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Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

«La separazione delle carriere è di sinistra»

Anna Paola Concia, sono passati dieci giorni dalla sua lettera aperta alla sinistra. Reazioni?
«Nessuna».
Silenzio tombale?
«Qualcuno mi ha scritto privatamente, ma nessuna risposta pubblica. Perciò ignoro completamente cosa pensino».
Dieci giorni fa, Anna Paola Concia, ex parlamentare Pd, attivista dei diritti civili, omosessuale dichiarata che vive con la compagna a Francoforte ma è presentissima nel dibattito italiano, curatrice del volume appena uscito Quel che resta del femminismo (Liberilibri) e fondatrice del Comitato per il sì al referendum sulla separazione delle carriere dei giudici, ha scritto sul Foglio un accorato j’accuse contro il dogmatismo della sinistra che, per stigmatizzare i critici dell’estremismo woke, non esita ad applicare «censura, violenza, gogna, emarginazione, esclusione».
Sperava in una risposta dai leader o da persone rappresentative dei partiti a cui si è rivolta?
«Quella lettera era il frutto di una lunga riflessione. Ho letto parecchi saggi di autori stranieri sull’argomento e da tanto tempo mi interrogo su questi temi. L’ho scritta con il cuore in mano, nella speranza che, almeno, facesse riflettere».
Insomma, si aspettava qualcosa di più?
«So che tanti condividono quelle riflessioni, ma non si espongono».
Per paura, pigrizia, rassegnazione?
«Essendo stata a lungo nel Pd, penso che non si voglia mettere in discussione la linea del partito».
Per non disturbare il manovratore?
«È un momento delicato, in cui è difficile fare discussioni aperte sull’efficacia di alcune battaglie sui diritti civili e sulle donne».
Si aspettava un segnale da Elly Schlein?
«No. Magari una riflessione l’avranno fatta tra loro. Forse da qualche riformista mi aspettavo una reazione, anche privata».
Invece?
«Qualcuno mi ha scritto, bell’articolo… Con qualche riformista del Pd mi sarebbe piaciuto fare due chiacchiere. Ma la tendenza a rimuovere è prevalente. Comunque, a me farebbe piacere che anche la destra si interrogasse sui diritti civili».
Giusto.
«Penso che la polarizzazione tra destra e sinistra su questi temi sia una iattura che non fa fare neanche mezzo passo avanti. La sinistra ha il monopolio dei diritti civili e la destra il monopolio anti diritti civili. È una situazione manichea che, secondo me, non corrisponde neanche alla realtà delle persone sia di destra che di sinistra, perché ci sono posizioni miste e più sfumate».
Nel finale della lettera ha scritto di non riconoscersi «in questa sinistra che ha sostituito il pensiero con la paura di sbagliare parola». E quando si sbaglia cosa succede?
«Ormai la politica ha adottato le formule e le modalità oppositive dei social. Invece di provare a confrontarsi, se si sbaglia parola piovono scomuniche».
Mi viene in mente la vicenda dell’ex assessore alla cultura di Livorno Simone Lenzi.
«La conosco. Grazie al comportamento di cui il Pd locale non può andare orgoglioso, sono diventata amica di Lenzi. Ha subito la gogna…».
Aveva ironizzato sull’arte didascalica postando la statua di una donna con il pene, un trans, accompagnata dalla parola «woman».
«È stato accusato di essere omofobico e transfobico, cosa falsa, e fatto fuori dall’incarico di assessore, ruolo nel quale ha sempre dimostrato grande attenzione ai diritti Lgbt».
Mi viene in mente anche il caso del ministro Eugenia Roccella, crocifissa per aver parlato delle «gite» ad Auschwitz che hanno lasciato in eredità molto antifascismo senza cancellare l’antisemitismo.
«Quel concetto si poteva esprimere meglio. Mi è capitato di portare dei ragazzi ad Auschwitz e riconosco che c’è una riflessione da fare su ciò che hanno prodotto le visite ai campi di concentramento e le giornate della memoria. È giusto interrogarci sulla retorica della Shoah, perché oggi l’antisemitismo è riscoppiato in tutto il suo orrore. Il ministro non ha usato le parole giuste, ma senza gridare allo scandalo, le avrei corrette, raccogliendo il suo invito a riflettere sull’argomento».
Ha anche detto che le università, che dovrebbero essere il luogo del confronto, sono diventate luogo di settarismo.
«L’ho scritto anch’io. Le università tolgono la parola a chi dissente, impedendo il confronto tra chi ha idee diverse».
Rinfreschiamo la memoria con il caso di Emanuele Fiano?
«E il caso di Maurizio Molinari, di David Parenzo e di Daniele Capezzone, l’unico non ebreo dei quattro».
Che reazioni ha avuto la sua denuncia del dogmatismo che accomuna le battaglie Lgbt e pro Pal?
«Irritate. È evidente che spesso quelle battaglie sono portate avanti dalle stesse persone, con modalità politiche per me inaccettabili».
Ha evidenziato un parallelismo scomodo tra battaglie Lgbt e pro Palestina.
«Sono battaglie diverse, assimilate dallo stesso dogmatismo, che ha allontanato molte persone di sinistra, costrette a rifugiarsi nel silenzio per non essere massacrate».
Come valuta l’innamoramento italiano per il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani?
«La sinistra è sempre affascinata dal Papa straniero. Premettendo di aver votato per Mamdani, Antonio Monda ha scritto che sarebbe un errore madornale illudersi di applicare le sue proposte in Italia. Ho letto su un giornale un titolo sognante: “Se Mamdani fosse sindaco di Milano…”».
È un’infatuazione?
«Chi di noi non è d’accordo con il sostegno ai deboli, gli asili e i trasporti gratuiti. Sono una donna di sinistra, approvo il sostegno ai più deboli, tanto più in una città dov’è difficile vivere anche per il ceto medio. Se lo facessero il giorno dopo il comune di New York sarebbe in bancarotta. Non sono i buoni propositi, ma le ricette a dover funzionare. Perciò, sarei più prudente».
Fondamentalismo islamico e estremismo Lgbt sono la nuova miscela vincente?
«No perché, com’è noto, sono incompatibili. La sinistra deve togliersi il prosciutto dagli occhi, riconoscendo che l’estremismo islamico cancella le donne, ammazza gli omosessuali e discrimina i diversi».
Come mai una contraddizione così palese non ha sfiorato le piazze pro Pal?
«È una domanda da rivolgere a loro. Come fate a giustificare Hamas che ammazza gli omosessuali e opprime le donne? Da femminista universalista, mi batto per i diritti delle donne ebree, palestinesi,  iraniane, afghane…».
In Italia, nominando vicepresidente della Toscana Mia Diop, si copia la formula Mamdani?
«Pur apprezzandola, penso che un ruolo così di primo piano potrebbe non giovare né a lei né al suo futuro politico».
Lei è tra i fondatori di «Sìsepara», il Comitato per il sì al referendum sulla separazione delle carriere: gli anatemi se li cerca?
«Da 30 anni sono favorevole alla separazione delle carriere che è da sempre una battaglia della sinistra. Sarebbe sorprendente se arrivasse un anatema su un argomento oggetto di referendum e che a sinistra è stato ampiamente condiviso».
La rigidità che si registra dipende dal ruolo della magistratura militante?
«In questo momento, soprattutto nel Pd, si discute se sia il caso di schiacciarsi sulle posizioni dell’Anm. Questa legge è una parte della riforma che vuole promuovere il giusto processo, con un giudice terzo e una carriera separata da quella del Pm. È una legge in vigore in tutte le democrazie occidentali. L’articolo 104 della Costituzione non cambia, viene solo aggiunta la creazione di due Csm, uno per i giudici e l’altro per i Pm. L’indipendenza della magistratura, che è un principio importante, rimane inalterata. Quello che decade è il potere delle correnti che decidono trasferimenti, promozioni, incarichi…».
È il sistema del sorteggio che disturba i magistrati?
«Che è già in uso nella composizione del Tribunale dei ministri. L’Anm obietta che chiunque non può far parte del Csm. Perché? I magistrati superano già un concorso e per accedere al Csm devono avere anni di esperienza. Il paradosso è che chi sostiene la riforma ha più fiducia nella competenza dei giudici di quanto non ne abbiano i contrari».
Perché il presidente dell’Anm Cesare Parodi evita il confronto con il ministro Carlo Nordio?
«In Germania non sarebbe possibile che, per contrastare una legge del Parlamento, un gruppo di magistrati aprisse la sede del loro comitato nel palazzo della Cassazione. Qui l’imparzialità dei giudici è sacra: non possono andare in tv e rilasciare interviste. Evitare il confronto con il ministro per non trascinare il dibattito sul terreno politico, come ha detto Parodi, è pura ipocrisia. Con il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto l’ha fatto».
Ernesto Galli della Loggia ha scritto che eticizzando la politica la sinistra tende a concepirla «come lotta tra il bene e il male, eredità della sua convinzione… di essere la rappresentante per antonomasia del progresso», il che instaurerebbe un senso di superiorità e toglierebbe legittimità all’avversario. È così?
«Sì, è così. Bisogna riconoscerlo».
La sinistra ha metabolizzato l’arrivo al governo di una destra guidata da una donna o deve fare ancora un po’ di strada?
«Penso che l’abbia faticosamente metabolizzato».
In una recente intervista il professor Luca Ricolfi ha detto che «gli intellettuali e i giornalisti di sinistra sono la maggiore sciagura cognitiva che si sia mai abbattuta su uno schieramento politico: anziché aiutare a comprendere la realtà, fanno l’impossibile per celarne i lati sgradevoli». Cosa ne pensa?
(Ride) «È una lettura severa che forse non aiuta la riflessione. Ma, non è stato il destino cinico e baro a far vincere la destra nel 2022. Interrogarsi sulle ragioni e su che cosa di noi ha contribuito alla vittoria della destra aiuterebbe a non perseverare nell’errore».
Ho visto che ha gioito per il suicidio assistito contemporaneo delle gemelle Kessler: non è estremismo woke anche quello?
«No e sono contenta di vivere nel Paese dove questo è possibile. Forse bisognerebbe interrogarsi laicamente su questo tema. Anche perché non è un obbligo, ma una libera scelta in una società civile. Sono per il libero arbitrio sulla propria vita e sulla propria morte».
Contesto l’uso dell’aggettivo propria: non decidiamo noi di venire al mondo perciò non possiamo disporne.
«Invece, nel momento in cui veniamo al mondo, nell’età adulta siamo padroni della nostra vita».
La morte diventa un fatto di carte bollate?
«Non è così. Il suicidio assistito non è una scelta leggera. Evidentemente il dolore di vivere era più forte del dolore di morire».
Quella che lei chiama società libera e civile nasconde il nichilismo?
«Non è nichilismo».
E che cos’è?
«Una scelta di autodeterminazione».

