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«Salvini diavolo col rosario Zingaretti carrozziere»

È la mente politica dell’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. La testa d’uovo che studia i flussi elettorali, le strategie di marketing, le campagne di comunicazione e i programmi dei partiti. Autore di articoli e saggi scientifici, nato a Cesena nel 1982, residente a Roma, Marco Valbruzzi, giocatore di basket mancato e cultore della letteratura di Franz Kafka e del pensiero libero e critico, insegna Scienza politica all’università di Bologna. Il suo ultimo libro, Il vicolo cieco (Il Mulino), analizza gli esiti del voto del 4 marzo 2018.

Professor Valbruzzi, premesso il «silenzio demoscopico», i rilevamenti di cui siete in possesso sono stabili o ballerini?

«Sono ballerini. Negli ultimi giorni, più ci si avvicinava a oggi e più riscontravamo movimenti. Le tendenze consolidate prima del black-out si sono modificate sulla base degli ultimi avvenimenti e di nuove valutazioni».

Quindi siamo in presenza di un cambiamento?

«Non radicale. Ma un movimento c’è».

La percentuale di indecisi e di elettori last minute è maggiore o minore rispetto alle politiche del 2018?

«È più o meno stabile. C’è uno zoccolo duro d’indecisi, all’incirca il 25% dell’elettorato, che fino a un paio di giorni prima del voto resta incerto se votare e su chi votare. L’ultimo giorno, oggi, circa il 15% scioglie le riserve».

Le sottopongo delle immagini dei principali leader nell’ultima fase di campagna elettorale. Le corregga o cancelli se le ritiene errate. Luigi Di Maio: dopo il doping.

«A un certo punto ha cambiato marcia, smettendo d’inseguire il partner di governo e inaugurando una comunicazione autonoma su temi diversi. In quel momento il doping ha iniziato a fare effetto».

Matteo Salvini: il diavolo, probabilmente.

«Il diavolo con il rosario. Negli ultimi giorni ha virato la comunicazione su temi culturali e identitari».

Silvio Berlusconi: lo sprint dell’ultraottantenne.

«Alla fine è tornato a fare quello che sa fare meglio: la campagna elettorale per convincere gli indecisi nascosti nel pubblico televisivo».

Giorgia Meloni: l’outsider scalpitante.

«Condivido. Ha cercato di cambiare l’attuale maggioranza di governo, scalpitando per spostarlo verso il polo autenticamente sovranista».

Nicola Zingaretti: troppe eredità per un uomo medio.

«Zingaretti è il carrozziere dopo il rottamatore. Cerca di mettere insieme i cocci delle eredità sparse della sinistra».

Carlo Calenda: il volto patinato del centrosinistra.

«Il volto che piace alla sinistra piaciona».

È vero che la campagna di Salvini nella fase finale ha subito un appannamento perché, inasprendo i toni, ha compattato l’elettorato abituale invece di rivolgersi a tutti gli italiani?

«Credo che Salvini abbia saturato il suo elettorato attraverso un’overdose di presenza in tv e sui social. Ha saturato il bacino del centrodestra attivando un freno alla crescita».

È quello che in gergo si chiama «effetto winner», un riflusso dovuto alla sovrastima dei sondaggi?

«Possiamo chiamarlo anche così. Ha spinto talmente in alto il limite della comunicazione che in alcuni settori potrebbe aver innescato una reazione di rigetto».

È stato un autogol ostentare il rosario e appellarsi ai santi patroni d’Europa alla manifestazione di Milano?

«Non credo. Credo sia stato un messaggio coerente all’impostazione del nuovo partito: non più Lega nord, ma Lega nazionale con un’impronta fortemente identitaria e sovranista».

Però è stato un gesto che non ne allargava i confini, anzi.

«È stato un gesto rivolto a tutti coloro che sentono minacciata la propria identità e il riferimento ai simboli religiosi. Con quel messaggio si è proposto come garante di questo bacino di elettori».

È stato un errore dire che queste elezioni sono un referendum su di lui?

