanno svuotando l’autonomia europea, dall’altro, la Russia, comunque finirà la guerra, si accoderà sempre più alla Cina. Nel nuovo mondo si fronteggeranno America e Cina. La povera Ucraina è il terreno di scontro di questi nuovi equilibri».

Il cardine teorico dell’Occidente è sempre la vecchia ambizione di esportare la democrazia?

«È chiaro che la responsabilità di aver scatenato una guerra ingiustificabile ricade tutta su Vladimir Putin che ha le mani insanguinate per le tante morti provocate. Questo va sottolineato con chiarezza. Detto ciò, ci troviamo di fronte al tipico schema manicheo che rende quasi irrisolvibile il conflitto. Da una parte Putin vuole restaurare la Grande Russia contro l’Occidente, terra della decadenza. Dall’altra si ripropone il modello teocon, aggiornato in chiave democratica, dell’Occidente paladino della libertà in contrasto con le autocrazie».

Abbiamo parlato di Pasqua di guerra, sarebbe più corretto dire in guerra?

«È una Pasqua di guerra, ma non certo “una Pasqua di giusta guerra” come ha affermato Giuliano Ferrara sul Foglio. L’Occidente ha fatto bene a sanzionare Putin e a sostenere sul piano militare la resistenza all’invasore. Non può, però, limitarsi a questo. Deve premere, al contempo, per trovare una possibile intesa che metta fine al conflitto».

Invece?

«Quando sentiamo dire che l’Ucraina potrebbe vincere o quando sentiamo parlare di assalti in territorio russo delle forze ucraine, significa che non siamo più di fronte a una mera guerra di resistenza, ma a un conflitto di lunga durata. Quando sentiamo il presidente americano Joe Biden, sostenuto da un esagitato Boris Johnson, parlare di sanzioni e armi senza accennare a soluzioni di pace non possiamo che preoccuparci. La domanda che dobbiamo porci è: l’Occidente ha una strategia di pace?».

Biden vuole destituire Putin.

«Credo che il suo obiettivo sia mettere all’angolo la Russia, non semplicemente di sostituire Putin».

Fosse semplice…

«Vuole arrivare allo scacco militare in modo che il problema russo venga per un certo tempo accantonato. Perciò mi chiedo: Biden ha intenzione di arrivare alla pace o no? L’Occidente ha una strategia di pace o ha delegato la mediazione alla Turchia e a Israele? Tra Russia e Ucraina medierà la Cina che non ne ha voglia, l’Onu che risulta impotente, l’Europa che balbetta? Se ci si limita a inviare armi e a inasprire le sanzioni la guerra finirà per desertificare l’Ucraina. Qualcuno si preoccupa degli ucraini oltre al Papa?».

La cui richiesta di una tregua durante la Settimana santa è stata ignorata.

«In questo contesto il Papa è il fattore di contraddizione. È l’inascoltato per eccellenza perché rappresenta un giudizio realistico, il pericolo della terza guerra mondiale, che nessuna delle parti vuole sentire. Non Putin che vuole tornare a casa con il suo bottino, non Zelensky che vorrebbe addirittura il coinvolgimento della Nato».

Francesco è solo?

«La solitudine del Papa risalta maggiormente davanti ai silenzi dei leader politici dopo l’invito alla tregua pasquale. Nessuna voce si è levata dall’Onu o dall’Europa o dal presidente cattolico Biden a sostenere quella proposta».

Per farsi ascoltare Francesco ha alzato i toni parlando di «sacrilegio», di «pazzia» del riarmo, di «oltraggio a Dio», di «tradimento blasfemo del Signore della Pasqua» e «idolatria del potere».

«Il Papa è angosciato da questa guerra perché la vede come la fine del progetto di pace per cui ha lavorato in questi anni. È la sconfessione della Fratelli tutti che presupponeva un mondo multipolare e la coesistenza tra le potenze. Il ritorno allo schema bipolare manicheo passa da una guerra senza prigionieri. Il timore di Bergoglio è che la “terza guerra mondiale a pezzetti” diventi reale a tutti gli effetti».

Diventi un pezzo unico?

«Una guerra globale. In questi giorni abbiamo sentito analisti e politici accennare alla possibilità di un conflitto nucleare. Questo dice la follia alla quale siamo arrivati. Sembra di essere tornati alla crisi di Cuba».

John Kennedy si comportò in modo diverso da Biden.

«Concesse la smobilitazione dei missili dislocati in Turchia. Un compromesso che convinse Nikita Krusciov a togliere i missili a Cuba. Oggi la parola compromesso è bandita dal vocabolario».

Come mai Francesco è inascoltato anche da quei media che solitamente lo elogiano?

«Questo non mi sorprende perché il Papa è apprezzato ora da destra ora da sinistra a seconda di come le sue parole possono essere utilizzate».

Ieri si è celebrata la Via crucis al Colosseo: come valuta il fatto che l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede e il vescovo di Kiev hanno deplorato la scelta di Francesco di affiancare una donna russa e una ucraina?

«La reazione ucraina a questa unione fraterna tra le due donne sotto la croce di Gesù, fa capire che non si vuole la pace, ma lo scontro fino all’ultimo sangue. La presa di posizione dell’ambasciatore rappresenta una grave ingerenza. Ancora più grave è l’intervento del vescovo perché animato da nazionalismo politico-religioso, vera piaga dell’Est cattolico e ortodosso».

In Ucraina e in Russia, come mostra la benedizione della guerra del primate ortodosso Kirill, il nazionalismo prevale sull’appartenenza alla Chiesa?

«Questo è ovviamente molto grave e rende ancora più coraggioso l’impegno ecumenico di papa Francesco. Il cesaropapismo rende la Chiesa di Kirill organica al progetto della Grande Russia perseguito da Putin. Usare il nome di Dio per legittimare le guerre sembra un’idea condivisa anche dal vescovo cattolico di Kiev».

Francesco è solo quanto lo fu Giovanni Paolo II ai tempi della guerra in Iraq?

«Forse anche di più. Osannato come il protagonista che aveva permesso la caduta del comunismo, quando nel 2003 prese posizione contro la guerra di George W. Bush, Giovanni Paolo II fu osteggiato dai media e criticato dai teocon cattolici che invitavano a schierarsi con l’America contro il Papa. Allora però la sinistra e il mondo cattolico seppero organizzare un movimento pacifista oggi latitante».

Qual è la causa di questa assenza?

«In Italia e in Germania oggi i partiti sono molto preoccupati di allinearsi alla politica americana. Il fatto che alla Casa Bianca sieda un democratico rende questo allineamento ancora più sensibile. Con Donald Trump la sinistra italiana si sarebbe sentita più libera di articolare una riflessione critica. Detto questo, non è vero che il Papa è completamente solo».

Cosa glielo fa dire?

«Se guardiamo i sondaggi ci accorgiamo che più di metà della popolazione, in Italia e in Europa, è favorevole a un processo di pace e non vuole il coinvolgimento della Nato. La maggior parte dell’opinione pubblica è con il Papa. Invece l’establishment non è con lui».

Il Pd è diventato improvvisamente il partito della guerra?

«Non sono stupito data la leggerezza dei partiti attuali che fiutano il vento proveniente da Washington. Vedo che la Lega è più dubbiosa. Ma mi chiedo se Salvini si sarebbe smarcato o allineato nel caso in cui Trump avesse attuato una politica bellica. Dobbiamo chiederci qual è la vera autonomia dell’Europa».

È significativo che i consensi al Papa arrivino da figure della sinistra-sinistra come Luciana Castellina o Michele Santoro?

«Certo. La sinistra nel 2003 appoggiò Woytjla che pure aveva favorito la fine del comunismo e questo perché aveva la pace nel suo Dna. Negli anni successivi si è compreso che aveva ragione perché la guerra in Iraq si è rivelata un disastro immane. La sinistra-sinistra conserva la memoria dell’Europa uscita da due guerre mondiali, conosce il valore dell’Onu e, dopo aver preso atto della caduta del comunismo, ha sperato nella distensione tra Russia, Europa e Stati Uniti».

Nei media d’ispirazione cattolica si è ritrovata una certa unità su questi temi.

«Avvenire di Marco Tarquinio, Civiltà cattolica con il direttore padre Antonio Spadaro e L’Osservatore romano di Andrea Monda stanno facendo un ottimo lavoro di documentazione e riflessione. Purtroppo in questi momenti emerge il fatto che il mondo cattolico non ha quella forza mediatica necessaria per far sentire una voce fuori dal coro. La voce dei cattolici non ha spazio nelle grandi testate nazionali».

