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Uno vale uno, autofiction, social: tanti germi nell’Mcs

In fondo, i selfie alla camera ardente con la moglie appena rimasta sola sono l’ultima frontiera della società dello spettacolo. Non si erano mai visti. Come si dice, c’è sempre una prima volta. Ma, in realtà, sono l’ultima conseguenza, l’allungarsi dell’acqua sulla battigia. Prima della risacca, si spera. Docile, ma forse nel suo intimo furente, Maria De Filippi si è concessa. E meritano una carezza sia lei sia chi glieli ha chiesti.

Quando accade qualcosa di inedito significa che siamo di fronte a un’innovazione. In una recente intervista, Stefano Zecchi, filosofo e suo frequente ospite, ha detto che Maurizio Costanzo «è stato un grande innovatore del linguaggio». Inconfutabile. Qualche voce autorevole ha invece espresso disappunto per la beatificazione laica e l’eccesso di solennità delle esequie. La celebrazione trasmessa a reti unificate dalla tv commerciale e dalla tv pubblica. La partecipazione dei volti noti, variamente coinvolti e commossi. A ben vedere, inevitabile. Come pure inevitabile la preghiera degli artisti, nella chiesa degli artisti. Meno scontate le note della sigla dell’Mcs all’uscita del feretro. Ma, sempre a ben guardare e con rispetto, degna conclusione dell’esibizione in mortem della solita società dello spettacolo. Come a racchiudervi, con quella sigla, anche la cerimonia religiosa.

Un grande innovatore, dunque. Un gigante del linguaggio. Pur mutuata da David Letterman, la vera, radicale e a suo modo rivoluzionaria novità era tutta contenuta nel titolo del programma più famoso: Maurizio Costanzo Show. Uno spettacolo nel nome e cognome. Cioè, semplicemente: lo spettacolo è la persona. La sua identità. Nel caso specifico, più corretto dire l’individuo. L’individualità. Che poi diventerà individualismo. Quando nacquero gli antenati di quello show, Bontà loro e Acquario, l’Italia era ancora sprofondata nel decennio del «tutto è politica», con le esasperazioni e le degenerazioni tragiche che si portava. E Costanzo lavorava ancora per l’editore pubblico. Gli ospiti erano un paio, forse qualcuno in più. Ascoltati singolarmente e messi a confronto. Qualche anno dopo, nelle reti commerciali mise a punto il programma che l’ha definitivamente consegnato alla storia. Della televisione e del costume, s’intende, e non è poco. Correva già il decennio del riflusso. Della riduzione della dimensione collettiva. Comunitaria. La liquefazione dell’idea di un popolo che si aggregava attorno alle grandi visioni della storia, il marxismo e, nella nostra Italia, il cristianesimo. In fondo, a ben vedere, era cominciata una grande, chissà se inconsapevole, operazione di sradicamento. Di recisione delle radici. Di affermazione del relativismo. Quello stesso relativismo che permise a Costanzo di essere un bastione delle televisioni di Silvio Berlusconi e, contemporaneamente, consulente di Francesco Rutelli, sindaco di Roma, e di Massimo D’Alema, segretario dei Ds.

Alla serata d’esordio su Rete 4 suggerì l’immagine dell’«Orient Express, dove la varia umanità s’incontra e parla». E anche di «un grande minestrone«. L’Mcs era già un grande dispositivo, come direbbero i colti, che conteneva in nuce numerose piccole e meno piccole rivoluzioni. Sul palco del Teatro Parioli da dove andava in onda, prendeva forma la preveggenza di Andy Warhol, datata 1968, sui 15 minuti di fama che in futuro avrebbero potuto toccare chiunque. Costanzo convocava persone già affermate e assoluti sconosciuti che noti e famosi lo sarebbero diventati proprio in virtù di quella convocazione. Li metteva uno a fianco all’altro in una disposizione orizzontale, senza gerarchie, e così apparivano ai telespettatori sintonizzati tutte le sere per decenni in seconda serata su Canale 5. Una disposizione democratica – prima delle sue anticipazioni – si potrebbe dire nell’accezione grillina dell’uno vale uno. Su quel palco, per molti anni erano uguali il magistrato e la casalinga, il comico dilettante e il regista premio Oscar, il viaggiatore esotico e immaginifico e la massaia saggia e ruspante che non si muoveva da Prati. Ruppe saltuariamente questa formula, che rimase dominante, con sporadici Uno contro tutti, protagonisti personaggi creati e consacrati in quell’altra liturgia: tutti schierati orizzontalmente in un gran campionario di eccentricità mentre lui, alle spalle, tirava le fila come un grande burattinaio. Consigli per gli acquisti.

