Vogue, il cinema: la sinistra si rifugia nell’immaginario

Ha ragione Carlo Freccero nella sua riflessione su Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti pubblicata da Dagospia: la sinistra ha perso, il cinema ha vinto. O forse pareggiato. Detta in sintesi, tralasciando tutto l’armamentario morettiano di canzoni canticchiate in auto, di tic linguistici, di mini lectio magistralis sul cinema (la lunga citazione di Breve film sull’uccidere di Krzystzof Kieslowski) è questa la tesi dell’ex direttore di Rai 2. Ma è chiaro che si tratta di una vittoria consolatoria, ecco perché, in sostanza, di un pareggio. Cioè, di una fuga, una ribellione, un rifiuto della realtà che solo il cinema può permettere. In qualche modo, lo aveva teorizzato Bernardo Bertolucci riproposto dal suo allievo più fedele, il Luca Guadagnino di Chiamami col tuo nome e la serie We are who we are, capisaldi della gettonatissima cinematografia woke, in un’intervista concessa a Marco Giusti: «Luca ed io lavoriamo sul cinema pensando non alla realtà, ma al cinema per arrivare alla realtà». Ecco, c’è tutto: il motore, la sorgente dell’arte non è la realtà, ma il cinema stesso. È così anche in quest’ultima prova dell’autore di Caro diario.

Come sottolineato dai critici più accorti, l’ispirazione del Sol dell’avvenire è 8 e ½ di Federico Fellini. Anche qui il protagonista è un regista in crisi che stenta a trovare il bandolo. Ma nel lavoro del più autarchico dei nostri cineasti, l’autoreferenzialità si dispiega in tutta la sua potenza, dalla voce monocorde ed esortativa che abbiamo imparato a conoscere con Michele Apicella, alle ridondanze della propria filmografia (il giro per il quartiere Prati in monopattino, il pallone calciato verso il cielo, le comparsate amichettistiche, l’amore per i dolci, la pallanuoto, i sabot…). Tuttavia, ciò che più conta è la ribellione, l’insurrezione ideologica: «La storia non si fa con i se… e chi l’ha detto?». È il punto di svolta del film. Freccero cita il Giorgio Gaber di «La mia generazione ha perso», ma Moretti non ci vuole stare, e con lui il suo alter ego, il regista che sta girando un film sulla storia della sinistra, quella nella quale per un certo periodo il Moretti militante, il Moretti cittadino, provò a entrare con i girotondi: «Con questi leader non vinceremo mai». La stessa sinistra su cui si era macerato in Palombella rossa e Aprile: «D’Alema, di’ una cosa di sinistra». A Fabio Fazio che gli chiedeva se pronuncerebbe di nuovo quella frase, il regista ha risposto: «Sudo, sudo». Nel Sol dell’Avvenire c’è questo sudore, questo impaccio. Come sarebbe stata diversa la storia se, nel 1956, al momento dell’invasione di Budapest, i dirigenti del Pci si fossero ribellati all’Orso sovietico. Se avessero tirato su la testa, rifiutato di allinearsi, stracciato l’acquiescenza. Tutto sarebbe andato diversamente e il mondo progressista sarebbe andato incontro al futuro radioso rappresentato dal Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo con tutti i suoi attori sorridenti, inebriati, sognanti, estasiati.

Non è andata così e non è un dettaglio. Un’oligarchia si era già impadronita dei sogni di riscatto del proletariato. E, nonostante il revisionismo cinematografico di Moretti (e del Veltroni di Quando), il Pci obbediva alla nomenklatura del Cremlino. Per definire l’epopea sovietica di quegli anni non va scordato che al sostantivo «socialismo» si abbinava l’aggettivo «reale». I sogni stanno a zero. Non è la sinistra ad avere perso, ma la realtà. Dodici anni dopo l’invasione di Budapest altri carri armati invasero Praga per stroncare la Primavera di Dubcek. E fu in seguito a quella repressione che Jan Palach scelse di immolarsi davanti alla statua di San Venceslao.

Se la realtà fa obiezione non resta che rifugiarsi nel cinema. Anche in Il ritorno di Casanova di Gabriele Salvatores c’è un regista in crisi (interpretato da Toni Servillo). Si fa cinema sul cinema. O televisione sul cinema. Come in Call my agent, la serie imperniata su un’agenzia alle prese con i tic e le ossessioni degli attori. Il cinema è la bolla della realtà, nella quale si può dar libero sfogo all’invenzione. «Il cinema può risolvere qualsiasi dramma perché non ha debiti col reale», scrive Freccero. E così può diventare il doppione riveduto e corretto della storia. Il luogo dei sogni, dell’utopia, dell’immaginario. La riserva nella quale metabolizzare le sconfitte. Si vive nell’immaginario e dell’immaginario. Lo si scambia, lo si confonde, con il reale. È così che si fa politica. È così che si fa comunicazione. È così che si mantiene l’egemonia. Quando Elly Schlein, che ha debuttato in società in una cena a casa Baglioni tra registi e cantautori, incarnando trent’anni dopo la trama della Terrazza di Ettore Scola, concede la sua prima intervista da segretaria del Pd a Vogue – non al Manifesto o a Repubblica o a Micromega (Rinascita chiuse nel 1991) – afferma ciò che è realmente. Delinea il suo universo di riferimento, le classi sociali a cui si rivolge, il suo modo di fare politica e di parlare a quella che considera la sinistra. Non c’è da scandalizzarsi per la frequentazione del lusso, né da stracciarsi l’eskimo in preda a rigurgiti novecenteschi e pauperistici. C’è solo da prendere atto che il cerchio si è chiuso. E che la simpatica Elly è diventata ciò che è: «un personaggio perfetto di un film di Guadagnino».

 

La Verità, 1 maggio 2023

Dante al cinema ci aiuta a pensare e amare in grande

Dante campione d’incassi al cinema. E chi se l’aspettava? Chi se l’aspettava che il Sommo Poeta sbaragliasse la concorrenza dei filmoni americani e scalasse il botteghino? In pochi, diciamo la verità. Forse nemmeno lui, Pupi Avati, il regista che ha atteso 18 anni per mandare la sua opera nelle sale cinematografiche, azzardava previsioni tanto ottimistiche. Invece, da giovedì scorso, quando ha esordito al sesto posto con 65.000 euro circa, Dante è salito pian piano fino in vetta. Quarto, poi terzo e l’altro ieri, primo, con poco più di 56.000 euro e oltre 10.000 spettatori, in un giorno di partite di Champions League ed eventi vari. L’incasso totale sfiorava il mezzo milione di euro e, va detto, non si tratta certo di una cifra iperbolica. Ma, in tempi di vacche magrissime per i nostri cinema, è un risultato notevole. Prova ne sia il fatto che martedì il film di Avati (prodotto dalla Duea Film con Rai Cinema e MG production e distribuito da 01), interpretato, fra gli altri, da un magnifico Sergio Castellitto nei panni di Giovanni Boccaccio «pellegrino» nei luoghi e nell’animo del Sommo Poeta, si è messo alle spalle cartoon come Dragon Ball Super: Super Hero, blockbuster come Avatar di James Cameron e le altre pellicole italiane, a cominciare dallo sponsorizzatissimo Siccità di Paolo Virzì con Valerio Mastandrea e Silvio Orlando, per proseguire con Il signore delle formiche di Gianni Amelio e Ti mangio il cuore con Elodie.