 

La Verità, 21 novembre 2025

 

Watson, un giocattolino woke troppo patinato

È sbarcato l’altra sera su Canale 5 e Mediaset Infinity Watson, ennesima e liberissima derivazione dai racconti di Arthur Conan Doyle (ore 21,35, share del 12,2%, 1,4 milioni di telespettatori). Qui, nella prima stagione della serie prodotta dalla Cbs, Sherlock Holmes è appena morto (ma tornerà nella seconda, già realizzata), ucciso dall’irriducibile nemico, il professor James Moriarty. Qualche mese dopo esser riemerso dalle acque di Reichenbach in Svizzera, dove si è consumata la lotta finale, ritroviamo il fido assistente John Watson a Pittsburgh, vincolato dall’eredità del suo ex capo a mandare avanti la «Holmes clinic», un dipartimento di cura per persone affette da malattie rare. L’impegno al fianco del grande detective, però, ha comportato il distacco dalla bella moglie che, ahilui, ora ritrova nel ruolo di direttrice sanitaria della clinica. Per risolvere i casi che gli si presentano, il genetista Watson (Morris Chestnut) si contorna di un team di ricercatori disadattati, composta da due infettivologi e fratelli gemelli (interpretati da Peter Mark Kendall), da un’immunologa (Ritchie Coster) e da una neurologa (Eve Harlow) che, in teoria, dovrebbe occuparsi anche del trauma che ha colpito lo stesso Watson dopo la scomparsa del partner. Il quale, con la complicità dell’ambiguo compagno Shinwell Johnson (Ritchie Coster), si affida invece a una più rassicurante terapia farmacologica.
In un’ambientazione calda, con uffici foderati di boiserie più adatte a una prestigiosa università che a un asettico ospedale, si snodano dialoghi a metà tra la didascalia sanitaria e la gara all’ultima parola. Tutte cose già viste e sentite in Dr. House. È l’inevitabile e mortificante paragone dei medical drama che sconfinano nella detection. Watson invita ripetutamente i suoi collaboratori a essere «sia medici che detective». E anche se ora lavora in Pennsylvania, nei momenti cruciali ricorre curiosamente all’aiuto di qualche vecchio amico di Scotland Yard. È la minore delle stranezze della serie ideata dal gruppo di autori guidati da Craig Sweeny, lo stesso che, sempre dalle opere di Conan Doyle aveva tratto Elementary, dove Watson era impersonato dall’asiatica Lucy Liu. Perciò, di fronte a questo nuovo, patinato, giocattolino woke, con un Watson di colore e due spalle da nuotatore, e l’ex moglie (Rochelle Aytes) sbilanciata in una relazione omosex, la sorpresa è in modica quantità. Devono essersene resi conto anche a Canale 5 se hanno scelto di piazzare i 13 episodi in quattro serate di agosto.

