Risé: «Politici e giornalisti omertosi sulla cannabis»

Claudio Risé ha una vita doppia. È psicanalista e giornalista. È tra i fondatori del quotidiano La Repubblica e ha partecipato alla nascita della Comunità di San Patrignano. Vive tra Milano e Bolzano, precisamente a Renon, da dove si gode la vista mozzafiato delle vette del Sella, del Sassolungo, dello Scillar e del Catinaccio. «Sono milanese, ma ho sposato una donna di qui (Moidi Paregger, medico specializzato in omeopatia e medicina antroposofica ndr): come potevo convincerla alla metropoli?». Così lui si divide, un paio di giorni a Milano tre volte al mese, il resto quassù «vicino alla natura, non saprei trovare di meglio. E poi Sigmund Freud, che ci veniva in vacanza, scrisse a Collalbo alcuni dei suoi testi più importanti. C’è anche una lettera a Jung in cui decanta questi posti. Invece Bronislaw Malinowski, lo studioso polacco che si può considerare il fondatore dell’antropologia, stabilì qui proprio la sua dimora di famiglia. Insegnava a Londra, andava in Australia per le ricerche sulla popolazione della Melanesia, e poi tornava tra queste montagne». La casa di Risé, sviluppata in altezza, è fatta di scale e stanze strette e vetrate larghe, per godere il panorama. Le pareti, invece, non si vedono, ricoperte di libri: «Circa ventimila, di antropologia, filosofia, scienze umane, storia delle religioni, organizzazioni politiche, economia. Quelli di psicologia, invece, sono nella casa di Milano». Più che mai personaggio controcorrente, in anni di femminismo e femminilità imperanti, ha pubblicato diversi saggi dedicati al «maschio selvatico» e al padre, «assente inaccettabile». Sul settimanale Io donna del Corriere della Sera, una delle numerose testate cui collabora, cura il blog intitolato «Psiche lui».

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Come fa a tenere insieme tutte queste attività?

«Grazie alla passione per la vita e alla curiosità per la psiche umana».

Lei però ha iniziato come giornalista.

«Mi ero laureato all’Institut Universitaire des Hautes Etudes Internationale di Ginevra perché volevo entrare all’Onu. Divenni allievo di Jean Meynaud, l’inventore dei gruppi di pressione, ma intanto mandavo corrispondenze economiche da Parigi e Ginevra all’Espresso. Quando vollero aprire una redazione a Milano di economia, mi fecero un’offerta importante e tornai a Milano».

Dove trovò Eugenio Scalfari.

«Era il padre nobile dell’avventura, ma presto litigammo su Michele Sindona (il banchiere e faccendiere siciliano membro della P2 ndr). Passai al Corriere, poi feci il vicedirettore di Espansione, ma quando fondò Repubblica Scalfari mi richiamò. Ho fatto il giornalista in senso stretto per dieci anni, senza esserne appagato. L’anno scorso ho festeggiato cinquant’anni d’iscrizione all’Ordine».

Come arrivò alla psicanalisi?

«In quegli anni di riflessione su me stesso tornò prepotente la curiosità per la psiche. Gli amici dicevano che era la mia vera vocazione perché da sempre rompevo le scatole con l’antropologia… Così, ripresi a studiare. Quando nacque l’Ordine degli psicologi presentai i miei lavori e iniziai a insegnare nelle università».

Tra i suoi lavori più osteggiati c’è un libro del 2007: Cannabis – Come perdere la testa, e a volte la vita.

«L’ho scritto nel 2007 quando mio figlio aveva 14 anni e l’ho dedicato a sette miei amici, alcuni dei quali morti a causa della droga».

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

Diversa dalla cannabis, immagino. Che cosa pensa del dibattito sulla liberalizzazione tornato d’attualità dopo il caso del ragazzino di Lavagna che si è ucciso durante la perquisizione della sua camera?

«Alcuni di quei miei amici sono morti proprio a causa della cannabis, erroneamente considerata una droga leggera. A fugare ogni dubbio sulla sua dannosità basta il fatto che l’hashish è molto apprezzato da chi ha interessi alla sua diffusione perché nel 95% cento dei casi è la base di partenza alla tossicodipendenza. È lo strumento d’iniziazione alla droga».

Quali effetti ha?

«Molto precisi. All’inizio trasmette una sensazione di rilassamento e di sospensione dalle contingenze immediate. Innesca uno stato di limitata incoscienza. Ci si sente un po’ fuori, ma non troppo come avviene con l’eroina e l’lsd. Si dice che è una droga sociale perché c’è qualcuno che te la propone come integrazione con i tuoi pari. E poi la prendono tutti, anche gli adulti, magari tuo padre, qualche insegnante e i politici, come dimostrò un famoso servizio delle Iene. Ben presto, soprattutto nei giovani e giovanissimi, il fumo produce isolamento. Uno degli effetti più ricorrenti sono le paranoie, le cosiddette pare, espressione non a caso nata in questi ambienti. Si crede che gli altri siano ostili. I genitori, gli amici, anche la fidanzata: non solo non ti vogliono bene, ma ti vogliono fregare».

Chi sostiene che sia innocua sottolinea che se ne fa anche un uso terapeutico.

«In maniera molto ridotta, sotto controllo medico, per patologie specifiche e con dosaggi infinitesimali».

Qundi nessun dubbio che sia nociva?

«Tutti gli istituti scientifici e medici nazionali e internazionali sono unanimi nel riconoscere la dannosità della cannabis e dei suoi derivati. E insistono affinché venga espunta dagli elenchi delle droghe leggere. Chi la assume con continuità ha un crollo nel rendimento scolastico. Oppure stenta a garantire continuità nel lavoro. In particolare nel cervello di un adolescente, che è in formazione, può produrre danni devastanti. La cannabis agisce sulle funzioni cerebrali, nervose e motorie, riduce le capacità cognitive e di memoria. Venendo assorbito attraverso i grassi, il suo principio attivo agisce anche in tempi medi lenti. Per questo la disintossicazione è molto impegnativa».

Tornando al dibattito sulla liberalizzazione, non potrebbe essere il modo per sconfiggere i cartelli dei trafficanti?

«Personalmente, non credo, ma lo Stato faccia le sue scelte. Importantissimo è che non le faccia in base all’idea falsa che l’haschish e la marijuana sono innocui. Sono indignato dalla disinformazione che sta alla base di questi discorsi. Sono sconcertato dall’acriticità, che forse è connivenza, di giornalisti e opinionisti. Due giorni dopo la vicenda di Lavagna, il Times ha pubblicato due pagine nelle quali un Lord della Camera britannica raccontava la storia di due suoi figli deceduti per overdose di skunk, un tipo di cannabis molto potente che si coltiva anche indoor. In Italia nessuno ha ripreso la notizia. Tolte rarissime eccezioni, come il professor Giuseppe Remuzzi oltre al sottoscritto, i nostri media sono omertosi».

E i nostri politici?

«Basta dire che, a differenza di Francia, Svizzera e Germania, l’Italia è l’unico Paese europeo che non ha fatto campagne di sensibilizzazione televisive o cartellonistiche contro l’assunzione di stupefacenti prima di mettersi alla guida. Insieme con la Cecoslovacchia l’Italia è il Paese con gli indicatori più elevati di consumo di droga. E, non a caso, siamo anche in testa alle classifiche di abbandono scolastico e di mancato accesso al lavoro».

A proposito di scuola, non l’ha colpita il fatto che attorno al ragazzo e alla madre di Lavagna ci fosse il vuoto, al punto che lei è ricorsa alla Guardia di finanza?

«Queste sostanze creano dipendenza. Da solo un ragazzo non riesce a uscirne. Quando con Vincenzo Muccioli andavamo a recuperare nelle sale d’aspetto delle stazioni quelli che scappavano, erano loro che ci dicevano di legarli. Quando una madre vede il crollo verticale del rendimento scolastico e il declino della passione sportiva di suo figlio non può non allarmarsi. Scuola, Chiesa, organizzazioni politiche? Restano le macerie».

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Richiedo: che responsabilità ha la politica?

«La responsabilità principale. Prendiamo la scuola: cos’è stato fatto? La crisi della nostra società nasce dalla distruzione della scuola. L’educazione avviene lì. Un ragazzo ha bisogno di formarsi, cioè di assumere una forma. E la forma, che è fatta anche di limiti, dev’esserci qualcuno che te la dà, accompagnandoti».

Invece?

«Abbiamo criminalizzato ogni tipo di formazione. Nella scuola perché dev’essere solo istruzione. E nella famiglia perché i ruoli, il padre e la madre, sono scomparsi e tutto è interscambiabile. Poi abbiamo bandito anche la formazione religiosa perché siamo un mondo laico e il progresso è laicità. L’Occidente ha stabilito la necessità dell’assenza di regole. Così eccoci in quella che Zygmunt Bauman chiamava la società liquida, dove tutto straripa senza argini».

È la società dell’arbitrio. Un mondo in cui l’uomo è libero sia di abortire che di far figli a ogni costo.

«È la società dell’abolizione del limite. Lo dicevano già Nietzsche e Dostoevskij: “Se Dio è morto, tutto è possibile”. Invece, l’uomo si forma attraverso i limiti. La soluzione non è certo una società repressiva, ma la misura cantata dai trovatori. Oggi tutto è abbondante ed eccessivo. Il 75% delle morti deriva dal mangiare troppo, dal bere, dal drogarsi. La cannabis, che spegne e addormenta, è funzionale a questa evoluzione perché contribuisce a eliminare il senso del dramma dalla vita».