Ma al di là dei modesti incassi delle nostre produzioni, quello che conta mettere in rilievo perché in controtendenza è il caso Dante. È presto per parlare di fenomeno, perché meno di una settimana di programmazione non basta a far primavera. Bisognerà vedere se funzionerà il passaparola e se i risultati dei primi giorni troveranno conferma anche il prossimo weekend. Ma il segnale va colto. Ricordiamoci che stiamo parlando di Dante Alighieri, gigante della letteratura mondiale, ma anche figura che oltre a suscitare universalmente soggezione, per molti è sinonimo di faticosi pomeriggi sui libri. Finora le poche eccezioni considerate in grado di allungare la vita alle agonizzanti sale cinematografiche erano i film di Supereroi, i blockbuster americani, i sequel di titoli di successo (Top gun) con platee di pubblico molto definite. È lunga la lista di opere prodotte per la fruizione diretta nelle piattaforme. O, se distribuite ottimisticamente nei cinema, resistite in sala pochi giorni prima di cedere il grande schermo a qualche commedia godereccia o a qualche cinepanettone. Invece, con Dante, il sismografo segnala che sul pianeta del pubblico italiano c’è vita.

Come detto, non era nelle previsioni. L’exploit ha spiazzato anche un critico attento come Marco Giusti, firma prestigiosa di Dagospia che quotidianamente ci aggiorna su ogni cosa si muova nel cielo della settima arte. Fin dal primo giorno di uscita ha confessato la sua «sorpresa», poi sconfinata in stupore, per il risultato di Dante. Al contrario, Camillo Langone ha raccontato di essere tornato a vedere un film al cinema dopo tre anni di diserzione dalle sale: «Corra a vederlo chi ama la poesia, le donne, il Medioevo», ha scritto sul Foglio. Ma ogni critico e ogni testata ha le proprie idiosincrasie: «A vedere Pupi Avati non ci voglio andare…», ha ribadito Giusti, chiamando in correità altri autorevoli addetti ai lavori che hanno preferito snobbarlo: «E tutti i festival, a cominciare da Venezia, che hanno fatto finta di niente?». Su questo il critico di Dagospia ha ragione da vendere: il film di Avati non è stato considerato dalla Mostra di Venezia, dove invece sono puntualmente passati Siccità, Il signore delle formiche, Ti mangio il cuore… Così ora è facile ascrivere il successo di Dante al cambio di scenario scaturito dalle urne del 25 settembre e all’avvento dell’Italia «melonsalviniana». Personalmente, non credo c’entri granché. Non credo che per andare a vedere un bel film, quando c’è, serva «la vittoria delle destre». Credo, piuttosto, c’entri il fatto che Dante è, appunto, un bel film, che narra, attraverso gli occhi del suo primo biografo, l’amore di un giovane per una ragazza, il cui sguardo gli ha rapito il cuore, lo ha cambiato e, di conseguenza, ha cambiato la storia della letteratura mondiale. Una storia vera. Fatta di esilio, di debiti e di talento artistico. Un film d’amore, di poesia e di grazia, sebbene con l’odore della peste addosso. Perché amore e poesia non sono qualcosa di etereo e sfuggente. Ma pulsioni carnali, sentimenti passionali e ispiratori, come la storia ha dimostrato.

Intervistato sabato scorso dalla Verità, Pupi Avati aveva detto che Dante è «una cartina al tornasole per vedere se c’è un pubblico per un film culturalmente ambizioso eppure accessibilissimo, distante dalle accademie e dalle sbrodolature della fiction». Il primo responso del botteghino sembra dire che questo pubblico, seppur piccolo, esiste. Che esiste un pezzetto d’Italia ancora ambizioso, disposto a pensare in grande e ad appassionarsi al «per sempre» dell’amore. E che rifiuta di accontentarsi della finzione del gossip, del chiacchiericcio e dei turbamenti delle coppie annoiate e ultramilionarie.

 

La Verità, 6 ottobre 2022

Il 2022 sarà l’anno della fine dei cinema?

Anno 2022, fuga dai cinema. Potrebbe intitolarsi così il film apocalittico sul declino delle sale cinematografiche. La fantascienza ci ha abituato a cupi scenari, ma stavolta, per fortuna, non si sta preconizzando la morte della settima arte. Il cinema è rinato da crisi peggiori della pandemia da coronavirus. E film se ne continueranno a produrre, magari in numero inferiore o destinati alla visione in streaming come già avviene per le serie. Però, coccolato dalle piattaforme, lo spettatore si sta impigrendo e il binomio divano-telecomando batte sempre più spesso la combinazione auto-parcheggio-coda alla biglietteria. A rischiare l’estinzione sono soprattutto certe scomode sale cittadine. O quelle che non riescono a sedurre il pubblico con programmazioni creative e scontate, o con servizi accessori, librerie, ristoranti…

I dati Cinetel del 2021 sono impietosi. Rispetto al triennio 2017-2019, annate da oltre 100 milioni di biglietti venduti, il calo è stato del 71% negli incassi e del 73% nelle presenze. Tuttavia, considerando che nell’anno appena concluso i cinema sono rimasti chiusi per 4 mesi, riaprendo poi con presenze contingentate, non c’è da meravigliarsi. A preoccupare sono soprattutto i numeri di dicembre e gennaio, con le sale a pieno regime. In autunno si era registrata una ripresa, favorita dal ritorno alla capienza al 100%, ma inferiore alle attese. Dopo il rallentamento produttivo dei mesi precedenti e l’uscita diretta nelle piattaforme di molte opere, i cinema avevano riaperto, ma non c’erano i film. Almeno, non i grandi film. Molte aspettative si appuntavano, perciò, sul periodo natalizio. Che invece, con l’arrivo della variante Omicron, sono andate deluse. L’unico a salvarsi è stato Spider-Man: No Way Home che, potendo contare sul pubblico adolescente meno timoroso dei contagi, ha mietuto record in tutto il mondo. Restando nei confini nazionali, se la sono cavata Pio e Amedeo, protagonisti di Belli ciao, prodotto da Fremantle e Vision Distribution, anche loro forti di un target giovane e consolidato. Tutti gli altri titoli, anche se di qualità (da Supereroi di Paolo Genovese a West Side Story diretto da Steven Spielberg, da Illusioni perdute a House of Gucci) hanno dovuto accontentarsi delle briciole. Il fatto poi che ad alimentare il dibattito sui media sia stato Don’t look up, ma solo dopo la programmazione sulla piattaforma streaming, ha fatto sentenziare qualche sacerdote della critica che ormai l’algoritmo sta vincendo.

