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L’eroina che rifiuta l’apocalisse dolce dei buoni

Il virus della bontà si è impadronito del pianeta e solo una donna gli resiste. Riuscirà «la persona più infelice della terra a salvare il mondo dalla felicità»? È l’interrogativo di Pluribus, la serie ideata e sceneggiata da Vince Gilligan (Breaking Bad e Better Call Saul), forse l’autore più geniale del villaggio. La più vista di sempre su Apple tv, è stata rinnovata per una seconda stagione. Già questi sono buoni motivi per vederla con un occhio di riguardo, ma naturalmente la vera ragione per farlo sono trama e contenuto. L’ultimo dei nove episodi che la compongono sarà rilasciato il 26 dicembre e solo allora scopriremo se in questa storia «andrà tutto bene», come si sente ripetere in ogni film. Non è affatto detto che sia così perché, dietro l’obiettivo di rovesciare le formule della fantascienza, si nasconde l’ambizione di una riflessione sul rapporto tra benessere collettivo e libertà individuale, tra felicità globale e identità personale. Il tutto proposto con grande cura formale, ottime musiche e qualche lungaggine autoriale. Possibili, lontani, riferimenti: Lost, per i prologhi spiazzanti e i flashback, Truman Show, per la solitudine e l’apparenza stranianti, Black Mirror, per la cornice distopica. Ma la mano dell’ideatore è inconfondibile.
Ci troviamo ad Albuquerque, la città del New Mexico già teatro dei precedenti plot di Gilligan, ma stavolta la vicenda è tutt’altra. Siamo in un futuro progredito e un certo rigore si è già radicato nella quotidianità. Per esempio, l’avviamento delle auto di ultima generazione è collegato alla prova di sobrietà del palloncino: se si è stati al pub, l’auto non parte. Individuato da un gruppo di astronomi, un virus Rna proveniente dallo spazio, trasmesso in laboratorio da un topo e contagiato tramite baci e alimenti, rende gli esseri umani felici, gentili e samaritani con il prossimo. Le persone agiscono come un’unica mente collettiva, ma non a causa di un’invasione aliena, tipo L’invasione degli ultracorpi, bensì per il fatto che «noi siamo noi», garantisce un politico che parla dalla Casa Bianca, anche se non è il presidente. «Gli scienziati hanno creato in laboratorio una specie di virus, più precisamente una colla mentale capace di tenerci legati tutti insieme». In questo mondo, non esiste il dolore, non si registrano reati, le prigioni sono vuote, le strade non sono mai congestionate, regna la pace. Tutto è perfetto e patinato, perché la contraddizione non esiste. Debellata, dietro una maschera suadente. La colla mentale dispone alla benevolenza e alla correttezza le persone. Che però non possono scegliere, ma agire solo in base a un «imperativo genetico». Soltanto 12 persone in tutto il pianeta sono immuni al contagio. Ma mentre 11 sembrano disposte a recepirlo, l’unica che si ribella è Carol Sturka (Reha Seehorn), una scrittrice di romanzi per casalinghe sentimentali. Cinica, diffidente, omosex e discretamente testarda, malgrado vicini, conoscenti e certi soccorritori ribadiscano le loro buone intenzioni – «vogliamo solo renderti felice» – lei non vuole assimilarsi ed essere rieducata dal virus dei buoni. I quali, ogni volta che lei respinge bruscamente le loro attenzioni, restano paralizzati in strane convulsioni, alimentando i suoi sensi di colpa. Il prezzo della libertà è una solitudine sterminata, addolcita dal fatto che, componendo un numero di telefono, può vedere esaudito ogni desiderio: cibi speciali, cene su terrazze panoramiche, giornate alle terme, Rolls Royce fiammanti. Quando si imbatte in qualche complicazione è immediatamente soccorsa da Zosia (Karolina Wydra), volto seducente della mente collettiva, o da un drone, tempestivo nel recapitarle a domicilio la più bizzarra delle richieste. A Carol è anche consentito di interagire con gli altri umani esenti dal contagio. Che però non condividono il suo progetto di ribellione alla felicità coatta: tocca a noi riparare il mondo. «Perché? La situazione sembra ideale, non ci sono guerre, viviamo tranquilli», ribatte un viveur che sfrutta ogni lusso e privilegio concesso dalla mente collettiva.
L’idea di questa serie risale a circa otto o nove anni fa, ha raccontato Gilligan in un’intervista. «In quel periodo io e Peter Gould (il suo principale collaboratore ndr) avevamo iniziato a lavorare a Better Call Saul e ci divertivamo parecchio. Durante le pause pranzo avevo l’abitudine di vagare nei dintorni dell’ufficio immaginando un personaggio maschile con cui tutti erano gentili. Tutti lo amavano e non importa quanto lui potesse essere scortese, tutti continuavano a trattarlo bene». Poi, nella ricerca del perché di questa inspiegabile gentilezza, la storia si è arricchita e al posto di un protagonista maschile si è imposta la figura della scrittrice interpretata da Reha Seehorn, già nel cast di Better Call Saul. Su di lei, a lungo sola in scena, si regge lo sviluppo del racconto. A un certo punto, provata dalla solitudine, ma senza voler smettere d’indagare anche perché incoraggiata dalle prime inquietanti scoperte, Carol cambia strategia, smorzando la sua ostilità…
Il titolo della serie deriva da «E pluribus unum», cioè «da molti, uno», antico motto degli Stati Uniti, proposto il 4 luglio 1776 per simboleggiare l’unione delle prime 13 colonie in una sola nazione. Gilligan ha trasferito la suggestione di quel motto a una dimensione esistenziale e filosofica, inscenando una sorta di apocalisse dolce per riflettere sulla problematica convivenza tra singolo e collettività. Per questo, in origine, Plur1bus era scritto con l’1 al posto della «i».