L’età più drammatica è proprio l’adolescenza. Ma se mancano gli educatori come si fa?

«L’adolescenza è l’età più delicata. Soltanto aiutando i ragazzi a riconoscere e accettare l’idea che per diventare uomo devi combattere li portiamo dentro la vita. Dobbiamo aiutarli a capire che l’esistenza è una cosa tosta. In fondo, quando la madre di Lavagna invitava a cercare lo straordinario diceva qualcosa di simile. La faccenda è anche socialmente vergognosa perché i più colpiti e indifesi di fronte alla diffusione degli stupefacenti sono gli strati più poveri, del sud, poco istruiti. Solo l’accettazione della drammaticità della vita permette di coglierne la bellezza. E farla intravedere è compito di noi adulti».

 

                                                                                                      La foto di testata è by Ludiko Film – BS

 

La Verità, 26 febbraio 2017

 

Paola Severini: «Così ho portato l’handicap tra i lustrini»

Cattolica praticante con la tessera del Partito radicale. Amica di vescovi, di preti importanti e di protagonisti della solidarietà. Giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica e produttrice televisiva. Già moglie di Antonio Guidi, ex ministro per la Famiglia del primo governo Berlusconi, poi moglie dello storico Piero Melograni, scomparso nel settembre 2012. Fondatrice della Cooperativa Superangeli, poi trasformata in Srl, collettore d’informazione sul mondo del volontariato. A lungo consigliere dell’Agenzia nazionale delle Onlus, organismo della Presidenza del consiglio dei ministri. Autrice di Le mogli della Repubblica (Marsilio), nel quale ha raccolto le confessioni, tra le altre, di donne come Carla Pertini, Livia Andreotti, Linda D’Alema, Clio Napolitano, libro saccheggiato da molti colleghi incapaci di ottenere le stesse interviste. A tempo perso segretario generale del Comitato internazionale Viva Toscanini. È lei ad aver fatto esibire, gratuitamente, i Ladri di carrozzelle nell’ultima serata del Festival di Sanremo. Tutto questo e molto di più è Paola Severini Melograni. L’intervista è un tentativo di arginare un fiume in piena.

Cominciamo da Sanremo?

«È stato un successo. I Ladri di carrozzelle hanno avuto una grande vetrina, all’inizio dell’ultima serata. Tutto è stato declinato nel modo giusto e dobbiamo ringraziare Carlo Conti».

Com’è riuscita a portarli all’Ariston?

«Ho stalkerizzato la Rai e loro hanno ceduto».

Memori dell’esperienza dell’anno precedente, quando, sempre gratuitamente, sullo stesso palco salì il pianista Ezio Bosso?

«Grazie a quell’esibizione Bosso, già artista gigantesco, è divenuto una stella internazionale».

Di recente è stato ospite di Paolo Bonolis su Canale 5 e prima anche Sky Arte ha trasmesso un suo concerto.

«Gliel’ho detto: ora è un artista molto richiesto. Ma il mio lavoro si è fermato dopo Sanremo».

I Ladri di carrozzelle hanno avuto grande visibilità.

«Enorme. Ho ricevuto valanghe di mail e messaggi. 13 milioni di telespettatori non si hanno tutti i giorni. Poi, a quello del Festival, ho aggiunto il pubblico di Striscia la notizia. Antonio Ricci è un amico…».

E quindi?

«L’ho chiamato e gli ho proposto di ricordare che il primo a mandarli in onda era stato lui. Detto fatto. Un paio di giorni dopo, quando Bruno Vespa ha ospitato Conti, si è rivista l’esibizione».

Erano già stati a Striscia?

«Nel 2004. I Ladri di carrozzelle esistono da metà degli anni Ottanta. Io li ho conosciuti nel 1989, quando ero moglie di Antonio Guidi. Avevo incontrato Paolo Falessi, il fondatore, quel signore alto che all’Ariston suonava la chitarra. Negli anni la band è cambiata, alcuni sono andati via, altri sono morti. Nel 2004, siccome non mi riusciva di portarli al Festival, proposi a Ricci di fare un anti Sanremo. Lui capì al volo e per una settimana fece Saneremo. I Ladri si mettevano le parrucche, cambiavano look e ogni sera si fingevano cantanti diversi».

Tutte rose e fiori al Festival?

«Non proprio. Mi è molto dispiaciuto che la Rai li abbia mandati a dormire a Imperia. Ho fatto una scenata. Pensavo dovessero essere trattati come gli altri e non credo che Zucchero o Fiorella Mannoia abbiano dormito a Imperia».

I Ladri di carrozzelle con Paola Severini a Sanremo

I Ladri di carrozzelle con Paola Severini a Sanremo

Quindi anche spine.

«Qualcuna. Comunque, tutto bene. Domenica abbiamo concluso con un pranzo della Caritas e i boy scout hanno servito ai tavoli. È venuto anche qualcuno della Rai. Sanremo non finisce con le collane di Maria De Filippi o il vestito di Diletta Leotta».

A proposito…

«A proposito, niente moralismi. Per dire, io so e ripeto che il sesso è importante e fa bene anche agli handicappati. I Ladri di carrozzelle cantano una canzone intitolata Malattia Pat che sta per patata (“Ma quanto bene fa, è un rimedio universale, guarisce da ogni male”). Ma altresì sono convinta che in certe situazioni la forma sia sostanza. Soprattutto se si vuole portare un messaggio. Rispettare il contesto in cui sei è un fatto di educazione: non vai dal Papa in minigonna».

Dell’abito della Leotta si è parlato, della sua band?

«Pochino: ho ancora molto da lavorare. Alla fine della nostra conferenza stampa era comparso anche il dg della Rai Antonio Campo Dall’Orto, l’unica alla quale abbia partecipato, e c’erano tutte le testate. Ma non ho visto grandi uscite sui giornali».

Sanremo a parte, dove quest’anno si è rischiata un’overdose sociale, non crede che la televisione debba migliorare su certi argomenti?

«Condivido la battaglia di Fiorello contro gli eccessi di morbosità di certi programmi. Personalmente li evito, soprattutto da quando vedo che sono monopolizzati da quella che chiamo la compagnia della morte, Alessando Meluzzi, Roberta Bruzzone. Con loro perderei sempre».

Pochi giorni prima del Festival l’ex batterista Piero Petrullo si è tolto la vita: com’è stata assorbita quella tragedia?

«Piero soffriva di dolori lancinanti continui in seguito a un incidente stradale che lo aveva reso paraplegico. Nonostante i progressi fatti, analgesici e morfina sono soggetti all’assuefazione e perdono efficacia. Da sette anni, a causa dei dolori, Piero aveva rinunciato a suonare. Ma non è stato lasciato solo, era assistito dai parenti. Due giorni prima di compiere quel gesto, Falessi gli aveva parlato. Sembrava tranquillo. Non ha lasciato niente di scritto. La sua morte ci ha molto provato e abbiamo chiesto a Conti di ricordare che “Stravedo per la vita” era dedicata a lui. C’è qualcosa di misterioso in questa tragedia che dobbiamo rispettare. Mi è accaduto altre volte di vivere da vicino gesti inspiegabili».

Per esempio?

«Conoscevo Carlo Lizzani, una persona piena di vita. Non mi sarei mai aspettata che si suicidasse. Conoscevo anche Mario Monicelli, ma meno. Mio marito Piero era stato amico di suo padre Tomaso, che si tolse la vita. E pensava che anche che Mario l’avrebbe fatto».

Una cattolica praticante con la tessera radicale cosa pensa dell’eutanasia?

«Forse la mia definizione più corretta sarebbe cattosocialista, ma non è importante. Non mi piace la parola eutanasia, l’ho detto anche a Mina Welby, madre di Piergiorgio. Sono per la morte dignitosa per tutti. È anche un’invocazione del Veni creator spiritus: “Dona morte santa”. La morte santa è una buona morte».

Approva coloro che vanno a morire nelle cliniche svizzere?

«Non approvo. Personalmente farò testamento biologico, non voglio l’accanimento terapeutico. Nemmeno la Chiesa lo vuole. Com’è stato confermato anche pochi giorni fa in occasione della morte di Dino Bettamin, il macellaio di Montebelluna malato terminale di Sla. Bisogna sapere che questi malati muoiono soffocati. La sedazione profonda non è una pratica eutanasica perché non si staccano le macchine».

Quindi si occupa anche di altro: non è una specie di sacerdotessa dell’handicap.

«Ho cominciato a interessarmi a questi temi a 14 anni, quando mi sono fidanzata con Guidi. Ho conosciuto i maggiori luminari nel medicina e della psichiatria, da Franco Basaglia, di cui Guidi era allievo, a Gilles Deleuze. E i grandi protagonisti della solidarietà, da monsignor Ersilio Tonini, un vero padre spirituale, a Vincenzo Muccioli, da don Pierino di Eugenio, direttore dell’Eco di San Gabriele, ad Andrea Riccardi ed Ernesto Olivero. Nel 2000 ho fondato Angelipress, l’agenzia che informa Camera e Senato sui temi del volontariato. Siamo assillati perché ci prendono per un supermarket delle disgrazie. Ma spesso questo assillo ci permette di fare cose meravigliose».