«Certamente la pandemia ha accelerato di qualche anno un processo in atto», ammette Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa. «Con il lockdown molti hanno rotto gli indugi, decidendo di abbonarsi alle piattaforme over the top. La comodità del divano si è aggiunta al freno psicologico di dover indossare le mascherine ed esibire il green pass per andare al cinema». Resta da chiedersi se queste nuove abitudini dureranno anche quando la pandemia sarà finita. «Non credo sarà così», è sicuro Paolo Del Brocco, gran capo di Rai Cinema. «L’esperienza di visione che si fa in sala non è riproducibile altrove. Piuttosto, dobbiamo trarre una piccola lezione da questi mesi. Sono andati bene i film che si rivolgono a una fan base, una comunità di appassionati, come Spider-Man o Diabolik. Mentre hanno sofferto parecchio quelli rivolti al pubblico adulto e maturo, il più impaurito, e proprio quello che in prevalenza riempie le sale cittadine. Perciò, anche noi produttori dobbiamo imparare a targettizzare meglio le nostre proposte». Per Massimiliano Orfei, dal maggio scorso amministratore delegato di Vision Distribution, quella in atto è «una crisi transitoria. Nella sua storia il cinema ha superato altre situazioni di pandemia. Un secolo fa, con la spagnola, tutte le sale chiusero e fallirono. Ma poi riaprirono tornando a essere il luogo centrale dello spettacolo cinematografico, un’esperienza non replicabile dalle piattaforme».

Tuttavia, la sensazione che la fetta di consumo domestico tenda a crescere rimane. Il destino delle sale assomiglia a quello delle videoteche e dei distributori di dvd, completamente scomparsi? A quello delle cabine telefoniche che sopravvivono come residuati di un mondo vintage? O a quello delle edicole che si arrendono malinconicamente una alla volta, soprattutto se non riescono a sostenersi con altri servizi che, spesso, da secondari diventano primari? «A differenza delle edicole che devono competere con le edizioni digitali dei giornali, le sale hanno il vantaggio dell’esclusiva», sottolinea Letta. «È un privilegio che gli esercenti devono tenersi stretto, migliorando la qualità dei servizi, dalla grandezza dello schermo al comfort delle poltrone». Con l’esplosione della pandemia la finestra di esclusiva in sala prima del passaggio in tv, si è ridotta a 30 giorni (da 105 che era). Finché l’emergenza sanitaria non sarà superata i produttori potranno scegliere se sfidare il mercato complicato, se preservare qualche titolo aspettando tempi migliori o atterrare direttamente sulle piattaforme. «Si valuta film per film», sintetizza Orfei. «Quel che è certo è che in futuro sale e streaming convivranno e noi produrremo di più, non di meno. Diversificando l’offerta con film più targettizzati, più verticali e sostenuti da campagne di marketing mirate».

Produttori ed esercenti, tutti devono fare lo sforzo di raffinare la proposta e venire incontro al pubblico per farlo alzare dal divano. Qualcuno lo sta facendo da tempo. Il palazzo del cinema dell’Anteo di Milano ha ammortizzato il calo di questi mesi registrando una riduzione di presenze del 50%, sensibilmente inferiore alla media nazionale. «Il pubblico è fatto di tanti pubblici», dettaglia Lionello Cerri, produttore cinematografico, fondatore e amministratore delegato di Anteo Spazio cinema. «Di conseguenza le nostre dieci sale diversificano l’offerta in un ventaglio che comprende le proiezioni al mattino, le visioni per gruppi ristretti, quelle in lingua originale non solo in inglese, le presentazioni e l’arena estiva, oltre alla possibilità di accedere al ristorante e alla libreria. Così si crea fidelizzazione nel pubblico, chi viene qui sa di trovare qualcosa in più. Come imprenditore sono più che mai convinto che il cinema abbia una funzione sociale e culturale pubblica. Sono ottimista per la ripresa, vedremo che cosa succederà a pandemia finita. Intanto posso dire che cinema e teatri sono luoghi sicuri dove non si è mai verificato alcun contagio». Anche Del Brocco sottolinea «la valenza culturale e identitaria del cinema. Le piattaforme tendono a standardizzare il prodotto. Dobbiamo difendere con le unghie e con i denti i diversi modi di raccontare dei vari Paesi». Per questo, aggiunge Letta, «è molto importante che lo Stato, che già ci è venuto incontro in questi mesi con incentivi fiscali alla produzione e alla distribuzione favorendo l’arrivo in sala delle pellicole, proroghi queste norme per tutto il 2022». Per evitare che diventi l’anno della fuga dai cinema.

 

Carmen Llera Moravia, talebana delle sale

Carmen Llera Moravia è «una talebana della sala». Ride: «Sì, può definirmi così. Tutti i giorni, o quasi, vedo un film rigorosamente al cinema. Per me è impensabile vederlo in tv. È come paragonare un concerto di Claudio Abbado al conservatorio con un cd ascoltato a casa». Come ha fatto durante il lockdown? «Ho patito. Ero felice del silenzio che ci avvolgeva, riuscivo ad andare a camminare al mattino presto. Mi mancava il rito pomeridiano di uscire di casa, andare in una delle tante sale di Roma dove ritrovo amici che condividono questa felice abitudine». Ce l’ha da molto? «Da sempre. Ho fatto la tesi di laurea sul rapporto tra cinema e letteratura. Ho conosciuto Alberto Moravia parlando di cinema. Il mio attaccamento ha basi forti. Ho amici registi e attori che mi dicono: ho visto in streaming… Un’aberrazione». E se le sale dovessero chiudere? «Spero di morire prima», conclude ridendo.

