Fenomenologia dell’Ajax, matrice di bel calcio

Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all’evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un’inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un’ossessione. C’è già chi vaticina la fine di un’epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare – quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web –  ma di calcio e dell’Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un’appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.

L’evidenza maggiore dell’altra sera è un’abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull’estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall’altra un gioiello tecnico e tattico con un’idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d’attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.

Torna alla mente l’Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l’Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del paese ospitante, fino all’ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens. Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l’Argentina, anch’essa paese ospitante, a togliere all’Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell’italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell’Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E potrebbero esserlo ancora di più prossimamente nell’epilogo della stagione di Champions League. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d’imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l’Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona – a proposito – e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.

Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L’Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c’è stata astuzia nell’Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l’ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un’intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l’editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport.

La Verità, 18 aprile 2019

Viganò, Francesco e la rivoluzione del cuore

L’altra sera, martedì, sono andato alla messa di Comunione e Liberazione a Padova. Quando posso, non sempre, ci vado. Era la prima del nuovo anno, saremo state 300 persone, senza gli studenti universitari. Dopo, insieme con alcuni amici, siamo andati a cena. Siamo sessantenni, ci conosciamo da quando eravamo degli sbarbati e siamo tutti laureati, tre in filosofia, io in scienze politiche, mia moglie in lingue. Uno di noi appartiene ai Memores Domini, l’associazione del movimento i cui membri fanno una scelta di dedizione totale a Cristo, lavorando nel mondo e vivendo in piccole comunità, da laici. Argomento della serata è stato il dossier di Carlo Maria Viganò e come le circostanze documentate dall’ex nunzio apostolico negli Usa – quella di aver troppo a lungo tollerato le azioni dell’arcivescovo Thomas McCarrick e l’operato degli ex segretari di Stato vaticano Angelo Sodano e Tarcisio Bertone – mettano in difficoltà papa Francesco e il suo magistero. C’era chi contestava il modo e i tempi del memoriale di Viganò. E chi osservava che l’obiettivo delle dimissioni di Bergoglio è ingenuo e velleitario: il giornale per il quale scrivi spera che si arrivino ad avere tre papi? La terza obiezione è stata di natura politica: La Verità è stata scelta come terminale di un mondo cattolico ultraconservatore perché fin dalla nascita fa la guerra a Bergoglio.

Personalmente ho ammesso tutto il mio disagio a collaborare a una testata tanto decisa nell’attaccare il vicario di Cristo in terra. Chi è figlio della Chiesa soffre nel vederla così fragile e intrisa di peccato come risulta dai racconti e dalle testimonianze emerse in questi giorni, non ultima quella riportata da Sandro Magister a proposito dell’operato di monsignor Battista Ricca, prelato dell’Istituto Opere Religiose scelto da papa Francesco. È una sofferenza con la quale non si può che convivere senza poterla minimizzare, ancor meno rimuovere. Tuttavia, come giornalista, ho sottolineato il valore dei documenti pubblicati, la precisione delle situazioni evidenziate e la necessità che trovino una replica convincente e persuasiva da parte del vertice della Chiesa. Il fatto che la testimonianza di Viganò possa essere inficiata da interessi o rivalse personali non basta per misconoscere le circostanze della denuncia. Spesso, all’origine di grandi cambiamenti ci sono rivelazioni che partono da motivazioni personalistiche. Inoltre, ormai le testimonianze sono molteplici. Lo stesso papa Francesco ha riconosciuto che sui casi di pedofilia la Chiesa non ha agito in modo adeguato. Nei suoi viaggi in Cile e in Irlanda ha chiesto ripetutamente perdono alle vittime degli abusi perpetrati da religiosi e alti prelati. L’elemento in più emerso dal dossier Viganò e allegati è che la lobby omosessuale ha messo radici profonde nei palazzi vaticani, da dove risulta difficile estirparla. Forse, a ben vedere, questi fatti gettano una luce diversa anche sulle dimissioni di Benedetto XVI, avvenute di fronte a un mondo «soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede», che rende necessario «il vigore sia del corpo, sia dell’animo» (Declaratio, 10 febbraio 2013) dal quale Ratzinger non si sentiva più accompagnato.

Oggi i seminari sono vuoti o quasi, dicevamo a tavola. Nella diocesi di Padova, la stessa che sta superando a fatica lo scandalo delle orge in canonica di don Andrea Contin, risulta ci sia un solo seminarista. Serve una vera rifondazione della Chiesa a tutti i livelli, che valorizzi le esperienze di santità e abnegazione che pure esistono in tante comunità cristiane (come quella nel carcere Due Palazzi, per citare un esempio in zona). Più che continuare a opporre il silenzio delle mura vaticane agli scandali che coinvolgono i suoi chierici, forse varrebbe la pena ammettere che c’è bisogno di un grande movimento di conversione. Di una rivoluzione del cuore che riparta da quella «carezza del Nazareno» citata da Enzo Jannacci in una delle sue ultime interviste e ricordata spesso dal papa Francesco d’inizio pontificato. Solo ricominciando da Cristo, redentore dell’uomo, la Chiesa potrà dare al mondo contemporaneo ciò di cui ha più bisogno.

Salutandoci, a fine cena, ricordavamo quando, mentre negli anni Settanta l’Autonomia operaia voleva fare la rivoluzione armata, un gruppo di 300 universitari, ai quali con la violenza veniva impedito di parlare, si ritrovava alla messa del martedì. Eravamo noi, i veri rivoluzionari: del cuore.