Paola Severini con Piero Melograni, morto nel 2012

Paola Severini con Piero Melograni, morto nel 2012

Me ne dica una.

«La legge sul Dopo di noi, approvata in Parlamento nel giugno scorso con un consenso trasversale. Una legge che stabilisce la possibilità di unire soldi pubblici e privati per costruire qualcosa per gli handicappati gravi rimasti senza genitori. Le sarà capitato di leggere le cronache delle famiglie con disabili. Quando genitori e parenti si avvicinavano alla fine, il loro futuro era nero e finiva in tragedia. Questa legge, che non è perfetta, dà una prospettiva a queste persone».

In tutto questo che cosa c’entrano i radicali?

«C’entrano perché sono sensibili alle minoranze. Li vedo, lavorano con i malati e nelle carceri…».

Come i cattolici.

«Infatti, si lavora fianco a fianco. Poi io sono favorevole alle unioni civili, ho visto grande dedizione nelle coppie dello stesso sesso. Mentre sono contraria all’utero in affitto. Prima e più che contro la Chiesa, l’utero in affitto è un insulto all’umanità, perché non tiene conto di ciò che succede tra una donna e il nascituro nei nove mesi in cui sono lo stesso corpo».

Perché è finito il matrimonio con Guidi?

«Non mi amava più e se n’è andato. Da lui ho imparato molto e insieme abbiamo avuto tre splendidi figli: Valentino che ha 43 anni, Valerio, 33, e Diletta di 31».

E il rapporto con Piero Melograni com’è iniziato?

«Aveva un figlio, non suo, nato dal precedente matrimonio di Margherita Guzzinati, di cui si prendeva cura. Ci siamo conosciuti e perdutamente innamorati. Ogni giorno, per cinque anni, finché è stato bene, mi ha fatto trovare al risveglio un biglietto d’amore sul cuscino».

Che cosa trae dal lungo impegno nel Terzo settore?

«Quando entri in questo mondo non lo puoi più lasciare. Sento molto vicini a me quelli che papa Francesco, che ammiro, chiama gli scarti della società. È brutto usare questa espressione, ma rende la situazione. Poi sì, ci sono anche le onlus inaffidabili. Detto questo, parlando degli handicappati, non dobbiamo farci prendere dal sentimentalismo: non è che perché sono così sono per forza buoni, generosi e altruisti. Come tutti, possono avere difetti o essere egoisti».

Perché molte cooperative che operano nel campo dell’immigrazione sono scorrette?

«Perché lì c’è liquidità immediata e manca un’adeguata selezione del personale. Sono amica di Alberto Panfilio, il sindaco di Cona, in provincia di Venezia, dove all’inizio di gennaio è morta una giovane donna ivoriana nel centro accoglienza. In un paese di 300 abitanti erano arrivati 1400 profughi assistiti da ragazzine alle prime armi. A Capri, invece, 20 immigrati sono stati respinti. Non si fa così l’accoglienza».

E come si fa?

«Con i ricollocamenti, come in Germania. Si verificano quelli che ci servono e si prendono, gli altri si ricollocano».

Integrandoli.

«Certamente».

In che modo?

«Bisogna scegliere le persone in grado di gestire questa emergenza e che conoscono la situazione delle popolazioni. L’Italia non può essere la discarica d’Europa. Il ministro Marco Minniti ha esperienza di sicurezza, non di accoglienza e integrazione. Il prefetto Mario Morcone anche. Farei Commissario straordinario Emma Bonino per i ricollocamenti in Italia. E utilizzerei l’esperienza e la conoscenza di Romano Prodi per i rapporti con i Paesi africani».

Flavio Insinna. «Perché no lui a Sanremo?»

Flavio Insinna. Dice Paola Severini: «Perché no lui a Sanremo?»

Ancora cattolici e radicali. L’anno prossimo cos’ha in mente per Sanremo?

«Prenderò contatti con l’entourage di Paolo Bonolis, se sarà lui a condurlo, come si dice. Ho letto che ha una figlia disabile, penso che sarà attento. Anche uno come Flavio Insinna lo sarebbe e sono sicura che sarebbe anche un ottimo presentatore del Festival».

Ha altri artisti da proporre?

«Bobo Rondelli che canta insieme con un ragazzo down. Vada su Youtube».

Tra i tanti politici e artisti che frequenta chi l’ha colpita di più negli ultimi tempi e perché?

«Il presidente Sergio Mattarella ha aperto la tenuta di Castelporziano, un’oasi destinata alla stretta cerchia del Quirinale, ai portatori di handicap. Quelli gravi sono invasivi e possono essere disgustosi. Ho visto Mattarella lasciare che gli sbavassero addosso».

 

La Verità, 19 febbraio 2017

 

 

 

 

 

Lavagna, Italia: le domande che dobbiamo farci

LLavagna, Italia. Lavagna, società italiana. Sono giorni che ci penso e ripenso. Arrivo tardi, lo so. Però, la posta mi sembra alta. Lavagna, dove una madre (Antonella Riccardi) ha chiamato la Guardia di finanza perché sbirciasse nella scuola del figlio (Giovanni). Lavagna, dove durante i controlli nella sua camera, con tutta la vita davanti quel figlio è saltato nel vuoto. Lavagna, dove quella madre ha detto ai funerali: «Là fuori c’è qualcuno che vuole soffocarvi facendovi credere che sia normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre. Diventate i veri protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario». Lavagna è un capolinea. Come lo è stato poche settimane fa Pontelangorino. E altri ce ne sono stati in passato. È come se vivessimo in una società eticamente e culturalmente terremotata senza rendercene conto. Una società dove restano solo macerie. Come in La strada di Cormac McCarthy? Un padre e un figlio camminano, soli, nelle macerie del mondo dopo una catastrofe che l’ha raso al suolo. Che cosa li fa resistere? Che cosa li fa andare avanti?

Viggo Mortensen e Kody Smith-McPhee in «La strada»

Viggo Mortensen e Kody Smith-McPhee in «La strada»

A Lavagna ci sono una madre e un figlio adottivo che si sta perdendo. Soli anche loro. Non si hanno notizie della scuola, non c’è traccia della Chiesa o di psicologi in grado di accompagnare una famiglia adottiva. Non è bastato neanche lo sport. Macerie. E la Guardia di finanza. Perché la scuola non c’era? E perché non la Chiesa? Da Lavagna vien fuori ben più che lo sterile dibattito tra proibizionisti e anti. La scuola non c’è perché decenni di ministri inetti l’hanno svuotata di qualsiasi ambizione educativa. Perché un governo dopo l’altro ha ridotto gli insegnanti nella categoria professionale più depressa e demotivata del pianeta. La scuola è ininfluente perché è diventata una fabbrica del politicamente corretto, dove ogni accenno di rigore si scontra con il protezionismo fasullo dei genitori per i loro pargoli. La Chiesa non c’è perché, a differenza di trent’anni fa, quando era presente e visibile nelle situazioni più spericolate, si è chiusa dentro mura autoreferenziali. Si è ripiegata su se stessa, dividendosi anche lei in correnti e schieramenti. Non c’è più nemmeno il servizio militare o civile obbligatorio che segnava il passaggio dall’adolescenza alla gioventù, aiutando a resettare storture e devianze. E mentre sono scomparse le agenzie educative tradizionali è apparso l’eldorado della rivoluzione tecnologica che ha aumentato la distanza tra padri e figli. Ha allargato la forbice, ha instaurato intercapedini d’incomunicabilità. Questa è la società che abbiamo edificato. Nelle macerie attecchiscono miti falsi e modelli vuoti.

Roberto Saviano crede che la soluzione sia liberalizzare le droghe leggere

Roberto Saviano crede che la soluzione sia liberalizzare le droghe leggere

Invece le domande di un ragazzo sono sempre le stesse. Vitali, esigenti, improrogabili. E noi siamo sempre meno capaci di accompagnarle, di stare accanto, di aiutare a resistere, d’incoraggiare allo straordinario, di esemplificare un barlume. Il mestiere di genitore, il più difficile perché nessuno lo insegna, oggi lo è ancora di più. Alla fine della sua orazione, rivolta al figlio quella madre ha detto: «Perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano». Noi siamo capaci? Questa è la domanda che dovremmo farci. Come genitori. Come educatori. Come politici. Come cristiani.

Il mio Buon Natale con un video di Alessandro D’Avenia

I miei auguri di un Felice Natale a voi e alle persone che vi sono care prendono in prestito la fantasia di Alessandro D’Avenia.

Grazie a lui: per idea, parole e immagini.

E grazie a tutti voi: per la fedeltà con cui mi seguite.

Buttafuoco: «La destra è senza progetto culturale»

Giornalismo, letteratura, teatro, televisione: Pietrangelo Buttafuoco, 53 anni, siculo poliedrico e instancabile per necessità oltre che per virtù, non si fa mancare niente. Gira con lo zainetto, ufficio in spalla, perché una dimora culturale fissa non ce l’ha. Ogni giorno la sua ventura.

Giornalismo: collaborazioni con Il Fatto quotidiano e Il Foglio.

Letteratura: in uscita da Skira un libro su Agostino Tassi, pittore del Seicento, stupratore di Artemisia Gentileschi, simbolo del femminismo.