 

Panorama, 9 febbraio 2022

 

 

Netflix è bella e comoda, ma il cinema si vede in sala

Ancora due parole su Don’t look up e dintorni, la pellicola Netflix che si avvia molto precocemente a essere il film dell’anno. Finora è tra le più citate nei pensosi editoriali, ma rischia di esserlo a suo discapito. Difficile infatti trovare un’opera altrettanto sfaccettata e interpretabile come quella diretta da Adam McKay, sebbene sia vista come grande metafora del presente: la cometa che annuncia la fine del mondo, come la pandemia in atto decreta la fragilità dei nostri equilibri, l’allarme insistito degli scienziati, come quello che ci pervade quotidianamente, il ritardo della politica, universale e perenne. In realtà, per far combaciare la carta calcante, il mainstream distorce il film. Dopo alcune settimane dall’uscita, è permesso un piccolo spoiler. In Don’t look up fa una pessima figura la politica, bipartisan però: se è vero che la presidente di Meryl Streep è repubblicana, la foto nello Studio ovale che la ritrae abbracciata a Bill Clinton fa intendere che la stolidità è ben condivisa. Bocciata anche l’informazione, descritta in tutta la sua vacuità. E peggio ancora va al mondo della finanza digitale, rappresentato dal guru dei telefonini, una caricatura trinitaria di Steve Jobs, Bill Gates ed Elon Musk. L’unico a salvarsi è l’astronomo di Leonardo DiCaprio. Ma si tratta di uno scienziato sideralmente distante dai virologi positivisti e moraleggianti che pullulano nei nostri talk. Dopo essersi abbandonato alle gioie dell’eros con l’avvenente Cate Blanchett, come ha sottolineato Giorgio Gandola su questo giornale, è uno scienziato che davanti alla fine del mondo incombente, si affida alla preghiera in una scena che sembra citare L’ultima cena. Ce li vedete i nostri Massimo Galli o Andrea Crisanti? Ben venga, dunque, il dibattito: ma, se possibile, rispettando il dato di realtà.

Per chiudere, un’ultima considerazione sull’effetto collaterale suscitato dal film dopo lo streaming televisivo e non dopo l’uscita nei cinema. Netflix ormai si usa come un social, è la vittoria definitiva dell’algoritmo, si è scritto, che decreta la fine delle sale cinematografiche. Tuttavia, per ciò che vale, nell’ultimo mese ho visto in sala È stata la mano di Dio, Cry macho, Nowhere special, Supereroi, Illusioni perdute e persino Spider-Man: No Way Home. Mentre Don’t look up l’ho visto nel salotto di casa, ma distrattamente perché stavo chattando su whatsapp. Non è una differenza da poco, la visione domestica dei film li espone a dannose e frequenti interferenze. Nessuna rassegnazione, dunque, all’agonia delle sale. Fosse solo per il gusto di sfuggire all’algoritmo.

 

La Verità, 12 gennaio 2021

Il giornalismo fatto a pezzettini dal cinema

Piove, giornalisti ladri. Falsi, corrotti, figli di buona donna, fate voi. Imputare loro la colpa delle sciagure planetarie è uno sport nazionale. Anzi, mondiale. Fuori dalle narrazioni regine del momento – Covid e Quirinale – le domande sulle sorti del bel mestieraccio alimentate da due grandi film, immediatamente elevati a capolavori, stuzzicano le migliori penne del bigoncio. Il primo è Don’t look up, per alcuni addirittura il film dell’anno (il 2021 o il neonato 2022?). Prodotto da Netflix e diretto da Adam McKay, grande regista e vecchia volpe dei media, è ambientato alla vigilia della fine del mondo dopo la scoperta di una cometa gigantesca che sta per abbattersi sul globo terracqueo. L’altro, Illusioni perdute, in sala dal 30 dicembre, è una pellicola firmata da Xavier Giannoli, tratta dall’opera di Honoré de Balzac ambientata nella Francia del primo Ottocento che sembra scritta adesso.

Qui sì, ci si avvicina al capolavoro. C’è tutto, persino più di quello che vediamo nel giornalismo e nell’editoria attuali. Le fake news, per esempio. Simboleggiate dalle anatre, uccelli che vivono nell’acqua, ambigui come notizie un po’ vere e un po’ false. E ci sono pure i social, cui alludono i piccioni viaggiatori, opinioni volatili disancorate dalla realtà. Del resto, «la nostra linea editoriale è semplice. Il giornale prenderà per vero tutto ciò che è probabile», annuncia il patron del foglio d’opposizione liberale. E «nel nome della malafede, del pettegolezzo e degli annunci pubblicitari, io ti battezzo… giornalista». Che si tratti di espressioni originali di Balzac o create dagli sceneggiatori poco importa.

L’ambizioso tipografo di provincia e aspirante poeta, Lucien Chardon (Benjamin Voisin), arriva nella Parigi del 1821 sulla carrozza della malinconica baronessa, Louise de Bargeton (Cécile de France). L’eterogenea coppia, però, desta subito scandalo e, per non esser scaricata dai salotti che contano, la nobildonna è costretta ad allontanare il giovane amante di umili origini. Per farsi strada da solo e conquistare il proscenio, Chardon impara rapidamente a confezionare recensioni compiacenti, stroncature pilotate, killeraggi su commissione di avversari politici. Così fan tutti. La Ville Lumière è un sottobosco di traffici e tradimenti e ogni cosa ha un prezzo. Editori analfabeti. Capoclacque che mettono all’asta applausi e fischi alle attrici. Scimmie caporedattrici che decidono se stroncare Racine o Stendhal. Nessun travaglio anche per compiere il salto della quaglia – restando in tema – e passare al soldo dei monarchici. La fiera delle vanità usa e getta amplessi, amori e amicizie. I rapporti sono strumentali allo scopo. L’ultimo ostacolo alla consacrazione è il cognome senza quarti di nobiltà. Ma con i giusti uffici si può provvedere…

Meno centrale, ma altrettanto screditata è la categoria nella pellicola di McKay. Dopo l’uscita in sordina nei cinema americani il 10 dicembre, Don’t look up ha scalato le tendenze dei social una volta approdato allo streaming di Netflix. Una cometa grande come l’Everest è in rotta contro la terra, impatto previsto tra 6 mesi e 14 giorni. Ad accorgersene sono una zelante dottoranda (Jennifer Lawrence) e il suo capo, l’impacciato astronomo interpretato da Leonardo DiCaprio. Non c’è un attimo da perdere, avvertiamo immediatamente le massime autorità. Tuttavia, distratta da scandali sessuali ed elezioni di metà mandato, la presidente americana (la solita, superba, Meryl Streep) non li prende sul serio: sapete a quante fini del mondo incombenti ci siamo preparati negli ultimi anni? Non resta che rivolgersi ai media. Ma dopo attenta analisi delle reazioni sul web, anche l’autorevolissimo quotidiano lascia cadere la notizia troppo poco virale. Nel talk di massimo ascolto del mattino, dominato dalla riconciliazione fra un dj e una popstar pseudoecologista, le cose non vanno meglio. L’infotainment dev’essere leggerezza, evasione e ottimismo. Lo studioso dice che l’apocalisse è imminente? Se non fa audience è un allarme fasullo. Alla vacuità di fondo, nel boicottaggio della scienza si aggiunge il complottismo. E i turbamenti dello spaesato astronomo – il quale, per inciso, è l’unico a salvarsi dalla fatuità della politica e dei guru dell’high tech – si placano tra le lenzuola dell’avvenente conduttrice tv (Cate Blanchett).