La Verità, 6 settembre 2018

Grande Marco, continua a giocare sulla tua nuvola

Chissà. Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten. Probabilmente è presto per dirlo, ci vogliono altri test, le prove sulle superfici veloci, l’erba di Wimbledon, il cemento degli Us Open… Tutto vero; nel tennis è così, le favole si accendono e spengono nel volgere di due tornei. Però non si battono in sequenza Pablo Carreno Busta, David Goffin e Novak Djokovic se non si è qualcuno. Destinati a diventare qualcuno. L’immagine giusta l’ha usata Diego Nargiso su Eurosport: «Marco sta in un mondo suo, sta giocando su una nuvola, come dentro un sogno». È così. E anch’io, in qualche modo lo sono, perché non ho ancora identificato il soggetto: Marco Cecchinato, 25 anni, palermitano, allenato da Simone Vagnozzi, giunto alla semifinale del Roland Garros dopo questa imprevedibile serie di successi sulle barricate. Prima del torneo di Parigi era infatti numero 72 dell’Atp e già all’esordio aveva rischiato di uscire, spuntandola solo al quinto set (10-8) sul rumeno Marius Copil. Dunque, dopo averlo visto superare Carreno Busta (numero 11) e Goffin (ottava testa di serie del torneo), eccolo alla prova di Nole, ex numero 1 del mondo che si sta finalmente ritrovando dopo un misterioso, e in parte non risolto, periodo di appannamento.

Djokovic è uno dei miei preferiti, forse il preferito, lo vedo come un Borg 2.0, ne ammiro la tenuta mentale, il non essere mai morto, i recuperi acrobatici, il gioco in difesa e, molto, l’autoironia. Sapete com’è: troppo facile e scontato tenere per Roger Federer, chi non ne vede l’eleganza, il gesto superiore, l’incanto? Lui è il tennis. Dunque, sono contento del ritorno di Nole a livelli competitivi, anche se non ancora ai vertici assoluti. Match imperdibile ma, impegnato in altre faccende, finalmente mi sintonizzo su Eurosport (grazie Sky Go!) quando Cecchinato è sorprendentemente avanti un set. Guardo meglio: 6-3. Nargiso e Gianni Ocleppo stanno dicendo che Ceck sta riuscendo a imporre il suo gioco. Djokovic chiede l’intervento del fisioterapista e risale da 0-2 a 3-2. Si arriva al tie break con Nole che sembra aver ritrovato vigore e mobilità, diciamo all’80%, ma Cecchinato mantiene percentuali elevate di prime, alterna palle corte sia di rovescio che di dritto, e usa come una fionda il rovescio lungolinea che sorprende Djokovic dopo lunghi scambi sulla diagonale di sinistra. Mentre generalmente se ne loda il dritto, il rovescio a una mano di Marco è una bella realtà del tennis italiano. Piuttosto profondo, raramente difensivo o in beck, non subisce quello a due mani di Nole, e anche l’altro giorno non pativa troppo quello di Goffin.

Nel tie break Cecchinato infila una serie di vincenti e porta a casa anche il secondo set. Il calo di concentrazione nel terzo è inevitabile. Scende il livello complessivo del gioco e Nole lo incamera rapidamente con un 6-1. Il quarto set inizia dal warning inflitto a Cecchinato perché Vagnozzi gli ha portato un paio di scarpe negli spogliatoi. Non si può. Cecchinato è nervoso, va sotto 0-3 e io ne approfitto per uscire e sbrigare un paio di commissioni. Tanto, mi dico, faccio in tempo a tornare per godermi il quinto set, e speriamo non finisca come quello tra Fabio Fognini e Marin Cilic del giorno prima. Quando mi sintonizzo nuovamente, lo score dà 5-5. Anche stavolta guardo meglio, altro che quinto set… Serve Nole e «si salva», dicono i cronisti di Eurosport, portandosi sul 6-5. Cecchinato pareggia e si va al tie break. Uno dei più altalenanti e spettacolari degli ultimi anni, da montagne russe dell’emozione, finito 13-11 per The Cekinator (il suo nuovo nickname) in un’alternanza di set point e match point fatti di smorzate, lob, schiaffi al volo e passanti lungolinea. Come quello, imprendibile, con il quale ha superato Djoko proiettato a rete, chiudendo game, set e match. Alla fine, arriva anche il tweet gioioso e giocoso di Fiorello, uno che segue sempre le imprese degli atleti italiani.

Domani tocca a Dominic Thiem, uno che tira catenate sia di dritto che di rovescio. Vedremo… Intanto, proveremo a sapere di più di questo ragazzo di Palermo con un cognome veneto, rinato dopo una strana storia di scommesse, che qualche settimana fa ha vinto il torneo di Budapest battendo Andreas Seppi in semifinale, e superato Fabio Fognini al primo turno di Monaco la settimana successiva.

Forse abbiamo trovato il giocatore da top ten che ha preso una buona parte del talento di Fabio e un altro bel pezzo della testa e della solidità di Andreas.

Aspettiamo, tocchiamo ferro. «Spero che tutta l’Italia sia felice di questo risultato», ha detto lui a match concluso. Lo siamo. Ma tu continua a giocare su quella nuvola.

Libro dei sogni possibili per il Milan 2018/19

Qualche nota a chiusura di stagione del Milan e qualche suggerimento (non richiesto) per la campagna acquisti (e vendite).

Non è corretto farsi troppo determinare dalla partita finale, con una Fiorentina già in vacanza e penalizzata da molte defezioni. Tuttavia, i cinque gol realizzati, e di più avrebbero potuto essere, devono far riflettere sulla possibilità di schierare, almeno con le squadre piccole o medie, le due punte dall’inizio. Troppe ali e trequartisti rischiano di rallentare la manovra, soprattutto se non si gioca in contropiede.

Morale della storia: il settore su cui lavorare maggiormente è da centrocampo in su. Per aumentare il potenziale offensivo, creando schemi che portino al gol non solo con il tiro da fuori o i cross, come accaduto in questa stagione, ma con triangolazioni e assist anche nella zona centrale del campo.