 

La Verità, 17 dicembre 2025

L’arte di Golino, feuilleton con ambizioni d’autrice

Dopo la serie ispirata da M – Il figlio del secolo di Antonio Scurati, in omaggio al fascismo eterno, seconda produzione in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, Sky manda in onda L’arte della gioia, sei episodi tratti dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, consacrati all’affermazione senza se e senza ma della fluidità.

Siamo nella Sicilia d’inizio Novecento e nel monastero dove una bambina – unica superstite del rogo della sua casa seguito a una violenza domestica – viene accolta da suore solerti ma perplesse, fede e devozione sono poco più che soprammobili. Le monache, infatti, sono impegnate soprattutto a combattere le tentazioni e a infliggere punizioni a chi trasgredisce le regole. La prima delle quali sarebbe che in quell’istituto le vocazioni sono correlate al censo. Perciò Modesta (Tecla Insolia), un nome che ne rivela le origini ma ne maschera la tempra, non potrebbe aspirare alla vita consacrata, non fosse per la magnanimità dell’ambigua madre superiora (Jasmine Trinca), zelante nell’imporre l’eccezione. Tuttavia, per quanto ci si adoperi, la selvaggia istintività dell’adolescente confligge con l’ordine costituito, scatenando turbamenti e ritorsioni. Non resta che arrendersi all’assenza della vocazione e dirottare i servizi della ragazza nella tenuta di campagna della decadente principessa Gaia Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), gestita da figli e servitori, ognuno con i propri misteri, a cominciare dal custode don Carmine (Guido Caprino). Tra statue e affreschi, Modesta ribattezzata Modì (come maudit), e divenuta avida lettrice dei poeti maledetti, continuerà a gestire sfrontatamente e sagacemente la sua sensualità non binaria, vero segreto dell’arte della gioia.

Furbamente costruita con i caratteri del romanzo d’appendice, confezionata con fotografia e scenografia vellutate e molto ben recitata dal cast in grandissima parte femminile, la storia trae vantaggio dall’alone di libro maledetto, consolidato dalla travagliata pubblicazione postuma nel 1998, a 22 anni dalla prima stesura. È facile immaginare che persino nei formidabili anni Settanta la vicenda di una ragazzina bisessuale nata il primo gennaio del 1900 che, pur di soddisfare le proprie vulcaniche passioni non esitava a lasciarsi dietro una scia di cadaveri, potesse risultare un tantino scabrosa. Oggi, invece, può essere proposta con tutti gli onori come la storia di un’eroina oppressa, ma anticipatrice della lotta contro i vecchi stereotipi. Purtroppo in forza di altri, nuovi, ma ugualmente ingombranti.

 

La Verità, 13 marzo 2025

Senza Avetrana, la serie su Sarah Scazzi è sdoganata

Tutto risolto, abbiamo scherzato. La serie tv ispirata all’uccisione di Sarah Scazzi sarà visibile da oggi sulla piattaforma di Disney+. Niente censure, niente restrizioni. Il braccio di ferro che nei giorni scorsi aveva messo il sindaco di Avetrana Antonio Iazzi contro i potenti produttori della Disney e di Groenlandia, concluso con l’intervento censorio del Tribunale di Taranto che aveva bloccato la messa in onda della fiction, è improvvisamente evaporato. Ora non è più potenzialmente «diffamatoria» per la comunità cittadina, non la rappresenta più come «ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati». Cos’è successo? È stata modificata la sceneggiatura? Sono state sforbiciate le scene più scabrose e colpevolizzanti? Macché. Capito come vanno le cose nella nostra Italietta, i produttori hanno aggirato l’ostacolo: «In ottemperanza al provvedimento emesso dal Tribunale di Taranto e in attesa dell’udienza fissata per il 5 novembre, Groenlandia e Disney informano che il titolo della serie ora sarà Qui non è Hollywood». È bastato togliere il riferimento al paesino del Salento dove il 26 agosto del 2010 si consumò il crimine che portò alla condanna all’ergastolo della cugina e della zia della vittima – Sabrina Misseri e Cosima Serrano – per sbloccare la visione delle quattro puntate dirette dal regista pugliese Pippo Mezzapesa. Tutto appianato. Anche il giudice Antonio Attanasio ha evidentemente acconsentito di rientrare nell’alveo di competenze più plausibili, senza impuntarsi sull’attesa dell’udienza programmata. È immaginabile che una volta resa disponibile, la serie sarà difficilmente cancellabile.