 

La Verità, 21 agosto 2025

«Macché TeleMeloni, la Rai è piena di woke»

Alberto Contri, le piace TeleMeloni?
«Francamente non riesco a capire cosa sia realmente. È una formula giornalistica, un’etichetta sciocca perché la Rai è da sempre, per definizione, incline al governo del momento. Posso testimoniarlo in prima persona: in Rai la sensibilità governativa si è sempre affermata nella scelta delle persone e nelle carriere da promuovere».
Presidente per vent’anni della Fondazione Pubblicità e progresso, autore e saggista (ultimo libro La sindrome del criceto, Nexus, 2023), Contri ride quando gli ricordo che è stato consigliere Rai dal 1998 al 2002 in quota Forza Italia.
«Così dicevano, ma era anche quella una scorciatoia giornalistica. Quando venni nominato, Fedele Confalonieri mi mandò un messaggio: apprendo dai giornali che sei di Forza Italia, non lo sapevo; e forse non lo sapevi neanche tu. Tant’è vero che poi, insieme a Vittorio Emiliani che avrebbe dovuto essere in quota alla sinistra, promuovemmo eventi come La Traviata a Parigi o chiedemmo ad Antonio Lubrano di spiegare le opere con i sottotitoli, scandalizzando i puristi della lirica».
Poi è stato amministratore delegato di RaiNet che in qualche modo è stata l’antenata di RaiPlay.
«Non in qualche modo, RaiPlay è la figlia diretta di RaiNet, tant’è vero che l’attuale direttrice, Elena Capparelli, era la mia principale collaboratrice. Il presidente invece era Giampaolo Rossi».
Torniamo a TeleMeloni. Questa Rai è totalmente al servizio del governo e del premier?
«Totalmente al servizio… Forse nella gerarchia delle notizie dei tg o nel silenzio su alcune altre».
Per esempio?
«Qualche giorno fa la numero uno dell’Intelligence americana Tulsi Gabbard ha accusato Barack Obama di alto tradimento. Ha detto di essere in possesso di prove che dimostravano la sua influenza sulle indagini sul Russiagate nel 2017 per indebolire Donald Trump. Mentre in America non s’è parlato d’altro per giorni, i nostri telegiornali hanno silenziato la notizia».
Forse si è ritenuto che la Gabbard volesse recuperare considerazione presso Trump dopo che l’aveva criticato per l’attacco all’Iran?
«Ne dubito. Si trattava di una conferenza stampa ufficiale. Con lei c’erano diverse altre personalità che hanno messo a disposizione dei documenti. Invece di dare questa notizia sono stati proposti numerosi servizi sulla vicinanza fra Trump e Jeffrey Epstein, un gossip di tutt’altra importanza».
Se così fosse, sarebbe una conferma dell’inesistenza di TeleMeloni.
«Infatti, perché sono ancora attivi i giornalisti di sempre. Forse una certa inclinazione filogovernativa la si vede nell’eccesso di cronaca nera, utile a non disturbare il manovratore».
Quindi, secondo lei nella gestione dell’informazione TeleMeloni esiste?
«Forse c’è una tendenza fisiologica ad allinearsi. Nulla di diverso da ciò che c’è sempre stato con qualsiasi governo. È il solito doppio standard: se lo fa la sinistra è lealtà culturale, se lo fa la destra apriti cielo. Coloro che oggi accusano li ho visti all’opera per anni».
E cos’ha visto?
«Intervenivano senza troppe remore. Il presidente dell’epoca Roberto Zaccaria aveva codificato il metodo sostenendo che l’informazione andava suddivisa in tre parti, una alla maggioranza, una all’opposizione e una al governo. Così i due terzi degli spazi erano filogovernativi. La stessa spartizione si applicava nei programmi di approfondimento».
Qualche giorno fa l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha replicato alle critiche alla Rai rivendicando il fatto che è «la prima fonte informativa degli italiani» e che sullo sport investe molto e vantando «il ritorno di Benigni». Dobbiamo essere soddisfatti?
«Assolutamente no. Se scorro i palinsesti non vedo novità rilevanti. Non c’è nessuna discontinuità.
Da quanti anni Mara Venier conduce Domenica In, da quanti anni c’è Ballando con le stelle, da quanto tempo c’è Antonella Clerici, che mi sta pure simpatica?».
Squadra che vince non si cambia.
«No, certo. Ma qualche iniezione di novità si potrebbe fare. E poi Rossi dice una cosa più ambiziosa: la Rai racconta il Paese. L’ha detto anche quando ha presentato il Concertone del primo maggio: il nostro è un racconto che rispetta il pluralismo. Quale sarebbe il pluralismo rappresentato da Big Mama? Anche la fiction di oggi è farcita di cultura woke e di figure rappresentative delle comunità arcobaleno».
La Rai vanta anche il successo dell’ultimo Festival di Sanremo e di Affari tuoi.
«È come giudicare il guardaroba di una persona dall’abito per la cena di gala. Poi la quotidianità è tutta virata al relativismo etico».
Le piace di meno l’intrattenimento o l’informazione?
«Mi sembra tutto modesto. Come è modesto l’intero contesto nazionale, e cito la disillusione di Marcello Veneziani per lo stato del Paese. Che inevitabilmente si riflette sulla tv pubblica».
Che dovrebbe avere una funzione diversa?
«Di elevazione del senso critico della popolazione. Se prendiamo la musica c’è da essere scoraggiati, altro che elevazione. Si mira verso il basso perché puntando verso il basso è più facile catturare l’audience. E qui emerge il peccato originale dei due colossi che si contendono la pancia del pubblico».
Diceva della cultura woke nella fiction.
«E anche nei varietà e nei programmi d’infotainment. Mentre in America si registra un decadimento in seguito alla ribellione dei cittadini, in tante trasmissioni della Rai, radio compresa, che seguo per motivi professionali, prevale il woke de noantri».
C’è qualche dirigente in particolare che lo promuove?
«Ricordo che una volta, quando era direttore di Rai 1, Stefano Coletta sbottò contro chi chiamava Rai 1 Gay 1: “A me non interessa con chi vanno a letto i miei collaboratori”. Io dico che quando si manda in onda un numero rilevante di persone di orientamento omosessuale la loro visione si diffonde urbi et orbi. L’ha detto più volte anche Mauro Coruzzi in arte Platinette: mai come ora i gay sono sovrarappresentati in tv. Invece, con grande rispetto per le scelte di ciascuno, sono poco più del 3,5% della popolazione. Nella giuria di Ballando con le stelle, che è il varietà di punta del sabato sera di Rai 1, sono la metà. Se si dice che la Rai racconta il Paese, penso che la giuria di un programma popolare dovrebbe rappresentare la segmentazione del pubblico».
Va meglio la parte degli approfondimenti e dei tg?
«Purtroppo no. Ci è voluto molto tempo prima di far apparire la realtà di Gaza. E anche sull’Ucraina c’è stata una narrazione a senso unico. Ricordiamo l’oscuramento del corrispondente da Mosca Marc Innaro che, piuttosto di non far nulla, chiese di andare al Cairo. Non si poteva dire tutta la verità sull’Ucraina, o come ha fatto papa Francesco, che la Nato si era avvicinata ai confini con la Russia. All’opposto, quando Giorgia Meloni dialogava con Joe Biden, da Washington Claudio Pagliara era facilitato a pronosticare la vittoria di Kamala Harris. Credo che questo non avvenga a causa di imposizioni, ma per forme di allineamento fisiologiche. La Rai è un corpaccione stratificato negli anni, hai voglia a spostare le persone… Uno come Giancarlo Loquenzi, ex direttore di Radio radicale, conduce Zapping da decenni e va spesso ospite del Tg3 insieme a Giovanna Botteri».
La vecchia Telekabul però è stata ridimensionata.
«Ma dove? Pensiamo a Monica Giandotti, brillante suffragetta progressista, che da Lineanotte di Rai 3 è approdata alla conduzione di Tg2Post».
E da studioso dell’innovazione nella comunicazione cosa pensa dei programmi di divulgazione sull’intelligenza artificiale e la rivoluzione digitale?
«Ho sempre apprezzato Codice. La vita è digitale di Barbara Carfagna. Purtroppo, in questa ultima stagione sta mostrando una tendenza riduzionista, materialista e transumanista».
Semplificando?
«Un conto è raccontare le avanguardie digitali, un altro è magnificare l’idea di Alexandr Wang, “l’astro nascente della Silicon Valley”, di fare un figlio solo quando potrà impiantargli un neuralink nel cervello allo scopo di avere un figlio enhanced, potenziato. Oppure, altro eccesso, tessere le lodi del cosiddetto gemello digitale, costituito da ciò che rimane di noi in rete che, quando smettiamo, potrebbe continuare a lavorare al posto nostro».
Invece?
«Quando è disconnesso da quello primigenio, il gemello digitale è solo una massa di dati inerti che, non essendo gestita dal libero arbitrio di una coscienza, non potrà mai fare nulla».
Codice. La vita è digitale da quale direzione dipende?
«Va in onda su Rai 1 e Barbara Carfagna è una giornalista del Tg1 che gode di ampia autonomia. Ma, anche se ogni tanto intervista qualche voce critica degli algoritmi, il servizio pubblico dovrebbe fare attenzione a promuovere certe derive transumaniste».
È stata una scelta vincente eliminare i direttori di rete e creare strutture editoriali per generi – intrattenimento, informazione, fiction, sport – trasversali alle reti?
«Si procede per tentativi. Con Carlo Verdelli direttore editoriale si era provato a organizzare l’informazione, senza riuscirci. Ora si è accentrato il potere in poche mani per semplificare i processi. Ma sono le reti a sapere di quali prodotti hanno bisogno».
Invece così le reti non hanno più identità?
«Esatto. Adesso le gerarchie sono meno chiare e, oltre alla concorrenza di Mediaset, gestire quella interna alla Rai è più complicato. In questa governance che prevede un direttore generale e un amministratore delegato è tutto un po’ confuso e non si capisce bene chi comanda».
Da un anno e mezzo si attende la nomina del presidente di garanzia, rimpiazzato dalla reggenza di Antonio Marano, consigliere anziano. È questa situazione a indebolire la linea di comando o manca una squadra di dirigenti che possa aiutare l’ad?
«La seconda che ha detto. Comunque, il presidente di garanzia è un ossimoro. Ne ho conosciuti tanti, anzi, tante visto che molte erano donne, da Anna Maria Tarantola a Lucia Annunziata fino a Monica Maggioni. Non ho mai capito bene quale fosse la loro funzione. Ancora più incomprensibile mi risulta quella della Commissione parlamentare di Vigilanza, un reperto di archeologia partitocratica. In questa situazione non si può prendersela più di tanto con Giampaolo Rossi. La Rai avanza per inerzia. La conferma è che da decenni i programmi sono sempre gli stessi: Sanremo, Benigni…».