Protagoniste erano le storie degli individui – seconda grande anticipazione – di quello che in anni più recenti si sarebbe chiamato lo storytelling. Non che fosse tutto pura invenzione, no. A sua volta anticipando fenomeni e tendenze che stanno tuttora dispiegando la loro magnifica potenza, nel 1979 Christopher Lasch aveva scritto La cultura del narcisismo. Il Muro di Berlino era in piedi, non c’era internet e si telefonava con i gettoni dalle cabine, metà delle quali per vari motivi inservibili. Ma in letteratura e al cinema il narcisismo si sposò con lo storytelling e partorirono l’autofiction, fenomeno dominante nelle ultime generazioni di scrittori, registi, attori.

Qualche giorno fa, analizzando tecnicamente le innovazioni costanziane, Carlo Freccero ha detto anche che fu anticipatore dei social media. E siamo a tre. I racconti del Parioli erano la rivincita del privato sul tutto è politica. Con le storie, le vicende individuali, il privato diventava dimensione collettiva, mediatica. Che cosa sono i social se non l’esasperazione di questo? Nel loro livello basico una sfilata di foto di piatti al ristorante, di camerette addobbate, di make up in intimo… Nel livello degli influencer, il privato che assurge a mercato, affare, business. Costanzo ha anticipato Chiara Ferragni. Alla fine di una puntata dell’Mcs si sarebbe tranquillamente potuto votare con il pollice per ogni singolo ospite. Come avveniva per i gladiatori nei teatri dell’antica Roma. Anche quella era, a suo modo, società dello spettacolo. Non è da escludere che Costanzo lo facesse, con i suoi collaboratori, per disporre gli inviti successivi.

Sipario. Senza sigla.

«Faccio politica per la mia famiglia: i follower»

In un appartamento di una palazzina a schiera tra Padova e la Riviera del Brenta vive Sara Piccione, 19 anni, 515 mila seguaci su TikTok e 336 mila su Instagram, candidata alle amministrative del 12 giugno con «Padova di Tutti», lista considerata «a sinistra del Pd». Ad attendermi, davanti alla casa della «Chiara Ferragni del Nordest», c’è Salim El Maoued, candidato sindaco e medico di origine libanese. Lei è la sua mutuata più famosa. Voce dolce, occhi da cerbiatto e unghie come lame di porcellana rossa, Sara è un cucciolo che può graffiare.

Mi racconti la tua giornata tipo?

Dopo colazione pubblico qualche storia per dare il buongiorno ai miei follower. Poi vado a scuola e anche da lì posto qualcosa o rispondo alle richieste di consigli. Quando torno a casa verso sera, faccio i video per TikTok e posto altre storie. È il mio lavoro, poi vado a cena.

Che scuola fai?

Ho fatto un corso di estetica di tre anni. Ora sto frequentando un altro anno per poter aprire un centro estetico.

Niente università?

Finito quest’anno vorrei prendere un diploma alla scuola serale che mi dia la possibilità di accedere all’università. A Ferrara c’è un corso di estetica.

In cosa consiste precisamente il lavoro d’influencer?

Se un brand mi chiama per una sponsorizzazione, ci mettiamo d’accordo sul tipo di collaborazione e scegliamo se pubblicare un post o una storia. È l’attività dell’imprenditrice digitale; nel caso di TikTok si chiama «content creator».

Immagino che tu ne tragga un guadagno.

A volte sì, a volte no, dipende dal brand.