Questa lunga premessa per dire che il Milan ha bisogno prima di tutto di due punte nuove e di due centrocampisti. Con le due punte si può passare al 4-3-1-2 (con Calhanoglu nel ruolo di trequartista e Bonaventura a sostegno, qualora restasse). In alternativa, si può rimanere al 4-3-3, ma con un centravanti diverso, che non sia costretto a giocare spalle alla porta e abbia anche il colpo di testa.

Dando per scontati la cessione di Donnarumma e l’arrivo di Reina e Strinic, ecco i nomi, provando a restare nell’ambito dei sogni possibili e privilegiando giocatori italiani (o che già conoscono il nostro campionato).

Acquisti.

Centravanti: Milik o Cavani (magari!)

Seconda punta: Politano o Di Maria (magari bis!)

Ali e trequartisti: Chiesa (al posto di Suso) o Verdi (vice Calhanoglu).

Centrocampisti: Baselli o Vidal (o entrambi se Bonaventura lascia)

Cessioni.

Difensori: Antonelli, Gomez, Abate.

Centrocampisti: Josè Mauri, Bertolacci.

Attaccanti: Kalinic, Andrè Silva, Suso.

Le differenze non solo tecniche tra Juve e Milan

Poche, schematiche, considerazioni su Juventus-Milan finale di Coppa Italia, partita di non svolta della stagione rossonera.

Alcune differenze tecniche, qualcuna evidente qualcun’altra meno, e un paio di considerazioni finali.

Le parate di Gianluigi Buffon sui tiri di Cutrone e Suso e quelle di Gianluigi Donnarumma sul tiro di Douglas Costa e sul colpo di testa che ha portato al terzo gol.

I corner battuti da Pjanic sul dischetto del rigore e quelli battuti da Suso in zona morta, tre metri prima del primo palo.

I cambi della panchina: nella Juve Higuain per Dybala, nel Milan Kalinic per Cutrone (che non aveva sfigurato).

La persistente povertà di schemi offensivi del Milan, sempre in balia dell’estro altalenante di Suso, se si esclude il tiro da fuori area.

Certamente è anche una questione di maturità e di esperienza che manca alla squadra di Gattuso (lui compreso). Ma, in parte, è anche una questione tecnica.

Se, per la maturazione, basteranno quattro innesti lo capiremo dalle sfide da brividi con Atalanta e Fiorentina. Politano sarebbe una buona idea per cominciare (se qualcuno a caso non si metterà di traverso), poi un centravanti da 20 gol e due centrocampisti di qualità e quantità.

Infine, converrebbe blindare qualche elemento, tipo Jack Bonaventura, assistito dall’ineffabile Mino Raiola e corteggiato dalla medesima Juventus. Considerando la rosa bianconera tra centrocampisti, trequartisti e ali, alla corte di Allegri il buon Jack una decina di partite l’anno riuscirebbe a giocarle. Forse.

Perché il Milan sgobba molto ma segna poco

Stanchezza per la lunga rincorsa. Panchina corta. Rilassamento di alcuni giocatori, soprattutto le punte. Voci di mercato e incertezza sul futuro con l’avvicinarsi del finale di stagione. Sono alcuni dei tanti motivi individuati nel calo del Milan delle ultime settimane. Io vorrei segnalare un’altra lacuna, piuttosto determinante e su cui ho letto poche riflessioni: la sterilità offensiva. Una sterilità evidente di una squadra che, questo è l’apparente paradosso, sviluppa una notevole mole di gioco. Perché?

Provo ad andare oltre l’apparenza. Nelle ultime cinque partite il Milan di Gattuso ha realizzato tre gol: Bonucci su calcio d’angolo alla Juve, Kalinic in girata a centro area al Sassuolo, Bonaventura da fuori con il Torino. Zero reti con Napoli e Benevento. Il Milan gioca prevalentemente sulle fasce, spedendo pedissequamente cross in area che partono da Calabria o Rodriguez, oppure con il dribbling all’interno, o anche sul destro, di Suso. Il fatto è che non abbiamo questi grandi colpitori di testa. Per dire: domenica scorsa a Quelli che il calcio c’era ospite uno che si chiamava Mark Hateley e tutti ricordiamo un suo gol in un derby, sovrastando Fulvio Collovati.

I cross sono uno schema abbastanza aleatorio, speri che la prenda uno dei tuoi, circondato dai difensori. Ma se invece di Andry Shevchenko o Oliver Bierhoff hai Kalinic, a cui la palla sbatte addosso, non vai lontano. Solo Bonaventura, non certo uno specialista anche per questioni di statura, ha fatto un paio di gol di testa. Eppure noi giochiamo quasi solo sulle fasce, con Suso-Calabria e Bonaventura-Rodriguez. Se non c’è Calhanoglu, ancora di più. Qualche gol è arrivato con tiri da fuori, sempre Bonaventura, Suso e lo stesso Calhanoglu.

Mai che un milanista arrivi davanti alla porta, dopo un triangolo, un’azione in velocità, in seguito a un assist (tipo Iemmello del Benevento, per capirci) per una stoccata facile. C’è anche un certo egoismo, forse dettato da frenesia, quando un attaccante arriva in zona tiro si mette in proprio senza appoggiare al compagno, magari in posizione più felice.

Il Milan fa possesso palla, tira molto in porta, scaraventa in area tanti palloni, eppure segna poco. Anche le goleade con le squadre di bassa classifica scarseggiano. Voglio dire, per chiudere: c’è povertà di schemi offensivi, poche alternative al cross e al dribbling e tiro di Suso, pochi assist, pochi attacchi centrali che non siano il tiro da fuori. Difficile fare tanti gol in questo modo. Forse il ricorso al trequartista è inevitabile.

