Tag Archivio per: vescovi

Testimonial della vita senza sponsor Cei e nei media

Questione di postura, come si dice. Tutti girati dalla stessa parte. Che non è quella giusta, perché è la parte della morte. La parte del fine vita, del far finire la vita, dell’arrivare alla morte come scopo della vita (ieri ci ha aiutato a capirlo Carlo Cambi su questo giornale). Chi sono questi tutti voltati verso il buio? I grandi media e buona parte del mondo politico e intellettuale. È la scelta considerata ovvia, anzi normale, una volta che ci si imbatte nella malattia e nella sofferenza. Quando è tanta – troppa in base a livelli sempre più soggettivi di sopportazione – si dice basta. Si contatta il medico giusto. Si stacca la spina. Si va in Svizzera. Magari annunciandolo con un certo orgoglio sui social network. O istruendo le istituzioni su come si debbano comportare, dopo. E quali leggi debbano approvare.

Noi non abbiamo certezze incrollabili, né vogliamo giudicare dogmaticamente situazioni specifiche e casi personali. Non mettiamo la mano sul fuoco su come reagiremmo se fossimo toccati dalla sciagura di una malattia degenerativa e fortemente invalidante. Stiamo parlando di un orientamento prevalente. Della postura del mondo in cui viviamo.

Perché i testimonial della (buona?) morte sono sempre in vetrina e hanno le foto di copertina dei giornali e i servizi d’apertura dei tg? E perché i testimoni della vita no, restano nei magazzini della società della comunicazione? Perché viviamo in una società che sente liberante scegliere la morte. Che non ama abbastanza la vita, come documentano le tragiche cifre della glaciazione demografica. Viviamo in un tempo nel quale nemmeno i massimi vertici ecclesiastici si pronunciano, suggeriscono un criterio, prendono parte al dibattito. Non lo saranno forse, ma appaiono indifferenti. Passivi, se non proprio girati dall’altra parte. Acquiescenti al pensiero prevalente. Forse ritengono che sia materia che appartiene allo Stato e alle istituzioni laiche e non sia il caso d’interferire. Tuttavia, il cardinale Matteo Zuppi e monsignor Giuseppe Baturi, presidente e segretario della Cei, intervengono con zelo e frequenza incalzante sulla qualunque, dal premierato all’autonomia differenziata, dall’8×1000 (attribuendo erroneamente la paternità della legge al governo Meloni) all’accoglienza senza barriere dei migranti, fino alla priorità dell’Unione europea sulle leggi nazionali. Ma finora, sui temi del fine vita, del suicidio assistito e della progressiva deriva verso forme di eutanasia che agitano tante famiglie, a differenza degli instancabili «tifosi della morte», si sono dimostrati afoni. A conferma che non siamo di fronte a una pur riprovevole dimenticanza è facile portare la linea asettica adottata dal quotidiano Avvenire, organo ufficiale dei vescovi italiani. Nel frattempo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sta redigendo in perfetta solitudine una proposta che legiferi sulla complessa materia e recepisca le controverse indicazioni della Corte costituzionale. Auguri.