Che tipo di brand ti contattano?

Della moda, in generale.

Che oggi si dice fashion?

Non proprio. La moda riguarda il vestire. Il fashion ha a che fare con le sfilate, le tendenze…

Scegli di postare su Instagram o TikTok in base al target o ai contenuti?

Ai contenuti. Su TikTok la maggior parte degli influencer sceglie tra comedy e balletti. Io invece metto insieme comedy, balletti e trend.

Fai tutto da sola o ti fai aiutare da un personal branding?

Mi arrangio da sola. Se ho bisogno di consigli chiedo alla mia agenzia.

Cioè?

Un’agenzia di influencer.

È una notizia.

Sono agenzie che ci aiutano e ci danno dei consigli. Trovano le collaborazioni, contattano i clienti che cercano le sponsorizzazioni, trattano con loro.

E se sei indecisa su un post chiedi a loro?

A volte suggeriscono qualche correzione o anche di evitare. Poi, però, decido io.

Come li paghi?

Si trattengono una percentuale.

Perché i tuoi post si concludono spesso con «Amori»?

È un modo carino di rivolgermi ai followers e farli sentire ancora più dentro la famiglia.

Cosa vuol dire esattamente?

Che non sono solo dei numeri, ma un gruppo di persone che mi seguono e magari si ispirano a me. Cercano dei consigli e tu un po’ gli fai da madre, da sorella maggiore, da migliore amica.

Amore e famiglia non sono parole un po’ impegnative?

No, perché? Sui social c’è gente che si è affezionata a me. Se li chiamassi semplicemente «ragazzi» potrebbe sembrare che non mi interessano abbastanza. Invece tengo a loro, ne ho conosciuti molti, non tutti perché abitano ovunque…

Su Instagram ci sono dei post più riflessivi e ispirati, che non c’entrano con la moda: è tutta farina tua?

A volte prendo spunto da un testo sul Web e lo modifico. Elimino ciò che non c’entra con me ed elaboro e propongo dei pensieri miei.

Che cos’hai tratto dalla partecipazione al Collegio di Rai 2?

Mi ha cambiato, sono cresciuta tanto. Prima ero molto timida, a scuola stavo sempre zitta. A 15 anni non uscivo di casa, non riuscivo a farmi degli amici. Dopo Il Collegio ho superato la timidezza e altre paure.

Tipo?

Parlo con i professori e… cose più private.

Perché hai deciso di candidarti alle elezioni di Padova?

Voglio aiutare i giovani e le donne.

Le ragazze?

Anche i ragazzi.

Da consigliere comunale quale sarebbe la tua prima proposta?

Metterei più tram di sera in modo che i giovani non debbano tornare a casa a piedi con la paura di imbattersi in uno spacciatore dietro l’angolo.

Che cosa vuol dire essere a sinistra del Pd?

Siamo una lista civica, né di destra né di sinistra. Io mi sento di centro.

Sei mai stata al Festival di Sherwood?

Non ho tempo, studio o lavoro con i social.

Conosci il centro sociale Pedro?

Ne ho sentito parlare, ma non è uno dei miei posti.

Mancano luoghi di aggregazione per i giovani?

Mancano soprattutto nelle periferie che sono ridotte malissimo. Serve qualcosa per unire i giovani, palestre comunali, sale studio… Questo è un altro dei miei obiettivi.

Conosci il nome di qualcuno che è stato importante per Padova?

(…) Lo sguardo si orienta verso El Maoued, che la incoraggia: «Su… un medico… Vincenzo Gallucci, il primo italiano a fare il trapianto di cuore…».

Il nome di Toni Negri ti dice qualcosa?

(…) Sempre El Maoued: «Devi saperlo!».

C’è bisogno di studiare…

Lo so. Nei giorni scorsi un giornale locale ha innescato una polemica.

Ti hanno criticata?

Hanno scritto che la mia candidatura è la prova della crisi della politica. Ma io non vedo alcuna crisi, perché per me e i miei followers la politica non è mai esistita. L’unica volta che si è occupata di noi è stato per chiuderci in casa, metterci in Dad e accusarci di essere gli assassini dei nostri nonni.