Cosa pensa dei cattolici che militano nel Pd?

«Immagino che vivano qualche disagio. Come la sinistra-sinistra così anche i cattolici nel Pd non sono rappresentati, come voleva il progetto originario di Romano Prodi. Questo disagio, già visto sulla legge Zan, riemerge con l’allineamento eccessivo alle volontà americane».

Il responsabile della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi è uno dei garanti del Pd per le Agorà.

«In alcuni articoli sul Domani uno degli esponenti più significativi di Sant’Egidio, Mario Giro, ha espresso posizioni guidate da grande realismo, in profonda sintonia con il pensiero del Papa».

In conclusione, esiste una terza via sulla guerra in Ucraina?

«La terza via è quella che si muove tra il pacifismo integrale, che però non ha storia, e il bellicismo ad oltranza che non si cura della sorte del popolo e della nazione ucraina. Quest’ultima posizione è quella che oggi prevale, ad Est e ad Ovest. Il Papa è la voce della mediazione. Occorre una potenza della mediazione che lo sostenga. L’Onu e l’Europa devono ritrovare la voce, devono frenare Putin limitando il suo appetito, cinico e sanguinoso, e portare anche l’Ucraina al tavolo delle trattative. Al contrario assistiamo a una resa dei conti planetaria in cui la povera Ucraina è vittima sacrificale».

 

La Verità, 16 aprile 2022

«Pd indifferente ai poveri, meglio la destra»

Buongiorno Michele Santoro: le stanno facendo pagare di aver detto che la guerra è un nemico più mostruoso di Vladimir Putin?

«Mi sembra evidente che il nemico più grande sia la guerra. Una guerra che potrebbe essere nucleare e mettere in discussione l’esistenza della nostra specie».

Le fanno pagare di non demonizzare abbastanza Putin?

«Pago già un’emarginazione che non è cominciata con questa guerra. Mi sono battuto contro l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi, ho raccolto voti per chi si dichiarava diverso da lui. Ma che alla prova dei fatti non lo è affatto».

Questa guerra finirà solo con la destituzione di Putin?

«Siamo di fronte al congelamento delle posizioni. L’ipotesi più sciagurata per l’Europa è l’allungarsi del conflitto. Ai morti e ai massacri si aggiungerà la situazione tragica dei profughi e di tutti coloro che già stanno sopportando le conseguenze della pandemia. Il numero dei poveri aumenterà enormemente».

Il vicesegretario della Nato Mircea Geoana ha teorizzato che più si arma l’Ucraina prima finisce la guerra.

«La traduzione pratica di questo linguaggio è il ricorso a sistemi sofisticati di contraerea e all’uso di missili a medio raggio. Quale sarebbe la risposta di Putin? Armi nucleari tattiche? Nessuno ricorda come iniziano le guerre che finiscono male».

Per esempio?

«Il bombardamento dell’Afghanistan giustificato dalla mancata consegna di Bin Laden, ucciso anni dopo in Pakistan. La guerra è continuata per altri undici anni e si è conclusa con una rovinosa ritirata. Oppure l’invasione dell’Iraq giustificata dalla presenza delle inesistenti armi chimiche che ha portato all’Isis e a milioni di morti».

Questi fatti giustificano l’azione di Putin?

«Ne creano le premesse. Putin chiede: perché gli americani possono perseguire unilateralmente i propri interessi strategici e io non posso perseguire quelli russi? La Nato non c’entra? Ma se i militari ucraini vengono addestrati in America vuol dire che l’Ucraina già si comporta come un paese della Nato».

Ha torto Biden quando dice che siccome Putin non vuole trattare, l’unica possibilità per riportare la pace è schiacciarlo militarmente?

«I fatti lo smentiscono. Le rivelazioni del Wall Street Journal sul tentativo del cancelliere tedesco Olaf Scholz dimostrano che chi non ha voluto trattare è Volodymyr Zelensky».

L’Europa e l’Italia hanno interesse a seguire l’America in questa strategia?

«Secondo me non ha interesse nemmeno l’America. È una strategia che si è dimostrata fallimentare in Iraq Afghanistan, Libia. Oggi Biden vuole creare un muro tra Europa e Russia. Ma questo spinge Putin in braccio alla Cina, creando un blocco asiatico in grado d’influire in maniera decisiva sul dollaro».

E l’Europa e l’Italia?

«L’economia europea sarà la più penalizzata. Quanti profughi e disoccupati avremo? Per me è grave che la destra appaia più sensibile alle condizioni degli strati disagiati. Cosa ci dice il voto in Ungheria e in Serbia? Non vince l’indignazione nei confronti di Putin. Perché Marine Le Pen recupera su Macron. Questi politici non sono certo nelle mie simpatie, ma si mostrano più preoccupati per le sorti dei più deboli. In Italia il Pd è totalmente indifferente alle conseguenze della guerra sui ceti più poveri. Mentre devo sentire Giorgia Meloni dire una cosa ovvia: chiudere il gas per noi è un suicidio».

Perché Mario Draghi è il più zelante nel seguire Biden?

«Temo che la mancata elezione al Quirinale l’abbia trasformato in un’anatra zoppa. Lo stesso governo è un’anatra zoppa. Prima non si poteva aprire una crisi per la pandemia ora per la guerra. Il governo sopravvive e basta. Draghi è l’alfiere della linea dell’<intervento armato umanitario>. Zero iniziativa».

Cosa pensa dell’alternativa pace o aria condizionata?

«La guerra la stanno facendo con i missili non con i condizionatori».

Forse ritiene risolutive le sanzioni.

«Allora perché ha approvato l’invio di armi, decisione che, per conto mio, offende la Costituzione. Dovremmo inviare armi a tutti i popoli aggrediti, come fa intendere Giuliano Amato?».

Il fatto che tutti i sondaggi diano una maggioranza contraria all’aumento delle spese militari avrebbe meritato più attenzione?

«Da 15 anni non abbiamo un governo espressione del voto popolare e meno della metà degli aventi diritto va alle urne. Questa democrazia che difendiamo anche con le armi non mi pare scoppi di salute».

Perché Letta e Draghi sembrano gareggiare in allineamento alle volontà americane? C’è qualche poltrona da conquistare?

«Credo che non riescano a concepire un pensiero diverso. Per Letta è più grave perché è un leader di un partito».

Il Pd ha il pensiero dei Dem americani.

«Biden e Letta si assomigliano, ma nel Pd non ci sono Ocasio-Cortez o Bernie Sanders».

I massacri di Bucha sono il punto di svolta della guerra: prima si parlava di negoziato ora c’è spazio solo per le armi?

«Quella strage, sulla quale restano molti dubbi, porta a concludere che con Putin che fa queste cose non si può trattare. Gli stupri, il missile per i bambini. Tutto viene narrato per arrivare a questa conclusione».

Non l’hanno convinta le intercettazioni dei servizi segreti tedeschi che svelano i dialoghi tra i militari russi che giustiziano i civili?

«Le intercettazioni e i morti sono veri. Metto in discussione la connessione tra gli elementi, trasformati in una comunicazione organica per trasformare tutto in uno scontro tra cattivissimi e buonissimi».

Per esempio?

«Chiamare fossa comune quella buca con i cadaveri davanti alla chiesa. Le fosse comuni servono ad occultare cadaveri giustiziati, non adagiati in attesa di essere sepolti. Si mostrano i corpi sulla strada, ma non si capisce quando e dove siano stati giustiziati. Poi si mostra una camera di tortura… Il video dell’ingresso a Bucha della milizia ucraina non mostra né la fossa comune né i morti per strada. Siccome i morti dovevano essere per forza visibili, qualcuno dovrebbe spiegare perché non sono stati mostrati subito».

Il sindaco di Bucha a Piazzapulita ha detto che i cadaveri erano in un’altra zona.

«Nel filmato con la milizia ucraina si vedono levarsi i droni. E i droni li avrebbero visti. E secondo me li hanno visti, ma hanno preferito tenerli al riparo per confezionare adeguatamente il racconto. Detto questo, i morti sono veri. C’è un altro fatto».

Cioè?

«Esiste una guerra civile tra russofili e ucraini. Una guerra combattuta non dagli eserciti regolari, ma da civili e bande avvezze a rappresaglie, torture, vendette di tutti i tipi, com’è sempre nelle guerre civili».

Questa è una guerra dominata dalla propaganda?

«Sicuramente. II linguaggio degli ucraini è molto efficace per gli occidentali, meno per la Cina o l’India. Come per l’esercito, i consulenti americani funzionano bene anche per la comunicazione».