Insomma, quella che in un primo momento era apparsa una piccola tragedia si sta riproponendo come farsa. Una curiosa presa in giro, soprattutto del pubblico. Come se, in assenza della citazione toponomastica nella titolazione, i telespettatori non sapessero che la storia è ispirata al delitto di Avetrana. Tanto più telespettatori di target medio alto come sono gli abbonati a Disney+. Tanto più dopo che quel delitto ebbe enorme risonanza mediatica, con le «scene del crimine» che divennero per mesi set affollato dalle troupe televisive di mezzo mondo. Tanto più sapendo che la fiction è tratta dal libro Sarah la ragazza di Avetrana (scritto per Fandango da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, che figurano tra gli sceneggiatori della serie). Tanto più ora, dopo le recenti polemiche che, all’atto pratico, funzioneranno da agente promozionale.

Dopo l’inusitato intervento del giudice, gli addetti ai lavori si sono interrogati sulle conseguenze giuridiche del precedente creato dal magistrato tarantino. La cronaca nera non poteva più essere fonte ispirativa della produzione cinematografica e televisiva perché quest’ultima poteva avere «portata diffamatoria» della comunità rappresentata? Interi filoni artistici sarebbero stati esposti alla vendetta postuma della cancel culture? E che cosa avrebbero dovuto dire i cittadini di Brembate di Sopra, dove sempre nel 2010 avvenne l’omicidio di Yara Gambirasio? O gli abitanti di Cogne, dove fu ucciso il piccolo Samuele Lorenzi? E i residenti del quartiere napoletano di Scampia, tratteggiato come capitale mondiale della criminalità organizzata? Tutti luoghi che compongono una triste geografia della malvagità, oggetto di altrettante serie televisive. Messo così Qui non è Hollywood è un titolo perfetto per il mondo intero, a eccezione di Los Angeles. Basta non vedere la serie in questione. Con la complicità del sindaco di Avetrana e del giudice di Taranto, l’ipocrisia ha vinto anche stavolta.

 

La Verità, 30 ottobre 2024

Sky conferma gli show e tenta di rinnovare le serie

La presentazione dei palinsesti di Sky Italia che alcuni, nell’italiese di una piattaforma globale che si rispetti, chiamano Upfront, è una carrellata di titoli alternata a veloci «clipponi» che fanno capire ciò di cui si parla. Sul palco del cinema Barberini di Roma sale Antonella D’Errico, executive vice president programming che definisce Sky Italia «un ecosistema produttivo» che per il 2024-25 ha investito 400 milioni, diritti sportivi esclusi. Il primo video si conclude con la certezza che «sarà una stagione perfetta» che parte dalle conferme degli show: da X-Factor a MasterChef, da Pechino-express ai vari giochi imperniati sulla gara di «quattro» (matrimoni, hotel, ristoranti eccetera). Nulla cambia perché «quando si trova un format che funziona hai trovato un tesoro che si rinnova al suo interno», assicura D’Errico. Il rinnovamento più profondo riguarda X-Factor dopo l’ultima annata un po’ così. Perciò ecco Giorgia alla conduzione («Mi piace molto condurre, mentre non saprei fare il giudice») e una giuria tutta inedita, con l’eccezione di Manuel Agnelli, composta da Paola Iezzi, Achille Lauro in giacca e cravatta, e Jack La Furia, il meno costruito del quartetto, con finale il 5 dicembre in piazza del Plebiscito a Napoli. Altro fiore all’occhiello, visibile sia in pay-tv che su Tv8, è GialappaShow, fucina di talenti comici che rinverdisce i fasti di Maidiregol e dei successivi spin-off.