Teatro: in tournée con Mario Incudine con lo spettacolo Il dolore pazzo dell’amore.

Televisione: rubrica Olì Olà nel Faccia a faccia di Giovanni Minoli su La7.

Cominciamo da Olì Olà: chi è il Donald Trump italiano?

«Deve ancora arrivare. Il punto di forza di Trump è di rappresentare la novità. Non bisogna dimenticare che quando si affermò alle primarie, i democratici si fregarono le mani dalla soddisfazione. La stessa Clinton si mostrò felice di confrontarsi con lui, considerato il candidato ideale per stravincere. In Italia, se si votasse adesso, e all’elettore fosse dato di scegliere tra Alessandro Di Battista e Matteo Renzi, quest’ultimo sarebbe travolto».

Quindi Trump si trova tra i grillini?

«Forse, al momento. Ma da qui alla data delle elezioni potranno accadere molte cose. Ci attendevano due passaggi: dopo le elezioni americane ora tocca al referendum costituzionale».

Vuole tentare uno scenario post 4 dicembre?

«Non mi avventuro. Ho visto che, per esempio in Sicilia, sono state mobilitate le clientele elettorali. E anche se fanno numeri importanti non vengono rilevate dai sondaggi, ma solo dalle segreterie politiche dei capi bastone».

È nato prima Berlusconi o Trump?

«Prima il Cavaliere. Silvio uovo e Donald gallina che ha a disposizione un’aia ampia e impegnativa. Perché ha davanti a sé un orizzonte globale ed epocale che per forza di cose determinerà trasformazioni».

Salvini e Grillo che spazio avranno?

«Sono il già visto. Se il bisogno di novità non fosse stato così decisivo sarebbe bastato Jeb Bush. Invece nessuno dei candidati repubblicani ha dato prova di saper interpretare il cambiamento. Non è un caso che i Bush in queste elezioni si siano alleati con i Clinton».

Abbiamo assistito al rovesciamento delle alleanze. Lei parla di nuova lotta di classe…

«La Clinton ha preso l’aperitivo con Lady Gaga, mentre Trump teneva comizi davanti alle fabbriche. La nuova lotta di classe è tra i cosiddetti deplorevoli, come li ha classificati la stessa Clinton, e le élites. Tanto è vero che i fondi sovrani, i magnati e lo stesso Soros adesso si sono mobilitati per organizzare la controrivoluzione».

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Tutto questo senza che il nostro ragionamento significhi approvazione del trumpismo.

«Stiamo facendo un’analisi. Personalmente ho grandi dubbi sulla democrazia».

Auspica il ritorno dell’uomo forte?

«La realtà determina se stessa, dandosi una forma. L’Italia è in imbarazzo causa mancanza di sovranità: dipende da consigli e centri di potere che stanno altrove. Per questo è importante capire quali siano le intenzioni degli Stati Uniti. Avesse vinto la Clinton, una personalità fuori dall’establishment troverebbe disco rosso a Palazzo Chigi».

Dopo la Brexit la vittoria di Trump: cosa serve ai giornalisti da salotto per fare un bagno di realtà?

«Serve una sveglia. Si sono assopiti nella irrilevanza tutta autoreferenziale delle solite marie antoniette e delle loro brioche».

Serve anche un bagno di umiltà?

«Obiettivamente hanno tantissimi privilegi. Conoscono le lingue, hanno uso di mondo, di narrazione, di mercato. Com’è possibile che facciano giornali tanto penosi? Gli ultimi importanti contratti nelle maggiori testate sono stati fatti nelle redazioni Esteri. E il risultato è che faticano a raccontare proprio gli scenari internazionali. Guardando in casa, quando, un anno e mezzo fa Egidio Maschio, imprenditore veneto protagonista del miracolo del Nordest, si sparò nel suo ufficio traumatizzando il mondo produttivo e imprenditoriale, il Corriere della Sera gli dedicò una breve. Alla borghesia italiana manca una voce che sappia guidare. Questa è stata la disperazione dei beniamini del grande pubblico. La gente voleva Indro Montanelli e gli davano Piero Ottone, voleva Giovannino Guareschi e gli davano Fortebraccio, voleva Leo Longanesi e gli davano il Politburo e la Fondazione Einaudi».

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Dove sbaglia di più Renzi?

«Nel confondere un progetto politico con l’estetica della comitiva. Il suo orizzonte è il muretto degli amici sistemati nei posti chiave. Pensi al tentativo di mettere Marco Carrai ai Servizi segreti. O a Luca Lotti che spadroneggia in ogni recesso del potere. Renzi ha intossicato di conformismo le analisi di tutti i giornali. Almeno Berlusconi aveva le testate più autorevoli contro. Renzi le ha tutte a favore. Mi sa che la parte migliore di Renzi è Denis Verdini».

Provoca?

«Verdini sembra scappato dalle pagine di Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, un saggio nel quale Giuseppe Prezzolini descrive il Machiavelli come il rappresentante vivo di un potere sinceramente italiano e quindi universale, non provinciale com’è quello di Renzi».

Lei che se ne intende, che Islam si aspetta dal programma di Gad Lerner su Rai 3?

«Mi aspetto il solito equivoco per il quale si tende a confondere l’Islam con l’immigrazione. È un luogo comune accreditato a destra come a sinistra. A destra, per raggranellare il pieno elettorale; a sinistra, per autocompiacimento d’ordinanza».

L’unica strada è l’integrazione: impresa possibile?

«L’unica integrazione che ha funzionato nella storia è quella che avviene quando i sapienti si parlano tra loro. L’esempio canonico è quello tra Francesco e il Sultano. In tempi recenti non possiamo che indicare quello che il vero campione della destra, Vladimir Putin – altro che Trump – ha fatto: inaugurare a Mosca la più grande moschea su suolo europeo».

Figuriamoci cosa accadrebbe da noi.

«Chi se l’aspettava che i valori immutabili della metafisica dovessero essere difesi da un colonnello del Kgb. Ovvero, da colui che ha appoggiato le milizie miste di cristiani e musulmani in Siria per liberare i villaggi cristiani, restituire le chiese ai fedeli e innalzare la statua della Vergine Maria sull’altura di Maaloula, in Siria, una statua che i terroristi avevano distrutto».

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco, alleati nel fermare la guerra in Siria

Putin difensore della cristianità. E Bergoglio?

«Quando hanno fermato l’attacco in Siria il Papa e Putin hanno agito in perfetto accordo».

Detto della sinistra, che cosa ha da imparare la destra dal caso Trump?

«Che non si può essere destra per come piace alla sinistra. Quanti tentativi di farsi dare la patente di presentabilità sociale. Il riferimento culturale della destra dev’essere garantire alla comunità un’aderenza ai principi sacri, eterni e soprattutto universali. Abbiamo un grande vantaggio dall’abitare in Italia: quello di convivere con un’entità universale cui guarda il mondo intero. Quando il contadino siberiano si fa il segno della croce sa di trovare nella Basilica di san Nicola a Bari un riferimento della sua storia e della sua identità. Così il commerciante indiano, quando ascolta Iqbal e i poeti di strada, sa che la patria è il Mediterraneo culla di civiltà e orizzonte del futuro, e la Sicilia, perla dell’Islam. Altro che le tecnocrazie di Bruxelles. Fino agli anni ’70 le parole italiane più note nel mondo erano quelle della tradizione musicale: allegretto, andante, mosso. Ora sono pasta, pizza, pane. Con le differenti conseguenze commerciali. Se ci fosse, una destra saprebbe che il progetto è la Via della seta. E che, non si offendano gli antifascisti, è ancora scritto sul frontone del palazzo dell’Eur: artisti, eroi, santi e navigatori. La destra non può accontentarsi dei rutti del bar sport».

Quando la destra farà autocritica per le grandi occasioni perse in questi vent’anni?

«La destra al governo è stata una disgrazia. Come conferma il progetto culturale delle tre “i”: Internet, Inglese, Impresa. Se non ricordo male fu proprio la destra a eliminare dai licei l’insegnamento della storia dell’arte e della musica».

Nella galassia berlusconiana sembra vincere la linea pro-renziana di Confalonieri.

«Che è sempre coincisa con quella di Berlusconi. Nella galassia il principe è sempre uno solo».

Si sta riconvertendo al renzismo?

«Direi che ha chiara la situazione. Se vince il No, il Cavaliere ucciderà la destra del centrodestra. Se invece vincerà il Sì, Renzi si farà un partito tutto suo, uccidendo a sua volta la sinistra del centrosinistra. E Berlusconi sarà fondamentale nella transizione».

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» in uscita il 24 novembre

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» a giorni in uscita

A giorni uscirà da Skira La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi. Perché un libro su un pittore del Seicento? Che cos’ha di attuale?

«Doveva essere un libro su Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca adottata dal femminismo. Poi mi sono accorto che era già stata celebrata e che la storia del suo stupratore era più nuova. È una storia che illumina i traffici d’arte, religione e politica dell’epoca e che si concentrano nella figura di Cosimo Quorli, potentissimo e corrotto furiere del Papa. In confronto Mafia capitale è roba da educande».

Dopo tanto tempo ha uno spazio in tv non come ospite. Che cosa le sta dando?