Stiamo camminando su un piano inclinato? Come spiega la voglia di guerra dei nostri media?

«Il conformismo si era già steso ovunque con la pandemia. Perciò i nostri media erano già pronti… Se si deve arrivare a Mosca è necessaria un’escalation della comunicazione».

Ora si calcano i toni apocalittici e si parla di genocidio, forni crematori, stupri di bambini…

«Si usano termini che possono tradurre l’equazione tra Putin e Hitler, sovrapporre le due immagini. Ma mentre Hitler aveva la volontà di annientare gli ebrei, non credo che Putin voglia sterminare gli ucraini».

Letta ha risposto al suo invito di pronunciarsi per il diritto di Alessandro Orsini a partecipare ai programmi Rai?

«No».

Il professor Orsini a Cartabianca censurato da Andrea Romano e Valeria Fedeli, l’eurodeputata Francesca Donato zittita da Paola Picierno: oltre che della guerra il Pd è diventato il partito dell’intolleranza?

«Il Pd per nascondere il vuoto politico in cui si trova si rifugia nell’indignazione facile. Ma dimentica i 20 milioni di russi morti per combattere Hitler».

L’unica voce che prova ad affermare una visione diversa è papa Francesco?

«Mi ha colpito che a Fabio Fazio che gli chiedeva delle conseguenze della guerra sui bambini il Papa ha risposto che più che dei bambini dobbiamo parlare della guerra. Certo, muoiono i bambini, muoiono i civili. Non trascuriamo la sofferenza enorme di vedere questi morti. Però può essere fuorviante parlare dei bambini e delle morti piuttosto che del sacrilegio della guerra. Appena si palesa la possibilità di un accordo si torna a parlare delle atrocità dei bambini e non di come fermare la guerra».

Francesco ha detto che prevale lo schema della guerra sullo schema della pace.

«Bisogna che l’Unione europea si comporti diversamente dagli Stati Uniti e costringa Biden a cercare l’accordo. Perché fin quando non lo cercherà Biden la guerra continuerà».

Un’altra accusa è ai neutralisti. Come sostituire alla prospettiva Zelensky o Putin quella guerra o pace?

«Innanzitutto, non sono neutrale. Condanno l’invasione di Putin di uno stato sovrano. Sto decisamente dalla parte dell’Ucraina. Quelli che s’indignano nei dibattiti ci facciano capire quale obiettivo perseguono. Vogliono arrivare a Mosca e rendere la Russia un Paese simile all’Italia? Non avvertono il peso dei morti, non vogliono la fine del massacro? Vogliono che si concluda con un <lieto fine democratico>. Fra quanti mesi, quanti anni, quanti morti?».

Siamo sempre all’esportazione della democrazia?

«Se la esportiamo con la forza dell’esempio mi va benissimo. Se la vogliamo imporre con le bombe o con una possibile distruzione del mondo, mi va meno bene».

In questa situazione la priorità della pace rischia di aggiornare uno slogan storico: meglio russi che morti?

«L’idea che Putin possa invadere la Polonia è una favoletta buona per giustificare l’equazione con Hitler. I cosacchi non si abbevereranno alla fontana di San Pietro; ma se fosse possibile vorrei evitarmi anche le distruzioni e le radiazioni nucleari». 

 

 La Verità, 9 aprile 2022

«Spero che l’azione del Papa riapra il dialogo»

Paolo Pezzi è l’arcivescovo di Mosca. Nato nel 1960 a Russi (Ravenna), nel 1980, durante il servizio di leva alcuni commilitoni gli fanno conoscere Comunione e Liberazione. Dieci anni dopo diventa sacerdote ed entra nella Fraternità di San Carlo Borromeo, fondata da don Massimo Camisasca. Dal 1993 è a Novosibirsk, in Siberia. Torna in Italia nel 1998, ma 5 anni dopo è di nuovo in Russia. Nel 2007 Benedetto XVI lo nomina arcivescovo di Mosca: 2,7 milioni di chilometri quadrati, 56 milioni di abitanti, 180.000 cattolici battezzati. I suoi autori prediletti sono Luigi Giussani, Karol Wojtyla, Joseph Ratzinger, Charles Péguy e Paul Claudel, oltre ai maggiori scrittori russi. In La piccola chiesa nella grande Russia, appena pubblicato (con Riccardo Maccioni) da Ares, fra cento aneddoti e riflessioni racconta l’incontro con una babushka in Siberia alla quale avevano ucciso davanti agli occhi i due figli: «Che cosa penso di Stalin?», rispose l’anziana donna a precisa domanda. «Guardi che io l’ho perdonato tanti anni fa, perché se non si perdona non si vive più. E io come avrei potuto continuare a vivere, dopo aver visto uccidere due figli?». «Ricordo che mi misi a piangere e me ne andai zitto zitto con la coda tra le gambe», annota Pezzi.

Eccellenza, da un mese e mezzo il Paese dove esercita il suo servizio pastorale è entrato in guerra. Qual è stato il suo primo pensiero quando ha saputo dell’iniziativa del presidente russo Vladimir Putin?
«Un pensiero di stupore, non pensavo si arrivasse a questo. Poi immediatamente dolore e anche angoscia per la gente, per chi inevitabilmente avrebbe sofferto senza saperne il perché, e senza avere voluto questo. Solo dopo un po’, lo confesso, mi sono ripreso, andando a pregare in cappella».
Dal suo osservatorio privilegiato per i rapporti che ha avuto con le rappresentanze del Cremlino aveva mai temuto che potesse prodursi una situazione del genere?
«Sinceramente mai».
Aveva colto dei segnali preoccupanti di qualche natura?
«Segnali sì, ma non che si sarebbe arrivati a tanto».
Ho letto nel libro La piccola Chiesa nella grande Russia che il capo di gabinetto dell’amministrazione del presidente russo è un lettore delle encicliche di papa Francesco. Che rapporto c’è tra i rappresentanti del Cremlino e il magistero della Santa Sede?
«Non il capo di gabinetto, ma un responsabile dei rapporti con le religioni presso l’Amministrazione del Presidente. Certamente sapevo che sono molto informati, ma mi stupì che avesse già studiato un testo come la Laudato si’ e per di più non ancora pubblicato in russo. Come lui stesso mi disse in Amministrazione sono molto attenti al magistero del Papa, soprattutto per quel che riguarda le encicliche “sociali”, diciamo».
Pochi giorni fa papa Francesco ha pronunciato l’atto di consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore immacolato di Maria. Com’è stata vissuta dai fedeli di Mosca questa consacrazione?
«In modo molto toccante e molto forte. La cattedrale era piena, e quando ho chiesto ai sacerdoti presenti di essere disponibili alle confessioni durante la liturgia penitenziale voluta dal Papa, mi ha stupito vedere la fila incessante dei fedeli. Anch’io ho confessato quasi un’ora».
Dopo questa iniziativa di Francesco riveste particolare responsabilità il fatto che la cattedrale dove presiede le celebrazioni sia intitolata all’Immacolata concezione di Maria?
«No, direi piuttosto che è un passo nel cammino che facciamo. Dieci anni fa, ad esempio, ci fu la consacrazione della arcidiocesi all’Immacolata, e due anni fa abbiamo avuto un pellegrinaggio dell’icona della Madonna di Fatima per le parrocchie e le famiglie della arcidiocesi con l’intento di suscitare un maggior interesse alla Parola di Dio. Il pellegrinaggio è stato infatti accompagnato da preghiere e litanie alla Mater Verbi, alla Madre del Verbo».
In questo periodo ha notato un fervore diverso nel popolo dei fedeli?
«Sì, alla celebrazione penitenziale cui è seguita la consacrazione al Cuore immacolato di Maria, ho notato partecipazione, desiderio di perdono, e riscoperta di condivisione di carità. Dopo la pandemia di Covid ho invece notato un gran desiderio di tornare a guardarsi in faccia, di avere relazioni in presenza. Mi ha molto colpito che molti fedeli siano tornati alla Chiesa proprio per aver sperimentato questa solitudine, e quindi questo bisogno direi fisico di sentirsi vicini. Con tutto l’aiuto che ci ha indubbiamente dato, le celebrazioni e gli incontri a distanza non sono fatti per l’uomo. L’uomo ha bisogno di comunione».
Qual è la sua prima preoccupazione nel rincuorarli? 