I followers sono elettori? Se ti votasse solo l’1 per cento saresti eletta.

La maggioranza di loro non sono padovani. Che problema c’è se un’influencer vuole rappresentare il disagio e le speranze dei giovani?

Di sicuro fai parte di un’operazione di marketing per la lista.

Sono stata io a dire a Salim: «Se vuoi ci sono». «Bisogna riconoscerlo», interviene El Maoued, «oggi la politica è anche questo. Siamo amici da sempre, la conosco da quando è piccola, quasi come fosse mia figlia».

Hai mai il dubbio di essere finita in un gioco più grande di te?

No. Sono convinta e decisa ad aiutare le giovani donne a essere più protagoniste.

Vuoi fare spettacolo o politica?

Non faccio politica. Provo ad aiutare i giovani visto che sono stati zitti per molto tempo. Il mio campo è lo spettacolo, che può rappresentare una possibilità per la mia generazione.

Cosa guardi in tv?

Reality e serie… il Grande fratello vip. Invece L’Isola dei famosi non mi piace.

Ti spedisco in convento?

M’incuriosisce, ma non l’ho ancora visto.

Le serie preferite?

Gossip girl mi piace un sacco. Poi La regina del sud e Sabrina. Tutte su Netflix.

Ti piacciono i Måneskin?

No, non mi piace la loro musica.

Che musica ti piace?

Blanco è molto bravo. Sono contenta che abbia vinto Sanremo.

Farai delle manifestazioni pubbliche durante la campagna elettorale?

Lavorerò soprattutto con i social. E poi, sì, a metà maggio dovrei presentare una serata in un parco della città con dieci band musicali.

Il tuo modello è Greta Thunberg o Chiara Ferragni?

Sono persone diverse. Mi piace Greta, però anche Chiara Ferragni ha aiutato tanti bambini. È una domanda difficile, vorrei essere un po’ tutt’e due.

 

Panorama, 4 maggio 2022

Fiorello, patrimonio del divertimento italiano

Leggerezza, giocosità, buona musica, invenzione, spensieratezza: dove si trova tutto questo? Nel nuovo show di Rosario Fiorello, intitolato Fiorello presenta, con l’aggiunta del nome della città nella quale va in scena il recital. Venerdì sera è toccato a Padova. Oltre due ore di puro divertimento, concluse con l’intera platea in piedi, prima a ballare e cantare insieme allo showman, poi ad applaudirlo per i saluti finali e richiamarlo al bis. Il Teatro Geox era sold out nei suoi 2500 posti a sedere, tanto che sono state aggiunte nuove date a fine marzo, dopo che la tournée avrà toccato altre città. Sarebbe facile raccontare lo spettacolo citando le battute e i tormentoni, ma vorrebbe dire togliere il piacere della sorpresa ai prossimi spettatori. Gli show saranno sempre diversi, da una città all’altra e la contestualizzazione accentuerà la differenza. Padova, com’è noto, è la città dei «tre senza». Prato della Valle, la piazza senza il prato, il caffè Pedrocchi, senza le porte, il Santo, senza il nome. «Ma ha un con che compensa tutto: lo spritz». Fiorello usa il dialetto alla perfezione nell’intercalare del turpiloquio e di quella grinta un po’ rabbiosa dei veneti, punteggiatura della serata opposta ai Brividi lamentosi di Mahmood.