«Sì, e infatti lo stesso Salvini ha fatto subito marcia indietro, forse ricordandosi dell’errore renziano».

All’inizio si è proposto come il marito della coppia di fatto, poi ha smesso di replicare agli attacchi di Di Maio. Ha funzionato la modalità zen?

«Salvini in modalità zen è poco credibile. Quando replica aggiunge sempre elementi polemici».

In questi giorni in tutti i canali tv si parlava del leader leghista: c’è un’ossessione anti Salvini?

«C’è, ma è lui a determinarla. Salvini non è un dittatore, ma un dettatore. Uno che sa dettare i temi dell’agenda politica, perché assume posizioni nette. Porta all’estremo ogni argomento sia che si tratti dell’identità religiosa, dell’Europa, dei migranti. Questa radicalizzazione crea opposizione per rigetto e contrasto».

È un’ossessione simile a quella contro Berlusconi?

«Berlusconi risultava divisivo grazie alla televisione, Salvini lo è grazie agli strumenti tradizionali come i comizi e postmoderni come i social media. I quali tendono a radicalizzare e banalizzare il linguaggio».

L’aggressività di alcuni conduttori televisivi nei confronti del leader leghista è stata efficace o controproducente?

«Sono regole del gioco imposte dal suo stile di comunicazione. Quando il protagonista tende a radicalizzarsi anche chi interloquisce è indotto a farlo».

Lui è la causa?

«È il motore dell’escalation di radicalità del dibattito pubblico».

Come può influire sull’esito del voto la nuova immagine aggressiva di Di Maio?

«In realtà, non ho visto toni così aggressivi, ma falli di reazione. Tutto sfumerà dopo il 26 maggio, quando gli eccessi fra i due partner rientreranno. Parlando dei 5 stelle, la battaglia è più congeniale al movimentista Alessandro Di Battista che all’istituzionale Di Maio».

A chi ha giovato di più il ring quotidiano tra i due alleati rivali?

«Credo abbia danneggiato entrambi».

Gli elettori si sono stancati del litigio permanente anche se era un gioco delle parti?

«Si sono stancati sia i loro non elettori, sia gli elettori di Lega e M5s che si stavano convincendo di essere se non una cosa unica, almeno degli alleati destinati a governare insieme cinque anni».

Come giudica la scelta del M5s di proporre capilista donne in tutte le circoscrizioni?

«È un’operazione di marketing venduta in modo poco convincente e rapidamente lasciata cadere».

Ha sbagliato Salvini a mettersi capolista in tutte le circoscrizioni, dando l’impressione di un partito ultrapersonale?

«È stato un errore dal punto di vista istituzionale perché sappiamo bene che non siederà nel Parlamento europeo. A livello elettorale è una scelta in linea con la trasformazione impressa al partito, molto più verticale rispetto alla Lega di qualche anno fa. Oggi la Lega è Salvini, scindere l’elemento partitico da quello leaderistico è complicato».

Pd e Forza Italia sono rimasti ai margini per debolezza o per far risaltare la litigiosità degli alleati rivali di governo?

«Credo per debolezza di leadership. Berlusconi è tornato a impegnarsi nelle ultime due settimane. Quanto al Pd è rimasto ai margini per necessità. Zingaretti non è un candidato che domina sul partito, ma lascia spazio al partito; da qui deriva la relativa assenza nella campagna elettorale».

Come va interpretata la mossa di Giorgia Meloni che ha preso le distanze da Forza Italia proponendo la nascita di una maggioranza con la Lega?

«La leader di Fdi cerca di pescare i delusi di Forza Italia, scommettendo su quello che appare un partito a tempo determinato. Vuole attrarre l’elettorato di centrodestra che non si riconosce nell’offerta di Salvini soprattutto nelle zone centro meridionali».

Essendo un voto europeo sono favoriti i partiti d’opinione che caldeggiano un rapporto più stretto con Bruxelles?

