Watson, un giocattolino woke troppo patinato

È sbarcato l’altra sera su Canale 5 e Mediaset Infinity Watson, ennesima e liberissima derivazione dai racconti di Arthur Conan Doyle (ore 21,35, share del 12,2%, 1,4 milioni di telespettatori). Qui, nella prima stagione della serie prodotta dalla Cbs, Sherlock Holmes è appena morto (ma tornerà nella seconda, già realizzata), ucciso dall’irriducibile nemico, il professor James Moriarty. Qualche mese dopo esser riemerso dalle acque di Reichenbach in Svizzera, dove si è consumata la lotta finale, ritroviamo il fido assistente John Watson a Pittsburgh, vincolato dall’eredità del suo ex capo a mandare avanti la «Holmes clinic», un dipartimento di cura per persone affette da malattie rare. L’impegno al fianco del grande detective, però, ha comportato il distacco dalla bella moglie che, ahilui, ora ritrova nel ruolo di direttrice sanitaria della clinica. Per risolvere i casi che gli si presentano, il genetista Watson (Morris Chestnut) si contorna di un team di ricercatori disadattati, composta da due infettivologi e fratelli gemelli (interpretati da Peter Mark Kendall), da un’immunologa (Ritchie Coster) e da una neurologa (Eve Harlow) che, in teoria, dovrebbe occuparsi anche del trauma che ha colpito lo stesso Watson dopo la scomparsa del partner. Il quale, con la complicità dell’ambiguo compagno Shinwell Johnson (Ritchie Coster), si affida invece a una più rassicurante terapia farmacologica.
In un’ambientazione calda, con uffici foderati di boiserie più adatte a una prestigiosa università che a un asettico ospedale, si snodano dialoghi a metà tra la didascalia sanitaria e la gara all’ultima parola. Tutte cose già viste e sentite in Dr. House. È l’inevitabile e mortificante paragone dei medical drama che sconfinano nella detection. Watson invita ripetutamente i suoi collaboratori a essere «sia medici che detective». E anche se ora lavora in Pennsylvania, nei momenti cruciali ricorre curiosamente all’aiuto di qualche vecchio amico di Scotland Yard. È la minore delle stranezze della serie ideata dal gruppo di autori guidati da Craig Sweeny, lo stesso che, sempre dalle opere di Conan Doyle aveva tratto Elementary, dove Watson era impersonato dall’asiatica Lucy Liu. Perciò, di fronte a questo nuovo, patinato, giocattolino woke, con un Watson di colore e due spalle da nuotatore, e l’ex moglie (Rochelle Aytes) sbilanciata in una relazione omosex, la sorpresa è in modica quantità. Devono essersene resi conto anche a Canale 5 se hanno scelto di piazzare i 13 episodi in quattro serate di agosto.

 

La Verità, 21 agosto 2025