Giornalisti narcisi, superficiali, vanitosi, immorali, schiavi dell’audience, pronti a vendersi per un pizzico di visibilità. Son passati due secoli, ma gli anchorman di oggi non sembrano molto diversi dai gazzettieri delle Illusioni perdute. A differenza che in Don’t look up, in due anni di pandemia abbiamo visto scienza e politica allearsi con la benedizione dei media. Nei quotidiani e nei talk show giornalisti e virostar cantano in coro, anche letteralmente. C’erano una volta «i cani da guardia del potere». Preistoria spruzzata d’ideologia. Ma ora, la sera, osserviamo posture altere e compiaciute o ascoltiamo toni assertivi di direttori e opinionisti accomodati nei salotti tv come novelli Lucien Chardon che ce l’hanno fatta. Per qualcuno già pluri-contrattualizzato è anche difficile resistere alle tentazioni della società dello spettacolo, cinema o teatro che sia. Chissà cosa ne scriverebbe Balzac.

«C’è stato un momento… nel quale i giornalisti italiani hanno creduto di essere del tutto liberi di informare e di poter offrire al pubblico giornali davvero indipendenti», ha scritto Giampaolo Pansa. «Sulle prime, il potere è stato a guardare, poi ha reagito e, infine, ha vinto. Questo libro è il racconto di quella grande illusione». Era la prefazione di Comprati e venduti (Bompiani, 1977). I giornalisti non sono programmaticamente né corrotti né missionari della verità. Sono uomini che fanno un mestiere come un altro. E a volte sbagliano.

 

La Verità, 4 gennaio 2021

Altro Oscar a Sorrentino? Magari anche no

Con tutto il rispetto, abbiamo già dato. Al cinema di Fellini, a Napule è di Pino Daniele, al calcio di Diego Armando Maradona. Con tutto il rispetto, Paolo Sorrentino ha già avuto: l’Oscar per il miglior film internazionale a La grande bellezza. Da allora abbiamo visto Youth, le serie sui papi, Loro in due parti. È stata la mano di Dio è un’opera più personale e intima, meno estetizzante e gigiona. Tra la «realtà scadente» di Fellini e la «creatività e la fantasia falsi miti» di Antonio Capuano, quale sia la scelta del regista partenopeo è chiaro dalla prima scena: una «giunonica» Luisa Ranieri sale sulla Rolls Royce di un distinto signore che si spaccia per San Gennaro. Stavolta però Sorrentino dosa i sogni perché c’è di mezzo la sua adolescenza, segnata dalla perdita dei genitori. Meglio sbizzarrirsi nel grottesco vesuviano, antipode immaginario di Gomorra. Se la realtà è scadente, meglio il cinema: così Fabietto diventa Fabio e vede pure ’o monaciello che porta bene.

È stata la mano di Dio rimarrà bello e riuscito anche senza Oscar. È entrato nella short list, può infilarsi nella cinquina. E, nonostante Scompartimento n. 6 e Il capo perfetto, può agguantare la statuetta, ribadendo il cliché dell’Italia «molto pittoresca» che piace non solo a Hollywood. Sorrentino sta nell’Olimpo, vicino a Roberto Mancini e Mario Draghi. Dissentire dal secondo Oscar è una sassata contro la vetrina. È non rassegnarsi all’ovvietà di Maradona miglior calciatore di sempre. Io gli ho sempre preferito Johan Cruijff. Portate pazienza.

 

Oggi, 30 dicembre 2021

Oggi mi ha chiesto di fare il controcanto a Paolo Mereghetti, critico cinematografico del Corriere della Sera, a proposito della candidatura di È stata la mano di Dio come miglior film internazionale.

 

Se un vecchio cowboy incontra un fumettista…

Se un uomo con un cappellaccio da cowboy incontra un disegnatore con una matita come va a finire? Sicuramente Clint Eastwood non conosce Zerocalcare. Ma non si può mai sapere, ora che Netflix diffonde nel globo anche prodotti di nicchia com’è una miniserie animata recitata in romanesco. Chissà come lo sottotitolano lo slang di Zero per i telespettatori di Carmel-by-the-Sea, California. Magari adesso che nella piccola Italia, dove sfondò con la Trilogia del dollaro, c’è chi lo contrappone alle lagne sociopatiche di un fumettista nato nei centri sociali, qualcuno potrebbe segnalargli la polemica: Clint, hai visto cosa dice di te Daniele Capezzone del quotidiano La Verità? Ti ha eletto simbolo dell’«affermazione dell’individuo contro ogni potere», e risposta alla «lagna e al disagio esistenziale» dei millennials scansafatiche. Da giorni sui social il dibattito accende gli animi pure di coloro che non hanno visto né la serie tv né Cry Macho, ultimo film diretto e interpretato dal 4 volte premio Oscar.

La faccenda è rilevante perché identifica e mette a confronto due mondi di appartenenza e altrettanti immaginari, lontanissimi tra loro. Zerocalcare o il vecchio Clint? Michele Rech o Eastwood? Il flusso di coscienza vagamente onanista o la sbrigatività del maschio alfa? Detto in soldoni, è l’ultimo aggiornamento della contrapposizione tra la sinistra alternativa, antagonista, problematica e cagadubbi di tendenza nichilista della periferia non solo romana, e la destra pragmatica, spiccia, anticonformista e risolviproblemi che si riconosce nel partito repubblicano yankee. Tuttavia, a onor del vero, va detto che «Clint è di tutti. In questi tempi di scontri frontali e generalizzati, è un’utopia vivente», ha correttamente notato Teresa Marchesi sul Domani. Perché, sebbene si sia schierato apertamente con Donald Trump, è «troppo individualista per essere di destra o di sinistra», come lui stesso ebbe a dire di sé in una vecchia intervista.