 

La Verità, 30 luglio 2025

Biancaneve woke e senza nani costa cara alla Disney

Un capolavoro di revisionismo cinematografico. Una summa di wokismo per i bambini del pianeta. Infine, un discreto flop al botteghino, accompagnato da uno tsunami di polemiche. È il remake di Biancaneve targato Disney; senza i sette nani nel titolo e vedremo perché. Un kolossal con attori in carne e ossa, firmato da Marc Webb e costato 270 milioni di dollari. Addirittura 350 per il New York Times, a causa dei rinvii per il Covid e degli scioperi degli studi contro l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Chissà che cosa staranno facendo i fratelli Jakob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm nelle loro tombe nel cimitero vecchio di San Matteo a Berlino. È noto invece il pessimo umore che turba i manager del marchio di Topolino per i modesti incassi del primo weekend di programmazione. Appena 43 milioni negli Stati Uniti e 44 nel resto del mondo (oltre 2 milioni di euro in Italia) che fanno 87 in totale: molti meno dei 100 previsti dalle stime al ribasso della produzione. Così, ora, nella major già provata dai tagli di personale – 7.000 lavoratori licenziati nel 2023 soprattutto per i flop delle opere «impegnate», più altre centinaia nel 2024 (nei parchi a tema, Espn, Disney Entertainment e Pixar) – si è scatenata la ricerca dei colpevoli.

Lungi dal mettere in discussione il politicamente corretto che stravolge uno dei maggiori classici della letteratura per l’infanzia, il capro espiatorio è stato trovato nell’attrice protagonista, la colombiana Rachel Zegler, colpevole di aver postato critiche alla fiaba originale, espressioni anti-Trump e pro Palestina. «Ho lasciato che le mie emozioni prendessero il sopravvento», ha ammesso lei, scusandosi. Ma ciò non è bastato a frenare le contestazioni di Gal Gadot, l’attrice israeliana che interpreta Grimilde. Insomma, mamme e bambini di mezzo mondo avrebbero risposto tiepidamente perché le interpreti di Biancaneve e della regina cattiva sono schierate su fronti opposti nella guerra in Medio Oriente. Un discreto alibi per i vertici Disney.

Parecchi critici hanno, invece, idee diverse. Soprattutto le hanno gli spettatori che si sono espressi su Imdb (Internet movie database), la piattaforma che misura le valutazioni di film, serie e videogame, attribuendo a Biancaneve una classificazione di 2,0/10 che, al momento, è in assoluto la peggiore a livello mondiale dell’ultimo decennio.

È giustificata una stroncatura tanto spietata? Purtroppo sì. La più intoccabile delle favole raccontata in forma di musical a metà tra il femminismo a buon mercato di Paola Cortellesi – «Biancaneve era la colf dei sette nani» – e il revisionismo da Metoo di Roberto Barbolini – «Il principe azzurro è un molestatore» – non può che aizzare la rivolta.

La prima storpiatura si ha sull’origine del nome. Mentre nella versione dei fratelli Grimm la mamma desidera una bambina con pelle candida come neve e labbra rosse come il sangue, qui il nome deriva dalla tempesta invernale che accompagna la sua venuta al mondo. L’escamotage è perfetto per dare alla protagonista interpretata da un’attrice latinoamericana, una carnagione, seppur lievemente, ambrata. Con tanti saluti al suo candore e all’idea di purezza.

La seconda trovata è l’abolizione del principe azzurro, in odore di prevaricazione e mascolinità tossica in quanto protagonista del bacio che la riporta in vita. Al suo posto troviamo tal Jonathan, capitano del popolo del bosco, ovviamente multietnico e inclusivo. Una sorta di Robin Hood che ruba dalle dispense del castello per sfamarsi insieme ai poveri. Tra una fuga dalle segrete e una difesa di Biancaneve dalle guardie, sboccia il sentimento che si compirà in quel bacio, ora sì giustificato e paritariamente condiviso.

