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Sì, dopo l’estate di Paolo Rossi l’Italia svoltò

Sulla morte dolorosa di Paolo Rossi si è detto che le sue prodezze ai mondiali del 1982 segnarono l’inizio della rinascita italiana dopo la stagione degli anni di piombo. Si è detto che tutti ricordiamo dove ci trovavamo il giorno della finale contro la Germania. Infine, si è detto che dopo, per molti anni, quando si andava all’estero chi ci incontrava diceva: Italia, Paolo Rossi.

Quel giorno, 11 luglio 1982, studente di Scienze politiche fuori corso, con la vecchia 127 che mio padre mi aveva lasciato, ero andato a trovare la fidanzata che lavorava come assistente in una colonia ad Arabba, nelle Dolomiti, per mantenersi gli studi universitari. Ero voluto rimanere con lei fino all’ultimo, prima di prendere la strada del ritorno verso Padova dove, con i Cattolici popolari, avevamo organizzato un paio di settimane di festa di fine anno accademico. Film, concerti, dibattiti…

Era molto difficile allora realizzare queste iniziative perché gli anni di piombo non sono stati solo un’indovinata immagine giornalistica. Sebbene il 7 aprile del 1979 fossero stati arrestati alcuni esponenti di Autonomia operaia tra i quali un certo Toni Negri, a Scienze politiche, la mia facoltà, noi Cattolici popolari non potevamo alzare un dito. Manifesti strappati, volantini scaraventati a terra, tremebondi interventi in assemblee gremite, in una delle quali, zittendo gli ululati dei censori, un giovane Massimo Cacciari che la coordinava mi consentì di arrivare affannosamente alla fine.

Nel 1982 l’evento della Festa dei Cp era il Mundial e, con una certa incoscienza, avevamo affittato il palasport San Lazzaro, allestendovi il megaschermo per la visione delle partite della nazionale. Era una squadra con molti elementi della Juventus, ma nella quale ci si riconosceva oltre le tifoserie, sia perché la squadra di Torino non aveva ancora vinto troppo in modi discutibili, sia perché era soprattutto la nazionale di Enzo Bearzot. C’erano il vecchio e ieratico Dino Zoff, Claudio Gentile il mastino, il brasiliano di Nettuno Bruno Conti, il bad boy Marco Tardelli e lui, Paolo Rossi: ragazzo di provincia desideroso di riscatto, campione di furtiva semplicità, talento e regolatezza. Durante i turni eliminatori, nonostante i nostri inviti, al palasport si radunavano poche centinaia di persone con trombette da tifosi come allo stadio. Divenne una bolgia ribollente, man mano che, superato il girone eliminatorio grazie alla differenza reti, tra le quali nessuna di Rossi, il cammino dell’Italia si era fatto promettente con la squillante vittoria sull’Argentina di Maradona e soprattutto con quella sul Brasile di Falcao, con i tre gol di Pablito, uno più bello dell’altro a suggellare il miracolo di Davide contro Golia.

Prima dell’inizio delle partite dicevamo sempre due parole di saluto ai presenti, ricordando il banchetto libri, quello delle bibite… Ma quella domenica, imboccata la strada di ritorno dalla montagna mi ero incagliato negli ingorghi del traffico di rientro dalla gita festiva. Alla fine, dopo un viaggio rocambolesco costellato di manovre e sorpassi da arresto immediato, riuscii a entrare nel palazzetto già buio proprio mentre finiva l’Inno di Mameli. La partita iniziò maluccio, con il rigore sbagliato da Cabrini dopo l’atterramento in area di Conti, rimpianto sul quale si soffermò Nando Martellini nell’intervallo ancora sullo zero a zero. Da un altro calcio piazzato battuto di sorpresa scaturì il primo gol di Rossi che precedette quello di Tardelli… Quella notte la vecchia 127 fece gli straordinari con il clacson che urlava come lui. Era la voglia di spensieratezza di quell’Italia fino allora ripiegata in un inverno di guerriglie e attentati. Le braccia al cielo di Rossi, la pipa di Bearzot, lo scopone scientifico in aereo con Pertini furono l’inizio di una nuova stagione. Un’estate di grazia. Qualche mese più tardi mi sarei laureato e due anni dopo avrei sposato la ragazza della colonia. Un decennio più tardi, ottobre 1992, eravamo a Tamandarè, Brasile, per l’adozione di Alberto, il nostro primo figlio. Giocavamo sulla spiaggia e Gena, la signora che ci ospitava, vedendoci palleggiare disse: Italia, Paolo Rossi.