E, dunque, se il coriaceo Ispettore Callaghan incontrasse il novelliere grafico del Forte Prenestino probabilmente conierebbe uno dei suoi celebri aforismi. Forse non proprio Coraggio… fatti ammazzare, perché, sebbene non gli risulterebbe simpatico, tuttavia Zero non è un mafioso o un rapinatore tipo quelli che sistemò nel film del 1983. Magari aggiornerebbe il titolo in «Coraggio, fatti ammazzare… di lavoro». Di sicuro Callaghan non avrebbe la pazienza di Strappare lungo i bordi degli psicologismi del protagonista. Gli metterebbe in mano una vanga per curare il prato. O un secchio di detersivo per lavare e lustrare la sua Gran Torino, come fece nell’omonimo film Walt Kowalski, il reduce dalla guerra di Corea, con Thao, il giovane asiatico vicino di casa, vessato da una gang di teppisti locali.

L’olio di gomito è un’ottima cura per le pare e quella del vecchio Clint è la cultura del rimboccarsi le maniche. L’esatto contrario del mandare curriculum a pioggia aspettando sul divano che passi il treno giusto. E, nell’attesa, confidare nel reddito di cittadinanza. Già, chissà cosa penserebbero i personaggi di Eastwood del sussidio pubblico di base. Kowalski di Gran Torino; Earl Stone, il floricoltore trasformatosi in corriere per sbarcare il lunario di The Mule; Richard Jewell, la guardia giurata che grazie al suo zelo sventò l’attentato alle Olimpiadi di Atlanta (salvo poi esserne incolpato). E infine, Mike Melo, l’ex domatore di cavalli, protagonista di Cry Macho, che va a prelevare in Messico il figlio del suo ex datore di lavoro per portarlo in Texas.

Forse lui, l’ultimo della serie di cowboy, sarebbe il più indulgente verso Zerocalcare. Perché, in fondo e molto alla lontana, il vecchio Clint e il fumettista di Strappare lungo i bordi qualcosa in comune ce l’hanno. Entrambi, ognuno a suo modo, nutrono una certa diffidenza verso il prossimo. Burbero e un po’ misantropo uno, sociopatico per timidezza e pigrizia l’altro. Solo che quella di Zerocalcare è una sociopatia per difetto di protagonismo, ripiegata e autoreferenziale, da «cintura nera di come si schiva la vita». Mentre quella di Eastwood è l’esatto opposto, insofferente proprio verso l’indolenza, la passività giustificata dai luoghi comuni e dalla rinuncia sorretta dal cinismo.

In Cry Macho, il personaggio di Eastwood va contro i poteri forti e si ribella alle apparenze. Mentre Zerocalcare è sull’orlo della resa amara, Mike Melo scavalca una lunga serie di ostacoli per «finire il lavoro». Senza enfasi e senza eroismi, ma con determinazione. Per il regista di Lettere da Iwo Jima il vero eroe è l’uomo comune che «attraversa la vita e lascia il segno da qualche parte», non «gli eroi dei fumetti», che detesta. Eppure, «questa cosa del macho è sopravvalutata», dice l’ex cowboy dell’ultimo film. E ha tutta l’aria di essere un bilancio, tra il malinconico e l’autoironico, dello stesso Eastwood. «Da giovane pensi di avere tutte le risposte, ma quando diventi vecchio ti accorgi che non ne hai nessuna. Tuttavia», prosegue, «ognuno deve fare le proprie scelte». E, rivolto a Rafo, il ragazzino che sta riportando a casa, «anche tu dovrai fare le tue». Niente vittimismi e passività, dunque. La vita va presa al volo, non schivata.

 

La Verità, 7 dicembre 2021

La Loren torna in un film sulle orme di Romain Gary

Ci voleva un’idea speciale per riportare Sophia Loren sul set alla bellezza, ancora riconoscibile, dei suoi 86 anni. La trasposizione cinematografica di La vita davanti a sé di Romain Gary (Neri Pozza) per la regia del figlio Edoardo Ponti lo era. Uscito nel 1975, questo straordinario romanzo ambienta nella banlieue parigina di Belleville la storia di Momò, bambino arabo adottato da Madame Rosa, ex prostituta ebrea che si prende cura, a pagamento, dei figli delle sue colleghe più giovani, impossibilitate ad accudirli. Nel 1978, interpretato da Simone Signoret e diretto da Moshé Mizrahi, il film conquistò l’Oscar come miglior opera straniera. Nell’adattamento di Ponti e Ugo Chiti, la storia (dal 13 novembre su Netflix) trasloca negli attuali sobborghi di Bari, dove Momò (il bravo esordiente Ibrahima Gueye), senegalese di religione islamica ha 12 anni, uno sguardo tagliente e quell’irrequietezza che costringe il medico che lo ha in affido (Renato Carpentieri) a rivolgersi all’ex prostituta (Loren) sfuggita all’Olocausto. Fare da madre ai «figli di puttane» è il nuovo modo di mantenersi di Madame Rosa, ma quel ragazzino già reclutato dal racket dello spaccio, le dà parecchio filo da torcere. Non resta che trovargli un lavoretto come aiutante di Hamil (Babak Karim), l’amico ebreo proprietario del bazar di tappeti e tabacchi. Così, poco alla volta, tra Momò e Madame Rosa s’instaura un rapporto di complicità che responsabilizza il ragazzino fino al capovolgimento dei ruoli, trasformandolo in colui che si prende cura della vecchia donna.

Sostenuto da una buona fotografia e dalla recitazione della Loren che appare la più convinta dell’operazione, per la quale, non a caso, c’è già chi parla di candidatura all’Oscar, il film ha il merito di narrare senza forzature ideologiche una storia d’integrazione multietnica tra un’ex prostituta ebrea e un bambino musulmano, sullo sfondo di un paese cattolico. Pur senza saperne riprodurre la freschezza, la mossa corretta degli autori è esser rimasti fedeli a quel romanzo, scritto in stato di grazia. All’epoca, quando uscì in ampio anticipo sull’opera di Daniel Pennac (residente a Belleville) e sugli scrittori dell’immigrazione araba, i problemi di convivenza e di gestione dei flussi migratori non erano così drammatici come sono poi diventati. E Gary riuscì con il suo talento a rendere lo sguardo stupito del bambino che si apriva a quella vita, brulicante di differenze e complicazioni, senza sconfinare in moralismi e sociologie. Che avrebbero inquinato l’innocenza del protagonista e ridimensionato l’originalità del romanzo.

 

La Verità, 15 novembre 2020

«Con gli Sgarbi racconto il per sempre dell’amore»

Buongiorno Pupi Avati, finalmente torna sul set.

«Finalmente, sì. Le riprese di Lei mi parla ancora dovevano iniziare il 25 marzo. Poi…».

Quando uscirà nelle sale?