Le nuove produzioni dei canali factual (Arte, Documentary, Nature e Crime) che sotto la direzione di Roberto Pisoni hanno registrato una crescita del 25% saranno Il caso Rostagno, Luciano Gaucci. Quando passa l’uragano, Marmolada. Madre roccia, Chem sex. La droga dello stupro.
Ma lo sforzo maggiore è concentrato sulle serie, nel tentativo di consolidare l’identità delle produzioni original e di allargare la proposta a un pubblico più «generalista». In questa direzione vanno titoli come Hanno ucciso l’uomo ragno. La leggendaria storia degli 883 e Piedone, con Salvatore Esposito che, affiancato da Silvia D’Amico, lascia il lato oscuro di Gomorra per richiamare quello più pop del commissario Rizzo di Bud Spencer. La «quota impegno» invece è assolta da M. Il figlio del secolo con Luca Marinelli, tratto dal romanzo di Antonio Scurati, che ancora non si sa se verrà presentato alla Mostra di Venezia. «Chiedete a loro, la conferenza stampa sarà tra pochi giorni», butta lì Nils Hartman, executive vice president Sky Studios, forse per tenere bassa l’attesa. Che c’è anche per le già annunciate L’arte della gioia di Valeria Golino, Dostoevskij dei fratelli D’Innocenzo e per la terza stagione di Petra con Paola Cortellesi, reduce dall’exploit di C’è ancora domani (produzione Vision) che, presentata come una di famiglia, ha mandato un video dal set. Altra novità sarà Il giorno dello sciacallo, ispirata al thriller di Frederick Forsyth già divenuto film di successo, mentre di Rosa elettrica, «thriller on the road relazionale» con Maria Chiara Giannetta, e di Ligas, con Luca Argentero nei panni di un controverso e geniale penalista milanese, stanno per iniziare le riprese.

 

La Verità, 21 giugno 2024

Schlein entra nel cast della serie Che tempo che fa

No, il basso profilo e il senso della misura non sono tra le doti principali di Elly Schlein, nuovo personaggio di Che tempo che fa giunto alla ventesima stagione (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,4%, 2,7 milioni di telespettatori). Ormai del programma di Fabio Fazio si parla come di una serie tv tanto ricorrono, immancabili, i soliti personaggi. La neosegretaria dem si era seduta sulla poltroncina bianca accostata all’acquario non più tardi dell’11 dicembre scorso e ci è tornata a stretto giro di elezione dopo aver furbamente rintuzzato le avance di Bruno Vespa. Si sa, ognuno sceglie la poltroncina che predilige, quella dove il conforto è maggiore e Schlein ha preferito accomodarsi davanti al «fratacchione», dopo Luca Mercalli e prima di Roberto Burioni, due habitué della corte faziosa a differenza di Carlo Rovelli, intervistato nell’anteprima sul suo interessantissimo Buchi bianchi (Adelphi). «Si è risvegliata una speranza, si è riunito un popolo», ha scandito la nuova leader a commento del suo controverso successo. Con queste premesse la conversazione è scivolata via tranquilla, figurarsi se il conduttore poteva interrompere l’emozione. Schlein era raggiante, spesso con mani giunte e dita incrociate, in adorazione del gran cerimoniere del veltronismo catodico. Ha slalomeggiato tra le poche domande non compiacenti, come sull’Ucraina e sull’ipotesi di nominare Stefano Bonaccini presidente per unire tutte le anime del Pd. Per il resto ha suonato le solite note del salario minimo, della sanità pubblica e del contrasto a «queste destre», sottolineando l’«aggressione squadrista» davanti al liceo di Firenze e rispolverando Lettera a una professoressa di don Milani per criticare il recupero governativo del criterio del merito, per altro previsto dall’articolo 34 della Costituzione nonché battaglia storica della sinistra che però ora, stranamente, il nuovo Pd sta rigettando. Non ci si poteva certo aspettare che lo schieratissimo Fazio, buono con i suoi stizzoso con gli altri, glielo facesse notare. Incombevano Roberto Burioni e una sua collega rianimatrice di pronto soccorso, chiamati a spiegare cosa accade nei polmoni di chi sta annegando e ogni riferimento alla tragedia di Cutro era voluto, certamente per metterla nel conto del governo in carica. Subito dopo ecco entrare Claudio Baglioni, sodale del conduttore ai tempi di Anima mia, lo show che riprendeva il brano dei Cugini di campagna, convocati come ospiti «a sorpresa». Capirai. Con loro Fazio è sembrato più a suo agio: la parte militante della serie era stata espletata…

 

La Verità, 7 marzo 2023

Il Moro di Esterno notte è vittima di Bellocchio

Potente, livida e rituale, alla maniera di tutta la sua cinematografia (L’ora di religione, Vincere, Bella addormentata), in particolare di Buongiorno, notte di cui è l’ideale prosecuzione, è iniziata su Rai 1 con i primi due episodi, dei sei previsti in tre serate-evento ravvicinate, Esterno notte di Marco Bellocchio, la serie già presentata al Festival di Cannes e premiata dagli Efa, gli Oscar europei, per il suo carattere innovativo. Nella scena finale di quel film ambientato tutto all’«interno» del covo, in una prospettiva onirica che echeggiava l’idea del buon esito della trattativa, Aldo Moro veniva dissequestrato dai terroristi e lo si vedeva camminare per le vie di Roma. Qui, interpretato da un somigliantissimo Fabrizio Gifuni, lo ritroviamo sotto choc dopo la liberazione in un ospedale dove, mentre gli fa visita lo stato maggiore del partito, si ascoltano le parole di una lettera da lui indirizzata ai terroristi: «Io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della Democrazia cristiana». La lettera, trovata nel memoriale, risale ai giorni che precedono l’uccisione quando, anche dopo l’accorato appello di Paolo VI «agli uomini delle Brigate rosse», sembrava che una speranza di liberazione fosse ancora viva e lo stesso prigioniero se n’era drammaticamente illuso, sentendosi al contempo abbandonato dal partito.