Tutto, però, è universalmente italiano. Musica, gag, brevi squarci di vita quotidiana, imitazioni volanti, karaoke in giacca color zucca e coda di cavallo, amarcord d’infanzia e di gioventù, improvvisazioni con il pubblico nel quale erano confusi il sindaco Sergio Giordani e Adriano Panatta, infilzato per tutta la sera come una bambolina. Un varietà assoluto, nel senso della versatilità dei linguaggi e delle espressioni. Ma anche nel senso delle varie età cui si rivolge e di cui, con rapido appello, Rosario ha voluto conoscere la diversa rappresentanza in sala. Se ci fosse un organismo deputato a tutelare il patrimonio dell’italico divertimento come l’Unesco sancisce la protezione dei patrimoni dell’umanità, lo showman siciliano andrebbe iscritto per primo in questa speciale categoria. Fiorello è un artista completo, compiuto, perfettamente risolto. Regalare uno spazio di piacere collettivo come ha fatto l’altra sera è qualcosa di unico. Non si tratta solo di evasione, di distrazione di massa. Le problematiche della quotidianità, soprattutto quelle connesse al rapporto tra le generazioni, non sono dimenticate, ma riproposte in chiave comica, paradossale o sull’onda di felici iperboli, con l’esito di sdrammatizzarle. Uno show in cui si parla con delicatezza del tempo che fugge veloce e della morte.

A ben guardare, c’è un’avvertenza sottesa all’intero canovaccio: la giusta distanza dalla politica. Proprio questo, in fondo, dà ariosità e freschezza a tutto lo spettacolo. Siamo persone, molto prima e molto più che militanti di qualcosa, espressione di qualche schieramento. La politica è divisiva e un filo tossica. Fiorello se ne sta alla larga, sfiorandola appena con una rapida citazione della padovana presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e con la gag innocua dei cloni di cui si servirebbero il presidente Sergio Mattarella, la regina Elisabetta d’Inghilterra e qualche altro vip. Non ci sono manierismi, gne gne salottieri, correttismi dei migliori. Ma joie de vivre, voglia di cantare e ballare, attraversando i decenni e connettendo le generazioni attraverso i generi musicali. Una delle eredità lasciate dall’ultimo Festival di Sanremo è proprio il confronto a distanza tra le diverse età e la difficoltà a intrecciarne i linguaggi. In La musica è cambiata?! (Baldini+Castoldi) lo sostiene anche Mimma Gaspari, storica promoter di Paolo Conte, Gianni Morandi e Renato Zero: i rapper e i trapper di oggi non conoscono e forse nemmeno vogliono conoscere la musica di ieri, la tradizione melodica e il mondo dei cantautori. Fiorello prova a creare questa comunicazione proponendosi come ponte tra universi paralleli, per evitare di rapportarci al rap come i nostri genitori facevano con i Bee Gees. Così I giardini di marzo surfano su una metrica sincopata e Figli di puttana di Blanco prova a trasformarsi in una ballata di Domenico Modugno. Gli Ottanta e i Novanta sono stati decenni fortunati per la fusion, il jazz rock interpretato da musicisti particolarmente talentuosi. Ma Fiorello non compie un’operazione virtuosistica, la sua comunicazione non ha niente di etico e viaggia sulle ali del divertimento, suo e nostro. Se i brani dei rapper contemporanei usano senza sfumature il turpiloquio, Gino Paoli e Tony Renis si divertivano con le metafore e i sottotesti del Cielo in una stanza e di Grande grande grande. Sul sesso non si poteva essere espliciti, eppure il linguaggio era più fresco perché non incombeva il politicamente corretto. Edoardo Vianello poteva cantare I Watussi («Nel continente nero/ Alle falde del Kilimangiaro/ Ci sta un popolo di negri…») che oggi Ghali riproporrebbe in versione urban liofilizzata. Fiorello contamina, divaga, sconfina nella musica classica citando l’Ave Maria di Schubert cantata in latino da chierichetto, fino a proporre un’ispirata versione del Padre nostro sulle note di un brano di Tiziano Ferro. Narra Elvis Presley in vacanza in Italia che si affaccia dalla Torre degli Anziani roteando il bacino e s’imbatte in Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni… Plana sull’adolescenza e la psicologia moderna che raccomanda ai genitori di dialogare senza giudicare per «non minare l’autostima dei figli» anche quando prendono tre nel compito di greco. Seguono gli omaggi senza pose ruffiane a Raffaella Carrà e Franco Battiato, il medley di karaoke, la disco anni Novanta… Tutti in piedi con Ciuri.

 

La Verità, 20 febbraio 2022