«Nel 2021. Vision Distribution ha mostrato grande coraggio per co-produrre una pellicola di qualità e controcorrente come questa».

Come sarà girare post Covid?

«Dobbiamo rispettare una serie di regole e vincoli. Mi hanno fatto il test sierologico e dovrò ripetere il tampone ogni settimana».

E la troupe?

«Sarà sempre monitorata. Abbiamo un medico e un infermiere fissi sul set. Noi che siamo sempre accoglienti con chi vuole assistere, stavolta siamo blindati. Ingresso vietato anche alle troupe della Rai».

Limitazioni anche di tipo artistico?

«Avevamo previsto circa 360 comparse, ce ne hanno concesse meno della metà».

Però…

«Finalmente si comincia. Anzi, facciamo presto…».

A 81 anni compiuti, Pupi Avati, reduce da Salina dove ha ritirato il premio Troisi alla carriera, è ancora entusiasta del suo lavoro, «un mestiere che non s’impara mai», e non vede l’ora di dare il primo ciak, lunedì prossimo, a Lei mi parla ancora, il film ispirato al libro nel quale Giuseppe «Nino» Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio, si rivolgeva alla moglie Caterina «Rina» Cavallini da poco scomparsa. Era una lunga e struggente lettera all’amata di una vita, terzo capitolo della saga di una famiglia di farmacisti con grandi vocazioni artistiche (lo stesso Nino, morto nel gennaio 2018, iniziò a scrivere a 93 anni, cedendo alle insistenze della figlia).

A interpretare papà Sgarbi doveva essere Massimo Boldi.

«La primissima idea era stata Renato Pozzetto. Solo che avevo avuto un piccolo diverbio con lui e avrei dovuto chiamarlo per chiedergli scusa. Ma tendevo a rimandare. Alla fine, dopo varie peregrinazioni, ho pensato che conveniva rompere gli indugi pur di averlo».

Una di queste peregrinazioni l’aveva portata da Johnny Dorelli: sarebbe stato un bel colpo di cinema.

«C’è stata anche questa ipotesi, ma lui non se l’è sentita mancando dal set da troppi anni. La scelta di Pozzetto è la migliore, a conferma che non tutti i mali vengono per nuocere. Mi stimola anche la sfida di offrire un ruolo drammatico a un attore esclusivamente comico».

Un’operazione che ha già avuto successo con altri.

«Ma ogni essere umano, ogni attore, è diverso. Pozzetto non è Diego Abatantuono o Carlo Delle Piane o Neri Marcoré. Ognuno ha il proprio temperamento…».

Invece con Stefania Sandrelli nessun dubbio?

«Nessuno».

Oltre al Covid e al cast ha dovuto superare altri scogli?

«Dal libro che lei mi ha suggerito di leggere, perché è stato lei a segnalarmelo, dovevo trarre un mio film. Nel far cinema ho sempre attinto ai miei ricordi senza dover ricorrere a quelli di altri. Questa era la prima volta. Ma leggendo il mémoire di Nino Sgarbi mi ha commosso la storia, assolutamente anacronistica, di un matrimonio durato 65 anni. Dovevo trovare il modo di appropriarmene, di farla mia».

E come ha fatto?

«Ho pensato di raccontare com’è nato il libro, frutto dell’incontro tra un anziano farmacista di Ro ferrarese e un ghostwriter che lo induce a scavare e raccontare le sue memorie. Il film è il prequel del libro».

Non potendo scrivere perché semicieco, Nino Sgarbi ricordava e Giuseppe Cesaro trascriveva…

«Si è instaurata una simbiosi letteraria tra due persone di età e di esperienze molto diverse».

Intervistato per Panorama Cesaro mi disse che dialogando con Nino gli sembrava di farlo con suo padre, anch’egli rodigino.

«Sarà Fabrizio Gifuni a interpretare il ghostwriter con situazione familiare sgangherata alle spalle. Il rapporto tra lui e papà Sgarbi aveva qualcosa di surreale, perché erano due mondi lontani che s’incontravano non senza la fatica di trovare un linguaggio comune. Il film racconta l’interlocuzione tra il buon senso di questo vecchio e colto signore e il più giovane intellettuale dall’esistenza disordinata».

Chi interpreta Bruno Cavallini, fratello di Rina e zio di Elisabetta e Vittorio?

«Alessandro Haber. Bruno Cavallini era l’intellettuale della famiglia che parlava di poesia con Nino. Era una persona di grande fascino che sedusse e influenzò Vittorio da giovane».

Elisabetta Sgarbi?

«Sarà impersonata da Chiara Caselli, già con me nel Signor Diavolo».

Com’è stato collaborare con i fratelli Sgarbi?

«Elisabetta è una persona meravigliosa, una collaboratrice generosissima che tiene molto a questo progetto. Anche Vittorio ha dato dimostrazione di pudore, restando a distanza. Temevo la sua esuberanza, invece ha mostrato grande rispetto per il nostro lavoro».

Che cosa l’ha affascinato di più di questa storia?

«L’idea del titolo, Lei mi parla ancora. Il fatto che lui non voglia credere che lei non ci sia più».

Il protrarsi del rapporto?

«Oltre l’evento traumatico che li aveva separati. Tanto che lui sosteneva che lei fosse ancora nascosta nella casa».

Torna a girare nella Romagna che confina con il Veneto, il Po…

«È la parte dell’Emilia più rimasta legata alla sua storia. In questo tempo sospeso, nel silenzio della casa, tra le donne di servizio e le opere d’arte raccolte da Vittorio e dalla madre, è più facile capire come questo vecchio signore continui il dialogo con la donna della sua vita. È una situazione che ha a che fare con un non tempo, con un tempo fermo».

È il tema centrale del film?

«Il non tempo è il “per sempre” della promessa che Nino e Rina si sono fatti quando hanno deciso che si sarebbero sposati. Una volta si credeva in queste promesse. Ora, nella formula del matrimonio civile, non è nemmeno contemplata, non si dice “finché morte non vi separi”. Anche se poi non accade, nel momento in cui lo dici devi crederci. I ragazzi di oggi non aspirano a questo per sempre».

Per mancanza di ambizione, per incapacità di pensare in grande?

«Certo, adesso è tutto relativo. Lo stesso vocabolo “compagna” trasmette un senso di provvisorietà, “moglie” è molto più impegnativo».

(Voci in sottofondo) Che succede?

«Qui ascoltano e ridono. Dicono che si parano il c… Invece è bello crederci e rischiare».

Questo film sarà visto in prevalenza da persone anziane?