È, in buona sostanza, la tesi dell’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, per il quale il governo dell’epoca, il quarto a guida Giulio Andreotti, non ebbe titubanze nel perseguire la linea della «fermezza», attribuita dal regista proprio al presidente del Consiglio. Del resto, tra i contagi cinematografici di Effetto notte ci sono quel Todo modo di Elio Petri, scritto da  Sciascia, e Il divo di Paolo Sorrentino. Ne scaturisce un’opera formalmente curata,  di penombre e primi piani ritratti in una luce depressa che riflette sia l’aria plumbea dell’epoca che la psicologia dello stesso presidente Dc, a sua volta affetto da ansia depressiva (vedi Il Dio disarmato di Andrea Pomella, Einaudi, ndr). Un’opera che Bellocchio, con i consulenti Miguel Gotor e Giovanni Bianconi, dissemina senza controllo di tutte le sue antipatie e idiosincrasie. Per esempio, verso una Dc losca e proteiforme nelle sue diverse anime assetate di potere, in cui si salva solo il mite statista, vittima designata. Gli altri democristiani, chi più chi meno, sono proiettati in una visione parziale ed egoriferita. Appena appresa la notizia del rapimento, quando ministri e sottosegretari stanno giurando, Andreotti fugge a vomitare nel water, mentre Paolo VI intima ai suoi inservienti di stringergli il cilicio. Non tanto perché il pontefice di un compiaciuto Toni Servillo spicchi in ascetismo – risulta politico e ammiccante – quanto perché nell’estetica bellocchiana, se la Dc è ambigua e limacciosa, sua logica dirimpettaia è una Chiesa cupa e oscurantista.

Un Moro dimesso, nonno affettuoso e docente universitario già contestato a lezione dai militanti più radicali, attraversa sulla Fiat 130 i quartieri di Roma dove campeggiano scritte minacciose e si rapinano le armerie. Credibile nelle movenze e nelle titubanze, lo statista lo è meno nel vocabolario «da operazione culturale» quando, in un discorso alla direzione del partito, usa il verbo «includere» per descrivere la ricerca dell’appoggio esterno del Pci al nuovo governo. Il fatto stupisce solo in parte: «includere» e «inclusione» sono vocaboli forzatamente ed esageratamente infilati in tante pellicole e serie mainstream sul passato. Cosicché, in costume nelle scenografie e nelle ambientazioni, esse diventano ultra contemporanee in alcune parole d’ordine.

Per tornare ai protagonisti dell’esterno democristiano, già nelle prime apparizioni Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi) si mostra preoccupato della reazione degli «amici americani». Ricorrerà infatti ai consigli di Steve Pieczenick, esperto statunitense di terrorismo, per gestire le indagini e indirizzare la comunicazione. Ha un ruolo notevole accanto al ministro dell’Interno, «Eccellenza» per i collaboratori, anche lo psichiatra Franco Ferracuti, poi trovato nelle liste P2, che lo assiste nella sua umoralità, causata dall’indifferenza della moglie, «per lei sono un fantasma», dalla vitiligine, dai tic e le passioni per i soldatini e le intercettazioni telefoniche, per ascoltare le quali viene allestita una gigantesca centrale. Ancora peggio escono le forze dell’ordine: comandanti dei Carabinieri, della Polizia, della Guardia di finanza, descritti da Cossiga come «tutti massoni iscritti alla loggia P2 (già lo sapeva nel 1978?), ex fascisti o ancora fascisti, ferri vecchi», propongono di dichiarare lo stato di guerra e ripristinare la pena di morte.

Ha grande ragione Maria Fida Moro, primogenita dello statista quando dice che «o si decide che siamo personaggi storici, e allora si rispetta la storia, o si decide che siamo personaggi privati e allora ci si lascia in pace». Prodotta da The Apartment, Kavac film, Rai fiction e Arte France cinéma, Esterno notte è un’opera forte e seducente che, per l’apocalitticità dei temi trattati, travalica i confini abituali della serialità, tanto più quella targata Rai. Ma è un’opera che richiede una visione critica e un buon grado di discernimento in possesso del pubblico più stagionato, testimone degli anni narrati. I telespettatori più giovani, invece, rischieranno di lasciarsi irretire dalla confezione, assumendo con essa anche le tesi parziali e orientate del suo autore.