Un idolo planetario è protetto dalla vita privata?

Non se ne può più dello tsunami di retorica che ci ha travolto da quando è morto Diego Armando Maradona, ritenuto dalla maggioranza degli addetti ai lavori il più grande calciatore di sempre. Non se ne può più dell’alluvione di iperboli, pianti, esaltazioni, devozioni, inginocchiamenti a favor di telecamera, tipo quello del campione del mondo Bruno Conti ai Quartieri spagnoli di domenica. Di quanto letto sui giornali ha già scritto con la sagacia che conosciamo Mario Giordano, ma ciò a cui si continua ad assistere nei vari talk show non solo calcistici è, se possibile, persino peggio. Non parliamo poi di ciò che avviene sui campi di gioco. Al minuto di silenzio prima delle partite e il lutto al braccio indossato da tutti, giocatori e allenatori, è stata aggiunta la stucchevole interruzione del gioco con applauso, al decimo minuto del primo tempo di ogni match. Sia chiaro, Maradona è stato un fuoriclasse assoluto, probabilmente, come detto, il più grande sul terreno di gioco. Ma, ahinoi, assai meno grande fuori dal campo. Messo insieme, questo show planetario si chiama idolatria e sa un po’ di disperazione: c’entrerà la tragedia della pandemia?

Ho perciò sperato che qualche distinguo ce lo regalasse Marco Tardelli, ruvido campione del mondo nel 1982 (siamo figli del suo urlo di rabbia felice dopo il gol alla Germania), coraggiosamente intervistato dalla compagna Myrta Merlino, napoletana, all’Aria della domenica su La7. Le premesse sembravano buone: «Si può giudicare Diego in tanti modi. Si può giudicare Maradona e poi Diego Armando Maradona perché credo che Maradona sia stato un capolavoro del calcio». Ma poi anche Tardelli è planato su Maradona antisistema, figlio della rivoluzione, figlio del popolo che cercava riscatto come Napoli, e l’hanno trovato insieme… Alla fine, Merlino ha mostrato l’intervista concessa al regista Emir Kusturica («Che giocatore sarei stato se non avessi sniffato cocaina»), rimproverando bonariamente Tardelli, solitamente ligio alle regole, di essere tollerante con il Pibe de oro: «Non sono tollerante, non entro nella sua vita privata. Della sua vita privata fa quello che vuole. Mi ha dato delle emozioni in campo, non per quello che ha fatto nella vita privata». E meno male. Ma quando si è idoli globali, com’è stato Maradona, la distinzione tra vita pubblica e privata sparisce. Ammiriamo le opere del pittore Caravaggio, condanniamo le sue azioni criminali. Sono sicuro che, a proposito di vita privata, lo sappia bene anche Tardelli, in quel momento intervistato dalla sua donna.

 

La Verità, 1 dicembre 2020

«Giuramento d’Ippocrate anche per i giornalisti»

È pronta a salire sulle montagne russe? Ho un certo numero di domande, mi appello alle sue doti di sintesi… «I tempi televisivi dovrei conoscerli. Cominciamo?».

Volto gradevole di La7, ex moglie di Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza Covid, compagna di Marco Tardelli, mamma di tre figli, autrice del saggio Madri. Perché saranno loro a cambiare il nostro Paese (Rizzoli). È ciò che si sa di Myrta Merlino, conduttrice dell’Aria che tira, in onda tutte le mattine dalle 11 all’una e mezza.

Chi era la bambina Myrta Merlino?

«Era una bambina diventata adulta troppo presto. Avevo genitori speciali a cui devo molto, ma erano due sessantottini poco genitori. Mia madre venne arrestata a Parigi quando mi aveva in pancia».

Studi e frequentazioni giovanili?

«All’università ho scelto economia, ma poi, con la mia fretta di arrivare, sono passata a Scienze politiche. Sono stata tra i primi studenti a sperimentare l’Erasmus con uno stage a Bruxelles. Entravo nel palazzo della Commissione europea con il buio e ne uscivo quand’era di nuovo buio».

Non entusiasmante.