In questo deserto, un paio di giorni fa L’Arena di Verona ci ha aggiornato sulla situazione di salute di Pietro Lonardi, un imprenditore di 56 anni che vive a Legnago. Lonardi è sposato con Claudia e padre di Maria e Giulia. Sei anni fa gli è stata diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la patologia che colpisce le cellule responsabili dei movimenti volontari, causando atrofia progressiva fino alla paralisi. Ora è immobile a letto. Comunica con gli altri grazie a un puntatore ottico che gli permette di agire sulla tastiera del computer e di altri dispositivi elettronici. Lo usa sia per parlare con le donne della sua famiglia che gli sono sempre vicino procurandogli «pura felicità». Sia per dialogare con le assistenti domiciliari, i medici e i collaboratori della sua azienda di stampaggio lamiere che gli chiedono tuttora consigli. Elisabetta Papa, la collega autrice del servizio, ha raccontato che sui suoi profili Facebook e Instagram Lonardi tiene un diario quotidiano intitolato «Pillole di Sla» nel quale posta pensieri personali, citazioni dai vangeli o dai testi della mistica Maria Valtorta. Lo fa da un anno, quasi sempre di notte: «Le poche ore di attività che mi sono concesse dagli occhi avvengono in quell’orario. Allora è tutto un cercare, leggere, copiare, condividere, divulgare». Lo scopo è raccontare come affronta una patologia ancora senza cure efficaci, provando a essere vicino agli altri malati. «Che gioia quando la mia assistente alle 8 del mattino mi muove energicamente le gambe e le braccia dopo 12 ore di immobilità», confida. Parla anche del suo avvicinamento al cristianesimo – lui che era buddista – avvenuto frequentando il santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi e i luoghi di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. «Penso e ripenso a questa malattia e mi convinco sempre più che essa sia spiritualizzante», riflette Pietro. «Piano piano si perde il corpo e rimane lo spirito. Sento che la Sla sia stata un bene, permessa da Dio per la salvezza della mia anima. E ringrazio, nonostante la sofferenza. Nonostante sappia che adesso si farà dura». Però, aggiunge, «non c’è disperazione se c’è Dio. La vita quando senti che stai per perderla vuoi solo averla: brutta o bella che sia, ricca o povera, sofferente o no, libera o meno». Parole che indicano una testimonianza estrema. Molto simile a quella di Dario Meneghetti, l’ex cantante lirico della Fenice di Venezia che, pur senza il conforto della fede, lotta da 13 anni con la Sla nella sua casa di San Donà di Piave. I grandi giornali si sono accorti di questi testimonial della vita e hanno scelto di ignorarli?

E le nostre eminenze ed eccellenze reverendissime vogliono davvero lasciare sole persone come loro che combattono quotidianamente sul crinale dell’esistenza?

 

La Verità, 3 agosto 2025

«La radio libera davvero è quella dei vescovi»

Quando arrivo a InBlu Radio a Milano, lo studio dove Eugenio Finardi registra La musica è ribelle è inondato dalle note della Mahavishnu Orchestra. Si dà il caso che il vinile del live di Between the notinghness & eternity sia stato uno dei miei primi acquisti nel lontano 1973 e, quasi inascoltabile causa fruscio da usura, sia stato rimpiazzato dalla versione in cd, tratta dalla jam session fortunosamente ritrovata, di cui ora sta parlando Finardi. La lunga digressione è per dire l’affinità musicale che mi lega all’irregolare di oggi: milanese, classe 1952, tre figli di cui una affetta dalla sindrome di Down, autore ispirato di una serie di canzoni generazionali, alcune delle quali ripropone il sabato sera sull’emittente della Conferenza episcopale italiana.

«Se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace anche di più perché libera la mente»: se l’aspettava di fare il dj nella radio dei vescovi italiani?

«Assolutamente no. Ma il tempo ha una grande ironia e devo dire che questa è l’unica emittente che mi ha concesso totale libertà. La cosa non mi stupisce. La figura di papa Francesco è forse quella che oggi sento idealmente più vicina. Nel 2012, un anno prima della sua nomina, una mia canzone intitolata Nuovo umanesimo toccava i temi dell’etica del lavoro e del rispetto dell’uomo che ricorrono nel suo pontificato. Dico tutto questo da non credente».

Ma non da anticlericale.

«Non lo sono. Ho sempre cercato una dimensione spirituale, senza la quale credo che una vita non possa dirsi compiuta. In questo mi aiuta l’amore per la musica, compresa quella sacra. Dallo Stabat Mater di Pergolesi e da tutta l’opera di Bach promana un bisogno del divino che appartiene a tutti gli uomini».

Tuttavia, sorprende trovarla qui: si è proposto ad altre emittenti?

«La prima proposta mi era arrivata da Radio Italia, ma non è andata in porto. In passato ho lavorato per la Radio della Svizzera italiana, a Radio Milano centrale. Tuttora collaboro con Radio2 Rai a un programma che si chiama Me Anziano You TuberS dove scelgo due pezzi a trasmissione e stop. Con la dittatura della playlist, nessuno mi concede la libertà che ho trovato qui».

Eugenio Finardi nello studio di InBlu Radio, emittente della Conferenza episcopale italiana

Eugenio Finardi nello studio di InBlu Radio, emittente della Conferenza episcopale italiana

A proposito di Youtube, ha senso la radio nell’epoca di internet e dello streaming?