«Molto entusiasmo. In Giovanni Minoli ho trovato un maestro generoso e partecipe. Con lui mi sento come quando da adulto sono andato a prendere lezioni di russo, sedendomi a fianco dei bambini, armato di quaderno per imparare a fare le aste».

Con lo zainetto.

 

La Verità, 20 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tamaro: «Perché ho rinunciato a entrare in politica»

Una fiaba ai tempi di Instagram. Una grande allegoria con riferimenti religiosi nell’èra dei social network e della connessione h 24. S’intitola La tigre e l’acrobata (La Nave di Teseo, pagine 184, euro 16) il ventitreesimo libro di Susanna Tamaro. Una chiacchierata con lei, sul libro e non solo, aiuta a rimettere in ordine le gerarchie. Soprattutto, a rimettere al centro la persona, con le sue domande.

Perché una favola? C’è bisogno di trovare nuovi modi per comunicare attraversando il frastuono dei media?

«Sì, certo. Amo il linguaggio della fiaba fin da ragazza. È il linguaggio dei bambini e i racconti fiabeschi sono le scarpe con cui ho camminato a lungo. Oggi sento il bisogno di provare a riempire le parole vuote delle tante narrazioni da cui siamo circondati. Anche le fiction rischiano di impoverire le parole della letteratura. La fiaba è un genere classico, che usa gli archetipi dell’inconscio e permette di andare oltre la narrazione mondana».

È soddisfatta del risultato?

«Molto. È stato il libro più difficile da scrivere. Un libro complicato, che mi ha richiesto due anni di lavoro. In ventitrè libri questa è stata l’unica volta in cui mi sono interrotta non per qualche giorno. Per nove mesi sono stata senza scrivere, col libro aperto. Finché l’ho ripreso… Spero si legga d’un fiato».

Assolutamente, è una favola per adulti.

«Dai 14 ai 100 anni. Ha tanti lettori preadolescenti e anche più stagionati perché ha molti livelli di comprensione: ognuno percepisce il proprio».

La tigre è Susanna Tamaro?

«Lo ammetto, c’è molta autobiografia. Due anni fa quando tenevo una rubrica di aneddoti e racconti su Avvenire mi veniva spesso in mente l’immagine di una tigre. Finché ho deciso di metterla da parte, pensando che avrebbe potuto scaturirne qualcosa di nuovo. È un animale pregnante. C’è anche una poesia di Thomas Stearns Eliot – Gerontion – che parla di Cristo come tigre».

C’è anche un film di Benigni intitolato La tigre e la neve.

«È vero, me n’ero dimenticata. Anche quella è una specie di favola… Di recente avevo letto un libro di John Vaillant intitolato proprio La tigre (Einaudi), un reportage in Siberia».

I sentimenti dominanti nella prima parte della storia sono l’innocenza e un senso di estraneità al mondo. Anche qui molta autobiografia?

«Certo, la tigre vive un’incapacità a essere tigre fino in fondo. Fin da bambina mi sono sempre sentita estranea a ciò che avevo intorno. Guardavo le cose da fuori, m’interrogavo sul senso delle azioni. Come tante persone sensibili, massimamente gli artisti, mi ponevo le domande fondanti sull’esistenza. Questo atteggiamento può creare una distanza da ciò che ti circonda».

È un’estraneità anche nei confronti della società contemporanea?

«Mi sento molto fuori da questo tempo. Non riesco a capire, a seguire, c’è una velocità che rende difficili le cose. Credo che gran parte della mia generazione provi questa sensazione. Siamo nati quando non c’era ancora la tv nelle case. Ora è tutto veloce, anche un po’ fuori controllo».

Che rapporto ha con la tecnologia? È tutto oro quello che si connette?

«La tecnologia porta un mare di vantaggi in tutti i campi, chi può negarlo. Però ci vuole molta consapevolezza. Io non sono appassionata di elettronica, ma il tablet è una bacchetta magica moderna. A me piacciono gli animali: con il tablet la camera si riempie di giraffe, cammelli… Una tentazione e una distrazione irrefrenabili. Però la sera cominci a navigare e vai a letto nervosa, con un senso di vuoto perché ti sembra di non aver fatto niente. Serve un’autodisciplina, di tempo e di scopo. Usare la tecnologia per obiettivi precisi. Per i bambini il discorso è ancora più delicato».

Sono più indifesi.

«I bambini vanno protetti perché il cervello umano è una cosa plastica, che procede per fasi. Ogni funzione ha un tempo di apprendimento. C’è un’età in cui il bambino impara a parlare, poi a camminare, a leggere… Se lo riempi di nozioni e atti non necessari in quel momento, puoi ritardare l’apprendimento della funzione per cui è predisposto. Se gli insegni che con un click risolve il problema, azzeri il suo cervello, non lo alleni, non favorisci la creatività ».

Anche la frase «tra la libertà e il potere ho scelto la libertà» sembra aver a che fare con lei.

«È il motto della mia vita. Negli anni del grande successo avrei potuto fare qualsiasi cosa. Una volta una giornalista mi disse: “Finalmente ha raggiunto quello che tutti desiderano”. “Cioè?”, chiesi io. “Andare a cena con tutti i politici”. Giuro che non mi è mai venuto in mente nemmeno come desiderio; semmai come incubo».

Una scelta di potere quale sarebbe stata?

«Varie cose, oltre alla politica. Accettare contratti editoriali con molti zeri, programmi televisivi, entrare nel giro dei premi e dei circoli letterari».

Se n’è tenuta a debita distanza scegliendo di vivere in Umbria. Anche la tigre del libro non vede l’ora di evadere dal circo.

«Nel circo le tigri anziane le dicono: alla lunga ti adatterai, ti piacerà stare qui, ti piacerà il successo. Il circo è la metafora di un mondo con il quale ognuno deve fare i conti. Per lavoro, per sopravvivere, per convivenza civile. Situazioni nelle quali prevalgono quasi sempre logiche di potere. La vita mondana non fa per me. Uno scrittore deve lavorare molto, stare in solitudine, studiare. Ha tempi lenti che confliggono con quelli della modernità».

Anche la metropoli non fa per lei?

«A proposito di fiabe, c’è quella famosa di Esopo. Quando vado a Roma, mi sento come il topo di campagna che va in città e si trova sempre in affanno. Non ho più i riflessi adatti… E poi la campagna è una miniera per la scrittura che ha bisogno di immagini e metafore».

Lei è pessimista a riguardo della natura umana? Nel libro gli uomini non fanno una bella figura.

«Mediamente non la fanno. La natura umana è sempre stata terrificante. Adesso vediamo e ascoltiamo di più, ma questo ci fa sentire ancora più terrificanti. La post modernità ha demolito le basi della natura umana».

In che senso?

«Nel senso che si ritiene che solo il nostro desiderio ci crei e ci definisca».

Si riferisce alla teoria gender, in base alla quale la persona può stabilire il proprio genere di appartenenza?

«È un esempio. Si crede che tutto dipenda dalla cultura e poco o niente dalla natura. Penso che dobbiamo imparare a riconoscere ciò che siamo. Ciò che viene prima di noi. In una torta la cultura è come la glassa di cioccolata. Mentre la natura è tutto il resto, che sorregge la guarnizione. Oggi si tende a disconoscere anziché a riconoscere. Chi trascorre gran parte della vita dentro gli uffici nelle metropoli non è facilitato, perché perdendo il contatto con la natura dimentica quanto ne siamo parte, quanto ne siamo espressione. La distruzione della natura, la scomparsa della distinzione tra bene e male, l’arbitrio assoluto portano confusione nelle nostre vite».

Poi ci sono eventi come il terremoto. Lì in Umbria l’avrà sentito…

«Per fortuna ho Ia casa antisismica, ha oscillato parecchio ma è ben ingabbiata. Vivevo in Friuli e rimasi molto scioccata dal sisma del ’77. Quando mi sono costruita la casa qui la prima cosa a cui ho pensato è stata di farla antisismica. La terra che trema è interiormente destabilizzante perché dà la percezione della nostra precarietà. Siamo scossi dentro e, per tornare al discorso di prima, sperimentiamo in modo tragico che la natura è molto più potente della cultura».

Però continuiamo a rifiutare l’idea che l’uomo è un essere fragile, che dipende.

«Una certa cultura ha perversamente predicato il diritto alla felicità. Pensare che la vita sia una passeggiata è una falsità. La cultura contadina di qualche decennio fa ci insegnava che è fatta di scogli da affrontare e superare. Se ci si riesce».

Nel libro l’acrobata ridà la libertà alla tigre. Vede qualche acrobata nel nostro presente?

«L’acrobata rappresenta l’innocenza della grazia che libera dalle catene. Oggi non ne vedo molti in giro. Però c’è grande esigenza di trovarne. Qualche tempo fa ho letto un articolo che parlava dei nuovi eremiti delle montagne e della gente che ci va a parlare. Il frastuono generale rende impossibile far giungere parole liberatorie. Ma c’è enorme bisogno di parlare di cose fondanti, anche fuori dalle istituzioni preposte».

A un certo punto la tigre si convince che «bisogna essere in due per cambiare le cose».

«È la relazione che porta la salvezza. L’individuo da solo riproduce la propria ambiguità. Ricade schiavo del potere e della propria ambizione smisurata».