«Sì, l’Italia è tutto un festival», direbbe Arbore

C’è quello della Mente, ma anche quello del Buon vivere e quello delle Religioni. Quello dell’Economia e quello della Matematica. C’è quello dell’Innovazione e quello del Vintage. Quello della Letteratura, della Poesia, della Comunicazione, della Spiritualità, della Tv e dei nuovi media. Quello Biblico, della Filosofia, della Psicologia e delle Resistenze. Persino quello delle Mongolfiere. Quello del Medioevo, della Fantascienza e dei Documentari. C’è Pordenonelegge, la Fiera delle parole, Il Tempo delle donne in cui si parla addirittura di uomini. Ci sono la Versiliana e la Milanesiana. Poi non mancano quelli dei giornali, delle riviste, del web e di canali tv come Sky Arte. Da Trento a Napoli, da Gubbio a Torino, l’Italietta è un unico, ininterrotto e itinerante festival di festival. Una microeconomia non più tanto micro, sulla quale non ci sono ancora dati ufficiali (e speriamo che qualcuno si accinga a produrli). Sempre di più, sempre nuovi, sempre più mirati e di nicchia. Il Belpaese è teatro ideale: le città di provincia, i borghi, la montagna, le contrade. Il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii, elenca gli ingredienti del fenomeno: «I festival sono un efficace strumento di marketing territoriale. Non a caso enti locali e amministrazioni varie concedono facilmente patrocini e sponsorizzazioni. Promuovono il brand di una città, rappresentano una chance significativa per centri medi e piccoli. Quanti sentirebbero parlare di Sarzana se non per il Festival della Mente?». Concorda Ferdinando Camon, lo scrittore padovano tradotto in tutto il mondo: «La presenza di un festival dà prestigio alla città che lo promuove».

Ferdinando Camon, favorevole ai festival perché contrastano la crisi dell'editoria

Ferdinando Camon, favorevole ai festival perché contrastano la crisi dell’editoria

Si moltiplicano manifestazioni, convegni, reading, esibizioni, dibattiti, installazioni, lectio, performance. Certi eventi sono addirittura doppi e magari non troppo lontani nel calendario. Come la Mostra del cinema di Venezia e la Festa del film di Roma, il doppione più famoso. Ma non l’unico. La primavera e l’autunno, settembre e ottobre soprattutto, sono congestionati di kermesse. Ci sono settimane in cui se ne accavallano quattro o cinque uno sull’altro. Non fa più caldo e non fa ancora freddo. La gente è rigenerata dalle vacanze e vuole spingere lontano la routine. Niente di meglio che andare ad ascoltare qualche guru, vero o presunto. C’è un popolo di lettori e ascoltatori che va, partecipa, compra libri e fa la fila per la dedica dell’autore. E c’è un popolo d’intellettuali che salta su un treno o un aereo per andare a tenere lezioni, incantare platee. Scrittori, giornalisti, autori, sociologi, scienziati, psicanalisti, filosofi, artisti, volti televisivi, attori, critici di varie materie, creativi, architetti, writer: migrano da una città all’altra a rimborso spese, viaggio e hotel pagati. Di solito niente gettoni, la gratificazione viene dal pubblico plaudente, dalle copie vendute e firmate, dalla visibilità sui media locali. Carlo Freccero è in cartellone al Festival del Vintage di Padova. A che ora arrivi? «Alle sei del pomeriggio. Sono partito stamattina da Camogli. Devo parlare alle otto… Non so neanche di che cosa». Se l’è cavata, come al solito. Se confronti i programmi degli eventi mainstream puoi trovare gli stessi nomi qui e là, ubiqui.

Il libro di Alessandro Piperno (Il manifesto del libero lettore, Mondadori) è uscito il 31 agosto: «C’è il tour per promuoverlo, prima Mantova, poi Camogli, poi Milano… Non vedo l’ora di sparire di nuovo e concentrarmi sulla scrittura». Più di tutti, scrittori e tuttologi sono i forzati dei festival. Paolo Cognetti, che con Le otto montagne (Einaudi) ha vinto l’ultimo Premio Strega, vive da anni in un borgo di poche case sul Monte Rosa. Ma intervistarlo al Festival di Mantova, dove ha parlato davanti a centinaia di persone, è stato impossibile: «Non sono padrone del mio tempo. Mi hanno fissato una serie di appuntamenti prima e dopo, dobbiamo rinviare». Il bello è che anche il solitario Cognetti al paesello si è inventato un piccolo festival della montagna.

Ogni città individua e penetra un mercato, mobilita un segmento di pubblico e consumatori. «Siamo di fronte a un nuovo meccanismo di riconoscimento identitario», osserva Valerii. «Orfani delle rappresentanze tradizionali, le ideologie e i partiti, ci stiamo ritrovando attorno a stili di vita, passioni e interessi magari meno totalizzanti, ma altrettanto aggreganti. Nei festival rinasce una dimensione collettiva. Un senso di comunità non settario come nei decenni passati. Così, alle manifestazioni storiche come la Mostra del cinema, negli anni se ne sono aggiunte a decine. E chiunque, lo scrittore dilettante, l’appassionato di fantascienza, l’aspirante alpinista, può trovare la propria casa. Il fenomeno delle community del web si riproduce sul territorio attraverso queste manifestazioni».

Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis

Massimiliano Valerii, dg del Censis: «I festival favoriscono meccanismi identitari»

Che adesso rischiano di essere persino troppe, cresciute in modo caotico e non immuni da polemiche politiche. A Padova, dopo la parentesi di «Babele», sponsorizzata dalla giunta leghista e diretta da Vittorio Sgarbi, con la nuova amministrazione sta per tornare la Fiera delle parole, titolo non felicissimo considerati i tempi, ideata dall’amministrazione di sinistra. A prescindere dagli schieramenti, però «i festival funzionano: la partecipazione del pubblico è un dato evidente», sottolinea Valerii. Ancora non esistono dati sull’affluenza se non per singole manifestazioni (quest’anno a Mantova 122.000 partecipanti) e sull’indotto economico, sull’industria del turismo, dell’editoria e della comunicazione. «Sono favorevole ai festival perché vanno contro la crisi», riprende Camon, «quella generale e quella specifica dell’editoria. Si vendono troppo pochi libri. L’e-book è stata un’illusione, un fallimento. Alle presentazioni partecipano poche persone. Allora si organizza una manifestazione che dura una settimana, creando un effetto trascinamento. Se si rilancerà la lettura sarà solo su carta e anche grazie a questi eventi».

Non tutto brilla però. Oltre alle strumentalizzazioni politiche, certi cartelloni improntati al politicamente corretto sono infarciti di relatori che già traboccano in tv e nei talk show. Il coraggio e l’originalità difettano. E per andare sul sicuro ci si accontenta dei soliti noti. Infine, è in agguato il rischio di un certo autocompiacimento, di sentirsi degli eletti, moderni, aggiornati, acculturati. «È il rischio di tutte le community, comprese quelle della Rete», conclude Valerii. «È l’effetto tribù: ci siamo noi e gli altri. Però, mettendo tutto sulla bilancia, vale la pena correrlo».

La Verità, 23 settembre 2017 

Inter e Milan, l’anima la danno gli italiani

Tutti al capezzale delle milanesi. Alla ricerca dell’anima perduta. Dov’è finita? Dove si compra? Forse nello stesso posto dove si comprava l’amalgama ai tempi del Catania di Massimino? I cinesi conoscono la parola? Il dibattito è acceso nei bar sport e nelle cattedre di tattica calcistica. Inter e Milan si sono dissolte alle ultime curve prima del rettilineo con vista sulle coppe europee. I nerazzurri, due punti nelle ultime sette partite. I rossoneri, due nelle ultime quattro. A San Siro maramaldeggiano tutti. Roma, Sampdoria, Napoli, Empoli, citando in ordine sparso. Per entrambi, uno di quei punti è arrivato dal pareggio nel malinconico derby della mediocrità.

Questa è la situazione. Ogni settimana si dà fondo alle analisi e anche i commentatori più sofisticati e scafati ormai gettano la spugna. Perché la crisi viene da lontano, non è carenza di risultati delle ultime domeniche. Le squadre milanesi non sono competitive secondo storia e blasone da illo tempore. Senza addentrarsi nelle traversie societarie con l’avvento dei cinesi, guardiamo la faccenda al presente che le accomuna con solo una minima differenza: qualcuno sottolinea che la famosa anima manca a entrambe le squadre, qualcun altro osserva che il Diavolo, almeno un briciolo d’orgoglio ce l’ha. Roba minima. E del resto, non basta passare da un allenatore o da un modulo a un altro per risolvere il problema. Esaurita la novità si precipita di nuovo nello sconforto. Come dimostra il triplo cambio in panchina all’Inter. Cercasi anima, dunque.

L’anima di una squadra la danno i leader. Questione di maglia e di appartenenza. Questione d’identità. E i leader possibilmente, se non inevitabilmente, devono essere italiani. La Juventus ha Gianluigi Buffon (leader anche nell’advertising, con le sue quattro campagne contemporanee) e Leonardo Bonucci, riabilitato dopo la clamorosa esclusione in Champions contro il Porto, seguita al diverbio con Massimiliano Allegri. Come ha notato Arrigo Sacchi, l’allenatore ha ristabilito le gerarchie e si è ripartiti, votati e vocati alla vittoria. La Roma ha in Daniele De Rossi e Francesco Totti i suoi capitani riconosciuti. E se qualche alto e basso l’ha resa meno vincente è proprio per la difficoltà a metabolizzare il fine carriera della sua storica bandiera. Andando indietro, tutte le squadre che hanno creato un ciclo avevano punti di riferimento in campo e nello spogliatoio. Il Milan di Sacchi e Fabio Capello aveva Franco Baresi e Alessandro Costacurta. Quello di Carlo Ancelotti ha avuto Paolo Maldini e Rino Gattuso. L’Inter del triplete aveva Marco Materazzi, Javier Zanetti e Zlatan Ibrahimovic.

Con intelligenza e ironia, in questi mesi Vincenzo Montella era riuscito a tenere i giocatori al riparo dall’incertezza derivata dalle vicende societarie. C’è chi sostiene che, firmato il closing, la squadra si sia sciolta perché gran parte dei giocatori si sono sentiti meno sicuri di essere confermati dalla nuova proprietà. È una lettura plausibile. Io ne aggiungo un’altra. Molti di quei giocatori sono in prestito o hanno contratti prossimi alla scadenza. E questa situazione c’era anche prima del closing. Il Milan d’inizio anno si era distinto per il progetto dei giovani italiani (Donnarumma, De Sciglio, Locatelli, Romagnoli, Bonaventura, Calabria) suggerito da Silvio Berlusconi. Quasi tutti ragazzi del vivaio, attaccati alla maglia, che avevano in Ignazio Abate un fratello maggiore. E ai quali basterebbe aggiungere pochi campioni per fare il salto di qualità. Dopo l’infortunio di Giacomo Bonaventura, uno che l’anima l’ha sempre data, si è aggiunto quello di Abate. Da quel momento il Diavolo ha iniziato a perdere gli artigli. Non a caso Montella dice spesso che un altro giocatore come Abate in rosa non c’è. Questione di leader. Di giocatori italiani attaccati ai colori. Vista da qui, la situazione dell’Inter, una babele multietnica di lingue e provenienze, è specularmente decodificabile.