«Richiamare alla conversione dei nostri cuori».
E nel parlare del popolo ucraino?
«Di solito non ne parlo, non amo le generalizzazioni. Parlo dei e ai miei fedeli concreti che hanno radici ucraine; cerco soprattutto di condividerne il dolore: molti di loro hanno parenti e amici in Ucraina. Ho notato che la condivisione reale è una “parola” molto più efficace».
Che rapporti intrattiene con la Chiesa ortodossa?
«Rapporti di conoscenza reciproca, di amicizia, e, talvolta, di collaborazione su questioni puntuali. Ho rapporti con il Patriarca due o tre volte all’anno soprattutto in occasione della liturgia ortodossa del Natale e della Pasqua. Con diversi vescovi e sacerdoti. Tra i laici ho soprattutto rapporti culturali o di attività caritative».
Concorda con chi dice che questa è anche una guerra tra confessioni cristiane?
«No, non concordo. Se dei cristiani si fanno la guerra, come è già avvenuto in passato, è perché hanno dimenticato di essere cristiani. Più spesso invece finiscono per essere usati da chi ha altri scopi».
O tra diverse giurisdizioni ortodosse?     

«Tanto meno».
L’omelia pronunciata qualche giorno fa dal primate ortodosso Kirill, considerato vicino a Putin, ha fatto pensare che il conflitto iniziato in Ucraina contempli anche un attacco all’Occidente e alle sue libertà considerate eccessive e dannose. Qual è la sua valutazione in proposito?
«Penso che i responsabili delle diverse comunità cristiane non dovrebbero mettersi su un piano di difesa da un attacco di questa o quella parte del mondo. Personalmente non considero la secolarizzazione come un male da superare, ma come una circostanza, magari difficile, una prova, in cui mostrare la testimonianza cristiana, l’annuncio cristiano».
Papa Francesco ha ripetuto parole di condanna per la guerra in atto, definendola ripugnante, vergognosa, scandalosa. Ha detto che i potenti decidono e i poveri muoiono. Che eco hanno nella sua diocesi queste parole?
«Un’eco molto forte. Per questo ripeto ai miei fedeli ciò che disse, mi pare, una volta Giovanni Paolo II: “Quando i potenti di questa terra si incontrano – o si scontrano, aggiungo io – allora la Chiesa prega”».
Qual è il primo pensiero al mattino quando apre gli occhi?
«Quando non sono troppo sfinito, il primo pensiero è di gratitudine perché Cristo c’è, e io ci sono, e quindi posso offrire la mia giornata a Lui. A volte questa coscienza è immediata, a volte occorre attendere la preghiera dell’Angelus, o il primo “veni Sancte Spiritus, veni per Mariam”. Spesso accade con grande commozione quando mi metto di fronte al Santissimo, cosa che avviene di solito all’inizio del mattino. A volte mi aiuta un buon caffè».
Cosa c’è nelle sue preghiere?
«Innanzitutto la domanda della mia conversione, poi la domanda della conversione dei cuori a Cristo. Nelle mie preghiere c’è poi tanto dolore e tanta paura che vivono i miei fedeli, e di cui mi faccio carico. C’è il desiderio di condividere, di accompagnare, più che di risolvere, magari magicamente, delle situazioni».
I cristiani come possono collaborare al superamento di questa crisi?
«Il contributo originale dei cristiani è essere una presenza costruttiva di rapporti nella società, essere portatori di speranza, essere come fiammelle nel buio. Una fiammella per quanto piccola accende tutta la notte in cui ci troviamo».
Come considerare i tentativi in atto di organizzare un incontro tra papa Francesco e il patriarca ortodosso Kirill? Potrebbe essere più significativo per la ricerca del dialogo e della pace un viaggio del Papa a Kiev?
«Penso che i tentativi di papa Francesco vadano letti nella prospettiva che egli mi sembra mostrare in occasione di tutti i conflitti: il Papa, se volete è disponibile. In questo senso parlerei piuttosto di dialogo tra le parti che non di mediazione, ma sono miei pensieri. Un viaggio a Kiev per me è paragonabile al viaggio fatto in Repubblica Centroafricana, se non sbaglio. Bisognerà vedere se ci sono le condizioni per un viaggio del genere oggi a Kiev».
Quanta speranza possiamo attribuire a questo incontro?
«La speranza, soprattutto in certi momenti della storia, può poggiare solo in Dio. Un incontro porterà frutto solo a partire da questa speranza».
Per finire, dalla cattedrale metropolitana dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria quale messaggio vuole diffondere?
«Il messaggio che diffondo dal 24 febbraio è di rischiare sul perdono, cioè sulla possibilità di guardare l’altro non come un potenziale nemico, ma come amico. Per me la Madonna, <di speranza fontana vivace> come la chiama Dante, mettendo in bocca a san Bernardo quel bellissimo inno nel Paradiso, è il sostegno a guardare i miei fratelli uomini con questo sguardo. In queste settimane mi ripeto spesso e ripeto spesso quanto disse papa Francesco durante il suo viaggio in Iraq: “Da dove può cominciare il cammino della pace? Dalla rinuncia ad avere nemici. Chi ha il coraggio di guardare le stelle, chi crede in Dio, non ha nemici da combattere. Ha un solo nemico da affrontare, che sta alla porta del cuore e bussa per entrare: è l’inimicizia. Mentre alcuni cercano di avere nemici più che di essere amici, mentre tanti cercano il proprio utile a discapito di altri, chi guarda le stelle delle promesse, chi segue le vie di Dio non può essere contro qualcuno, ma per tutti. Non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione, non può atteggiarsi in modo aggressivo”».

 

La Verità, 6 aprile 2022

«Il Papa boccia il riarmo non il diritto alla difesa»

Monsignor Massimo Camisasca è tornato a vivere in riva al lago Maggiore. Avendo compiuto 75 anni lo scorso novembre, ora è vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, l’ultima diocesi da lui presieduta. «Sto organizzandomi una nuova vita», rivela fiducioso. Autore di numerosi saggi di materia religiosa e non solo, monsignor Camisasca è superiore generale oltre che fondatore della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo Borromeo. Ha accettato di rispondere alle domande della Verità sulla possibilità di un negoziato della Santa Sede nella crisi in atto e sull’atto di consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore immacolato di Maria pronunciato ieri in San Pietro da papa Francesco.

Eccellenza, con che occhi dobbiamo guardare a questa azione del Santo Padre?

«Con gli occhi realistici di chi sa che la guerra trova la sua origine nel cuore degli uomini, talvolta anche di un uomo solo, e che Dio soltanto può convertire i cuori. La storia umana non è costruita da puri determinismi, è un intreccio di libertà. La preghiera mira ad ottenere che la libertà dell’uomo si indirizzi verso il bene e non verso il male».

Da che cosa nasce precisamente questo atto di papa Francesco?

«Dalla percezione che il mondo sta correndo un gravissimo rischio. Che migliaia di persone stanno morendo, che decine di migliaia stanno cercando fuori del loro paese il futuro. Gli occhi disperati delle madri, i volti terrorizzati dei bambini rimarranno come l’icona di questi giorni spaventosi».

Quali sono a suo avviso i passaggi fondamentali della consacrazione pronunciata da papa Francesco?

«Il Papa sa che i popoli russo ed ucraino riconoscono in Maria la Madre di Dio e la loro madre. Perciò si rivolge a Maria per dirle: “Questi popoli sono consacrati a Te, sono tuoi, difendili, aiutali, sorreggili, fa che si incontrino nella pace del tuo volto”. Nello stesso tempo si rivolge alle singole persone, soprattutto ai capi dei popoli e, in questo caso, agli aggressori perché si rendano conto del male che stanno compiendo, della responsabilità che portano di fronte alla storia, delle onde concentriche di distruzione che la guerra comporta».

Come va letto il fatto che il Papa abbia fatto riferimento esplicito alla «minaccia nucleare»?

«La minaccia nucleare è sempre un’opzione possibile e naturalmente terribile perché probabilmente comporterebbe una distruzione di gran parte della terra. Bisogna dire anche che la stessa minaccia costituisce forse il deterrente più serio di fronte al suo uso».

In che modo il fatto che questa consacrazione sia avvenuta contemporaneamente in San Pietro e a Fatima con il cardinale Konrad Krajewski la mette in relazione ai segreti affidati alle apparizioni di oltre un secolo fa?

«Più che ai segreti penserei all’evento stesso di Fatima, alle distruzioni provocate dalla Prima guerra mondiale, alle lotte tra popoli cristiani, alla dissoluzione dell’Europa che la guerra portò con sé, alla finta pacificazione, prodromo della Seconda guerra mondiale. La Madonna interviene nei campi di guerra. Questo mi sembra il collegamento storico tra Fatima e Kiev. Anche allora la Madonna chiese preghiere e digiuno, come ha continuato a chiedere in questi anni Duemila anche dalla martoriata Bosnia, da Medjugorje».