«Ha un target certamente non giovanile o giovanilistico. Nel leggerlo si commuovo anche i miei collaboratori, ma non sono sicuro che i ragazzi oggi abbiano voglia di commuoversi. Un film romantico e letterario è una sfida».

La sfida è raccontare l’amore come una forza che cambia nel tempo?

«Io ci posso provare avendo sperimentato in 55 anni di vita insieme tutte le temperature, difficoltà comprese, del matrimonio: mestiere difficilissimo. Se non ci fosse mia moglie, il mio hard disk…».

Senza il quale i file non funzionano…

«Dentro i suoi occhi ci sono io in tutte le età».

Lei mi parla ancora dirà qualcosa ai giovani delle difficoltà a metter su famiglia?

«Noi non abbiamo mai pensato che mettere al mondo un figlio fosse una variabile nella programmazione finanziaria della coppia: prima compriamo la macchina, poi l’appartamento, poi facciamo un figlio. Oggi c’è grande rispetto per la natura e la cultura green, ma quando si tratta di avere figli iniziano le eccezioni».

 

La Verità, 29 luglio 2020

A «Tolo Tolo» manca l’irriverenza di Zalone

È vero, la risata non ha colore politico. Ma in Tolo Tolo le risate scarseggiano, purtroppo. Mentre la politica…

Furbo, ruffiano, arrotondato e senza spigoli, insomma: paraculo. Si può dire? Il nuovo blockbuster di Luca Medici, nome d’arte Checco Zalone, re Mida del cinema italiano, colui che da solo salva le stagioni, non a caso bis-primatista assoluto d’incassi (primi due posti al botteghino per introiti nel giorno d’esordio in sala), segna un cambio di rotta nella produzione del comico barese rivelandosi piuttosto deludente. Addio sfregio cafone e dell’irriverenza, volgare ma sana, che in passato aveva sdoganato il sentimento maggioritario dell’Italia imbonita dal manierismo dominante.

Certo, parliamo pur sempre di un lungometraggio sfaccettato e pieno di cose, anche se un tantino affastellate e in difetto di regia e scrittura. C’è l’idea del migrante bianco che fugge in Africa dallo Stato esattore e fa il percorso contrario di quello dei poveri cristi di cui parliamo tutti i dì. C’è la varietà dei generi e del linguaggio, dall’animazione al musical, dal movie on the road alla commedia sordiana sul solito italiano furbo e cialtrone. Ci sono gli scenari del Kenya e del Sahara, i camei prestigiosi (Barbara Bouchet, Nicola Di Bari, Nichi Vendola) e una buona colonna sonora con citazioni e novità. C’è tutto questo, ma parlando di Checco Zalone ben di più e d’altro ci si aspettava. Perché, purtroppo, ciò che manca ai novanta minuti di Tolo Tolo è proprio il suo quid, la beata tamarraggine, il graffio scorretto, la battuta ignorante e vincente proprio perché (fintamente) inconsapevole. Quando si va a vedere un film di Zalone ci si aspettano le vetrine in frantumi del correttismo e lo sberleffo al benpensantismo. Invece, salvo una battuta antisaviano («Sei pronto a fare la brava risorsa» al bimbo che finalmente approda in Italia) e il sorteggio finale per l’assegnazione ai Paesi europei dei gruppi di migranti, ci troviamo dentro una commedia terzomondista con capovolgimento di prospettiva. Un film che si snoda geograficamente e socialmente al contrario, per finire in braccio al più composto e sentimentale veltronismo.

All’inizio della storia, dopo l’arrancante prologo, l’imprenditore in fuga dall’Agenzia delle entrate Pierfrancesco Zalone accusa d’ignoranza l’amico nero Oumar perché non sa pronunciare «ialuronico»: «Io voglio fare il cinema, mica l’estetista», è l’acrobatica risposta che apre la strada al ribaltamento della vicenda. Gli europei si sono venduti l’anima per l’effimero, gli africani sono sani, colti e si battono per l’umanità. Nel tempo libero, tra un’incursione delle milizie e un bombardamento, Oumar guarda i film di Pier Paolo Pasolini e la dolce Idjaba si rassegna a prostituirsi pur di mantenere la promessa di accompagnare verso un futuro migliore il bambino che le è stato affidato. E gli italiani? Cialtroni, si diceva, e cinici. Nell’amico senz’arte né parte che si arrampica dalla disoccupazione fino a palazzo Chigi è facilmente riconoscibile Luigi Di Maio (con tratti di Giuseppe Conte), mentre nella speranza dei famigliari di Zalone che lui sia morto per poter estinguere i debiti con il fisco, è resa plasticamente la preferenza del portafoglio sugli affetti. Un film al contrario, che sovverte le attese alimentate dal video di Immigrato, sapiente depistaggio rispetto alla sceneggiatura, dove la mano di Paolo Virzì è facilmente individuabile.

Proprio il trailer eccentrico, che ha fatto sclerare i sacerdoti del Bene, e la campagna promozionale sono state le mosse più indovinate di tutta l’operazione. Forse sarebbe stato ancora meglio ridurre la comunicazione, limitandosi al promo e alla conferenza stampa, godendosi lo spettacolo di noi giornalisti che ci scervelliamo su destra e sinistra. Giornali e sale piene, per una volta. Vittoria su tutti i fronti, tranne che sulla qualità del prodotto cui avrebbe giovato una regia più distaccata.

Rileggere ora l’intervista concessa ante-visione ad Aldo Cazzullo può essere istruttivo: «Purtroppo non si può dire più nulla», ammette Zalone. «Se riproponessi certe imitazioni di dieci anni fa… mi arresterebbero… L’unica cosa atroce qui è la psicosi del politicamente corretto». Parole autogiustificatorie? Non sarà che pure l’amato Checco vi ha ceduto senza riuscire a scavalcare quel «purtroppo», come ha sempre fatto in passato? Il dubbio c’è ed è suffragato dal fatto che ora lo troviamo coccolato dal salotto sgravacoscienze de sinistra, amministrato da Paolo Mereghetti che ha scomodato Primo Levi, da Natalia Aspesi, che ha provato «la stessa emozione» di quando «piccina mi portarono a vedere Biancaneve e i sette nani» e da Andrea Salerno, per il quale Tolo Tolo è «un film decisamente di sinistra». Ha ragione il direttore di La7 che, con Massimo Giletti ed Enrico Mentana, ha «dato una mano» e lui se n’è compiaciuto. Un film di sinistra: a confermarlo arrivano anche Cazzullo, che lo ama perdutamente, ma lo descrive «palesemente antisalviniano», e Fulvio Abbate su Dagospia, il più fulminante: «Un patetico calendario missionario… tra le cose da tenere in cucina».

 

La Verità, 6 gennaio 2020