 

La Verità, 4 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

Socci: «Ecco dove sbaglia papa Francesco»

Al Papa non ne perdona una. Antonio Socci è il più autorevole e documentato tra i critici di Francesco. Ce ne sono altri, più viscerali e politicizzati. Non passa settimana che Socci non faccia le pulci al Pontefice: sulla predicazione riguardante gli immigrati, sul rapporto con l’islam, su questioni dottrinali. Ci ha scritto due libri molto controversi. Il penultimo, intitolato Non è Francesco (Mondadori), è stato censurato dalle librerie Paoline che, pure, mettono in vetrina le pensate teologiche di Corrado Augias e Vito Mancuso. Un atteggiamento sideralmente lontano da quello di Bergoglio che, qualche mese fa, ha scritto una lettera autografa al giornalista e saggista toscano, dando sèguito all’invio dell’ultimo libro intitolato La profezia finale – Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra. «Ho cominciato a leggerlo», ha scritto Bergoglio, «e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore…». Forte di questa risposta, Socci non si è fermato e ora è bersaglio dei bergogliani doc.

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all'invio del suo libro

La lettera che papa Francesco ha scritto a Socci, rispondendo all’invio del suo libro

È un dibattito stucchevole: sembra che noi giornalisti vogliamo insegnare il catechismo al Papa, non crede?

«Il problema è se un Papa è fedele alla sua missione o no. Santa Caterina insegnava eccome ai papi del suo tempo. E in quegli anni non era ancora una santa e una mistica riconosciuta, ma una ragazza analfabeta, una popolana. Ogni battezzato ha il diritto/dovere di ricordare ai pastori l’insegnamento di sempre della Chiesa. La storia cristiana ha molti esempi di papi che hanno imparato dal loro gregge. A cominciare da Pietro che fu corretto pubblicamente da san Paolo. Tommaso d’Aquino scrisse che l’umiltà di san Pietro deve essere di esempio per tutti i suoi successori. Ratzinger, a proposito delle eresie del IV secolo, ha scritto: “Nella crisi ariana, in cui sembrò in certi momenti che l’intera gerarchia fosse caduta preda delle tendenze di mediazione arianizzanti, solo l’atteggiamento sicuro dei fedeli assicurò la vittoria della fede nicena”. Capisce?».

Capisco meno il suo continuare a criticare animosamente Bergoglio dopo che le ha scritto di suo pugno.

«Prima di tutto non ho nulla di personale contro il Papa. E nessuna animosità. Anzi, prego per lui ogni giorno con tutto il cuore, come ci ha chiesto fin dalla prima sera in cui si affacciò in piazza San Pietro e come mi ha chiesto personalmente nella lettera. Mentre ho l’impressione che non lo facciano coloro che ne fanno oggetto di culto. Per quanto posso, siccome mi ha scritto che le critiche gli servono, spero di rendermi utile così oltre che con le preghiere. Gli voglio bene e soffro per lui».

È ancora convinto che Francesco non sia il vero Papa perché la sua elezione è inficiata da un vizio procedurale?

«È una sciocchezza, non sono io a decidere chi è il Papa».

Lei ha scritto Non è Francesco.

«Il titolo si riferisce al parallelo tra lui e Francesco d’Assisi. In quel libro di oltre 300 pagine solo un capitolo di 15 pagine è dedicato alla questione del Conclave. Lì, da giornalista e in base alle notizie di Elisabetta Piqué, una collega argentina, biografa del Papa, ho evidenziato errori procedurali del Conclave su cui, peraltro, non ho ricevuto risposte esaurienti. Per mestiere un giornalista pone domande. Ad altri spettano le risposte. Detto questo, il Papa è colui che la Chiesa indica. Punto».

Il vizio procedurale è una scheda in più caduta per errore nell’urna durante una votazione subito ripetuta, senza obiezioni di nessuno dei cardinali presenti.

«Il Conclave ha una procedura ultra regolamentata e non è stata rispettata. Su questa faccenda, peraltro, Bergoglio non c’entra nulla, non è lui che ha gestito le operazioni di voto».

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Papa Francesco e Ratzinger in uno dei tanti momenti di incontro in Vaticano

Perché sostiene che le dimissioni di Benedetto XVI non siano state spontanee?

«Ripeto: da giornalista riferisco i fatti e pongo domande. Benedetto iniziò il suo pontificato dicendo di pregare per lui perché non fuggisse “davanti ai lupi”. Poi ha avuto otto anni di pontificato in cui è stato sottoposto ad attacchi pesantissimi e alla fine ha rinunciato. Senza che fossero dichiarati i “gravi motivi” che sono previsti per tale decisione. E con una strana precipitazione per cui ha addirittura lasciato a metà, l’enciclica sulla fede, la più importante del suo pontificato, e anche l’Anno della fede. Perché? E perché ha scelto – unico nella storia – di restare Papa emerito, continuando a vestirsi da Papa, conservando il titolo e rimanendo dentro le mura di San Pietro? Possibile che si trovi normale che – per la prima volta in duemila anni – ci siano due papi?».

A me pare che Benedetto XVI conduca vita appartatissima.

«Infatti ha appena pubblicato un best-seller. Il fatto è che non sono mai stati chiariti i motivi della rinuncia. Per esempio, a proposito dell’essere rimasto papa emerito con l’abito papale ha risposto che, in quel momento, non erano disponibili altre vesti in Vaticano. Una risposta assurda da cui si capisce solo che non può parlare. Oppure, in Ultime conversazioni (Garzanti), l’ultimo libro, dice che si è dimesso a febbraio perché non si sentiva di affrontare il viaggio fino a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale della gioventù del luglio 2013. La Chiesa ammette che ci si possa dimettere da Pontefice, ma per motivi gravissimi e la partecipazione alla Gmg non mi pare lo sia. Tra la Gmg e il papato mi pare ovvio che si rinunci alla prima, non al secondo. Insomma è tutto strano e misterioso. Il 21 maggio, in una conferenza, monsignor Georg Gänswein, segretario di Ratzinger, ha parlato di uno “stato d’eccezione” e ha detto che ora Benedetto svolge un “pontificato d’eccezione”. Lo stesso Benedetto, nel suo ultimo discorso, spiegando la sua scelta, disse che il munus petrinum è per sempre e che la sua decisione riguarda solo “l’esercizio attivo” del ministero. Francesco stesso si rivolge a Benedetto chiamandolo Santo Padre e ha parlato di rinuncia al ministero attivo».

Ratzinger ha sempre pubblicamente sottolineato la sua adesione al magistero di Bergoglio.

«Ci sono espressioni di affetto personale, ma sull’adesione ai contenuti non mi pare sia così. Ci sono diversità importanti».

Per esempio?

«Per esempio sul tema della misericordia ha suggerito a Bergoglio di tornare all’impostazione teologica di Giovanni Paolo II. È un invito implicito a restare nell’alveo del magistero della Chiesa».

Ha altre obiezioni?

«Uno dei principali problemi dottrinali riguarda i sacramenti: il matrimonio, la confessione e soprattutto l’Eucarestia che è il pilastro della vita cristiana. L’Amoris laetitia è una bomba tirata nella cattedrale della dottrina cattolica. Si leggano le critiche di tre grandi intellettuali cattolici: Stanislaw Grygiel, amico di Giovanni Paolo II, Josef Seifert e Robert Spaeman, entrambi amici di Ratzinger».

Forse Bergoglio ha in mente un annuncio capace di fare i conti con l’uomo contemporaneo. Sua intenzione potrebbe essere sottolineare la centralità di Cristo più che l’ortodossia etica con la quale spesso s’identifica il cristianesimo?

«L’annuncio cristiano è uno. Gesù è al tempo stesso la Verità fatta carne e il Buon Pastore. E la Chiesa in duemila anni ha battezzato il mondo intero così. Non può esserci un altro Cristo che viene scoperto oggi, diverso da quello vero, quello di sempre».

Altre parti della predicazione di Bergoglio che non la convincono?

«Le sue dichiarazioni sull’immigrazione e sull’islam. Un conto è predicare la carità, un altro teorizzare l’abbattimento delle frontiere e un’immigrazione di massa indiscrimanta. Sia perché danneggerebbe i paesi di provenienza – come ripetono i vescovi africani – sia perché si rivelerebbe devastante per le società di destinazione. Quanto all’islam mi sconcerta un Papa che attacca continuamente la Chiesa cattolica e difende l’islam in tutte le sue espressioni».

Il suo disappunto verso Francesco è nato dopo l’intervista a Scalfari?

«Quella forse è stata la prima volta in cui ha esposto le sue bizzarre teorie. In precedenza l’avevo sostenuto in modo convinto. Mi piaceva la volontà di uscire dal paludamento di certi ambienti vaticani. Francesco aveva anche firmato l’enciclica di Benedetto XVI sulla fede (che poi non ha mai citato). Nell’estate 2013 c’era stata l’iniziativa diplomatica e pastorale che fermò la guerra americana in Siria. A me non fa problema nemmeno l’accento sui poveri. Ma bisogna parlarne come Madre Teresa di Calcutta e non come la Teologia della liberazione. Oltretutto papa Bergoglio non ha mai detto nulla contro la grande finanza che si mangia l’economia reale e condiziona gli stati. La Rerum novarum di Leone XIII e la dottrina sociale della Chiesa erano molto più coraggiosi».

La copia di «Repubblica» con l'intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

La copia di «Repubblica» con l’intervista di Bergoglio a Scalfari, motivo di scandalo

Perché la svolta è stata l’intervista a Scalfari?