«In passato era così, stavolta non credo. I consensi si coaguleranno sui partiti principali e non sui partiti “nanetti”. I contenuti europei restano sullo sfondo. Tutto il dibattito è finalizzato a cambiare il governo nazionale o i suoi equilibri interni, perciò le preferenze si concentreranno sui partiti maggiori».

Giancarlo Giorgetti dice che così non si può andare avanti, Salvini ribadisce che il voto europeo non modificherà gli assetti del governo. C’è una soglia oltre la quale il leader leghista andrà all’incasso?

«Credo che Salvini andrà sicuramente all’incasso se supererà il 30% dei consensi. Questo non significa elezioni anticipate, ma una modifica dei rapporti di forza dentro il governo».

Dunque i ripetuti inviti di Berlusconi a riproporre una maggioranza di centrodestra resteranno delusi?

«Credo di sì. È sicuramente interessante seguire l’evoluzione dei rapporti all’interno del centrodestra, soprattutto se supererà il 45%. In questo caso la proposta di Berlusconi potrebbe risultare allettante. Ma al momento sono più forti le sirene che tengono Salvini attaccato al governo in carica. Non c’è alcuna certezza che andando a elezioni anticipate il centrodestra risulterebbe vincente. Meglio tenersi la certezza presente rispetto all’incertezza futura».

Quanto hanno influito le ultime inchieste giudiziarie sulla campagna elettorale?

«Credo siano state il semaforo rosso alla crescita costante della Lega degli ultimi mesi».

Dunque, un ruolo decisivo.

«Sicuramente importante, insieme al caso Siri e al modo strategico in cui il M5s ha cavalcato le indagini, rispolverando l’anima giustizialista e danneggiando Salvini».

I 5 stelle saranno avvantaggiati dal fatto di essere immuni all’attivismo delle procure?

«A livello locale anche loro sono stati toccati dalle inchieste. Ma il M5s ha sempre la carta del giustizialismo e i candidati coinvolti vengono rapidamente messi alla porta».

Dopo il 4 marzo 2018 si parlò di «voto vendicativo»: si può azzardare un aggettivo anche per quello di oggi?

«Se riteniamo corretta la lettura del voto di un anno fa, quello di oggi potrebbe essere un voto confermativo. Vorrebbe dire che la vendetta è risultata convincente. Se i due partiti vendicatori supereranno la soglia psicologica del 50% a prescindere dai rapporti di forza interni, significa che la coalizione di governo avrà vita almeno fino alla prossima legge di bilancio».

 

La Verità, 26 maggio 2019

Montalbano batte Sanremo ma non convince

Gli ascolti sono sempre da record: 11,1 milioni di telespettatori battono in termini assoluti anche le serate del Festival di Sanremo appena concluso. Andrea Camilleri è sempre un mostro sacro e Il Commissario Montalbano un architrave della televisione degli ultimi vent’anni, tanto è longeva la serie con Luca Zingaretti (Rai 1, lunedì, ore 21.35, il primo di due episodi inediti). Ma forse, ahinoi, qualche crepa si comincia a intravedere. E forse, se non proprio toccare, gli intoccabili si possono almeno cominciare a sfiorare.

Anche a Vigata arrivano dunque i migranti e Montalbano è chiamato a collaborare ai soccorsi e all’accoglienza. Si vedono un flautista tunisino scappato dal Maggio fiorentino, una ragazza violentata sul barcone da due scafisti, un migrante morto in mare, portato dalla risacca davanti alla casa di Salvo. C’è, infine, una nave della Guardia costiera attraccata a un porto di cui finora non si aveva contezza. Ma non è questa l’unica sorpresa della Vigata di L’altro capo del filo, l’episodio tratto dal romanzo scritto nel 2016, quando non si profilavano né il governo gialloblù né i porti chiusi. L’altra stranezza è che nel paesino senza semafori né auto e dove il commissario si sposta sempre con una Fiat Tipo, c’è anche una maison sartoriale con boiserie e scaffali pieni di stoffe pregiate che dà lavoro a 5/6 persone, tra cui un giovane impiegato che s’innamora inspiegabilmente della sarta ben più vecchia di lui. La quale, ancor più inspiegabilmente, viene brutalmente assassinata. Addio abito su misura con il quale Montalbano avrebbe dovuto presenziare a un 25º di matrimonio in Friuli con la compagna Livia (Sonia Bergamasco). Nella regione del Nordest, tuttavia, andrà ugualmente perché colà si sciolgono i nodi delle indagini.