 

La Verità, 15 novembre 2022

Zelensky, gioco di specchi tra fiction e realtà

Detto francamente, non credo che, senza tutto ciò che sta accadendo in Ucraina, avrei guardato Servitore del popolo, la serie che racconta l’involontaria elezione a presidente di un professore di storia imbranato, ma dotato di un istintivo spirito anticasta. Com’è noto è la storia di Volodymyr Zelensky, narrata in tre stagioni trasmesse dal 2015 a 1+1, la rete del magnate nonché suo sponsor elettorale, Ihor Kolomoisky. Quello che nella sit com si è raccontato quasi per gioco si è totalmente avverato. Rimasto a lungo in sonno su Netflix, dall’inizio dell’invasione russa Servitore del popolo è diventato un prodotto premium per i media vaccinati ai dubbi pacifisti così che, da lunedì, La7 ce lo propone in prima serata, confezionato con l’introduzione di Andrea Purgatori e il commento entusiasta di Paolo Mieli («film storico»). Per i telespettatori comuni, forse quelli in prevalenza contrari all’aumento delle spese militari nei sondaggi, la fiction-che-non-lo-è-più risulta invece meno seduttiva: lo share è del 3,4%, per 820.000 spettatori medi.

Il video di uno studente mentre sclera parlando di corruzione e di elettori rassegnati a votare il meno peggio divenuto virale su YouTube proietta l’anonimo professore di liceo Vasiliy Petrovic Goloborodko in un gioco più grande di lui nel quale ci pensa il primo ministro a teleguidarlo. Prima maltrattato e vessato da famigliari e colleghi ora la sua esistenza è una passeggiata soave tanto che la banca gli estingue il mutuo senza che batta ciglio. Mentre la storia sovrappone scolasticamente il professore e il presidente e il boom politico del comico ci rammenta Beppe Grillo, alcuni analisti azzardano il paragone con Ronald Reagan. In realtà, il fatto che Zelensky abbia interpretato in anticipo il suo futuro e tratto ispirazione dallo show per diventare ciò che è oggi è tutt’altro che secondario. Come non lo è il fatto che il partito con il quale si candidò nel 2019 si chiamava come la serie, e che chi l’ha scritta, con lui e sua moglie, Olena Zelenska, sia tuttora tra i suoi collaboratori e ghostwriter. Parlando di tv e politica, non è la tragedia causata dall’aggressione di Vladimir Putin a rendere significativa la visione della sit com. Quanto il gioco di specchi e l’identificazione tra fiction, realtà e politica che contiene. Come in un vecchio capitolo di Black mirror. Quanto alla tragedia dell’invasione, con le sue conseguenze di dolore e morte, sarebbe rimasta identica anche se il presidente ucraino fosse stato un politico di professione o un uomo della casta.

 

La Verità, 6 aprile 2022

Il fascino distopico del Re del carcere di frontiera

È una storia senza cornice quella che si racconta in Il Re, la nuova serie Sky Original interpretata da Luca Zingaretti, diretta da Giuseppe Gagliardi e prodotta da Lorenzo Mieli per The Apartment con Wildside e la collaborazione di Zocotoco. Siamo dentro il carcere di San Michele, un istituto di frontiera sebbene sul mare, dove vengono rinchiusi i peggiori criminali. Più sono pericolosi e più Bruno Testori, il direttore, li accoglie volentieri. Dentro c’è di tutto, spacciatori, uxoricidi, criminali comuni, islamici, nigeriani, trans… L’uccisione del comandante delle guardie (Giorgio Colangeli), migliore amico di Testori, mette in pericolo lo strano equilibrio su cui si regge la vita del carcere. Qualche giorno dopo viene trovato impiccato anche il detenuto più influente, un ergastolano alleato del direttore. Inevitabile l’apertura di un’inchiesta affidata al pubblico ministero Laura Lombardo (Anna Bonaiuto) che inizia subito a sospettare l’esistenza di «un sistema». Troppe cose non tornano: la vita tutto sommato comoda di alcuni galeotti, l’omertà delle guardie negli interrogatori, il comportamento poco collaborativo del direttore. Ostacolare il lavoro della giustizia è un reato, lo avverte il magistrato. Della vostra giustizia che identifica la persona con il male che ha compiuto senza conoscerne la storia e le motivazioni non so che farmene, è la risposta. La verità è che «il re» governa il suo regno con metodi a loro volta fuori dalla legge. Gestisce il racket dello spaccio, ricatta i detenuti per averne informazioni, muove i fili delle guardie carcerarie promuovendo inaspettatamente l’unica donna (Isabella Ragonese), vigila su tutto ciò che avviene nelle celle con un sofisticato sistema di telecamere e cimici. Il pericolo maggiore sembra nascondersi nel gruppo di detenuti di stretta osservanza musulmana. L’idea del controllo diventa ancora più ossessiva dopo l’uccisione dell’amico. Ma il prezzo è la crisi del rapporto con la moglie (Barbora Bobulova), funzionaria dei servizi segreti, compensata solo dall’empatia che invece scorre con la figlia (Alida Baldari Calabria).