Come dobbiamo considerare il fatto che in questa occasione anche Benedetto XVI, papa emerito, si è unito in preghiera a papa Francesco?

«Benedetto XVI è, soprattutto in questi ultimi anni, una figura orante. Assieme al Papa supplica Dio come Mosè sul monte».

È significativo il fatto che lo sguardo di Francesco dalla Russia e l’Ucraina si allarghi a «tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria»?

«Il mondo contemporaneo conosce un numero significativo di guerre locali, più o meno grandi, quelle che papa Francesco ha chiamato “la terza guerra mondiale a pezzi”. La fine del bipolarismo ha accentuato il sorgere di questi conflitti, per lo più dimenticati. Francesco, come i suoi predecessori, continua a metterci davanti questa mappa del dolore affinché abbiamo a sentire l’urgenza del cambiamento».

Parlando di cambiamento, l’ultima invocazione è una preghiera che invita i cristiani a essere «artigiani della comunione» e a individuare «i sentieri della pace»?

«La ragione per cui esiste la Chiesa, Corpo di Cristo fatto di peccatori e perciò segnata da mille macchie di infedeltà, divisioni e colpe dei suoi membri, è di portare nel mondo la comunione che Cristo ha definitivamente inaugurato con la sua morte e resurrezione. Il cristiano è artigiano della comunione vivendo la vita della Chiesa e chiamando a essa gli uomini che possono trovare nell’abbraccio di Cristo il fondamento e la forza di una fraternità ritrovata».

In altre occasioni la consacrazione al cuore immacolato di Maria aveva riguardato solo la Russia.

«Suor Lucia aveva trasmesso ai papi questa richiesta insistente della Madonna: consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Questa consacrazione è avvenuta più volte da Pio XII ad oggi, con maggiore o minore esplicitezza. Oggi non c’è più nessuna ragione per cui il nome della Russia non possa essere accostato a quello di Maria».

Dicendo che la spesa per le armi «è scandalosa», papa Francesco ha corretto il segretario di Stato Pietro Parolin?

«Non penso proprio. Come ha rivelato Zelensky il Papa sa che accanto a mille guerre ingiuste vi può essere il diritto di difesa. Il mercato delle armi, incrementato dopo la fine del bipolarismo, è una delle cause principali delle guerre. Altra cosa è fornire un aiuto, anche militare, a chi sta combattendo un’occupazione del proprio territorio nazionale».

L’altro giorno, parlando a braccio, Francesco ha detto di essersi «vergognato» quando ha letto che un «gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi come risposta a quello che sta succedendo… Pazzi». A qualcuno nel nostro governo saranno fischiate le orecchie: è indispensabile questo aumento di spese militari?

«Penso che il Papa sia preoccupato di una possibile corsa al riarmo, di una escalation che porti da una e dall’altra parte a tempi lontani quando ci si confrontava tra Unione Sovietica e Nato e con fatica si arrivò poi a degli accordi sul disarmo. Certo, una potenza che ha occupato ingiustamente la mia terra esige una difesa da parte mia. Occorre bilanciare il diritto alla difesa con una diplomazia saggia che sappia lavorare per evitare le guerre».

Perché secondo lei oltre alla condanna della guerra «ripugnante» e la denuncia della spesa in armi che «non è un gesto neutrale», Francesco non ha pronunciato una condanna esplicita dell’azione di Vladimir Putin?

«Un’autorità mondiale come il Papa deve essere attenta a ciò che dice. La sua condanna dell’aggressione russa è inequivocabile. Nello stesso tempo, deve sempre salvare la possibilità di un negoziato. La Santa Sede rimane oggi tra le poche istituzioni in grado di essere protagoniste in una trattativa di pace».

Che ruolo possono avere i capi delle diverse confessioni religiose?

«La più importante confessione religiosa di Russia e Ucraina è quella ortodossa. Le sue divisioni interne rendono ininfluente la sua possibilità di mediazione».

Alcuni osservatori ritengono che l’aggressione della Russia vada compresa all’interno di un attacco al mondo occidentale. Va interpretata così l’omelia di qualche giorno fa del primate ortodosso Kirill?

«Non so se l’aggressione di Putin riguardi il mondo occidentale. Penso che egli sappia benissimo che dal punto di vista militare la Russia non può competere con l’Occidente. Per conoscere con esattezza le ragioni dell’aggressione bisognerebbe poter entrare nella mente di Putin. Penso che in lui vi siano una serie di paure: l’adesione dell’Ucraina alla Nato, più ancora la democrazia che stava nascendo a Kiev, l’adesione all’Unione Europea… L’Europa ha avuto interlocutori interessati verso Putin, ma non interlocutori sufficientemente intelligenti per capire le sue intenzioni ed eventualmente aiutare le autorità europee nelle decisioni da prendere. L’Europa ha tenuto il piede in due scarpe, ottenendo questi risultati spaventosi. Al di là di tutte queste ipotesi, ora c’è un obiettivo chiaro: sconfiggere l’aggressore e ripensare la politica estera commerciale energetica dell’intera Europa. Non dobbiamo mettere la Russia in un angolo. Oltre che impossibile, sarebbe una scelta politica cieca. La Russia va lentamente recuperata all’Europa affinché non abbia soltanto la Cina come alleato».

Ha ascoltato l’intervento del presidente Volodymyr Zelensky al Parlamento italiano?

«L’ho letto. Dalla serie di interventi che il presidente ucraino ha tenuto in questi giorni nei parlamenti di tanti Paesi di tutto il mondo emerge una statura morale e politica non comune, che suscita la mia ammirazione e mi fa pensare al coraggio e alla cultura di tutto quel popolo».

In questi giorni si sono riuniti a Bruxelles i capi di Stato occidentali. Dal suo punto di vista, ritiene che l’Europa dovrebbe ritagliarsi una maggiore autonomia rispetto agli Stati Uniti in difesa della propria storia e della propria convivenza pacifica?

«La debolezza dell’Europa sta nella rinuncia, tacitamente o esplicitamente affermata, alla propria storia, ai propri valori religiosi e morali a favore di una tecnocrazia mondiale in cui i diritti dell’individuo diventano la radice del suo isolamento e della sua nudità davanti al potere».

Il Papa dovrebbe considerare l’invito che proviene da più parti, in particolare dal presidente ucraino Zelensky, a recarsi a Kiev per compiere un gesto concreto di pace? Si pensa a quali rischi si esporrebbe?

«Papa Giovanni Paolo II voleva andare a Sarajevo. Sono stato testimone diretto, in un pranzo, di questa sua intenzione. Ne fu sconsigliato e infine impedito per ragioni di sicurezza. Se fossi papa Francesco prenderei in seria considerazione questo invito».

 

La Verità, 26 marzo 2022

 

«Media con l’elmetto per affari e conformismo»

No Tav, no green pass, no war: insomma, no global. Ugo Mattei sta finendo di scrivere, per l’appunto, Il diritto di essere contro, in libreria a fine aprile da Piemme. Docente emerito di Diritto internazionale all’Università della California, insegna Diritto civile a Torino. Dove, nel febbraio del 2021, si è candidato sindaco nella lista «Futura per i beni comuni» ottenendo il 2,32% dei voti. Risponde al telefono da Berkeley, dove si trova per motivi di studio.

Professore, è disposto ad ammettere che i vaccini hanno frenato la circolazione e i danni del virus?

«Che valore può avere una mia ammissione, non sono un virologo. Siccome all’inizio non temevo il Covid non mi sono vaccinato, per non approfittare della corsia preferenziale dei professori. Quando ho cominciato a informarmi i troppi riprovevoli interessi in gioco mi hanno confermato nella scelta. Così pure i comportamenti repressivi delle istituzioni. Mi sono trovato a difendere i valori liberali di uguaglianza e inviolabilità della persona contro l’autoritarismo paternalista del governo Draghi. Visto che la sinistra non offriva spazi di resistenza, nelle piazze ho avuto per compagne molte persone e realtà inaspettate».

È contento che Draghi ha deciso di ridurre alcune restrizioni?

«Diciamo di sì, altrimenti Sergio Chiamparino mi dà del barboton. La sospensione che m’interessa di più è quella dell’obbligo del green pass rafforzato agli over 50 per andare a lavorare. Un vulnus terribile».

Perché sulla guerra russo-ucraina si è riprodotto lo stesso schema visto sulla pandemia?

«Perché c’è chi pensa in modo vigile e chi, come si diceva un tempo, mette la testa a partito. Esercitare la critica è una ginnastica democratica che richiede allenamento. Se per un anno smetti di criticare Draghi, difficilmente ti ravvedi e t’improvvisi critico adesso».