Viaggio nell’isola dove la messa è finita

«Se ne vada. La diffido da scattarmi anche una sola fotografia. Non vede che sta intralciando il mio lavoro. Se ne vada o chiamo i carabinieri». Don Mario Sgorlon è esasperato dal clamore sulla storia della messa «su prenotazione» di cui hanno parlato i media nei giorni scorsi. Una storia che avrebbe incuriosito Thomas Stearns Eliot: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?», scrisse nei Cori da «La Rocca» il drammaturgo americano Premio Nobel per la letteratura nel 1948 centrando la questione del secolo.

L’isola di Vignole dista da Venezia 18 minuti di vaporetto. Ma ne passa uno ogni ora e arrivarci è un mezzo viaggio. Anche perché, una volta a destinazione, la sorpresa è doppia. Intanto, perché si scopre che il famoso cartello davanti alla chiesa che annunciava la celebrazione della messa a gentile richiesta non c’è. E poi perché il prete non abita qui. La cappella di Santa Maria Assunta e Santa Eurosia, dove si arriva percorrendo un sentiero, è una chiesetta edificata attorno al 1500, contenente un dipinto dell’Assunzione della Vergine che motiva qualche visita. Per effettuare la quale, bisogna telefonare a un numero fisso, come avverte una targa metallica affissa sul portale. La stessa targa annuncia che la messa domenicale si celebra alle 9.20. Compongo il numero, ma don Sgorlon è un muro. «Basta, non voglio più parlare con giornalisti. Sono stufo». Non riesco nemmeno a dirgli che sono sul posto. Ben disposto. Troppo casino su quel cartello che, nelle intenzioni, voleva solo correggere l’orario della targa. E che, in realtà, è diventato l’annuncio che La messa è finita. Perché suonava troppo male: «La messa è sospesa per mancanza di fedeli. Don Mario è disponibile su richiesta». Sembrava un atto d’accusa alla comunità. L’espressione di un prete offeso: se volete la messa, chiamatemi.

Il cartello affisso sul portale della chiesa che ha creato il caso

Il cartello affisso sul portale della chiesa che ha creato il caso

Ma se il cartello di don Mario suonava male, anche tutta la vicenda è stata raccontata male. Parlando con le persone dell’isola capisco che sono in quella sbagliata e il parroco abita a Sant’Erasmo, altri venti minuti di vaporetto, al prossimo giro. La chiesa dove celebra tutti i giorni è lì. Insomma, altra isola, altra chiesa, altra storia. Qui ci veniva, ci viene, per non far mancare il rito domenicale. Ma poi i fedeli hanno cominciato a ridursi: «Per evitare di restare da solo sull’altare ho messo l’avviso», ha provato a giustificarsi parlando con i giornali.

«Macché ruggine col parroco», borbotta una signora sulla settantina. «I miei figli vanno a fare le pulizie nella chiesa. È successo che una delle donne che andavano di più a messa è rimasta in sedia a rotelle per un infortunio. Così, adesso ci mettiamo d’accordo: quando la vogliamo chiamiamo don Mario», chiude affrettandosi verso la bicicletta. Sarà: basta l’incidente di una donna e non si celebra più la domenica cristiana?

I dubbi sulla «messa on demand» restano. E non li fuga nemmeno Roberto Succoli, un signore sulla cinquantina che abita vicino all’imbarcadero. Il suo argomento è logistico: «È come se questa fosse la chiesa di un paesino di montagna. Per andare a messa ci si deve inerpicare. Magari d’inverno, soprattutto se si è anziani, si fa fatica ad andarci. Sono laico, laicissimo, e non frequento. Mia moglie invece sì. Però non butto la croce addosso al parroco. I fedeli praticanti si avvisano telefonicamente se la messa viene celebrata o no. Del resto, se uno vuole può andare a Murano, 9 minuti di vaporetto. In città, per esempio, chi non ha la chiesa sotto casa, cioè quasi tutti, prende l’auto e si sposta…». Già. Potrebbe essere solo una questione di distanze e di mezzi di trasporto, magari più complessi in laguna. Ma c’è quel cartello che denunciava la «mancanza di fedeli».

Se la sparuta popolazione di Vignole è composta in buona parte di anziani e contadini, ci si potrebbe aspettare una partecipazione più vivace. Invece, l’eclissi del sacro va oltre la civiltà industriale e contagia pure quella contadina-lagunare. E non si ferma nemmeno davanti alle persone di una certa età che sentono avvicinarsi l’ora del destino. La banalità della secolarizzazione si traveste di pigrizia e s’insinua anche in questo lembo di laguna, appartato e silenzioso, dove il progresso e la tecnologia lasciano il campo alla pace e alla tranquillità. Uno specchio di mare più in là, i Frati minori hanno eletto San Francesco del Deserto come posto dell’anima. A Sant’Erasmo, invece, l’attività principale è la produzione dei prelibati carciofi color viola. Ma non si sente il bisogno dell’amaro che ne deriva per contrastare «il logorio della vita moderna». Le poche strade sono percorse da minuscoli Apecar o da scooter guidati da donne e ragazzi serenamente sprovvisti di casco. «Don Mario era qui poco fa», ammette una donna che sta passando con la lucidatrice il pavimento della chiesa. «Provi in canonica».

Don Mario Sgorlon, parroco di Sant'Erasmo e dell'isola dii Vignole

Don Mario Sgorlon, parroco di Sant’Erasmo e dell’isola dii Vignole

Eccoci finalmente, di persona don Mario non può sottrarsi. «È parente dello scrittore Carlo Sgorlon?», la prendo alla larga, provando a metterlo a suo agio. «No, lui era friulano, io sono di San Donà di Piave. Sono parroco qui da 19 anni». «Abbiamo la stessa età e siamo veneti», insisto. Ma alla richiesta di cinque minuti di dialogo, me ne concede tre: «Stanno arrivando i bambini per il catechismo. Comunque, guardi, su questa storia è stato montato un gran polverone. Il cartello è stato affisso quest’inverno, col freddo. La gente faticava a venire. Io ho già le liturgie qui. L’abbiamo appeso d’accordo con i fedeli di Vignole. Quando vogliono la messa, mi chiamano e io vado». Avrei voluto chiedergli se questa tiepidezza di fede lo amareggia. O piuttosto lo fa riflettere. E che cosa pensa della secolarizzazione che ha contagiato anche le campagne della laguna. Ma «i tre minuti sono scaduti». Esco, nell’attesa di veder arrivare i bambini del catechismo. Non vedendoli, dopo un po’ rientro, per scattare una foto col cellulare…

«È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?».