Già al momento della messa in onda, sui social si è scatenata la bagarre per la comparsa dei migranti nel giallo tv più amato dagli italiani. Tuttavia, dopo l’estenuante querelle festivaliera, Matteo Salvini ha subito provveduto a raffreddare il tentativo di bis twittando un inequivocabile «Io adoro Montalbano». Continuando a parlare di fiction – nave della Guardia costiera e grande sartoria a parte – vanno però rilevate altre incongruenze. In particolare, l’assenza di nesso tra la parte umanitaria e le indagini, anch’esse con qualche incertezza (la dinamica dell’omicidio del marito della sarta). Ma soprattutto, ciò che più dispiace, con l’irruzione dell’attualità la perdita dell’a-storicità di Vigata, quella sua dimensione di luogo sospeso nel tempo, e perciò rassicurante. Nonostante crimini e delitti.

 

La Verità, 13 febbraio 2019

«L’ictus di Daniela ci ha fatti rinnamorare»

Volto sorridente, capello morbido, occhi cerulei che incantano il pubblico femminile, Mimì Augello è il poliziotto più invidiato da quello maschile perché le indagini del Commissario Montalbano non gli precludono una vivace frequentazione del gentil sesso. Cesare Bocci, però, non è solo un investigatore playboy: tra i due episodi di una stagione e quelli della successiva, fa cinema, teatro, altra tv e si dedica alla compagna Daniela Spada e alla figlia Mia. Ora, al sabato sera su Tv2000, conduce Segreti – I misteri della storia, collana di biografie di grandi personaggi che ne svelano qualche tratto inedito. Anche lui ha una storia tosta e poco nota da raccontare. Lo incontro a Roma, nella scuola di cucina aperta da Daniela.

Cosa ci fa Mimì Augello nella tv dei vescovi?

«Più che propormi io sono loro ad avermi accettato. Il programma è un’idea di Fabio Andriola e Alessandra Gigante subito accolta dal direttore Paolo Ruffini. Insieme hanno pensato a un volto riconoscibile per lo studio e sono arrivati a me. Su Rai 3 avevo già condotto Il giallo e il nero che si occupava di grandi delitti irrisolti».

Qui si parla di storia.

«La storia mi è sempre piaciuta anche se non sono un divoratore di trattati. M’incuriosisce indagare nella vita delle persone. Segreti – I misteri della storia è una serie di biografie oltre le nozioni e le etichette che ci hanno consegnato i testi scolastici, il cinema e la pubblicistica. A volte si scoprono lati inediti di personalità che abbiamo catalogato in modo sbrigativo».

Per esempio?

«Per me è stata una scoperta apprendere che, dietro i suoi occhialetti, Camillo Benso conte di Cavour era un giocatore d’azzardo al quale piacevano le donnine e che in casa non riusciva a gestire un centesimo perché comandava il fratello. Oppure che la principessa Sissi, la romantica Elisabetta di Baviera interpretata da Romy Schneider, era prigioniera di ossessioni al punto da dormire ricoperta di carne cruda per nutrire la pelle con le sue proteine. Insomma, ci sono la storia ufficiale e la storia più minuta, ma più vera».

Lo stesso schema si può applicare anche a lei: il pubblico la conosce per quella parte nel Commissario Montalbano, mentre la sua vita è stata segnata dall’ictus post parto della sua compagna.

«L’abbiamo raccontato nel libro Pesce d’aprile – Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti (Sperling & Kupfer, ndr). Era la prima domenica a casa dopo che Dany aveva partorito Mia, quando un fortissimo dolore le attraversò la testa: un embolo era arrivato fino al cervelletto. Al risveglio dal coma, dopo venti giorni, non mi riconobbe né ricordava di essere diventata mamma».