Condivisi sono anche i lavori domestici nel rifugio dei sette nani. Qui non è lei a svolgerli in cambio dell’ospitalità e del cibo. Ma, tramutata in una specie di Mary Poppins, istruisce i padroni di casa su come rigovernarla danzando e fischiettando malgrado siano reduci dalla giornata in miniera. Più che una situazione fiabesca, una forzatura. Ancor peggio la decisione della Disney di ricorrere alla computer grafica per rappresentarli. Le proteste degli attori affetti da nanismo non si sono fate attendere: «Ci avete discriminato. Se non possiamo neanche interpretare i sette nani che cosa facciamo?», ha dichiarato Choon Tan, artista e culturista londinese. «La decisione di utilizzare l’intelligenza artificiale è piuttosto stupida», gli ha fatto eco l’attore australiano Black Johnston. «Ci sono un sacco di attori nani che muoiono dalla voglia di interpretare ruoli come questi. Io ho sempre sognato di fare Cucciolo, uno dei personaggi più adorabili. Penso che la Disney abbia ceduto alla pressione del politicamente corretto». Insomma, l’idea di «evitare di rafforzare gli stereotipi» anche cancellando i sette nani dal titolo, si è rivelata un boomerang.

Ultima gigantesca correzione ai fratelli Grimm è il finale di tutta la storia. Anziché andarsene felice e contenta con Jonathan, Biancaneve torna al castello per spodestare la regina cattiva e ripristinare l’ordine. Ma nel sermone che fa improvvisamente ricordare ai sudditi multietnici quanto stavano bene prima, sorprendentemente non parla di inclusività e resilienza, ma ci va molto vicino.

Sembrava che i massicci licenziamenti degli ultimi due anni dovuti ai flop di kolossal come Strange world e Wish avessero convinto la Walt Disney company ad abbandonare le storie intonate alla cultura woke. Invece, con questa Biancaneve, uno dei pochi marchi ad aver respinto l’invito dell’amministrazione americana a disdire l’adesione ai codici Dei (Diversità equità inclusione), ha voluto ribadire la sua linea progressista e corretta.

Alla prossima fake fable.

 

La Verità, 29 marzo 2025

«Giovani ansiosi a causa del lavaggio del cervello»

Un osservatore autorevole della globalizzazione e delle sue storture: Federico Rampini le analizza dalla postazione privilegiata di New York, dove vive e lavora, dopo averlo fatto a Parigi, Bruxelles, San Francisco e Pechino. La stortura che in questo periodo lo motiva maggiormente è la denigrazione ad alta gradazione ideologica dell’Occidente, come spiega nell’ultimo libro: Grazie, Occidente! (Mondadori), appunto.

Che cosa ha sbloccato questo saggio?

«Vivo a New York nel cuore di una cultura conformista che processa l’Occidente come la civiltà più malvagia, e impone che ci si genufletta quotidianamente davanti al resto del mondo per le sofferenze che abbiamo inflitto. Nel corso di un viaggio in Tanzania, osservando le tribù dei Masai, ho visto da vicino questo paradosso: loro non hanno dubbi sui benefici che il nostro progresso gli porta. Ma c’è sempre qualche turista occidentale afflitto da snobismo imbecille, che storce il naso di fronte ai segni della modernità, rimpiange che i Masai non rimangano al loro stile di vita arcaico e romanticizza un passato segnato dalla fame e dalle malattie».

Un titolo con il punto esclamativo è una provocazione o la manifestazione del piacere di andare controcorrente?

«Siamo caduti in basso, se insegnare la storia vera diventa una provocazione. L’Occidente è stato protagonista di tre secoli meravigliosi in cui abbiamo accumulato una quantità sbalorditiva di scoperte, invenzioni – nella medicina, nelle tecniche di coltivazione, nell’industria – i cui benefici immensi sono stati diffusi all’umanità intera. Senza la nostra medicina che ha debellato la mortalità infantile ed ha allungato di decenni la longevità umana, senza la nostra agronomia che ha moltiplicato i raccolti, oggi non sarebbero vivi miliardi di cinesi, indiani, africani. Tutti i miracoli economici asiatici sono avvenuti copiando la nostra tecnologia, la nostra economia di mercato, e importando conquiste occidentali come l’istruzione di massa».

Perché l’Occidente «è l’imputato messo alla sbarra per avere soggiogato e impoverito le altre civiltà»?

«Da parte di alcune classi dirigenti, come la nomenclatura comunista cinese, c’è un calcolo geopolitico. Dopo avere copiato la modernità occidentale la Cina la usa contro di noi, aizza le classi dirigenti dei paesi emergenti in nome dell’anticolonialismo, oscurando il fatto che la stessa Repubblica Popolare è uno degli ultimi imperi coloniali, avendo soggiogato Tibet Xinjiang e Mongolia interiore. Ci sono oligarchie del Terzo mondo che accusano l’Occidente per nascondere le proprie ruberie e i propri fallimenti. Poi abbiamo l’antioccidentalismo di casa nostra, che ha una lunga storia e spesso si ricollega a tre grandi famiglie politiche ben rappresentate in Italia: comunismo, cattolicesimo, fascismo. Infine, c’è la variante più aggressiva, fabbricata dalle élite protestanti americane: i movimenti puritani di autoflagellazione, di espiazione collettiva delle proprie colpe, vere o presunte, sono una costante della storia americana dall’Ottocento».

Come spieghi che, sebbene vivano in una condizione di benessere, i nostri giovani siano «la generazione ansiosa»?

«Hanno subito un lavaggio del cervello. Quando gli si insegna la rivoluzione industriale è obbligatorio associarla con l’imperialismo coloniale, il razzismo, lo schiavismo, la distruzione del pianeta, l’inquinamento. Se si aggiungono le influenze di Hollywood, delle élite culturali, l’indottrinamento è a senso unico: la storia occidentale raccontata come un grande romanzo criminale. In questa versione si omette che le altre civiltà hanno praticato lo schiavismo quanto noi, che gli altri imperi sono stati oppressivi quanto i nostri; ma solo noi abbiamo inventato i vaccini e gli antibiotici. La Generazione Z dopo aver subito questo indottrinamento è segnata da punte di infelicità, ansia, depressione. Il mio libro è un antidepressivo».

Perché sembra che certi ambienti siano attraversati da un’isteria distruttiva?

«Pensano che denunciare la nostra cattiveria sia il segno di una moralità superiore. Le élite, in questo modo, perpetuano il proprio ruolo: ci sono caste intellettuali che devono la propria legittimazione a una missione sacerdotale, guidano le masse nei riti del pentimento collettivo. Magari sono atei e si credono modernissimi, in realtà ripetono delle liturgie medievali. Così come è oscurantista e antiscientifico un ambientalismo apocalittico che demonizza il progresso e annuncia la fine del mondo dietro l’angolo. Queste predicazioni fanatiche danno potere, culturale e politico, a chi le dirige».

C’è chi vede segnali di stanchezza della cultura woke: i campus universitari americani sono contendibili?

«Tanti giovani non sono né stupidi né passivi e fra loro è cominciata una ribellione, la battaglia per ricostruire un pluralismo e una libertà di espressione anche nei campus universitari. Non sarà facile, però, perché nel frattempo si è sedimentata una mastodontica burocrazia woke, pagata per disciplinare, censurare, imporre le quote etniche e sessuali…».