Non si va in pace.

La Verità, 22 aprile 2017

«Dopo lo choc la Chiesa riparte dal carcere»

Il clangore del cancello echeggia nel lungo corridoio con dipinti alle pareti. Non sembra una galera. I secondini confabulano e ridono tra loro. All’ingresso hai già depositato cellulare, portafogli e chiavi, ma adesso c’è da superare un altro metal detector. «Qui o è ferro o è cemento o è carne», scandisce il cappellano don Marco Pozza, 38 anni, nativo dell’Altopiano di Asiago. Il Due Palazzi di Padova è una casa di reclusione di massima sicurezza. Vi scontano pene definitive ergastolani ostativi (che non possono ottenere riduzioni di pena), detenuti per reati sessuali (pedofili), criminali comuni. Don Marco ci viene dal 17 settembre 2011. I detenuti sono i suoi parrocchiani. Tra sabato sera e domenica mattina celebra cinque messe perché sono vietati i contatti tra reclusi di regimi carcerari diversi. Arrivati nella cappella incontriamo Ciro Ferrara, 57 anni, ergastolano, entrato in carcere «nell’83 o ’84, non me lo ricordo nemmeno, avevo la terza elementare». Ora è laureato in filosofia, tesi sul tempo in Sant’Agostino, e si è iscritto alla magistrale.

In questi mesi la Chiesa padovana è stata attraversata dagli scandali del sesso in canonica. Una storia di orge e sfruttamento della prostituzione durata anni. Che ha portato alla sospensione a divinis di don Andrea Contin, parroco sulla cinquantina dalla doppia vita, e ha coinvolto qualche altro prete, coetaneo di don Marco. Ne hanno parlato i giornali e le televisioni di mezzo mondo. In una lettera alla comunità cristiana, qualche settimana fa il vescovo, monsignor Claudio Cipolla, ha scritto: «Questi fatti gettano un’ombra tenebrosa soprattutto sulla nostra Chiesa: forse è per questo che mi vergogno e vorrei chiedere io stesso perdono per quelli che, nostri amici, hanno attentato alla credibilità del nostro predicare». Don Marco: «Ringrazio il mio vescovo per aver usato la parola vergogna. Solo chi è capace di vergognarsi può davvero capire cos’è la misericordia di Dio». Scrittore di successo, l’ultimo libro s’intitola Iradiddio (edizioni San Paolo) e completa una trilogia che comprende L’imbarazzo di Dio e L’agguato di Dio, e collaboratore di quotidiani e riviste con menzione speciale al Premio internazionale «Biagio Agnes», don Marco impegna molti pomeriggi per incontrare i giovani nei teatri e nei palazzetti. Dulcis in fundo, è sportivo, un maratoneta tosto: «Dormo poco. Sei mesi all’anno, quando mi alzo vado a correre un paio d’ore. Poi mi piace arrivare qui quando tutto è avvolto nel silenzio. Mentre il carcere ancora dorme, prego. E sento le celle che si aprono, qualcuno che si stiracchia, chi esce a fumarsi una sigaretta…».

Come sono le canoniche delle orge viste dalla cappella del carcere?

«Sono un’occasione di crescita. Se questi fatti fossero stati scoperti d’estate sarebbe stato diverso. Invece, è successo sotto Natale. Dopo il contraccolpo per lo scandalo, ci ho visto un invito a tenere i piedi per terra. Dio è nato in una concretezza ferita, umiliata e, in un certo senso, triste. Nel Natale dei vangeli c’è il rifiuto a ospitare Gesù, c’è la nascita in una stalla».

Don Marco Pozza con il vescovo Claudio Cipolla in carcere

Don Pozza con il vescovo Cipolla in carcere

I suoi parrocchiani come l’hanno presa?

«Qui non abbiamo mai emesso giudizi sui sacerdoti coinvolti. Se Dio non si vergogna di confondersi con le nostre miserie, perché dovremmo farlo noi? Non mi fa paura lo sbaglio, ma lo sbaglio che diventa sistema. I detenuti lo sanno bene. Abbiamo provato un senso di compassione per chi ha trasformato lo sbaglio in stile di vita. E per coloro che, come il vescovo, i preti e le famiglie, sono stati coinvolti dalla sofferenza provocata da questo immondezzaio».

Come può reagire la Chiesa di fronte a uno scandalo così?

«Niente sarà più come prima. La Chiesa non può che uscirne cambiata, diversa. Il 18 febbraio scorso il vescovo, don Claudio, è venuto in visita al carcere insieme a una ventina di preti: siamo tutti un misto di miseria e grandezza. È stato un gesto per dire che la Chiesa riparte da qui. Il carcere è il luogo del peccato e della redenzione».

Perché è importante ricominciare da qui?

«Perché si riparte dalla periferia più estrema. Penso che non ci sia un posto più radicale di questo: non ce n’è un altro in cui l’uomo viene messo di fronte in modo così radicale alla scelta di appartenere al bene o al male».