Che cosa contesta a questo governo?

«La deriva autoritaria. È un’attualizzazione del fascismo degli anni Venti».

Addirittura? È passato un secolo…

«Il blocco che portò al potere Benito Mussolini è lo stesso che sostiene il governo Draghi: la finanza angloamericana. L’asse che da Wall street passa per le banche, la Confindustria e arriva all’industria della guerra».

E la deriva autoritaria?

«Il fascismo esautorò il Parlamento concentrando il potere nel Gran consiglio del partito. Sparì anche l’opposizione. Draghi affida i processi decisionali alle cabine di regia, abusa dei decreti legge. Le istituzioni di garanzia sono inerti, a cominciare dalla Corte costituzionale. Basta vedere cos’è successo agli articoli 9 e 41 della Costituzione».

La svolta ecologica?

«Esatto. La biodiversità, l’ecosostenibilità e il rispetto della salute e dell’ambiente anteposti alla tutela della libertà e dignità umana. L’esempio più clamoroso di autoritarismo l’abbiamo davanti».

Sarebbe?

«La politica emergenziale. Si sospende lo stato di emergenza per il Covid, ma rimane quello per motivi bellici. Poi toccherà all’emergenza ambientale».

Scenario apocalittico.

«Berkeley è il posto più liberal e politically correct del pianeta e sono tutti preoccupatissimi del virus. Bene, da quando sono qui nessuno si è mai sognato di chiedermi una certificazione vaccinale. In biblioteca c’è l’indicazione d’indossare la mascherina, ma nessuno si trasforma in sbirro. In Italia chiunque si sente in diritto di additare il trasgressore e perseguire i diritti di una minoranza non allineata».

Com’è la guerra russo-ucraina vista da lì?

«Un vero movimento contrario non c’è. Gli americani diventano sensibili quando i cadaveri sono in casa. Gli Stati Uniti sono gli ultimi beneficiari di questa guerra. Far saltare l’asse tra Germania e Russia è uno degli scopi non dichiarati».

Il pensiero prevalente qual è?

«La vulgata attribuisce le cause all’ego smisurato di Putin. Alcuni colleghi, soprattutto storici, hanno uno sguardo più complesso».

È casuale che la complessità si trovi tra gli storici? La visione della cronaca spinge a semplificare?

«Il qui e adesso è la logica della società dello spettacolo. Questa è una guerra spettacolare. Una guerra diversa, interpretata con categorie antiche».

Qual è la diversità?

«Se la compariamo con altre guerre, diciamo che Putin si è impantanato. Ma non ci accorgiamo che l’aviazione non è ancora stata utilizzata. Mentre, per esempio, la Guerra del golfo è stata combattuta principalmente nei cieli. Prima si bombarda e poi si entra con i soldati. Non credo si possa dire che Putin non ha l’aviazione… Poi c’è un’altra diversità».

Quale?

«Finora si combatteva per impadronirsi dei cieli o dei mari. Invece questa è una guerra psicologica, che mira a conquistare la mente per la costruzione dell’uomo globale, attraverso i meccanismi tipici della società del controllo. La propaganda ha raggiunto livelli sofisticatissimi. La cronaca ci fa vivere in un eterno presente, i social e il Web hanno modificato le nostre menti, capaci di livelli di attenzione sempre più brevi. Perciò abbiamo una capacità critica sempre più limitata. Farsi un’idea precisa nel profluvio d’informazioni è complicato. Basta vedere il caso della fotografia della presunta carneficina attuata dai russi pubblicata dalla Stampa».

Che invece era un bombardamento di Donetsk di questi giorni.

«Un’altra diversità è l’uso massiccio di politiche di marketing, compatibile con il fatto che tanti poteri traggono interesse da questa guerra. Le multinazionali come il gruppo Exxor che con Rolls Royce produce motori per le navi ed è consorziato con Leonardo per i sistemi di precisione. Biden vicino alle elezioni di metà mandato che accontenta l’industria bellica e spera di vendere il gas all’Europa. La Germania che per la prima volta dalla fine della Guerra mondiale ha destinato 100 miliardi ad armamenti».

Però si registrano i primi negoziati e circolano bozze di trattativa.

«Appena se n’è cominciato a parlare Biden ha dato dell’assassino e del criminale di guerra a Putin».

In quale considerazione dobbiamo tenere il diritto all’autodeterminazione dell’Ucraina e la sua volontà di entrare nell’Ue?

«Con la latitanza dell’Onu, che è deputato all’applicazione del diritto internazionale, la trattativa si serve di diplomazie erratiche, le telefonate di Macron, le mediazioni di Erdogan… Vedremo se si riunirà il Consiglio di sicurezza. Non mi sembra si stia facendo di tutto per riportare questa crisi nei confini della legalità».

E la volontà dell’Ucraina di entrare nell’Unione europea?

«Non è una richiesta che si può far valere in modo unilaterale. Da quanto tempo la Turchia chiede di entrare nell’Ue? L’autodeterminazione è un principio giuridico che si attua in relazione agli equilibri geopolitici. Ci sono aree del mondo che hanno una vocazione storica di cuscinetto, la cosiddetta sfera d’influenza. Nel 2014 in Ucraina c’è stato un colpo di Stato, la rivoluzione arancione del 2004 aveva ispiratori ben precisi. Togliamoci l’illusione che la Nato sia un’organizzazione che ha come scopo la pace e l’amicizia tra i popoli».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Siamo una colonia. L’Italia non ha alcuna autonomia in politica estera. Gli ultimi che hanno provato a guadagnarsela come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi hanno fatto una brutta fine. Per conquistare autonomia serve una classe politica di altissimo livello, non un banchiere di Goldman Sachs».

Come giudica l’invio di armamenti all’esercito ucraino?

«Lo trovo illegale e contrarissimo all’articolo 11 della Costituzione che rifiuta la guerra come strumento di soluzione di controversie internazionali. Poi lo trovo immorale perché serve a continuare questo conflitto negli interessi del capitale finanziario. Infine, politicamente suicida perché toglie all’Italia qualsiasi possibilità di mediazione».

In questi giorni è stato approvato l’aumento delle spese militari da 25 a 28 miliardi l’anno.

«Era quello che la Nato voleva da tempo. Invece di fare l’interesse degli italiani, Draghi prima ha fatto quelli di Pfizer ora quelli di Lockheed. Se si studiano i pacchetti che controllano i mercati ci si accorge che sono ben integrati. Non stupiamoci se i gruppi editoriali sono così schierati».

Ha sentito l’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati proclamarsi a favore dell’invio di armamenti in Ucraina?

«Possiamo non parlarne? Mi piange il cuore».

Cosa sta succedendo alla sinistra?

«È diventata un avamposto del globalismo finanziario americano. I democratici con le loro politiche identitarie influenzano il Pd che a sua volta rende la sinistra italiana organica alle multinazionali. Una volta c’era la sinistra radicale, ma è stata decimata dal Covid, forse per ragioni anagrafiche».

Secondo Walter Veltroni la guerra di Putin è contro i valori occidentali.

«È una lotta contro il globalismo di matrice anglosassone. Finita la guerra fredda si è imposto il pensiero unico, mentre Putin cerca di affermare un mondo multipolare».

Tra i valori dell’Occidente da difendere c’è la libertà sessuale come dice Veltroni?

«Kirill è un capo religioso. Neanche papa Francesco che sta a Roma è favorevole ai gay pride».

Parlando di ciò che succede a sinistra, lei ha collaborato a lungo con il Manifesto

«Ero nel consiglio d’amministrazione quando lo presiedeva Valentino Parlato».

Cosa pensa del fatto che di recente abbia censurato un articolo di Manlio Dinucci, storico collaboratore, per un articolo in cui scriveva che l’invasione era largamente prevista?

«È un fatto triste. Il Manifesto paga la scelta mainstream di fare la Repubblica di sinistra. Sono le conseguenze di due anni di covidiozia. Se ti schieri con il governo sulla pandemia poi stenti a ritrovare un pensiero critico anche su altri temi. Ritengo sbagliato continuare a dividerci fra destra e sinistra».

Cosa intende dire?

«Credo che serva un grande lavoro per ricostruire le condizioni di legalità costituzionali. Una volta fatto, si potrà tornare a dividersi. Per questo il Cln, il Comitato di liberazione nazionale che raggruppa molte sigle della società civile, promuove una grande manifestazione il 27 marzo alla Porziuncola di Assisi. C’è bisogno di rilanciare un’iniziativa di opposizione a un governo che ci sta portando a una situazione drammatica».