«Ero disperata. Fortunatamente da lì avevo iniziato a mandare brevi note al Mattino di Napoli. Cominciai a muovere i primi passi nel giornalismo, una volta il mitico Pasquale Nonno mi disse: “Piccerè, tu si brava… sei sicura di voler fare l’economia che sta a pagina 30 del giornale?”. All’epoca aveva ragione lui, alla lunga ho avuto ragione io».

Prima di arrivare a La7?

«Ho lavorato 12 anni in Rai con Giovanni Minoli, straordinario maestro e mangiatore dei suoi allievi».

Maestro prolifico.

«Mi ha insegnato tutto, dal montaggio alla musica. I miei autori mi odiano perché non mi sfugge niente».

Come passò a La7?

«Mi chiamò Gianni Stella, soprannominato Er canaro. Era amministratore delegato della rete allora di proprietà di Telecom e io avevo intervistato Franco Bernabè, il presidente: “Vuoi fare un programma di economia su La7?”. Era l’occasione per iniziare a camminare con le mie gambe».

Quindi accettò.

«La cosa strana è che mi proposero la seconda serata e ora conduco un programma pop del mattino. La vita ha più fantasia di noi».

All’Aria che tira ha scelto una conduzione morbida, materna…

«Mi fa piacere che la definisca materna perché siamo davvero una famiglia. Quando ho iniziato, dieci anni fa, lo share era dell’1,7%, il programma durava mezz’ora e io ero una giornalista tutta impostata. Adesso dura due ore e mezza e l’anno scorso abbiamo chiuso al 7%».

Dieci anni, duemila puntate: ora è meno impostata?

«Sono più in tv che a casa, ma sono la stessa persona in onda e fuori, nel bene e nel male, comprese le battute di cui a volte mi pento».

Con l’eccezione di Massimo Giletti, La7 è piuttosto filogovernativa, lei anche?

«Credo di essere una persona equidistante e post ideologica. Matteo Salvini lo conosco da quando era un ragazzotto che andava in giro per i mercati con le felpe e mi chiamava lui: “Myrta, facciamo un collegamento?”. Ho ottimi rapporti con politici di sinistra e di destra. Credo che il mio tratto umano si veda. Mi appassiono a certe battaglie, come avvenne per quella degli esodati, sui quali avrò fatto cento puntate attaccando il governo Monti. Poi mi capitò di difendere Elsa Fornero perché ritenevo sbagliato scaricare su di lei tutte le colpe».

Si può dire che la sua conduzione è meno militante di altre della rete?

«A La7 non ci sono parole d’ordine. Siamo piccoli, si fa tanto da soli, a volte con pochi mezzi. Non ho mai avuto pressioni dall’editore o dal direttore, che è un uomo di sinistra. Da Corrado Formigli a Giovanni Floris, tutti andiamo in onda con la nostra personalità».

I talk show settimanali sono maschili, mentre le strisce quotidiane sono condotte da lei al mattino, Tiziana Panella al pomeriggio, Lilli Gruber la sera.

«Questo mi piace molto. Spesso ci incaponiamo su cose inutili… ministra anziché ministro… uff, tutte polemiche pretestuose. L’altro giorno mi hanno chiamato per commentare l’enciclica Fratelli tutti dicendo che papa Francesco si è dimenticato le sorelle. Ma che m’importa! Io ho avuto una mamma femminista al momento giusto, non ho stress femministi ritardati».

Quel commento l’ha fatto?

«No. Invece padre Enzo Fortunato da Assisi mi ha chiesto di scrivere su SanFrancescopatronod’Italia.it un piccolo articolo sull’enciclica e quello sì, l’ho scritto volentieri. Sono anche onorata di partecipare alla consulta femminile del Consiglio per la cultura diretto dal cardinal Gianfranco Ravasi che mi ha chiamato sapendo che sono battezzata, ma non praticante».

Quando partirà il programma della domenica pomeriggio?

«Ne parliamo da un po’, è un progetto che mi appassiona. La domenica è sinonimo di famiglia, perciò l’idea è far leva sulla familiarità che si è instaurata con il pubblico per raccontare la politica, l’economia e la cronaca. Spero che questo progetto veda presto la luce».

Cosa vuol dire come ha scritto su Avvenire che «nell’Italia del coronavirus non c’è più spazio per il talk fine a sé stesso»?