«Prima c’è stato il commissariamento dei Frati francescani dell’Immacolata: una decisione assurda. Era un ordine che viveva davvero la povertà evangelica e la preghiera, con tante vocazioni. Solo che non era cattoprogressista… L’intervista a Scalfari conteneva espressioni inaccettabili. Per esempio, dove il Papa sosteneva che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene e di Male».

Scalfari trasformò in intervista un colloquio avvenuto senza registrazioni e senza prendere appunti.

«Il Vaticano non ha mai smentito quelle parole e anzi Bergoglio le ha ripubblicate in un libro a sua firma. Dire che ognuno deve perseguire la propria idea di Bene è relativismo. Anche gli estremisti musulmani perseguono la loro idea di Bene. Il Bene e il Male sono oggettivi. Pure l’espressione “non esiste un Dio cattolico” fu molto infelice. Anch’essa porta in pieno relativismo. E poi se non esiste un Dio cattolico mi chiedo se il Papa lo sia».

Le obiezioni a Bergoglio derivano dal fatto che dialoga con presunti nemici?

«Il problema non è dialogare. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II dialogavano con persone culturalmente molto lontane, ma restavano cattolici e annunciavano la verità».

Non è quello che Bergoglio fa con Scalfari?

«Proprio no. Ha pure sottolineato che lui non vuole convertire nessuno ed è contrario al proselitismo. Infatti, lì è il Papa che è apparso scalfariano».

Addirittura. Ma la fede non si trasmette attraverso la testimonianza?

«Appunto. La testimonianza significa testimoniare la verità, non fare nostra la menzogna della mentalità dominante. Nel vangelo Gesù invia i suoi a insegnare e a battezzare tutte le genti. Con la forza inerme della verità che è scomoda per il potere e può portare al martirio. Gesù è stato crocifisso, non si è limitato a essere buono. Per questo la storia cristiana è una storia di martiri».

Bergoglio è soprattutto un pastore: con l’Anno della misericordia ha voluto aprire agli immigrati, ai divorziati risposati, agli omosessuali.

«Lei mi ripropone quello che si sente ovunque: un fritto misto di banalità che non significano nulla. Che vuol dire “aprire a immigrati, divorziati e omosessuali”. Aprire cosa? La Chiesa da duemila anni è aperta a tutti gli uomini. Le critiche a Bergoglio sono anzitutto sulla fede, sulla dottrina cattolica. Ha gettato la Chiesa in una confusione immensa e l’ha umiliata davanti al mondo. Migliaia di missionari come Madre Teresa hanno portato la luce di Cristo fra i più diseredati ben prima che arrivasse Bergoglio e senza smarrire la fede cattolica».

Non crede ci sia un modo islamico d’intendere il cristianesimo? Come strumento per battaglie civili, come piattaforma dell’Occidente?

«A proposito di piattaforma dell’Occidente sarei molto lieto di un Vaticano che va contro l’agenda Obama. Ma purtroppo…».

Come inquadra l’incontro tra Bergoglio e il patriarca ortodosso di tutte le Russie Kirill a Cuba?

«Un grande evento e un bellissimo documento finale firmato da entrambi. Mi dispiace solo che, una volta risalito sull’aereo, il Papa se lo sia in parte rimangiato».

Il maggior dispiacere in questa vicenda è la divisione nella Chiesa pro e contro Bergoglio: concorda?

«No. Al centro della vita della Chiesa c’è Cristo, non Bergoglio. La tragedia è la perdita della fede cristiana di popoli interi. La Madonna a Fatima mostrò che la tragedia è vedere moltitudini che finiscono all’Inferno per sempre. La tragedia è che ai vertici della Chiesa non se ne curino, la tragedia – come ebbe a dire Paolo VI – è l’invasione di un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa che sta diventando dominante».

Sta dando dell’eretico al Papa?

«Ho solo citato Paolo VI. E voglio ricordare che la missione del Papa è custodire e difendere la vera fede cattolica, il depositum fidei, non stravolgerla. Perché il Papa è servo della verità, non padrone. La verità è un avvenimento accaduto duemila anni fa. Neanche il Papa ha il potere di cambiarla».

Come spiega il fatto che Francesco non s’inginocchi davanti al Santissimo?

«Non so dire, non lo ha mai spiegato».

Un’ultima domanda: come sta sua figlia Caterina?

«Lotta, per tornare piano piano alla sua vita. È per tutti noi una testimone luminosa e commovente del Salvatore».

 

La Verità, 26 ottobre 2016

 

 

Marina Terragni: «L’utero in affitto umilia le donne»

Una femminista contraria all’utero in affitto, proprio in quanto femminista. Marina Terragni, giornalista, saggista e conduttrice radiotelevisiva, ha una lunga militanza dalla parte delle donne e sui temi della maternità. Una militanza suffragata da studi di bioetica e dall’esperienza diretta di amici e amiche che hanno fatto ricorso alla gestazione per altri (Gpa). E, nel tempo, hanno avuto problemi derivati da quella scelta. Disagi irrisolti. Soprattutto per il figlio nato dalla maternità surrogata, ma anche per i genitori, padri e madri, spesso due papà (due casi su dieci, secondo le statistiche). Perché non va dimenticato che, mentre per gli eterosessuali esiste anche l’adozione come opportunità per diventare genitori, per i gay ricorrere all’utero in affitto è considerata l’unica chance. Secondo alcune stime, in Italia un centinaio di bambini nascerebbero ogni anno da utero in affitto. Negli Stati Uniti, invece, secondo l’American Society for Reproductive Medicine, i bambini nati annualmente dalla Gpa sono 2000, con un incremento del 200 per cento annuo. In India le surrogazioni sarebbero 1500 all’anno. «Una pratica che si sta progressivamente diffondendo, grazie alla dittatura dei diritti. Invece», sottolinea Terragni, «mi sono convinta che la surrogacy è la più subdola espressione della cultura del patriarcato. È una forma sottile di strumentalizzazione della donna, un modo per sfruttarne l’attrezzatura gestatoria, congedandola appena terminata la prestazione». Si intitola, infatti, Temporary mother (Vanda epublishing) il pamphlet, documentatissimo, pubblicato nel giugno scorso. Poche dense pagine che la stampa di sinistra e le televisioni, tutte, hanno ignorato.

La copertina di «Temporary mother», il pamphlet di Marina Terragni sulla maternità surrogata

La copertina di «Temporary mother», il pamphlet della Terragni sulla maternità surrogata

Censura?

«Non posso non notare che, mentre il Corriere della Sera, Avvenire e Il Giornale hanno dato spazio a questo lavoro, La Repubblica, L’Espresso, il magazine femminile di Repubblica e Il Manifesto non hanno scritto una riga. Un omissis totale. Solo Radio popolare, l’emittente dove cominciai, ha fatto eccezione offrendo, su mia sollecitazione, lo spazio di Microfono aperto, durante il quale ho ricevuto numerose telefonate di donne che si sono dette rinfrancate e autorizzate a dire quello che pensavano, ma tenevano per loro. In Italia solo Stefano Fassina si è esposto. In Francia, per dire, Libération ha sposato la battaglia».

Come si spiega questo comportamento?

«La critica alla maternità surrogata è inaccettabile da chi è abituato a ragionare solo in termini di diritti, un diritto per ogni capello che abbiamo in testa. Sono rattristata dalla sinistra presentista, persa nel qui e ora perché priva di orizzonte. Se sei contro gli Ogm stai lottando per l’ambiente e la biodiversità, se invece chiedi uno stop alla Gpa sei un conservatore, tendenzialmente omofobico».

Nel dibattito a Strasburgo che pochi giorni fa ha portato alla bocciatura della maternità surrogata, però, si è distinta Eleonora Cimbro, un’eurodeputata del Pd.

«Ammesso che il Pd si possa considerare ancora sinistra, va detto che è parecchio lacerato. Quando proprio la Cimbro ha scritto su Facebook di essere contraria alla maternità surrogata, postando una foto mentre allattava, i compagni di partito hanno cominciato a contestarla e qualcuno ha scritto che quella foto era violenta. Quindi, ho pensato, tutte le maternità della nostra arte pittorica con la Madonna che allatta esposte nei nostri musei, sono immagini violente. Sono le perversioni dell’ideologia».

Nichi Vendola con il figlio Tobia in un momento di relax

Nichi Vendola con il figlio Tobia in un momento di relax

Più che altro sembra esasperazione dell’arbitrio. Perché ne è vittima soprattutto il mondo omosessuale?

«Perché gli eterosessuali sterili, che hanno l’alternativa dell’adozione, non rivendicano la surrogacy come una questione di vita o di morte. Dove l’adozione dei single è vietata, come in Italia, l’utero in affitto è ritenuto, a torto, l’unica possibilità di diventare papà per un omosessuale. La resistenza a queste pratiche viene classificata automaticamente come omofobia. Un’accusa che, per assurdo, hanno sperimentato anche gay appena dubbiosi come Aldo Busi o Domenico Dolce e Stefano Gabbana».

Quindi non tutto il mondo omosessuale è a favore della gestazione per altri.

