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«Vivo al Lido, ma niente Mostra: ora dipingo»

Catherine Spaak è morta il 17 aprile 2022, giorno di Pasqua, dopo una lunga malattia. Ripropongo la mia intervista, pubblicata dalla Verità nel settembre 2017, perché, pur dissonante nel coro generale degli osanna, ne fa ugualmente trasparire l’intelligenza e lo spirito indomito.

«Eravamo in barca…». Catherine Spaak arriva al bar del Lido di Venezia scortata da una barboncina. Camicia e bermuda, capelli raccolti, abbronzatura da esposizione senza creme protettive. Il fascino resiste.

In barca con suo marito?

«Sì, è pilota di porto, ma ha una barca sua».

Cosa fanno i piloti di porto?

«Salgono a bordo delle navi da trasporto e da crociera e le guidano insieme ai comandanti fino all’ormeggio».

Sulle grandi navi in laguna…

«Dice che non danneggiano l’ambiente: sotto, nei canali, c’è la melma».

Da quanto vive al Lido?

«Da due anni. Prima mio marito stava a Trapani».

E vi siete sposati sposati a Erice.

«Mio marito ha avuto un incidente a una spalla ed è rimasto fermo per un po’. Quando è rientrato ha potuto scegliere la nuova destinazione e ha scelto Venezia, che piaceva anche a me».

È più giovane di 18 anni: pesa la differenza d’età?

«Le cose che facevo con facilità a 40 o 50 anni ora mi costano. Andare in bicicletta, per esempio. Le cene e la mondanità invece non mi sono mai piaciute».

Capisco. La differenza di età rispetto al marito?

«Non credo sia rilevante».

Perché ha molte energie?

«Mi posso accontentare».

O perché crede nell’amore?

«Qualcuno ci riesce, ma penso che vivere senza amare sia una condanna».

Tra Emmanuel Macron e sua moglie ci sono 24 anni di differenza.

«Non m’interessa. Ho perso il vizio di giudicare: è troppo faticoso».

Sbaglio se dico che bisogna avere tante risorse per non farsi scoraggiare dagli amori finiti e risposarsi la quarta volta?

«A Maurizio Costanzo non farebbe questa domanda».

Magari sì.

«Ne dubito, è una domanda che si fa alle donne. Ci sono donne che hanno avuto mille uomini, ma essendosi sposate una sola volta sono stimate. Lo so, i matrimoni fanno effetto; io credo possa essere una brava donna anche chi è arrivata al quarto».

L’ultima volta che il grande pubblico l’ha registrata è stata all’Isola dei famosi

«Che cosa significa registrata?».

Cosa non ha funzionato all’Isola?

«Accadevano cose diverse da quelle prestabilite e me ne sono andata».

Per esempio?

«Non ne parlo volentieri, sono state scritte cose pessime. L’Honduras è violento. All’ingresso degli alberghi c’erano cartelli che invitavano a lasciare le pistole in macchina. A causa di un tornado siamo rimasti in hotel una settimana. Mi è capitato di vedere un servizio in tv sui soldati dell’esercito che, siccome si annoiavano, sparavano alle gambe dei cani per esercitarsi».

Ne fu turbata.

«Era parte di una situazione per me insostenibile».

In televisione iniziò come conduttrice di Forum su Canale 5, ma dopo due anni smise…

«Come giornalista sì, ma durò di più…».

Perché finì?

«Non ne voglio parlare».

Ad Harem invece si è divertita molto.

«Per 15 anni. Autori e direttori di Rai 3 mi hanno lasciato piena libertà. Credo che anche il pubblico si sia divertito».

L’ospite più divertente?

«È difficile, tre persone a settimana per 15 anni… Una è Kuki Gallmann, l’ambientalista autrice di Sognavo l’Africa. E Paola Borboni, piena di vita».

La sua dote era la malizia?

«La capacità di ascoltare. I giornalisti hanno paura del silenzio. In tv, poi, vanno nel panico. Ero intuitiva, accettavo il silenzio, prima che la persona parlasse».

L’ospite che la mise in difficoltà?

«Nessuno».

Perché fu chiuso il programma?

«Dopo Angelo Guglielmi altri cinque direttori l’avevano confermato. Quando arrivò Paolo Ruffini decise che si era detto tutto sulle donne».