 

La Verità, 19 marzo 2022

«Perché i generali sono più realisti dei giornalisti»

Generale Fabio Mini sul nuovo numero di Limes lei ha scritto che l’espansione dell’Alleanza atlantica è la causa principale della guerra russo-ucraina. Che cosa glielo fa dire?

«Il fatto che dal 1997 con la Polonia, la Cecoslovacchia e l’Ungheria, passando per l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel 2004, fino al 2018 con la Macedonia, la Nato ha invitato nell’alleanza una serie di Paesi dell’Est europeo. È stata una strategia precisa che aveva un unico scopo».

Quale?

«Circondare la Russia per neutralizzarne l’influenza nel Centro Europa. Non era un obiettivo segreto, ma dichiarato».

Molti analisti sottolineano che in quel periodo ci sono state offerte di collaborazione della Nato alla Russia tanto che, per esempio, il G7 è diventato G8.

«Non so chi lo dica, ma è antistorico. Il dialogo è limitato al periodo iniziale dell’allargamento, dal 1991 al 1996. C’era reciproca volontà di collaborare, pur in presenza di una certa diffidenza che emergeva, per esempio, nelle riunioni in cui si parlava dell’Armenia o della Georgia. Dopo il 1997 la disponibilità al dialogo della Nato è stata solo un’etichetta diplomatica. Mentre a livello operativo e militare si agiva per favorire l’inserimento dei Paesi baltici nello scacchiere, apparentemente difensivo, che la Russia percepiva come offensivo».

Se si digita su Google Fabio Mini, compare la qualifica «scrittore». In effetti, Mini ha pubblicato diversi saggi per importanti editori in materia bellica e di strategia militare, discipline nelle quali è molto autorevole essendo stato generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, Capo di Stato maggiore del comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Scrive per la rivista Limes e collabora con Il Fatto quotidiano.

Generale, come spiega che questa crisi prevista dall’intelligence americana e britannica non è stata scongiurata?

«Per fermarla bisognava assumere le posizioni esplicite che la politica stava dettando. Questa situazione era annunciata da quando è iniziata la crisi per la Georgia. Nel 2001 andai a Tbilisi per seguire le esercitazioni della Nato. Alloggiavo in un hotel in centro, al terzo piano; dal quarto al nono erano tutti occupati dai servizi segreti americani. Sette anni dopo è arrivata la crisi della Georgia».

Non ci si è fermati prima a causa della pandemia o di altri interessi?

«L’America voleva che si evitasse d’ingoiare il rospo passivamente, come avvenuto per la Georgia. La Russia non pensava che la Nato rimanesse unita e, a sua volta, la Nato non credeva che la Russia fosse davvero decisa a invadere. Fin dal primo giorno dell’amministrazione Biden la situazione si è aggravata. L’irrigidimento di una parte ha portato all’irrigidimento dell’altra».

A cosa mira l’aggressione di Putin all’Ucraina?

«Non a occupare tutta l’Ucraina».

Perché?

«Non è nelle condizioni di farlo. Lo scopo che ha scatenato l’invasione è tenere la Nato lontano dai propri confini. Perciò se occupa l’Ucraina la Nato ce l’ha in casa».

Vuole insediare un governo che gli obbedisca?

«L’occupazione militare è una cosa, insediare un governo fantoccio o a lui favorevole è un’altra. Forse ci ha già provato. Il vero obiettivo credo sia mettere in sicurezza un territorio che circonda l’Ucraina dal Donbass e Kharkiv, passando per la parte meridionale per arrivare possibilmente fino alla Moldavia, dove c’è una forte comunità russofona».

Il bombardamento dell’ospedale dei bambini di Mariupol segna una svolta nella strategia di Putin?

«No. Segna una svolta nella campagna d’informazione. Siamo di fronte a due propagande, una di fronte all’altra. Tre feriti dopo un bombardamento così come raccontato non l’ho mai visto».

Si parla di strage di bambini.

«Ho letto di tre feriti, altri dicono sei. Vedo un’intensificazione della guerra di propaganda e annunci. Se dietro ci sono la strage e un obiettivo intenzionale non lo so. Le immagini che ho visto mostrano un’esplosione in uno spiazzo, un grande cratere, molti vetri rotti e una barella davanti a una telecamera. Commento quello che vedo e da ciò che vedo, fortunatamente, questa strage non si è verificata».

Fino a qualche giorno fa si diceva che la colonna ferma di carri armati indicava l’attesa di nuovi eventi e lo spazio per un negoziato, ma al colloquio in Turchia il ministro degli Esteri russo Lavrov ha rigettato l’offerta di neutralità dell’Ucraina.

«Il colloquio in Turchia non erano negoziati. Lavrov era lì per parlare, non per negoziare. La novità di quel colloquio è che Lavrov ha legittimato i negoziati in Bielorussia, avallando una diplomazia militare che fino a quel momento non era scontata».

Perché su Limes sottolinea il ruolo del mondo liberal americano in questa crisi?

«Ci sono due politiche estere negli Stati Uniti che fanno capo a democratici e repubblicani. L’idealismo liberal, come lo chiama l’editorialista del Foreign Policy Stephen Walts, e il realismo repubblicano».

Perché l’idealismo liberal è così protagonista?

«È storia. Le guerre le hanno iniziate i presidenti democratici in nome di quel falso idealismo. Non c’è una guerra iniziata con un presidente realista».

Bush padre ha iniziato la guerra del Golfo.

«George Bush e il partito repubblicano furono influenzati dai neocon, speculari ai neodem. Fu un movimento molto ideologizzato sul piano culturale e religioso. La prima guerra del Golfo nacque in quel contesto».

La stima per Putin ribadita anche di recente da Donald Trump è una posizione indifendibile?

«Certo. Anche le azioni di Putin sono indifendibili. Tra mille opzioni ha scelto la peggiore. Ha visto la debolezza nell’amministrazione americana, nella Nato e nell’Unione europea e ha pensato di approfittarne. Parliamo di una guerra non iniziata il 24 febbraio. Agendo in modo provocatorio la Nato ha violato le norme stesse del Patto atlantico».

Qual è la violazione principale?

«Ha messo in pericolo la sicurezza dei Paesi aderenti. Spostare armi e dislocare truppe ai confini di un altro Paese è una provocazione che in altri tempi avrebbe portato alla guerra il giorno dopo. È proprio uno di quei casi che il Trattato atlantico e la Carta delle Nazioni unite volevano evitare».

Lo diceva anche Biden al Consiglio Atlantico del 1997: «Annettere alla Nato gli Stati baltici potrebbe provocare una risposta vigorosa e ostile da parte della Russia».

«Il Biden del 1997 non è il Biden di oggi».

Ora alimenta il conflitto per ragioni interne?

«Sì».

Cioè?

«Per gran parte della popolazione americana, Biden non sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale. Il contrasto alla disoccupazione, la lotta al Covid, la sanità, le norme sui rifugiati. Alle elezioni di metà mandato un successo internazionale può rianimarlo. Altrimenti la sua presidenza finirebbe dopo due anni. Senza la maggioranza al congresso non potrebbe più governare. In gergo sarebbe una lame duck, un’anatra zoppa».

Come si sta comportando l’Unione europea?

«In maniera abbastanza sibillina, perché non ha la forza per imporre la propria volontà. Tuttavia, esistono una serie di ragioni pratiche e razionali che sconsiglierebbero di seguire la posizione degli Stati Uniti, di Zelensky e della Gran Bretagna».

Le risorse energetiche?

«Esatto. Un problema che ha portato a sanzioni meno drastiche di quelle che Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero voluto. Con intelligenza Biden ha detto che introdurre la no-fly zone in Ucraina vuol dire scatenare una guerra diretta tra Russia e America. Lo stesso discorso può valere per l’inasprimento delle sanzioni».

Perché l’Italia è fuori dai tavoli che contano?

«L’Italia non è influente perché si sa da che parte sta. Non conta chi sta zitto, ma chi alza il dito. Noi non l’abbiamo mai alzato e così ci danno per scontati».

Come giudica la decisione d’inviare armi al popolo ucraino?

«Inviare armi al popolo ucraino che si difende va benissimo. È doveroso. Invece, non manderei armi senza sapere bene a chi vanno e dove andranno a guerra finita. Se si contribuisce a un’ulteriore provocazione non è solidarietà all’Ucraina, ma una manifestazione di ostilità verso la Russia che può inasprire la situazione».

Non si mandano derrate alimentari o medicine, le armi sparano ma noi non combattiamo.