Bisognava ricominciare da zero.

«C’era una montagna da scalare. Era appena nata nostra figlia e dovevamo imparare a fare i genitori, ma adesso dovevamo imparare a farlo con questo handicap. Con l’aiuto di amici e persone care non ci siamo arresi. Una volta cadevo io, un’altra si scoraggiava lei, ma siamo andati avanti. Poco alla volta la nostra vita è ricominciata e ora, con tutte le fatiche, siamo felici. Ci siamo innamorati per la seconda volta».

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Dove avete trovato il punto di resistenza?

«Dany dice che l’ha aiutata l’incoscienza. Uscita dall’ospedale ci ha messo un po’ per rendersi conto del suo stato di salute e delle sue limitazioni. Pensi al rapporto con una bimba di poche settimane: non poteva allattarla, soccorrerla, dedicarsi a lei. Nel libro scrive: “Sono una delle poche madri che ha imparato a camminare dopo sua figlia”».

La fede aiuta in questi casi?

«Dany è credente».

Nel dormiveglia in ospedale bisbigliava la messa in latino.

«La memoria è come un puzzle, questi infortuni hanno l’effetto di buttare all’aria il mosaico e ogni tanto una tessera ricade, ma non dove si trovava prima. Così, mentre si pensa che riguardi un fatto recente, magari risale a qualche decennio prima, come nel caso della messa in latino che Dany aveva ascoltato, bambina, dalle suore».

Dicevamo della fede…

«Lei è stata aiutata… Io mi ritengo cristiano nel modo di relazionarmi agli altri. Gli stessi pazienti sono persone prima che malati. Questo ci ha spinto a batterci per il rispetto della dignità e delle condizioni negli ospedali. E ci ha convinto a raccontare tutta la storia, per metterla a disposizione di altri che possono trovarsi in situazioni analoghe».

Come ha influito questa esperienza nella sua professione?

«Anche se la voglia di affermarmi ce l’avevo come tutti, essere figlio di gente di campagna mi ha sempre fatto tenere i piedi per terra. Ricordo che quando mi richiamarono per una serie volevo rifiutare: “Sei l’unico che lavora in famiglia, vai che io in qualche modo me la cavo”, sentenziò Dany. Quando mi trovai in camerino avvertii una calma improvvisa, niente a che vedere con la solita ansia da prestazione. Da queste cose o vieni sopraffatto o cresci e affronti le sfide successive con più realismo».

La sua carriera sarà segnata da Mimì Augello?

«È un personaggio che mi accompagna da vent’anni, nella serie più longeva d’Italia, in grado di ottenere ascolti che nessun’altra fiction ha mai fatto. Non posso che essere grato ai produttori e al regista Alberto Sironi. Proprio poco fa un passante si è congratulato per la parte del principe Raimondo Lanza di Trabia in Volare, la miniserie su Domenico Modugno. Anche Adesso tocca a me su Paolo Borsellino mi ha dato molta soddisfazione. Poi c’è il teatro, che mi fa uscire dagli schermi, piccolo e grande».

Cesare Bocci è stato un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me» su Rai 1

Cesare Bocci, un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me»

Permaloso, scansafatiche, spiazzato dagli eventi: quanto ha Augello del suo carattere?

«Permaloso lo è di più Montalbano. Scansafatiche no, ho sempre fatto lavori manuali. Spiazzato dagli eventi… diciamo che sono un po’ distratto».

Che rapporto avete sul set?

«Ormai siamo fratelli. Sironi, un lombardo che sa raccontare la Sicilia alla grande tanto che i siciliani lo adorano, ha scelto dall’inizio questo gruppo di attori. Quando è un po’ che non ci vediamo cominciamo a fremere e a mandarci messaggi. La Sicilia poi è fantastica da tutti i punti di vista, compreso quello del cibo».

Perciò Montalbano va molto al ristorante?