Perché la Rivoluzione industriale e l’avvento dell’energia fossile sono viste solo in una luce negativa?

«Perché tanti che si autodefiniscono ambientalisti urlando nelle piazze non hanno mai aperto un manuale di chimica o di fisica. Nel libro cito grandi scienziati, il mio prediletto è Vaclav Smil, uno studioso canadese che è un vero ambientalista, convinto che il cambiamento climatico sia reale e che noi dobbiamo adoperarci per contrastarlo, mitigarlo, e adattarci. Smil spiega l’intera storia della specie umana collegandola ai diversi tipi di consumo di energia, di alimenti, di materiali. In questo contesto la Rivoluzione industriale segna il passaggio verso forme di consumo energetico meno distruttive di quelle precedenti. Se ci scaldassimo ancora con il legname produrremmo molta più CO2 nell’atmosfera, rispetto a quella generata da carbone, gas, petrolio. Demonizzare il progresso è una mania degli ignoranti, l’energia solare, eolica, lo stesso nucleare che stanno riducendo le emissioni di CO2, sono tutte tecnologie occidentali. La lotta al cambiamento climatico procede grazie alle scoperte avvenute in Occidente».

Uno dei temi della tua riflessione riguarda la gestione dell’immigrazione. I Paesi europei e il Nordamerica devono accogliere i migranti senza regolamentarne i flussi per espiare le colpe del colonialismo?

«All’origine c’è un’idea semplice, accattivante e sbagliata: che noi siamo ricchi perché abbiamo reso poveri gli altri. Questo luogo comune calpesta decenni di studi sulle vere cause del sottosviluppo. Ignora la realtà che il colonialismo lo hanno praticato altri più a lungo di noi: in Medio Oriente i turchi ottomani. Ignora che Singapore fu colonia inglese e divenne indipendente nello stesso anno di molti Stati africani, ma oggi ha un reddito più alto di quello britannico. Diffondere tra i migranti l’idea che hanno diritto a nutrire rancore nei nostri confronti e a rivendicare risarcimenti perpetui è la ricetta sicura per impedire la loro integrazione. Questa cultura del vittimismo sta sfasciando perfino l’America, che aveva avuto una società multietnica funzionante».

Perché le comunità islamiche sono più ostili di quelle di altre etnie verso gli Stati che le accolgono?

«La decadenza delle civiltà islamiche fin dall’Ottocento ha generato una cultura dell’invidia e del risentimento verso l’Occidente. I più recenti fallimenti delle loro classi dirigenti, da Nasser a Khomeini e Khamenei, da Gheddafi a Saddam, hanno alimentato la ricerca di un capro espiatorio nell’Occidente. In particolare, dopo il 1979 si è scatenata una concorrenza perversa tra iraniani e sauditi, i cui petrodollari hanno finanziato moschee e madrasse fondamentaliste nel mondo intero, dove si predicava l’odio verso l’Occidente. Una novità positiva è che di recente l’Arabia saudita si è chiamata fuori da questo gioco».

A Kamala Harris conviene parlare d’immigrazione nell’ultimo mese di campagna elettorale?

«Kamala Harris ha operato un voltafaccia, oggi promette una politica di duro controllo alle frontiere».

Le misure adottate dagli ultimi governi britannici, dalla Danimarca, dalla Germania di Olaf Scholz e dai governi svedesi e olandesi, anch’essi progressisti, confermano un nuovo orientamento sull’immigrazione?

«Buona parte della sinistra occidentale si accorge di avere sbagliato sull’immigrazione e sta operando una revisione drastica».

Pensi che la sinistra italiana, dal Pd ad Avs, tardi a prendere coscienza di questo cambiamento?

«Seguo poco la politica italiana. Però non mi pare di aver colto delle svolte nette come quelle di Kamala Harris, Keir Starmer e Olaf Scholz».

L’Occidente ha fatto solo cose buone?

«Ha commesso crimini orrendi. Come tutte le altre civiltà. Ma noi li riconosciamo, gli altri no. Non si è mai sentito un leader arabo chiedere scusa per la tratta degli schiavi africani».

Quando abbiamo voluto esportare la democrazia in Afghanistan, in Iraq e in Libia non è andata benissimo.

«Era andata bene in Germania e in Giappone. La democrazia deve maturare nei popoli e nelle culture locali, è una faticosa conquista. Richiede anche una battaglia contro oligarchie oppressive».

Per una ripresa della diplomazia in Medio oriente e in Ucraina, è più auspicabile una vittoria di Donald Trump o di Kamala Harris?

«Volodymyr Zelensky si muove per un negoziato subito dopo l’elezione Usa, quello che cambierebbe è il suo potere contrattuale, un po’ inferiore con Donald Trump alla Casa Bianca. In Medio Oriente il sostegno americano a Israele rimarrà bipartisan».

Un altro limite della civiltà occidentale è aver cancellato le sue radici greche, romane e cristiane?

«Siamo il frutto di influenze molto diverse, la filosofia greca è compatibile con l’ateismo; Roma ci ha dato la prima Repubblica e un’idea dello Stato di diritto; il cristianesimo è un credo egualitario. La rivalità Stato-Chiesa e la pluralità di attori geopolitici continentali ci hanno preservato dai grandi imperi verticali. È un mix di ingredienti miracoloso che ha consentito la nascita della liberaldemocrazia qui e non altrove. La distruzione delle radici l’abbiamo cominciata presto. L’università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley, eliminò il corso sulla storia della civiltà occidentale nel 1962».

Rispetto ad alcuni anni fa alcune tue posizioni sono cambiate: che cosa ha prodotto questa mutazione?

«Il grande economista John Maynard Keynes diceva: gli eventi cambiano, io cambio le mie opinioni, e voi?».

 

La Verità, 28 settembre 2024

«Questa società ha bisogno di uomini Lego»

Allora, Susanna Tamaro, contrariamente alla vulgata secondo la quale è un non luogo geografico, il Molise esiste davvero?

«Ricordo che all’esame di seconda elementare la commissione mi chiese di indicare sulla carta geografica dov’era il Molise. Si diceva sempre Abruzzo e Molise… Così, con una lunga bacchetta, puntai l’Italia centrale. Forse mi è rimasta da allora la passione per questi posti. Anche la protagonista di Va’ dove ti porta il cuore sposa un uomo dell’Aquila».

Quella di Il vento soffia dove vuole invece ne sposa uno di Capracotta (Isernia), esemplare degli uomini Lego. Messa così sembra la trama di un romanzo di fantascienza…

«Sembra».

Invece è un romanzo epistolare come Va’ dove ti porta il cuore, che però è del 1994. Chi scrive lettere nell’èra dei social e dei messaggi vocali?

«Più o meno nessuno. Però, secondo me, sta iniziando una controtendenza. Nella mia libreria a Orvieto c’è un reparto di belle carte da lettera, forse qualcuno le compra… Ci dimentichiamo che l’uomo è memoria e la memoria passa attraverso la scrittura. L’uomo smemorato è un futuro servo obbediente».