Cupa, claustrofobica e violenta, Il Re è una serie che si snoda in un luogo e in un tempo sospesi, priva di riferimenti storici o geografici esterni. La dimensione di onnipotenza, una sorta di prigione psicologica nella quale vive il direttore del carcere interpretato da Zingaretti, lontanissimo dal personaggio rassicurante di Salvo Montalbano, ne fa quasi una serie distopica.

 

La Verità, 27 marzo 2022

Noi, tra buoni sentimenti e cliché prevedibili

Scommessa ardita portare su Rai 1 la storia di This is Us, una delle serie di maggior successo degli ultimi anni, giunta sulla Nbc americana alla sesta e ultima stagione. Al centro della vicenda di Noi ci sono Pietro e Rebecca Peirò (Lino Guanciale e Aurora Ruffino), una coppia che vive a Torino la cui vita si fa impegnativa quando lei rimane incinta di tre gemelli. Il giorno del parto, uno di loro non ce la fa. Ma su consiglio del ginecologo (Massimo Wertmüller) che li assiste, decidono di adottare un neonato di colore soccorso da un vigile del fuoco che l’ha trovato abbandonato vicino all’ospedale. Così Pietro e Rebecca tornano a casa con i bambini destinati alle culle già pronte ad attenderli sotto il festone dei «Fantastici 3». La realtà, però, è diversa dalla favola. Sia perché Rebecca fatica comprensibilmente a superare il trauma della perdita di uno dei tre cresciuti nel pancione. Sia perché avverte come estraneo il bimbo che ne ha preso il posto e che, invece, ha diritto a essere rispettato in tutta la sua specificità. Ma le complicazioni sono solo all’inizio.

L’originalità della serie è nell’intreccio delle storie dei ragazzi che troviamo ultra trentenni, alla ricerca della propria identità. Un intreccio che si snoda attraverso ben calibrati flashback, avanti e indietro nei decenni, utili a cogliere le sfumature psicologiche del terzetto e dei loro genitori. I due gemelli, un attore in cerca di consacrazione e una cantante mancata con problemi di obesità, sono molto legati tra loro. Quello più razionale sembra però il figlio adottato, sposato, padre di due bambini e professionalmente realizzato. Tuttavia, anche per lui le cose si complicano quando scopre che al padre biologico, finalmente ritrovato, è stata diagnosticata una grave malattia.

Prodotta da Cattleya per Rai Fiction, la versione italiana segue in modo molto fedele la trama ideata dal creatore americano (Rai 1, domenica, ore 21,30, share del 18,7%, 3,9 milioni di telespettatori). Scritta da Sandro Petraglia, Flaminia Gressi e Michela Straniero e diretta da Luca Ribuoli, il suo pregio migliore è nella qualità dei dialoghi e nell’incalzare della storia, favorito dai frequenti cambi d’epoca e dal sovrapporsi delle vicende. Ma mentre nell’originale la trama si distende su numerose stagioni, qui la concentrazione drammatica risulta particolarmente elevata. Non a caso la commozione è sempre in agguato. Come pure lo è il rischio di perdere l’equilibrio tra buoni sentimenti e sconfinamento nei cliché prevedibili del momento.

 

La Verità, 8 marzo 2022

Tutti pazzi per i polizieschi del Circolo polare

Storie nere, panorami immacolati. Innevati. Bianchi come latte. Sono le serie nordiche, islandesi, svedesi, danesi, finlandesi, canadesi… Polizieschi del Circolo polare. Un fenomeno in espansione, dopo i successi mondiali dei romanzi di Camilla Lackberg, Jo Nesbø e Peter Høeg (Il senso di Smilla per la neve). In un tweet di qualche giorno fa, reduce dalla visione di Trapped e L’uomo delle castagne, chiedendo altri titoli, Antonio Polito ha innescato un forum nel quale ognuno ha suggerito il proprio noir preferito: I delitti di Valhalla, Deadwind, Bordertown, The Investigation sull’omicidio reale della giornalista svedese Kim Wall, ribattezzato «il giallo del sottomarino». E The Bridge – La serie originale, la numero uno. Storie algide, aggrovigliate. Eppure magnetiche. Sarebbe facile dire: storie nere come il peccato su paesaggi abbaglianti di purezza. Ma sarebbe una lettura manichea e riduttiva. Tuttavia, se non è solo il contrasto cromatico a richiamare i fan, però, magari, anche quello attrae.