«Sì, e cazzia Augello perché metterebbe il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. Girammo quella scena un mattino alle nove: “Dobbiamo mangiare sul serio la pasta a quest’ora?”, ci lamentammo. “Certo che dovete mangiarla”, sbraitò il regista. Cominciammo controvoglia, ma poi il sole, il mare, una forchettata dopo l’altra, facemmo pure il bis».

Andrea Camilleri?

«Quando comincia a raccontare resti a bocca aperta. Dopo un episodio incentrato su un traffico di organi di bambini con una discussione tra me e Luca, ci raggiunse a pranzo. Io lo salutai e lui borbottò: “Ieri sera tu hai fatto piangere me e mia moglie”; una frase che conservo come un complimento».

Figlio di una famiglia contadina, come le è venuto di fare l’attore?

«Mio padre era veterinario e negli anni Settanta, quando le campagne si spopolavano, comprò un terreno. I miei amici se la spassavano e io stavo su quel terreno. Che odiavo, ma che m’insegnò molte cose. A 22 anni, un amico invitò al cineforum dell’università Saverio Marconi che aveva aperto una scuola di recitazione. A Tolentino eravamo tutti attori. Mia madre, maestra della scuola, preparava i costumi, le storie, io stesso ero già salito sul palco. Finalmente m’iscrissi alla scuola di Marconi. Eravamo quattro ragazzi squattrinati, ma fondammo la Compagnia della Rancia e recitammo nei primi musical: Arlecchino innamorato, La piccola bottega degli orrori, A chorus line…».

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e il regista Alberto Sironi sul set del «Commissario Montalbano»

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e Alberto Sironi sul set di Montalbano

Suo padre come prese l’idea di fare l’attore?

«Come magni? mi chiese in marchigiano. Tornavo a casa tardissimo e lo trovavo a fare le parole crociate. Non poteva dirmi che era fiero di me, ma ritagliava le recensioni del Resto del carlino. Per una prima a Tolentino gli prenotai un posto. La notte lo trovai con le solite parole crociate e gli chiesi un giudizio. La musica era un po’ alta, la scenografia insomma… “E io, papà?”. “Tu sei molto bravo, ma in quella scena così, in quell’altra colà”: una recensione in piena regola».

Pur di recitare ha fatto l’attaccatore di numeri civici.

«Era stata decisa la revisione toponomastica del paese, un amico vinse l’appalto e mi chiamò: staccavamo i vecchi numeri e attaccavamo i nuovi andando porta a porta, conoscevamo tutti. Ho fatto il cameriere, il fabbro, l’imbianchino, il noleggiatore d’auto, il tecnico delle luci ai concerti di Ron, Mietta, Biagio Antonacci. Ho conosciuto Frank Sinatra al concerto di Pompei. Da capotecnico ero l’unico autorizzato a stare sul palco. Quando lo vidi entrare non mi trattenni e cominciai ad applaudire: una cazzata… Mi sorrise dietro il bicchiere di whisky».

Che cosa le piace e cosa no della nostra televisione?

«Mi piacerebbe che, come nei paesi anglosassoni, ci fosse più servizio pubblico. Se c’è un argomento importante vorrei che venisse trattato comunque, senza inseguire l’audience».

E dell’Italia di oggi?

«Non mi piace la distanza dalla politica che si è creata negli ultimi anni. Non mi piacciono l’anarchia, gli inciuci elettorali, la vittoria basata sull’attacco personale anziché sul programma. Non mi piace che i giovani non riescano a entrare nelle decisioni riguardanti il loro futuro. Che di fronte alle ingiustizie sul lavoro prevalga la rassegnazione del tirare a campare. E non mi piace che l’Italia sia fuori dai Mondiali».

E qualcosa che le piace e la fa essere ottimista sul futuro?

«Mia ora è adolescente e con lei mi accorgo che i giovani cominciano a farsi delle domande. C’è un piccolo risveglio, anche determinato dal Movimento 5 stelle che ha dato una scossa a tutto l’ambiente, a prescindere dal fatto di approvare i loro contenuti. L’abolizione dei vitalizi però era giusta, peccato».