«Che sono sempre più allergica alle chiacchiere inutili. Si parla delle cure contro il Covid e si scatenano guerre tra le regioni e il governo, tra Lazio e Lombardia… I problemi della pandemia si sono sovrapposti a quelli strutturali. Chi fa informazione, credo debba aiutare la comunità facendo servizio pubblico».

Per esempio spiegando con il portavoce dell’Associazione funzionari di polizia Girolamo Lacquaniti le sanzioni relative all’uso delle mascherine?

«Penso serva a mostrare che le forze dell’ordine sono dalla parte dei cittadini. Si ricorda la contestazione a quelle persone che prendevano il sole nella spiaggia deserta? Oltre a spiegare le regole, c’è un’esigenza di pacificazione perché siamo tutti nella stessa barca».

L’ho vista sollevata dopo un’ospitata a Vittorio Sgarbi.

«Sono amica della sua compagna, Sabrina Colle: “Tu lo rendi buono”, mi dice».

Si parla troppo dell’emergenza sanitaria?

«I dati di questi giorni m’indurrebbero a dire di no. Anche medici bravi come Roberto Burioni in passato hanno detto che la mascherina non serviva. Ora l’infettivologo Matteo Bassetti sostiene che se si è da soli all’aperto non serve. Ma se incontri qualcuno e non ce l’hai? Non me la sento di minimizzare».

Non crede, come ha detto Sgarbi, che ci sia troppa enfasi sul male e poca valorizzazione del bene? Troppo allarmismo?

«Sto molto attenta a non innescare l’allarmismo, ma mi arrabbio parecchio se vedo che bisogna fare otto ore di coda per sottoporsi ai tamponi. O se, nonostante si sappia da quattro mesi che il vaccino antinfluenzale è importante, ora in farmacia non si trova».

Massimo Cacciari ha detto che non serve lo stato di emergenza per far indossare le mascherine in assenza di distanziamento.

«Credo che dobbiamo trattare gli italiani da persone adulte, non come bambini da tener buoni agitando l’uomo nero. Penso che lo stato di emergenza serva a favorire una maggiore velocità di reazione, ma su questa polemica politica non voglio infilarmi».

Nei Paesi europei che stanno peggio dell’Italia non c’è.

«Sono diversi da noi, nel bene e nel male. Quando Emmanuel Macron ha anticipato l’apertura della scuola ero contenta, ma ora vedo che ha un problema enorme. Donald Trump è uscito dall’ospedale perché è guarito, ma Anthony Fauci ha detto che è stato imprudente perché il coronavirus comporta ricadute. Siamo in mezzo al guado, è difficile dire cos’è bene e cos’è male. Personalmente, cerco di essere umile e intellettualmente onesta».

Crede che anche i giornalisti televisivi debbano ripensare il loro modo di lavorare?

«Sul Corriere della sera ho scritto che ci vorrebbe un giuramento di Ippocrate per i giornalisti. Per questo abbiamo creato dilloamyrta@la7.it, l’indirizzo al quale abbiamo ricevuto 70.000 mail. Il tanto dolore visto aumenta la voglia di dare una mano. Quando tutte le mattine vedo i numeri dell’Auditel il senso di responsabilità cresce ulteriormente».

Da quando è esplosa l’epidemia c’è qualcosa che non rifarebbe?

«Non conoscevamo questo virus. Nessuno che sia onesto può dire di non aver mai detto una cazzata. Appena si diffuse chiesi a Burioni se ci si poteva suicidare con il coronavirus e lui rispose di no».

Gli chiese anche se poteva mangiare in diretta gli involtini primavera.

«La Cina all’inizio non sembrava così opaca. Ripensandoci, mia madre, che era una sinologa, mi diceva che il mix tra capitalismo sfrenato e partito unico poteva essere economicamente formidabile, ma civilmente molto pericoloso. Purtroppo questa storia ce l’ha dimostrato».

Il vostro compito è informare o influenzare, per esempio inginocchiandosi per Black Lives Matter?

«Mia figlia mi aveva mostrato il filmato integrale dell’uccisione di George Floyd, sette minuti terribili. Non volevo influenzare nessuno, ma manifestare quello che sentivo. Penso che a volte bisogna prendere posizione anche su vicende che sembrano lontane. Se molti anni fa Rosa Parks non fosse rimasta seduta su quell’autobus probabilmente le cose non sarebbero migliorate, seppure ancora troppo lentamente».