Nessuna trattativa?

«Avevo dei progetti, ma non ebbero seguito».

Prima della tv il cinema e un po’ di musica: ha sempre voluto fare l’attrice?

«Volevo fare la ballerina classica, avevo studiato, ma sono diventata troppo alta. Il contatto con il cinema è stato casuale».

Sentiamo.

«Un’amica che doveva fare un provino per un cortometraggio mi chiese di accompagnarla. Il regista disse: “Lei è esattamente la tipologia di persona che cerco”. Solo che ero io. Quello fu il mio inizio, anche se mio padre era un importante sceneggiatore e in casa venivano molti uomini di cinema».

Che rapporti aveva con i suoi?

«Non buoni. Me ne sono andata a 18 anni dopo il primo film, Dolci inganni, di Alberto Lattuada».

Come la pescò Lattuada?

«Aveva già collaborato con mio padre a un film intitolato La spiaggia. Veniva a trovarci e diceva che prima o poi avrei fatto l’attrice. Quando chiese se poteva farmi un provino a Roma non pensavo di fare l’attrice».

Da bambina firmava autografi ai compagni di classe.

«Era un gioco».

Suo padre le concesse il provino, non era cattivo…

«Lo vedevo poco. A 9 anni sono entrata in collegio e ne sono uscita a 14 per andare a scuola a Parigi. A 16 o 17 ho iniziato a lavorare. Erano rapporti sempre un po’ conflittuali».

Poi risolti?

«Quando si è giovani è difficile comprendere certe cose, ma alla mia età mi sento serena. Non vivo nel passato».

In quegli anni al cinema era spesso oggetto del desiderio di persone adulte.

«Fanno ridere queste parole se si guardano quei film. Interpretavo ruoli di ragazza libera, consapevole. O personaggi letterari come la Cecilia de La noia di Alberto Moravia. Donne autonome».

Proto femministe.

«Non c’era il divorzio, le donne erano sottomesse, tanto più in un mondo maschilista come il cinema. Sul set c’erano 60 uomini e tre donne. La sarta, la segretaria di edizione e l’attrice protagonista; quattro con la parrucchiera. Anche uomini di talento e di cultura erano misogini».

Il suo fascino etereo incrinò il dominio delle maggiorate.

«Era anche un fatto generazionale. Io e alcune colleghe come Stefania Sandrelli eravamo diverse da Sofia Loren a Gina Lollobrigida, con tutto il rispetto. La seduzione divenne più mentale che fisica».

Il suo modello?

«Ammiravo Audrey Hepburn. Quando la cito gli uomini storcono la bocca».

Cosa pensa dello scandalo delle molestie sessuali?

«Che doveva capitare. È la solita storia: tutti lo sanno e nessuno lo dice. Io ne parlai molti anni fa, ma molte colleghe dissero che a loro non era mai successo. Forse era solo troppo presto».

Il movimento Metoo?

«Ci sono tante sfaccettature, anche donne che approfittano di certe situazioni o che hanno delle responsabilità. Tuttavia, penso che la maggior parte abbia aderito perché ha subito situazioni spiacevoli. Il femminicidio è il risultato di un comportamento maschile sbagliato».

Catherine Deneuve ha difeso la libertà degli uomini di importunare.

«Poi si è scusata. Catherine Deneuve è Catherine Deneuve. Posso solo dire che non sono d’accordo».

Se gli uomini superano il limite non basta ribellarsi?

«Bisogna proteggere le donne molestate e violentate. Ci vuole un’educazione diversa di quella che si dà ai maschi, non solo in Italia. Qualche anno fa se una donna andava in commissariato le ridevano in faccia. Servono leggi severe per gli uomini che si comportano in modo sbagliato».

Lei ha subito molestie?

«Tempo fa, niente di grave, atteggiamenti inadeguati».

Che idea si è fatta della vicenda di Asia Argento?

«Nello studio di Bruno Vespa l’ho difesa dicendo che è assurdo stabilire un lasso di tempo oltre il quale una denuncia non è valida».

Gli ultimi fatti insegnano che lo schema uomini violenti e donne vittime è da rivedere?

«Bisogna sapere bene come sono andate le cose prima di giudicare. Io non lo so».

È ancora interessata alle discipline orientali?

«Pratico la meditazione buddista secondo la tecnica Vipassana».