La Verità, 7 gennaio 2018

Montalbano, artigianato televisivo di pregio

Montalbano, che boom. Al ritorno dopo qualche stagione di assenza, l’episodio intitolato «Il covo di vipere» ha frantumato ogni record registrando su Rai 1 lo share astronomico del 40,8% (10,6 milioni di telespettatori). Roba da Festival di Sanremo o da match della Nazionale. Merito del dosaggio, il vecchio segreto del farsi desiderare. Merito anche della qualità del prodotto. Il Commissario Montalbano è artigianato televisivo. Ogni episodio un pezzo unico, come certi oggetti numerati. Niente d’industriale. Di standardizzato. Di seriale, verrebbe da dire. Artigianato di pregio. Sulle qualità della fiction tratta dai romanzi di Andrea Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti si sono esercitati i migliori analisti e le migliori penne della pubblicistica nostrana.

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano e Fazio con la Tipo blu

Montalbano, che Tipo. Con l’iniziale maiuscola, ma anche minuscola: e forse le due faccende sono una sola. Il commissario più amato dagli italiani si muove ancora con una Fiat Tipo. Particolare secondario, ma significativo. La Tipo lo rende un tipo ben più che uno stereotipo. Di quelli che vanno di moda nelle campagne pubblicitarie. Avete presente: «Sveglia, caffè, ti alleni, giacca…»? Quella di «Montalbano sono» è una vecchia Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe da scrivere bleu, tanto è vintage. È un’auto che ha più di vent’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese circola il nuovo modello. Sarà un caso che proprio nei break di lunedì imperversava lo spot dell’ultima versione con super rottamazione e prezzo stracciato? E sarà un caso che, a un certo punto, quando Montalbano-Zingaretti, ovviamente per ragioni investigative, esce a cena con la bella Giovanna (Valentina Lodovini), alla sua Tipo si affianca una 500 X di gran lunga più trendy? Se qualcuno ne dubitava, la casa madre non è rimasta ferma all’epoca in cui cadeva il Muro di Berlino e l’euro era fantascienza. Ora si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. A Vigata, più che le polveri inquinanti, di sottili ci sono certe lame che di tanto in tanto fanno secco qualche povero diavolo, e le targhe alterne sono un grattacapo sconosciuto. Dunque, la Tipo dell’antidivo Salvo non può essere che un filo sgangherata, e con i cerchioni ammaccati. Dicono: «Montalbano fa grandi ascolti perché è rassicurante». In realtà, è molto di più. E noi telespettatori alla fine riusciamo a invidiare persino una Tipo blu senza chiusura centralizzata e finestrini elettrici. Vero status symbol al contrario, sinonimo d’indipendenza dalle mode, del farsi i fatti propri, di modi spicci ma giusti. Montalbano vive in un tempo e in un posto sospesi tra sole, mare, una schietta cucina mediterranea e se ne frega della contemporaneità. Anzi, proprio l’inattualità è uno dei segreti della fiction. Altro che suv che scalano tornanti impervi o crossover che sfrecciano tra i ghiacci. Del sistema uconnect e dei portelloni che si aprono con un battito di ciglia Salvo se ne strabatte i cabbasisi. A Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, nelle indagini si sconfina spesso in campagna e il doppio bluetooth sarebbe francamente superfluo. Per la verità, serve pochino anche il cellulare. In casa, più spesso in terrazza, il commissario usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non s’intravedono nemmeno gli antenati.

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Luca Zingaretti con Valentina Lodovini in «Un covo di vipere»

Montalbano, che invidia. Quanti vorremmo vivere come lui. Sarà questo, insieme a certi scabrosi sconfinamenti incesto compreso, un altro dei segreti degli ascolti astronomici? Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa con l’eterna e poco ingombrante fidanzata. Invidia, dunque. Anche per il vivere con lentezza. Per il tempo sospeso e a basso coefficiente di stress. Per i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi. E per le nuotate nell’acqua trasparente e tutta per lui. Come le strade.