È difficile fare informazione sull’epidemia mentre il suo ex marito è commissario straordinario per il Covid-19?

«Domanda retorica. Credo di aver mantenuto equilibrio senza mancare di rispetto al padre miei figli».

Ex moglie di Arcuri, ora compagna di Marco Tardelli: l’attraggono gli uomini ombrosi?

«È stato così a lungo, m’ingarellavo con me stessa davanti alle persone complesse. Marco si autodefinisce chiuso e timido, ma per me è il sole, un uomo positivo e generoso. Mi sono conquistata tutto con le unghie e i denti, invece lui è la mia botta di culo».

Rischiate di diventare soggetti da gossip?

«Abbiamo cercato a lungo di tener bassa la nostra storia per rispetto dei figli. Poi una foto su Chi ha ritratto una sua mano sotto la mia giacca e Vittorio Feltri scrisse un pezzo intitolato “Tardelli e la mano Myrta”. Dopo quattro anni di grande amore se un giornale ci fa delle domande e delle foto, perché no? L’altro giorno un paparazzo ci seguiva, l’abbiamo salutato tranquillamente. Viviamo con molta serenità».

 

La Verità, 10 ottobre 2020

Bello il calcio nostalgia, senza attori e sapientoni

Scherzi della nostalgia, certo. E dell’astinenza da calcio. Rivedere Italia Germania Ovest 1970, oppure Italia Argentina 1978, oppure ancora Italia Germania Ovest ma 1982, quella del Mundial, fa uno strano effetto. Fa scattare l’automatico era meglio quando si stava peggio. Oddio, peggio. Sicuramente meglio di questi giorni da reclusi. Provocazione: era meglio quel calcio lì. Asciutto, essenziale, schietto. Privo di tutte quelle insopportabili malizie che stanno intossicando lo sport più bello del mondo, oggi. Parlare di assenza di malizie quando i campi erano calcati da gente come Claudio Gentile o Marco Tardelli, come Daniel Passarella o Mario Kempes, come Gerd Müller o Paul Breitner, è tutto dire. Non che non succedessero cose strane, come per esempio nella finale del 1978 tra Argentina e Paesi Bassi (si chiamavano così, per la cronaca, 3 – 1 per la formazione di Cesar Luis Menotti) mal arbitrata dall’italiano Sergio Gonella, davanti al generale della giunta militare Jorge Videla. C’era gioco duro, c’erano i falli e si espelleva e ammoniva molto meno di ora. Ma c’erano anche meno sceneggiate, astuzie e proteste. L’arbitro fischiava, il giocatore si rialzava, si batteva la punizione. Meno ambiguità e protagonismi anche nelle telecronache a una sola voce che si limitavano al racconto, senza compiaciute lezioni di tattica. Un calcio più elementare e più selvaggio. Che Mediaset Extra ci sta permettendo di riassaporare nella maratona di Emozioni mondiali, tre giorni da giovedì a oggi, con il meglio dei match della Nazionale nella Coppa del Mondo dal 1970 al 2006. Quest’ultimo, altro torneo vittorioso ai rigori contro la Francia, dopo che in semifinale avevamo nuovamente battuto ed eliminato i tedeschi padroni di casa. Insomma, un concentrato di orgoglio azzurro in giorni di «stadi chiusi». Scherzi dell’astinenza oltre che della nostalgia. Alimentata dalle immagini in 4/3 dell’epoca. Dall’urlo di Tardelli dopo il gol del due a zero. O dalla voce di Nando Martellini e dallo storico triplice «campioni del mondo!» al Bernabeu di Madrid (11 luglio 1982). Oppure dal gol del 4-3 di Gianni Rivera alla fine dei tempi supplementari della «partita del secolo» (Città del Messico, 18 giugno 1970). Momenti nei quali tutti ricordiamo dov’eravamo e che, complice la clausura, si possono rievocare con chi allora non c’era. E chissà, considerata la probabilità che la quarantena si trasformi in ottantena, perché non riproporre anche altri storici match, senza l’assillo dell’audience? Tipo quelli della vertiginosa, rivoluzionaria e prediletta Olanda di Johan Cruijff e Ruud Krol, la nazionale più bella e sfortunata di sempre.

 

La Verità, 11 aprile 2020