«Le donne di Arcilesbica sono contrarie. Perché si considerano donne prima che lesbiche. Nelle Famiglie arcobaleno, molto vicine ai gay, la priorità è il loro essere omosessuali, con i diritti che ne conseguono. L’errore da cui tutto nasce è impostare il discorso sulla parità sessuale».

Ma la parità non è sempre stato un traguardo del movimento femminista?

«In fatto di procreazione la parità non esiste, c’è solo al momento del concepimento. Poi inizia la gravidanza. Persino Dio ha avuto bisogno di quella ragazza per compiere il suo disegno».

Decidendo quando e come si dà e si toglie la vita l’uomo si sostituisce a Dio. Da qui deriva la dittatura dei diritti.

«Giocare alla divinità è un libro di June Goodfield, uno studioso britannico, che già negli anni ’70 anticipava questi scenari. Ci creiamo i diritti che vogliamo. Siamo omosessuali, ma vogliamo anche essere genitori e avere bambini. Invece, se vuoi davvero un figlio puoi provare a condividere la genitorialità con una persona per la quale non provi attrazione sessuale. Non esiste un’esistenza senza croce. Ma se il tuo diritto è l’ultima parola vuoi tutto: il piacere sessuale, oggi assoluto e intoccabile, ma anche il figlio come ti pare. Senza rinunciare a nulla. È l’autodeterminazione assoluta. Perciò paghiamo una donna che lo porti in grembo per nove mesi, senza coinvolgersi troppo e sparendo dopo averlo consegnato».

Come se l’utero fosse un organo separato, una protesi impersonale che esclude emozioni e comunicazioni tra la donna e il feto. È la robotizzazione della maternità?

«La non troppo fantascientifica civiltà dei cyborg passa attraverso l’annullamento del ruolo della donna e della madre. La maternità è una prestazione temporanea che ha delle tariffe (tra i 120 e i 150.000 dollari in California e attorno ai 20.000 in India) decise dal mercato in base a varie esigenze. Il tutto disconoscendo completamente sia le conseguenze psicologiche della gestante sia, soprattutto, quelle della creatura».

L'utero in affitto è una protesi strumentale. Siamo alla robotizzazione della amternità

L’utero in affitto è una protesi strumentale. Siamo alla robotizzazione della maternità

In che modo l’arbitrio si serve del mercato?

«Lo vediamo ogni giorno: il capitalismo ha la capacità di riassorbire qualsiasi criticità trasformandola in fonte di profitto. Avviene anche nella procreazione. Mario Caballero, il capo della clinica di Sacramento in California di cui hanno usufruito Nichi Vendola e il suo compagno, ha creato uno staff di psicologhe che affianca le gestanti per aiutarle a non coinvolgersi affettivamente con il feto. Ripetendo continuamente: è solo business, è solo business…».

E se una donna si prestasse per generosità, gratuitamente?

«Ci credo poco. Sappiamo che cosa comporta per una donna una gravidanza? Quali conseguenze ha nel suo corpo e nella sua psiche? Se una donna si offrisse gratuitamente consiglierei al suo medico di base di sorvegliare più attentamente il suo equilibrio mentale».

Come se ne esce?

«L’unica via d’uscita è l’adozione, sulla quale c’è ancora molto da lavorare a livello legislativo, psicologico e assistenziale. Il punto di partenza però è culturale. E riguarda l’idea stessa della persona».

Si spieghi.

«L’antidoto al consumismo è la persona concepita come relazione, dentro una relazione. A differenza di ciò che sostiene la cultura illuminista, solo lo sguardo di un altro ti fa essere. Solo se vivi in relazione con l’altro, trovi dei limiti al tuo arbitrio. L’unità di misura dell’individuo è il due. La relazione materna è il luogo dove questa soggettività raggiunge la massima espressione, madre e figlio sono nello stesso corpo».

 

La Verità, 23 ottobre 2016

 

 

Sgarbi: «Ma l’Europa è vivace e propositiva»

Elisabetta Sgarbi è regista e scrittrice, ma soprattutto editrice. Dopo essere stata per anni direttrice editoriale di Bompiani, a fine 2015, dopo l’annuncio della vendita di Rcs libri ha fondato con altri autori La Nave di Teseo.

Elisabetta Sgarbi ha lasciato Bompiani e fondato La Nave di Teseo

Elisabetta Sgarbi ha lasciato Bompiani e fondato La Nave di Teseo

Elisabetta Sgarbi, che cosa pensa del servizio di acquisti online di Amazon? Perché in questo caso si vedono solo i lati positivi della globalizzazione?

«Ne penso benissimo, sono cliente di Amazon di Ibs e delle librerie tradizionali. Lo sono in veste di autore, editore, lettrice. Proprio per questo conosco bene i punti di forza dell’e-commerce: senza entrare negli aspetti più tecnici, basta pensare alla disponibilità di una piattaforma logistica comune a diversi paesi, e l’accesso a una vetrina virtuale di milioni di clienti. Le librerie online hanno un catalogo infinito e sono aperte 24 ore su 24, le librerie di quartiere hanno un assortimento più personale e forniscono il supporto del libraio, che è una figura insostituibile. Per questo credo fermamente che i due canali non siano alternativi, ma complementari, perché offrono servizi e opportunità diversi, e un buon lettore ha bisogno di entrambi».

Di fronte alla forza dei grandi marchi digitali non sono un po’ anacronistiche le nostre diatribe interne sulle fusioni editoriali?

«Non penso. Sono discussioni mosse da principi importanti, per entrambe le parti».

Perché in Europa non nasce e non si afferma un Bill Gates o un Mark Zuckerberg? Siamo limitati dal punto di vista del talento o della legislazione?

«Abbiamo avuto tanti Gates e Zuckerberg. Pensi ad Alberto Mantovani e a quello che il suo gruppo di ricerca ha fatto».

L’Europa sembra aver culturalmente abdicato. Si può dire che sia in atto una sorta di colonizzazione al contrario?

«Mi sembra una semplificazione. La situazione non è esattamente così, anzi, vedo in Europa i segni di una grande vivacità intellettuale. Non sono io a dirlo, ma citerò due autori pubblicati dalla Nave di Teseo. Nicola Porro, nel suo libro La disuguaglianza fa bene, ricorda il fondamentale contributo dato al pensiero economico dagli studiosi europei: dalla Scuola di Francoforte, agli austriaci, ai ricercatori italiani. L’ex ministro delle finanze greco Yanis Vaorufakis, di cui pubblicheremo il 27 ottobre il nuovo atteso libro, che pure è molto critico nei confronti delle istituzioni europee, è altrettanto fermo nel segnalare i pericoli di inseguire ciecamente le politiche economiche americane, rivalutando un’alternativa europea».

La Verità, 1 ottobre 2016

De Biase: «Non esser stati pionieri ci penalizza»

Luca De Biase è uno dei massimi esperti italiani di nuovi media, insegna allo Iulm e all’Università di Padova e dirige Nòva, l’inserto su innovazione e nuove tecnologie del Sole 24 ore.

Luca De Biase, uno dei massimi esperti di new media italiani

Luca De Biase, uno dei massimi esperti di new media italiani

Tra pochi giorni a Napoli verrà aperto il centro europeo per lo sviluppo delle app di Apple. È giustificata l’enfasi che circonda l’evento?

«Finora di questi centri ce ne sono due nel mondo. Indubbiamente, per Napoli, è una notizia che rincuora. La notizia va valutata nel contesto, perciò è naturale che venga molto enfatizzata. Inoltre credo che farà bene a chi frequenterà quella scuola».

Come si spiega il fatto che tutti i giganti della tecnologia digitale siano americani? C’è un ritardo preciso dell’Europa e a che cosa si deve?

«Le grandi compagnie sono Apple, Google, Amazon, Facebook e Microsoft perché hanno inventato l’industria digitale. Apple e Microsoft esistono da metà degli anni Settanta. Amazon c’è dal ’94. Non sono capitate lì per caso. Con lo smartphone Apple ha spostato l’asse del web dalla rete fissa alla mobile. Gli Americani sono avanti? Sì. Gli Europei sono indietro? Sì. In Cina vincono i cinesi, in Russia i russi, in Corea i coreani, in Europa gli Americani: perché? Primo motivo: gli Europei non fanno protezionismo nei confronti delle piattaforme americane. Secondo motivo: non siamo bravi come gli Americani, sia perché non abbiamo avuto un approccio pionieristico a questo mondo e sia perché quando certe piattaforme iniziano in Europa, come per esempio Skype, poi vengono attratte dal grande capitale americano. Il nostro campione europeo in questo momento è Spotify, importante ma non strategico».

Non sarà che i troppi antitrust finiscano per rendere più complicata l’innovazione e la crescita di marchi europei e italiani capaci di reggere la sfida della globalizzazione?

«Non abbiamo un atteggiamento protezionista delle nostre aziende. Però non è questa la nostra colpa principale, bensì il fatto che non facciamo aziende forti e che le banche non credono in questi business. La fusione fra 3 e Wind è stata condizionata alla cessione di pacchetti di quote. L’antitrust c’è anche in America, e guarderà dentro anche il tentativo di Google di acquisire Twitter. L’invenzione dello spacchettamento è americana. Non è l’antitrust il problema, ma il fatto che noi non siamo stati pionieri in questo campo. A differenza dell’Europa, gli Stati Uniti hanno un sistema finanziario che sostiene quegli affari in modo formidabile».

La Verità, 1 ottobre 2016