Cosa le trasmette?

«Mi aiuta a interrogarmi sulle questioni fondamentali della vita. Anche la scuola dovrebbe educare al silenzio. Viviamo in un mondo di rumore, saltando da un posto all’altro. La tecnologia ha grande responsabilità, vedo ragazzi che non vivono senza essere connessi e non sanno stare soli con sé stessi».

Le manca il tempo in cui era «la voglia matta» di Ugo Tognazzi?

«Per carità».

Quando cantava L’esercito del surf?

«Per carità».

E quando ospitava Giulio Andreotti ad Harem?

«Nooo. Non vorrei avere né 30 né 40 né 50 anni oggi, sarei in difficoltà. Ero così anche a vent’anni».

Così come, un filo snob?

«L’hanno detto in tanti».

Si definisca.

«Non saprei… Sto bene con me stessa».

L’hanno mai invitata alla Mostra del cinema, a due passi da qui?

«Due anni fa hanno proiettato L’uomo dei cinque palloni di Marco Ferreri con Marcello Mastroianni. Mi hanno invitata, ma ho declinato. Non ho voglia di presenziare…».

Se le chiedessero di consegnare un premio?

«Mah… Vivo lontano dal cinema e dal teatro. Anche se l’anno scorso ho recitato un testo scritto da me su Colette. L’abbiamo portato in tournée e replicato diverse settimane al Parioli di Roma».

Perché smise di fare cinema?

«Trovavo banali le parti che mi proponevano. Tutto si è affievolito molto serenamente».

Ci va ancora?

«Da normale spettatrice, anche a teatro. Vado alle mostre, alla Biennale… E dipingo; la pittura mi ha preso molto».

Quando vedremo i suoi quadri?

«A fine anno».

Ci può anticipare qualcosa?

«Devo incontrare un gallerista interessato a quello che faccio, ne parlerò al momento opportuno».

Niente notizie, le piace più intervistare che farsi intervistare.

«Ora nemmeno più quello. Quando ho cominciato a scrivere sospettavano che scrivesse qualcun altro; quando facevo le interviste che le preparasse qualcun altro; ora diranno che i quadri chissà chi li ha dipinti. Ha presente quando si diceva che gli attori di cinema non potevano recitare a teatro? Però questi giudizi non mi hanno impedito di fare quello che ho fatto e che faccio».

Il suo film della vita?

«È difficile… Adoro Momenti di gloria».

Bellissimo.

«Anche E. T. e Jules e Jim. Poi leggo molto, due o tre libri al mese».

L’ultimo?

«La treccia di Laetitia Colombani».

Vive al Lido e va spesso a Roma…

«Ogni tanto, Roma non mi piace più, sto meglio qui. Anche d’inverno».

La Verità, 2 settembre 2017

«Dopo 100 film Avati mi ha donato una donna inedita»

Sono a sua disposizione, ma se possibile evitiamo di parlare delle solite cose. Di vite ne ho una decina, ho cominciato a 15 anni…».

Oltre cento film, diretta da tutti i maggiori registi italiani, molto teatro e negli ultimi anni parecchia fiction di successo, Stefania Sandrelli è all’altro capo del cellulare con la sua voce festosa. Dall’8 febbraio potremo vederla sui canali Sky nei panni di Rina Cavallini, protagonista, con Giuseppe «Nino» Sgarbi (Renato Pozzetto in un inedito ruolo non comico), di Lei mi parla ancora, il film che Pupi Avati ha tratto dai mémoire del padre di Elisabetta e Vittorio. Il cast è completato da Isabella Ragonese, Fabrizio Gifuni, Chiara Caselli, Lino Musella, Alessandro Haber, Serena Grandi, Nicola Nocella e Gioele Dix.

Signora Sandrelli, com’è andato il primo film con Pupi Avati?

«È uno dei registi che ho sempre ammirato, perciò avrei voluto lavorare con lui molto prima. Credo che insieme abbiamo fatto un bellissimo film».

È un regista che mancava alla sua ricca collezione.

«Lo aspettavo da tanto, molti suoi film mi sarebbe piaciuto interpretarli».

E con Renato Pozzetto aveva mai lavorato?

«Mai. Però quando ci siamo incontrati a serate o a teatro abbiamo sempre simpatizzato perché ammiro le persone ironiche. In più, è un grande attore, ça va sans dire».