Susanna Tamaro è a Padova, ospite della Fiera delle parole, dove ha presentato in anteprima nazionale Il vento soffia dove vuole (Solferino), il nuovo libro che ha per protagonista una madre autrice di tre lettere alle sue due figlie e al marito, nelle quali succedono un sacco di cose che la scrittrice triestina narra con quel suo linguaggio semplice, frutto di una complessità risolta, affrontando temi come l’adozione, l’aborto, l’eredità genetica, la marginalizzazione del maschio.

Possiamo dire che si tratta di un romanzo antimoderno?

«In un certo senso sì, perché usa una forma di comunicazione che si può considerare antiquata ma, secondo me, da rivalutare. Ai tempi di Va’ dove ti porta il cuore ricevevo migliaia di lettere. Avendo risposto quasi a tutte ricordo le storie dei miei lettori… La schematizzazione virtuale delle emozioni e del pensiero non fa bene a nessuno».

La schematizzazione virtuale?

«I like, mi piace, non mi piace. Con i social viviamo in una perenne distrazione di massa, mentre scrivere fa articolare pensieri complessi».

Nel libro ricorre anche a espressioni che derivano dal mondo induista.

«Ho avuto una formazione particolare. Mio padre era un seguace di Krishnamurti, un importante mistico di origine indiana. Anch’io ho letto i suoi libri e sono state letture importanti. Ogni popolo ha una propria forma per esprimere la sete d’infinito. E ognuna di queste forme porta un tassello alla nostra vita e la arricchisce».

Usa anche la poesia, soprattutto Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Come mai Giacomo Leopardi, che nelle scuole insegnano come il campione del pessimismo?

«Leopardi è un grande della letteratura che ho detestato fino ai miei trent’anni. Quando mi sono immersa nello Zibaldone, ho trovato la sua poesia sempre nuova, ricca, mi ha regalato tanto. La poesia è un patrimonio che ci illumina e ci apre nuovi orizzonti. Primo Levi raccontò di essersi salvato nei campi di concentramento imparando alcune poesie a memoria».

Chi sono gli uomini Lego?

«Quelli che hanno la spinta a costruire relazioni che durano nel tempo. Sono quelli che sanno che ci vogliono le mani per potare un melo, per riparare un cancello… Vivo in campagna da 35 anni e vedo che in città queste conoscenze si perdono e si perde la dimensione della costruzione perché è tutto mentale. Abbiamo migliaia di anni alle spalle legati alla terra e all’evoluzione, ma pensiamo che gli ultimi trent’anni di iper-modernità siano tutta la nostra storia».

Le sembra che ci sia bisogno di questi uomini Lego?

«Sì, assolutamente. La mia visione della natura e del mondo materiale è segnata anche dal taosimo, una religione basata sulle polarità. Se uno dei due poli diventa debole, tutto si sbilancia. Oggi viviamo uno squilibrio nel rapporto tra maschile e femminile perché l’uomo ha perso il potere che aveva un tempo e non ne ha ancora costruito un altro. Per questo siamo in una fase di transizione».

La accuseranno di voler ripristinare il patriarcato.

«Ho parlato di transizione, non di ritorno al passato. La maggior parte delle mie amiche è sposata con uomini Lego e anch’io ho amici che sono persone sensibili. Invece nella narrativa prevalente l’uomo e descritto come qualcosa di torbido, portatore di negatività».

Questa mamma, da ragazza, ha abortito e porta nella psiche e nel corpo qualche conseguenza. L’aborto è un diritto conquistato in anni di lotta delle donne, ma si pensa che, una volta praticato, non abbia memoria?

«Appartengo alla generazione che ha vissuto in pieno l’arrivo della legge 194. Avevo e ho molte amiche attiviste e militanti radicali. È stata una battaglia epocale. Ma nonostante abbia vissuto in questo ambiente quegli anni ho sempre provato turbamento davanti a quello che considero un evento non indolore. Mi impressiona il fatto che venga trattato sempre come una questione ideologica e mai come una questione ontologica».

Cosa intende dire?

«Che l’aborto è un’azione che riguarda chi è, cos’è la persona. Come si forma. Di questi tempi mi colpisce il disprezzo generalizzato per la vita. A nessuno capita mai di pensare che se la propria madre avesse deciso di abortire lui non sarebbe nato, non avrebbe fatto parte dell’avventura difficile e complicata della vita».

Invece prevale l’ideologia…

«Che cancella la sofferenza delle donne. Può capitare nella vita di fare come la mia protagonista, si pensa di risolvere un problema… Ma è un’azione importante che non si può archiviare in modo disinvolto perché le sue tracce segnano la fisiologia e restano a lungo nel corpo delle donne. Penso che le donne debbano ascoltare il loro dolore profondo ed essere orgogliose dei loro diritti».

Questa madre poi adotta e mentre sono in corso le procedure per l’adozione rimane incinta e sta per ricredersi: è un eccesso di sincerità raccontarlo alla figlia adottiva?

«So di casi analoghi: la maternità adottiva sblocca anche la fecondità naturale. È molto umano provare uno smarrimento in quella situazione perché aspetti un figlio sconosciuto e ne hai un altro naturale in pancia. Quando si scrive bisogna avere il coraggio di mettere a nudo anche le proprie fragilità. La madre evidentemente pensa che la figlia sia in grado di comprendere il suo travaglio».

Nel parapiglia tra spermatozoi e ovuli che s’incontrano la protagonista intravede il destino.

«Il destino è la grande realtà che abbiamo rimosso perché viviamo in un mondo immolato al caso. Invece, proprio per la fragilità che ci abita e per l’imprevedibilità degli eventi, appartiene alla cultura umana l’idea che le nostre vite siano governate da un destino invisibile».

Lei si sofferma sulla differenza tra la figlia adottata e quella naturale: parlare dell’importanza della genetica nella nascita e nella formazione delle persone vuol dire essere razzisti?

«Vuol dire essere realisti. Oggi, nonostante ci si proclami super scientifici e super razionali, dimentichiamo la complessità dell’ereditarietà e della memoria della discendenza. Il mondo attuale cancella le genealogie, ma gli studi sul Dna ci stanno svelando cose straordinarie sull’ereditarietà genetica. I talenti, per esempio, sono ereditari. Nel karma indiano quando si studia la complessità delle famiglie si vede che in ogni generazione si ripropone un problema relazionale o affettivo non risolto da quelle precedenti».

Come colmare il fossato che la realtà virtuale così invadente oggi ha scavato tra le generazioni adulte e gli adolescenti?

«Con una grande consapevolezza e un grande lavoro. Già negli anni Novanta il grande psichiatra Giovanni Bollea voleva sensibilizzare il mondo della politica sui danni neurologici e psichiatrici della realtà virtuale, allo scopo di insegnare alle famiglie e alla scuola un uso consapevole di questi mezzi, per altro meravigliosi. Io non sono contro la modernità digitale. Dalla medicina all’agricoltura ha permesso passi avanti straordinari, ma forse dovrebbe essere meno invadente nella nostra vita quotidiana perché altrimenti rischiamo di trasformarci da homo sapiens in homo demens. Nella progredita Svezia hanno tolto l’uso delle tecnologie digitali dalle scuole e sono tornati a carta e penna perché si sono accorti del danno cognitivo ingenerato nei bambini».

Ha seguito il dibattito sullo spot di Esselunga?