«La radio è il media più prezioso e, a suo modo, poetico. È la voce umana a fare la differenza. Oggi si va di playlist, ma è una formula autoreferenziale, narcisistica. Ogni mia scaletta ha un tema preciso e la musica serve per raccontare storie».

Esempio?

«Prima della puntata sulla fusion ne ho fatta una sui The Swampers, una band di studio di Muscle Shoals, cittadina dell’Alabama dove incidevano i grandi del soul: Aretha Franklin, Wilson Pickett, Etta James. La storia interessante è che erano bianchi, perciò, dopo la musica insieme pranzavano separati».

La radio aiuta la narrazione, si direbbe oggi.

«Libera la mente, innesca l’immaginazione. Il mio scopo è allargare gli orizzonti di chi ascolta. Far capire che la musica è un linguaggio assoluto, legato alla matematica, alla fonica newtoniana. Musicisti che non si capiscono a parole possono suonare facilmente insieme. La musica non ha barriere. Trump può erigere il muro tra America e Messico, ma il tex-mex e, più in generale, la musica latina, sono generi affermati e popolari».

Tra poco saranno cinquant’anni dal 1968. Che cosa si aspetta?

«Di fare molte interviste. Spero ci si ricordi di un’epoca in cui c’erano tante cose che valevano più del denaro. In realtà il Sessantotto è un ventennio, iniziato con le lotte contro la segregazione dei neri. “I have a dream” di Martin Luther King è del 1963. Poi ci sono stati i movimenti delle donne e per la liberazione dal colonialismo. Quell’epoca si è chiusa con Ronald Reagan, Margaret Tatcher e l’affermazione del liberismo. Che, come tutti gli ismi, è una perversione di un’idea giusta, in questo caso quella liberale».

Ideali che sono diventati ideologia, causa di violenza e distruzione.

«Al culmine di quei movimenti, nel ’76, l’anno di Musica ribelle, quando il cambiamento sembrava vicino, sono arrivate le P38 e l’eroina».

Come se lo spiega?

«Nell’uomo c’è qualcosa che tende a corrompere e inquinare. Spiritualità, rispetto, grazia hanno il loro contrario nell’egoismo e nella violenza. Tendiamo al bene, ma restiamo soggiogati dal male».

Come già diceva San Paolo. Voi cantautori dovete fare autocritica?

«Sì, per l’ingenuità, un limite non da poco. Tuttavia, con Extraterrestre sono stato tra i primi ad accorgermi di certe perversioni. Ricordo che mi vergognavo di guadagnare troppi soldi».

Come nacque Extraterrestre?

«Era il momento del riflusso. Molti se ne andavano in India, qualcuno in barca a vela, altri si rifugiavano nelle droghe. Extraterrestre era un’immagine per dire che puoi andare dovunque, ma se non cambi dentro non cresci. Anche il successo è un’illusione».

Tornando al Sessantotto, c’è qualcosa che non rifarebbe o non direbbe?

«In realtà, no. L’unica canzone che non ricanterei è Giai Phong, tratta da un testo di Tiziano Terzani, che inneggiava alla liberazione di Saigon. Qualche anno dopo scoprimmo che anche quella del Fronte di liberazione nazionale era diventata una dittatura militarista».

Musica ribelle si chiudeva con «se ci metteremo insieme a lottare per cambiare nessuno ci potrà fermare». Invece?

«Ci ha fermato la natura umana. Molti hanno scambiato la libertà con la possibilità di abbandonarsi alla violenza, alla prevaricazione, all’istinto. C’è stato il tradimento delle classi dirigenti. La borghesia ha perso il senso di responsabilità. Mio padre, dirigente d’azienda nato nel 1909, sentiva la responsabilità verso le classi più disagiate. L’altro giorno ho saputo di una grande agenzia che organizza vacanze opulente su uno yacht in compagnia di escort, professionisti del sesso, droga libera, cibo fino a scoppiare: il denaro può tutto, è la nuova idolatria».

Lei è anche autore di canzoni d’amore: Non è nel cuore, Patrizia, Un amore diverso… Ha capito da dove viene «la forza dell’amore»?