Le è piaciuta Rina Cavallini?

«È una figura frastagliata, resa bene anche da Isabella Ragonese, negli anni giovanili. Il film comincia con la mia morte e, più che seguire il corso della vita, racconta il temperamento di Rina. Una donna che si butta, scappa, poi torna e perciò potrebbe sembrare insicura delle proprie emozioni. Invece è una donna forte e lo è fino alla fine».

Credeva che l’amore e la fedeltà all’amato fossero un anticipo d’immortalità.

«Pupi Avati ha voluto rappresentare questa idea con leggerezza, quasi per gioco, attraverso la lettera che lei consegna a Nino il giorno del matrimonio. E che nel film scompare e riappare, quasi come una carta da gioco».

Ma non è un bluff.

«No, perché contiene una promessa. Se esiste davvero un amore così totalizzante allora, forse, si può dire che è immortale. È un’idea che si può rappresentare in tanti modi. Quella di Avati è una scelta coraggiosa, è un film che può sembrare crepuscolare».

Invece?

«Invece, anche a causa dei momenti drammatici che stiamo vivendo, ci aiuta a comprendere l’importanza dei sentimenti e il fatto che possono essere salvifici, nella loro grandiosità».

La forza del film Pozzetto, è nella sua ingenuità?

«Sì, è così».

Nino e Rina sono figure d’altri tempi?

«Possono essere attuali. In un sentimento così grande tutto è concesso. Fanno lo stesso lavoro e condividono anche l’amore per l’arte. Non credo che lui sia succube di lei, Rina è una donna volitiva e passionale. Se si ama davvero, è inevitabile esserlo».

Il «per sempre» che Nino ripete oggi è un’ambizione anacronistica?

«Il per sempre può valere per molte cose. Si può prendere spunto dall’amore, ma per esempio può valere per la musica, che è la più alta delle arti. Se amo un brano musicale, lo posso sentire un miliardo di volte con lo stesso trasporto».

Le sue storie avevano questa ambizione?

«Avrei voluto che fossero per sempre, i miei compagni lo sanno… Le storie d’amore importanti, Gino Paoli, mio marito (Nicky Pende ndr), Giovanni Soldati, sono nate con questa presunzione. Ho fatto di tutto per dedicarmi totalmente e ho sofferto molto delle loro fini non volute. Non sono mai stata pronta alla fine. Mi sono sempre trovata come sperduta dentro un bosco, sola e nuda, preoccupata di coprirmi. Ma senza sapere dove andare e cosa fare».

Che cos’è l’amore per Stefania Sandrelli?

«Un mistero, lo dico col cuore in mano. È un mistero anche quando a un certo punto finisce».

È qualcosa che viene donato e può essere tolto?

«È anche un atto di coraggio, perché può esserci l’altra faccia della medaglia. Tutti noi sappiamo di rischiare, anche se magari non ci aspettiamo che possa finire».

I giovani hanno l’aspirazione al «per sempre»? O come si può trasmetterla loro?

«Io credo molto nell’esempio, perché l’ho avuto dalla mia famiglia. Da mio padre che porto dentro di me, anche se l’ho conosciuto per poco tempo. Quando i miei figli mi hanno detto che sono stata un esempio per loro, mi sono commossa… E mi commuovo anche adesso, anche se non dovrei perché mi aspetta un set fotografico…».

Diceva dei suoi figli.

«È il regalo più grande che potessero farmi… Non ho mai vissuto per essere un esempio e ho dato anche pochi consigli. Però, forse, il mio modo di amarli e condividere la vita è servito. Anche nel casino… e con il lavoro che facevo».

Oggi accade troppo spesso che si rinunci alla prima difficoltà?

«Sì, è possibile. Perché l’amore è comunque una cosa che va costruita».

Come diceva Ivano Fossati.

«Parlo guardandomi indietro. Se questa intervista me l’avesse fatta vent’anni fa probabilmente non sarei stata pronta. Quando senti che qualcosa che ami puoi perderla devi lavorarci, per quanto sia possibile».

Tra quelle che ha interpretato c’è un’altra donna che si avvicina a Rina Cavallini?