«Mi è sembrato tanto rumore per nulla. Così come mi sembra umanamente ovvio che un bambino desideri che i propri genitori si vogliano bene. Sono la sua origine, il senso del suo esistere».

Nell’esortazione Laudate Deum promulgata per il Sinodo il Papa invita a cambiare comportamenti per sconfiggere il cambiamento climatico. È il tipo di messaggio che l’umanità si aspetta dalla Chiesa?

«Questo messaggio è già promosso da tutti i media, dai governi e dagli organismi internazionali. Forse sarebbe bello che la Chiesa tornasse a parlare dell’esistenza dell’anima. Forse è questa la cosa di cui abbiamo più bisogno: sapere che non siamo pura materia, sapere che in noi abita la complessità su cui si staglia l’ombra del Mistero».

Qualcuno vede nella cultura woke una sorta di nebbia che allontana l’essere dalle sue radici e una forma di conformismo. Come bucare questa nebbia?

«Questa cultura provoca un grande disordine e quando viene provocato un disordine con tanta caparbietà bisogna chiedersi a chi giova».

Cosa indica la viriditas che alla fine del libro propone di rivalutare?

«È un termine coniato dalla grande mistica benedettina Ildegarda di Bingen vissuta nel XII secolo che Benedetto XVI ha proclamato dottore della Chiesa. Nella sua visione profetica elogiava la presenza di una forza vitale, generativa, legata al verde come il colore delle piante e alla base della natura. Una parola contenente anche il termine vir, che indica la virilità dell’uomo. Non il maschilismo tossico, beninteso. Ma quella dote che appartiene a ogni essere umano, indifferentemente dal sesso, capace di vivere all’altezza delle domande dell’anima».

 

La Verità, 7 ottobre 2023

Django è arrivata anche la tua ora: adesso sei fluido

Non si salva neanche Django. Nemmeno lui. Con la sua impenetrabilità. Il suo alone di mistero. L’artiglieria pronta a fare giustizia. È arrivata la sua ora. E a noi prudono le mani. L’irritazione monta anche se, in fondo, lo stupore è contenuto. Dopo il principe di Cenerentola, al quale si vuol vietare il bacio salvifico perché «non consensuale», e il femminicida Don Josè, che nel finale corretto dell’opera di Bizet viene giustiziato da Carmen, anche il più iconico dei nostri cowboy è caduto nella rete della narrazione woke. Sospiro di rassegnazione. Emoticon con la bocca storta. Ticchettio nervoso delle dita. Mica facile vederlo dibattersi tra le maglie della fluidità e di certe, insistenti, reminiscenze gaie senza fare una piega. «È un personaggio che ci ha permesso di resettare i codici del virile, restituendo un nuovo punto di vista sulla mascolinità», garantisce Francesca Comencini, direttrice artistica e regista dei primi quattro episodi dei dieci della nuova serie originale Sky (con Canal+, Cattleya e Atlantique productions) da stasera in onda sulla pay tv e in streaming su Now. «Un lupo solitario pieno di misteri e ferite, con un cuore caldo, quasi incandescente, in una cornice molto fredda», assicura sempre la regista. Del resto produttori, sceneggiatori e anche Matthias Schoenaerts, l’attore protagonista, sono convinti che pochi generi (cinematografici) si adattino come il western a superare confini e infrangere regole. E quindi, vai con la rivisitazione dei generi, quelli «semplicisticamente» binari.

Si diceva che, in fondo, lo stupore è contenuto. Dalle parti della perfida Albione i prelati della Chiesa anglicana stanno pensando di riscrivere il Padre nostro con l’asterisco in ossequio alla neutralità gender. La cultura woke senza più argini di alcun tipo, siano i confini degli Stati nazionali o le fedi religiose, è diventata canone. E si stende automaticamente su tutto. Usciamo ammaccati dall’ultimo Festival di Sanremo che ha esaltato la fluidità gender davanti a milioni di telespettatori, conclamando quello che ormai si vede in modo sempre meno furtivo nelle campagne pubblicitarie dei prodotti più cool. Non c’è spot di auto e di cellulari senza un bacio lesbo. Per contro, i concorsi di bellezza sono considerati retrogradi – vedi l’oscurantismo che ha colpito Miss Italia – se non si mostrano inclusivi annoverando qualche trans.

«Negli hotel del Sudamerica e del Giappone, scrivevano direttamente Django, non Franco Nero», ci ha rivelato in un’intervista l’interprete originale. E ancora: «L’eroe del west non si sa da dove viene e dove va».

Come lui, anche questo Django compare qualche anno dopo la fine della guerra di secessione trascinando una bara. Ma all’opposto della figura misteriosa e violenta che abbiamo visto nel film di Sergio Corbucci (1966) che ha ispirato la versione Unchained di Quentin Tarantino (2012), questo solitario, più agnello che lupo, incline alla tenerezza e alle sfumature sentimentali, con capelli e cappello che lo fanno somigliare a Raz Degan, è pieno di passato, di conti da aggiustare, turbamenti, traumi, soprusi subiti. Un personaggio da interviste di Vanity Fair. Con coming out annessi. Infatti, chiacchiera molto. Argomenta. Con frasi da talent show («tutti hanno diritto di avere una seconda chance»), giustificati da storie sofferte, maltrattamenti… Il padre era un ubriacone, anche se nel rude west del 1872 adesso si dice «alcolizzato». E lui, a sua volta, ora cerca di farsi perdonare dalla figlia che non ne vuole sapere. E che vive a New Babylon, una città libera, multietnica, costruita sul fondo di un cratere, e vuole sposarne il fondatore (Nicholas Pinnock). Dall’altra parte ci sono i cattivi, fanatici religiosi tenuti in pugno dalla spietata schiavista (Noomi Rapace), una summa di malvagità all’ennesima potenza. Però, oltre il manicheismo da terza elementare, quando entra in scena lui, il western torna esistenziale, come si usa da un po’ per tentare di resuscitare il genere. Purtroppo con dialoghi di anacronistica banalità: «Se vuoi restare qui devi avere una visione. Un uomo che non sa sognare è un uomo perduto», gli dice il fondatore della comunità dopo che Django ha preso a scazzottate il campione locale. A completare la galleria c’è anche Manuel Agnelli con fluente capigliatura corvina e barba candida, chissà se anche lui per qualche trauma subito.

Quello da cui Django stenta a emanciparsi è il sentimento per il cognato Elijah, con il quale si scambia effusioni alla maniera dei due mandriani dei Segreti di Brokeback mountain, opera prima del gay western. Solo che quelli erano frutto di pura invenzione, creati apposta per infrangere il luogo comune e stupire i perbenisti. Invece Django ha una storia, è l’archetipo della mascolinità. Chissà che cosa ne pensa Franco Nero, qui arruolato per un cameo nei panni del Reverendo Jan. E chissà che cosa starà facendo nella tomba il buon Corbucci e cosa ne penserebbero John Wayne e John Ford. O per venire più vicino a noi, Eastwood e Tarantino. Forse è arrivato il momento di innescare una cultura woke al contrario. E di risvegliare il vecchio Clint e lo scorretto Quentin. Aiutooooo. Ci siete?

 

La Verità, 17 febbraio 2023