La neve, un personaggio

Persino Dexter, (Sky Atlantic), alla nona stagione ha spostato la sua esistenza bipolare – poliziotto estroverso di giorno, efferato killer di criminali di notte – nella cittadina innevata di Iron Lake, Stato di New York, abbandonando Miami, teatro delle precedenti indagini. Ancora più a nord, nella baia di Algonquin (Canada), le inchieste di Cardinal (Laeffe), il detective che dà il nome alla serie, si snodano tra boschi e laghi gelati. Nella prima scena della quarta stagione lo si vede correre in una sconfinata distesa lattiginosa per raggiungere un’auto dalla quale provengono urla disperate. Ma mentre tenta d’intervenire la lastra di ghiaccio su cui si trova inizia a cedere. È un incubo premonitore: le vittime moriranno per assideramento. Spostandoci nel fiordo di Siglufiördur in Islanda, nei primi 6 episodi di Trapped (due stagioni su Netflix e TimVision) una violenta tormenta impedisce ai capi della polizia di Reykjavík di andare ad aiutare la squadra locale per risolvere l’enigma di un corpo mutilato rinvenuto nel porto. In pratica, il fiordo è un’isola nell’isola. Nei polizieschi sottozero la neve è protagonista tanto quanto l’ispettore e il criminale. Può essere lo sfondo bianco che il nastro d’asfalto taglia in due. O essere in primo piano: ovattata per attutire la brutalità dei crimini, ostile per rendere più impervie le indagini.

Storie dolorose

Considerando che non stiamo parlando di capolavori o di storie particolarmente innovative, resta misterioso perché ci si appassioni a questi thriller tanto scuri e contorti. I detective conducono vite travagliate, vivono solitudini irrisolte, rimuovono sentimenti. Spesso sono genitori inadempienti, protagonisti di separazioni dolorose, di coppie infelici. Oppure sono affetti da psicosi e sindromi complicate. Famiglie felici non ne esistono. Ambiti di consolazione e ancore di salvezza nemmeno.

In Bordertown (tre stagioni su Netflix) l’ispettore Kari Sorjonen decide di trasferirsi a Lappeenranta, cittadina finlandese a pochi chilometri dal confine russo, per dedicarsi alla famiglia dopo che la moglie ha superato un tumore al cervello. Ma siccome anche nella nuova sede di lavoro, sotto la coltre di ovatta ramifica il male, torneranno utili le sue doti al limite dell’autismo, grazie alle quali riesce a connettere indizi apparentemente eccentrici. Nei noir artici le indagini si svolgono sempre in coppia. A volte è lei a condurle, come nella finlandese Deadwind (tre stagioni su Netflix). Sofia Karppi della squadra omicidi di Helsinki, madre single di due figlie dopo la morte in un incidente del marito, viene affiancata da un collega per capire chi ha ucciso e sepolto una donna con uno strano rituale. La passione tra i due agenti resta sotto traccia, ma intanto gli omicidi si susseguono… Agiscono in coppia anche gli investigatori di L’uomo delle castagne e I delitti di Valhalla, le due serie più pulp del filone. La prima, una stagione da settembre su Netflix, si svolge a Copenaghen dove, in un parco giochi, viene trovato il cadavere di una donna con una mano mozzata. Un omino fatto di castagne sulla scena del crimine è la firma dell’assassino. Mentre l’ispettrice Naia Thulin e l’agente dell’Europol Mark Hess iniziano le ricerche, spuntano altri cadaveri femminili con arti amputati. Potrebbero essere madri che, agli occhi del serial killer, hanno trascurato i figli… Altri pesanti traumi infantili sono all’origine dei Delitti di Valhalla (Netflix) per i quali si ritorna nel ghiaccio di Reykjavík, dove in pochi giorni affiora una serie di omicidi. Le indagini di Kata, moglie separata e madre di un ragazzo adolescente, e Arnar, ritornato in città da Oslo, puntano nell’oscuro passato di un orfanotrofio…

Tutti figli di Saga

Per i fan di The Bridge – La serie originale (Broen in svedese, Bron in danese) «Saga Norén, polizia di Malmoe» è la frase culto. Il thriller che inizia con il rinvenimento di un cadavere sul ponte tra Danimarca e Svezia esattamente dove passa il confine è la matrice di tutto il filone. Non a caso ne sono stati proposti diversi remake. Da allora, bisogna ammettere che le novità rilevanti sono poche. Eppure la vena continua a ingrossarsi. Affetta dalla sindrome di Asperger, la protagonista è totalmente anaffettiva e si sforza di tenere separata la professione dalla vita privata, per altro inesistente. Al punto che serve il club per single per soddisfare fugaci pulsioni sessuali. Il che accentua la diffusa atmosfera nichilista. Le quattro stagioni (trasmesse da Sky e Netflix, ma ora inspiegabilmente introvabili) hanno il merito di essere imperniate su temi contemporanei: terrorismo, ecologia, gender… Ma grazie a Dio non ci sono tirate ideologiche. In primo piano restano le indagini e le complesse psicologie degli agenti della «polizia di Malmoe». Anzi, proprio questo territorio incontaminato dalla politica è un altro dei segreti del successo del genere. Per noi latini quelle atmosfere gelide hanno il fascino dell’alterità, il retrogusto della fuga e del «cambio vita». Di sicuro rappresentano un cambio di abitudini televisive: un’uscita di sicurezza dalle risse dei talk show, un modo di disintossicarsi dalla tele emergenza permanente.

 

La Verità, 16 novembre 2021