«Forse proprio questo, un personaggio inedito, è il regalo più prezioso che mi ha fatto Avati. E anche se, per com’era la storia, muoio all’inizio, mi sono sentita dentro la sua vita fino alla fine».

È strana una donna così protagonista in cui non ci sono rivendicazioni femministe?

«È magnifico, ed è un piccolo segno che dice tutto».

In che senso?

«Perché significa avere un carattere pari a quello di un uomo. Senza questo, secondo me non si riesce a condividere un tubo. Perciò ai miei dico sempre: cerchiamo di camminare uno a fianco dell’altro, non io davanti e tu dietro o viceversa. È più semplice camminare insieme».

In tanto parlare di generi vede troppo antagonismo tra uomini e donne?

«Sì, ed è squallido per ciò che conosco di uomini e donne. Trovo riduttivo ragionare in termini di genere e di quote. È vero che noi donne dobbiamo fare squadra sennò veniamo calpestate, però c’è modo e modo di farlo».

Cosa intende per riduttivo?

«Le quote rosa, per esempio. È un’espressione che un po’ mi spaventa, mi sembra senz’anima».

Qual è la figura femminile che le è rimasta più nel cuore?

«Le dico la verità, ho sempre cercato una corrispondenza alla donna italiana. Perciò preferisco i film corali, meno quote e meno genere. Ho accettato parti che non spiccavano, ma che erano ugualmente importanti. In un film ci sono cose che non si vedono e non si dicono. Il cinema corale è quello che mi piace».

La parte che ha più segnato la sua carriera è Teresa, la moglie disinibita della Chiave di Tinto Brass?

«Non direi. In Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli ed Ettore Scola ho interpretato un personaggio talmente struggente che non posso non preferirlo a tutti gli altri. Una ragazza dolce e dolente che… anch’io conoscevo bene».

Anche il cinema come l’amore può aiutare a superare i nostri limiti e regalare un pizzico d’immortalità?

«Immortalità non credo. Lei ha citato La chiave e non me l’aspettavo: di sicuro quel personaggio mi ha liberato e quindi, in qualche misura, mi ha sostenuto».

Lì, i limiti si superano?

«Un attore lavora con il proprio cervello e il proprio corpo. Non ho avuto timore a mostrarmi nuda perché il corpo è uno strumento di lavoro».

È stata diretta dai più grandi registi italiani. Da chi ha imparato di più?

«È difficile… Le assicuro, ognuno di loro non mi ha mai fatto rimpiangere il precedente».

A chi è rimasta più legata?

«A Ettore Scola perché ha creduto molto in me. In ogni mio bel ricordo, un premio, un riconoscimento, lui c’è sempre».

C’è qualche ruolo di cui si è pentita?

«No, per fortuna. Però ho ben presente i film che avrei voluto interpretare».

Quali?

«Sono due. Il primo è Il giardino dei Finzi Contini, uno dei più bei film del cinema italiano. Giorgio Bassani e Vittorio De Sica volevano me, c’erano già i costumi pronti. Poi, per esigenze di produzione, furono fatte altre scelte».

E l’altro?

«È La ragazza di Bube con George Chakiris, un bravissimo attore».

Lo interpretò Claudia Cardinale.

«Anche se aveva qualche anno più di Mara, un personaggio bellissimo. Anche lì fu decisiva la produzione di Franco Cristaldi».

Come vive questi strani giorni? C’è qualcosa che la conforta?

«Sì. Intanto, mangio qualche dolce in più, anche se non dovrei. Poi mi abbandono alla musica. Credevo di leggere di più, invece quando apro un libro presto lo chiudo. La musica mi avvolge e mi piace muovermi seguendola e ascoltandola anche a un volume un po’ eccessivo. È qualcosa che mi sostiene».

Che musica predilige?

«Ne ascolto tanta. Il jazz, l’opera, la classica. A Viareggio ho assistito a tanti concerti… Ella Fitzegerald, Chet Baker, Stevie Wonder, Ray Charles, Aretha Franklin. Mio fratello era un concertista, mio nonno un melomane e mi cantava le arie di Puccini».

Ha paura del virus?

«Credo di essere una persona coraggiosa. Ma seguo in modo viscerale le prescrizioni e il corso dei vaccini che in passato hanno già salvato il mondo e dovrebbero continuare a farlo».

È giusto che le sale cinematografiche continuino a restare chiuse?