«Sono d’accordo, è pura ipocrisia».

Che cosa le fa dire che un conflitto tra la Nato e la Russia è ancora evitabile?

«Non è in atto l’occupazione militare di tutta l’Ucraina. Possono verificarsi degli eventi: se il negoziato non salta si può rimediare. Se le forze davvero in campo – il governo russo, quello ucraino e quello americano – si siedono allo stesso tavolo c’è ancora margine. Niente Nato, però».

Perché lei e il generale Mario Bertolini siete più disposti alla trattativa?

«Perché siamo testimoni di quello che succede nei Paesi dopo che l’intervento delle Nazioni unite è terminato. Negli ultimi 30 anni alla vittoria sul campo della Nato non è seguito un successo politico e umanitario. I Paesi usciti da quegli interventi – Iraq, Libano, Somalia, Afghanistan, Kosovo, Libia – erano più martoriati di prima».

Perché mentre voi militari siete trattativisti molti giornalisti sono convinti della necessità della prova di forza?

«Perché i giornalisti partono dall’invasione e non vanno a vedere cosa c’era prima. Se si punta lo sguardo adesso c’è un aggressore e un aggredito. Invece l’aggressione segue azioni di provocazione. Chiediamoci chi ha addestrato e inserito nelle file delle forze armate regolari formazioni di ex banditi».

Che ruolo può avere il Vaticano in questo scenario?

«Un grande ruolo perché la comunità russa è molto sensibile al sentimento religioso».

Anche se l’uscita del patriarca di Mosca Kirill si è rivelata controproducente?

«La Chiesa ortodossa non è una Chiesa unita. Zelensky ha lavorato per separare la comunità ortodossa ucraina da quella di Mosca. Quello che ha detto Kirill esprime come vedono il decadimento morale dell’Occidente».

Tornando al Vaticano, che margini d’intervento ci sono?

«Il Vaticano mantiene contatti con Mosca. Il Papa ha manifestato comprensione verso Putin e Putin si sforza di capire ciò che la comunità cattolica nella persona del Papa cerca di dirgli. Credo che la Russia prenderebbe in seria considerazione le dichiarazioni di condanna del Vaticano».

 

La Verità, 12 marzo 2022

«Il Muro è caduto, ma il comunismo è vivo»

Una storica dell’anima. Una narratrice delle persone semplici, capace di una tenerezza e di una pietas che non hanno nulla a che vedere con il buonismo patinato di moda. Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, è stata protagonista dell’annuale appuntamento dell’università di Padova con un premio Nobel con una lezione intitolata: «Abbiamo paura della libertà». Bielorussa, perseguitata dal regime del presidente Aljaksandr Lukasenko, riparata a lungo in Europa e tornata a vivere a Minsk nel 2011, Aleksievic ha scritto grandi reportage sugli eventi più tragici della Russia, dalla guerra in Afghanistan al disastro di Chernobyl (Ragazzi di zinco e Preghiera per Chernobyl, dal quale è stata tratta la pluripremiata serie tv; entrambi riproposti dalle edizioni e/o). Citando i festeggiamenti per i trent’anni della caduta del Muro di Berlino, ha osservato che «abbiamo goduto di queste manifestazioni come in una sorta di grande luna park. Ma se oggi riguardiamo ai nostri anni Novanta ci accorgiamo che eravamo dei romantici perché ci illudevamo che la nostra vita si sarebbe trasformata in una festa della libertà. Poco alla volta ci siamo resi conto che la nostra era una rappresentazione naif di quello che stava accadendo. Per esempio, non sapevamo molto di ciò che avevano vissuto i dissidenti russi, perché conoscevamo solo il piano di creare l’uomo perfetto, l’homo sovieticus, un personaggio tragico. Sulle facciate delle baracche dei lager staliniani che avevo visitato campeggiava lo slogan imperativo: “Convogliamo con mano di ferro l’umanità verso la felicità”. Così, finalmente, stiamo prendendo coscienza che la strada della libertà è ancora tortuosa e tragica. Perché il comunismo continua a espandersi».

La libertà è uno dei suoi pilastri irrinunciabili della civiltà moderna: perché non è ancora una conquista sicura?

«Purtroppo il fascismo fa parte della nostra vita perché in democrazia è la maggioranza che governa. Così è ancora il fascismo a decidere».

Usa il termine fascismo come sinonimo di dittatura o come espressione di un sistema storicamente definito?

«Il premio Nobel Czeslaw Milosz ha dichiarato che presto il fascismo si mostrerà a tutti come un’operetta di cattivo gusto al confronto con il comunismo che penetra in maniera profonda nella natura umana. Il comunismo proclamava un sistema di vita uguale per tutti e perciò era considerato giusto. Quello che stiamo vivendo è un momento difficile perché tutti coloro che desiderano una vita nuova non pensano che quando il benessere si diffonderà anche loro saranno benestanti. Di solito si sottolinea come vivono bene gli altri senza riconoscere come viviamo bene noi».

Essendo più affascinante, il comunismo è più pericoloso?

«Il fascismo è più diretto, più semplice. Il comunismo propone delle idee affascinanti».

Perché ritiene che il comunismo sia in espansione?

«A Mosca e a San Pietroburgo è difficile trovare qualcuno davvero felice. Il comunismo non vuole morire e cercherà ancora a lungo di impossessarsi delle nostre menti. I russi di oggi rimpiangono quello che avevano i loro genitori e i loro nonni. Vorrebbero conservare la proprietà privata, ma anche una certa idea egualitaria. Il modello cinese esercita un certo fascino. Sto intervistando tante persone che rimpiangono il fatto che in passato erano tutti uguali, che si lavorava di meno e la vita era più semplice. Rimpiangono l’epoca di Leonid Breznev: se ricordi loro i lager e i gulag ti rispondono citando la vittoria della Seconda guerra mondiale».

Nei suoi libri ha raccontato la guerra e la catastrofe nucleare di Chernobyl, concentrandosi sulla descrizione del male.

«Voglio descrivere il male nella quotidianità delle guerre, nei piccoli conflitti che ci sono. Voglio capire perché viviamo così».

Che risposta si e data? Il male viene dalla superbia dell’uomo che si ritiene onnipotente grazie alla tecnologia o dall’ideologia?

«Il male proviene dall’ideologia. Lo abbiamo visto anche nel periodo di Boris Eltsin, presunto riformatore, vittima dell’alcolismo. Vladimir Putin ha creato un programma di recupero di ciò che è stato e ha trasformato a proprio vantaggio il pericolo del ritorno del comunismo. La difesa dagli attacchi alla Russia è stato il punto di partenza della sua ascesa. Il popolo taceva e lui ha cominciato a parlare. Disse che avrebbero cercato e ucciso i Ceceni, nemici della Russia, fin dentro i bagni».

Si definisce una storica dell’anima. Chi ha visto la serie tv Chernobyl ricorda la storia della vedova del vigile del fuoco Vasilij Ignatenko che nel libro è ancora più drammatica. Da che cosa le viene questa pietas?

«Sono cresciuta tra queste persone e le ho osservate. Mi sono sempre chiesta perché nessuno capisce queste sofferenze».

Nella sua letteratura le voci degli umili diventano protagoniste.

«Perché parlare sempre degli eroi e non delle persone semplici?».

Annota che il giorno dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima venne presentata la nuova versione dell’ipad: perché mette in relazione questi due eventi?

«La relazione è data dalle prospettive tecnologiche. Produciamo oggetti e sistemi che poi non sappiamo gestire. È come se la tecnica fosse già più alta di noi. Il nostro inchinarci davanti a ogni nuova versione di cellulare o tablet è una forma di follia collettiva».

È l’illusione dell’onnipotenza che deriva dalla tecnologia?

«Non solo, anche il fatto che va oltre le nostre possibilità di gestirla».

Gli scienziati nucleari di diversi paesi le hanno detto che le loro centrali «sono affidabilissime».

«Un funzionario russo ha sostenuto che se ne poteva installare una sulla Piazza Rossa. Uno giapponese mi ha risposto che quello delle centrali nucleari è un problema di noi russi. Poi c’è stato il disastro di Fukushima».

«Quanto uomo c’è nell’uomo?», si chiede Fëdor Dostoevskij. È ottimista a questo proposito?

«Non sono molto ottimista. Credo sia necessario un cambio di mentalità. Io vivo in un condominio nel quale ogni singolo membro di tutte le famiglie che lo abitano possiede un’auto. Che umanità possiamo vedere in questa situazione?».

Il suo pessimismo è determinato dalla corsa frenetica al benessere?

«Sì».

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