«È qualcosa che abbiamo dentro, la nostra parte migliore che troppe volte si corrompe. Più che canzoni d’amore ho scritto canzoni sull’amore. Patrizia è dedicata a una donna amata, Amore diverso alla mia prima figlia. L’amore per i figli è quasi doloroso tanto è forte e puro. Come lo è l’amore da vecchi, quando non lo si fa più. Ma lo si vive ugualmente, magari pensando che cosa sarà dell’altro quando tu non ci sarai più».

«Non può esistere l’affetto senza un minimo di rispetto»: è un pensiero più rivoluzionario per i ragazzi di trent’anni fa o per quelli contemporanei?

«È rivoluzionario per i ragazzi di tutte le epoche».

«L’amore è fatto di gioia ma anche di noia»: è non accettare questo che rende solubili tanti matrimoni?

«Anch’io ho divorziato, non per mia volontà. Non so se esiste l’amore eterno. Mi affascina l’idea di un sentimento che duri 50 o 60 anni, ma non è da tutti. Piuttosto, vedo che i ragazzi di oggi si sposano molto tardi. Non ci si impegna fino a 38 anni e poi non si riesce ad avere figli».

«Ti amo perché sei una donna, ma anche un vero uomo, un amico, un socio forte, un maggiordomo, ma ti piaci in uno solo: quello di donna con vicino il suo uomo»: che cosa pensa della confusione dei sessi di questi anni?

«Credo che le donne siano sempre più forti e gli uomini debbano accettare la propria fragilità. La mia compagna è una donna con un carattere deciso, economicamente indipendente. Ho tre figli e ho visto all’asilo bambini che erano già palesemente bambine e bambine che erano già maschi. Come padre di una ragazza disabile non credo esista una normalità astratta. Certo, si parla troppo di omosessualità. Per un anno non abbiamo fatto che parlare di stepchild adoption, dividendo il Paese con un dibattito che riguardava 40 bambini. Intanto la gente non ha lavoro, tanti bambini vivono nella povertà, nei campi ci sono gli schiavi».

Su Youtube dopo la sua Patrizia è spuntata Anna e Marco di Lucio Dalla. Tra i cantautori a chi vorrebbe rubare una canzone e quale?

«Anna e Marco ci sono anche in Musica ribelle, scritta due anni prima. Quando chiesi a Lucio se c’era un nesso mi rispose che erano “uno stereotipo, l’incarnazione di una generazione”. Un brano lo ruberei a Franco Battiato: Centro di gravità permanente o Gli uccelli».

Eugenio Finardi con Lucio Dalla: «Anna e Marco ci sono anche in Musica ribelle»

Eugenio Finardi con Lucio Dalla: «Anna e Marco ci sono anche in Musica ribelle»

Viene da sua madre, cantante lirica, la passione per tutta la musica?

«Sono nato dentro uno strumento musicale. Non so in che momento della gravidanza si sviluppi l’udito nel feto, ma la prima cosa che ho sentito è certamente la voce di mia madre cantare».

Che cosa vuol dire essere padre di una ragazza down?

«All’inizio è stato uno shock. Da astrazione poetica il “mettersi a lottare” di Musica ribelle è diventato impegno quotidiano».

Quanti anni ha e come vive Elettra?

«Ha 35 anni. Da quando ne ha 19 vive in una casa famiglia vicino a me. Percependo la fatica dell’essere “normale”, fu lei a chiedere di andare a stare con altre persone disabili. Elettra è stata una grande sofferenza, ma anche una responsabilità e uno stimolo. Mi ha portato a pensare all’essenza delle cose. Senza di lei forse avrei fatto una vita più superficiale. Pranziamo insieme ogni settimana, è un rito. È una donna piena di iniziative».

Svaniti i sogni di rivoluzione, oggi in che cosa spera?

«Pensando all’ambiente, al futuro del pianeta, al nostro egoismo, non sono ottimista. Inoltre, non sono religioso, non credo alla vita eterna e sto invecchiando. Spero che riusciamo a preservare la bellezza che abbiamo attorno. A vivere con grazia a carità. Lo so, sono concetti cristiani».

La Verità, 3 dicembre 2017