«Finché non c’è una sicurezza importante e vera sì. È una pandemia».

Della crisi di governo che idea si è fatta?

«Mamma mia… Ho sempre pensato che le persone che fanno politica, di qualsiasi orientamento, dovrebbero essere migliori di noi cittadini. Invece accade molto di rado. E questo mi fa incavolare e mi addolora».

Che sogno coltiva per il futuro?

«Mi piacerebbe dedicarmi a qualcosa nel cinema, un personaggio o un copione che mi dia speranza. Lo dico anche scaramanticamente».

 

La Verità, 6 febbraio 2021

«Con gli Sgarbi racconto il per sempre dell’amore»

Buongiorno Pupi Avati, finalmente torna sul set.

«Finalmente, sì. Le riprese di Lei mi parla ancora dovevano iniziare il 25 marzo. Poi…».

Quando uscirà nelle sale?

«Nel 2021. Vision Distribution ha mostrato grande coraggio per co-produrre una pellicola di qualità e controcorrente come questa».

Come sarà girare post Covid?

«Dobbiamo rispettare una serie di regole e vincoli. Mi hanno fatto il test sierologico e dovrò ripetere il tampone ogni settimana».

E la troupe?

«Sarà sempre monitorata. Abbiamo un medico e un infermiere fissi sul set. Noi che siamo sempre accoglienti con chi vuole assistere, stavolta siamo blindati. Ingresso vietato anche alle troupe della Rai».

Limitazioni anche di tipo artistico?

«Avevamo previsto circa 360 comparse, ce ne hanno concesse meno della metà».

Però…

«Finalmente si comincia. Anzi, facciamo presto…».

A 81 anni compiuti, Pupi Avati, reduce da Salina dove ha ritirato il premio Troisi alla carriera, è ancora entusiasta del suo lavoro, «un mestiere che non s’impara mai», e non vede l’ora di dare il primo ciak, lunedì prossimo, a Lei mi parla ancora, il film ispirato al libro nel quale Giuseppe «Nino» Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio, si rivolgeva alla moglie Caterina «Rina» Cavallini da poco scomparsa. Era una lunga e struggente lettera all’amata di una vita, terzo capitolo della saga di una famiglia di farmacisti con grandi vocazioni artistiche (lo stesso Nino, morto nel gennaio 2018, iniziò a scrivere a 93 anni, cedendo alle insistenze della figlia).

A interpretare papà Sgarbi doveva essere Massimo Boldi.

«La primissima idea era stata Renato Pozzetto. Solo che avevo avuto un piccolo diverbio con lui e avrei dovuto chiamarlo per chiedergli scusa. Ma tendevo a rimandare. Alla fine, dopo varie peregrinazioni, ho pensato che conveniva rompere gli indugi pur di averlo».

Una di queste peregrinazioni l’aveva portata da Johnny Dorelli: sarebbe stato un bel colpo di cinema.

«C’è stata anche questa ipotesi, ma lui non se l’è sentita mancando dal set da troppi anni. La scelta di Pozzetto è la migliore, a conferma che non tutti i mali vengono per nuocere. Mi stimola anche la sfida di offrire un ruolo drammatico a un attore esclusivamente comico».

Un’operazione che ha già avuto successo con altri.

«Ma ogni essere umano, ogni attore, è diverso. Pozzetto non è Diego Abatantuono o Carlo Delle Piane o Neri Marcoré. Ognuno ha il proprio temperamento…».

Invece con Stefania Sandrelli nessun dubbio?

«Nessuno».

Oltre al Covid e al cast ha dovuto superare altri scogli?

«Dal libro che lei mi ha suggerito di leggere, perché è stato lei a segnalarmelo, dovevo trarre un mio film. Nel far cinema ho sempre attinto ai miei ricordi senza dover ricorrere a quelli di altri. Questa era la prima volta. Ma leggendo il mémoire di Nino Sgarbi mi ha commosso la storia, assolutamente anacronistica, di un matrimonio durato 65 anni. Dovevo trovare il modo di appropriarmene, di farla mia».

E come ha fatto?

«Ho pensato di raccontare com’è nato il libro, frutto dell’incontro tra un anziano farmacista di Ro ferrarese e un ghostwriter che lo induce a scavare e raccontare le sue memorie. Il film è il prequel del libro».