Di recente Alberto Savi, banda della Uno bianca che sta scontando qui la sua pena, è uscito per la prima volta in permesso…

«Un permesso di 12 ore, senza nessun clamore. Ci sono delle vittime. Quanto più in passato si è fatto del male, tanto più colpisce il cambiamento. Papa Francesco dice che “più il peccatore è grande, più Dio freme per incontrarlo”. Oltre che nella resurrezione dei morti, credo nella resurrezione dei vivi».

Che cosa significa fare il prete qui?

«Significa che i detenuti non sono il reato che commettono. Sono persone. Non esiste il killer, esiste l’uomo che ha commesso omicidio. Non esiste il prete puttaniere, esiste il prete che ha commesso bassezze. A chi mi chiede perché vado a perdere tempo in carcere rispondo che ci vengo perché mi migliora come uomo. Pensavo di essere a posto e mi annoiavo; venire qui mi fa rendere don Marco simpatico a me stesso. Madre Teresa diceva: “Il bene lo faccio prima di tutto a me stessa; e se sto bene io, forse posso aiutare a star bene anche gli altri”».

Che cosa le ha scritto il Papa?

«Ha scritto ai detenuti, non a me. A margine di un convegno contro la tortura e per l’abolizione dell’ergastolo ci ha invitato a Santa Marta. E ci ha esortato ad aiutare il mondo e le autorità ad aiutare a ridare speranza alle persone che hanno sbagliato».

Come e quando ha deciso di diventare prete?

«Il giorno in cui – sono un ragazzo fortunatissimo – ho incrociato il sorriso nel volto del parroco del mio paese. Quel giorno si è accesa in me una curiosità folgorante: “E se anche la mia felicità abitasse dentro quella scelta?”. Mi sono incamminato e, strada facendo, ho scoperto d’essere nel mirino dello sguardo di Cristo. Accettare che Lui decidesse della mia vita è stata la mia forma massima di libertà. Libero nell’esser servo dei suoi sogni su di me. Servo, non schiavo».

La copertina dell'ultimo libro di Marco Pozza

La copertina dell’ultimo libro di Marco Pozza

Oggi è più difficile fare il prete di dieci anni fa?

«Fare il prete è sempre difficile, perché deve incarnarsi nel mondo sapendo di non appartenere al mondo. Oggi forse si devono affrontare sfide più sofisticate. Ma, come diceva Marco Pantani, più l’avversario è forte più la vittoria è bella. Prego perché l’avversario sia forte così da costringermi a una verità sempre maggiore. Di fronte agli sguardi di queste persone non puoi barare. È come se mi dicessero: se Dio non ha cambiato la tua vita come puoi chiedere che cambi la mia?».

Come mai il suo sito si apre con tre citazioni di allenatori: Giampaolo Montali, coach della Nazionale di pallavolo, Carletto Mazzone, allenatore anche della Roma, e José Mourinho?

«Sono cresciuto nel mondo dello sport, prima il ciclismo, ora la corsa. Da ragazzo, quando avevo un grande istinto per i casini, lo sport mi ha salvato dalla galera, dandomi stimoli e disciplina. Amo gli sport individuali e di fatica, li avvicino all’ascesi cristiana. Lo sport è una metafora della vita perché è fatto di sofferenza, successi, cadute, rinascite. Nello sport di fatica vinci se sposti più in là di un millimetro il tuo limite».

Che tempo fa nella maratona?

«Il mio record è 2 ore e 45 minuti. Il mio sogno è 2 ore e 39. Ce la farò, a breve: lo sento».

E gli allenatori?

«I bravi allenatori sanno educare sia i fuoriclasse che i gregari. Gesù sapeva incontrare ognuno personalmente, per questo il vangelo è come un atelier dove ogni abito si cuce su misura. Personalmente ho sempre avuto la tendenza a innamorarmi di chi è caduto nell’inferno. A vedere la storia dalla parte degli sconfitti».

Il carcere è proprio il suo posto.

«Piangerò quando mi toglieranno da qui, perché prima di tutti il carcere serve a me. Italo Calvino diceva che nell’inferno c’è anche qualcosa che non è inferno. Allora hai due possibilità: o diventare anche tu inferno, oppure sederti vicino a ciò che non è inferno per fargli spazio. Mi fido più di chi mi incita a cercare la bellezza senza nascondermi la miseria, piuttosto che di chi me la nasconde».

Don Marco a un incontro con i giovani

Don Marco a un incontro con i giovani

Com’è nata la «parrocchia virtuale», ovvero il suo sito?

«Dal bisogno di dare continuità al dialogo con i ragazzi che si sviluppa negli incontri, nelle assemblee, nelle scuole. L’ho intitolato Sulla strada di Emmaus perché mi affascina il fatto che Cristo incontra gli uomini sulla strada, non in chiesa o in un edificio riparato. E poi li incontra in una sera di delusione quando, per quei due viandanti, tutto sembrava perduto. Lo riconoscono in un gesto, senza che lui si dichiari esplicitamente. Lo scopo è creare le condizioni perché nei fatti di cronaca, nera e nerissima com’è quella del carcere, le persone possano vedere che Cristo c’è».

Che lezione possono trarre le gerarchie dalla vicenda di don Contin?

«Non mi permetto di indicare lezioni a nessuno. Penso che in passato per tanti anni abbiamo guidato la gente con la paura del sesso. Il moralismo non ha mai convertito nessuno: è governare con la gioia che cambia il cuore».

E il cuore di don Marco com’è?

«In cammino. Per 40 anni mio padre ha lavorato al tornio otto ore al giorno. Io non faccio niente di più. A volte, quando arriva sera e ho ancora energie mi sento in colpa. Allora mi metto a studiare, a pregare. Sono cresciuto in una famiglia leghista e ho pensato che il mondo normale mi desse tutti gli strumenti per essere perfetto. Non avrei mai immaginato che un posto come il carcere mi avrebbe fatto capire che la verità è più della perfezione».

 

La Verità, 12 marzo 2017