Non potendo scrivere perché semicieco, Nino Sgarbi ricordava e Giuseppe Cesaro trascriveva…

«Si è instaurata una simbiosi letteraria tra due persone di età e di esperienze molto diverse».

Intervistato per Panorama Cesaro mi disse che dialogando con Nino gli sembrava di farlo con suo padre, anch’egli rodigino.

«Sarà Fabrizio Gifuni a interpretare il ghostwriter con situazione familiare sgangherata alle spalle. Il rapporto tra lui e papà Sgarbi aveva qualcosa di surreale, perché erano due mondi lontani che s’incontravano non senza la fatica di trovare un linguaggio comune. Il film racconta l’interlocuzione tra il buon senso di questo vecchio e colto signore e il più giovane intellettuale dall’esistenza disordinata».

Chi interpreta Bruno Cavallini, fratello di Rina e zio di Elisabetta e Vittorio?

«Alessandro Haber. Bruno Cavallini era l’intellettuale della famiglia che parlava di poesia con Nino. Era una persona di grande fascino che sedusse e influenzò Vittorio da giovane».

Elisabetta Sgarbi?

«Sarà impersonata da Chiara Caselli, già con me nel Signor Diavolo».

Com’è stato collaborare con i fratelli Sgarbi?

«Elisabetta è una persona meravigliosa, una collaboratrice generosissima che tiene molto a questo progetto. Anche Vittorio ha dato dimostrazione di pudore, restando a distanza. Temevo la sua esuberanza, invece ha mostrato grande rispetto per il nostro lavoro».

Che cosa l’ha affascinato di più di questa storia?

«L’idea del titolo, Lei mi parla ancora. Il fatto che lui non voglia credere che lei non ci sia più».

Il protrarsi del rapporto?

«Oltre l’evento traumatico che li aveva separati. Tanto che lui sosteneva che lei fosse ancora nascosta nella casa».

Torna a girare nella Romagna che confina con il Veneto, il Po…

«È la parte dell’Emilia più rimasta legata alla sua storia. In questo tempo sospeso, nel silenzio della casa, tra le donne di servizio e le opere d’arte raccolte da Vittorio e dalla madre, è più facile capire come questo vecchio signore continui il dialogo con la donna della sua vita. È una situazione che ha a che fare con un non tempo, con un tempo fermo».

È il tema centrale del film?

«Il non tempo è il “per sempre” della promessa che Nino e Rina si sono fatti quando hanno deciso che si sarebbero sposati. Una volta si credeva in queste promesse. Ora, nella formula del matrimonio civile, non è nemmeno contemplata, non si dice “finché morte non vi separi”. Anche se poi non accade, nel momento in cui lo dici devi crederci. I ragazzi di oggi non aspirano a questo per sempre».

Per mancanza di ambizione, per incapacità di pensare in grande?

«Certo, adesso è tutto relativo. Lo stesso vocabolo “compagna” trasmette un senso di provvisorietà, “moglie” è molto più impegnativo».

(Voci in sottofondo) Che succede?

«Qui ascoltano e ridono. Dicono che si parano il c… Invece è bello crederci e rischiare».

Questo film sarà visto in prevalenza da persone anziane?

«Ha un target certamente non giovanile o giovanilistico. Nel leggerlo si commuovo anche i miei collaboratori, ma non sono sicuro che i ragazzi oggi abbiano voglia di commuoversi. Un film romantico e letterario è una sfida».

La sfida è raccontare l’amore come una forza che cambia nel tempo?

«Io ci posso provare avendo sperimentato in 55 anni di vita insieme tutte le temperature, difficoltà comprese, del matrimonio: mestiere difficilissimo. Se non ci fosse mia moglie, il mio hard disk…».

Senza il quale i file non funzionano…

«Dentro i suoi occhi ci sono io in tutte le età».

Lei mi parla ancora dirà qualcosa ai giovani delle difficoltà a metter su famiglia?

«Noi non abbiamo mai pensato che mettere al mondo un figlio fosse una variabile nella programmazione finanziaria della coppia: prima compriamo la macchina, poi l’appartamento, poi facciamo un figlio. Oggi c’è grande rispetto per la natura e la cultura green, ma quando si tratta di avere figli iniziano le eccezioni».

 

La Verità, 29 luglio 2020